San Giuseppe 2013:mense, altari e tavolate.

SONY DSCPARTINICO
SONY DSC
SONY DSC
BORGETTO
SONY DSC
CAMPOREALE
SONY DSC
CAMPOFIORITO
SONY DSC
CONTESSA ENTELLINA
SONY DSC

Cataldo Naro,un vescovo sulla scia del concilio.

naro porcasi
0. Estratto Naro – CredOggi 01-13

Quaresima 2013.

A

“Il «ritornare a Dio con tutto il cuore» nel nostro cammino quaresimale passa attraverso la Croce, il seguire Cristo sulla strada che conduce al Calvario, al dono totale di sé. E’ un cammino in cui imparare ogni giorno ad uscire sempre più dal nostro egoismo e dalle nostre chiusure, per fare spazio a Dio che apre e trasforma il cuore” (BENEDETTO XVI, Omelia nel Mercoledì delle Ceneri, 2013).

L’ umiltà di Pietro

VENGA IL TUO REGNO

E’ Tempo di Grazia

L’ultima Enciclica di Papa Benedetto.

A

Il gesto di papa Benedetto di lasciare il pontificato (renuntiare), dopo lunga preghiera ed esame di coscienza, conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata,riconoscendo i limiti legati alla propria fragilità umana, ingravescente aetate, lungi dall’essere tacciato di viltade, come ha fatto Dante davanti al “rifiuto” di Celestino V, costituisce uno straordinario esempio di umiltà che può essere considerato la sua ultima enciclica.

Non possiamo nascondere che l’annuncio, insolito e inatteso, della rinuncia di Benedetto XVI a proseguire il ministero petrino, affidatogli dai cardinali il 19 aprile 2005, ha immediatamente raggiunto i confini del web, diventando in assoluto la prima notizia del villaggio globale e assumendo subito la valenza di un fatto “storico”.

Si è avuta netta, a fior di pelle, la sensazione di smarrimento e tristezza che, generalmente, si prova quando ci lascia qualcuno cui siamo legati profondamente, non solo per vincoli di sangue ma di spirito e vita che trovano le loro radici nella fede e nella cultura.

La molteplicità d’interpretazioni, che autorevoli voci hanno dato di questa rinuncia, trovano un denominatore comune in una grande libertà interiore che riesce a neutralizzare l’attrattiva del potere per ancorarsi alla comune umanità. Del resto, “prendere atto, apertamente, di una propria debolezza e inadeguatezza è una delle più alte prove di libertà e di intelligenza” (Magris).

Nell’udienza generale di mercoledì 13 febbraio, con spiazzante semplicità, il Papa ha confermato: “Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa” e ha ribadito la sua umile certezza: ”Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura… Il Signore ci guiderà”.

Conserveremo nel cuore, come un tesoro prezioso, questi otto anni di magistero limpido e cristallino, scaturito dalla fede e dall’innocenza di papa Benedetto, ricordando – come ha sapientemente riassunto Ferruccio De Bortoli – che “di straordinaria levatura é stato l’insegnamento teologico; di grande autorevolezza la difesa dell’identità cattolica; di infinita profondità culturale e umana la testimonianza pastorale”.

Non vogliamo a tutti i costi leggere con la categoria di eventi provvidenziali alcune circostanze, ma non può sfuggire come l’annuncio della rinuncia è avvenuto nella memoria liturgica della Madonna di Lourdes, giornata mondiale dei malati, nel segno della fragilità corporale, e l’ultima celebrazione pontificale di papa Benedetto s’iscrive nella cenere, che Egli impone sul capo della Chiesa, con quella sua omelia che sottolinea i danni delle divisioni e degli arrivismi che la “deturpano”, vera pietra di scandalo per quelli che non credono, e rimanda alla necessità della conversione, al biblico “ritornare a Dio con tutto il cuore, accogliendo la sua grazia che ci fa uomini nuovi, con quella sorprendente novità che è partecipazione alla vita stessa di Gesù”.

Anche nell’udienza generale del mattino, del resto, il Papa aveva concluso la sua penultima catechesi ricordando che: “Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante”.

Con il passare del tempo, dopo le fatidiche ore 20 del 28 febbraio 2013, la statura morale di papa Benedetto apparirà in tutta la sua grandezza, vedremo i frutti legati al suo gesto profetico e quanta fecondità, per la vita della Chiesa, può scaturire da quello che Ernesto Galli Della Loggia ha chiamato “il seme fertile della rinuncia”.

