Il Giorno della Civetta…..su tela.

« “Uomini?„ “Io - proseguì poi Don Mariano - ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l ‘umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l ‘umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…„. »
(Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”)

In pochi sanno,forse,che il Regista Damiano Damiani,ha scelto la piazza principale di Partinico(Pa) e le campagne tra Partinico e Camporeale-Roccamena(Pa),come luoghi privilegiati per il suo films:Il Giorno della Civetta!

Tanti,anzi tantissimi,abbiamo letto e apprezzato la sublime opera di Sciascia!

Ne Il giorno della civetta Leonardo Sciascia ci da’ una classificazione degli uomini : uomini, mezzi uomini, ominicchi, (con rispetto parlando) i pigliainculo e, in fondo al gradino, a strisciar nella polvere, i ‹‹quaquaraqua’››. Sono di solito piccoli uomini, piccoli di cervello, studi e cultura. Soffrono di manie (di solito di grandezza) e di complessi (di solito di inferiorità), vivono in un ghetto culturale e sociale perché non sanno crearsi un ambiente aperto, dinamico, di soddisfazioni personali e di carriera e vivacchiano credendosi grandi, come gli ominicchi, ma non riuscendo nemmeno in questo. Hanno problemi familiari, sono emarginati, fanno i ruffiani e i manutengoli e vegetano.

Quando ogni tanto si destano dal torpore si accompagnano in branchi, bevicchiano e cercano qualcuno da attaccare. Non vivendo di vita propria, ma di quella riflessa, tendono –come diceva il Machiavelli dei sicari- a compiacere il padrone. Una vita meschina in cui si creano nemici inesistenti, frutto della loro invidia perversa, e attaccano. E poiché credono di appartenere ad una fazione, attaccano i compagni che stanno loro in uggia.

Livore, invidia, sturbamento agostano, cani sciolti senza collare s’illudono di scrivere (arte ad essi sconosciuta!) ed imbrattano carte,siti,blog…..

Dunque Sciascia divise gli uomini in cinque categorie: uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. Agli albori del terzo millennio credo che queste possano ridursi tranquillamente a tre: uomini veri, ominicchi e quaquaraquà.

Gli uomini veri sono quelli che pensano con la loro testa, quelli che hanno rispetto degli altri, quelli che hanno un loro ideale e lo difendono, quelli che muoiono per la loro e nostra libertà(Falcone e Borsellino), quelli che dicono no alla mafia, quelli che con le loro attività portano la pace nel mondo, quelli che cercano e tentano di aiutare tutti i bambini denutriti e sfruttati, tutti quelli che creano lavoro reale e non sulla carta, chi crea cultura e ci fa stare meglio, chi combatte la stupidità, quelli che combattono le dittature qualunque esse siano, chi ci regala un sorriso nel momento del bisogno, chi ci chiede un sorriso, chi è riuscito ad uscire dal tunnel della droga, chi ha una sua personalità e la fa valere, chi sa ascoltare.

Gli ominicchi sono quelli che vivono nell’ombra, sempre pronti ad approfittare degli errori degli altri. Sono quelli che fanno sempre quello che decide il loro padrone, non si mettono mai in prima persona perché non sanno che dire o fare. Sono quelli che tramano alle spalle, sono come le bandiere girano come il vento. Non esitano a tradire pur di rimanere sempre a galla. Sono quelli che pur di ottenere un po’ notorietà o potere non esiterebbero a vendere e calpestare la propria dignità. Sicuramente il genere umano più inutile.

Poi ci sono i quaquaraquà, sicuramente i più pericolosi, perché la loro cultura e la loro educazione li porta a non capire che la vita propria e soprattutto quella degli altri va rispettata. Questi sono gli arroganti, i prepotenti, i portaborse, i mafiosi, gli sfruttatori, chi si nasconde dietro falsi nomi per colpire gli altri, chi non vuole essere responsabile delle proprie azioni, chi si arricchisce alle spalle degli altri, chi con la forza vuole imporre le proprie idee, chi non si mostra mai in prima persona perché ha paura del confronto, alcuni politici (locali e non) che pur di conservare la poltrona scendono a compromessi molte volte umilianti, gli omertosi. Don Pippo Calo(cassiere della Mafia),don Saro Riccobono(ricomparso sotto mentite spoglie),don Vito Ciancimino,che è passato dal truffa istituzionalizzata alla vendita dei “pizzini della legalità”;verginità ritrovata?don Luigi Ilardo,ucciso poiché divenuto “confidente”.

Attorniati da tutta una serie di SCIACQUINI DI TURNO!

In questi giorni,il pittore Porcasi,ha dato vita ad un dipinto che cerca di raffigurare,con tutte le difficoltà del caso,proprio il dire di Don Mariano.In molti ,sicuramente,apprezzeranno lo sforzo del Porcasi nel voler veicolare, immediatamente e visivamente, una delle pagine più famose della letteratura italiana e mondiale.

Qualcuno,qualche quaqquaraquà di turno,disprezzerà,criticherà,beffeggerà ecc.ecc.

Scriveva Sciascia: «La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi, che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. …»

GAETANO PORCASI:VOLTI-COLORI-MEMORIA!

Gaetano Porcasi è,decisamente,un artista “sui generis”.Nato a Partinico (Pa) nel 1965,ha conseguito il diploma presso l’istituto statale d’arte di Monreale e il diploma di Laurea,con 110 e lode,presso l’accademia delle belle arti di Palermo,sezione pittura.

Inizia la sua attività professionale,come docente,in Sardegna, presso l’istituto statale d’arte di Sassari,il liceo artistico di Tempio Pausania e l’istituto statale d’arte di Alghero.

Ritornato nella sua terra natia,ha insegnato presso l’istituto statale d’arte di Monreale e, da un po’ di anni,insegna presso il Liceo Scientifico “Santi Savarino” di Partinico,sua città natale.

Poiché “nessun profeta è ben accetto in patria sua”,il pittore Porcasi,apprezzato in Sardegna,dove ha consolidato moltissime amicizie,è stato,sistematicamente,snobbato nella sua città natale a causa di un imperante provincialismo e campanilismo,degno del peggiore medio-evo, che ha posto in essere,nel tempo,una forte grettezza culturale e un potente arretramento etico-sociale, che lo ha costretto ha cercare “rifugio” nella sua inconsueta pittura e nel crearsi amicizie,vere e sincere,fuori porta.

Così il pittore,ha dato vita,per sua libera scelta,alla creazione di una pittura fuori dai canoni tradizionali,lontano mille miglia da un concetto di estetica classica,finalizzata,cioè,al godimento per il godimento.

Se è vero che l’occhio vuole la sua parte,il Porcasi,non ha dimenticato che ha guidare l’occhio,la dimensione estetica,è il cervello,ossia la capacità razionale che accomuna tutti gli esseri umani al di la delle loro idee politiche,religiose ecc.ecc.

Facendo leva sul grande tesoro della ragione umana,ha deciso di porre in essere un’attività pittorica carica di forte,anzi fortissima,denuncia sociale contro il triste flagello del fenomeno mafioso,ma con lo scopo principale di RICORDARE ,soprattutto,i tanti caduti per mano mafiosa. Ricordare,significa “far passare attraverso il Cuore”,cioè rendere presenti,alla dimensione razionale e,soprattutto,affettiva,le persone che non sono più tra noi.

Il ricordo di chi ha compiuto il suo dovere e per ciò è stato ucciso dalla mafia, è un profondo valore etico che caratterizza e attraversa la pittura di Gaetano Porcasi.

Denuncia e Ricordo!

La denuncia del fenomeno mafioso,nella consapevolezza,che la cultura,ossia una visione della vita impregnata di sani valori etico-morali,sociali,religiosi,dà un notevole contributo al cammino di liberazione dalla piaga mafiosa.

Così sono nate le opere pittoriche per denunciare le collusioni tra mafia e politica,i tanti personaggi del “gotha” mafioso e le loro tristi opere di morte,di devastazione delle persone,della società,dell’economia,del vero volto della Sicilia e dei siciliani onesti e laboriosi. La denuncia però è fortemente legata al ricordo,così come scriveva Leonardo Sciascia “il nostro è un paese senza memoria e senza verità ed io,per questo,cerco di non dimenticare”.

Il ricordo di persone, note e meno note, che hanno pagato con la loro vita il loro alto senso dello Stato,delle sue istituzioni,delle sue leggi,della legalità vissuta nel quotidiano,del rifiuto del meccanismo perverso delle raccomandazioni e del servilismo sciocco che attanaglia,purtroppo,ancora oggi,molti siciliani.

Da servi sciocchi a uomini liberi!

