Guida ai sapori perduti….

cibo

Per i siciliani il cibo ha grande importanza: in una riunione informale fra amici come in un pranzo ufficiale, l’argomento non manca di eccitare gli animi, di rompere ogni tipo di ghiaccio, di sconfiggere ogni inibizione. Mangiare è sempre un atto culturale, dando alla parola cultura quel senso lato che molti le hanno negato. Non una singola isola, ma un agglomerato di isole, quasi un subcontinente, è la Sicilia, dove la geografia e l’aspra natura del terreno hanno per millenni rappresentato una barriera naturale alla circolazione di merci e di idee. Nel campo culinario molto è sconosciuto anche agli stessi abitanti dell’isola: in Sicilia c’è tutto un universo sommerso di cibi che sono conosciuti solo in una zona, a volte addirittura solo in un quartiere, o che si possono comprare in una singola pasticceria o panificio.Frascatole, ‘nfasciatieddi, funciddi, piscirè, ‘nfigghiulate, e molto altro ancora: vere e proprie reliquie da preservare. Ogni siciliano, specie se di una certa età, conserva alcuni di questi misconosciuti brandelli di cultura legati ai propri ricordi d’infanzia o all’esperienza ancora viva del quotidiano. È importante riunire il maggior numero possibile di queste informazioni, per un atto di conoscenza collettiva e per una speranza di futura memoria.

Introduzione di Giuseppe Barbera

Il cibo di un popolo, non diversamente dal suo paesaggio, esprime risultati dell’incontro tra la natura del luogo e la sua storia, la sua cultura. In Sicilia, che è una terra dove la natura si manifesta in modi straordinariamente differenti, anche i cibi riflettono tale diversità. Sono, prima di tutto, il risultato di una moltitudine di suoli, di morfologie, di esposizioni e di altitudini e, quindi, di climi; gli ingredienti che li compongono hanno origine in una biodiversità animale e vegetale che risulta essere tra le più alte nel Mediterraneo e si esprime in una straordinaria ricchezza di forme, di sapori, di valori alimentari. La diversità biologica dell’isola ha guadagnato, in termini di varietà e cultivar indotte dalla coltivazione nei sistemi produttivi, quello che, in lunghi anni di sfruttamento agricolo e di depauperamento ambientale, ha perso in numerosità di specie per la scomparsa di molti habitat naturali, per la fine dei suoi agrosistemi tradizionali.

Su una base fisica e naturale così varia, la storia dell’uomo ha contribuito non poco ad aumentare la diversità biologica con l’arrivo e l’incontro fecondo di tante civiltà differenti: ciascuna con le sue piante coltivate, le sue tecniche agricole, i suoi costumi alimentari, le sue sapienze gastronomiche. Dal punto di vista della diversità dei saperi umani, il Mediterraneo ha, nella sua posizione geografica, la ragione della ricchezza propria dei confini (gli ecotoni come li chiamano gli ecologi). I margini, cioè, dove si incontrano ambienti naturali e culture umane diverse scambiandosi geni, informazioni, tecniche e arti. Comunicano tra loro tre continenti e la Sicilia è lì al centro del mare che li unisce, al centro di ogni antico viaggio, pensiero, commercio a elaborare e offrire diversità, complessità, stabilità.

Cibi e paesaggi sono palinsesti. In loro la storia e la natura si avvicendano e si sovrappongono mostrando e conservando nelle forme e nelle sensazioni sensoriali che entrambi diversamente suscitano la loro grande molteplicità. Il problema è svelarla, raccontarla, tramandarla.

Marcella Croce riesce a farlo con i cibi della tradizione siciliana. Il suo libro non è un libro di ricette, nè un libro di storia o di ricordi alimentari e neanche una rassegna etnoantropologica o un florilegio di citazioni. È tutto questo insieme. Gli ingredienti della cultura e della natura siciliana sono presenti e bene amalgamati e, direi, cucinati come in un piatto della tradizione. Marcella scrive bene, conosce geografia e storia dell’isola, è curiosa, va in cerca di storie e tradizioni dimenticate o nascoste. Ma ha anche la curiosità rigorosa dei bravi ricercatori: ogni affermazione è confermata da un dato bibliografico o dal parere di un esperto.

Non ho mai amato molto i libri che scrivono delle tradizioni alimentari siciliane. Sono o lunghe rassegne di ricette o somme di cattive e pretenziose informazioni. Sono, di solito, buoni solo in cucina. Non è questo il caso. Il libro di Marcella non va conservato tra il Cucchiaio d’Argento o Il Talismano della Felicità, Il suo posto è in uno scaffale in biblioteca, costringendolo magari ad un continuo andirivieni verso i fornelli della cucina e una sosta alla tavola da pranzo.

Marcella Croce*,Guida ai sapori perduti.Storie e segreti del cibo siciliano con quaranta ricette.Kalòs,2008.

*Marcella Croce ha conseguito il dottorato in letteratura italiana presso la University of Wisconsin-Madison (USA). Ha tenuto conferenze negli Stati Uniti, Giappone e Israele. È giornalista e collabora con il quotidiano “La Repubblica”. Per conto del Ministero degli Esteri ha insegnato italiano all’Università di Isfahan (Iran) e di Kyoto (Giappone). Ha pubblicato Pupi carretti contastorie (1999), Pupari (2003), Le stagioni del sacro (2004), History on the road – The painted carts of Sicily (2005) e Oltre il chador – Iran in bianco e nero (2006) per il quale ha vinto il 1° Premio di scrittura femminile “Il paese delle Donne”, Roma 2007. NeI giugno 2008 è uscito negli USA un suo libro in inglese sul cibo siciliano: Eat smart in Sicily (Ginkgo Press).

 In copertina fotografia di Melo Minnella.s

Foto di seguito,non presenti nel volume,di Michele Vilardo.

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Vaticano II-Che cosa è andato storto?

McInerny

di Ralph McInerny

A cura di massimo introvigne

La pubblicazione dell’edizione italiana di Vaticano II – Che cosa è andato storto? (Fede & Cultura, Verona 2009) colma una duplice lacuna. Da una parte, mette a disposizione anche dei lettori di lingua italiana uno dei testi fondamentali del dibattito statunitense sul Concilio Ecumenico Vaticano II: un dibattito cui ha partecipato lo stesso cardinale Joseph Ratzinger, e di cui si ritrova l’eco nel magistero di Benedetto XVI. Dall’altra, permette al pubblico italiano di conoscere meglio la figura e l’opera di Ralph McInerny, da molti considerato il maggiore filosofo cattolico vivente, stimato da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI ma ancora poco conosciuto nel nostro Paese nonostante gli sforzi del suo amico e collaboratore Fulvio Di Blasi e dell’associazione Thomas International, che ha fatto pubblicareL’analogia in Tommaso d’Aquino (Armando, Roma 1999) eConoscenza morale implicita (Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2006). Il fatto che un autore così conosciuto negli Stati Uniti sia poco tradotto in Italia fa venire qualche cattivo pensiero: che si sia voluta censurare una voce cruciale ma scomoda?

McInerny, in effetti, è uno dei pochi intellettuali cattolici degli Stati Uniti la cui notorietà supera la cerchia degli accademici e si estende, ormai da anni, al grande pubblico. Nato a Minneapolis il 24 febbraio 1929, dopo studi al St. Paul Seminary, McInerny consegue la laurea in filosofia all’Università del Minnesota e il dottorato presso la Pontificia Facoltà di Filosofia dell’Università Laval, a Québec. Dal 1955 ha insegnato filosofia per oltre cinquant’anni all’Università Notre Dame presso South Bend, nell’Indiana, dove tuttora dirige il Centro Jacques Maritain. Il rapporto con quella che rimane la più grande università cattolica del mondo per numero d’iscritti è cruciale per intendere l’attività e la carriera di McInerny, che a Notre Dame – senza nascondere i problemi che la crisi teologica ha portato anche in questo prestigioso ateneo – ha dedicato parecchi dei suoi scritti. Membro della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino e della Commissione del Presidente degli Stati Uniti per le Arti e le Lettere, McInerny è legato all’Italia e a Roma – dove ha soggiornato ripetutamente – da un rapporto che è insieme culturale e affettivo. Da molti anni è considerato il maggiore specialista vivente di San Tommaso. Le sue opere filosofiche sono in parte destinate agli specialisti, in parte agli studenti e al mondo cattolico per cui ha scritto alcune delle più brillanti e vivaci introduzioni alla filosofia in genere e al tomismo in particolare. Il suo itinerario di filosofo culmina, in un certo senso, con l’opera del 2006 Preambula Fidei. Thomism and the God of the Philosophers (Catholic University of America Press, Washington), da un lato un testo molto tecnico, dall’altro – come ha notato in un articolo sull’Osservatore Romano l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale William Levada (“La società secolarizzata ha bisogno di un’apologetica rinnovata”, 22 giugno 2008) – uno strumento in grado di fondare una “nuova apologetica” in grado di resistere alle rinnovate sfide del secolarismo e del relativismo.

McInerny preferisce certamente essere noto come filosofo. Ma gli è toccato in sorte di diventare uno dei nomi più conosciuti dagli appassionati di gialli e dal pubblico che segue i telefilm polizieschi alla televisione. Il filosofo, in effetti, è anche romanziere e autore di diverse serie di grande successo, tra cui emerge quella – che conta a oggi ventinove volumi – dedicata al sacerdote detective padre Dowling, da cui è stata tratta una fortunata serie televisiva trasmessa anche in Italia. Mentre i telefilm riducono le storie al mero elemento poliziesco, i romanzi della serie di padre Dowling offrono l’occasione a McInerny per riflettere – al di là della trama – sulla crisi della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Anche l’ultima fatica letteraria del filosofo di Notre Dame, The Wisdom of Father Dowling (Gale Five Star, Waterville [Maine] 2009) – una raccolta di racconti brevi –, mostra come l’intrigo poliziesco sia spesso un pretesto per affrontare temi che vanno dall’eutanasia alla crisi della liturgia.

McInerny non si è mai concepito come un filosofo chiuso nella sua torre d’avorio, che interagisce unicamente con i suoi pari e con qualche fortunato studente. Da molti anni si è posto il problema dell’apologetica, collaborando a riviste come First Things del compianto don Richard John Neuhaus (1936-2009) e lanciando anche una serie di pubblicazioni che ha egli stesso animato, come Catholic Dossier Crisis. Un vasto pubblico, che magari lo conosce anzitutto per i suoi romanzi, ha così trovato in McInerny un solido punto di riferimento apologetico e un difensore della Chiesa e del Magistero.

La crisi della Chiesa Cattolica statunitense e la ribellione di molti teologi contro il Magistero è emersa come la preoccupazione cruciale dell’attività apologetica di McInerny. Questi teologi si sono fatti scudo e bandiera del Concilio Ecumenico Vaticano II, dopo il quale nella Chiesa degli Stati Uniti si è verificata la crisi più grave della sua storia. Ma questa crisi, si chiede McInerny, è post Concilium o propter Concilium? Che cosa è andato storto?

La riflessione di McInerny, come sarà chiaro al lettore, parte dalla Chiesa americana, epicentro di quel “Sessantotto nella Chiesa” che è la contestazione pubblica dell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI nel 1968. Il filosofo statunitense mostra che questa contestazione – non il Concilio – è la vera data di partenza della crisi post-conciliare, non solo negli Stati Uniti. La questione non riguarda solo, e neppure soprattutto, gli anticoncezionali ma i problemi dell’autorità nella Chiesa e dell’interpretazione del Vaticano II. La tesi di McInerny, secondo cui idocumenti del Concilio sono di per sé suscettibili di un’interpretazione secondo e non contro la Tradizione della Chiesa, mentre sono stati la presentazione del Vaticano II da parte dei “teologi dissidenti” e il loro capzioso appello allo “spirito del Concilio” contro la sua lettera a causare la crisi è presentata in questo testo in un modo semplice e autorevole. Si tratta di una tesi che ha avuto vasta eco nella discussione che si è svolta negli Stati Uniti negli anni 1990 sul Vaticano II e di cui non hanno mancato di tenere conto anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, due Papi che hanno interagito in modo continuo con l’ambiente teologico americano fedele al Magistero (l’ala cattolica dei cosiddetti teocon) e ne hanno seguito con partecipe interesse i dibattiti.

McInerny mostra come a partire dal 1985, con l’intervista Rapporto sulla fede rilasciata dall’allora cardinale Ratzinger al giornalista Vittorio Messori e con il Sinodo Straordinario a vent’anni dal Concilio, il Magistero inizia a prendere in mano la questione dell’interpretazione del Vaticano II e, con voce sempre più ferma, prende posizione contro il “magistero parallelo” dei teologi del dissenso. I primi risultati di quest’azione, negli Stati Uniti (e forse anche altrove), non sono soddisfacenti: i vescovi non possono o non vogliono imporre la loro autorità ai teologi. Ma la battaglia continuava nel 1998, quando McInerny pubblicò la prima edizione americana di questo testo, e continua ancora oggi. Capire che cosa è successo durante i pontificati di Paolo VI e Giovanni Paolo II è essenziale per tentare di capire che cosa sta avvenendo e potrà avvenire nell’epoca di Benedetto XVI.

“Caritas in veritate”.

“Caritas in veritate”.

 Pagine scelte

 Antologia della terza enciclica di questo pontificato, firmata dal papa il 29 giugno 2009 e resa pubblica il 7 luglio 

di Benedetto XVI

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A cura di Sandro Magister

 1. LA CARITÀ NELLA VERITÀ, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. [...]

3. [...] Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità.  [...] Nella verità la carità riflette la dimensione personale e nello stesso tempo pubblica della fede nel Dio biblico, che è insieme Agápe e Lógos: Carità e Verità, Amore e Parola.

4. [...] Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività. [...]

28. Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l’importanza del tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli. Si tratta di un aspetto che negli ultimi tempi sta assumendo una rilevanza sempre maggiore, obbligandoci ad allargare i concetti di povertà e di sottosviluppo alle questioni collegate con l’accoglienza della vita, soprattutto là dove essa è in vario modo impedita.

Non solo la situazione di povertà provoca ancora in molte regioni alti tassi di mortalità infantile, ma perdurano in varie parti del mondo pratiche di controllo demografico da parte dei governi, che spesso diffondono la contraccezione e giungono a imporre anche l’aborto. Nei paesi economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi, contribuendo a diffondere una mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale.

Alcune organizzazioni non governative, poi, operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta nei paesi poveri l’adozione della pratica della sterilizzazione, anche su donne inconsapevoli. Vi è inoltre il fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati a determinate politiche sanitarie implicanti di fatto l’imposizione di un forte controllo delle nascite. Preoccupanti sono altresì tanto le legislazioni che prevedono l’eutanasia quanto le pressioni di gruppi nazionali e internazionali che ne rivendicano il riconoscimento giuridico. [...]

29. C’è un altro aspetto della vita di oggi, collegato in modo molto stretto con lo sviluppo: la negazione del diritto alla libertà religiosa. Non mi riferisco solo alle lotte e ai conflitti che nel mondo ancora si combattono per motivazioni religiose, anche se talvolta quella religiosa è solo la copertura di ragioni di altro genere, quali la sete di dominio e di ricchezza. Di fatto, oggi spesso si uccide nel nome sacro di Dio, come più volte è stato pubblicamente rilevato e deplorato dal mio predecessore Giovanni Paolo II e da me stesso. Le violenze frenano lo sviluppo autentico e impediscono l’evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere socio-economico e spirituale. Ciò si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista, che genera dolore, devastazione e morte, blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego pacifico e civile. Va però aggiunto che, oltre al fanatismo religioso che in alcuni contesti impedisce l’esercizio del diritto di libertà di religione, anche la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti paesi contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane. Dio è il garante del vero sviluppo dell’uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignità e ne alimenta il costitutivo anelito ad “essere di più”. [...]

34. La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. [...] Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di fede – dal peccato delle origini. [...] La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale. La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo. A lungo andare, queste convinzioni hanno portato a sistemi economici, sociali e politici che hanno conculcato la libertà della persona e dei corpi sociali e che, proprio per questo, non sono stati in grado di assicurare la giustizia che promettevano. Come ho affermato nella mia enciclica “Spe salvi”, in questo modo si toglie dalla storia la speranza cristiana, che è invece una potente risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà. È già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono per sua natura oltrepassa il merito, la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant’Agostino. [...]

35. Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.

Opportunamente Paolo VI nella “Populorum progressio” sottolineava il fatto che lo stesso sistema economico avrebbe tratto vantaggio da pratiche generalizzate di giustizia, in quanto i primi a trarre beneficio dallo sviluppo dei paesi poverisarebbero stati quelli ricchi. Non si trattava solo di correggere delle disfunzioni mediante l’assistenza. I poveri non sono da considerarsi un “fardello”, bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico. È tuttavia da ritenersi errata la visione di quanti pensano che l’economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle.

36. [...] La Chiesa ritiene da sempre che l’agire economico non sia da considerare antisociale. Il mercato non è, e non deve perciò diventare, di per sé il luogo della sopraffazione del forte sul debole. La società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse “ipso facto” la morte dei rapporti autenticamente umani. È certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso. Non va dimenticato che il mercato non esiste allo stato puro. Esso trae forma dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti, l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Così si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale.

La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente.

La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del donocome espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità. [...]

42. [...] La globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno. [...] I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l’intero mondo. [...]

43. [...] Si assiste oggi a una pesante contraddizione. Mentre, per un verso, si rivendicano presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario, con la pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalle strutture pubbliche, per l’altro verso, vi sono diritti elementari e fondamentali disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanità. Si è spesso notata una relazione tra la rivendicazione del diritto al superfluo o addirittura alla trasgressione e al vizio, nelle società opulente, e la mancanza di cibo, di acqua potabile, di istruzione di base o di cure sanitarie elementari in certe regioni del mondo del sottosviluppo e anche nelle periferie di grandi metropoli. La relazione sta nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri.L’esasperazione dei diritti sfocia nella dimenticanza dei doveri. [...]

44. [...] Considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto, anche dal punto di vista economico: basti pensare, da una parte, all’importante diminuzione della mortalità infantile e il prolungamento della vita media che si registrano nei paesi economicamente sviluppati; dall’altra, ai segni di crisi rilevabili nelle società in cui si registra un preoccupante calo della natalità. Resta ovviamente doveroso prestare la debita attenzione ad una procreazione responsabile, che costituisce, tra l’altro, un fattivo contributo allo sviluppo umano integrale. La Chiesa, che ha a cuore il vero sviluppo dell’uomo, gli raccomanda il pieno rispetto dei valori umani anche nell’esercizio della sessualità: non la si può ridurre a mero fatto edonistico e ludico, così come l’educazione sessuale non si può ridurre a un’istruzione tecnica, con l’unica preoccupazione di difendere gli interessati da eventuali contagi o dal “rischio” procreativo. [...]

L’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica. Grandi nazioni hanno potuto uscire dalla miseria anche grazie al grande numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere. La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto “indice di sostituzione”, mette in crisi anche i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae l’accantonamento di risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la disponibilità di lavoratori qualificati, restringe il bacino dei “cervelli” a cui attingere per le necessità della nazione. Inoltre, le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà. Sono situazioni che presentano sintomi di scarsa fiducia nel futuro come pure di stanchezza morale. Diventa così una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società. [...]

45. [...] Oggi si parla molto di etica in campo economico, finanziario, aziendale. [...] È bene, tuttavia, elaborare anche un valido criterio di discernimento, in quanto si nota un certo abuso dell’aggettivo “etico” che, adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell’uomo.

