L’Europa e il Crocefisso…..

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L’EUROPA E IL CROCEFISSO, LA CRISTIANOFOBIA AL POTERE
di Massimo Introvigne

Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
La sentenza Lautsi c. Italie del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.
http://www.cesnur.org/2009/mi_lautsi.htm

Padri “deboli”?Figli “impotenti”!

“Elisa crede di poter tenere tutto per sé un babbo dall’irresistibile fascino. Giorgia si distrugge e strugge per salvare l’immagine che ha di lui. Sandra rimane invischiata in un corpo a corpo. Niccolò ha paura dell’altro sesso. Giacomo cerca inutilmente di differenziarsi dal genitore.”

I padri sono cambiati.
Gli uomini un tempo rudi e forti, simbolo della severità e dell’autorità, non di rado simbolo della prepotenza, sono diventati pieni di premure e attenzione per la loro prole.
Il padre normativo ha ceduto il passo a quello affettivo. Bene. Era ora. Ma…
Le storie che Francesco Berto e Paola Scalari hanno raccolto in questo libro, drammaticamente vere, ci dicono di altri padri. Di quelli alle prese con figli adolescenti, che nel momento in cui la crescita puberale dei loro figli richiederebbe un opportuno ritiro, rimangono incollati ai loro bambini. Sono padri narcisi, prigionieri del loro eccesso di affettività,che non sanno rinunciare all’amore protettivo, incondizionato, appagante, totale dei piccini. Se non c’è la giusta distanza, ci può essere una complicità tra adulti e adolescenti pericolosa per l’equilibrio affettivo e sessuale dei ragazzi. Anche quando non sfocia nella pedofilia, a cui pure alcuni racconti fanno riferimento.

Sono racconti “amari” quelli che gli autori ci propongono perché sono veri. Ci dicono di un fenomeno sociale agli albori, ma figlio di questo nostro tempo. Che si maschera in forme diverse, talvolta anche benevolmente accettate se la differenza d’età nella relazione affettiva e sessuale tra adulto e giovane si sposta sul piano sociale (il legame tra uomini di successo adulti e giovani donne che potrebbero essere loro figlie, ad esempio).

Perché leggerli questi racconti? A conclusione dell’introduzione gli autori scrivono: “La mancata trasmissione della bellezza del legame sensuale tra individui adulti può condannare gli adolescenti a non saper trasformare la vampata di un innamoramento in una calda storia di vita amorosa, e senza un saldo vincolo di coppia i ragazzi rischiano di diventare dei vacui vagabondi che non trovano il senso dell’amore”.

F.Berto-P.Salari, Padri che amano troppo. Adolescenti prigionieri di attrazioni fatali.La Merdiana,pp.128,2009.

Di Padre in Padre…..

“Quello che vi accingete a leggere è un libro che può essere apprezzato da genitori, educatori e studiosi, ricco com’è di riflessioni ed esemplificazioni esposte in un linguaggio semplice e scorrevole.”
(dalla Prefazione di Fulvio Scaparro)

Può un padre esprimere la propria vulnerabilità affettiva e la ricchezza delle sue tensioni emotive senza perdere la sua identità o rinunciare alla possibilità di proporre percorsi di vita per il figlio?
E’ il problema di fondo che emerge nelle nuove generazioni di padri, che sta portando con forza alla luce la questione “paternità”, spesso oscurata dalla pratica e dalla retorica del ruolo paterno distinto, anzi opposto a quello materno. Un numero sempre maggiore di padri si è trovato a lottare per essere riconosciuto come genitore presente fin dal concepimento nella vita dei figli e in grado di assolvere anche ai compiti, doveri e responsabilità a torto creduti non tradizionali.
Il maschio normativo sta scoprendo di avere caratteristiche affettive che erano, e purtroppo lo sono ancora, considerate un’esclusività femminile: dolcezza, rispetto, amore.
E’ lungo, molto lungo, il cammino che uomini e donne dovranno compiere per accettare le loro diversità e finalmente riconoscersi uguali almeno in questo: tutti noi vogliamo vivere come essere umani, cioè come cercatori e produttori di senso, come individui fertili. Ma non basta proclamarlo; occorre praticarlo in casa, a scuola, nel lavoro, ovunque. Una grande responsabilità educativa perchè i figli osservano e imparano dai rapporti tra padri e madri, tra uomini e donne.

A. Coppola De Vanna F. D’Elia L. Gigante, Di padre in padre. I tempi della paternità.La Meridiana,pp.144,2008.

Genova:Festival della Scienza.Un’Etica per il futuro.

Festival della Scienza

Genova, Domenica 25 ottobre 2009

Conferenza

Un’etica per il futuro

Teresa Numerico, Edoardo Datteri, Jacopo Loredan, Gianmarco Veruggio. Modera: Roberto Cordeschi

11:00-13:00

Palazzo Rosso

Via Garibaldi, 18, Genova

Un’etica per il futuro

Internet e i robot

Teresa Numerico, Edoardo Datteri, Jacopo Loredan, Gianmarco Veruggio. Modera: Roberto Cordeschi

Sono sempre più pressanti i problemi etici e sociali posti dalla diffusione di agenti robotici. Tali agenti si stanno diffondendo in settori molto diversi, che vanno dall’assistenza agli anziani e ai disabili, ai musei, alle abitazioni, fino agli impieghi bellici. Quale grado di autonomia devono avere questi agenti per svolgere al meglio le loro mansioni? Al di là delle sempre citate “leggi di Asimov”, questo interrogativo apre scenari difficili e imprevedibili per il futuro. L’appello affinché organismi internazionali affrontino il problema è ormai meno anacronistico di quanto non potesse apparire fino a pochi anni fa, ed è stato lanciato da diversi ricercatori.

Non meno urgenti sono le questioni politiche, etiche e giuridiche poste dalle nuove tecnologie connesse a Internet e al Web. La privacy e il controllo personale, per esempio, aprono problemi inediti per il futuro della comunicazione. La tracciabilità dei dati personali è aumentata a causa delle grandi opportunità offerte dalla rete e dalla telefonia mobile digitale: queste tecnologie permettono di effettuare un controllo sempre più raffinato su questi dati.

L’accesso alle informazioni non riguarda solo i diritti personali, ma anche la possibilità dei cittadini di essere informati e quindi in grado di prendere decisioni politiche consapevoli. Il sistema di organizzazione della ricerca nel Web e negli altri strumenti di comunicazione digitale è demandato a organizzazioni for-profit come i motori di ricerca che, anche nel caso della massima buona fede, non possono garantire l’esaustività delle loro risposte a causa delle limitazioni imposte dal meccanismo tecnologico stesso. Si pensi ai casi espliciti di autocensura che motori di ricerca come Google e Yahoo si sono imposti pur di penetrare in mercati ricchi e promettenti come la Cina.

Questa tavola rotonda si prefigge di discutere i problemi etici e sociali sempre più pressanti posti dalla diffusione degli agenti robotici e delle nuove tecnologie della comunicazione.

Biografie

Roberto Cordeschi
Insegna Filosofia della scienza all’Università Sapienza di Roma. Si occupa di storia della Cibernetica e di problemi epistemologici dell’Intelligenza Artificiale e della Scienza Cognitiva, nonché dei problemi etici posti dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Edoardo Datteri 
 (Università di Milano-Bicocca)
si occupa di epistemologia e metodologia delle scienze cognitive. Ha contribuito alla realizzazione di sistemi robotici presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università “Federico II” di Napoli. Ha al suo attivo pubblicazioni su riviste specialistiche quali Philosophy of Science, Biology and Philosophy, Minds and Machines.

Jacopo Loredan (Gruner+Jahr/Mondadori), è direttore della rivista mensile di tecnologia e lifestyle Jack. Già inviato speciale e poi capo redattore del settimanale Epoca, inviato speciale di Panorama e vicedirettore di Focus. Nel novembre del ‘99 progetta la rivista Jack, che dirige dal primo numero.

Teresa Numerico Ricercatrice in Filosofia della Scienza, insegna Logica e comunicazione e Teorie della comunicazione presso l’Università Roma Tre. Tra i suoi interessi di ricerca, la storia e la filosofia dell’informatica, e i rapporti tra etica e tecnologia.

Gianmarco Veruggio 
Ingegnere, ricercatore presso l’IEEIT del CNR di Genova, svolge attività di ricerca nel settore della robotica. Nel 2000 ha fondato l’associazione “Scuola di Robotica” per studiare le complesse relazioni tra robotica e società. Per questo tipo di problemi ha coniato il termine “Roboetica”.