La parabola umana e spirituale di Benedetto assumerà sempre più – ne siamo certi – tutti i contorni del dramma vissuto dal suo santo predecessore Celestino V°, descritto da Ignazio Silone ne “L’avventura di un povero cristiano”, o in quel “tutto è grazia” che sigla il “Diario di un curato di campagna” di Georges Bernanos.

Giovanni Spagnolo

BUON ANNO DELLA FEDE.

LA FEDE, FUOCO INTELLIGENTE…[1]

La vita di Francesco

Un grazie sentito a Fra Giovanni Spagnolo.

Omelia di Mons.Mariano Crociata.

Omelia tenuta da Sua Ecc.Mons.Mariano Crociata(nella foto),segretario della CEI,presso la chiesa madre di San Cataldo(CL) il 29-09-2012,in ricordo del sesto anniversario della morte di Sua Ecc.Mons.Cataldo Naro arcivescovo di Monreale(Pa).

Essere qui a celebrare con voi il sesto anniversario della morte di mons. Cataldo Naro suscita in me molteplici risonanze che il passare del tempo intensifica e approfondisce, restituendo una persona che mi appare sempre di più in tutta la sua ricchezza di amico, di sacerdote, di collega e di preside, di studioso e di vescovo. Raccogliendo anche solo qualcuna di tali risonanze non potrei aggiungere nulla a ciò che è patrimonio del vostro sentire più profondo e della rete dei vostri legami, in cui don Aldo si colloca come una presenza viva, alimentata dalla fede e radicata in un intreccio di esperienze indelebili, nutrite di affetto, di amicizia, di gratitudine, di stima incondizionata, di condivisione ideale e culturale, di collaborazione pastorale, di passione intellettuale, spirituale ed ecclesiale.

Nella cornice di questa celebrazione e nel suo contenuto liturgico mi pare di raccogliere l’eco di un unico messaggio, che giunge per due distinte ma comunicanti vie. È come se oggi Dio ci parlasse non solo attraverso le letture bibliche e la liturgia, ma anche attraverso la figura di mons. Naro, in un accostamento di reciproca illuminazione.

La prima lettura (Nm 11,25-29) e il Vangelo (Mc 9,38-43.45.47-48) ci pongono dinanzi non solo la pretesa di appartenenza esclusiva e la gelosia di chi fa parte dell’organizzazione religiosa, della cerchia ristretta dei seguaci vuoi di Mosé vuoi di Gesù; ci dicono invece che lo Spirito di Dio e la potenza della parola e della persona di Gesù hanno una efficacia che si irradia oltre i confini fissati da istituzioni, regole, convenzioni, abitudini. Al punto che Gesù può dire parole come quelle che abbiamo appena ascoltato: «non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa».

Gesù rileva una presenza di bene diffuso all’esterno della cerchia dei suoi discepoli non in relazione a un ideale morale né genericamente a Dio, ma direttamente alla sua persona. Vuole dire che la sua parola e la sua presenza hanno raggiunto persone che non hanno preso a seguirlo, non sono diventate suoi discepoli, e tuttavia credono e operano nel suo nome e sulla sua parola. Del resto, in più di un caso, i Vangeli attestano che Gesù invita chi ha ricevuto da lui il dono della guarigione o una parola di consolazione e di salvezza a tornare a casa sua, a continuare a lodare Dio, a invitare a credere quelli della sua casa. Il Vangelo di Luca, in particolare, ci fa osservare che attorno a Gesù la gente si dispone come a cerchi concentrici, a fasce sempre più larghe che vanno dai dodici, ai discepoli, alla folla. La qualità della fede in lui e la coerenza di corrispondenza non hanno in tutti il medesimo grado di intensità e di consapevolezza, ma nondimeno tutti sono entrati nella relazione con Gesù e si lasciano guidare, per come è loro possibile, dalla fede in lui e nella sua parola. Non tutti acquistano il potere di operare miracoli, ma tutti credono, in qualche modo, dando espressione alla loro fede nelle forme più diverse che il grado di consapevolezza e la vita personale e sociale consentono loro.