Per fare ciò, si è circondato di una cerchia di amici che ne hanno supportato,culturalmente, socialmente, la sua attività pittorica:Salvo Vitale,Pippo Cipriani,Rosario Crocetta,Cosmo Di Carlo,Pino Maniaci,Carlo Lucarelli,Cataldo Naro(di venerata memoria),Giancarlo Caselli,Carlo Marino,l’attuale sindaco di Corleone, Antonino Iannazzo e quello di Bagheri,.Biagio Sciortino e tanti altri amici,compreso lo scrivente,che apprezzano e sostengono l’opera del Porcasi.

Una pittura così non comune,non può che dare fastidio!Così si è ritrovato,neppure a dirlo,nel più totale isolamento politico-partitico.

Porte chiuse,anzi sbarrate,da quel sistema politico-clientelare,ancora forte in Sicilia,che non gradisce nessuna attività di denuncia e asseconda,ovviamente,solamente i servi sciocchi,i “lacchè”(lecchini) di turno e gli “sciacquini”patentati.

Porcasi,per sua fortuna,non appartiene a nessuna di queste categorie nella qualità di uomo libero e di siciliano verace!

A fronte di tanto isolamento strategico,sono arrivate anche alcuni momenti di grande riconoscimento,come le tante mostre realizzate in vari comuni dell’isola,il conferimento della cittadinanza onoraria da parte dell’attuale amministrazione comunale di Corleone,lettere di stima e apprezzamento pervenutigli da personalità del mondo politico-istituzionale,da artisti,uomini di cultura e semplici cittadini. Particolare attenzione viene mostrata,verso le sue opere,da alcuni docenti universitari italiani e,in particolar modo,statunitensi.

Una pittura,dunque,posta in essere non per fini di lucro ma per denunciare(la sana e costruttiva denuncia)-ricordare,porre in essere percorsi finalizzati alla solidarietà verso chi ne ha di bisogno.

Il presente catalogo è una sintesi,ristretta ma autorevole, di tutto ciò.

Attraverso tre sezioni:

VOLTI-COLORI-MEMORIE,

il pittore vuole mostre ad un vasto pubblico,capace di apprezzare,il suo lungo cammino pittorico-culturale.

VOLTI.

Il mondo classico e,in particolar modo quello greco,usava il termine “prosopon”(maschera dell’attore),per definire il volto di una persona. La maschera, presso i popoli «primitivi» ,era simbolo di un valore strettamente magico-sacrale e dei significati a questa connessi nelle cerimonie iniziatiche, nei riti di passaggio, nelle manifestazioni in genere legate alla guerra.

Ciò che emerge dalla documentazione antica, nelle sue fonti letterarie ed in quelle archeologiche, sembra sempre più accentuare un significato differenziato dal «moderno» valore che la persona umana oggi assume.

Il suo significato fondamentale indica ciò che gli sta dinanzi agli occhi,ciò che si vede.

Persona,dunque,indica e caratterizza l’essere umano con la faccia,lo sguardo rivolto verso….

La persona difatti, come manifestazione di un principio sovra-ordinato nel quale cade l’accento del sé, si differenzia dal semplice individuo avendo una forma, essendo se stessa ed appartenendo a se stessa. Perciò in ogni civiltà autenticamente tradizionale, a differenza dell’individuo, la persona non fu chiusa verso l’Altro e verso gli altri e rappresentò l’idea della qualità, della differenza, in maniera ancor più pregnante nella misura in cui sussisteva un riferimento a qualcosa che ovviamente era più che personale :«l’essere personale non è se stesso ma ha se stesso».

Il concetto di volto,in Porcasi,è assolutamente mutuato da una concezione antropologica tipica espressione della cultura autentica della sicilianità e non solo. Ossia il concetto di volto equivale, profondamente, a quello di UMANITA’. Sofferente e gioiosa,carica di altruismo e di rabbia per i tanti soprusi subiti dalla storia. Un volto bruciato dal sole e solcato dalle rughe,quello dei contadini e dei marinai. Un volto disperato,quello dei mafiosi,angosciato,triste e rabbioso quello dei parenti delle loro vittime.

Si,Gaetano è, più che attento,agli UOMINI,cioè al valore del senso etico del vivere. Prima gli uomini e poi l’abito che indossano!

Così,questa sezione presenta una pluralità di volti che vanno dallo storico siciliano,Prof. Carlo Marino,a madre Teresa di Calcutta,a Sua Santità Giovanni Paolo II, a San Pio da Pietralcina e a Sua Ecc.Rev.ma Mons.Cataldo Naro,Arcivescovo defunto di Monreale.

Tutti accomunati da una grande passione e da una grandissima attività materiale nei confronti dei più bisognosi,degli “ultimi”,dei diseredati, ponendo in essere attività di crescita umana complessiva,che attenzioni,cioè,il corpo,l’intelligenza e lo spirito umano.

In questa sezione trovano posto,anche,i volti in grado di denunciare le tante malefatte dei nostri tempi e,anche, di questo territorio: da Carlo Lucarelli,con la sua interessante trasmissione televisiva, a carattere nazionale, denominata “Blu Notte”,a Pino Manici di telejato,dal sindacalista partinicese Nino Amato, che tanto ha lottato contro l’inquinamento ambientale,allo stesso pittore con un suo auto-ritratto.

I COLORI

Per i siciliani,i colori principali sono quelli della TERRA,nelle sue varie sfaccettature stagionali,e del mare.

I colori della terra fanno parte del loro dna e nell’accezione positiva e,purtroppo,in quella negativa:”cosa nostra è”.

La terra colorata ,riportata su tela dal Porcasi è,certamente, un inno alle bellezze della Sicilia: paesaggistiche e naturalistiche. I colori,irresistibili, gli odori,indicibili,degli agrumi isolani,dell’ulivo,delle ginestre,delle agavi,delle margherite e dei fichi d’India.

Natura selvatica e organizzata dal lavoro dei contadini che mostrano i due volti della Sicilia:quella che lavora,produce,soffre e quella che aggredisce e uccide.

Inoltre le tele raffiguranti il mare,le barche,l’attività dei pescatori siciliani,con tinte pittoriche vivaci e che esprimono la gioia di vivere dei siciliani, che da secoli si nutrono grazie al prodotto del “mare nostrum”,così chiamavano il Mediterraneo i Romani.

Unitamente a ciò,i colori raffiguranti l’attività di pastorizia,molto diffusa,insieme alla millenaria coltivazione della vite che ha prodotto e produce un vino eccellente che lo stesso “Dio-Bacco”ne è profondamente invidioso!

La bellezza muliebre tipica delle donne siciliane,alquanto variegata,di tipo arabo o normanno, a causa delle tante dominazioni presenti nel corso della storia nell’isola.

In questo settore sono,anche,rappresentate delle tele raffiguranti l’AFRICA. Perchè,innanzitutto,la Sicilia,per la sua posizione geografica,guarda verso il continente nero ed è il ponte tra il mondo occidentale-europeo e l’Africa.

Questo guardare l’Africa,va molto oltre la semplice connotazione geografica. Diventa,appunto,percorso di solidarietà verso le popolazioni africane bisognose dell’aiuto dell’occidente,ricco e opulento,ma,spesso,terribilmente “povero”da altri punti di vista.

Infatti,le predette tele sono state poste in essere,dal Porcasi,per dare una “mano d’aiuto” alle popolazioni del Burundi. Grazie ad un progetto di sviluppo, posto in essere dalla facoltà di Agraria dell’Università di Palermo,le tele del Porcasi,sono state vendute e con il ricavato(circa ventimila euro)sono stati scavati dei pozzi d’acqua nel Burundi.

Non si è uomini se non si è solidali!

MEMORIA.

Rifiuto della morte è la Memoria”,così scriveva Sergio Quinzio.

Un popolo senza MEMORIA è un popolo senza futuro!La memoria è la possibilità data ad ogni uomo di ricordare il passato,comunitario e personale,metabolizzarlo e vivere il presente facendo ricorso alle risorse sane del passato e non ripetendo più gli errori commessi.

Il Porcasi fa memoria degli eventi storici che hanno interessato la Sicilia dallo sbarco degli Americani ai fatti delittuosi di oggi.

Dallo sbarco degli americani in Sicilia,nel luglio del 1943,grazie all’appoggio dei mafiosi:Don Calò(Calogero)Vizzini,di Villalba;Genco Russo di Mussomeli e di Luck Luciano di Lercara Freddi,alla strage di Portella della ginestra( 1 Maggio 1948),la prima grande strage dell’era repubblicana.

In questa sezione,dunque, trovano posto le tele raffiguranti vari uomini uccisi dalla mafia:il sindacalista corleonese Placido Rizzotto,la commistione tra mafia e alcuni politici della Democrazia Cristiana. Per continuare con le stragi degli anni ’60,a Ciaculli(1963),frazione di Palermo,all’uccisione del sindaco di Cattolica Eraclea (AG) Giuseppe Spagnolo,nel 1955 a quella di Peppino Impastato,nel 1978.