Sorpreso dal Signore….

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Il Cappio….

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Ora di Islam?

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La trovata propagandistico-politica,di un politico eticamente scorretto,del duo D’Urso-Fini,circa l’introduzione dell’ora islamica nella scuola italiana,al di la del chiacchiericcio politico-istituzionale,ormai pane quotidiano della nostra “povera” Repubblica,ripropone,senz’altro degli interrogativi di natura sociale ed istituzionale,ormai ineludibili,per l’occidente e per l’Italia. Qual è il rapporto tra l’islam e le democrazie moderne? Esiste un “islamismo illuminista” come dicono alcuni? Inoltre,in Italia quanti tipi di islam esistono?Sentinella, quanto resta della notte della cristianità? Cioè come l’occidente scristianizzato,e dunque debole,si pone di fronte all’emergere del fenomeno Islam, nella consapevolezza che l’Occidente non è più al centro del mondo, ci sono tanti orizzonti nuovi che lo incalzano e premono ai suoi confini, anzi già al suo interno. È importante non arroccarsi, ma altrettanto importante è impegnarsi per la conoscenza reciproca, il dialogo, per costruire qualcosa di nuovo di inedito, però senza lasciarsi fagocitare e senza escludere. Ma nasce, ora, il timore che siamo noi a correre il rischio di venire fagocitati causa la nostra debolezza identitaria, tra qualche generazione, in casa nostra. Comunque il dialogo, foriero di civile convivenza, esige dagli interlocutori maturità e reciprocità; quindi l’impegno dev’essere in questa direzione. E, poi, non smettiamo di “vivere” i valori in cui crediamo, anche se sembrano affievolirsi sotto l’incalzare di una cultura prevalentemente “mercantile”. Siamo convinti che sia necessario; perché ognuno di noi porta il suo filo colorato nel grande Arazzo della Storia, in cui non c’è posto per le trame nere dell’odio…
A darci una mano sullo stato delle cose,è una famosa scrittrice di nazionalità inglese,ma nata in Egitto, Bat Ye’or,che ha pubblicato alcuni interessanti volumi sul rapporto storico-dottrinale tra l’Islam e l’occidente.

Bat Ye’or :Il declino della cristianità sotto l’Islam.Lindau,pp. 576.

La conquista islamica è avvenuta all’insegna del jihad e della shari’a, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano. Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e negli sterminati territori dell’antica Persia vennero sottomesse dagli arabi (nei secoli VII e VIII) e dai turchi (circa quattro secoli dopo), divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, privi di diritti e oggetto di una «protezione» (dhimma) che pagavano lautamente. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni? Come è possibile spiegare un’espansione dell’islam così rapida e una sua penetrazione così profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Che cosa travolse e riplasmò società evolute e articolate, sotto il profilo politico, giuridico ed economico? E perché per lungo tempo la dhimmitudine è stata rimossa o negata nei paesi occidentali che hanno spesso preferito esaltare la presunta tolleranza dell’islam?
Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, ancora insufficientemente nota, Bat Ye’or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione (in alcuni casi fattiva e consapevole, in altri fondata su tragici malintesi) di élite civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire. Mentre la ummah unificava il suo enorme potenziale militare, demografico ed economico, i popoli non musulmani si dividevano in nome di settarismi ideologici o all’insegna di un pragmatismo utilitaristico che li portarono prima a una resa culturale e poi all’estinzione. Inoltre i paesi dell’Occidente, quasi sempre ostili gli uni agli altri a causa dei contrapposti interessi strategici, hanno a lungo preferito ignorare (o hanno cercato di strumentalizzare) questo inquietante fenomeno storico.
Secondo Bat Ye’or la dhimmitudine è un motore decisivo della storia anche oggi. Di fronte a un islam che ha ripreso la sua guerra, lo studio del passato serve a capire il presente, smaschera verità di comodo e pone interrogativi di inquietante attualità: stiamo forse assistendo al progressivo assoggettamento dell’Europa?
L’AUTORE
Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine». Tra i suoi numerosi saggi dedicati al rapporto tra l’islam e la cristianità, ricordiamo il fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita e Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano, editi entrambi da Lindau.

Bat Ye’or, Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano,Lindau,pp. 224

Tre anni dopo il successo di Eurabia, Bat Ye’or torna a occuparsi della resa dell’Europa all’islam sotto l’abile regia dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, che riunisce 57 paesi e più di un miliardo di persone.
Lungi dal pianificare conquiste di tipo militare (almeno nelle forme tradizionali), la strategia dell’OCI è sottile e insinuante. Controlla la politica del Vecchio Continente con la minaccia del terrorismo e l’arma dell’immigrazione (insieme a quella, connessa, della demografia). Lo ricatta economicamente grazie al petrolio. Lo inibisce culturalmente facendo leva sulla mancanza di un’identità condivisa e sfruttando i sensi di colpa di élite ostaggio del «politically correct». Lo insidia sul piano religioso, incoraggiando il proselitismo e le conversioni, mentre la predicazione (e anche la semplice pratica) cristiana resta un tabù in molti paesi musulmani.
Ma soprattutto l’OCI si muove innanzitutto sul piano legislativo e giuridico per veder sancito in tutto il mondo il principio in forza del quale i musulmani sono soggetti solo alla legge islamica, la shari’a, ovunque risiedano. Questo principio è uno dei cardini della dhimmitudine e ha trovato la sua prima applicazione europea nel 2007, in Gran Bretagna, quando la shari’a è stata ufficialmente riconosciuta come fonte di diritto – in materia di divorzio, eredità e violenze interne alla famiglia. L’Europa sta diventando parte della ummah, la «comunità dei fedeli»? Ci toccherà in futuro, nei nostri stessi paesi, la condizione di cittadini di seconda classe?
I segnali in questa direzione si moltiplicano. Europa/Eurabia ha abiurato la propria storia e i propri valori attraverso alcune scelte fondamentali: il ripudio delle radici cristiane, ignorate dalla Costituzione dell’Unione; l’apertura della scuola pubblica all’insegnamento del Corano; la ridefinizione della storica partnership con gli Stati Uniti; l’abbandono di Israele e la scelta di campo pregiudiziale a favore dei palestinesi di Hamas; la negazione dell’origine ebraica del cristianesimo al fine di avvicinarlo all’islam, in una falsa prospettiva di dialogo euro-arabo.
Basterà un amalgama di paure e interessi nazionali che ha fatto della laicità una bandiera a salvarci dal «Califfato universale»?
L’AUTORE
Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine», definendone i principali aspetti politici, economici, culturali. Autrice del fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (Lindau), Bat Ye’or ha scritto vari altri saggi sul rapporto tra l’islam e la cristianità, tra cui ricordiamo Les Chrétientés d’Orient entre jihad et dhimmitude, di prossima pubblicazione presso la nostra casa editrice.

Giuliana(Pa):CELEBRAZIONI IV centenario dalla morte di Antonio Ferraro.

Giu-ProgrComune di Giuliana
Provincia di Palermo

CELEBRAZIONI FERRARIANE 2009-2010

Manierismo siciliano,
Antonino Ferraro da Giuliana
e l’età di Filippo II di Spagna

Convegno di studi locandina_aaacelebrazioni_ferrariane

L’apporto dei FERRARO al MANIERISMO SICILIANO
NELL’ETA’ DI FILIPPO II DI SPAGNA nel convegno al Castello di Giuliana(Pa) nell’ambito delle celebrazioni del IV centenario della morte di Antonino Ferraro)