Molto, infatti, dipende dal sistema morale di riferimento. Su questo argomento la dottrina sociale della Chiesa ha un suo specifico apporto da dare, che si fonda sulla creazione dell’uomo “ad immagine di Dio” (Genesi 1, 27), un dato da cui discende l’inviolabile dignità della persona umana, come anche il trascendente valore delle norme morali naturali. Un’etica economica che prescindesse da questi due pilastri rischierebbe inevitabilmente di perdere la propria connotazione e di prestarsi a strumentalizzazioni; più precisamente essa rischierebbe di diventare funzionale ai sistemi economico-finanziari esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni. Tra l’altro, finirebbe anche per giustificare il finanziamento di progetti che etici non sono. [...]

56. La religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo “statuto di cittadinanza” della religione cristiana. [...] La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità.

57. Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere più efficace l’opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell’umanità. [...]

67. Di fronte all’inarrestabile crescita dell’interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l’urgenza della riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale. [...] Urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio predecessore, il beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune,  impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti. Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione. [...]

75. [...] Oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmentequestione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell’uomo. La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita. Qui l‘assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica. Non si possono tuttavia minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha a disposizione. Alla diffusa, tragica, piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente “in nuce”, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una “mens eutanasica”, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta. Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana. Queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana. Chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo sviluppo? Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è? Stupisce la selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto. Pronti a scandalizzarsi per cose marginali, molti sembrano tollerare ingiustizie inaudite. Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell’opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l’umano. Dio svela l’uomo all’uomo; la ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale risplende la Ragione creatrice, indica la grandezza dell’uomo, ma anche la sua miseria quando egli disconosce il richiamo della verità morale. [...]

79. Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, “caritas in veritate”, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. [...] L’anelito del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come “Padre nostro!”. Insieme al Figlio unigenito, possano tutti gli uomini imparare a pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le parole che Gesù stesso ci ha insegnato, di saperlo santificare vivendo secondo la sua volontà, e poi di avere il pane quotidiano necessario, la comprensione e la generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla prova e di essere liberati dal male. [...]

Il testo integrale dell’enciclica, nel sito del Vaticano:

 ”Caritas in veritate” in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

Luigi Di Franco:un poeta da scoprire…….

               CANTI DI PIETRALUNA UN INNO ALLA LIBERTA’

 Di Franco Luigi copertina vol poesia 2009

Il poeta Luigi Di Franco* scrive il canto dell’umanità che conquista la libertà

 “Canti di Pietraluna”. Questo il titolo dell’ultima opera di poesia pubblicata dal poeta Luigi Di Franco di Villarosa che è stata presentata al teatro comunale “Vittoria Colonna” di Vittoria (Ragusa) con l’intervento dell’autore e dei docenti universitari Giuseppe Savoca ed Antonio Sichera della facoltà di Lettere dell’Università di Catania. Il poeta Di Franco che ha pubblicato questa sua nuova raccolta, cinquanta “poesie ad un millennio” come egli stesso le definisce, edite  nell’Aprile 2009 dall’Autore Libri di Firenze, ha sottolineato come occorre sempre imparare finché dura l’ignoranza, cioè per tutta la vita, ma proprio là dove la maggior  parte della gente ha l’impressione  che non si faccia nulla di buono occorre ricostruire templi alla virtù del sapere, altrimenti ci resteranno solo suoni inarticolati di barbarie.

L’opera,ultima raccolta di una trilogia che include i  precedenti volumi “Fuochi barocchi” (edito nel 1996) e “Sentieri del Tempo” (edito nel 1999), traccia un consuntivo dell’esistenza e del percorso culturale del poeta che anela ad una nuova dimensione umana e sociale lontana dall’uomo di oggi ma a lui visibile e pertanto realizzabile.

Quelli di “Canti di Pietraluna” sono versi che inneggiano alla libertà umana colta nel suo scioglimento con i vincoli del materiale all’insegna di nuove categorie ontologiche che sempre più affermano il valore dell’uomo inteso come costante essere in divenire.

L’uomo di queste liriche, in quanto misura di tutte le cose, conferisce senso e valore a fatti e luoghi da egli stesso vissuti evitando che la dirompenza della barbarie umana e istituzionale cancelli ogni retaggio culturale per offrire all’individuo non più una condizione di cittadino, quanto quella di ospite della propria terra.

Con quest’ultima raccolta il poeta Di Franco non si presenta più solo come letterato, ma si qualifica come uomo di azione impegnato in prima persona a smascherare le insidie di una politica miope, della volgarità d’animo, della smania di potere. Poesia lirica e civile, dunque, che nasce da una coscienza matura e consapevole del costante annullamento di ogni valore che si sta vivendo e che con la sua poetica parola apre ad ogni tipo di lettore la possibilità di compiere più profonde riflessioni. In una società in decadenza variamente affaccendata in egoistici interessi ciò che pare mancare alle istituzioni e ai vari gruppi dirigenti è la dimensione speculativa del vero, per questo solo una riconquista ed una rivalutazione della cultura umanistica può offrire rinnovate ragioni di riscatto. “Non c’e’ più tempo di cantare…/Non c’e’ più tempo di restare” scrive il poeta. Ed è il suo congedo da un’umanità ormai schiava, ma anche l’esaltazione consapevole della dignità umana che vale per quanti ancora sanno guardare in alto.

Foto prof. Luigi Di Franco

*Luigi Di Franco è nato e vive a Villarosa, in provincia di Enna.  Laureatosi in Filosofia, in Magistero in Scienze Religiose e in Storia Contemporanea, è docente di Filosofia, Storia e Scienze Umane presso i Licei statali. È membro dell’Accademia Internazionale dei Micenei e della Società Filosofica Italiana, nonché dottorando di ricerca in Storia contemporanea all’Università di Catania nella Facoltà di Scienze Politiche.Ha ricevuto diversi riconoscimenti culturali nazionali ed internazionali fra cui: il Primo Premio di Poesia al Premio «Città di Ragusa», nel 1972; il Primo Premio per la Saggistica alla VII edizione del «Premio Letterario Nazionale Isola Bella» a Stresa, nel 1994; a Varsavia (Polonia) il Primo Premio di poesia e saggistica alla XXIV Edizione del «Premio Letterario Internazionale I Migliori dell’Anno», nel 1996; il Premio «Superprestige Spagna ’98» per la poesia, con «Superpremio Messico» per la saggistica, al Premio Letterario Internazionale«Miguel de Cervantes» nel 1998 a Roma-Madrid; è inoltre stato finalista al Premio letterario-editoriale «L’Autore» nel 1998, con la silloge di poesia inedita Sentieri del tempo; il Primo Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per opere di poesia e saggistica filosofico-letteraria edita, a Roma il 14 dicembre 1999; il «Premio Letterario Internazionale Pirandello 2000» a Luco dei Marsi (AQ); il Primo Premio di poesia al Premio Internazionale «Shakespeare» nel 2001 a Roma; il Premio Internazionale «Cristoforo Colombo» nel 2002 a Madrid-Roma; il Primo Premio per la saggistica e la poesia al «4° Concorso di Saggistica e Poesia Scena Illustrata 2004», a Vietri sul Mare, Salerno, nel 2004. È autore di diversi saggi tra cui L’insegnamento della religione nella storia della scuola italiana (Caltanissetta, 1991); Verità e libertà nell’educazione religiosa (Enna, 1995); La Nostalgia dell’Essere nella poesia di Federico G. Lorca (Roma, 1999); Il “dramma di morte” nella religiosità popolare di Sicilia secondo Leonardo Sciascia (Milano, 2000); Antropologia filosofica e costruzione dell’essere personale (Caltanissetta-Roma, 2000); Dimore della parola nella poesia del Novecento italiano (Roma, 2001); L’Inesauribile filosofia dall’ombra all’essere (Roma, 2001); Caio Giulio Cesare. Scelta e moda culturale nella ricerca storica (Acireale-Roma, 2005); Filosofia ed Abitare Antropologico. La persona iniziativa dell’Essere (Acireale-Roma, 2007); Villarosa prima dello zolfo 1731-1825. Un paese nuovo tra i lumi del potere baronale e il protagonismo borghese nella Sicilia tra ‘700 e ‘800 (Acireale-Roma,2009).Ha pubblicato i volumi di poesia Una terra il mio cuore (Enna, 1993), Fuochi barocchi (Firenze, 1996), Sentieri del tempo (Firenze, 1999) ed ora il volume Canti di Pietraluna (Firenze, 2009).

Saggezza….

L’opera pittorica di Aida Vivaldi.

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INCONTRI  PALERMO

AIDA VIVALDI

L’ULTIMO SUCCESSO DELLA PITTRICE PALERMITANA

                                                                          di

Ferdinando Russo 

La pittrice Aida Vivaldi, ha conseguito il suo ultimo successo nella Spagna con il premio di estemporanea di Pittura  ed il premio speciale della critica per “I girasoli”.La partecipazione alla mostra internazionale di Roses ,nella Costa Brava,segue la mostra antologica, svoltasi con larga affluenza di pubblico al Circolo degli ufficiali di Palermo e presentata dal critico d’arte Dr.Giuseppe Mendola.(1). Nota ormai agli appassionati dell’arte pittorica del capoluogo dell’Isola, dopo che le sue opere hanno fatto una lunga comparsa all’hotel Jolly ,nei mesi ricchi di ospiti stranieri,Lei ha voluto sfidare ora i frequentatori del Circolo degli ufficiali.

Presenti ad onorarla l’Assessore regionale alla P.Istruzione ed ai Beni culturali on.Antonello Antinoro, dirigenti scolastici, docenti, genitori ed alunni. Hanno partecipato, inoltre, alla serata inaugurale, allietata da musica e canti, (maestro di piano, Giovanni Zappulla, tenore Aldo Sardo, regista coordinatore il prof.Gianni Nanfa)e, tra gli altri, il presidente del Consiglio della provincia regionale di Palermo, Marcello Tricoli ,l’Assessore provinciale Lodato, l’ex sottosegretario del ministero degli Interni Ferdinando Russo,ed ancora l’assessore Giampiero Cannella , il Prof.Giovanni Matta presidente dell’Ottagono Letterario e il dr.Enzo Treppiedi. 

Nelle ospitali sale del Circolo hanno fatto bella mostra i quadri, ad effetto tridimensionale, che hanno ottenuto vari premi nelle diverse città, dove è stata accolta con il favore della critica e l’attenzione degli amanti dell’arte. Spicca, tra le opere pluripremiate, “l’Onda- Inno alla Sicilia”, che, per la giornalista Ilenia Fiorito, <descrive il carattere passionale e dirompente della nostra regione e dei suoi abitanti>e, per Caterina Giaccone, <fa nascere sensazioni di puro stupore e di vibranti emozioni che attivano la fantasia >….<le linee e i colori diventano così le rime di una poesia, le note di una canzone, un inno alla terra natale, una terra che con i suoi colori, la sua storia, i suoi contrasti ha plasmato l’animo dei suoi figli, ha fatto vibrare di forti passioni  l’arte dei suoi artisti,che l’hanno immortalato nelle loro opere>.

L’opera è stata premiata al Lago di Lugano ed a Palermo, ancora recentemente, con il Trofeo alla carriera di Pittrice il 28 febbraio 2009. Tra le principali città che hanno apprezzato le opere pittoriche della Vivaldi: Loret De Mar, Genova, Firenze, Viareggio, Belluno, Cortina d’Ampezzo,le città della Valle d’Aosta , e poi nelle Marche ed in Sicilia ,Cefalù, Bagheria, Taormina,Palermo .E la Sicilia è stata presente con il Ponte Ammiraglio di Palermo, con  S.Giovanni degli Eremiti, con i tanti monumenti barocchi ed i riferimenti a Giacomo Serpotta, con la sua “ città mitica e leggendaria “. 

Aida è ora di ritorno dalla la Spagna invitata ad una settimana delle arti mediterranee, con il suo bagaglio d’opere e con il suo curriculum educativo.  Insegnante nella scuola media e professoressa in corsi di specializzazione per adulti in “Storia dell’Arte e pittura, la Vivaldi è socio dell’UCAI (Unione Cattolica Artisti Italiani ) la cui Presidente è la Prof. Fulvia Reies, e del Serra Club di Palermo,presieduto da  Maria  Lo Presti e non lesina la partecipazione alle iniziative associative degli artisti, agli eventi socio-culturali della città ed alle iniziative di pregnante sapore educativo. 

La pittrice è animata dalla passione e dall’ispirazione per il bello, per la natura, il paesaggio, il patrimonio architettonico dell’Isola. L’amore per la Sicilia, più presente in genere da parte degli stranieri che la visitano, rispetto agli isolani, è una costante nell’arte della Vivaldi, come in Lo Iacono, Giambecchina, Guttuso, Mirabella. ,Madè, Perret, Caruso. 

<Nelle tele, >, scrive G.Mendola <i panorami delle coste, lambite dal mare e dalle falde delle montagne volte al cielo luminoso, non tralasciano la ricca vegetazione in pianura>.<Ma è la tecnica la carta vincente del Vivaldi dalla grafica al mosaico, dalla spatola alla carta pesta, dall’acrilico alla tecnica mista al rilievo>. E’ così che sono rappresentati i fiori dell’Isola, di tutte le stagioni, a far mostra dei colori mediterranei, dai girasoli, ai glicini delle ville palermitane. 

Ed il cielo di Palermo di un azzurro intenso inonda di luce, solo a volte schermata, gli sfondi dei volti siciliani, scolpiti nella passione femminile, immagini tra classicismo iconoclastico e sacralità espressiva.  Il barocco, identitario dell’arte siciliana più conosciuta, trapela con una certa invadenza Nei quadri esposti dell’antologica, ripresi dal provetto operatore cine-tv, Alberto Russo, promotore e regista d’eventi del mondo degli artisti palermitani e coordinatore e regista della settimana della poesia e della cultura per alcune reti televisive siciliane, settimana ispirata dagli instancabili operatori culturali, Tommaso Romano, Elio Giunta, Francesca Luzzi, Giovanni Matta, Balletti, Russo, Reies, Caracozzo.(2). La Vivaldi vive il nostro tempo ed i fiori multicolori diventano invito a salvare l’ambiente, con la nota biodiversità, che si riscontra nell’Orto Botanico di Palermo, e di cui è ricchissima l’Isola, ma si riscopre nei parchi e nelle riserve, nei giardini residuali delle  ville storiche delle città. Alla vocazione artistica si unisce nella Vivaldi la innata tensione per il bene comune,per la educazione alla cittadinanza, per la difesa dell’ambiente ,per la legalità, premessa condivisa da chi rispettando il creato, eleva il pensiero al Creatore.  

E così la sua professione varca i consueti binari del vivere e dell’operare in un chiuso egoismo artistico e, come gli antichi pittori ed alcuni maestri siciliani(ricordiamo l’ultimo che ci ha lasciato a Monreale Benedetto Messina), diventa animatrice dei laboratori di pittura per i ragazzi delle scuole palermitane,per una iniziativa della Comunità Europea. 

La Vivaldi ha voluto invitare alla mostra di Palermo molti alunni delle scuole palermitane, quasi per fugaci stages nel regno delle arti e della cultura contemporanea, ,assaggi conoscitivi alla scoperta di vocazioni e talenti .(3) In un mondo ed in un momento socio-economico, alla ricerca di spazi per l’occupazione, che valorizzino risorse umane e talenti, legati alla migliore identità culturale della Sicilia, ove spesso i giovani,perduti i maestri familiari, rischiano il disancoraggio dalle radici culturali e professionali  localistiche, sbandano e si perdono ,travolti dall’alcol e dalla droga,la svolta vocazionale dell’attività della Vivaldi si carica di senso educativo. 

La pittrice s’incontra, in un dialogo a distanza, con l’opera saggia e educativa di una altro maestro contemporaneo di Palermo, il maestro Girolamo Di Cara, che mostra ed insegna alle scolaresche, nelle sue storiche esposizioni di pitture legate alle opere del barocco siciliano,(4),a Caltanissetta,a Ragusa,a Siracusa, a Palermo,a Chiusa Sclafani,a Bisacquino,a Giuliana,a Castelvetrano,a Gela,a Catania ,il “barocco sconosciuto della porta accanto”,presente a Palermo, come in moltissimi comuni dell’Isola e non sempre come una identità culturale da salvaguardare e far conoscere meglio.

Aida si fa così maestra, come gli antichi artisti e i capo-mastri delle botteghe artigiane dei quartieri di Palermo, o come Benedetto Messina con i suoi tanti allievi e discepoli del Monrealese. Se il suo ed il loro esempio fossero emulati e/o copiati nel settore della musica, della ceramica, della scultura,del restauro,della sartoria d’eccellenza,dei vestiti e delle tante arti perdute ,ma attenzionate dalla programmazione culturale del corrente anno del CESIFOP(5),non sarebbero in molti i giovani salvati dalla disoccupazione e dalla disperazione? 

onnandorusso@libero.it 
 

1)G.Mendola, dalla presentazione della mostra d’Aida Vivaldi-Palermo 2009 

2)Sito Alberto Russo, in www.studiocvc.it o in www.youtube.it cliccando i dvd d’Alberto Russo, 

3)M.Martorana, in Giornale di Sicilia del 16 aprile 2009 Gli alunni alla mostra della pittrice Vivaldi. 

4)A.Russo Architetto, L’0pera del maestro Girolamo Di Cara ,pittore e poeta del barocco siciliano

Si fa maestro dei ragazzi di Caltanissetta in CNTN,Anno VI N.36 ,21 maggio 2006

5)CESIFOP – www.cesifop.it oppure www.yuotube.i cliccando cesifop.

Ricordare Mons.Giovanni Speciale…..

j.invito

Oggi pomeriggio,verrà intitolato il museo diocesano di Caltanissetta alla spendida figura del suo fondatore:Mons.Giovanni Speciale, deceduto circa un anno fa. Don Giovanni,o Padre Speciale come tutti lo chiamavamo, è stato un figlio della chiesa nissena davvero “Speciale”. Figura eclettica,uomo di profonda e grandissima cultura,sacerdote degnissimo,appassionato di arte sacra. Ma padre Speciale è stato,per oltre un trentennio,il Rettore con la “R” maiuscola.Formatore di intere generazioni di seminaristi e di sacerdoti,secondo il cuore di Dio e della Chiesa.Persona liggia al dovere  che avvertiva,fortemente,la responsabilità di cui era investito,perchè dalla formazione dei futuri sacerdoti dipende la vita e il futuro della chiesa locale.Don Giovanni ne era pienamente consapevole e ha speso tantissime energie per consegnare alla diocesi nissena sacerdoti degni di tale nome,attraverso un discernimento serio e rigoroso,senza se e senza ma….senza tentennamenti….e senza cedere alla tentazione delle ordinazioni-tappa buchi. Don Giovanni ha speso,gran parte della sua vita,a formare,ad educare, a discernere,a trasmettere la passione per il Bello. Ha dato tanto alla chiesa nissena,non ultimo per importanza, quel meraviglioso gioiello che è il Museo Diocesano,voluto fortemente e realizzato da lui. Il museo diocesano come luogo identitario della storia della chiesa locale. Il museo per scongiurare che tanta parte del patrimonio artistico della diocesi potesse perdersi…..conservare per tramandare.Cioè trasmettere alle generazioni presenti e future la storia della inculturazione della fede cattolica in quei territori. Pertanto,è quanto mai doveroso intitolargli il “suo” museo ad un anno,circa,della sua dipartita terrena con una mostra dal titolo dantesco ” Figlia del tuo Figlio”:icone di maternità realizzate da Ennio Tesei,Ernesto Lamagna,Silvana Pierangelini Recchioni. A tagliare il nastro inaugurale il Vescvo Mons.Mario Russotto. L’ arte, come veicolo  della Verità rivelata e tramandata,da una generazione all’altra,  a disposizione di chi cerca la Verità,perchè “la Verità vi farà liberi”.