Fino ad arrivare ai nostri giorni con l’assassinio del prefetto di Palermo,dei 100 giorni, Carlo Alberto Dalla Chiesa(1982),del parroco di Brancaccio Don Pino Pugliesi(1992),dei Giudici Falcone e Borsellino unitamente agli uomini delle loro scorte,nelle terribili stragi del 1992.

Alla strage dei Gergofili,a Firenze. Al duro monito di condanna contro i mafiosi,ad opera di Giovanni Paolo II,nel maggio del 1993,nella valle dei templi ad Agrigento.

Purtroppo,se ci sono delle vittime,ci sono anche i loro carnefici: Provenzano,Lo Piccolo unitamente a tanti altri boss e gregari,oggi assicurati alle patrie galere!

Grazie,caro Gaetano,per tutto quello che hai fatto e,farai ancora,per aiutare la nostra amata Sicilia a scrollarsi di dosso i tentacoli della piovra mafiosa. Attraverso un percorso culturale,il tuo di natura pittorica,unitamente alla collaborazione fattiva e propositiva della società civile,delle tante donne e uomini liberi che viviamo nell’isola,dei sindacati,della Chiesa non collusa,dei tanti credenti di altre religioni,degli “uomini di buona volontà”,dei politici onesti(pochi a dire il vero!)dei giornalisti liberi e coraggiosi,dei tanti giovani impegnati nel sociale,degli amministratori della cosa pubblica,corretti e onesti,degli intellettuali,dei magistrati e delle forze dell’ordine,del lavoro silenzioso,ma fattivo,dei tanti docenti impegnati ad educare quotidianamente,

POSSIAMO E DOBBIAMO VINCERE LA GUERRA CONTRO COSA NOSTRA, POICHE’ESSA “NON E’ COSA NOSTRA”!

Pino Maniaci e Gaetano Porcasi:omaggio ad un amico!

Vi mostro,in anteprima,per gentile concessione del pittore partinicese Gaetano Porcasi,alcune tele raffiguranti Pino Maniaci,fatto oggetto di un nuovo attentato intimidatorio a causa della sua informazione,tramite l’emittente televisiva TeleJato,senza veli e senza troppe reticenze.Un’informazione che dà fastidio e per cui Pino si attira troppe invidie,rancori,insulti,pestaggi e macchina bruciata.Così continua l’iniziativa,a sostegno di Pino e della sua redazione,denominata “Siamo Tutti Pino Maniaci”,che porta diverse personalità a presenziare,giornalmente,presso la sede dell’emittente,e aiutare Pino nella lettura del suo “esplosivo” telegiornale quotidiano.Un andare contro corrente,una denuncia sistematica e,a tratti aggressiva,delle tante malefatte del territorio del partinicese.Il controllo sulla vita politica locale che ha portato alla non rielezione del sindaco Giordano,alla successiva elezione del sindaco Motisi e,dopo circa due anni,alla sua sfiducia.E,per ultimo,all’elezione del nuovo sindaco Salvo Lo Biundo. Così Pino si attira strali e maledizioni quotidiane,invidie e ogni sorta di ostilità.Comunque vadano le cose,i suoi tanti detrattori devono fare,oggi più che mai,i conti con lui.280 querele non sono bastate a dissuaderlo dalla sua scelta editoriale:la lotta alla mafia e ad ogni forma di illegalità.

Brunetta dichiara guerra ai falsi malati.

Circolare del ministero alle pubbliche amministrazioni: «Visita fiscale anche per un solo giorno di malattia»

ROMA - Giro di vite per limitare le assenze ingiustificate dei dipendenti pubblici. D’ora in poi la visita del medico fiscale «è sempre obbligatoria anche nelle ipotesi di prognosi di un solo giorno». Lo stabilisce una circolare firmata dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, indirizzata a tutte le pubbliche amministrazioni (i punti del documento).

«AGEVOLARE I CONTROLLI» - Nel testo si chiarisce che la richiesta di visita fiscale «è sempre obbligatoria, salvo particolari impedimenti del servizio del personale derivanti da un eccezionale carico di lavoro o urgenze della giornata». Il medico potrà poi presentarsi per il controllo con meno limitazioni di orario. Si ampliano le ore in cui potrà essere effettuata la visita, «al fine di agevolare i controlli». Oltre alla burocrazia, la ’stretta’ si occupa anche del portafoglio dei dipendenti. Ad ogni malattia, nei primi giorni di assenza e indipendentemente dalla durata, si applica la decurtazione della retribuzione, anche se non su tutte le voci dello stipendio. Potrà essere tagliata «ogni indennità o emolumento, aventi carattere fisso e continuativo» e «ogni altro trattamento economico accessorio»: indennità accessione che possono essere quantificate attorno al 25-30% della retribuzione, sottolinea il ministero. Non saranno toccati il trattamento economico tabellare iniziale, la tredicesima, l’anzianità e gli eventuali assegni ad personam.

COMPENSI DI PRODUTTIVITÀ - Le assenze per malattia superiori a 10 giorni e, a prescindere dalla durata, alla terza assenza ogni anno, devono essere giustificate con un certificato medico rilasciato da struttura sanitaria pubblica o dai medici convenzionati. La circolare fornisce inoltre indicazioni alle amministrazioni sull’incidenza delle assenze dal servizio ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione collettiva, ribadendo i principi in materia di premialità e chiarendo che comunque nessun automatismo è consentito nella distribuzione delle somme. In particolare, i compensi di produttività potranno essere percepiti «solo in misura corrispondente alle attività effettivamente svolte e ai risultati conseguiti» e nell’erogazione dei compensi incentivanti «deve essere esclusa ogni forma di automatica determinazione del compenso o di ‘erogazione a pioggia’». In pratica, se si fanno assenze non si ha diritto ai premi economici dovuti alla produttività. Inoltre i contratti collettivi dovranno quantificare i permessi retribuiti stabilendo sempre un monte ore massimo, al fine di «impedire distorsioni nell’applicazione delle clausole, evitando che i permessi siano chiesti e fruiti sempre nelle giornate in cui il dipendente dovrebbe recuperare l’orario».

«NORMA INIQUA» - Il capogruppo del Pd della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha immediatamente criticato la circolare di Brunetta che, secondo lui, «colpisce la retribuzione in modo pesante e iniquo». «Agendo sul salario variabile - ha detto Damiano - la misura penalizza in modo differente, a seconda della struttura retributiva, i singoli settori della pubblica amministrazione ed è del tutto in controtendenza con gli annunci del governo di voler valorizzare, anche nel pubblico impiego, forme di retribuzione legate alla produttività». Secondo Damiano ci rimetteranno soprattutto le forze di polizia «che hanno una struttura retributiva caratterizzata da elevata variabilità».

ASSENTEISMO IN CALO - Presentando la misura ‘anti-assenteismo’, Brunetta ha fatto il punto della situazione, parlando di dati confortanti: l’assenteismo nella pubblica amministrazione, specie per malattia, registra una diminuzione da fine maggio del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha detto il ministro annunciando prima della pausa estiva un rapporto strutturato su questo argomento anche se con dati parziali. Da settembre ci sarà un osservatorio sull’assenteismo che pubblicherà mensilmente dati su «questa nostra azione moralizzatrice», ha detto Brunetta. Il calo del 20%, ha precisato, si registra «da quando è emersa l’opinione che ‘cambiare si può’, quindi con il decreto 112, le circolari e la cosiddetta operazione trasparenza».

http://www.corriere.it/politica/08_luglio_17/brune_01_8035c258-5415-11dd-a440-00144f02aabc

Assenteismo: maxi-tagli in busta paga nei primi 10 giorni di malattia

di Gianni Trovati

16 luglio 2008

Arrivano anche per i 500mila dipendenti di Regioni ed enti locali le prime indicazioni operative sul taglio agli stipendi nei primi 10 giorni di malattia, disposto dall’articolo 71 del Dl 112/2008. Le conseguenze non sono positive per gli interessati, e la misura si rivela più incisiva del previsto.

Rispondendo al quesito di un’amministrazione, punta dell’iceberg di pressioni sindacali che si sono attivate negli enti locali, l’Aran ha messo nero su bianco un elenco di 12 voci stipendiali colpite dalla stretta antiassenteismo, in cui rientrano anche indennità di comparto, retribuzione di posizione e di risultato dei titolari di posizione organizzativa, cioè dei dipendenti di categoria D che in virtù di un incarico a termine svolgono mansioni tipiche di un livello superiore, e indennità di direzione e staff per il personale dell’ex ottava qualifica funzionale. Tutte queste voci, insieme con le remunerazioni più specifiche ( turno, orario notturno e tempo potenziato), rientrano nello stop imposto nei primi dieci giorni di malattia dal Dl 112, che salva solo il «trattamento fondamentale».