di Ferdinando Russo

L’appuntamento è per domenica 18 ottobre alle ore 10: 30 e per lunedì 19 nello storico castello di Giuliana, appena restaurato, che per la prima volta ospiterà, con i rappresentanti dei comuni interessati ai Ferraro, quarantacinque studiosi dell’Università di Palermo e di Roma, che tratteranno di arti figurative, storia civile, letteraria e musicale in Sicilia nell’età di Filippo II di Spagna.Per l’occasione sarà presentato il primo nucleo di una “mostra itinerante” delle opere del Ferraro, fotografate dal maestro Enzo Brai, che si arricchirà d’altri documenti, durante il viaggio della memoria nelle ventitrè Città siciliane che conservano opere della dinastia Ferraro e testimonianze artistiche della Sicilia di Filippo II di Spagna, in un tempo che coincide con il movimento artistico della “maniera”.All’inaugurazione (1),con i rappresentanti dei comuni interessati alle opere di Antonino Ferraro,saranno presenti il sindaco di Giuliana ,Giuseppe Campisi, l’assessore Antonella Campisi, il presidente Franco Scarpinato, il Presidente della Provincia regionale Giovanni Avanti e l’Assessore Gigi Tomasino .Sono previsti interventi di Ferdinando Russo e di Guido Meli.
Le foto esposte a Giuliana sono state collezionate dallo storico Antonino Giuseppe Marchese,autore di studi fondamentali sui Ferraro(2), che aprirà il convegno con una relazione introduttiva su Antonino Ferraro da Giuliana,un “gigante di provincia”. Contributo al IV° centenario dalla morte.
Seguiranno le relazioni della prima giornata dell’Arch.Gaspare Bianco, Maria Giuseppina Mazzola, Simonetta la Barbera, Roberta
Civiletto,Valeria Sola,Marcella La Monica,Ilaria Grippando,Vito Chiaramonte, Luciano Buono, Rita Cedrini, Angela Mazzè,Tiziana Campisi,Mario Li Castri.
Le celebrazioni Ferrariane e della scuola del manierismo siciliano proseguiranno nel corso dell’intero anno 2010 con iniziative in allestimento a Corleone, a Castelvetrano, a Caltabellotta, a Mazara del Vallo, a Marsala, a Trapani, a Burgio, Cammarata, a Castronovo, a Palermo, a Sciacca, ad Erice, a Monreale, a Misilmeri ,a Santa Margherita Belìce.
A Corleone sarà presto presentato un volume sulla statuaria di legno, di cui la città è ricchissima, recentemente ed in parte restaurata e su quella ora attribuita ad Antonio Ferraro, attraverso le ricerche effettuate in una recente opera di A.G.Marchese(5).
Nell’opera “Tra i Gagini e i Ferraro” di Marchese (4) è stata messa in luce, dall’autore .
Antonino Ferraro, rileva Marchese, è probabile che sia morto negli ultimi mesi del 1609.Nella sua arte s’intravede il ruolo precorritore della famiglia Ferraro da Giuliana rispetto ai Serpotta, come avvertito e segnalato dalla Giuffrè e . I Gagini e i Ferraro prevengono certamente l’arte del Serpotta, comunicatori di una fede, di una religione, di culti e tradizioni attraverso l’arte, una pluralità d’arti.
Durante le programmate celebrazioni dedicate al capostipite Antonino Ferraro si avrà occasione, infatti, di ritrovarsi a Castelvetrano per incontrare, come scrive il Kronig,<le forme della decorazione a stucco del Ferraro in San Domenico di Castelvetrano”ricordano quelle del tardo Rinascimento, ma percorrono anche le decorazioni del manierismo romano ma le decorazioni a stucco integrali dell’architettura sacra siciliana del XVII e del XVIII secolo”(Kronig 1981:408- 409). E poi a Mazara del Vallo, a Marsala, a Trapani, a Burgio, a Corleone a Cammarata,Castronovo, a Monreale, a Palermo.
Il convegno di studi di Giuliana vuole stimolare un coinvolgimento delle istituzioni scolastiche ,universitarie e regionali, le comunità locali ,le confraternite laicali, attorno alla ricerca ed alla valorizzazione del patrimonio artistico dei Ferraro posseduto nei comuni di un’area territoriale caratterizzata da un paesaggio ancora immacolato, adiacente a poli di interesse turistico come Sciacca e Castelvetrano -Selinunte e suscitare occasioni di lavoro locale ,legato al turismo ed alle attività artigiane ed artistiche , alle tradizioni, alla cultura ed alla storia ed all’arte del comprensorio.

Le celebrazioni vertono principalmente su Antonino Ferraro e sulla sua scuola e le riteniamo fondamentali per lo studio e la valorizzazione delle peculiarità del “ manierismo siciliano” .
Non si limitano,infatti, a questa significativa vernice ma proseguiranno nel corso dell’anno 2010 con iniziative in allestimento a Corleone, a Castelvetrano-Selinunte, a Caltabellotta, a Mazara del Vallo ,a Marsala, a Trapani, a Burgio, a Cammarata, a Castronovo, a Palermo, a Sciacca ,ad Erice, a Misilmeri a Monreale,alle quali ci auguriamo siano cointeressati gli studiosi convenuti a Giuliana ,all’apertura delle
celebrazioni. Questa dinastia di artisti della pittura, della scultura,dell’architettura, che forse avevano imparato a Napoli ed a Roma gli elementi della cultura figurativa di Michelangelo e Raffaello,come il concittadino Giacomo Santoro,segnano ora
per la Sicilia un nuovo itinerario turistico culturale, che interessa il turismo della Sicilia occidentale e poi di quella orientale ed arricchisce l’offerta culturale del polo turistico di Sciacca e di Castelvetrano -Selinunte. Un’area di interesse culturale, storico,archeologico, paesaggistico, artistico, tutta da scoprire quella
Compresa tra la valle del Sosio e la valle del Belice all’interno delle terre sicane alle quali appartengono molti dei comuni per i quali hanno lavorato i Ferraro.
I lavori di lunedì 19 ottobre saranno coordinati, al Castello di Giuliana, dalla Prof Anna Maria Schmidt e saranno relatori, Angheli Zalapì, Giovanni Mendola, Antonio Cuccia, Rosario Termotto, Giuseppe Fazio, Angelo Pettineo, Antonino Palazzolo, Giovanni Battista Vaglica, Isidoro Turdo, Arturo Anzelmo.
Coordinerà i lavori della sessione pomeridiana di lunedì ,Giovanni Mendola e saranno relatori :Giovanni Fatta, Calogero Vinci, Manlio Corselli, Anna Maria Schmidt, Angela Scandagliato, Lucia Bondì, Ignazio Navarra, Giovanni Moroni, Vito Ferrantelli, Maria Maniscalco,Bruno De Marco Spata.(1)
Previsti ,per l’ultima giornata del convegno, gli interventi di Giulio Bonaffini, Vincenzo Abbate, Carmelo Baiamonte, Roberta Cinà, Giuseppe Oddo, Piero Longo, Aldo Gerbino, Marisa Buscemi, Filippo Maria Gerbino, Giuseppe Ardizzone.Corale da parte delle ventitrè comunità siciliane interessate maggiormente alle opere dei Ferraro la riconoscenza agli organizzatori delle celebrazioni ed ai relatori del convegno per l’opera di recupero e valorizzazione di un patrimonio poco conosciuto.

onnandorusso@libero.it

1)Giuliana (Pa) il sito , http:// www.comune.giuliana.pa.it

2) A, G.Marchese, I Ferraro da Giuliana, 3 voll.Palermo 1981-84.

3)A.G.Marchese, Antonino Ferraro.Il compianto di Caltabellotta e altre terrecotte, Ila Palma 1983

4)A.G.Marchese,Tra I Gagini e I Ferraro.Marmorari,scultori lignei e stuccatori a Corleone,Ila Palma 2002

5)A.G.Marchese, Antonino Ferraro e la statuaria lignea del’500 a Corleone, Ila Palma 2009

LA CROCE E LA MEZZALUNA.

 

Crux
di 

Alberto Leoni 

 Tra i commenti sui fatti dell’11 settembre 2001, il più noto è senz’altro quello dell’allora ministro degli Esteri Ruggiero: «Nulla sarà più come prima». Appare, senza dubbio alcuno, un giudizio realistico, ma che provoca qualche facile ironia non appena si guardi la reazione di tante persone intorno a noi. Per esse, l’11 settembre è accaduto un fatto che si è concluso poche ore dopo, senza eccessive ripercussioni sul proprio futuro: la guerra in Afghanistan, il timore di nuovi attentati, vengono vissuti come un sogno lontano che non riesce a scalfire il meccanismo quotidiano dell’esistenza.
Ci sono poi coloro che, invece, hanno reagito con ostilità: la violazione del loro normale stile di vita li ha spinti a usare toni esagitati contro i musulmani in generale, ma, alla distanza, sono ripiombati nella propria quotidiana atarassia. La rabbia, la paura, tuttavia, sottendono la loro esistenza, covano sotto la cenere della consuetudine e, quando un velivolo guidato, come sembra, da un bizzarro suicida, si schiantò a Milano contro il grattacielo Pirelli nell’aprile 2002, collera e sdegno ritornarono fuori per poi gradualmente acquietarsi col tempo. 