Marcia indietro su:fisite fiscali e orari di reperibilità.

Il ministro Brunetta  aveva allungato le fascie di reperibilità oraria per i pubblici dipendenti assenti per motivi di salute e,inoltre,aveva emesso la circolare n° 8 del 5.9.08 per meglio chiarire l’art. 71 della legge 133/2008: sembrava proprio un voler punire i docenti colpevoli di “malattia”, prolungando le fasce di reperibilità in occasione della visita fiscale.
Il Governo ha fatto “marcia indietro” e con il D.L.26-06-09  ha reintrodotto il vecchio orario di reperibilità da rispettare nei giorni di malattia, cioè dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19; di conseguenza cade l’obbligo di farsi trovare in casa dal medico fiscale fra le 8 e le 13 e tra le 14 e le 20.
   Non solo. Per effetto delle modifiche apportate, viene definitivamente chiarito che la certificazione della malattia può farla anche il medico convenzionato con il servizio sanitario nazionale; inoltre si chiarisce che i costi delle visite fiscali sono a carico delle ASL (e non dei dissestati fondo-cassa delle amministrazioni scolastiche) e  viene abrogato il comma 5 dell’art. 71 che assoggettava tutte le assenze, a qualsiasi titolo richieste, alle stesse trattenute in vigore per la malattia: in questo modo le assenze per donare il sangue , quanto a trattenute, ora sono equiparate alle presenze così come tutte le altre assenze non dovute a malattia.
   Si è dunque posto rimedio ad alcune situazioni contenute nell’art. 71, ma  non a tutte. Rimane  la ”tangente” sulla malattia: la decurtazione nella busta paga per i giorni di malattia non sarà più applicata solo a chi lavora in polizia, forze armate e vigili del fuoco. Comunque  sarebbe stato più opportuno non creare discrepanze tra le varie categorie sociali.  Auspichiamo una nuova “retro-marcia ” che consenta al  personale scolastico in malattia di non essere ulteriormente penalizzato.

L’IRC:catechesi o cultura religiosa?

PPaulus

Premesso che ad un docente di religione non è proibito pensare,parlare e scrivere;premesso che anche in un contesto di Chiesa c’è spazio per la libertà di pensiero,di opinione e di parola;premesso che l’art. 21 della Costituzione Italiana garantisce la libertà di espressione ad ogni cittadino;premesso che il mio dire vuole essere un contributo costruttivo;premesso che se Qualcuno si dovesse permettere di minacciarmi,mobizzarmi,o tentare di mettere a tacere il mio libero dire, passerò,immediatamente,alle vie di fatto,con le querele giudiziarie,dirò quanto segue:

il bisogno di riflettere, oggi, sull’insegnamento religioso non solo in Italia è fortemente motivato dalla presenza di molteplici modalità di applicazione che impongono scelte giuridiche e di politica educativa che non sono senza conseguenze per legittimare la presenza e la forma dell’insegnamento della religione nella scuola. Infatti, la nuova idea di cittadinanza europea attualmente discussa deve essere pensata e tradotta in progetti e programmi politici e strategie educative.

     Sul versante del sistema pubblico di insegnamento il rapporto scuola-religione, regolato in parte per via pattizia (art. 9 Accordo 18 febbraio 1984 e connesso n. 5 Protocollo addizionale [legge 25 marzo 1985 n. 121] con i conseguenti d. p.r. 16 dicembre 1985 n. 751 e 23 giugno 1990 n. 202; art. 10 legge 21 febbraio 1984 n. 449; art. 10 legge 22 novembre 1988 n. 516; art. 9 legge 22 novembre 1988 n. 517 ; art. 11 legge 8 marzo 1989 n. 101) in parte per via unilaterale, si interroga, invece, su altri tipi di questioni, primo fra tutti il ruolo da riconoscere all’insegnamento religioso nel palinsesto generale dei programmi scolastici, in modo che sia compatibile con la libertà di coscienza dei genitori e allievi, come reclama la Carta costituzionale (artt. 2, 19, 21).

accanto ai temi classici che hanno e continuano a caratterizzare il sistema scolastico europeo, i fermenti multiculturali obbligano ormai a riflettere in maniera più articolata sulla laicità e libertà di coscienza, là dove il pluralismo dei simboli; i programmi scolastici; la organizzazione didattica e amministrativa delle scuole richiedono la predisposizione di nuove procedure e regole di gestione del sistema educativo-formativo.

Viene da porsi,sin da subito,una domanda: l’ora di religione nella scuola italiana è ancora  catechesi scolastica ? E interessante far notare come il DPR n. 503 del 14 giugno 1955 confermava l’ispirazione confessionale dei programmi generali della scuola elementare e il DPR n. 584 dell’li giugno 1958 l’orientamento religioso della scuola materna.

Nel 1963 nei programmi di religione che rispondevano all’istituzione della scuola media unica si legge che l’educazione religiosa «contribuirà in modo eminente all’armonico e completo sviluppo dell’alunno, presentandogli in termini la vita di fede e di grazia e guidandolo ad operare, nell’esistenza di ogni giorno, in vista di questo ideale soprannaturale». La prospettiva catechistica è stata confermata ancora dai programmi per la scuola media superiore del 1967, in tale contesto si afferma che l’insegnamento della religione deve essere orientamento alla formazione e alla maturazione cristiana dei giovani.

Anche ai meno attenti apparve, però, evidente come l’insegnamento concepito secondo una rigida visione catechistica cominciò a vacillare sin dai primi anni ‘70: il progressivo affermarsi della scolarizzazione di massa. il veloce modificarsi della società in senso pluralista, il tiepido affacciarsi del multiculturalismo, imposero un ripensamento di tale insegnamento.

Comincia, quindi ad emergere la necessità di individuare e di operare scelte che delineassero un nuovo rapporto scuola-religione.

Nel 1967 principia il lungo percorso di revisione dei Patti Lateranensi che si concluderà, come vedremo, nel 1984 con il “Nuovo Concordato”.

Il mondo cattolico non rimase immobile di fronte a tale situazione, ma avvertì, anche se con modalità diverse, la necessità e l’urgenza di delineare questi nuovi rapporti, e sulla spinta dell’imperativo all’aggiornamento, lanciato dal Vaticano Il e di fronte al veloce mutamento della società italiana comincia a dare alcuni segnali; è a tale riguardo interessante un documento della CEI del 2 febbraio 1970: Il rinnovamento della catechesi. Nel ponderoso documento pur rimanendo nell’ambito della catechesi e pur definendo gli insegnanti di religione «catechisti della scuola» si nota una nuova prospettiva per l’insegnamento della religione non più visto unicamente come trasmissione delle verità della fede ma inserito in un contesto più ampio e complesso, si legge nel testo: «La scuola fa parte propriamente delle strutture civili, in certa proporzione anche quando essa è organizzata dalle diocesi o da istituti religiosi, Interessa la catechesi nella misura in cui anche le umane istituzioni possono essere ordinate alla salvezza degli uomini e concorre alla edificazione del corpo di Cristo. Nella scuola, la catechesi deve caratterizzarsi in riferimento alle mete e ai metodi propri di una struttura scolastica moderna. La formazione integrale dell’uomo e del cittadino, mediante l’accesso alla cultura, è la preoccupazione fondamentale. L’educazione della coscienza religiosa si inserisce in questo contesto, come dovere e diritto della persona umana che aspira alla pina libertà e come doveroso servizio che la società rende a tutti. Nella scuola, il messaggio cristiano va presentato con serietà critica e con rispetto delle diverse situazioni spirituali degli alunni. Si devono curare il confronto con le diverse culture e il dialogo tra quanti onestamente cercano, in proporzione alle esigenze e alle capacità di ciascuno.» Si noti come nel documento si sottolinea l’importanza di inserire l’insegnamento della religione nella realtà della “scuola moderna” e come, pur nel sollecitare l’urgenza di attivarsi nella presentazione e trasmissione “critica” del messaggio cristiano si porti l’attenzione sul contesto pluralista nel quale questo messaggio è lanciato.

Nel 1971 un altro documento: una Nota dell’Ufficio catechistico nazionale, mette bene in luce come si stia aprendo una nuova fase e come la concezione dell’insegnamento della religione come “catechesi scolastica” abbia ormai fatto il suo tempo.

Si delinea una sensibilità nuova, più attenta alle ragioni proprie della scuola, emerge una visione “scolastica” della religione e dopo aver affermato che una scuola formativa non «può tralasciare di rendere agli alunni un servizio adeguato, per il risveglio, l’interpretazione e la maturazione del senso religioso» perché elemento irrinunciabile per lo sviluppo integrale e la formazione di tutto l’uomo, si afferma sull’insegnamento della religione: «Va detto, innanzitutto, che l’ambiente scolastico non può essere inteso come luogo di una piena esperienza cristiana, quale può essere, invece l’ambiente ecclesiale. E piuttosto il luogo, in cui i valori cristiani devono essere conosciuti e approfonditi, così che gli alunni siano capaci di fare una ricerca più piena, nei modi che riterranno opportuni. Questo vale sia per chi è alla ricerca di una scelta religiosa, sia per chi ha bisogno di verificare le scelte fatte. E chiaro, pertanto, che le finalità di un insegnamento riferito ai valori cristiani-cattolici non possono essere quelle di una pura trasmissione di sintesi dottrinali precostituite; come non possono essere quelle di un puro aggancio agli interessi occasionali e superficiali degli alunni.

Anche per fedeltà ai valori del cristianesimo e della religione in genere, oltre che per il rispetto alla posizioni spirituali di tutti e di ciascuno, gli educatori devono aprire i giovani al dialogo, alla libera espressione, in uno stile di viva responsabilità.»

 

Il superamento dell’insegnamento della religione come pura catechesi è quindi ormai linea comune della chiesa italiana, non solo auspicio di alcune avanguardie, questo è espresso in modo esplicito in un interessante documento del 1976; il documento, della Consulta nazionale della pastorale scolastica, è molto importante, in quanto redatto in funzione di uno dei momenti più significativi per la chiesa italiana degli anni ‘70 del secolo scorso, il Convegno su «Evangelizzazione e promozione umana». Il testo che riportiamo ci sembra estremamente chiaro:

 

«Sembra che il convegno … non debba lasciar cadere l’occasione per assumere una chiara presa di posizione in ordine alla doverosa presenza nella scuola pubblica di un insegnamento della religione, motivato a partire dalle finalità stesse di una scuola tendente alla formazione piena e integrale dell’alunno ed aperta alla lettura e interpretazione della realtà socio-culturale del nostro tempo, in cui il fatto religioso costituisce una componente operante e fondamentale. Naturalmente tale insegnamento di religione non potrà non tenere conto, da una parte, dell’ambiente in cui si svolge (e cioè della scuola di tutti, caratterizzata non solo dal pluralismo ideologico, ma soprattutto dalla connotazione critica della proposta educativo-culturale) e dall’altra, del doveroso rispetto sia della laicità della scuola che della libertà religiosa dell’alunno. Ciò comporta il superamento di un insegnamento della religione, inteso soltanto come vera e propria catechesi, obbligatoria per tutti, per aprirsi ad una concezione insieme più larga e più duttile di ricerca, di riflessione, di confronto e di educazione al (e del) senso religioso della persona, di enucleazione dei valori religiosi autentici, della loro originalità nei confronti di ogni altro valore, di fondazione critica del messaggio cristiano e della sua trascendenza nei confronti di ogni cultura, oltre che della sua capacità di rispondere agli interrogativi supremi dell’uomo (cf. Il rinnovamento della catechesi in Italia, nn. 154-155).

Decisamente aria nuova e che questo “nuovo” modo di concepire l’insegnamento della religione si stia diffondendo si evince anche dal moltiplicarsi dei dibattiti, spesso molto accesi, che si registrano in quegli anni; si deve inoltre rilevare il tentativo di cominciare un’analisi sistematica e “alta” sulla natura, sulla epistemologia della “disciplina” religione, ne sono testimonianza una serie di pubblicazioni, fra le quali ricordiamo i volumi Insegnare religione oggi i due volumi, il primo dedicato alla scuola primaria e il secondo alla secondaria, sono curati dall’istituto di Catechetica dell’Università Salesiana e sono, forse, il primo tentativo di offrire agli insegnanti di religione un

quadro di riferimento che permetteva di definire i termini del problema e le questioni nodali concernenti l’insegnamento religioso; offriva, inoltre, alcuni principi operativi per insegnare religione secondo la logica della scuola. Gli autori sottolineavano nella premessa ai volumi: «Il nostro studio vorrebbe offrire un contributo: … perché qualunque sarà la forma di presenza dell’insegnamento della religione (IR) nella scuola: facoltativo, opzionale, o integrato nell’area comune, esso continui a essere considerato in relazione con i compiti della scuola e cioè come IR, “approccio culturale” alla religione, e non come catechesi.»

In parte questa nuova riflessione è recepita anche dai libri di testo, alcuni autori, allontanandosi dalla impostazione tradizionale, di ferrea matrice catechistica, propongono nuovi percorsi e modalità differenti di approccio al religioso. Fra i molti ricordo un testo del 1976 che proponeva un interessante percorso pluridisciplinare; curato da Chiavacci e Listri il testo si presentava come un’antologia e proponeva un insegnamento della religione di alto livello culturale in dialogo con le altre discipline, si legge nella premessa:

«Sappiamo bene, per lunga esperienza, che oggi — fuori e dentro la scuola — affrontano le tematica religiosa un poco a caso, partendo dall’ultimo problema scottante di cui han sentito discutere. Così spesso le discussioni e lezioni di religione si trasformano in dibattiti estemporanei (e inevitabilmente superficiali) sui problemi cosiddetti di attualità. Il testo che presentiamo nasce invece dalla convinzione che una certa organicità e sistematicità è l’unico modo per collocare un problema nella giusta luce, e che è impossibile risolvere o approfondire un problema religioso di attualità fuori del quadro globale dell’annuncio cristiano.»

 Il Concordato del 1984, la nuova disciplina. La riforma legislativa conseguente ai Concordato del 1984 non ha posto termine alle molte discussioni in merito alla disciplina ma ha il pregio di proporre, in maniera definitiva, un “nuovo” insegnamento della religione cattolica che si pone, se pur in continuità con la vecchia “ora di religione”, non più come catechesi scolastica ma come approccio culturale al fenomeno religioso con riferimento specifico al suo inveramento nel cattolicesimo. Osserva Sergio Cicatelli: «Con l’Accordo del 1984 l’Ir è diventato Irc, sottolineando la sua specificità cattolica, ma abbandonando improprie intenzioni catechistiche e posizioni di primato nell’ordinamento scolastico. Da un lato, infatti, l”attuale Irc si inserisce nel “quadro delle finalità della scuola”; dall’altro, trova fondamento in una duplice ordine di motivazioni culturali e storiche: la Repubblica italiana dichiara, infatti, di riconoscere “il valore della cultura religiosa” e di tener conto del fatto che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (art.9.2)»2°

Il punto di partenza è, dunque, quello che possiamo definire, con un linguaggio improprio, il nuovo Concordato che fu firmato il 18 febbraio 1984 dall’allora premier del governo italiano Bettino Craxi e dal cardinale segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli. Osserva, sul nuovo Concordato, lo storico Maurilio Guasco: «ciò che non era riuscito negli anni precedenti alla Democrazia Cristiana, riusciva ora al leader del Partito Socialista, il partito che vanta la maggior tradizione anticlericale nella storia italiana, e che, a differenza del Partito Comunista, si era duramente opposto alla ricezione dei Patti Lateranensi nella Costituzione italiana. Da parte ecclesiastica, la presenza del segretario di Stato conferma la volontà del Vaticano di gestire ancora in proprio i rapporti con l’italia, e di non volerli delegare alla Conferenza Episcopale Italiana».

Si legge nel Protocollo addizionale: «1. In relazione all’art. I: Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.»22 Si afferma così l’autentica aconfessionalità e laicità dello Stato.

Il rapporto con le altre Chiese o Confessioni religiose, presenti sul territorio nazionale, non più considerate “culti ammessi” e quindi di fatto solo tollerate, sarà regolato da Intese, prima discutere e poi firmare, con lo Stato italiano che avrebbero delineato i loro diritti e doveri.

Ricordo che ad oggi sono già state firmate le intese con: la Tavole valdese, il 21 febbraio 1984 e il 25 gennaio 1996; con le Assemblee di Dio in Italia (AD!), il 29 dicembre 1996; con

l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, il 29 dicembre 1986 e il 6 novembre 1996; con l’Unione comunità ebraiche in Italia (UCEI), il 27 febbraio 1987 e il 6 novembre 1996; con l’Unione cristiana evangelica battista d’italia (UCEBO), il 29 marzo 1993; con la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), il 20 aprile 1993; non sono ancora in vigore perché in attesa dell’emanazione della Legge di approvazione, l’intesa firmata il 20 marzo 2000 con Unione buddhista italiana (UBI).

 

Nell’ art. 9 dopo aver, al comma 1., garantito alla Chiesa cattolica, in conformità al principio della libertà della scuola e dell’insegnamento, scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione e sancito per queste il principio di parità, al comma 2. si mette a fuoco la questione dell’insegnamento della religione nelle scuole dello Stato, così recita: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado.

Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.»23

 

L’insegnamento delle religione cattolica è, quindi, previsto come insegnamento integrante dell’ordinamento scolastico, le ragioni della stabilità di tale insegnamento sono dettate, quindi, dal riconoscimento del valore della cultura religiosa in generale e dall’affermazione che lo storicizzarsi ditali valori nei principi nella religione cattolica è parte del patrimonio storico italiano.

Le finalità che assume l’insegnamento della religione cattolica come proprio non possono che essere quelle della scuola, cioè ricavabili dalla Costituzione e dalla legislazione scolastica; è, quindi, finalità primaria anche dell’insegnamento della religione cattolica promuovere lo sviluppo della piena formazione della personalità degli alunni.

In questa prospettiva, quindi, non è più la Chiesa che gestisce uno spazio autonomo nella scuola dello Stato ma è lo Stato, con il quale la Chiesa collabora, che chiede a quest’ultima di offrire un servizio, quello appunto dell’istruzione religiosa, a tutte le famiglie e agli alunni che ne fanno richiesta.

L’art. 9 del Concordato contiene quindi l’assicurazione che l’insegnamento della religione cattolica verrà impartito in tutte le scuole di ogni ordine e grado e che ciascun interessato, genitore o alunno per le superiori, ha il diritto di avvalersi o non avvalersi di tale insegnamento. Abbiamo quindi con la revisione concordataria del 1984 una trasformazione, si passa dal vecchio insegnamento obbligatorio con possibilità dell’esonero ad un insegnamento facoltativo del quale è possibile avvalersi o non avvalersi.

Dopo quanto detto sulla valenza generale della cultura religiosa e sull’importanza della cultura cattolica ciò può sembrare contraddittorio, di fatto non lo è se si tiene presente che l’insegnamento della religione cattolica è si inserito nelle finalità generali della scuola di Stato ma è confessionale, cioè insegnato, come si ribadisce nel Protocollo addizionale, in conformità alla dottrina delle Chiesa, che prepara i programmi, gli insegnanti e visiona i testi. Ne consegue che la nuova formula non è un semplice ribaltamento del vecchio sistema, cioè, mentre prima si sceglieva di non fare religione oggi si sceglie se fare religione. No la formula del nuovo Concordato è su questo punto assolutamente equilibrata: tutti devono scegliere, dichiarando la propria volontà se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica.