Questo messaggio ci interpella e ci chiede di non respingere e di non scandalizzare, cioè di non far inciampare nel loro cammino di vita condotto in relazione a Gesù, i piccoli, quelli che hanno una fede semplice, forse debole, non pienamente formata. Abbiamo la responsabilità di aiutarla a passare da fede informe a fede formata; dobbiamo perciò guardarci dallo spegnerla per insensibilità o con l’arrogante giudizio che essa è inadeguata o non ha dignità di presentarsi. Vediamo tutti come questo messaggio abbia una grande portata sulla nostra vita di Chiesa e sulla nostra azione pastorale in questa fase della sua storia. Lo raccolgo facendo un veloce riferimento a mons. Naro, il quale, commentando la domanda di Gesù se il Figlio dell’uomo tornando troverà fede sulla terra, sottolineava, tra l’altro, come Gesù sia stato un cercatore di fede, uno che sapeva riconoscere la fede, la sapeva scovare quando si trovava in qualche modo in qualcuno; magari in qualcuno in cui non ci si sarebbe aspettati di trovarla, come un pagano. Questa lettura dell’atteggiamento di Gesù non è usuale ma risulta illuminante, poiché allarga il cuore e apre straordinarie possibilità di relazioni e di azione.

La fede è un dono di Dio che segue percorsi misteriosi per raggiungere le persone e insediarsi nei cuori grazie, magari, a frammenti di parole e brandelli di memoria segnata da gesti di grazia, a invocazioni disperate e a gioie inattese. È un seme che cade e si radica in posti impensati, purché trovi almeno un po’ di terreno su cui attecchire. Ma ha bisogno di essere intuita, vista, riconosciuta. È uno dei nostri compiti. È uno dei compiti della Chiesa. Essa ha avuto in eredità come un mandato o una sapienza, quella di leggere nei cuori le tracce di Dio, per circondarle di cura e di amore, per farle diventare luoghi di vita buona, percorsi di vita nuova. Mi piace associare a tale riflessione il ricordo che Aldo aveva questa capacità, non solo in ordine alla fede, ma anche in riferimento a tutte le potenzialità positive delle persone, riuscendo a farle venire fuori, con sorpresa a volte degli stessi interessati. Anche nella vita di fede, non raramente manca qualcuno che ti dia coraggio, che risvegli la capacità che è dentro di te, che ti aiuti a ritrovare la fiducia in te stesso e nelle potenzialità che il Signore ti ha messo nel cuore e che da solo non trovi la forza di far venire fuori perché diano frutto.

C’è un messaggio per noi, dunque. Esso ci chiede di non lasciarci impressionare dalle trasformazioni che la nostra società sta subendo, con effetti spesso devastanti dal punto di vista religioso. Non si tratta di sottovalutare quelle trasformazioni, ma di comprenderle come parte di un quadro più complesso. Infatti, lo scoraggiamento che si ingenera in tanti è la più grande tentazione; e il cadere nella trappola della sfiducia è già da sé il danno più grave. Scoraggiamento e sfiducia rendono ciechi all’opera di Dio, a quanto cioè Dio sta operando nei cuori, proprio in questo nostro tempo così difficile. Dobbiamo diventare cercatori di fede, custodi dei piccoli, la cui fede debole è come una pianticella che ha bisogno di essere aiutata a crescere e sostenuta con grande delicatezza e con altrettanta cura.

Ci sono territori in cui questa fede non è difficilmente riscontrabile. Essi sono quelli del popolo cristiano, di quel cattolicesimo popolare che è come un mare in cui nuota ogni genere di pesci, diversi tra loro, ma che amano l’acqua in cui vivono. Una sua espressione peculiare è la pietà popolare, che spesso si riduce a semplice religiosità popolare. Ma guai a sottovalutare tali dimensione della persistenza del cristianesimo nella nostra società, perché si tratta di luoghi in cui spesso trova modo di nascere e di resistere la fede dei piccoli. Lo sapete molto bene come mons. Naro fosse molto attento a questi aspetti, a cui ha dedicato porzioni rilevanti del suo appassionato lavoro di storico e del suo ministero di pastore per l’intera chiesa italiana. Egli ci diceva che il cristianesimo ha strutturalmente bisogno di popolo, di rimanere aperto, di essere un fatto pubblico, per tutti. E con lui sappiamo che questo popolo sussiste ancora, ha bisogno di essere coltivato e accompagnato. Ciò da cui dobbiamo guardarci è, da un lato, la fuga nell’elitarismo e in un cristianesimo di puri e di perfetti; dall’altro, l’abbandono dei piccoli a se stessi, alla loro stessa debolezza. Questo è in modo speciale il tempo della cura e della dedizione alla loro fede, inizio e fermento vero di una rinascita del cristianesimo in questo nostro tempo, missione speciale di una Chiesa chiamata a prendere a cuore le persone che incontra, qualunque sia la loro condizione e la loro maturità religiosa. Non ci dimenticheremo naturalmente di quelli più vicini, di quanti condividono l’ansia pastorale della Chiesa, ma li coinvolgeremo in una impresa che porti a raccogliere e non a disperdere.