C’è infine una terza categoria di soggetti, per lo più di idee pacifiste à outrance, che hanno deciso di non scomporsi più di tanto e che reagiscono alla minaccia terroristica adoperando gli stessi strumenti interpretativi che hanno appreso nella prima gioventù: le sperequazioni economiche tra Nord e Sud, la globalizzazione, il problema dell’intolleranza religiosa, e via elencando. Posto che ogni idea è rispettabile, per lo meno nella misura in cui deve essere rispettata la persona che la esprime, la posizione di quest’ultima categoria è, paradossalmente, simile alle altre due, sebbene tale paragone possa sembrare offensivo a chi ritiene di avere una coscienza dei mali del mondo superiore alla media. 

Il punto è che, nel terzo caso come negli altri due, si riscontra un’impermeabilità mentale, un’incrollabile costanza nel mantenere giudizi inadeguati rispetto a una realtà effettiva che ne trascende la misura. Si tratta, in fondo, di una forma sottile di razzismo culturale, fondata sulla «accettazione del diverso», senza fare la fatica di capire quanto e come esso sia diverso. Ciò ingenera equivoci anche gravi, come è il caso di preghiere collettive del venerdì recitate in piazza Duomo a Milano o in parrocchie e centri missionari. Ciò che non si sa, o si finge di non sapere, è che il luogo di preghiera diventa proprietà dell’Islam e può essere rivendicato come tale in qualsiasi momento.
Che cos’è cambiato dunque, l’11 settembre 2001, per queste tre categorie di persone? Niente, tutto è rimasto come prima. La ragione? L’abitudine a una vita pacifica, fatto in sé altamente positivo, ne è una causa, forse la più importante. 
Il meccanismo perfettamente regolato dell’esistenza non tollera imprevisti e, in questa meccanicità, ci si sente come nell’universo cartesiano, perfettamente regolato dopo la prima spinta iniziale data da Dio. Diceva Pascal che, dopo questo primo impulso, Cartesio non ha più saputo che cosa farsene di Dio, e così noi, anche se il problema non è teologico, bensì di autocoscienza storica.

La pace che conosciamo e amiamo non è qualcosa di esistente da tempi immemorabili, ma è fenomeno relativamente recente e che trae origine da lotte sanguinose nelle quali l’Europa ha combattuto per la propria sopravvivenza. Le tre categorie di persone, sopra citate, certo non esaustive, costituiscono la grande maggioranza della popolazione italiana ed europea e vivono in una dimensione atemporale e antistorica: i reattivi antislamici dimenticano che musulmani e cristiani non sono sempre stati nemici e che l’Occidente, specialmente per quanto avvenuto nel periodo coloniale, ha molto da farsi perdonare. I pacifisti, invece, ignorano che l’Islam ha messo in pericolo le sorti dell’Europa cristiana per un periodo complessivo di circa sette secoli. Eppure, a fronte di tale complessità e vastità, l’immaginario collettivo si accende solo alla parola «Crociate»; un fenomeno durato duecento anni, ma che ebbe un impatto relativamente limitato, senz’altro minore rispetto a quello provocato dalla presenza turca in Europa.
È un’ignoranza colpevole? Se la colpa va commisurata all’importanza di ciò che si ignora, non conoscere la lotta degli Asburgo e di Venezia contro i turchi, non sapere nulla dell’assedio di Malta del 1565, ha lo stesso peso, lo stesso valore dell’ignorare le campagne militari di Ramesse II? Evidentemente no.
Il fatto è che, nel calendario liturgico, vi sono date che oggi non sappiamo più leggere, delle quali non conosciamo più il senso: il 6 agosto è una festa introdotta per celebrare la vittoria cristiana di Belgrado del 1456; il 12 settembre per quella di Vienna nel 1683; il 7 ottobre, infine, è la festa della Madonna del Rosario, per ricordare la giornata di Lepanto. Dei tanti pellegrini che, ogni anno, vanno al santuario di Loreto, quanti sanno che le cancellate delle cappelle interne sono ricavate dalle catene degli schiavi liberati, per l’appunto, a Lepanto?

Eppure la scomparsa della tradizione culturale di un popolo non è sentita come danno grave, anche e soprattutto ove si tratti di eventi militari, intrisi di sangue e di orrore, così scabrosi e poco piacevoli da ricordare. 
Si tratta, invece, di conoscere la propria storia, di guardare, come dice la Bibbia, «alla rupe da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (Is 51, 1). 
Conoscere la storia che ci costituisce offre un vantaggio innegabile, giacché possiamo possedere l’esperienza e l’esempio dei nostri predecessori: non certo per cercare vendette postume, non per riaccendere nel nostro animo un odio atavico come avvenuto nella ex Jugoslavia, ma per dare risposte articolate e flessibili ai problemi odierni.
Se ne abbia coscienza o no, la guerra del terrorismo contro l’Occidente è un fatto che nessuno, nemmeno l’uomo più «impermeabile», potrà negare e non vale nemmeno ipotizzare una propria inoffensività: la gran parte di coloro che sono rimasti per sempre sotto le macerie delle Torri Gemelle non sentiva di avere dei nemici. Se questa è una guerra, allora sarà opportuno vincerla, anche perché pochi occidentali saprebbero adattarsi alle conseguenze di una sconfitta. 
Come sarà illustrato nell’ultimo capitolo, si tratta di una guerra asimmetrica, combattuta non contro uno Stato, ma contro un agglomerato di idee e associazioni estremamente volatile. 
La lotta contro il terrorismo, compito dei governi e degli apparati a ciò preposti, è solo il vertice di una piramide alla cui base c’è la volontà di ogni nazione, di ogni individuo, di resistere alla minaccia che viene portata a ciò che abbiamo di più caro e che ci permette di essere smemorati o «impermeabili»: la nostra libertà. 
Qualora la nostra volontà di resistenza dovesse venir meno, anche i governi democratici dovrebbero arrendersi e le nostre addestratissime forze di sicurezza dovrebbero gettare le armi. Conoscere la propria storia, invece, guardare all’esempio di coloro che resistettero al di là di ogni speranza, non può alimentare l’odio nei confronti di un nemico, quanto far crescere l’amore per ciò che ci appartiene come legittima eredità: la nostra civiltà, con quanto di buono e di cattivo vi sia presente.
La storia militare si presta assai bene a questo scopo, in quanto scienza empirica, così esatta da tener conto (a posteriori) anche dell’imprevisto e del caso, ma anche così epica da emozionare e commuovere. 
Abbordaggi, assedi, duelli, bandiere al vento, eroismi e crudeltà; la storia militare è il più affascinante e brutale dei romanzi d’avventura e imprime nella nostra memoria emotiva gesta che non possono, non devono essere dimenticate. L’obiettivo della presente opera è, in fondo, proprio questo: fornire uno strumento per recuperare la memoria di ciò che siamo, così da prepararci ad affrontare le sfide che ci attendono, almeno con un barlume di serenità consapevole.
In conclusione, desidero ringraziare coloro che mi hanno aiutato in questa fatica e, tra tutti, i miei amici Teodor Nasi, senza il quale non avrei mai potuto scrivere le pagine sul suo connazionale Skanderbeg e l’accanito filobizantino e cesaropapista Giovanni Ferrandes, cui devo, oltre che lo sfruttamento della sua biblioteca, ricca di libri altrove irreperibili, anche la prima intuizione sul collegamento tra la cavalleria del tardo impero romano e la cavalleria medioevale.
Di ogni errore, nonostante l’inesausto apporto della redazione, sono totalmente responsabile, così come spero, immodestamente, di essere tra i responsabili di un rifiorire dell’affetto di tante persone verso la nostra storia, la nostra patria, la nostra civiltà fondata sull’amore di Cristo verso ognuno di noi.