 Su la non facile questione della facoltatività si è acceso un lungo dibattito che ha coinvolto anche la Corte costituzionale; la massima istituzione ha sentenziato, mettendo fine alle polemiche, spesso pretestuose, che  l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo per gli alunni ma non è facoltativo per lo Stato che deve assicuralo, si legge nella sentenza n. 203 dell’il aprile 1989: «lo Stato è obbligato, in forza dell’accordo con la Santa Sede, ad assicurare l’Irc. Per gli studenti e per le loro famiglie esso è facoltativo: solo l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo scolastico di frequentarlo» Ricordo, inoltre, che per garantire la piena libertà di coscienza ditale scelta la legge n. 281 del 18 giugno 1986 affermava che gli studenti delle scuole medie superiori all’atto dell’iscrìzione potevano esercitare personalmente il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica.

 

Detto ciò mi chiedo:che senso ha incentrare,per un intero anno,la formazione degli IDR sull’anno paolino? Forse che l’IRC a scuola è un corso monografico sulla straordinaria figura di Paolo? Inoltre,che senso ha titolare il convegno estivo:il docente di IR tra l’annuncio evangelico e la responsabilità educativa? Quale sarebbe il legame tra la responsabilità educativa,propria di ogni docente compreso l’idr, e l’annuncio evangelico? Cosa s’intende per “annuncio evangelico” nel contesto scuola? Infine,se è vero che il convegno è stato autorizzato dall’USR Sicilia perché non viene citato il numero di protocollo dell’autorizzazione? Perché nelle scuole non è arrivata la comunicazione della presunta autorizzazione?

Sangue e diritto nella Chiesa.

Boni_zanotti

Un motivo conduttore percorre l’origine e l’evoluzione dell’ordinamento giuridico della Chiesa, fino a contribuire a comporne il profilo identitario, quello del sangue: il sangue versato nel sacrificio che fonda il cristianesimo; che si fa tabù e divieto nell’antropologia occidentale e nel diritto; che tornerà a pulsare in ogni uomo, secondo la profezia, nella gloria dell’ultimo giorno. Questi passaggi vengono riproposti nella loro coerenza normativa millenaria dalle pagine di questo libro. 
Sangue e diritto, dunque, ma non solo: qui la prospettiva giuridica si salda direttamente al retroterra storico e sociologico, ma soprattutto a quello liturgico e teologico che reggono le norme e le dotano di senso, conferendo ad esse quell’organicità tipica di ogni ordinamento a base religiosa, segnatamente di quello canonico. L’attenzione per questo tema non si attenua – come pure ci si potrebbe aspettare – in un tempo, il nostro, così segnato dalla secolarizzazione e, su altro versante, dalla virtualità: anzi proprio la tenuta della sua centralità, sottolineano gli autori, testimonia di quanto il sangue, con i suoi significati simbolici e le sue proiezioni giuridiche, significhi nell’economia del sacro, che ancora incide, e non secondariamente, sulla vicenda umana. 

INDICE 
Introduzione p. 7 

I. Il sangue di Cristo 13 
1. Sangue e diritto 13 
2. Il sangue di Cristo come superamento del sacrificio 
veterotestamentario e suggello della nuova alleanza 17 
3. Le controversie eucaristiche 22 
4. Fra Oriente e Occidente 27 
5. Il vino eucaristico 33 

II. «Ecclesia abhorret a sanguine» 71 
1. La Chiesa delle origini e il rifiuto della guerra 71 
2. I chierici, la violenza, le armi 76 
3. I fondamenti canonistici della giustificazione dell’‘effusio sanguinis’ cristiano e dello ‘ius gladii’ della Chiesa nelle urgenze della riforma gregoriana e della lotta per le investiture 80 
4. L’apporto dell’età classica in materia: in particolare chierici e ‘judicium sanguinis’. Sviluppi successivi e approdi contemporanei 85 
5. Inquisizione e braccio secolare 94 
6. Alcune proibizioni peculiari 105 
6.1. I chierici e la caccia 105 
6.2. I chierici e l’esercizio della medicina e della chirurgia 112 

III. I divieti basati sul vincolo del sangue 157 
1. Ostacoli al conferimento degli ordini sacri 157 
2. Impedimenti alla celebrazione del matrimonio 161 
3. Purezza del sangue e trasmissione della fede e dell’eresia 170

IV. Sangue e antropologia cristiana p. 205 
1. Sangue, sacrificio, penitenza e rinuncia 205 
2. Le prescrizioni alimentari nel cristianesimo 209 
2.1. Il divieto di mangiare sangue 209 
2.2. Il digiuno e l’astinenza dalla carne. Carne e pesce. Le disposizioni vigenti e il loro attuale significato 214
3. Il sangue della donna mestruata e della puerpera 224 
3.1. Il sorgere e il consolidarsi di un pregiudizio 224 
3.2. La donna e l’altare 231 
4. Sangue e luoghi sacri 237 
5. Le ‘liturgie del sangue’ 242 

V. Il sangue glorioso 299 
1. Sangue e resurrezione 299 
2. Il sangue dei martiri 308 
3. Sangue, reliquie e miracoli. Il culto del ‘Prezioso Sangue’ 314

Geraldina Boni insegna Storia del diritto canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna e Diritto canonico presso la sede di Ravenna della medesima Facoltà. Tra i suoi libri: «Gli archivi della Chiesa. Profili ecclesiastici» (Giappichelli, 2005), «Chiesa e povertà: una prospettiva giuridica» (Edizioni San Paolo, 2006), «Conoscere il diritto canonico» (con G. Dalla Torre, Edizioni Studium, 2006).

Andrea Zanotti insegna Diritto canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: «Le manipolazioni genetiche e il diritto della Chiesa» (Giuffrè, 1990), «Rappresentanza e voto negli Istituti religiosi» (Giappichelli, 1997), «Il matrimonio canonico nell’età della tecnica» (Giappichelli, 2007).

G. Boni – A. Zanotti
Sangue e diritto nella Chiesa.
Contributo ad una lettura dell’Occidente cristiano 
pp.350, € 25,00
Il Mulino, Bologna, 2009

“DITTATURA DEL RELATIVISMO”: STORIA DI UNA FRASE CLAMOROSA.

di ANTONIO SOCCI

Viene dal cardinale Giuseppe Siri in una straordinaria intervista del 1970 dove preconizza la necessità per la Chiesa di guardare agli uomini della Chiesa dell’Est europeo…

 

C’è un’espressione – “dittatura del relativismo” – pronunciata dal cardinale Ratzinger il 18 aprile 2005, alla messa “pro eligendo romano pontefice”, che è passata alla storia e che entusiasmò anche laici come Giuliano Ferrara e Marcello Pera. Sintetizza il pensiero del cardinale bavarese sul momento che viviamo ed è anche il “programma” per il quale proprio lui fu scelto come nuovo papa.
Le sue parole suonavano così: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”.
Aggiungeva: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.Da lui viene “il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità”. L’espressione “dittatura del relativismo” ha un precedente clamoroso (chissà se Ratzinger lo conosceva e vi si è ispirato): fu coniata infatti dal cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, uno degli uomini più autorevoli della Chiesa da Pio XII a Giovanni Paolo II (nel 1975 fu l’autore di una memorabile “Nota per il clero” sul “progressismo” che fa letteralmente a pezzi il cattoprogressismo).

Siri – che è stato fra i papabili più quotati in ben quattro conclavi – nel 1970 dette una intervista a “Renovatio”, la rivista che aveva fondato, alla cui direzione aveva chiamato don Gianni Baget Bozzo (da lui stesso ordinato). Sarebbe interessante sapere se proprio don Gianni era l’intervistatore, certamente ha la paternità del titolo di quella straordinaria conversazione che fu “La dittatura dell’opinione” (nel testo del cardinale è chiamata anche dittatura del relativismo). Va detto, en passant, che testi del genere, insieme ai libri del cardinale, meriterebbero di essere ripubblicati, per la forza profetica e la profondità che hanno (ma l’editoria sembra orientata solo su teologi e cardinali “progressisti”).

Alcune perle da quell’intervista. “Gli uomini si ritengono liberi: è questa loro opinione, di essere liberi perché è scritto nei testi giuridici, il massimo momento e manifestazione della loro servitù. In realtà molti vivono sotto una dittatura: la dittatura dell’opinione”.

Spiega ancora Siri: “La prima e fondamentale dottrina del potere di questo mondo è l’affermazione: non c’è verità… La differenza principale tra ‘civitas mundi’ e ‘civitas Dei’ non sta sul contenuto, ma sull’esistenza della verità. Se non c’è nulla di vero, allora l’unico principio che conta è l’utile”.

La diagnosi del prelato prosegue: “Il dramma è che tanti non capiscono nulla del loro tempo. L’uomo è oppresso dalle potenze di questo mondo, dai loro miti. La Chiesa non è con il mondo: la Chiesa è con l’uomo, essa è la voce della libertà che nasce dallo Spirito Santo. La Chiesa non può essere là dove regnano le forme ciniche o quelle eversive e nichiliste dei padroni di questo mondo e di questo tempo…” Siri giudica “la cultura di massa asservita ad interessi ben precisi”, essa “rappresenta una selezione precisa di un’immagine d’uomo senza profondità perché senza spirito”. Uomo quindi “manipolabile da un efficace sistema di persuasori occulti”. Con la collaborazione di “quei teologi della cultura di massa che hanno lanciato lo slogan della morte di Dio con il medesimo tipo di diffusione di un prodotto commerciale”.

Esiste, anche in teologia, una tecnica per sostituire alla verità l’opinione? Siri la vede nell’ “attuale pubblicistica religiosa, letteraria, filosofica”. La “tecnica del relativismo” diventa molto efficace, spiega il prelato, specialmente “riducendo ogni questione dottrinale negli schemi di destra e di sinistra. Tutto si relativizza, tutto diviene questione di opinione e mezzo di potere”.

Più avanti aggiunge: “il relativismo è la condizione per la manipolazione dell’uomo”, per la “mitizzazione del suo comodo e della sua utilità: che è la via della sua servitù, della sua tristezza, della sua angoscia, della sua noia, della sua follia”. Ed è qui che insorge “il problema della salute mentale come un problema dell’uomo d’oggi” prodotto dal “disordine dello spirito” della cultura dominante. Che paradossalmente si presenta come “un’ideologia del benessere”.

Essa trasmette “un’immagine dell’uomo senza profondità e senza significato, dell’uomo senza spirito e senza Dio” ed “è diffusa oggi da una catena imponente di mezzi di diffusione del pensiero, che impongono con la forza del loro apparato la loro immagine del mondo come se fosse la realtà stessa… L’uomo viene così condotto alla disperazione, perché il piacere, colto giorno per giorno, svanisce giorno per giorno”.

In questa profetica intervista – datata 1970 – Siri considera già il problema ecologico in questa prospettiva spirituale: “Il potere delle tenebre conduce l’uomo alla morte… il deterioramento del pianeta, dell’aria, dell’acqua, conduce l’umanità al suicidio. Ma chi imporrà legge agli interessi, alla caccia del lucro?”.

Peraltro “la dittatura dell’opinione in cui viviamo si ripercuote anche nella vita ecclesiastica… Oggi, ogni teologo che passi per iconoclasta, liberatore, innovatore, è subito captato da un’editoria compiacente, che diffonde per tutti i canali dei mezzi di massa questo dissenso confortevole, questa iconoclastia per amor del comodo e del successo. Il divismo di teologi, di scrittori, di figure della protesta: ecco un dolore, una sofferenza per la Chiesa di oggi: coloro che denigrano il passato della Chiesa per affermare che è proprio dal rinnegamento di esso che la Chiesa riemergerà più autentica”.

Siri riconosce che “la presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia, perché questa volta non è la persecuzione esteriore a impugnarla, ma la perversione dall’interno. Più grave”. Parla perfino di “coloro che usano della loro funzione ecclesiastica per sovvertire la Chiesa”. Parla di abusi nella liturgia e dell’ideologia ecumenista. Afferma: “La cosa più urgente è restaurare nella Chiesa la distinzione tra verità ed errore”. Ma aggiunge: “ci sono tanti segni, che indicano che i demolitori della Chiesa hanno fatto il loro tempo”.

E qui ha un’intuizione che è “profetica”: bisogna guardare agli uomini della Chiesa dell’Est, quella provata dalla persecuzione comunista: “Noi siamo in un tempo di prova e nei tempi di prova è più facile vedere la tenebra che la luce. Ma la luce è presente: la potenza stessa della tenebra è un mezzo di purificazione… Noi sappiamo che il Signore conduce le cose in bene… La nostra umana debolezza, l’isolamento, il senso di sconfitta apparirà cambiato dalla potenza di Dio, in segno della gloria della sua città…”.

Ecco la “profezia” di Siri: “Ho sempre notato che in genere gli errori teologici derivano da inquinamenti marxisti. È una storia lunga. Ma finora non ho trovato sulla mia strada uomini cosi puri nella fede come quelli che hanno esperimentato nella vita quella teoria. Sono stati vaccinati”.

Otto anni dopo il Conclave chiamerà al papato proprio un uomo dall’Est, che addirittura abbatterà il moloch dei sistemi comunisti con la forza di una testimonianza inerme. Siri diceva nel 1970: “Nel momento in cui tutto umanamente sembra perduto, allora è il tempo dello Spirito Santo: che conduce al nulla i potenti di questo mondo e trova vie impensate per mostrare agli uomini la divinità della Chiesa, della sua opera di santificazione e di santità”.

Così è stato.

 
 

 

 

Fini,Noemi e il voto cattolico per l’eurepee 2009.

 

fini

“Fini e l’economia hanno fatto più danni di Noemi”
Una ricerca del CESNUR sul voto al PDL dei cattolici praticanti italiani alle elezioni europee del 2009

di Massimo Introvigne

Davvero, come si legge in molte analisi italiane, il voto cattolico alle elezioni europee del 2009 in Italia ha abbandonato in misura significativa il PDL, il partito di maggioranza relativa del premier Silvio Berlusconi? Ed è colpa di Noemi, cioè della diciottenne Noemi Letizia alla cui festa di compleanno ha partecipato lo stesso Berlusconi determinando le ire della moglie, che ha chiesto il divorzio, e una prolungata campagna di stampa guidata dal quotidiano di sinistra La Repubblica? Per  rispondere a queste domande lo strumento dell’analisi dei flussi elettorali è certamente molto importante. L’uso di una tecnica di ricerca diversa – le interviste condotte su un campione rappresentativo con il sistema CATI (Computer-Assisted Telephone Interviewing) – non sostituisce l’analisi dei flussi, ma la completa, può per certi versi orientare future indagini e fornisce in ogni caso un primo dato di qualche interesse. Nella ricerca che il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni di Torino, specializzato in indagini sociologiche di tipo religioso e da me diretto) ha condotto sono stati considerati casi validi quelli degli intervistati che hanno risposto sì a due domande preliminari: sono stati a Messa la scorsa domenica (una domanda, come dimostrano indagini precedenti, che identifica i cattolici praticanti in modo più sicuro rispetto a quella generica che chiede genericamente se si ha l’abitudine di recarsi alla Messa domenicale) e hanno votato PDL alle elezioni politiche del 2008. La ricerca non poteva che essere condotta sul voto europeo, dal momento che quello amministrativo non interessava l’intero territorio nazionale e vedeva anche la presenza di liste locali.

Su un campione sufficientemente bilanciato e rappresentativo (500 casi validi) il 24,6%  degli elettori PDL del 2008 non ha più votato il partito di maggioranza relativa nel 2009 (tav. 1).

Tavola 1. Su 100 cattolici praticanti che hanno votato il PDL nel 2008 (CV=500)

Hanno votato PDL alle europee del 2009

75,4%

Non hanno votato PDL alle europee del 2009

24,6%

 

Questa è la notizia cattiva per Silvio Berlusconi: fra i cattolici praticanti uno su quattro gli ha voltato le spalle nel giro di un anno. Non è meno vero che per ogni quattro cattolici che avevano votato PDL nel 2008 tre sono soddisfatti della loro scelta e l’hanno riconfermata. La notizia relativamente migliore per Berlusconi è che – considerando pari a cento il numero di questi cattolici che hanno lasciato il PDL – il 53,3% non è andato a votare e solo una minoranza (46,7%) è passata ad altri partiti. Certamente anche l’astensione è un segno di disaffezione, ma in parte è fisiologica nel passaggio da elezioni politiche ad elezioni europee ed è comunque meno difficile da recuperare del passaggio a un’altra lista. Il 46,7% che ha votato diversamente è composto da un 21,6% che ha votato UDC, da un 20,1% che ha scelto la Lega, da un 1,9% che ha votato PD, da un 1,5% che è passato all’IDV, da un 1,1% che ha seguito MPA-La Destra o altre liste di destra (Forza Nuova, Fiamma Tricolore) – lo 0,5% si distribuisce fra le altre liste minori (tav. 2; il lettore non italiano trova facilmente informazioni su questi partiti su fonti ampiamente accessibili come Wikipedia).

Tavola 2. Che cosa hanno scelto i cattolici praticanti che avevano votato PDL nel 2008 e non hanno votato PDL alle europee del 2009? (CV=500) 

Astensione

53,3%

UDC

21,6%

Lega

20,1%

PD

1,9%

IDV

1,5%

La Destra-MPA, altri di destra

1,1%

Altro

0,5%

 

Pertanto, per ogni cinque cattolici praticanti che nel 2008 avevano votato PDL e che nel 2009 non lo hanno fatto, grosso modo uno ha votato UDC e uno la Lega. La fusione fra AN e Forza Italia non ha provocato significative fughe all’estrema destra fra i cattolici più conservatori. I dati molto modesti del PD e dell’IDV mostrano come l’opposizione di sinistra non sia sostanzialmente riuscita a convincere elettori cattolici del PDL a passare fra le sue fila. Da questo punto di vista, l’influenza reale che giornali cattolici che criticano il governo su questi temi come Famiglia Cristiana possono avere nell’elettorato cattolico sembra spesso sopravvalutata, com’è confermato dal fatto che i consensi passati alla Lega – bersaglio preferito di questo tipo di stampa – sono importanti e solo lievemente inferiori a quelli che sono andati all’UDC.

Effetto Noemi? A chi non ha riconfermato la scelta per il PDL del 2008 – che si sia astenuto o abbia cambiato partito – abbiamo chiesto d’indicare il motivo principale, e le risposte – varie, ma non del tutto disomogenee – sono state raggruppate in sei categorie. Considerando pari a 100 il numero dei defettori, le accuse personali a Silvio Berlusconi sono indicate come principale ragione di disaffezione verso il PDL dal 12,5% dei cattolici praticanti che hanno cambiato scelta. Il 10,4% si riferisce a delusioni nei confronti del PDL collegate a problemi locali – e, benché il campione non sia tale da permettere elaborazioni regionali significative, è qui che pesa evidentemente il fattore Sicilia, cioè i problemi insorti in una regione dove in occasione di una crisi del governo regionale il PDL si è diviso in due gruppi con posizioni opposte, fra cui sono volati anche contumelie e veri e propri insulti. Il 3,9% indica un dissenso sulle politiche relative all’immigrazione. A riprova del fatto che anche i cattolici seguono il calcio il 3,2% esprime dissenso sulla vendita del popolare calciatore brasiliano Kakà dal Milan (società di calcio di cui è proprietario Silvio Berlusconi) al Real Madrid.