Ci siamo radunati per pregare per mons. Cataldo Naro; egli ha suscitato in noi questi pensieri, coltivando i quali ora continuiamo il nostro interiore dialogo con lui dinanzi al Signore, con la convinzione di vedere la nostra preghiera per lui diventare preghiera con lui e sostenuta da lui.

Lettera aperta all’On.Pier Ferdinando Casini.

RICEVO IN PARI DATA E RITRASMETTO DA ANTONELLA RUSSO TESTO DELLA LETTERA APERTA A CASINI in vista dell’apertura della Convention annuale di Chianciano  di cui all’oggetto.

Grato per ogni attenzione

vivissime cordialità

Ferdinando Russo

ANTONELLA RUSSO

LETTERA APERTA A PIER FERDINANDO CASINI

ALLA VIGILIA DELLA CONVENTION  UDC  DI CHIANCIANO

da Antonella Russo  presidente provinciale  UDC di Palermo

Scrivo, alla vigilia della Convention di Chianciano,  dalla Sicilia a nome delle donne, che ho invitato a Palermo, ad aderire all’Unione di Centro e che numerose ho trovato tra i moderati,  scrivo a nome dei politici cattolici richiamati da Bagnasco a nuove responsabilità civili e da parte dei molti siciliani, che, ancora recentemente, nelle elezioni amministrative hanno creduto e votato per l’Unione di Centro con riferimento a Casini, quasi ad incoraggiarlo nel difficile compito di progettare una grande coalizione per il dopo Monti.

La Convention di Chianciano difficilmente potrà ascoltare tutte  le nostre voci.

Prevediamo, comunque, che ci sarà ampio spazio per  le donne, anche se non  come avverrebbe in Finlandia, e per chi chiede il rinnovamento della classe dirigente, tra i grandi della politica, che saranno presenti.

Gli eletti o i candidati di rilievo, saranno alla ricerca della “Cosa Bianca” (auspicata a Trento ricordando De Gasperi), o dei “Poli variabili” e temporanei, o delle “case bianche“ o “rosee”, dello ipotizzato “blocco centrista” per superare la burrasca delle prossime nazionali nel dopo Monti e in Sicilia, prima, del dopo Lombardo, ove ci apprestiamo ad offrire la nostra convinta collaborazione al Partito Democratico ed a Bersani, seppur tra le enormi difficoltà che il travagliato governo ed il bizzarro governatore lasciano a chi gli subentrerà.

Preferiamo, pertanto, in tale circostanza, inviare questa lettera aperta a Pier Ferdinando Casini, a conferma della fiducia che ha destato in molti di noi, la sua intransigenza a difesa della migliore memoria dei politici cattolici, la sua costanza nel sostegno a Monti, nel rigore proposto per superare la crisi economica, anche se molte indicazioni pervengono a scapito dei più deboli, dei pensionati, dei giovani e delle donne disoccupate, (la Sicilia ha al riguardo un suo primato anche se si scopre che i pochi fortunati hanno trovato nel precariato una fuga dall’emigrazione).

E nel momento che il Governo dei tecnici ha da porre i programmi della “crescita” e dell’uscita  dalla crisi, sentiamo il dovere di invitare Casini, nella logica dell’unità del Paese, di ricordare a Monti i Territori senza “rappresentanza” del Sud, come scrive Giuseppe de Rita, ove si allevano fermenti di antipolitica per la incapacità di rappresentare ed intervenire a ricostruire fiducia nella centralità e nella giustizia equilibratrice del Governo nazionale da parte delle popolazione delle diverse regioni.

Qui nascono i Forconi, si agitano i nipoti di Sturzo, si esasperano le rivendicazioni autonomistiche (spesso con propaganda da straccioni), mentre preti di frontiera, anche se prontamente richiamati

da avventure confessionali, raccolgono motivazioni che covano nel retroterra delle coscienze davanti a palesi ingiustizie, a ritardi nell’uso delle risorse, e nella programmazione dei disegni di rinnovamento, a disattenzioni sulla realtà della disoccupazione, della legalità, della sicurezza, degli sprechi.

Nuclei di resistenza, di rivolta, di facili predi, si alimentano, alla vigilia dei momenti elettorali, tra gli astensionisti vecchi e nuovi.

Ma,  senza essere piagnoni, diciamo che, talvolta, non è possibile neppure fare la “carità” (si colpisce Biagio Conte il laico francescano che ospita i senza casa e senza pane).