Caterina addormentata nelle mani del Padre…

Socci 

Lettera/Preghiera di Antonio Socci perla figlia Caterina, in coma dal 12 settembre  

Caro direttore, la mia Caterina ha gli occhi bellissimi. La sua giovinezza ora è distesa su un letto di luce e di dolore. E’ come una Bella addormentata. Ma crocifissa. Mi trovo involontariamente “inviato” nelle regioni del dolore estremo e in questo panorama dolente – se un angelo tiene guinzaglio l’angoscia – ci sono diverse cose che mi pare di cominciare a capire. 
La prima notizia è che il mio cuore batte. Il nostro cuore continua a battere. So bene che normalmente la cosa non fa notizia. Neanche la si considera. Finchè non capita che a tua figlia, nei suoi 24 anni raggianti di vita, alla vigilia della laurea in architettura per cui ha studiato cinque anni, d’improvviso una sera il cuore si ferma e senza alcuna ragione. Si ferma di colpo (o, come dicono, va in fibrillazione). 
Lì, quando ti si spalanca davanti quell’abisso improvviso che ti fa urlare uno sconfinato “noooooo!!!”, cominci a capire: è la cosa meno scontata del mondo che in questo preciso istante il cuore dei tuoi bimbi, il mio cuore o il tuo, amico lettore, batta. Quante volte ho sentito don Giussani stupirci con questa evidenza: che nessuno fa battere volontariamente il proprio cuore. E’ come un dono che si riceve di continuo senza accorgersi. Istante per istante dipendiamo da Qualcun Altro che ci dà vita… 
Ci illudiamo di possedere mille cose, di essere chissacchì, ma così clamorosamente non possediamo noi stessi. Un Altro ci fa. In ogni attimo. Vengono le vertigini a pensarci. Allora si può solo mendicare, come poveri che non hanno nulla, neanche se stessi, un altro battito e un altro respiro ancora dal Signore della Vita (“Gesù nostro respiro”, diceva un grande santo). 
Certo, si ricorre a tutti i mezzi umani e a tutte le cure mediche. Sono eccezionali e personalmente debbo ringraziare degli ottimi medici, competenti e umani. Ma anch’essi sanno di avere poteri limitati, non possono arrivare all’impossibile, non potrebbero nulla se non fosse concesso dall’alto e poi se non fossero “illuminati” e guidati. 
Rex tremendae maiestatis… E’ Lui il padrone e la fonte della vita e di ogni cosa che è. E i nostri bambini e le nostre figlie sono suoi. E’ teneramente loro Padre. Allora – con tutte le nostre pretese annichilite e l’anima straziata – ci si scopre poveri di tutto a mendicare la vita da “Colui che esaudisce le preghiere…”. 
Mendico di poter avere un sorriso da mia figlia, uno sguardo, una parola… D’improvviso ciò che sembrava la cosa più ovvia e scontata del mondo, ti appare come la più preziosa e quasi un sogno impossibile… Son pronto a dare tutto, tutto quello che ho, tutto quello che so e che sono, darei la vita sessa per quel tesoro. Ci affanniamo sempre per mille cause, obiettivi, ambizioni che ci sembrano importanti da farci trascurare i figli. Ma oggi come appare tutto senza alcun valore al confronto dello sguardo di una figlia, alla sua giovinezza in piena fioritura… 
Un gran dono ha fatto Dio agli uomini rendendoli padri e madri: così tutti possono sperimentare che significhi amare un’altra creatura più di se stessi. E così abbiamo una pallida idea del Suo amore e della Sua compassione per noi… 
Caterina è una Sua prediletta, come tutti coloro che soffrono. Mi tornano in mente le parole di quella canzone spagnola cantata dalla mia principessa e dedicata alla Madonna, “Ojos de cielo”, che dice: “Occhi di cielo, occhi di cielo/non abbandonarmi in pieno volo”. 
Riascolto il suo canto, con il nodo alla gola, come la sua preghiera: “Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri/mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno./ Mi si cancella il mondo e scopro il cielo/quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/non abbandonarmi in pieno volo./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/tutta la mia vita per questo sogno…/ Se io mi dimenticassi di ciò che è sincero/ i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,/ se io mi allontanassi dal vero./ Occhi di cielo…” 
E infine quest’ultima strofa che oggi suona come un presagio: “Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse/e una notte buia vincesse sulla mia vita,/i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,/ i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida./Occhi di cielo…”. 
E’ con questa speranza certa che subito ho affidato il mio tesoro e la sua guarigione nelle mani della sua tenera Madre del Cielo. Per le parole, chiare e intramontabili di Gesù che ci incitano “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, che promettono “qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” e che esortano a implorare senza stancarsi mai come la vedova importuna del Vangelo (che – se non altro per la sua insistenza – verrà esaudita). 
Sappiamo che la Regina del Cielo è con noi: pronta ad aprirci le porte dei forzieri delle grazie. E’ lei infatti il rifugio degli afflitti e la nostra meravigliosa Avvocata che può ottenere tutto dal Figlio. Già il primo miracolo, a Cana, gli fu dolcemente “rubato” da lei che ebbe pietà di quella povera gente… 
In questi giorni ho ricordato le parole del Montfort e quella di S. Alfonso Maria de’ Liguori, “Le glorie di Maria”. E’ stupefacente come duemila anni di santi e sante ci invitano a essere certi del soccorso della Madonna perché “non si è mai sentito che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato” (San Bernardo). 
“Ogni bene, ogni aiuto, ogni grazia che gli uomini hanno ricevuto e riceveranno da Dio sino alla fine del mondo, tutto è venuto e verrà loro per intercessione e per mezzo di Maria” (S. Alfonso), perché così Dio ha voluto. 
Infatti “nelle afflizioni tu consoli” chi in te confida, “nei pericoli tu soccorri” chi ti chiama: tu “speranza dei disperati e soccorso degli abbandonati”. Misero me se non la riconoscessi come Madre, convertendomi (questo significa: “Sia fatta la tua volontà”) e lasciandomi guarire nell’anima. Per ottenere anche la guarigione del corpo. 
Ma quanto è commovente accorgersi di avere una simile Madre quando si sente concretamente il suo mantello protettivo fatto dai tanti fratelli e sorelle nella fede, pronti ad aiutarti, dai giovani amici di Caterina, bei volti luminosi che condividono l’esperienza cristiana suscitata da don Giussani, dai tantissimi amici di parrocchie, comunità, dagli innumerevoli conventi di clausura e santuari – compresi radio e internet – dove in questi giorni si invoca la Madonna per Caterina. Come non commuoversi? 
Ho ricevuto decine di mail anche da persone lontane dalla fede che, per la commozione della vicenda di mia figlia, sono tornate a pregare, si sono riaccostate ai sacramenti dopo anni. E hanno compreso di avere una Madre buona che si può implorare e che non delude. 
Ma è anzitutto della mia conversione che voglio parlare. Ci è chiesto un distacco totale da tutto ciò che non vale e non dura. Perché solo Dio non passa. Cioè resta l’amore. Così quando ho saputo dei 4 mila bambini malati di un lebbrosario in India che, con i missionari (uomini di Dio stupendi e immensi), hanno pregato per la guarigione di Caterina, dopo l’emozione ho capito che quei bimbi da oggi fanno parte di me, della mia vita e della mia famiglia. E così pure i poveri moribondi curati da padre Aldo Trento in Paraguay che hanno offerto le loro sofferenze per Caterina. Voglio aiutarli come posso. 
Portando tutto il dolore del mondo sotto il mantello della Madre di Dio, affido a lei la guarigione di Caterina, perché torni a cantare “Ojos de cielo” per tutti i poveri della nostra Regina. “Mia Signora, tu sola sei la consolazione che Dio mi ha donato, la guida del mio pellegrinaggio, la forza della mia debolezza, la ricchezza della mia miseria, la guarigione delle mie ferite, il sollievo dei miei dolori, la liberazione dalle mie catene, la speranza della mia salvezza: esaudisci le mie suppliche, abbi pietà dei miei sospiri, tu che sei la mia regina, il rifugio, l’aiuto, la vita, la speranza e la mia forza” (S. Germano). 

(“Libero” del 6 ottobre 2009)

Il Carciofo…..

IL Carciofo per tutti gli usi

C

 La parola carciofo procede dall’arabo al-kharshûf.

Documentazioni storiche, linguistiche e molecolari sembrano indicare che la domesticazione del carciofo (Cynara scolymus) dal suo progenitore selvatico (Cynara cardunculus) possa essere avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo circa.

La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.

Nel secolo XV il carciofo era già consumato in Italia.Portato dagli Arabi in Sicilia, appare in Toscana verso il 1466. Nella pittura rinascimentale italiana, il carciofo è rappresentato in diversi quadri: “L’ortolana” di Vincenzo Campi, “L’estate” e “Vertumnus” di Arcimboldo.

La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de’ Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. Sarebbe stata costei che lo portò dall’Italia alla Francia quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Luigi XIV era pure un gran consumatore di carciofi.

Gli olandesi introdussero i carciofi in Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nel Newhall nell’orto di Enrico VIII.

I colonizzatori spagnoli e francesi dell’America introdussero il carciofo in questo continente nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana Oggi in California i cardi sono diventati un’autentica piaga, esempio tipico di pianta invadente di un habitt in cui non si trovava precedentemente.