Per quanto dunque le accuse al premier non siano irrilevanti, tra i cattolici praticanti solo il 12,5% di quel 24,6% che ha cambiato scelta (dunque poco più del 3% di tutti i praticanti, tre quarti dei quali come si è visto hanno invece riconfermato la fiducia al PDL) è stato influenzato in modo decisivo dal caso Noemi o dalle vicende giudiziarie (tra cui una recente accusa di corruzione di un testimone in un processo che lo riguardava) di Berlusconi. Ci sono ragioni di disaffezione molto più rilevanti. Il 22,8% dei praticanti che ha mutato scelta pensa che il PDL non abbia fatto abbastanza per le famiglie e le persone colpite dalla crisi economica. Si tratta di un punto su cui ha battuto la propaganda dell’UDC, e l’impressione – vera o falsa – che le famiglie in crisi non siano state aiutate abbastanza pesa quasi il doppio delle vicende personali di Berlusconi. Ma pesa ancora di più (23,9%) il dissenso o la paura nei confronti di dichiarazioni e posizioni ostili alla Chiesa e ai valori cattolici di esponenti del PDL, una categoria all’interno della quale la maggioranza degli intervistati cita esplicitamente il presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, il quale ha criticato ripetutamente quelle che ha definito ingerenze della Chiesa Cattolica nella vita politica e ha espresso aperture a forme di testamento biologico e di riconoscimento delle unioni civili, anche omosessuali, contro le quali la Chiesa italiana è da tempo scesa in campo. Oltre a un 3,2% che indica cause non riconducibili alle categorie principali, c’è un 20,1% che menziona un disinteresse per il voto europeo o una generale disaffezione nei confronti della politica (una categoria che nasconde anche chi – comprensibilmente, senza dichiararlo in modo esplicito nell’intervista – ha preferito andare al mare) (tav. 3).

Tavola 3. Principale motivo per cui chi aveva votato PDL nel 2008 ma non lo ha fatto alle europee del 2009 dichiara di non avere rinnovato la fiducia al PDL (CV=500)

Preoccupazione o fastidio nei confronti di posizioni e dichiarazioni sulla Chiesa o su vita e famiglia di esponenti del PDL (in particolare Gianfranco Fini)

23,9%

Percezione di un insufficiente impegno del PDL per le famiglie e le persone in difficoltà economiche

22,8%

Disaffezione nei confronti della politica o disinteresse per le elezioni europee

20,1%

Comportamenti personali o vita privata delpremier Silvio Berlusconi

12,5%

Insoddisfazione di fronte a vicende che hanno interessato il PDL locale nella zona dell’intervistato

10,4%

Posizioni del governo in tema d’immigrazione

3,9%

Vendita del calciatore Kakà dal Milan al Real Madrid

3,2%

Altro

3,2%

 

Lo scarso peso delle polemiche sull’immigrazione (ricordiamo che coloro che citano questo elemento come ragione di disaffezione verso il PDL non sono il 3,9% dei praticanti ma il 3,9% di quel 24,6% che ha cambiato scelta rispetto al 2008) – e il fatto che un quinto di chi si è comportato diversamente dalle politiche è passato alla Lega – è un ulteriore conferma del peso relativamente scarso delle dichiarazioni di esponenti della gerarchia e della stampa cattolica rispetto al comportamento elettorale dei fedeli. La vicenda relativa al calciatore del Milan Kakà ha avuto, anche per i cattolici praticanti che hanno lasciato il PDL, un peso solo di poco inferiore alle critiche in materia d’immigrazione.

Più in generale, quando  Berlusconi afferma che “sua moglie, la Sicilia e Kakà” hanno determinato un esito elettorale del PDL inferiore ai sondaggi, dice qualche cosa che per il mondo dei cattolici praticanti (che, naturalmente, non è l’unica componente dell’elettorato del suo partito) non è del tutto falsa, ma va integrata con altri fattori che appaiono anzi più importanti. Per quanto il premier possa pensare che il giudizio sia ingiusto di fronte all’azione del governo, più di un cattolico su cinque fra quelli che non sono tornati a votare PDL ritiene che lo sforzo per aiutare le famiglie in tempi di crisi economica non sia sufficiente. Ma ancora di più – quasi uno su quattro – sono fra questi cattolici delusi dal PDL coloro che sono stati spaventati dal fattore F: dalle esternazioni di Fini, e da chi nel partito di maggioranza relativa gli ha fatto eco, sulla Chiesa e i cattolici in generale, e su temi che, come dimostrano la grande manifestazione del 2007 a Roma contro il riconoscimento delle unioni civili detta Family Day e la mobilitazione per Eluana Englaro (1970-2009), una giovane donna da molti anni in stato vegetativo persistente cui sono state sospese su ordine di giudici italiani – ma contro il parere della Chiesa Cattolica e del governo – l’alimentazione e l’idratazione nel febbraio 2009, determinandone la morte, agli elettori cattolici stanno molto più a cuore delle vicende personali di singoli politici.

La ricerca – che ha i limiti indicati al’inizio, e che certo necessita di conferme tramite ulteriori indagini – mostra che non c’è stata un’emorragia di voti cattolici: tre elettori praticanti su quattro hanno riconfermato la loro fiducia al partito di Berlusconi. Ma un quarto di cattolici praticanti che non lo ha fatto rappresenta comunque uno scricchiolio di qualche rilievo. In parte si tratta di disaffezione per l’Europa o per la politica, su cui rimontare in occasione di elezioni come quelle regionali o politiche che coinvolgono di più gli italiani non sarà probabilmente difficile. Mentre la ricerca sostanzialmente smentisce che le accuse personali a Berlusconi abbiano avuto un effetto decisivo nell’elettorato cattolico – ancorché non siano state del tutto irrilevanti – la percezione di uno sforzo insufficiente di fronte alla crisi economica delle famiglie italiane, e l’irritazione o la paura di fronte alle dichiarazioni reiterate di Gianfranco Fini che vanno in direzione opposta rispetto alla sensibilità prevalente tra i cattolici praticanti, sono invece elementi strutturali di cui questa volta si sono avvantaggiati l’UDC e la Lega, e che lo stesso PDL dovrebbe seriamente considerare in ogni riflessione post-elettorale.

L’Islam immaginato…..

islam

Negli ultimi anni l’Islam e i musulmani sono al centro del dibattito pubblico sia per gli episodi legati alla politica internazionale (terrorismo islamista, interventi militari in Afghanistan e Iraq, etc.), sia per il radicalizzarsi di alcune posizioni nel dibattito che investe i paesi occidentali di fronte alle sfide dell’integrazione culturale degli immigrati, molti dei quali provenienti da stati a maggioranza musulmana. Questo rilievo nel discorso pubblico si accompagna ad un diffuso e riconosciuto (almeno in sede scientifica) processo di distorsione dell’Islam, operato in particolar modo dai mezzi di comunicazione di massa. 
Il volume ricostruisce i meccanismi rappresentativi dell’Islam all’interno dello scenario mediale italiano, “triangolando” considerazioni generali di carattere teorico, elementi riportati nella letteratura scientifica italiana e internazionale, ed evidenze empiriche ricavate da un lungo percorso di ricerca intrapreso dall’autore. Questa sezione empirica, oltre ad indagare e quantificare la rappresentazione dell’Islam nei media italiani, ha permesso di isolare le principali forme stereotipe, analizzandole ed evidenziando quelle di maggior peso e di più lunga durata. Viene infine sottolineata la prevalente dimensione “visiva” degli stereotipi (spesso presente anche in assenza di distorsioni manifeste nello scritto o nel parlato) attraverso un’analisi delle icone con cui l’Islam e i musulmani sono “messi in scena”, immagini che creano e rinforzano le rappresentazioni stereotipe su questo complesso universo culturale. 

I MASS-MEDIA E L’ALTRO MUSULMANO: UN’INTRODUZIONE

1. L’islam oltre lo “scontro di civiltà” e nelle rappresentazioni dei media, p. 9
2. Immagini dell’islam. Un quadro sintetico delle questioni in campo, p. 16
3. Alcune note di prospettiva, p. 19
4. Islam politico e islam immigrato: due “metadiscorsi” nell’approccio all’islam, p 22

CAPITOLO PRIMO
LA MEDIAZIONE DELL’ALTRO AL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE

1. Vivere in un “altrove”. Immagini delle culture nell’orizzonte globale, p. 27
2. Categorizzare la realtà; pregiudizi, stereotipi e costruzione di senso, p. 35
3. Framing islam. I media e la “conoscenza” dell’Altro, p. 45

CAPITOLO SECONDO
RAPPRESENTARE L’ISLAM GLOCALE: DUE METADISCORSI NELL’APPROCCIO ALL’ISLAM 

1. Lo sguardo occidentale sull’islam, p. 51
2. Primo panorama. L’islam globale e l’islam politico, p. 64
3. Secondo panorama. L’islam vicino: l’altro e la diversità nello spazio occidentale, p. 78 

CAPITOLO TERZO
L’ALTRO E L’ORIENTALISMO

1. Conoscenza e potere nel rapporto tra occidente e islam. L’orientalismo, p. 89
2. L’eredità di Said, la polemica con Bernard Lewis e le critiche, p. 98
3. Stabilità e mutamento delle categorie dell’orientalismo, p. 104 

CAPITOLO QUARTO 
L’ISLAM NEI MEDIA ITALIANI. LA RICERCA ISLAM-MEDIA 

1. La ricerca islam-media: un quadro sintetico dell’indagine, p. 107
2. L’11 settembre come snodo della rappresentazione, p. 114
3. La con-giuntura “storica”: l’islam e gli eventi di attualità, p. 122
4.  L’agenda della rappresentazione televisiva: i temi, p. 126
5. La tematizzazione nei settimanali, p. 132  6. Il focus su fondamentalismo e terrorismo, p. 137

CAPITOLO QUINTO 
L’ALTRO SUGLI SCHERMI, UNA MAPPATURA DELLO SPAZIO DEGLI STEREOTIPI

1. Per una definizione di forma stereotipa nell’immagine dell’islam, p. 141
2. Forme stereotipe nelle rappresentazioni mediali dell’islam, p. 144
3. Una mappa degli stereotipi dell’altro musulmano, p. 145 

CAPITOLO SESTO
“VISUAL MUSLIM”: LA (PREVALENTE) DIMENSIONE VISIVA DELLO STEREOTIPO DELL’ISLAM

1. Immagini dell’islam nei media. Distorsioni e “iconografia”, p. 165
2. Ritratti di musulmani. La copertura fotografica dell’islam, p. 167
3. L’islam da copertina. Immagine e pregiudizio, p. 178

CONCLUSIONE

Frammenti della mediazione dell’Altro

Marco BrunoL’islam immaginato. Rappresentazioni e stereotipi nei media italiani 
pp.223, € 21,50,  Guerini e associati, Milano, 2008

I 72 Italiani eletti al Parlamento Europeo.

- Circoscrizione Nord-Occidentale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Lombardia). Per il Pdl ci sono 8 seggi: Silvio Berlusconi, Ignazio La Russa, Mauro Mario, Gabriele Albertini, Lara Comi, Vito Bonsignore e Licia Ronzulli. Cinque seggi al Pd: Sergio Cofferati, Patrizia Toia, Antonio Panzeri, Gianluca Susta e Francesca Balzani. Altrettanti alla Lega nord: Umberto Bossi, Matteo Salvini, Mario Borghezio, Fiorello Provera e Francesco Speroni. Due seggi per l’Italia dei valori: Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro. Uno per l’Udc, che va a Magdi Allam. -

Circoscrizione Italia-Nord-Orientale (Trentino, Veneto, Friuli ed Emilia-Romagna)  Per il Pdl passano in 5: Silvio Berlusconi, Elisabetta Gardini, Sergio Berlato, Lia Sartori e Antonio Cancian. In caso di opzione, il primo dei non eletti e’ Giovanni Collino. Per il Pd passano in 4: Debora Serracchiani, Vittorio Prodi, Luigi Berlinguer e Salvatore Caronna. Tre seggi alla Lega: Umberto Bossi, Lorenzo Fontana e Giancarlo Scotta’. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Mara Bizzotto. Un seggio per Italia dei valori con l’elezione di Luigi De Magistris. In caso di opzione, primi dei non eletti sono Antonio Di Pietro e Sonia Alfano. Un seggio all’Udc, con l’elezione di Tiziano Motti. -

Circoscrizione Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) risultano eletti al Parlamento europeo: per il Pdl 6 seggi:Silvio Berlusconi, Roberta Angelilli, Marco Scurria, Alfredo Antoniozzi, Alfredo Pallone e Potito Salatto. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Paolo Bartolozzi. Per il Pd passano in 6: David Sassoli, Silvia Costa, Leonardo Domenici, Guido Milana, Francesco De Angelis e Roberto Gualtieri. Un seggio a Italia dei Valori che elegge Luigi De Magistris. In caso di opzione, primi dei non eletti sono Antonio Di Pietro e Sonia Alfano. Un seggio all’Udc, con l’elezione di Carlo Casini. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Luciano Ciocchetti. Un seggio alla Lega, con il leader Umberto Bossi. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Mario Borghezio. -

Circoscrizione Italia meridionale (Campania, Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata e Calabria) risultano eletti al Parlamento europeo. Per il Pdl 8 seggi: Silvio Berlusconi, Barbara Matera, Erminia Mazzoni, Aldo Patriciello, Clemente Mastella, Enzo Rivellini, Raffaele Baldassarre, e Sergio Silvestris detto Francesco. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Salvatore Tatarella. Per il Pd passano in 4: Andrea Cozzolino, Giovanni Pittella, Paolo De Castro, e Mario Pirillo. Due seggi all’Italia dei valori che elegge Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris. In caso di opzione, primi dei non eletti sono Antonio Di Pietro e Sonia Alfano. Un posto all’Udc con Ciriaco De Mita. -

Circoscrizione Isole (Sicilia e Sardegna) Per il Pdl 2 seggi, passano Silvio Berlusconi e Giovanni Lavia. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Salvatore Iacolino. Per il Pd 2 seggi passano Rita Borsellino e Rosario Crocetta. Un seggio all’Italia dei valori con Antonio Di Pietro. In caso di opzione, primo dei non eletti e’ Leoluca Orlando. Un seggio all’Udc, che elegge Francesco Saverio Romano.

I 72 eurodeputati divisi per partito

Pdl: 29 Berlusconi Silvio Pdl Eletto in 5 circ Albertini Gabriele Pdl 1 Angelilli Roberta Pdl 3 Antoniozzi Alfredo Pdl 3 Baldassarre Raffaele Pdl 4 Berlato Sergio Antonio Pdl 2 Bonsignore Vito Pdl 1 Cancian Antonio Pdl 2 Comi Lara Pdl 1 Fidanza Carlo Pdl 1 Gardini Elisabetta Pdl 2 La Russa Ignazio Pdl 1 La Via Giovanni Pdl 5 Mastella Clemente Pdl 4 Matera Barbara Pdl 4 Mauro Mario Walter Pdl 1 Mazzoni Erminia Pdl 4 Pallone Alfredo Pdl 3 Patriciello Aldo Pdl 4 Rivellini Crescenzio Pdl 4 Ronzulli Licia Pdl 1 Salatto Potito Pdl 3 Sartori Amalia Pdl 2 Scurria Marco Pdl 3 Silvestri Sergio Pdl 4

UDC – 5 Allam Magdi Cristiano Udc 1 Casini Carlo Udc 3 De Mita Luigi Ciriaco Udc 4 Motti Tiziano Udc 2 Romano Francesco Udc 5

IDV – 7 Di Pietro Antonio Di Pietro-Idv Eletto in 3 circ De Magistris Luigi Di Pietro-Idv Eletto in 4 circ

LEGA – 9 Bossi Umberto Lega Nord Eletto in 3 Circ Borghezio Mario Lega Nord 1 Fontana Lorenzo Lega Nord 2 Provera Fiorello Lega Nord 1 Salvini Matteo Lega Nord 1 Scottà Giancarlo Lega Nord 2 Speroni Francesco Lega Nord 1

PD – 21 + 1 eletto da Svp Balzani Francesca Pd 1 Berlinguer Luigi Pd 2 Borsellino Rita Pd 5 Caronna Salvatore Pd 2 Cofferati Sergio Pd 1 Costa Silvia Pd 3 Cozzolino Andrea Pd 4 Crocetta Rosario Pd 5 De Angelis Francesco Pd 3 De Castro Paolo Pd 4 Domenici Leonardo Pd 3 Horfmann Herbert Svp – Pd 2 Gualtieri Roberto Pd 3 Milana Guido Pd 3 Panzeri Antonio Pd 1 Pirillo Mario Pd 4 Pittella Giovanni Pd 4 Prodi Vittorio Pd 2 Sassoli David Pd 3 Serracchiani Debora Pd 2 Susta Gianluca Pd 1 Toia Patrizia Pd 1

“Guardatevi dagl’Idoli”.Lettura teologica del nostro tempo.

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di Felice Scalia

Qualche premessa

Il tema che mi è stato assegnato è la lettura teologica del nostro tempo. (…). In ogni caso non penso sia molto proficuo addentrarmi nella descrizione della situazione attuale. È sotto gli occhi di tutti. Siamo in uno stato di ingovernabile anarchia dove le armi e la prepotenza sembrano le uniche regole che governano il mondo. (…).

Colpa della globalizzazione, si dice, della “deregulation” economica, della “finanza creativa”, dell’avidità di gente spietata e potente. Faremo uso anche noi di questi parametri, ma forse dobbiamo chiederci, prima di tutto, qual è lo schema mentale che soggiace a chi provoca l’anarchia ed a chi la subisce. Se è vero che, sotto varie forme, il bellum omnium contra omnes percorre il pianeta, è plausibile che a dirigere i nostri rapporti interumani sia la percezione dell’altro come “nemico”.  L’altro come hostis potenziale, almeno. (…).

Non ci addentriamo ulteriormente in tali meandri. Questo è il mondo in cui viviamo. (…).

Ed ecco la domanda che ci riguarda: che lettura teologica fare di questa realtà? Stando ai fatti espliciti, che religione implicita qui si presuppone? Cioè: dando per scontato che la religione ha una sua ricaduta nel campo etico e comportamentale, quale religione effettiva sta alla base del nostro tempo? E ancora: se è vero che il mondo occidentale, responsabile dell’attuale ordinamento mondiale, è cristiano, di quale cristianesimo esso si nutre? (…).

La nostra tesi può essere così descritta: questo nostro mondo è radicalmente ateo, del tutto lontano dall’accoglienza della vita come dono di un Essere Supremo e benevolente. Se nutre atteggiamenti che una qualche antropologia potrebbe catalogare come “religiosi”, essi sono riferiti ad “idoli”, a divinità che un giorno furono dei “pagani”. Il cristianesimo si va spostando sempre più nella zona di un sistema di significati ufficiali, ma non reali, di valori formali non più condivisi e vissuti. Esso stesso ha dottrinalizzato l’evento (l’attesa e la costruzione del “regno”) organizzandosi come centro della verità su Dio, l’anima l’invisibile, l’interpretazione unica della morale naturale. Là dove il cristianesimo evangelico è vissuto, nascono dei martiri e degli esclusi. Dove invece si parla molto di Cristo ma svuotandone il messaggio, la religione cristiana acquista i caratteri di una “religione civile” in cui i valori del post-moderno (efficienza, forza, produttività, consumismo…) sono supportati da quelli religiosi. (…).