Di quest’ultimocapitolo fanno parte solo stipendio tabellare, tredicesima e progressione orizzontale che, in quanto «forma di carriera esclusivamente retributiva», di fatto si traduce in un aumento del tabellare. Salvi, ma assai più rari, sono anche le retribuzioni individuali di anzianità precedenti alla scomparsa degli scatti a fine anni ‘80 e gli eventuali assegni ad personam nati dall’esigenza di mantenere la retribuzione individuale di chi prima occupava posti meglio pagati.

Nella divisione operata dall’Aran,quindi,il confine del trattamento fondamentale esclude l’indennità di comparto, che a una prima lettura della norma alcuni osservatori avevano ritenuto esente dalla stretta. L’indennità, creata nel 2004 (articolo 33 del contratto nazionale del 22 gennaio), nasce per allineare gli stipendi dei dipendenti di Regioni ed enti locali a quelle dell’altro personale pubblico, e quindi è una voce fissa che riguarda tutti (varia dai 390 ai 623 euro all’anno a seconda della categoria). L’Aran, nella sua attività di interpretazione univoca del dettato contrattuale (articolo 45, decreto legislativo 165/2001), la colloca fra i compensi che devono remunerare le «particolari condizioni di rischio o di disagio » della prestazione lavorativa, e quindi fuori dal recinto sicuro del trattamento fondamentale.

Ancora più consistente il bottino della retribuzione dedicata ai titolari di posizione organizzativa, che oscilla da 5.164 a 16mila euro annui, accompagnata da un bonus ulteriore tra il 10% e il 30% risultato. Evidente, in questo caso, il collegamento di tali compensi alle «particolari condizioni» che connotano il trattamento accessorio. Il taglio di queste due voci è quello che garantisce l’effetto sulle buste paga dei dirigenti. Il rigore targato Aran sulle conseguenze in Regioni ed enti locali della misura antiassenteismo arriva all’indomani dell’allarme lanciato dai docenti di scuola sulla stessa norma ( si veda «Il Sole 24 Ore» di ieri). Ma anche nei Comuni il personale legato alla scuola non ha di che ral-legrarsi, perché le indennità previste per educatori degli asili nido, insegnanti delle materne ed elementari, docenti di sostegno (dipendenti degli enti locali) operanti nelle scuole statali e docenti dei centri di formazione professionale rientrano nelle voci sforbiciate dall’assenza.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/07/malattia-tagli-busta.shtml?uuid=3bf59cdc-5300-11dd-b353-a98d07585a6c&DocRulesView=Libero

19 LUGLIO 1992:RICORDIAMOLI….


Meglio un giorno da Paolo Borsellino,Agostino Catalano-Walter Cusina-Emmanuela Loi-Vincenzo Traina-Claudio Li Muli

che 50 anni da

don Totò-Ciancimino

Rilassiamoci un po’… La cura di Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te

Scadenza pagamento “TANGENTINA”…..

Scade,oggi,18 Luglio 08,il pagamento della piccola TANGENTINA ANNUALE.Piccola nella cifra,ma grande nella somma di tante piccole cifre.Il CAPITALE,insomma,di annuale introito.Così,oggi,finirà il via vai dei PAGANTI ALLEGRI E CONTENTI!Assoluta novità del 2008,mutuata dalla concezione economica targata TDG,che in cambia del rilascio della normale ricevuta,viene dato,udite,udite,un numero di protocollo.Avete letto bene!Si,un numero di protocollo per fare cosa?Lo dovremmo chiedere a qualche esperto di finanza TDG,che piuttosto che ottemperare ai suoi compiti istituzionali,passa parecchio tempo all’INCASSO. Come mai?Innanzitutto per divulgare il sacro verbo della finanza TDG in merito a esborsi di somme,fatture non rilasciate e numero di protocollo….Sorge spontanea una domanda:nel 2008 è ammesso,civilmente e moralmente,prendere ancora in giro,con modalità oltremodo vergognose ed indegne,le persone?Un pò di etica,possibilmente non targata TDG!

Perchè non viene rilasciata LA FATTURA?Per non immischiarsi con il mondo MAGICO,nella fattispecie,della MAGIA NERA….Allora tra l’immoralità della fattura proveniente dalla magia nera e la presunta moralità del rilascio del protocollo della finanza TDG,si deve preferire,ASSOLUTAMENTE,quest’ultima,ovviamente come MALE MINORE!

Adesso tutto dovrebbe passare nelle mani del grande CASSIERE,il cui motto e’:tutto mio,tutto mio!Che farà il grande CASSIERE del bel gruzzoletto annuale?Li metterà in banca,con libretto al portatore e ,udite,udite,li vincolerà per farli fruttare.Perchè il libretto al portatore?Perchè,se dovesse succedere qualcosa,i parenti intimi possono prendere le somme di denari.Perchè vincolati? Un vizio di famiglia il cui stemma,essendo di origini nobiliari è:PRENDO TUTTO, Ma NON DO NULLA!

Adesso,finita la fase più importante,quella dell’INCASSO,inizia quella del valzer degli IMBROGLI.In che modo?

Favorire,con la super visione dell’economista TDG e dell’esperto IMBROGLIONE E ARRUFFONE, chi di dovere.Non ci crederete,ma vi posso assicurare che le cose vanno proprio in questo modo.Non solo favorire chi di dovere,ma negando le più semplici regole,dello Stato, in materia.Raccomandazioni,segnalazioni,localismi,trasferimenti abusivi e chi più ne ha più ne metta.

Alla fine di tutto, la grande operazione denominata SFINCIONATA O,SE VA MEGLIO,PIZZIATA. Chi paga?CAPPIDRAZZU!

Adesso il prossimo appuntamento è a FERRAGOSTO e poi a NATALE!Volete sapere perchè?Ve lo racconterò un’altra volta!

LA MAFIA DEL VALLONE……

L’associazione culturale denominata LA RADICE,fondata nel comune di Valleunga Pratameno,è “un’organizzazione di volontariato che intende perseguire finalità di solidarietà sociale.Non persegue fini di lucro,pertanto è un’organizzazione no-profit e ritenendo la cultura,in tutte le sue accezioni,locale,nazionale,comunitaria ed internazionale,il mezzo più adatto ed efficace per l’evoluzione dei popoli…..”.Il concetto di cultura altro non è che “una visione della vita”,dei suoi valori di fondo,che i soggetti,singolarmente e comunitariamente,devono ricevere,vivere e trasmettere alle generazioni future. Diceva un grande filosofo tedesco Martin Haideggher che tutti noi nasciamo in u solco già scavato da altri e che nessuno di noi deve cominciare da capo,ma deve continuare a scavare il solco….Così emerge,all’interno di un vero percorso culturale,il concetto fondamentale di comunità locale,di storia locale e,dunque,di riscoperta e salvaguardia delle proprie RADICI. Un concetto,quello della storia locale,oggi ampiamente rivalutato proprio contro il maldestro tentativo di MASSIFICAZIONE del genere umano e di perdita delle IDENTITA’ locali,regionali e nazionali. Contro questo percorso di assoluto relativismo STORICO-CULTURALE,urge riscoprire le proprie radici,metabolizzarle,viverle tramandarle alle nuove generazioni. Il concetto di RADICE,però,implica anche la presenza,in forza della dialettica etico-storico-sociale,tra bene e male,di qualche radice SELVATICA che i percorsi negativi della storia hanno fatto crescere e sviluppare. Bisogna prenderne atto per un efficace percorso di contrasto alla Radice selvatica. Esattamente ciò che ha fatto la predetta associazione culturale,ponendo in essere un interessante lavoro di ricerca sulla mafia del Vallone. Su che cosa sia la mafia,credo non ci sia bisogno di spendere troppe parole,vivendo in Sicilia! Il Vallone è,per chi non lo conoscesse,quella parte centrale della Sicilia,dove si incontrano le punte estreme di tre provincie:Palermo-Caltanissetta-Agrigento. Costituito da comuni,della provincia nissena, come Mussomeli,Villalba,Vallelunga,Sutera,Campofranco,Milena,Bompensiere,Montedoro,Campofranco. Dai comuni di Cammarata,San Giovanni Gemini,della provincia di AG e dai comuni di Lercara Friddi e Castronovo di Sicilia della provincia di Palermo. Questo territorio ha assunto, nella storia repubblicana della Mafia, un ruolo di primaria importanza. Infatti è notorio a tutti come personaggi del calibro di Don Calò Vizzini,Genco Russo,Luck Luciano,rispettivamente capi mafia di Villalba,Mussomeli e Lercara,hanno dato un notevole contributo allo sbarco degli americani nell’isola. Una mafia,quella degli anni ’40,sostanzialmente legata alla gestione dei feudi,agraria,ma che non ha disdegnato di creare legami politici con i potenti di turno per avere anche la gestione politico-amministrativa del territorio. Infatti il famoso Don Calò Vizzini,fu nominato sindaco di Villalba il 27 luglio 1943 proprio dagli americani. A proposito di Don Calò,voglio narrarvi un fatto,storicamente accaduto,raccondatomi da una persona che lo ha conosciuto personalmente.Un giorno Don Calò,accompagnato sempre dal suo autista,scese a Palermo per “disbrigo pratiche”.All’improvviso,a metà della via Roma,gli venne da minzionare e fece fermare il suo autista. Non curante di trovarsi nel cuore della città,si mise in una traversa e minzionò!Un vigile urbano assistette alla scena e multò il malcapitato Don Calò con lire 500. Don Calò,sotto lo sguardo attonito ed incredulo del vigile,estrasse,dalla sua tasca,un mazzone di soldi,prese 1000 lire e li diede al vigile. Il quale,replicò,non conoscendo il personaggio in questione,che non aveva il resto.Don Calò non si scompose più di tanto,fece scendere il suo autista e gli disse:”piscia puru tu!”. Dopo di chè si rivolse al vigile e gli disse:”ora siamo pari”!