C1Generalmente si pensa al carciofo come a un’ottima verdura dal gusto ( particolare. in realtà, il carciofo è pianta dai vari utilizzi. I garden designer la prediligono come pianta decorativa per le sue belle foglie, grandi e argentate, che si prestano a creare macchie di colore nei cosiddetti bordi misti a fioriture continue e nei “giardorti”, gli orti disegnati oltre che per un uso alimentare anche per un uso estetico.

I fioristi usano invece spesso il carciofo come fiore protagonista, di dimensioni notevoli e di lunga durata: in pratica, il carciofo per fini estetici è lasciato maturare con il gambo in acqua al punto da aprirsi ed emettere una bellissima infiorescenza blu violacea; dei vegetale originario, rimangono le foglie esterne e il gambo. In erboristeria, invece, il carciofo è considerato un grande amico del fegato, un alleato della salute per le sue virtù depurative e per le sue proprietà anticolesterolo.

 Il carciofo nell’orto e non solo

La pianta cresce spontaneamente nei climi mediterranei, dove è praticamente perenne. Ha radice fittonante, foglie di colore grigio-verde dal cui centro parte un fusto ramificato che termina, a ogni diramazione, con un capolino fioraie, cioé la parte commestibile dell’ortaggio, con o senza spine a seconda della varietà. Tra le diverse varietà, il carciofo più indicato da mangiare crudo è lo spinoso della Liguria.

La pianta del carciofo, il cui nome latino è cynara scolymus, si può coltivare per la raccolta dei frutti, ma anche per la sua bellezza e per il colore particolare delle foglie. In terra o in un vaso profondo, ben concimato, la pianta di carciofo svetta imponente per oltre tre mesi.

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Terreno, semina e concime

Il carciofo ama un clima temperato o caldo, non umido, ma si adatta facilmente a qualsiasi tipo di terreno purché senza ristagni. Un esempio ne è il carciofo violetto di Chioggia che vegeta addirittura in terreno salmastro. Il carciofo non si semina perché produrrebbe carciofi piccoli e spinosi ma si impianta per mezzo di “carducci”: verso la fine del ciclo produttivo la pianta emette dal basso gemme che, alla ripresa vegetativa, si sviluppano con foglie, i carducci appunto; questi, recisi al piede, si ripiantano moltiplicando così la pianta. Per un raccolto primaverile, si staccano i carducci in ottobre e si interrano in buche profonde 30 cm, distanti fra loro circa i metro, rincalzandoli in inverno, mentre per il raccolto autunnale si prelevano i carducci in primavera e si ripiantano cimando leggermente le foglie. Esistono anche cultivar rifiorenti che producono due volte all’anno, da aprile a giugno, da agosto ai geli. Il terreno deve essere ben concimato.

Irrigazione e lavori colturali

Le irrigazioni devono essere abbondanti sia all’impianto che alla ripresa vegetativa. I lavori più importanti sono: rincalzare con terra o letame non maturo da copertura durante l’inverno, sarchiare il terreno in primavera per incorporare il letame, diradare i carducci alla base della pianta per non toglierle vigore, eliminare via via le parti secche.

Idee con i carciofi

Carciofi per la salute

Il carciofo è ricco di sali minerali, di potassio e di vitamine, mentre fornisce scarso apporto calorico ed è per questo particolarmente indicato in caso di diete. Per il suo gusto amaro, è sconsigliato alle donne che allattano, ma è assai utile per tutti per depurare l’organismo. Il carciofo infatti, sia consumandone le foglie che la parte interna del gambo, stimola l’attività biliare ed epatica; inoltre, rende inattivi i grassi nocivi cioè svolge una sicura azione anticolesterolo e antitrigliceridi. Poiché il processo di cottura neutralizza molti principi attivi del carciofo, è meglio consumarlo crudo: ne trarranno particolare giovamento le persone debilitate o anemiche. In periodi di stravizi alimentari o di piccoli problemi legati all’alimentazione, quali alitosi, cattiva digestione, sonnolenza a fine pasto, il carciofo svolge un’eccellente funzione depurativa per l’organismo. Oltre al carciofo fresco, si può beneficiare delle sue virtù anche grazie a tisane o infusi utilizzando i succhi già preparati e reperibili in erboristeria o le foglie secche. Anche la radice ha particolari funzioni terapeutiche: è infatti un buon rimedio contro artriti e reumatismi.

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 Il carciofo in tavola

Portiamo in tavola senza paura di pungerci i frutti e i fiori con le spine, belli e di gran carattere. C’è grande libertà di espressione nella decorazione floreale. Quindi non esitate a utilizzare verdure, rami di legno, conchiglie o qualsiasi materiale vi suggerisca la fantasia. Sorprende trovare in questa composizione dei carciofi vicino alle delicate rose color ruggine, così come è inconsueto il ciuffo di saggina abbinato al fiore del luppolo: la nostra proposta non è che un’idea della grande varietà delle creazioni che si possono realizzare con elementi naturali.

Per realizzare la bella composizione fotografata qui a fianco bagnate la spugna da fiori, quindi rivestitela con due grandi foglie di aspidistria (tenete da parte i grossi steli); fissatele con un punto metallico. Inserite nell’ordine i carciofi, direttamente con i loro gambi, le rose, le piante grasse, i gambi di aspidistria, le bacche di rosa canina e di lentaggine. Per riempire i buchi, avvolgete il lungo ramo rampicante del luppolo in fiore. Per ultimo, prendete il ciuffo di saggina, apritelo a metà e inseritelo nella composizione lasciando il gambo esterno alla spugna come se fosse un fiocco.

Per realizzare invece la foto in apertura, che utilizza il carciofo lasciato in acqua con il gambo fino alla fioritura completa, prendete come base la classica spugna imbibita d’acqua, inseritela all’interno del cestino intrecciato in rami di castagno, quindi inserite rami di eucalipto, semi di fior di loto, rami di fico selvatico con i piccoli frutti attaccati, una celosia rossa, dei rami con i kumquat (i mandarini cinesi) e un grosso carciofo al quale spunteranno nel giro di due giorni i bellissimi petali viola.

 Carciofi ripieni alla romana

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 Gli ingredienti per 4 persone

 8 carciofi romani senza spine

50 g di prezzemolo

2 spicchi d’aglio

100 g di ricotta stagionata

olio d’oliva extravergine

menta

sale e pepe

 Preparate un trito con prezzemolo, foglioline di menta, 2 spicchi d’aglio e mettetelo in una scodella con 2 cucchiai d’olio, la ricotta grattugiata, sale e pepe.

Staccate le prime foglie dei carciofi, tagliate la parte superiore e il gambo a 2 cm di lunghezza. Pulite bene all’interno e all’esterno e riempite con il trito, dopo avere allargato un po’ l’apertura dei carciofi per poter togliere la barba dal cuore. Sistemateli capovolti con il gambo rivolto verso l’alto in una pirofila dove andrà messa una parte d’acqua e 2 parti d’olio sino a ricoprire i carciofi quasi per intero.

Mettete in forno caldo a 17000 per circa 1 ora e, a metà cottura, rigirateli con il ripieno verso l’alto cospargendoli con una parte del liquido di cottura. Terminata la cottura, servite i carciofi ripieni ben caldi.

30 minuti-60 minuti

Il Gattopardo,la “quarume” e il contrabbando del vino…..

Così va la storia…..

Aveva ragione Tomasi di Lampedusa a scrivere che in Sicilia

SI CAMBIA TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA!

Cambiamenti “gattopardeschi” per l’appunto. Il Principe di Salina, i Borboni e i garibaldini. Lo status quo,lo status ante quo, e la voglia di cambiamento.

Il Gatt.

Alla fine,la voglia di cambiare si riduce sempre ad una solita farsa, dove si preferisce salvare, solamente, la FACCIATA e non la SOSTANZA delle cose.

Bisogna tirare avanti…..che importa al principe di Salina se i Borboni continuano a saccheggiare l’isola? Egli,tranquillo,se ne va in giro sulla sua carrozza,

Carrozza

tirata a lucido,cocchiere, accompagnatore di turno,e,ovviamente,regali a “tinchitè” meglio se in busta. Il principe gradisce regali in busta……!!! Va e viene da Baaria….A casa sua maggiordomi,cammareri (camerieri) e lustrascarpe.

Ovviamente,in tutto questo contesto gattopardesco, non possono essere assenti anche i LUSTRINI  di turno, I LACCHE’ che fanno il gioco di confermare che tutto sta cambiando.

Sciascia li chiama ne “Il giorno della civetta” i QUAQUARAQUA’.Qualche altro autore della latinità classica li ha chiamati SERVI SCIOCCHI,ma la sostanza è sempre la stessa…..cambiano i nomi,ma non la realtà delle cose da loro indicati.