 Un’economia che governa il mondo

Il mondo intero è come sotto un unico sistema di governo universale. Neoliberismo, “pensiero unico”, globalizzazione costituiscono la nuova ideologia dopo la caduta del muro di Berlino. Sappiamo pure che questo sistema produce fame, miseria, disuguaglianze strutturali. 

Questo innegabile “fatto” può essere letto come un mero processo culturale. Dopo il tentativo socialista di fare uscire l’umanità dal capitalismo (con un costo spaventoso di vite umane), l’Occidente è ritornato al vecchio programma ottocentesco rifatto nuovo e radicalizzato. Il mercato dunque come inevitabile “sistema di pensiero”.

Ma c’è un’altra possibilità di lettura, ed è quella che qui ci interessa: il mercato come tradimento dell’identità cristiana, come sostituzione del vecchio monoteismo con uno nuovo, come apostasia collettiva dal Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù e dunque – più in generale – come abiura da ogni ricerca di interiorità, spiritualità, umanità integrale. Per dirla in termini biblici, il mercato come “unico pastore del popolo”.  Addirittura come finale scoperta dell’intima ed ultima verità della vita: siamo sotto il dominio ineliminabile delle “eterne leggi del mercato”. Il “mercato come idolo”, come nuova religione, come precomprensione effettiva di ogni scelta, quale che sia la religione ufficiale professata.

Noi ci muoveremo in quest’ultimo orizzonte. (…).

 1. Il Mercato come “assoluto”

Che siamo in regime di mercato è perfino inutile ricordarlo. Qui però si vuole insistere su una caratteristica moderna: la sua assolutezza. Questa particolarità rende il regime di mercato una sorta di religione atea.

(…) La globalizzazione pone al suo vertice l’accumulo di Denaro, una sorta di “dio tra gli dei”. La sua presenza o assenza crea valore o disvalore in tutto ciò che costituisce la vita dell’uomo. L’uomo è se ha. L’uomo è niente se non ha niente. Il mercato e le sue leggi sono le uniche realtà che assicurano Denaro. Cioè denaro pregiato, “valore”: dollaro, euro, yen. Questi “valori” non conoscono il bene e il male, l’ingiusto ed il giusto. Solo la “quantità”, ed essa sola “giustifica”, rende “giusti” cioè veri uomini.

(…) Tale preminenza assoluta, cosa è se non esistenziale idolatria? Siamo in realtà di fronte ad una idolatria che prevede con lucido cinismo anche “sacrifici umani”, quasi di rito.

La globalizzazione ha la sua “etica”,  stabilita oltre due secoli fa da Adam Smith: ogni individuo sia implacabile nel suo egoismo – non badi al suo prossimo – la “mano invisibile” del mercato porterà prosperità a tutti.  Ha una sua “metafisica”: tutto è merce. (…).

Ha una sua ideologia: il neoliberismo del mercato globalizzato come sistema a cui tutti siamo soggetti ed a cui è impossibile sottrarci. Ha le sue vittime designate: al benessere della borsa si sacrificano milioni di persone, si gettano nella disperazione intere generazioni, si rende invivibile il pianeta, si distruggono specie animali e vegetali, interi popoli.  La globalizzazione ha perfino i suoi teologi.

(…) In questo contesto le grandi parole come onestà, libertà, pace, morale, gratuità, democrazia, diritto alla vita, sono sempre “cose che bisogna dire” in Tv e nei discorsi ufficiali. Parole che servono per mascherare la vera realtà. Parole a cui nessuna persona moderna e sensata deve credere.

Si badi al fatto che le grandi parole, le grandi promesse, i grandi valori siamo soliti sentirli in tempi di guerra, di terremoti, in un tempo di “menzogne” quasi obbligatorie, oppure in chiesa, dove tutto si consuma in un mezz’ora.

(…) Per noi la necessità di accesso e accumulo in esclusiva dei beni essenziali per il nostro benessere (dal petrolio al coltan, all’uranio…), l’acquisizione di vantaggi politici e militari, la sicurezza delle città come quella delle vie del commercio, la totale libertà di mercato, sono “assolute nostre necessità” che ci autorizzano – se necessario – a ridisegnare il mondo e a sterminare chi ci ostacola o non si piega ai nostri bisogni. Non ci vuole molto a concludere che la stiamo facendo da “dei”. Oppure che le nostre “assolute necessità” sono i nostri dei, i nostri idoli. Tanto cristianesimo oggi si ritiene “molto cattolico” perché difende il diritto a nascere dei nascituri ed il diritto alla cura estrema (fino all’accanimento?) anche dei morenti terminali. La cosa strana è che poi un tale cattolicesimo chiude un occhio sulla negazione del diritto di ogni uomo a mangiare, bere acqua potabile, curarsi, istruirsi, vivere in libertà e dignità. In situazioni simili è proprio difficile essere “testimoni del Dio vivente”. Perché è difficile “imboccare la via stretta che conduce alla vita”. Passeggiamo in carrozza “per la cruna dell’ago” e ci crediamo seguaci del Dio di Gesù. Duemila anni di cristianesimo non ci autorizzano a crederci al sicuro, radicati una volta per tutte nella fede in Dio. Il pericolo di un passaggio dalla vita alla morte, dal Dio vero agli idoli, è sempre di fronte a noi.

 2. Il posto del cristianesimo in questa assolutizzazione

Forse è doveroso chiederci che funzione ha avuto il cristianesimo nel sorgere e nell’affermarsi della centralità del denaro, del sistema mercatistico prima e globalizzato ora. Ci sarebbe anche da chiedersi che posto ha avuto nella concezione dell’“altro come nemico”.

(…) In particolare il cristianesimo doveva “evangelizzare la cultura” facendola diventare più umana, portandola ad un livello superiore di pienezza non solo per tutto l’uomo ma anche per “ogni uomo”. Doveva annunziare ad ogni nato di donna che “ogni uomo è tuo fratello, è te; non un nemico. Doveva far sentire la voce dei poveri, delle “forze lavoro” sfruttate in fabbrica e lasciate marcire ai bordi della strada quando non erano più in grado di arare un campo o di stare alla catena di montaggio. Doveva gridare l’intangibilità della vita e libertà dei figli di Dio quando si intraprese il turpe mercato degli schiavi. Doveva parlare di una giustizia che è oltre la legalità stabilita dai potenti. Doveva stare sempre con chi lotta per la propria liberazione. Non doveva mai parlare di “guerra giusta”.

Per quest’opera il cristianesimo aveva luce in abbondanza. Ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto sempre. Non lo ha fatto osservando la realtà alla radice. Non lo ha fatto abbastanza. Ha creduto di potere benedire eserciti che andavano a depredare popoli inermi, con la scusa dell’evangelizzazio-ne. Non si è allontanato da teorie sul “diritto delle nazioni al grande spazio”. Ha anche ostacolato quanti per stare col vangelo si distanziavano dai potentati del tempo. Ha chiuso la bocca di quanti parlavano in nome dei poveri, in nome di Dio. Il cristianesimo si è lasciato mondanizzare dalla cultura corrente invece che evangelizzarla. Si è assimilato al “mondo” (nel senso giovanneo), all’Impero, al “sistema”, finendo per trasformare il Dio della vita in un idolo, o, comunque, elevando – senza accorgersene – a dio supremo il denaro ed il potere, al cui servizio doveva porsi anche il Dio del Signore Nostro Gesù.

(…) A questo punto non è una domanda retorica chiedersi di che Dio stiamo parlando nelle nostre assemblee liturgiche, così perfette, così spettacolari, ma anche così spesso prive di carica di vita nuova nello Spirito. E non è neppure retorico chiederci perfino se è vero che esistono oggi atei e credenti. Forse siamo tutti idolatri, e quindi tutti “credenti”, perché qualche dio, comunque lo si chiami (mercato o razza, etnia o religione, benessere o rassegnazione alla miseria, soldi o prestigio, vendetta o giustizia) lo abbiamo tutti. O forse siamo tutti atei in Occidente perché anche i cristiani pare che abbiano rinunziato da tempo ad adorare il Padre del loro Signore Gesù e si sono rifugiati in qualche “assoluto di sostituzione”, in un dio che non esiste. (…).

Se Dio è il nostro Principio e il nostro Fine, l’alfa e l’o-mega; se con la parola Dio intendiamo Colui che è verità ultima, principio portante di ogni nostra scelta etica, “fondo della nostra anima” – per dirla con Meister Eckhart – termine ultimo del cammino di umanizzazione; se Cristo è colui alla cui luce soltanto vogliamo vivere e morire; allora forse dobbiamo dircelo che nulla è più urgente nella Chiesa oggi del rimuovere ogni dubbio sulla purezza di una nostra fede nel Dio di Gesù. Sono tante le cose interessanti e all’ordine del giorno nella Chiesa (…), ma la questione delle questioni è “quale Dio”. Sarebbe devastante che qualcuno potesse ritenerci monoteisti mentre siamo solo volenterosi e lieti idolatri. (…).

 3. Dalla sequela alla “svendita” di Gesù

Certo è impressionante che l’Occidente cristiano sia approdato al culto della ricchezza. Che ne ha fatto dell’inse-gnamento di Gesù che condiziona la felicità alla povertà? Di quell’insegnamento che mette la tenerezza al primo posto? L’opposizione che Gesù crea tra ricchezza e fede nel Padre, costituisce una definitiva lettura del nostro tempo: chi sta col denaro ha perso Dio. Una società qualsiasi (anche religiosa) che è centrata sul denaro – perfino per portare l’an-nunzio della povertà liberante – ha perso Dio.

L’evangelista Luca che ci ha donato la “buona notizia” della misericordia, della tenerezza e della compassione di Dio, ci ha dato anche l’insegnamento su quanto distrugge la tenerezza tra noi, su quanto elimina Dio dal nostro orizzonte: l’avidità della ricchezza.

È noto che Gesù conosce due nomi di Dio: “Abbà” e “Mammona”. Il primo appartiene al “Padre suo”, il secondo si erige come anti-dio che tende a distruggere ogni amore. Così egli mette in guardia contro “Mammona”.

Il termine “Mammona”, stando alla radice ebraica, significa “sicurezza”. Mammona dunque è il dio della certezze, delle sicurezze; il dio che fonda e dona, o presiede alla distribuzione di ciò su cui si può contare. Ora nel mondo la cosa su cui si può contare, ciò che dà sicurezza e infonde fiducia, ciò che dà splendore di potere, e dunque, ancora una volta, sicurezza, è fondamentalmente l’accumulo dei beni. Così il termine “Mammona”, significa ricchezza, accumulo dei beni, ostentazione di forza e di potere.

All’epoca di Gesù i rabbini distinguevano tra “Mammona di giustizia” e “Mammona di iniquità”. Noi oggi diremmo tra “ricchezza” onesta e ricchezza disonesta. Gesù dirà che Mammona è sempre di “iniquità”, sempre – alla lettera – “ingiusto”. (…).

La volontà di Dio è che l’uomo stia bene. Ma se questa è la volontà di Dio per l’uomo, se il benessere è positivo, lo deve essere per tutti. Il benessere diventa negativo quando appartiene soltanto ad una piccola parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza ne è priva. Comprendiamo ora perché la “ricchezza è ingiusta”, perché, in qualche maniera, chi accumula, immancabilmente sottrae agli altri.

E chi è ricco, che deve farne della ricchezza?

Gesù – al termine della parabola sull’amministratore infedele, Lc 16,1ss – propone di usare i beni che si possiedono per farsi degli “amici”. Quindi il denaro, la ricchezza, il benessere vanno usati per farsi degli amici, per creare rapporti d’amore, relazioni, legami di fraternità perché la vita superi ogni morte.

Chi sono questi “amici”, è facile dirlo. Tutti coloro che non sono nel benessere, e dunque che si trovano in stato di bisogno. “Procuratevi amici con i beni che avete”, significa: i capitali che avete, le somme che avete, non tratteneteli per voi, ma fateli circolare, fate in modo che il denaro porti vita, lavoro, speranza. Solo così vi farete degli amici, “Perché quand’essa (la ricchezza) verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne”. (…).

 4. Siamo in un sistema sostanzialmente ateo

(…) È ragionevole pensare che un cristiano di fronte al sistema globalizzato avrebbe dovuto sentirsi a disagio, avrebbe dovuto intuire in un mondo di benessere per alcuni e di abiezione per moltitudini, qualcosa di estremamente avverso ai piani di Dio. Forse avremmo avuto lo stesso il capitalismo selvaggio dei nostri giorni, ma “non in nostro nome” e, tanto meno, in nome di Gesù. E invece siamo stati fedeli sudditi della globalizzazione, anzi volenterosi creatori.

Possiamo tranquillamente affermarlo: i cristiani, storicamente, non si sono sottratti per nulla al fascino di Mammona. Hanno optato per Abbà nelle preghiere ufficiali dentro gli edifici sacri, ma hanno finito per adorare Mammona nella vita di ogni giorno. Così hanno reso muto e sterile lo stesso Vangelo. Con ricadute inimmaginabili.

Le vicende del cristianesimo storico, a partire da oltre un millennio, sono quanto mai ambigue e conturbanti. Già nel IV secolo il Crocifisso diventa minaccia di morte per pagani ed ebrei. La religione di Stato impone le conversioni, e dall’alto dell’Impero piove il comando di trasformare la religione del Galileo crocifisso in elemento di novità e coesione per tutti i sudditi ed i cittadini romani. Il vangelo si trasforma in “religione civile” carica di onori, basiliche sontuose, possedimenti, forza. I cristiani volevano uscire dalle catacombe, e ne uscirono. Ma a quale prezzo? Cosa succede se il Crocifisso diventa un crocifissore e il Padre della vita un idolo di morte?

(…) A buoni conti, se il vangelo rimane ancora una fonte di valori ufficiali, i valori reali nella comune mentalità dei cristiani, sono ben altri, sono smaccatamente pagani.

Questa ideologizzazione di Dio, rischia di coinvolgere anche la Chiesa ed i suoi capi. Cosa significa quella corrente ecclesiocentrica che determina secoli di pratica, diciamo, pastorale? Come se Gesù fosse venuto a fondare la Chiesa e non ad annunziare il “regno di Dio”. E che vuol dire, per lunghi secoli, l’appellativo di “Alter Christus”, “Summus sacerdos” che il papa si attribuisce mentre pone sul suo capo il “triregno”? Il fenomeno della “papolatria” è così diffuso anche oggi da costringere “Civiltà Cattolica” a diversi editoriali in merito attorno al 1985. Tutto ciò appare con estrema chiarezza quando i papi si vestono d’oro come gli idoli, si ammantano di tessuti e pietre preziose, magari mentre parlano di “povertà” evangelica. Diventa anche idolo la “dottrina cristiana”, dove le consuetudini umane, anche in stridente contrasto col vangelo, vengono erette ad infallibili pronunciamenti di fede.

(…) Certamente il peggio avviene quando la Chiesa si scorge “potere” e crede che questo le si addica per motivi teologici. Allora passa di categoria, cambia orizzonte. Senza neppure volerlo si situa accanto alla logica di tutti i poteri laici o religiosi (o perfino malavitosi) che siano. (…).

È un miracolo che questo stravolgimento, anche se ufficializzato, non giunga mai a sovvertire la Chiesa ed a trasformarla in cenacolo dell’Anticristo. Il popolo di Dio continua a credere nell’utopia del Figlio di Dio, nel vangelo. Lo vive o lo incarna in modo spesso commovente. (…)

 3. Il Dio di Bush

Abbiamo notato all’inizio che forse la forma di cristianesimo più in sintonia con l’ideologia della globalizzazione e del mercato, è quella offerta da certe sette avventiste-millenariste che prosperano negli Stati Uniti. (…). Bush è un “ideologo”, non nel senso intellettuale della parola, ma in un senso molto più importante: per la capacità di personalizzare la metafora fondazionale degli USA, e perché si sintonizza con la massa di quanti “contano”. Del resto quello che Bush ha detto non solo è compatibile con il sistema ancora intatto, ma è precisamente l’espressione delle forze che hanno costruito il sistema. Per questo motivo è un errore credere che la sua ideologia su Dio e la religione civile scompariranno ora che il suo mito è tramontato.

L’impostazione della setta a cui aderisce Bush  è semplice: il dovere della lotta tra buoni e cattivi, tra bianco e nero. (…) Il merito dell’équipe di Bush, in un momento in cui, dopo la Guerra Fredda non vi era nessun nemico visibile che potesse far fronte agli Stati Uniti, il merito dunque è quello di aver trovato questo nemico in un elemento diffuso, il terrorismo, che permette di attuare, con questa scusa, in qualsiasi parte del mondo, nel nome di Dio, una guerra santa. Questo fu il regalo che ricevette l’amministrazione dall’11 settembre 2001.

Il Dio di Bush, è un Dio che abbandona le creature alla loro rovina, che guarda impassibile come, a causa delle leggi immutabili dell’economia, due terzi del mondo vive con meno di due dollari al giorno, che non sa compatire. È un Dio vincolato a una determinata teologia del potere.

 (…) Ci si chiede come mai si giunge a tanto da parte di uomini che hanno sempre in mano la Scrittura e si dicono cristiani. La storia è lunga. Possiamo ripetere che noi tutti siamo responsabili della perdita del Dio di Gesù.

Probabilmente in modo impercettibile, a partire dal secolo IV, il cristianesimo cominciò ad assumere come base della sua visione del mondo la filosofia greca e il pensiero giuridico del Diritto Romano, che pensano l’essere umano a partire dal potere. (…).

Il messaggio di Gesù, concepito a partire dalle prospettive delle vittime, e compreso dai primi cristiani come un messaggio per la liberazione di ogni tipo di schiavitù, si andò convertendo in un messaggio di potere, del Dio che castiga con la morte qualsiasi deviazione. Dio potrà essere concepito come un Dio di morte, che conduce Gesù verso la morte per espiare i peccati di tutti, invece di un Dio della vita e di un Gesù che si sottomette alla morte, contro la sua volontà, per liberarci dal potere di qualsiasi legge di morte. La salvezza non è concepita come liberazione, vita, speranza, ribellione a favore della vita, ma a partire da una teologia che parla di sacrificio, morte, peccato, colpa e castigo. A partire da una teologia, che parla il linguaggio di Mel Gibson nella pellicola La Passione o quello di Anselmo d’Aosta nella teoria satisfactoria.

(…) Il problema della fame e della sete di giustizia come problema di Dio, cioè, il problema della giustizia di Dio, è sostituito dal problema antropologico della colpa.

(…) Il Dio di Bush è un Dio che si esprime anche attraverso il castigo, che si mostra nella scena mondiale sotto l’aspetto dell’esercito americano e nella scena nazionale sotto l’aspetto della pena di morte. Nelle sue espressioni religiose sembra  l’immagine speculare in chiave occidentale di quel Dio pieno di rancori e vendicativo di Komeini. L’Amministrazione repubblicana di Bush ha giocato il ruolo di “sceriffo” del mondo. Ha preteso di dettare giustizia nella lotta tra il Bene ed il Male, considerandosi lo strumento del giusto castigo.

(…) Secondo la teologia di Bush, non è possibile nascondere la relazione tra guerra, politica, religione e natura umana. È il fondamentalismo. Se alla visione politica e strategica si aggiunge la concezione del “Popolo Eletto”, facilmente si giungerà alla giustificazione teologica della “guerra preventiva” o alla possibilità di progettare, per esempio, di attaccare il mondo arabo come un atto di omaggio a Dio. (…).