Per non divagare, e ritornare al tema,l’associazione La Radice,ha posto in essere una ricerca “dal basso” del fenomeno mafioso nel vallone.Cioè sono state poste in essere delle ricerche,da parti di ragazzi,dei diversi comuni predetti,proprio sui personaggi di spicco della mafia del vallone.La mafia di ieri legata fortemente a quella di oggi.Così come esiste un forte legame posito tra la cultura di ieri e di oggi,in egual modo,ciò avviene tra la Radice “malata “di ieri,che genera altre Radici “malate” di oggi.Duque,da Don Calò Vizzini,ai corleonesi di Totò Riina e di Bernardo Provenzano,trovando strettissimi collaboratori nel nisseno,nell’agrigentino e nell’ennese.E’ notorio a tutti come nel feudo di Verbuncaudo si sia nascosto il “Papa”della mafia Michele Greco.Così come molti mafiosi del vallone,capeggiati dai Madonia di Vallelunga,abbiano partecipato alla stagione stragista posta in essere dal capo dei capi. Queste ricerche,sono state raccolte e pubblicate. Cioè affidate alla memoria collettiva,per non dimenticare.Dunque un plauso a questa interessante iniziativa che partendo da un importante evento storico,lo sbarco degli americani in Sicilia,ha analizzato tutto l’interessante contorno che permise tutto ciò.

La cultura,cioè il cambiamento radicale di mentalità,l’affermazione del senso dello Stato,delle sue istituzioni e delle sue leggi,unitamente ad un sano percorso etico-morale e al fenomeno repressivo posto in essere dai magistrati e forze dell’ordine,danno a tutti noi la speranza di credere in un futuro migliore,senza Mafia,per il quale ci battiamo con grande senso di civiltà.

Quadri del pittore partinicese:Prof.Gaetano Porcasi:

UTILIZZAZIONI PROVVISORIE E IDR.

Raggiunto dallo Snadir, presente nella della Federazione Gilda-Unams, un altro importante obiettivo sindacale

FIRMATO IL CONTRATTO PER LE UTILIZZAZIONI E LE ASSEGNAZIONI PROVVISORIE A.S. 2008/2009.

PARECCHIE LE NOVITÀ PER I DOCENTI DI RELIGIONE*

Il 16 giugno scorso, presso il IMPI, è stato firmato il nuovo contratto collettivo nazionale per le utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie.

La delegazione della Federazione Gilda-Unams era composta da Orazio Ruscica, segretario nazionale dello Snadir, da Laura leva dell’Unams. da Domenica De Patre e Franco Capacchione della Gilda.

Il contratto collettivo sulle utilizzazioni ed assegnazioni provvisorie permetterà agli insegnanti di religione di ruolo (1°, 2° e 3° contingente) a domanda di essere “utilizzati” e/o di ottenere “assegnazione provvisoria”.

Queste le novità di rilievo per i docenti di religione.

• E’ stato riconosciuto in modo esplicito ai docenti di religione di ruolo che trovino nella scuola di titolarità una riduzione dell’orario di insegnamento fino ad un quinto, qualora non completino l’orario nella scuola medesima, di essere utilizzati nella scuola di titolarità, per le ore mancanti (art.2, comma 5 del C.C.N.I. 16 giugno 2008).

• E’ stata confermata la possibilità di completamento cattedra nell’ Istituto di prevalente servizio, utilizzando le disponibilità orarie sopraggiunte. al fine di evitare, per quanto possibile, cattedre a completamento esterno (art. 2. comma 5 del C.C.N.I. 16 giugno 2008).

• E’ stato precisato che docenti di religione di ruolo che hanno ottenuto l’ utilizzazione nello stesso ordine scolastico non devono ripresenta- re la domanda di utilizzazione, mentre coloro che sono stati utilizzati in un ordine diverso (ad esempio dalla scuola infanzia-primaria alla secondaria) devono ripresentare domanda di conferma sulla utilizzazione già ottenuta lo scorso anno (art. 2, comma 12 del C.C.N.I. del 16 giugno 2008).

Il punteggio per le utilizzazioni è attribuito sulla base della graduatoria unica regionale, su base diocesana, elaborata in occasione della O.M. 27/2008 ed eventualmente aggiornato con i nuovi titoli acquisiti entro la data di presentazione della domanda (art.1, comma 6 del C.C.N.I. del 16 giugno 2008).

In dettaglio, gli insegnanti di religione in ruolo che entro il 4 luglio scorso hanno inoltrato domanda potranno:

1. essere utilizzati, nell’ ambito della medesima diocesi di appartenenza, in una diversa sede scolastica nell’ ambito dello stesso settore formativo (ad esempio: il docente in servizio nella primaria può chiedere di cambiare scuola, ma restando nel settore della primaria);

2. essere utilizzati, nell’ ambito della medesima diocesi di appartenenza in una sede scolastica di diverso settore formativo, ovviamente sempre per l’insegnamento di religione cattolica (ad esempio: il docente in servizio nella primaria può chiedere di passare nella secondari purchè abbia superato il concorso anche per la scuola secondaria e sia in possesso di specifica idoneità rilasciata dall’ ordinario diocesano).

Potranno, altresì,

1. ottenere assegnazione provvisoria in una diocesi diversa dalla propria (sarà possibile indicarne una sola); in tale caso dovranno, preventivamente, essere in possesso di idoneità rilasciata dall’ordinario diocesano della diocesi di destinazione.

La Redazione

FIRMATO IL CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE

INTEGRATIVO CONCERNENTE I CRITERI DI

UTILIZZAZIONE DEL PERSONALE DICHIARATO INIDONEO

Il 25 giugno scorso si è svolto, presso il Ministero della Pubblica Istruzione, l’incontro tra le Organizzazioni sindacali e l’Amministrazione per la stipula del Contratto riguardante l’utilizzo del personale ritenuto inidoneo.

Il testo del contratto era gia stato ampliamente approfondito nel corso di incontri precedenti: durante la riunione si è proceduto alla sistemazione definitiva del testo e ad eliminare eventuali refusi.

Il Contratto sottoscritto offre un quadro di certezze su tutto il territorio nazionale per tutto il personale interessato.

Le Organizzazioni sindacali e l’ Amministrazione hanno concordato che l’art.3, comma l2 della legge 2-14/2007 prevedendo l’istituzione di un “ruolo speciale ad esaurimento” ha fatto venir meno il termine del 31 dicembre 2008, quale data oltre la quale si doveva procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro del personale che non fosse transitato in altro ruolo.

In sintesi particolare il contratto prevede che:

• l’utilizzazione del personale riconosciuto inidoneo. permanentemente o temporaneamente, va effettuata tenendo conto di quanto esplicitato nel certifìcato medico collegiale;

• il personale docente ed educativo riconosciuto inidoneo permanentemente all’ insegnamento, viene inserito in uno speciale ruolo ad esaurimento ai fini dell’eventuale successiva mobilità anche intercompartimentale; in attesa dell’espletamento delle procedure di mobilità, il suddetto personale docente può optare tra il venir utilizzato prioritariamente nell’ambito del comparto scuola o essere dispensato dal servizio per motivi di salute.

• Il personale che alla data di stipula del presente contratto che si trova fuori ruolo, è confermato nell’utilizzazione in atto e viene inserito nel suddetto ruolo speciale ad esaurimento. Anche per questa tipologia di personale docente sarà possibile chiedere, alla conclusione della procedura di mobilità, di essere dispensato dal servizio per motivi di salute.

Il personale che invece risulta inidoneo temporaneamente viene utilizzato, di norma nella provincia di titolarità ( può chiedere l’utilizzazione anche in altra provincia).

• L’utilizzazione del personale docente inidoneo è disposto, di norma, nell’ambito dello circolo o istituto di titolarità in attività di supporto alle funzioni istituzionali della scuola ( biblioteca, laboratori, supporti didattici, servizi amministrativi ).