Nel frattempo certi sudditi del principe di dimenano a mangiare e ad ingozzarsi di “quarume e stigghiole”,ossia le interiore dei bovini,puliti e poi cucinati. Cibo per la plebaglia,frattaglie, ma ai sudditi che devono mantenere il gioco al principe, piace e come se piace…..

Privi di dignità ,si ingozzano e gozzovigliano. Mangiano,bevono,banchettando tra “caligni e matielli” come se nulla fosse…..Intanto,il contrabbando del vino,ha fatto strada….è arrivato alla corte del principe di Salina ;ovviamente avendo la testa piena di alcool e fumi,

il contrabbando è arrivato……

Osteria

Però, è pur vero che certi sudditi meritano questo,meritano di avere il principe di Salina,la quarume e,soprattutto,il contrabbando di vino; testimone,quest’ultimo,del CARPE DIEM e del CARPE VITAM che regnano alla corte del Principe, allorquando le idee non sono né “chiare” né “distinte”.

Insomma, la Sicilia risorgimentale,straordinariamente “dipinta”dalla mano di Tomasi di Lampedusa nel romanzo “Il Gattopardo”, è uno spaccato,un paradigma che dice come andavano e come vanno le cose ancora oggi.Non solo il cambiamento fittizio,ma paradossalmente,il cambiamento di male in peggio:”dal censo alla funnaria”(dalla padella alla brace)!!

Che dire? Il cambiamento fittizio  c’è,la “quarume” pure e visto l’arrivo del contrabbando di vino, l’osteria continua…..oste, portaci del buon vino!!!

Dunque:”bibite frates”!!!!

Vino

Il Caso della Baronessa di Carini….

BA

Chi fù la Baronessa di Carini?Personaggio femmineo realmente esistito,Laura Lanza di Trabia,il suo “mito” vive, imperituro, da circa 500 anni. La Baronessa fa,ancora oggi,parlare di sé. Perché? Perché è diventata,nell’immaginario collettivo siculo,l’archetipo del tradimento,dell’amore consumato in gran segreto,contro la volontà del “padre-padrone”.Dunque, amante ideale che volle pagare le sue pulsioni erotiche(per dirla con Freud) con il sacrificio della sua giovane vita. Perchè,dunque,non ricordarla oltre il tempo? Infatti,la storia della avvenente Laura Lanza è stata oggetto di studi e di ricerche,di canzoni popolari,di folclore,di romanzi. E lo sarà ancora…

La storia di Laura ha colpito,è colpisce ancora-come non potrebbe?-perché essa è divenuta il simbolo di un amore “impossibile”.Già,il mito del frutto proibito!Eros e Thanatos,Amore e Morte….Chissà se Freud ha conosciuto la storia della Baronessa…..poichè,essa,si presta molto all’analisi degli amori “proibiti”,a tratti “platonici” e,a tratti terribilmente erotici….di un erotismo fugace,ma intenso. A tratti angelicata,quasi fosse una stella proibita,a tratti donna passionale che non accetta la “ragion di stato” (di machiavelliana memoria)impostale dal padre-padrone.”Sa da fare”,insomma,proprio contro la ragion di stato! Così la Baronessa visse la sua giovane vita dimenandosi tra la ragion di stato del padre-padrone,contro la sua coscienza,e la trasgressione…..

Eppure una domanda sorge spontanea:ad oggi,quante “baronesse” ci sono ancora in giro? Cioè quante donne passionali  che coltivano amori “proibiti”,pur fingendosi,abilmente,donne angelicate e  sostenitrici del puro amore platonico e sempre disposte ad immolarsi per la ragion di stato che il “Papi-padrone”, di turno,chiederà? Insomma,uno spunto per riflettere sul fatto che un briciolo di correttezza,onestà e  dignità non guasta…..!!!

A riproporci tutto ciò il bel romanzo di Mariano Di Giovanni dal titolo emblematico:Il caso della Baronessa di Carini.Laura Lanza di Trabia.

 Interessante il commento,che vi propongo di seguito, di Lelio Rossi.

 La Baronessa di Carini, l’eroina del «Caso», non è soltanto per Mariano Di Giovanni il personaggio del suo romanzo; ma è anche il centro di appassionati studi sul fatto particolare, sulla storia del periodo in cui esso si svolse e sul folclore siciliano.

Il romanzo è un amaro commovente dramma d’amore, in cui due giovani innamorati. Laura Lanza di Trabia e Ludovico Vernagallo, sono inesorabilmente separati dalla volontà del padre di lei, Don Cesare, ligio interprete della legge feudale: Laura è obbligata a sposare il barone di Carini, don Vincenzo La Grua, e Ludovico, prode e leale cavaliere, a spasimare d’amore per Lei, cercando fugaci incontri o un impossibile oblio in qualche avventuroso viaggio. Ma Laura e Ludovico non sono soltanto due tenerissimi amanti; sono anche due spiriti eletti, alieni da ogni viltà e perciò condannati a soffrire ed a soccombere al tradimento altrui. Laura cade trucidata dal padre, Ludovico si lascia trafiggere da un sicario di don Vincenzo La Grua.

La natura della vicenda ed il carattere dei personaggi danno al romanzo un tono tutto particolare, a cui il Di Giovanni ha certamente dato l’accento. Laura e Ludovico sono nella fantasia dell’artista le forze del bene, incapaci di sopravvivere nella lotta che debbono sostenere contro quelle del Male.

Il loro linguaggio è sempre pervaso di questa loro fedeltà al Bene che, dopo tutto, coincide col loro amore; poche volte esprime un proposito di lotta o di reazione; invoca sempre la morte liberatrice. Da questo deriva un carattere di costante ed estrema delicatezza che si palesa soprattutto nel dialogo fra i due amanti, che è sempre musica, talvolta elegiaca, ma sempre legata ad uno stato d’animo sospeso tra il cielo e la terra, tra il sogno e la realtà.

Se la ricostruzione storica del «Caso» è molto vicina alla verità, bisogna dire che la ricostruzione fantastica, fatta dal Di Giovanni, è un grande atto di amore verso i valori che in essa intese onorare.

LELIO ROSSI

Testamento biologico: ragioni, nodi critici e prospettive.