Si tratta di una interpretazione globale della storia nella quale i nemici del Popolo di Dio, quelli che hanno posto difficoltà nella costruzione dell’Israele della Promessa, sono pure nemici di Dio. La storia comporta il confronto continuo tra Yhwh e le forze del Male. Il male sarà vinto e il “serpente”, incarnazione di Satana, sarà annientato. (…).

 4. Uscire dall’Occidente? Un “Mondo altro” è possibile?

 (…) Credo che una domanda fondamentale dei cristiani di oggi, almeno di quelli “svegli” sia: “Che cosa dobbiamo all’uomo di oggi, che doveri abbiamo verso la storia, noi che crediamo di avere il privilegio di essere stati toccati dalla Grazia e risanati dal Maestro?”.

Alcune cose ci sembrano prioritarie.

- Renderci conto, con estrema lucidità, della situazione a cui ci ha condotto l’annacquamento del vangelo e l’avere trasformato la fede dei poveri nella religione dei vittoriosi crocifissori di popoli e nazioni.

- Delineare un nuovo modello di santità cristiana collettiva che ha come fulcro il rapporto coi beni della terra (e dunque col denaro ed il potere) e con i diseredati di tutti i Continenti, con gli impoveriti e gli schiavi vecchi e nuovi, con gli immigrati che cercano vita in questa nostra terra che ha disimparato la vita e l’amore. Abbiamo il dovere di riscoprire la “Chiesa dei poveri” che cammina con essi, che ad essi è mandata. E tutto ciò lasciando che gli innamorati dello splendore e del potere religioso se ne pascano a volontà. Anche in questo campo ha valore la massima “lascia che i morti seppelliscano i morti”.

- Restituire all’amore la sua centralità, credere nei fatti che Dio è Amore, che la persona vale sempre più delle cose. Anche la persona degli “esuberi”, dei clandestini, degli sconfitti.

- “Dobbiamo radicalizzare la ricerca della giustizia e della pace, della dignità umana e dell’uguaglianza nell’alterità, del vero progresso nell’ecologia profonda, bisogna impiantare la libertà nel cuore stesso dell’uguaglianza; oggi con una visione ed un’azione di dimensioni mondiali. È l’altra globalizzazione, quella che rivendicano i nostri pensatori, i nostri militanti, i nostri martiri, i nostri affamati”. Così Mons. Pedro Casaldáliga

(…) Non ci è facile uscire dalla presunzione che noi cristiani (soprattutto se ecclesiastici) sappiamo tutto, fin nei minimi particolari, su Dio, sugli uomini, sul destino umano, che dunque abbiamo il diritto e il dovere di ingabbiare la realtà negli schemi nostri, elaborati magari a fin di bene, ma senza quella umiltà che ci farebbe sempre attenti osservatori della Vita, quasi perpetuamente sulla soglia per ascoltare i gemiti dello Spirito nella realtà storica e nel cuore umano. (…) Siamo così feriti dagli “altri” che stentiamo a pensare che ci occorra svestire armature e deporre armi. Se qualcuno si chiede il perché di questa resistenza, rifletta sul fatto che l’interesse dell’etica cristiana è stato sempre per quello individuale, quasi mai per quello sociale. Il presunto diritto di proprietà, che la Chiesa ha sempre legato con la libertà personale, e per cui si è battuta lungo più di cento anni contro il comunismo, era fondato sull’“io” non sul “noi”. (…). 

Non ci è facile ripudiare un cammino che ha visto lo sviluppo dell’Occidente plasmato da due fattori congiunti: l’utilitarismo assoluto ed il senso religioso del dovere. (…). Detto in altri termini: la cultura corrente, quella nata dal ca-pitalismo e dall’utilitarismo etico, è stata accolta dai cristiani che, per così dire, si sono fatti evangelizzare da essa – lo abbiamo ricordato – invece di evangelizzarla in nome della dignità e dei diritti di ogni uomo. Così oggi non abbiamo la minima coscienza né della nostra ipocrisia né, tanto meno, della nostra apostasia. Quanto di orribile abbiamo prodotto e produciamo, la propaganda ce lo mostra come “naturale” ed ineluttabile.

(…) A chiare lettere: non ci è facile rinunziare a Mammona per scegliere Abbà, anzi – parola del Cristo – questo è “impossibile agli uomini, ma non a Dio”. Ed allora abbiamo bisogno di profezia.

Non è solo la Chiesa-istituzione, è la mentalità popolare dei battezzati ormai abbastanza idolatrica, ad impedirci di uscire da questa apostasia e da un sistema che attenta alla vita.

(…) La proposta di Gesù è nella fiducia tra le mani del Padre di cui siamo “figli amati”. Forse la profezia più difficile per il cristiano sta qui: nel dire e testimoniare che una uscita, un esodo dalla illusione, è possibile, una strada verso la vera sicurezza nell’abbandono di amore è in attesa della nostra conversione. Perché la radice del “regno” annunziato da Gesù è questa fiducia nel Padre e nei fratelli, nostri compagni di cammino e destino. Lo sappiamo bene che sembra assurda questa proposta agli occhi dell’uomo contemporaneo. E proprio in questo sta l’urgenza di un atteggiamento profetico nel cristiano e nella Chiesa: non solo dare fiducia e coraggio, non solo indicare l’abisso verso cui ci incamminiamo, ma testimoniare che “un altro mondo è possibile”, un “uomo altro”, una società più degna dei figli di Dio.

(…) Concludendo, una sorta di confessione. Forse qui siamo in troppi ad avere ferite appena rimarginate, a contare speranze deluse. Forse abbiamo visto che chi ci doveva appoggiare ci ha osteggiato, chi doveva incoraggiarci a predicare il Vangelo ci ha messo il bastone tra le ruote. Ma non siamo forse neppure in pochi a poter dire che tutte le volte che abbiamo camminato coi poveri – e dunque col “Povero” – tutte le volte che abbiamo osato avere parole di speranza, in quelle occasioni chi credevamo un “nemico” si è rivelato compagno di cammino e si è aperto ad una “speranza appena nata”. (…).

Oggi le nostre speranze sembrano sconfitte, siamo dei “perdenti” secondo gli uomini, ma chi sa, questo nucleo di “marginali” custodisce un segreto, un grumo splendido di fede, una ricetta di felicità, lanciata 2000 anni fa sul “monte delle beatitudini” dall’Amico della “gente di cattiva reputazione”, ed ancora intatta. Quella esperienza che ha riempito la nostra vita e le ha dato un senso indimenticabile, è l’unica leva da cui il mondo e la chiesa devono ripartire se vogliono essere custodi del futuro.

http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=45570

«IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

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La narrazione degli avvenimenti storici si configura di frequente come vera e propria falsificazione del passato, intesa ad accreditare determinate visioni del mondo e della società o anche a legittimare partiti e movimenti emersi vincitori nella lotta per la conquista del potere. Una inclinazione della storiografia, questa, che pur rintracciabile nell’antichità, s’è venuta accentuando nel corso dell’età moderna e contemporanea, in ordine soprattutto agli accadimenti del ventesimo secolo segnati dal protagonismo delle masse. In queste pagine Sandro Fontana ripercorre alcuni episodi della storia del Novecento, intenzionalmente distorti da una certa storiografia «militante» per immediate finalità ideologico-politiche. Si fa così luce sul mito della vittoria mutilata nel 1918 e sulla favola di Aldo Moro alleato dei comunisti; viene erosa se non demolita l’epopea della Rivoluzione d’Ottobre al pari della Resistenza tradita; dalle forze moderate; si ridimensiona la segreteria Berlinguer e si mostra l’assoluta banalità della sua cosiddetta «terza via»; si denuncia la congenita doppiezza del pacifismo e viene ricostruita nella sua realtà la strage di Marzabotto senza indulgere a strumentalizzazioni. Questo un compendio dei principali argomenti che intessono il libro. Ma, al di là di letture del passato parziali o non pienamente conformi a criteri di scientificità, nelle pagine di Fontana si sottolinea la responsabilità morale dello storico nei confronti della società in cui opera, contribuendo la storiografia in modo eminente a formare il senso comune di un Paese, a definire l’antropologia di un popoli orientandolo alle scelte per l’avvenire. Ne consegue che, come la moneta falsa progressivamente dissolve ogni ordine economico, allo stesso modo una storiografia intrisa di menzogne corrode i fondamenti etici della società consegnandola irrimediabilmente al conflitto e alla disunione. È infine da segnalare che, in appendice a ciascun capitolo, figura una bibliografia essenziale, utile a ulteriori approfondimenti dei temi trattati.  

 «IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

 Ciò che più colpisce gli studiosi che hanno esaminato con attenzione i regimi comunisti non è tanto l’entità e la mostruosità dei crimini commessi, quanto la vastità delle complicità e delle omertà che essi sono sempre riusciti a trovare nei Paesi occidentali. Eppure non era necessario attendere la caduta del Muro nel novembre 1989 per conoscere la tragica realtà dei Paesi sfortunati che avevano subito il comunismo, tante e tali erano le testimonianze rilasciate in Occidente non solo dai visitatori occasionali ma anche dai protagonisti di quei crimini. 
In un recente libro di Renzo Foa, che è stato anche direttore de l’Unità organo del Pci, vengono dedicate pagine illuminanti all’opera autobiografica di un alto esponente del comunismo sovietico Victor Kravchenko dal titolo Ho scelto la libertà, che venne pubblicato negli Usa nel 1946 e che fu tra i libri più venduti in America e nei Paesi dove venne tradotto. La testimonianza di Kravchenko era molto attenta e fedele non solo perché egli aveva scalato tutti i gradini della nomenklatura sovietica, dirigendo fabbriche e grandi complessi industriali, ma anche perché aveva vissuto sul terreno, in Ucraina, prima la collettivizzazione forzata delle terre, con la carestie nelle campagne, e poi le «grandi purghe». 

Egli cioè era stato uno dei grandi protagonisti d’una immane tragedia, che s’era conclusa con lo sterminio di oltre venti milioni di contadini. La sua fu una descrizione spietata e terribile delle carestie provocate artificialmente da Stalin per piegare con ogni mezzo la resistenza dei contadini, che per sopravvivere erano costretti a regredire nel cannibalismo, scrivendo testualmente: «Per impedire ai contadini disperati di mangiare il grano ancora verde, perché i colcos non finissero sotto cattive gestioni e per lottare contro i nemici della collettivizzazione, nei villaggi furono create speciali sezioni politiche, poste sotto l’autorità di uomini di fiducia del partito. Fu allora mobilitato un vero e proprio esercito di centomila uomini che era composto da militari, uomini della polizia segreta, studenti e funzionari considerati fedeli e risoluti, i quali vennero inviati nei territori sottomessi al collettivismo». Egli costatò che in quelle campagne desolate non si parlava altro che di carestia, di tifo endemico e di atti di cannibalismo. Kravchenko si accorse che le prigioni e le stazioni di polizia «rigurgitavano di contadini incarcerati per aver falciato i loro campi senza autorizzazione, per aver sabotato o rubato a danno dello Stato». Il primo giorno trovò un villaggio «immerso in un anomalo silenzio» e gli venne spiegato che «sono stati mangiati tutti i cani» e che, «se non vedete nessuno per strada, è perché la gente non cammina più, non ne ha più la forza». In quei giorni e mesi terribili i contadini ridotti a larve gli raccontarono che «ogni tanto un carro percorre il paese e raccoglie i cadaveri», che «abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, cani, topi, uccelli», che «domattina quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia: abbiamo mangiato anche quella» e «perfino il letame dei cavalli».
E tutto ciò perché, secondo il parere del potente segretario del partito comunista ucraino, «le autorità locali dovevano conoscere la vera potenza bolscevica: era perciò necessario schiacciare gli agenti dei kulaki ovunque avessero sollevato la testa e ottenere la consegna del grano a qualsiasi prezzo». L’ordine era: «Strappate il frumento a quella gente, dovunque sia nascosto, nelle stufe, sotto i letti, nelle cantine o nei nascondigli scavati nelle aie. Non abbiate paura di ricorrere a misure estreme». Al termine dell’operazione, durata un intero biennio, il segretario del partito comunista ucraino poteva affermare con fierezza: «L’anno appena finito ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo Paese. La collettivizzazione è costata milioni di vite, ma ora è saldamente radicata». Insomma, fin dal febbraio del 1946, quando cioè venne pubblicata l’autobiografia di Kravchenko, il mondo occidentale conosceva l’orrore dei regimi comunisti. Ma allora perché si è taciuto così a lungo? Perché nel frattempo, non sono stati denunciati e impediti altri crimini ed altri orrori? Perché, per conoscere la verità, abbiamo dovuto attendere il crollo del Muro?

Certo, il Partito comunista sovietico disponeva, all’interno di ogni Paese occidentale, di numerosi partiti fedeli che venivano, come ha dimostrato Valerio Riva, non solo finanziati, ma anche collegati in organismi internazionali come il Comintern o il Cominform, e quindi trasformati in strumenti formidabili di propaganda e di difesa del mito sovietico. Tutto ciò è vero, ma secondo gli storici non è ancora sufficiente per spiegare la persistenza della menzogna. È necessario perciò esaminare almeno due cause che hanno operato nel lungo periodo.

La prima riguarda il famigerato processo sui crimini di guerra di Norimberga del 1945-’46, nel quale, come scrisse allora Piero Calamandrei, tutti gli imputati appartenevano alle nazioni sconfitte, mentre tutti i giudici vennero scelti tra i vincitori. E poiché la Russia di Stalin faceva parte di questi ultimi, venne operata una colossale amnistia nei confronti di tutti i suoi crimini, compreso lo sterminio di 4.500 ufficiali polacchi, cioè della futura classe dirigente della Polonia, a Katyn nel 1940.
La seconda causa va ricercata nella guerra fredda, durante la quale tra i due schieramenti contrapposti venne stabilita una sorta di turpe e reciproca omertà, per cui tutto ciò che, sul piano dei diritti umani, poteva compromettere la stabilità complessiva venne sistematicamente ignorato o rimosso per lunghi decenni.

A queste cause di lungo periodo vanno aggiunte cause specifiche che riguardano l’atteggiamento assunto nei vari Paesi, prima e dopo il conflitto mondiale, nei confronti del comunismo sovietico. Per esempio, quando negli Usa uscì la denuncia di Kravchenko, l’opinione pubblica del più grande Paese antagonista della Russia venne fortemente influenzata da un altro libro, Missione a Mosca, che divenne subito un best-seller e che era stato scritto da Joseph Davies, ambasciatore di Roosevelt in Unione Sovietica tra la fine del 1936 e il 1938, cioè nel periodo famigerato delle «grandi purghe» con cui Stalin, attraverso processi-farsa, veniva eliminando migliaia di oppositori interni. Davies credette ciecamente alla propaganda comunista e si schierò apertamente dalla parte di Stalin, che accusava gli avversari interni di collaborare con i servizi segreti tedeschi e giapponesi. In un suo rapporto inviato a Washington, l’ambasciatore americano scriveva infatti: «Debbo confessare che ero prevenuto contro l’attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L’unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subita con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma, giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l’esistenza di una estesa cospirazione a danno del governo sovietico». Giustamente Renzo Foa ha ricordato che, nel 1943, da Missione a Mosca venne anche ricavato un film, prodotto a Hollywood dalla Warner Bros, come omaggio diretto di Roosevelt all’alleato russo. Naturalmente anche nel film la vita quotidiana sovietica veniva descritta in maniera idilliaca.

Lo stesso discorso può essere fatto anche a proposito dell’Italia, dove s’era affermato, nel secolo scorso, dal 1921 al 1989, il più grande partito comunista occidentale. Qui la presenza di un intellettuale e di un martire del comunismo come Antonio Gramsci, aveva consentito a Togliatti di sviluppare una strategia avvolgente e penetrante in ogni settore e àmbito della società italiana senza mai venir meno alla tradizionale fedeltà nei confronti dell’Unione Sovietica: al punto che, quando nel 1989 è crollato l’impero sovietico, non sono stati tanto i comunisti italiani ad abbandonare l’Urss quanto quest’ultima, con la sua rovinosa caduta, ad abbandonarli, lasciandoli orfani e disperati. Di qui le reticenze, le amnesie, le titubanze che ancor oggi caratterizzano l’atteggiamento degli intellettuali e degli storici ex comunisti di fronte alla storia del comunismo e che impediscono di conoscere la verità non solo sulla settantennale dipendenza del Pci da Mosca, ma anche sulla stessa storia dell’Unione Sovietica. Non a caso in un convegno tenutosi a Milano dal 3 al 4 novembre 2003, dedicato al Comunismo nella storia del Novecento e organizzato dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dalla Regione Lombardia, tutti gli storici marxisti invitati – da Aldo Agosti a Francesco Barbagallo, da Sandro Bellassai a Luciano Canfora, da Anna Di Biagio a Renzo Martinelli, da Silvio Pons a Massimo L. Salvadori e Giuseppe Vacca – si sono con varie scuse rifiutati di partecipare. Intervenendo allo stesso convegno e partendo dall’osservatorio privilegiato dell’Archivio Centrale dello Stato, Aldo G. Ricci ha dimostrato come gli anni Novanta abbiano registrato, nonostante l’apertura degli archivi sovietici e italiani, un calo netto, rispetto al periodo precedente, di studi e tesi di laurea dedicati alla storia del Pci. Il fatto è che le varie ricerche storiche sul Pci e sull’Unione Sovietica, non avendo più il pubblico né le finalità agiografiche d’un tempo, quanto più appaiono criticamente approfondite, tanto più rischiano di essere politicamente dannose per la carriera presente e futura dei leader e degli storici postcomunisti. Di qui l’abbandono della ricerca storica da parte di tanti intellettuali di sinistra, i quali hanno finito col regredire al livello di quei teologi oscurantisti che, ai tempi di Galileo, si rifiutavano di guardare nel cannocchiale per non dover rinnegare i loro pregiudizi tolemaici.

Bibliografia essenziale

Sui crimini del comunismo nei Paesi dove ha conquistato il potere, si veda Il libro nero del comunismo (a cura di Stéphane Courtois), Mondadori, Milano 1998. Per i rapporti politici e finanziari tra l’Unione Sovietica e i partiti comunisti occidentali, si veda Valerio Riva, Oro di Mosca, Mondadori Milano 1999. Sulla letteratura dedicata in Occidente ai crimini comunisti, si veda Renzo Foa, In cattiva compagnia, Liberal, Roma 2007. Per conoscere la propaganda pacifista e antiamericana del Pci in Italia, si veda Andrea Guiso, La colomba e la spada, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per possedere una visione storica complessiva del comunismo sovietico e italiano del Novecento, si rinvia a Il comunismo nella storia del Novecento: il caso sovietico e quello italiano (a cura di Sandro Fontana), Marsilio, Venezia 2005.

IL BAROCCO IN SICILIA….

Se si vuole oggi trovare un valido motivo per intraprendere un viaggio — virtuale e “a tavolino” — attraverso i molti rivoli del barocco siciliano, non ci si può più limitare a constatare l’indubbia qualità della sua architettura o a cogliere l’originalità e il virtuosismo dell’invenzione decorativa; ovvero, ancora, a percorrere un itinerario attraverso le città “capitali” o i principali temi urbani e architettonici — città, chiese, palazzi, ville — e le invenzioni spaziali e compositive o, più in generale, articolando la complessa materia secondo distinte fasi cronologiche. Questo nostro viaggio vuole infatti proporre un’altra “storia” che implicherà una riflessione sui modi e sui tempi del barocco in Sicilia ma che, soprattutto, tenderà a evidenziare gli specifici connotati che lo caratterizzano e lo distinguono da altri, paralleli, sviluppi regionali. Il barocco siciliano è stato definito da Giulio Carlo Argan «testimonianza di uno sforzo “moderno”: il più grandioso e il più audace, forse, che l’isola abbia mai prodotto». Questo giudizio, coniato soprattutto in ragione dei risultati offerti dalla ricostruzione della Val di Noto dopo il terremoto del 1693, riassume più in generale un’opinione diffusa che giustifica ogni nuovo interesse verso questa felice stagione dell’isola: per conservarne la memoria, attualizzandola e rendendola, così, parte integrante dei nostri tempi.