• L’utilizzazione, a domanda dell’interessato, può essere disposta presso altri istituti o presso altri uffici dell’amministrazione pubblica.

Le Organizzazioni sindacali hanno concordato di produrre una nota a verbale.

La Redazione

*Tratto da: Professione i.r.,

Mensile di attualità,cultura,informazione

a cura dello SNADIR

SINDACATO NAZIONALE AUTONOMO

DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE

ANNO XIV-N.7-8

Luglio-Agosto 2008

pp.5-6

CATALDO NARO:PROGETTO SU “SANTITA’ E LEGALITA’”

LINEE GUIDA PER IL

PROGETTO SU

SANTITA’ E LEGALITA’:

PER UN DISCORSO CRISTIANO DI RESISTENZA ALLA MAFIA

«Il progetto diocesano denominato Santità e legalità è un progetto di natura educativa che attiene ai compiti propri della Chiesa: formare le coscienze. Fenomeni come la mafia non si vincono con la semplice repressione. Questa è necessaria ma non sufficiente. E la Chiesa deve fare la sua parte attraverso la cura delle anime, affinché i fedeli prendano sempre più consapevolezza di ciò che sono: battezzati e quindi persone che aderiscono e vivono il Vangelo. Questo progetto si inserisce quindi nel lavoro quotidiano, ordinario della Chiesa diocesana di Monreale, qui in Sicilia. Questo lavoro può trovare delle utili collaborazioni perché la Chiesa si rapporta al territorio in cui essa stessa vive e perciò cerca collegamenti, sponde con tutti coloro che hanno a cuore il bene di questo territorio. E per questo sono grato a quanti sono intervenuti. Con loro c’è la possibilità di costruire insieme.
La Chiesa deve intervenire su questi argomenti non ripetendo semplicemente e solamente le parole della società civile. Deve fare anche questo, certamente, per mostrarsi consapevolmente e convintamente partecipe di una sensibilità civile che è finalmente condivisa nella società oggi. Ma se vuole veramente essere efficace e lasciare il segno, non può non fare ricorso al suo patrimonio più peculiare: il Vangelo, secondo la tradizione cristiana.”
1

Il progetto ha,dunque, lo scopo di porre al centro dell’attenzione un percorso formativo mirante all’affermazione del principio della Legalità e come valore civile e come valore cristiano in ottemperanza al dettame evangelico:”Date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.(Mt 22,21).

Inoltre riscoprire alcune figure di santità con cui riaffermare che la vera storia della diocesi normanna non può essere identificata con tutta una serie di criminali spietati,i cosidetti “corleonesi” che hanno seminato solamente morte e distruzione anche tra le popolazioni che ricadono sotto la giurisdizione canonica dell’arcidiocesi monrealese. Ma dai Santi come modelli da imitare e nella convinzione che il cammino di santità è il miglior vaccino contro ogni forma di violenza,di arroganza,mafia in primis. Anche per chi non crede,nella consapevolezza che il cammino di santità ha in se anche una grande valenza etico-sociale anche se non lo si può ridurre solamente a ciò,facendo cogliere anche le ricadute sociali del cammino di santità. La legalità,cioè ricordare anche i cosidetti martiri per la giustizia caduti nel territorio monrealese nell’adempimento del loro dovere di degni servitori dello Stato o di semplici cittadini con un forte senso etico(il capitano Basile,ucciso a Monreale nella notte tra il 3 e 4 Maggio del 1980.Il suo successore alla guida dei CC di Monreale il Capitano D’Aleo,se pur ucciso a Palermo in via Scobar,il Colonnello Russo e il prof.Costa,uccisi a Ficuzza a fine agosto del 1977 o 78,l’avvocato La Franca di Partinico,perchè difendeva le sue terre dai Vitale-Fardazza , e tanti altri ,purtroppo,la lista è davvero lunga,che ebbero i natali nel territorio monrealese: il vice-questore Ninnì Cassarà,partinicese e il Prof.Paolo Giaccone originario di Bisacquino. Altresì,sarebbe utile che si indagasse sul fatto che se queste persone uccise dalla mafia,svolgessero il loro dovere anche in ottemperanza ai valori cristiani oltre che etici e civili. Proprio perchè è arrivato il tempo di lottare la mafia soprattutto,da parte della Chiesa, con i valori propri del cristianesimo e dunque elaborare un discorso cristiano contro la mafia non in opposizione a chicchessia ma nella consapevolezza di ribadire l’identità cristiana delle nostre popolazioni e,dunque,la mafia come prima negazione di essa..
Dunque il dovere della memoria e della testimonianza sono due valori fondamentali per un popolo civile. Aveva ragione il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia a dire che “il nostro è un paese senza memoria e senza verità ed io,per questo,cerco di non dimenticare”.

LA SANTITA

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore,
con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore;
li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai»

Dt 6, 5-7

Siate dnque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Mt 5,48

Ad immagine del Santo che vi ha chiamati,
diventati santi anche voi in tutta la vostra condotta;
poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.

1 Pt 1,15-16

Là dunque si ponga il cristiano, ove Cristo l’ha sollevato con sé; là diriga tutti i suoi passi, ove sa che fu salvata la natura umana. La passione del Signore, infatti, dura sino alla fine del mondo; e come nei suoi santi lui è onorato, lui è amato; e come nei poveri lui viene nutrito, lui viene vestito; così in tutti coloro che soffrono avversità per la giustizia, è lui che patisce. In pace con questo mondo non può stare se non chi ama questo mondo e non vi è mai società tra giustizia e iniquità, concordia tra verità e menzogna, accordo tra luce e tenebre.

(Leone Magno)

‘La nostra perfezione non consiste nel fare cose straordinarie
ma nel fare bene le cose ordinarie’
(S. Gabriele dell’Addolorata)

La santità “grande” consiste nel compiere i “doveri piccoli” di ogni istante.
(San Josemaria Escrivà ,Camino 817)

Con la parola santità si intende generalmente uno stato di vita ritenuto come un punto di arrivo nel cammino interiore e spirituale, secondo il punto di vista di una religione particolare. Ogni religione, infatti, ha un modello antropologico di riferimento, ovvero una concezione particolare della perfezione e della realizzazione dell’uomo, che dipende dai “contenuti” della religione stessa.

La santità nel Cristianesimo

Per il cristianesimo il modello di riferimento è Gesù Cristo, per cui la santità corrisponde nell’avvicinarsi il più possibile all’esperienza di vita, interiore, religiosa e morale, di Gesù Cristo.Nella tradizione cristiana si è espresso questa santità in maniere diverse:

La chiesa cattolica e la chiesa ortodossa, in particolare, hanno sempre dato particolare rilievo alla santità. La Chiesa cattolica da sempre promuove il culto dei santi, considerati per i cattolici degli importanti modelli di riferimento..

“La santità biblicamente intesa, viene definita dal termine CADOSH, appunto “santo”. Dio infatti nella Sua perfezione è Cadosh, Cadosh, Cadosh, cioè tre volte santo. Cioè sommamente e perfettamente santo. Dove la santità non è l’aureola o la riconoscenza del favore del popolo dei credenti ma l’essenza stessa di Dio. Dio è santo, cioè separato, tutt’altro; non è inquadrabile, non chiudibile in uno schema; neanche nella Parola di Dio stessa che rivela Dio ma non lo racchiude. Proprio per questo è importante l’azione continua dello Spirito Santo nell’autocoscienza della Chiesa (nel suo magistero e nella sua guida) e nel singolo fedele.

E’ grazie a questa trascendenza che Dio si fa immanenza, cioè compagno dell’uomo, in Gesù Cristo.

Interessante è considerare che il termine Cadosh deriva da Cadash, l’atto con cui viene reciso il cordone ombelicale. Cioè il gesto con cui si inizia una autonomia ed un’esistenza. Ecco perché non si può essere santi senza “tagliare” tutto ciò che è cordone ombelicale; ecco perché non si può maturare nella fede senza “odiare” tuo padre, tua madre, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli, le tue sorelle e perfino la tua vita…;

ecco perché non si può essere adulti psichicamente se non si dice “fine” e il senso del limite di ciò che non è eterno. Porre il fine è definire, è riconoscere che tutto è un dono continuo di un Padre amoroso; anche la croce, qualunque essa sia, perché nel suo mistero svela chi sei veramente tu proponendo un iter di trascendenza.

Ogni sofferenza merita rispetto, silenzio, epokè, vicinanza, con-passione… ma anche questa è una “cosa finita” che non va assolutizzata ripiegando il nostro volto sul dolore.. perché la gioia è alla tua porta e bussa costantemente.