Si danneggiano a Palermo i servizi educativi di Pino Puglisi, si incendiano le riserve delle aree più prestigiose per il turismo e la ricchezza delle biodiversità, mentre sulle coste della Sicilia e delle Puglie si avvicinano le trivelle, i trasporti aerei scoraggiano il turismo e lasciano gli aeroporti in balia di vacanzieri esacerbati, le cooperative dei giovani di Sicilia e di Calabria nei terreni espropriati alla criminalità, non godono dell’auspicata sicurezza, le aziende che entrano in crisi, non trovano i La Pira di un tempo, e le imprese agricole di prodotti di eccellenza che trainano l’export, non trovano nel sistema bancario l’attenzione voluta.

Non siamo stati educati ad essere raccoglitrici di lagnanze. All’apparire del Governo Monti, come dipartimento delle pari Opportunità donne di Palermo, abbiamo chiesto una particolare attenzione al Sud, dichiarando che ci saremmo opposti a tutte le provocazioni scissioniste o leghiste, confermando la nostra opzione autonomista, ma in un sistema di federalismo autenticamente europeo, auspicando che le donne, impegnate e  animate a raggiungere, negli studi e nel lavoro  gli stessi livelli di carriera degli uomini, non abbiano a scontare ritardi nell’accesso nei luoghi decisionali e nei meccanismi di selezione dei vertici aziendali, come nella partecipazione alla vita delle istituzioni ed alla formazione della nuova classe dirigente ,tanto auspicata nel Paese. 

Ma avvertiamo discriminante, specie per il Sud, qualsiasi disattenzione per la scuola, la formazione professionale per il lavoro, la ricerca, come  anche la limitazione dei posti nei concorsi scolastici di opportunità per i docenti della Sicilia, ove mancano asili nidi , dove le famiglie non conoscono più il tempo pieno per i loro ragazzi, dove altissima è la dispersione scolastica se l’abbandono degli studi ha i suoi picchi nell’Isola ove tre su dieci dei 56mila alunni spariti dai banchi sono siciliani, con il record del 26% di giovani  18-24enni senza diploma.

E ricordiamo ora a Pier Ferdinando Casini di farsi attento  ascoltatore quando il cardinale Bagnasco, al Santuario della Madonna della Guardia, torna a richiamarci e ad appellarsi all’unità fattiva e indispensabile di tutte le forze responsabili per la rifondazione della politica e delle procedure partecipative ed alla cura delle autentiche priorità “dell’economia e del lavoro”. Ascoltare è una virtù, scrive il direttore di Avvenire, ed è dovere della dirigenza politica il costante impegno a sentire la voce e la vita dal basso, il sentire della gente.

La convention di Chianciano sia sensibile al rinnovamento della classe dirigente del Paese ed ascolti le difficoltà delle tante famiglie italiane, specie delle aree meridionali, come le richieste delle donne che non sono solo quelle delle quote rosa o di genere, ma quelle di potere utilizzare tutte le competenze e le  loro potenzialità nelle famiglie e nella società politica, specie nella presente congiuntura. Soltanto così troverà echi favorevoli nel mondo cattolico e nell’associazionismo femminile, e nei movimenti dei lavoratori, tante volte responsabili, nella storia della Repubblica, davanti alle difficoltà del Paese.

Saremo grati ancora a Pier Ferdinando Casini ed a quanti, nell’Unione di centro, con Cesa, Buttiglione, D’Onofrio, D’Alia, Binetti, Pezzotta, Tassone, ed i  parlamentari e dirigenti, eletti   negli organi nazionali e regionali,  hanno operato con  il coraggio mostrato nel conservare, anche quando altri hanno rinunciato alla loro identità, la memoria della politica dei cattolici, carica di valori, a difesa della persona umana, della famiglia, del lavoro, della scuola, della cultura, della libertà da ogni condizionamento, con una apertura al confronto ed alla cooperazione politica, al di sopra di ogni radicalismo e velleitarismo .

E come donne non ci sottrarremo dal dare il nostro contributo alla uscita dalla crisi economica, ricordando che dove alta è la partecipazione femminile nel lavoro, nelle imprese, nelle istituzioni, anche l’apporto al risparmio ed allo sviluppo ed al prodotto interno lordo è rilevante e rimarchevole.

Lo sarà anche nel Sud e nella Sicilia dalla quale scriviamo..

Il saluto delle donne alla Convention, sia di conforto e di maggiore sensibilizzazione al partito che si appresta ad affrontare i temi della crescita del paese, non disgiunta dalla dalle riforme innovative  e dalla politica elettorale in Sicilia e, speriamo nel 2013, anche nel Paese.

ANTONELLA RUSSO

Presidente  Provinciale UDC Palermo

antonellarusso@katamail.com

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 33 follower