Barocco

 

 

 

MARTA GIUFFRÈ è professore ordinario di storia dell’architettura nella Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo; ha ricoperto la carica di Direttore del Dipartimento di Storia e Progetto nell’Architettura dal 1992 al 1995 e, per molti anni, quella di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici; ha coordinato gruppi di ricerca in ambito nazionale e internazionale. La sua attività scientifica si è rivolta con particolare attenzione all’analisi della città e dell’architettura nell’età moderna, pubblicando numerosi libri e saggi e privilegiando, nell’arco di interessi vasti per dimensione cronologica e geografica, l’attenzione verso i temi siciliani nei loro rapporti con altre aree, tra linguaggio internazionale e tradizione locale. Ha fondato nel 1998 la rivista “Lexicon. Storie e architettura in Sicilia

Tra i suoi contributi più recenti dedicati alla Sicilia, saggi sull’architettura pubblica e privata nell’età dell’illuminismo per Leo S. Olschki, e sull’architettura del Seicento e del Settecento per Electa.

 

MELO MINNELLA ha fotografato per anni il patrimonio artistico e culturale della sua Isola; ha pubblicato numerosi libri sulla Sicilia, sulla sua arte e sulla sua cucina. Le sue fotografie sono state pubblicate su riviste come Life, Mondo e Stern. Per Arsenale Editrice ha realizzato tutte le fotografie dei volumi Dimore di Sicilia e Sicilia. Storia e Arte.

Maria Giuffrè,Il Barocco in Sicilia,Arsenale Editore,2008,pp.186.

Per Vitalba:

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Palermo:”a munnizza”,l’AMIA e il “mistero dello straordinario”!

Affaire Amia e l’emergenza rifiuti prevedibile a Palermo
Cammarata è preoccupato, Berlusconi si è arrabbiato
Vi sveliamo il “mistero dello straordinario”

di Ignazio Panzica

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Il giorno dopo la defenestrazione di Orazio Colimberti da Direttore generale dell’AMIA, Cammarata e Caruso sono molto preoccupati. La furba abitudine del Sindaco di individuare sempre – dopo aver fatto le “frittate”, l’ultima si chiama mancato aumento Tarsu – un dirigente amministrativo come capro espiatorio finale (vi ricordate l’affaire Ztl!?), stavolta non è risultato un argomento “funzionale”. Perché, stante oggi, Colimberti rappresenta, oggettivamente, il know-how dell’Azienda. Cioè, l’unico che in 48 ore potrebbe, scientificamente , ripulire, se volesse, la città. Ma mandato via, in mala maniera, obbligandolo ad utilizzare d’ufficio (=coatto) le sue ferie arretrate, non è probabile che, l’ormai,ex Dg dell’Amia voglia muovere un dito mignolo, di suo, in soccorso dei due esponenti politici alle prese con la patata bollente dell’emergenza rifiuti. Specie , in queste ore, che l’Azienda risulta, formalmente, sotto l’unica responsabilità del Presidente Marcello Caruso. I cui rapporti con Colimberti , nonostante le apparenze, non sono mai stati sostanzialmente “amicali”.

Il fatto è che la teoria del “tanto peggio tanto meglio”, testata nell’affaire “ aumento Tarsu – Amia – Consiglio Comunale”, non ha funzionato. Invece di mettere all’angolo il centrosinistra in Consiglio comunale e procedere spediti verso il ricontrollo politico totale del sistema dei rifiuti cittadino, et voilà, Cammarata ha provocato la creazione di una nuova maggioranza politica consiliare, contro se stesso ed il Pdl. Un oggettivo disastro politico, aggravato dalla notizia che a Berlusconi, questa storia dell’emergenza rifiuti a Palermo, ha dato parecchio fastidio, sin dal momento che ha visto i telegiornali di domenica sera. Quando, poi, il suo “migliore collaboratore di Governo” gli ha riferito degli “sos” lanciati da Cammarata per raggiungere Tremonti e Bertolaso, l’ira del Cavaliere è esplosa sovrana. La leggenda parla di una raffica di improperi, principiati con il solito “massa di buoni a nulla”. Dopodichè ha ordinato a Bertolaso di armarsi della sua bacchetta magica e sbarcare, immediatamente, a Palermo, con un mandato irriducibile : entro il 6 Giugno sulle strade di Palermo non ci deve più essere un solo sacchetto di immondizia. E’ comprensibile la preoccupazione del leader : i palermitani amministrati da Cammarata, non potranno votare in massa il Pdl, se per farlo dovranno, prima,dribblare i cumuli maleodoranti della “munnizza”.

 Avete capito, adesso, perché Cammarata e Caruso sono preoccupatissimi !

Ma cerchiamo di “leggere” dall’interno della struttura Amia, come funziona il marchingegno della raccolta dei rifiuti a Palermo.

Gli autocentri cittadini dei mezzi Amia adibiti alla raccolta dei rifiuti sono due, Brancaccio e Tascalanza. Ai turni di raccolta (il serale dalle ore 22 alle ore 04 ed il mattutino dalle 05 alle 11) sono assegnate 300 unità, tra autisti ed i cosiddetti “scarichini”. Gli auto compattatori in dotazione all’Azienda dovrebbero essere circa 130, alcuni anche veri pezzi di modernariato. In realtà da mesi ne possono uscire – in grado di espletare comunque la funzione affidata loro – poco meno di 35, e non tutte le notti. Le ultime rilevazioni notturne raccontano di una media da fare tra un massimo di 17 ed un minimo di 7 mezzi al giorno. Vi chiederete, come mai?

 

Perché, l’autoparco Amia – a cui la precedente gestione Galioto aveva sottratto la possibilità di usufruire di una efficace autofficina interna – è decimato da innumerevoli problemi di manutenzione. Le officine private convenzionate, ricche di crediti non onorati dall’Amia, non ne vogliono più sapere di dover riparare gli autocompattatori. Discorso simile per una trentina di ottimi e sofisticati mezzi speciali, recentemente acquistati dall’Amia,capaci da soli di mangiarsi in 36 ore metà dell’attuale emergenza rifiuti. Ma la sfortuna perseguita l’Azienda. Acquistati con il moderno sistema della manutenzione in esclusiva, compresa nel prezzo, non possono essere riparati perché i venditori dei mezzi sono stati bidonati dall’AMIA. Nel senso, che i pagamenti non sono mai stati completati ai venditori privati. Quindi, niente liquidazione finale delle fatture : niente prestazioni e garanzia di manutenzioni.

 Per non parlare del “peccatuccio” delle polizze auto, ancora, non pagate a Generali e a Reale Mutua Assicurazioni. Ogni volta che un mezzo esce, perciò,rischiano in solido sia i dirigenti che gli autisti.

Ma non è finita. I sindacalisti interni all’Amia, specie quelli della Cisl e Fesica, stanno giustificando “lo stato di agitazione” in corso con il mancato rispetto, da parte dell’Azienda – a danno dei lavoratori – delle norme sulla sicurezza (la legge 626), nonché sul pericolo di fallimento dell’Amia. In materia di sicurezza, i lavoratori hanno ragioni da vendere, ma sino ad oggi non ci avevano mai badato. In materia di fallimento solo tre persone l’hanno adombrato: il Sindaco, il capogruppo Pdl e lo stesso Presidente dell’Amia. Argomentazione, recitata en passant, per “ricattare politicamente il Consiglio comunale”, come ha sempre detto il consigliere PD Maurizio Pellegrino.

In realtà, l’ostruzionismo di una parte dei dipendenti Amia ha, anzitutto, una chiave di lettura: lo straordinario. Meglio ancora, l’ordine di servizio Amia, che predisponeva a far data dall’1 giugno 2009 un suo drastico ridimensionamento dell’uso all’interno dell’Azienda.

 Di questo “mistero” – lo straordinario – dell’igiene urbana a Palermo (ndr : racconta una leggenda metropolitana) ne parlava, sconvolto, agli intimi un ottimo professore di Economia, che per alcuni anni il caso volle facesse il presidente dell’Amnu, per un periodo degli anni 80. L’uomo era un “precisino” che non vi dico. Dopo un paio di mesi di presidenza – profondo conoscitore di numeri e di norme – osservò che, talvolta, “lo straordinario” di taluni eguagliava, o superava, l’ordinario orario di lavoro. Fenomeno , quanto più appariscente quando riguardava, addirittura, intere squadre. Così , si chiese, come mai ? Grossomodo , lo scoprì. Dopo una serie non limitata, di alterchi con gruppi di inferociti che , a giorni alterni, gli invadevano il suo ufficio, armati anche di forconi. All’epoca, dentro l’Amnu, imperversavano dei clan di intere famiglie di dipendenti, o soggetti gestori di piccole attività imprenditoriali private. Tutti figli della lottizzazione politica dell’epoca, soprattutto delle correnti interne alla Dc. Comunque, allora, un “accordo” fu trovato.

“Lo straordinario”poteva essere, pure, utilizzato in modo non proprio, a patto che non si esagerasse; ma soprattutto Palermo, non vivesse alcuna emergenza rifiuti. Da allora ad oggi, finiti i partiti e con essi la politica democratica; esauritisi i tradizionali clan familiari interni, l’Amia è diventata un “casino” , come il resto della società : in mano a gruppetti di furbacchioni. Che sconoscono il confine tra uso ed abuso. Così, nell’ottobre 2008 la Giunta Cammarata, alle prese con la necessità di far quadrare i conti del bilancio comunale, è stata costretta a diramare una direttiva alle aziende controllate, in testa l’Amia, con la quale si dava disposizione di ridurre drasticamente “gli straordinari”. All’Amia dove vi sono amministrativi, che portano a casa anche 70 ore al mese di straordinario, o “focosi operai”che marciano sulle 20/30 ore mensili, la cosa ha dato oggettivamente fastidio. L’insipienza di taluni politici, che pensano di poter aver un buon ritorno politico da un eventuale “salvataggio stile Alitalia” dell’AMIA, propiziandolo aizzando disservizi e scioperi , ha fatto il resto.

 Morale della favola, eccovi l’attuale “aperitivo” dell’emergenza rifiuti, che Sicilainformazioni.com, vi aveva pur raccontato per sommi capi, in anteprima, con tutta una serie di articoli già a partire dallo scorso 11 maggio.

Adesso, siamo certi che Bertolaso, attuerà l’ordine di Berlusconi, restituendoci Palermo pulitissima entro il 6 giugno. Ma la storia è destinata a ripetersi. Ci auguriamo in farsa, e non in tragedia, all’incirca tra la fine giugno e tutto luglio, quando il caldo è destinato ad aumentare. Non vi stiamo rivelando un segreto di stato. Sono mesi che i boatos, provenienti dalle viscere dell’Amia lo raccontano a decine di migliaia di palermitani. C’è da chiedersi : Come mai nessuno, sin’ora, ha mai mosso un dito per intervenire preventivamente? A voi la risposta.

 Un anziano cronista,oggi in pensione, sentendo questa storia , è scoppiato a ridere. “A Palermo c’è un precedente illustre – ricorda questa splendida memoria storica della cronaca palermitana – te la ricordi la truffa collettiva del falso scommettitore Giovanni Sucato da Villabate. In un paio d’anni ha raccolto alcune centinaia di migliaia di “puntate”, ma di lui se ne accorsero tutti tardi, sia le forze dell’ordine che giornali; naturalmente a truffe già andate in porto nell’ordine di decine di migliaia”.

 Ci viene spontaneo dirlo. Complimenti!!!

http://www.siciliainformazioni.com/

Palermo: “a munnizza” e il vice-re Diego…..

A Palermo “a MUNNIZZA” (L’IMMONDIZIA),a dire il vero,non è mai mancata! Prova ne sia che l’estro dei tanti palermitani onesti ha scelto un monumento della città,la statua di Carlo V a cavallo deposta presso piazza Bologni,come simbolo per poter misurare il livello di munnizza presente in città nelle varie epoche.Infatti la statua bronzea dell’imperatore lo ritrae con la mano destra staccata dal corpo e sollevata in aria,quasi a voler dire,secondo l’interpretazione del vulgus,guarda guarda quanta è alta la munnizza! In questi giorni,però,anche Carlo V ha deciso di ritirare la mano e di metterla in tasca perchè proprio non sopporta più che la munnizza abbia superato di gran lunga l’altezza della sua mano. Eppure esiste un forte legame tra Carlo V,la dominazione spagnola in Sicilia,i Vice-Re e Diego:l’ultimo dei Vice-Re……!!!! La città è sommersa di munnizza che si trova sparsa ovunque a ridosso dei tanti e bellissimi monumenti presenti in città,nelle vie del centro storico come in periferia con lo sguardo incredulo dei turisti che arrivano in città e trovano uno scempio indegno di una città bellissima. D’altronte la tirannia dei Vice-Re è arci nota così come la loro sete di potere,il loro cinismo,la loro ferocia e la voglia di saccheggiare e basta. Vi mostro alcune foto scattate stamane e che dicono,meglio di ogni altra parola,in che stato è ridotta la povera Palermo!

DSC02020DSC02023DSC02146DSC02156DSC02159DSC02164DSC02154 E se Carlo V potesse ritornare a Palermo come tratterebbe il Vice-Re Diego?

Per sfuggire a questo spettacolo indegno e volgare che non rende giustizia ad delle più belle città d’Italia e non solo,ho deciso di farmi una passeggiata all’interno di due dei mercati storici della città:il Capo e Ballarò.

Il Capo:

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BALLARO’

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Così ho potuto riassaporare gli odori tanto antichi quanto nuovi delle prelibatezze palermitane e,soprattutto,pensare che Palermo,la vera Palermo (non quella del Vice-Re Diego),non è MUNNIZZA,ma arte,storia,tradizioni,fede,cultura ecc.ecc.

Speriamo che la SANTUZZA,così chiamano i palermitani Santa Rosalia loro patrona,possa,ancora oggi,intervenire per liberare Palermo dalla peste dei Vice-Re:

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Resistenza alla mafia….

Roma 5

TAVOLA ROTONDA SU SANTITA’ E LEGALITA’

 Roma

Il 15 maggio scorso,a Roma presso l’istituto “Luigi Sturzo”,si è svolta una tavola rotonda sul tema :”Resistenza alla mafia:corcevia di Santità e Legalità”,in memoria del compianto Arcivescovo di Monreale Mons.Cataldo Naro di venerata memoria.Mons.Naro volle,per la sua diocesi, il progetto denominato “Santità e Legalità”,ossia una resistenza cristiana alla mafia.L’idea di fondo del progetto era quella che la Mafia va combattuta anche con la logica evangelica e,soprattutto,con la santità della vita dei credenti.Mons.Naro era convinto che bisognava elaborare un discorso contro la mafia,ma a partire dalle categorie proprie del cristianesimo.Dire,dunque,parole cristiane contro la mafia,unitamente a quelle espresse dalla società civile attraverso il concetto di legalità.

Riportiamo di seguito una breve sintesi degli intervenuti al convegno.

 Roma 1

On.LEULUCA ORALNDO

 Dopo aver ricordato con affetto Mons.Naro dicendo quanto fosse legato a Lui,anche da alcune ricorrenze familiari che potrebbero sembrare delle pure coincidenze,ma che invece sono legate ad alcuni momenti della vita di Mons.Naro,ha affermato che non bisogna  perdere di vista l’aspetto etico-religioso-morale e che due sono gli aspetti con cui si può combattere la mafia:la LEGALITA’,ossia l’osservanza delle leggi per poter vivere ordinatamente e civilmente e,appunto, la SANTITA’  di vita dei credenti in Cristo,ossia l’incarnazione quotidiana ed esistenziale dei valori del Vangelo “sine glossa”. Orlando,ha ribadito,che,inizialmente, non riusciva a capire cosa c’entrasse la SANTITA’ contro il fenomeno mafioso.Grazie a Mons.Naro si è reso conto quanto fosse importante il cammino di santità attraverso lo specifico della missione della Chiesa:l’evangelizzazione. Roma 2

Sua Ecc.MONS. VINCENZO PAGLIA

 Ha ricordato come e quando la Chiesa ha iniziato a parlare apertamente di mafia.Prima con Ruffini,poi con Pappalardo,ma determinanti sono state le parole di Giovanni Paolo II ad Agrigento,perché per la prima volta si sono usate parole cristiane contro la mafia:pentimento,conversione,giudizio di Dio. Ha sottolineato come Mons.Naro sentiva la necessità,nell’esercizio del suo ministero episcopale,di creare un movimento di resistenza alla mafia,un intreccio tra legalità e santità. Talmente grande era la considerazione che Mons.Naro aveva delle figure di santità che ha sentito il bisogno di creare una litania per invocare quelle della diocesi monrealese e non solo,affinchè ciò potesse servire per passare dal DEVOZIONALISMO  ai santi alla VOCAZIONE ALLA SANTITA’.Grande commozione ha colpito i presenti quando Mons.Paglia ha letto il testamento spirituale di Mons.Naro,concludendo,con grande nostalgia, e tristezza:”TROPPO PRESTO CI HA LASCIATI”.

PROF.SALVATORE SCORDAMAGLIA.

E’ intervenuto dicendo che la mafia bisogna combatterla con ogni mezzo lecito e purtroppo i mezzi che la società civile ha a disposizione non bastano. Poi,come affermava spesso Cataldo Naro, ha citato alcuni scritti del pastore protestante D.BONHOEFFER, tra cui RESISTENZA E RESA. Questo titolo Mons.Naro voleva che fosse interpretato così:Resistenza al male e Resa a Dio.

 Roma 3

DOTT.SALVATORE TAORMINA

Ha ricordato mons.Naro,la sua passione per Cristo e per la storia;il suo linguaggio cristiano e la sua definizione di  legalità :”UN MEZZO PER ESERCITARE LA GIUSTIZIA PER IL BENE COMUNE”.

Roma 4

Al termine degli interventi,alcuni partecipanti hanno preso la parola ricordando Mons.Naro sotto l’aspetto storico e sociologico,definendo la vicenda di Mons.Naro ESEMPALRE DI UNA LOGICA CRISTIANA DI VITA. Infatti Egli,durante il suo breve episcopato,ha dovuto lottare. Ha lottato,come attesta il suo testamento,contro ogni voglia di cambiamento,contro i tanti problemi irrisolti che ha trovato,ma soprattutto contro le tante incomprensioni e ostilità di alcuni personaggi che gli remavano,sistematicamente,contro, finchè ogni giorno si sentiva sentire meno. Nonostante ciò,non si è arreso,ha resistito perché capiva che Dio voleva da Lui questa resa,questa sua consegna a Lui attraverso il suo episcopato. Ha continuato traendo forza da quel crocifisso che portava al collo. Adesso vive in Dio,nella Gioia piena,ma continua a pregare per la Chiesa. Sta a noi,adesso,dare una risposta al suo sacrificio d’amore,ricordandolo,facendo passare,cioè,nel nostro cuore la sua meravigliosa persona,ma soprattutto i suoi insegnamenti e la sua testimonianza evangelica. Solamente così il suo sacrificio non sarà inutile.

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HA MODERATO IL DIBATTITO IL DOTT.GIANNI RIOTTA