“Odiare”, tagliare il cordone ombelicale, santificarsi significa, allora, aprire quella porta e far entrare con Gesù tutti quelli che incontrerai. “ 2

La rilevanza conferita alla santità nella società contemporanea è l’esito di una lunga storia. Il culto dei santi fin dai primi secoli del cristianesimo ha rivestito un ruolo centrale dal punto di vista non solo religioso, ma anche sociale, politico e culturale.
Se nel periodo delle origini si trattò di un fenomeno esteso all’intera area del Mediterraneo, a partire dal medioevo, in particolare per il ruolo svolto dalla Chiesa romana nel riconoscimento ufficiale della santità, il culto dei santi ha acquisito in Occidente caratteristiche sempre più specifiche, destinate ad accentuarsi nel mondo cattolico dopo la Riforma protestante e il Concilio di Trento, coinvolgendo il continente americano e le altre terre di missione, e in maniera crescente in età contemporanea, in particolare durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Proprio perché il Vangelo divenga cultura e questo seme divino possa dare i suoi frutti più belli nella storia, noi cristiani vivremo nella compagnia degli uomini l’ascolto e il confronto, la condivisione dell’impegno per la promozione della giustizia e della pace, di condizioni più degne per ogni persona e per tutti i popoli, fiduciosi in un arricchimento reciproco per il bene di tutti.
È importante la presenza significativa dei fedeli laici negli ambienti di vita.

Scriveva il Servo di Dio Mons. Guglielmo Giaquinta, Vescovo:

Pensiamo ai santi come a degli uomini dalla immensa fede, non nelle proprie possibilità, ma nella forza divina che sola può risolvere i problemi. I santi hanno una speranza che non si lascia abbattere dalle mille difficoltà; possiedono una carità capace di misurarsi con il proprio fratello; immersi nella realtà del mondo e non estraniati da esso, con uno sguardo e un volto profetici ed escatologici.
Uomini coscienti che la loro vita, come quella di ogni uomo, dovrebbe avere le tre dimensioni: quella sociale, quella divina, quella della fedeltà. Santi che sentano l’eroismo come la regola ordinaria della vita, che sappiano correre il rischio che al termine della loro corsa non li attenda un arco di trionfo ma un calvario; che in ogni caso affrontino la quotidiana immolazione, come l’espressione della loro testimonianza.
Il mondo tormentato del domani potrà essere salvato e costruito solo da generazioni di autentici santi. 3

La Chiesa ha bisogno di santi. Tutti siamo chiamati alla santità, e solo i santi possono rinnovare l’umanità. Su questo cammino di eroismo evangelico tanti ci hanno preceduto ed è alla loro intercessione che vi esorto a ricorrere spesso. 4

Occorre riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il capitolo V della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, dedicato alla «vocazione universale alla santità».
Questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni «geni» della santità. Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno (…) ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone.
5

Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di «parlare» di Cristo, ma in certo senso di farlo loro «vedere». E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto davanti alle generazioni del nuovo millennio?
La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto.

Gesù è «l’uomo nuovo» che chiama a partecipare alla sua vita divina l’umanità redenta (…): solo perché il Figlio di Dio è diventato veramente uomo, l’uomo può, in lui e attraverso di lui, divenire realmente figlio di Dio. 6

” Il grande segreto della santità – ha scritto San Josemaría Escrivà- si riduce ad assomigliare sempre più a Lui, che è l’unico e amabile Modello.” 7

Voi e io facciamo parte della famiglia di Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà [Ef 1, 4-6]. La scelta gratuita di cui siamo oggetto da parte del Signore, ci indica un fine ben preciso: la santità personale, come san Paolo non si stanca di ripetere: Haec est voluntas Dei: sanctificatio vestra [1, Ts 4,3], questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione. Non dimentichiamolo, quindi: siamo nell’ovile del Maestro, per raggiungere questa vetta.
(Amici di Dio, 2)
La santità è intessuta di eroismi. Pertanto, nel lavoro ci si chiede l’eroismo di «portare a compimento» i lavori che ci spettano, giorno dopo giorno, anche se si ripetono le stesse occupazioni. Altrimenti, non vogliamo essere santi!
(Solco, 529)
Senza dubbio è un obiettivo elevato e arduo. Ma non dimenticate che santi non si nasce: il santo si forgia nel continuo gioco della grazia divina e della corrispondenza umana. Tutto ciò che si sviluppa — scrive un autore cristiano dei primi secoli, riferendosi all’unione con Dio — agli inizi è piccolo. Alimentandosi gradualmente, con continui progressi, diventa grande [San Marco Eremita, De lege spirituali, 172]. Pertanto ti dico che, se vuoi comportarti da cristiano coerente — so che le disposizioni non ti mancano, anche se spesso ti costa vincere o slanciarti verso l’alto con il tuo povero corpo —, devi mettere una cura estrema nei particolari più minuti, perché la santità che il Signore esige da te si ottiene compiendo con amore di Dio il lavoro, i doveri di ogni giorno, che quasi sempre sono un tessuto di cose piccole. 8

INCONTRO SU :

EVANGELIZZAZIONE E PROMOZIONE UMANA,LA TESTIMONIANZA E L’INSEGNAMENTO DEI SANTI.

ESPERIENZA DI ALCUNE FIGURE DI SANTITA’(Bernardo da Corleone ,Pina Suriano) COME MODELLI DI RIFERIMENTO.

LA LEGALITA’:

I MARTIRI PER LA GIUSTIZIA

"Dio ha detto: non uccidere! L'uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia, 
non può calpestare questo diritto santissimo di Dio.
 Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo 
Cristo che è vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: 
convertitevi! Per amore di Dio. Mafiosi convertitevi. 
Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte". 

(Giovanni Paolo II, Agrigento 9 maggio 1993)

“Legalità è l’osservanza delle leggi. Differisce da legalismo, cioè osservare le leggi per se stesse. La funzione dell’osservanza delle leggi è di poter vivere ordinatamente affinché ci sia una convivenza civile. Ma le leggi devono essere ancorate alla giustizia. Quindi legalità, giustizia, bene comune, sono concetti che vanno insieme. Perché la Chiesa deve interessarsi della legalità? Perché la Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo sua appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale. Ma deve farlo, però, mettendo un di più: la charitas, l’agápe, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio diffuso nei cuori degli uomini. Pertanto il cristiano non può non caricarsi di questi problemi, omettendo di portare il suo specifico contributo. Il cristiano crede di vivere in comunione con Dio e cioè crede che lo Spirito Santo lo ha unito a Gesù Cristo. Il cristiano quindi partecipa di questo corale sforzo della società civile che favorisce la crescita di ogni uomo e ogni donna con lo specifico della carità, del dono dello Spirito, che attinge nella comunità ecclesiale di cui è membro.” 9

Alla legalità si lega fortemente il concetto di Giustizia.

Il Santo Padre,Giovanni Paolo II, nel messaggio per la giornata mondiale della pace 1998, dal titolo “Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti”, ha dichiarato in modo inequivocabile in cosa consiste la vera giustizia, affermando che essa ” è, allo stesso tempo, virtù morale e concetto legale, (…) difende e promuove l’inestimabile dignità della persona e si fa carico del bene comune…La giustizia restaura, non distrugge; riconcilia, piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima ragione, a ben guardare, è situata nell’amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia…”. Parole che sembrano riecheggiare il pensiero di Rosario Livatino, il quale era solito sostenere che da sola “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità”, perché il compito fondamentale di ogni magistrato non è “solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine…”.Nel 1975, con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI aveva affermato in tono lungimirante che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri , e se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni…” (n.41). Oggigiorno, difatti, non sono molti quelli disposti ad accettare con spirito passivo dei maestri per la propria vita, mentre tanti sono invece coloro che cedono al fascino dei testimoni, specie tra i giovani, che sono da sempre i più sensibili nel recepire il profondo mistero e la radicalità che promana da certe scelte esistenziali “forti”. Il maestro, infatti, sale in cattedra, addita una via, un ideale da seguire; il testimone, invece, è colui che vive questo ideale sulla propria pelle, che lo fa suo senza aver paura di mettersi in gioco, di arrischiare il tutto e per tutto. “A una teoria – ebbe a dire Evagrio Pontico – si può rispondere con un’altra teoria. Ma chi potrà mai confutare una vita?”

Nel corso dei tempi la Chiesa ha avuto sempre una particolare attenzione alla difesa e alla promozione della giustizia, sviluppatasi attraverso il magistero dei Papi. Ricordiamo l’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, in cui si afferma la scoperta dello stato di diritto, cioè lo sviluppo della concezione giuridica dello Stato che si reputa preposto alla realizzazione del bene comune. L’uomo viene prima dello Stato: questa concezione personalistica della società si precisa e si afferma con notevole forza nel magistero di papa Giovanni XXIII. Ricordiamo anche uno dei frutti del pontificato di Paolo VI, la Pontificia Commissione Iustitia et Pax da lui istituita nel 1967, l’organo della Sede Apostolica che ha come scopo lo studio e l’approfondimento, sotto l’aspetto dottrinale, pastorale e apostolico, dei problemi relativi alla giustizia e alla pace nel mondo.

“Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una città stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni”(Gaudium et spes , 43). Se la Giustizia, quella con la maiuscola, non è di questo mondo, ciò non consente agli inquilini della terra, e a maggior ragione ai cristiani, di incrociare le braccia, pensando che tanto è tutto inutile, e che è meglio attendere il Regno che verrà dove “misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 84, 11).

“La legge morale, il senso di giustizia – asserisce Mario Cicala – rivelano l’impronta di Dio nell’uomo e perciò postulano l’esistenza di Dio. Questa è a me sempre parsa la più convincente prova dell’esistenza di Dio. Senza di Lui la giustizia sarebbe un atroce inganno posto in essere dalla natura contro gli onesti, rendendoli preda degli immorali e dei disonesti…”.

La giustizia, noi lo sappiamo, è un attributo di Dio e giudicare non è un’azione facile. Giudicare, infatti, non vuol dire applicare alla lettera la legge, senza alcuna emozione o sentimento, ma vuol dire decidere secondo verità. Perché il “diritto per il diritto” non ha senso, in quanto tale esso sarebbe soltanto un’aberrazione del sistema giuridico, di quel “sacerdozio laico” che è la magistratura verso cui si appunta frequentemente lo sguardo dubbioso e diffidente della gente comune.

In quale giustizia credere quando il tributo pagato all’illegalità è una lunga scia di sangue?

Si è detto che è molto infelice quel popolo che ha bisogno di eroi. Perché vuol dire che esso non ha nel presente sufficienti energie morali per affermare il principio della legalità se deve attingere forza da un passato pieno di croci. Chi è impegnato nelle strutture pubbliche per dare attuazione a quelle regole di diritto naturale presenti nella legge dello Stato, adempie dunque ad un dovere cristiano.

Costruire la legalità. A partire da un sogno, lungamente accarezzato, a cui dare compimento, un giorno, tutti insieme, e per il bene di tutti. Ce lo spiega Giancarlo Caselli, il magistrato che per molti anni ha guidato la Procura più a rischio d’Italia, quella di Palermo, nella lotta contro la mafia: “Il sogno di riuscire a saldare davvero parole e vita, portando il messaggio evangelico fuori dalle sacrestie, fuori dai recinti delle comodità che tentano ciascuno di noi, per “abitare” il territorio, offrendo un modello di Chiesa nuova, capace di “armare” di fiducia soprattutto i giovani, altrimenti destinati – inesorabilmente – a restare invischiati nelle incertezze e nell’inesperienza…Il sogno di potere adempiere al proprio dovere, quotidianamente, in maniera semplice e piana: senza candidarsi a diventare per ciò stesso eroi o vittime sacrificali…”

“Illegalità, soprusi e mafie sono ancora interlocutori vincenti nei territori che non conoscono una presenza dello Stato che sappia garantire diritti e qualità di vita ad ogni cittadino. Il vero terreno su cui le mafie costruiscono il loro controllo è quello lasciato libero da una presenza capace di contrastare, sul piano del lavoro, della casa, della salute, dell’istruzione, della socializzazione libera e spontanea… (dei diritti, per dirla in breve) l’espandersi illegale di risposte a bisogni di fatto reali.

“Non è certamente un caso che le presenze significative, di coloro che hanno avviato una forte azione per riappropriarsi di un territorio spesso quasi “disabitato” (dal punto di vista della legalità e dei diritti), siano state spazzate via dalla violenza mafiosa. Fare l’elenco di tutti i morti che questa drammatica guerra ha ormai lasciato sul campo – conclude Caselli – non basta. Questi morti sono, e devono restare, memoria viva e inquietante. Dobbiamo ricordare – sempre – che se essi sono morti è anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi. Non abbiamo vigilato, non ci siamo sufficientemente scandalizzati dell’ingiustizia”. 10

Oggi,sostiene,il teologo moralista Prof.Giampiero Tre Re,

“….ci si interroga sulla possibilità di riconoscere il titolo teologico di martire a tutti coloro che, nella consapevolezza morale del popolo siciliano e secondo il “sensus fidei” di questa comunità ecclesiale, sono ritenuti come veri eroi dell’amore per l’uomo e per la giustizia.

Rivolgendosi ai genitori del giudice R. Livatino, Giovanni Palo II, nel maggio del 1993, parlò delle vittime della mafia come «martiri della giustizia ed indirettamente della fede». In altre occasioni il Pontefice aveva introdotto analoghi ampliamenti nel concetto di martirio, titolo tradizionalmente riservato a coloro che furono uccisi «in odium fidei», parlando ad esempio di «martiri per amore».
Dal momento che ci si interroga sulla possibilità di estendere il concetto di martirio a coloro che hanno immolato la loro vita per amore della giustizia, offriamo un primo contributo tramite una proposta. Si tratta di sottoporre il concetto di martirio al vaglio di quella “legge della crescita organica”, che regola lo sviluppo dottrinale, di cui per primo parlò esplicitamente S. Vincenzo di Lerino (Commonitorium I, 26) e che il Card. J. H. Newmann si applicò a perfezionare nel suo libro Lo sviluppo della dottrina cristiana. Di recente il concetto, noto col nome di «legge della gradualità» è stato ripreso dal magistero pontificio e sinodale ed applicato al campo pastorale e della pedagogia morale. Non è possibile condurre in questa sede un’analisi che richiederebbe ben altra cura ed attenzione. Non sarebbe affatto incauto, però, ipotizzare che l’applicazione al concetto di «martiri per la giustizia» dei criteri scoperti dal Lerinese e da Newman per discernere il genuino sviluppo di una dottrina dalla degenerazione approderebbe alla conclusione che ci troviamo di fronte ad un caso di autentico e legittimo sviluppo dottrinale. Nel concetto tradizionale di “martirio”, riconosciuto semper et ubique nella Chiesa sono infatti contenuti in nuce i criteri di ecclessialità, permanenza delle strutture originarie, coesione interna e potere esplicativo del concetto, che ritroviamo in seguito anche nell’idea di «martiri per la giustizia».

Estensione del concetto di martirio: osservazioni teologiche.

Il rischio, certo, è quello di banalizzare il senso del martirio cristiano stemperandolo in una sorta di generica religione civile. D’altra parte il titolo di martire che volentieri attribuiamo a R. Livatino, e P. Puglisi, a causa della coerenza del loro impegno civile con la loro fede cristiana, come potrà essere negato ad altri che a questi sono accomunati, non solo per aver sopportato il medesimo sacrificio, ma soprattutto nella coscienza collettiva, nell’ammirazione e nella stima della nostra gente?
Così come ogni martirio riceve la propria forma dall’offerta di senso che promana dal sacrificio della croce di Cristo a vantaggio dell’intera umanità, chiunque avrà avuto fame e sete di giustizia e avrà pianto per essa in questo mondo sarà saziato con la beatitudine riservata al martire. Proprio per il particolare fulgore col quale risplende in lui l’icona di Cristo crocifisso, il martire esprime meglio di noi ciò che siamo tutti noi. Proprio come nella grandiosa visione dell’Apocalisse, il martire fa sempre parte di una schiera (Ap, 7,9-14). Nella persona del martire si attua la concretezza di una Chiesa che è tutta intera, con il fatto stesso di esistere, testimone del mistero pasquale. La Chiesa non ha mai inteso attribuire il titolo di martire in esclusiva: venerando alcuni come martiri essa esalta il valore sotteso alla vita dei molti che noti o oscuri donarono se stessi per amore.
E’ stato sufficientemente messo in chiaro dalla teologia classica che il termine “martire” prima d’essere un titolo che noi attribuiamo, esprime un mandato per il quale il testimone è stato eletto con un atto sovranamente libero dello Spirito8; una missione che, tramite il sensus fidei, la comunità cristiana riconosce ad alcuni suoi membri e al cui compimento coopera con la propria conversione.
E’ comunemente ammessa l’esistenza di un agire salvifico “asintattico” da parte dello Spirito, un agire che sopperisce alle carenze storiche e alla inadeguatezza dei mezzi della predicazione ecclesiale per far giungere la salvezza a tutti gli uomini che cercano Dio con cuore sincero. Questo agire asintattico è un bene anche per la Chiesa visibile, che è in tal modo confermata nella sua serena docilità allo Spirito e alla gratuità della salvezza. Ciò fa sì che le dimensioni “reali” della Chiesa vadano molto al di là della semplice anagrafe battesimale, così come i confini della Chiesa visibile non siano perfettamente sovrapponibili a quelli della Città di Dio, come dolorosamente dimostra l’affacciarsi del fenomeno mafioso in una società nominalmente cristiana. Non dovrà dunque assolutamente stupire che il fenomeno della santità e del martirio possa verificarsi anch