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 A cura di

Giannino Piana 

La questione del testamento biologico è divenuta, in questi ultimi anni, di grande attualità anche nel nostro Paese, a seguito soprattutto dell’esplosione di casi, come quelli di Welby e della Englaro, che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Non si può sottovalutare, tuttavia, il rischio che, proprio per questo motivo, le reazioni emotive prevalgano sulle argomentazioni razionali, favorendo pronunciamenti affrettati e improduttivi. A questo genere di pronunciamenti va ascritto anche il testo relativo alle «dichiarazioni anticipate di trattamento», approvato dal Senato il 26 marzo dell’anno in corso e ripreso (e ci auguriamo largamente rivisto) dalla Camera probabilmente nel prossimo autunno. 
La riflessione sul testamento biologico riveste – va detto fin dall’inizio – particolare importanza sul piano etico soprattutto per la varietà dei temi che attorno ad esso si condensano e che hanno a che fare con le frontiere della vita e della morte: dall’autodeterminazione del paziente nei confronti delle cure al ruolo del medico (e del personale sanitario in genere), dalle cure palliative alla terapia del dolore, dall’eutanasia all’accanimento terapeutico. Si tratta di una sorta di crocevia, in cui convergono i più significativi nodi critici riguardanti le situazioni esistenziali di fine-vita. Le rapide note, che qui svilupperemo, prendono anzitutto avvio da una sintetica rilevazione delle ragioni strutturali e culturali, che hanno fatto emergere in questi anni, in termini sempre più insistiti, la richiesta di dare statuto giuridico al testamento biologico; per mettere, successivamente, in evidenza le problematiche più rilevanti legate alla sua stesura e alla sua applicazione; e delineare, infine, alcuni orientamenti volti a favorirne una corretta utilizzazione. Alla base della richiesta di legalizzazione del testamento biologico, in quanto strumento destinato a far valere le proprie volontà circa i trattamenti cui essere o non essere sottoposti nella fase di fine,vita qualora ci si trovi in stato di incoscienza, vi è senz’altro l’accresciuta consapevolezza della dignità della persona, e dunque del rispetto dei diritti che ad essa fanno capo lungo l’intero arco della sua esistenza. La modernità è infatti coincisa con lo sviluppo della civiltà dei diritti, il cui raggio di esercizio è venuto progressivamente dilatandosi, soprattutto a partire dall’ultimo dopoguerra. Le Costituzioni degli Stati democratici e le Carte delle istituzioni internazionali – è sufficiente ricordare qui la Carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948  hanno assunto, come perno della vita collettiva e come limite all’intervento degli Stati, la salvaguardia dell’autonomia della persona e il riconoscimento (nonché la possibilità di espressione) dei suoi fondamentali diritti. In questo contesto deve essere dunque inserito il «diritto a morire 
dignitosamente», diritto che implica particolare attenzione alla qualità del morire in quanto momento supremo dell’esistere. E, in questo contesto, acquista soprattutto sempre maggiore consistenza il bisogno di decidere, in modo autonomo, a quali cure si desidera essere o non essere sottoposti. ambivalenza del progresso tecnico.
A sollecitare tale attenzione e tale bisogno hanno contribuito, in misura determinante, gli sviluppi della tecnologia in campo biomedico; essa, accanto ad esiti altamente positivi – si pensi ai grandi successi ottenuti in campo terapeutico con la sconfitta di malattie un tempo letali fa registrare l’emergenza di nuovi rischi, primo fra tutti quello dell’accanimento terapeutico. La possibilità di prolungare oltre misura la vita biologica, mediante interventi sempre più sofisticati e pervasivi, provoca spesso la dequalificazione della vita personale con grave attentato alla dignità umana. E ciò soprattutto in presenza di una cultura, nella quale l’enorme successo della tecnica alimenta la tentazione del tecnicismo abusivo; mentre, a sua volta, il dilagare della mentalità scientista spinge a coltivare una concezione rigidamente «biologica» della vita. Si afferma così una forma di prometeismo, che ritiene eticamente legittimo (considerandolo umanizzante) tutto quanto è tecnicamente possibile, e che considera positivo ogni prolungamento artificiale della vita, prescindendo dalle pesanti ricadute che spesso l’accompagnano sul piano umano. Il confronto quotidiano con casi, che rivelano la disumanità di alcuni trattamenti sanitari, rende trasparente l’ambivalenza del progresso tecnico, e concorre ad accentuare il bisogno di esternare la propria volontà circa le cure nel momento in cui ci si venisse a trovare nell’impossibilità di farlo direttamente, rimozione della morte .
Accanto a queste motivazioni di grande rilievo sul piano umano va tuttavia aggiunto – e costituisce un elemento tutt’altro che secondario – l’atteggiamento disturbato con cui si vive oggi il rapporto con la morte. Ad avere il sopravvento è infatti la rimozione della morte, causata da un insieme di fattori, quali la sua radicale separazione dalla vita – si muore sempre più in ospizi ed ospedali, al di fuori cioè dei luoghi nei quali si svolge l’ordinaria esistenza –, la sua spettacolarizzazione  la televisione e internet ci mettono ogni giorno di fronte ad episodi di morte, ma si tratta di eventi spersonalizzati, che determinano scarso coinvolgimento e producono assuefazione  e infine la perdita del simbolismo, sia religioso che laico, che in passato contribuiva, in qualche misura, a riscattarla. Rimozione e perdita di significati sono poi ulteriormente accentuati dalla presunzione dell’uomo di aver raggiunto il controllo e il dominio di tutti gli ambiti della realtà con la conseguente percezione della morte come scacco insopportabile, come l’irruzione del non controllabile o del non dominabile; in una parola, di ciò che non può essere razionalizzato. Da questo punto di vista, eutanasia ed accanimento terapeutico, pur rimanendo fenomeni di segno opposto, possono venire ricondotti a una identica matrice: la volontà dell’uomo di esercitare la propria signoria sulla morte, trasformandola da evento «naturale», di fronte al quale egli risulta del tutto impotente, in evento «culturale» sottoposto alla propria volontà: nel primo caso – quello dell’eutanasia – dandosi la morte, scegliendo cioè il tempo e il modo secondo cui morire; nel secondo – quello dell’accanimento terapeutico – prolungando in maniera illimitata la vita nella (illusoria) speranza di poter vincere la morte. 
Paura e rimozione finiscono così per sostenersi reciprocamente, entrando in una sorta di spirale o di circolo vizioso: la paura alimenta infatti la rimozione, la quale, a sua volta, non fa che accentuare la paura. Se questo rende, da un lato, ragione della richiesta insistita di dare forma legislativa al testamento biologico come tutela della persona, spiega tuttavia, dall’altro, perché dove esso è già stato da tempo introdotto venga scarsamente utilizzato – la percentuale di chi se ne serve si aggira attorno al 10-20% – prevalendo la tendenza, psicologicamente comprensibile ma accentuata dal disagio ricordato, ad allontanare il più possibile il pensiero della propria morte. i fondamentali nodi critici di ordine etico 
Le questioni di carattere etico che affiorano in riferimento al testamento biologico sono molte e di diversa consistenza: tre ci sembrano tuttavia quelle di maggiore importanza sulle quali è opportuno soffermarsi,autodeterminazione ma non solo.
La prima riguarda anzitutto il principio di autodeterminazione, che è il presupposto in base al quale viene rivendicata l’istituzione del testamento biologico. L’affermazione di tale principio ha trovato, nell’ambito della bioetica, concreta espressione nel «consenso informato», di cui il testamento biologico altro non è che il logico prolungamento in situazioni nelle quali il paziente si trova a vivere in stato di incoscienza. Il principio di autodeterminazione è senza dubbio un principio fondamentale di riferimento per affrontare le questioni della bioetica, ma – è importante sottolinearlo – non può essere assunto come criterio esclusivo. Esistono infatti altri principi – quello di non maleficità, quello di beneficità e quello di giustizia o di equità sociale – ai quali ispirare l’attività di cura. La tutela dell’autonomia del paziente non può pertanto prescindere dalla ricerca del suo bene, che costituisce l’obiettivo dell’attività del medico, e dall’attenzione al contesto sociale, essendo le risorse a disposizione limitate e dovendole perciò ripartire equamente. Si tratta, in altri termini, di mediare la libertà con il bene e con la giustizia, pervenendo a scelte, che spettano in ultima analisi al paziente (sia direttamente che attraverso il proprio fiduciario nel caso del testamento biologico) e che devono avere di mira il bene del singolo e quello della collettività. 
L’interpretazione rigidamente individualista che talora si dà del principio di autodeterminazione è frutto di una visione liberista, derivante da un contesto come quello degli Usa dove – è bene non dimenticarlo – circa cinquanta milioni di persone sono tuttora escluse da qualsiasi forma di assistenza sanitaria. 
Chi per me? La seconda questione ha come oggetto la gestione del testamento biologico, cioè le concrete modalità della sua esecuzione. Vi è, al riguardo, chi ritiene che esso abbia un preciso valore giuridico, e vada pertanto eseguito alla lettera, senza alcuna possibilità di mediazione, escludendo di conseguenza ogni spazio di intervento del medico. E vi è chi, invece, ritiene che si tratti di indicazioni da tenere in seria considerazione, che vanno tuttavia fatte oggetto di ulteriore valutazione tra il medico e il fiduciario designato dal paziente. In realtà tanto la stesura del testamento biologico quanto la sua esecuzione non sono (o non dovrebbero essere) atti puramente individuali, ma espressione di un processo che coinvolge il paziente (o chi lo rappresenta), in quanto portatore di bisogni e di diritti, e il medico in ragione della sua specifica competenza. Il modello cui ispirare la condotta ci sembra possa essere dunque quello della «alleanza terapeutica» la cui attuazione comporta l’instaurarsi di un rapporto di reciproca fiducia, che sfocia nella volontà di collaborare alla comune ricerca del bene del paziente. La giustificata reazione all’atteggiamento paternalistico del passato si traduce oggi spesso – per reazione – nell’opposta tendenza a fare del medico un mero esecutore tecnico della volontà del paziente, impedendogli di mettere a frutto la propria competenza con conseguente danno per lo stesso paziente. La mutua cooperazione, oltre ad evitare l’estensione (altrimenti inevitabile) dell’obiezione di coscienza dei medici, consente di verificare con maggiore precisione la reale situazione, prendendo in considerazione le novità nel 
frattempo intervenute in campo terapeutico e interpretando la volontà del paziente anche in relazione a questi cambiamenti. nutrizione e idratazione 
Infine la terza e ultima questione (non ultima in ordine di importanza) concerne il significato che si attribuisce alla nutrizione e all’idratazione, e perciò la possibilità o meno di deciderne la sospensione in alcune situazioni particolari. Il dibattito, che si è sviluppato, in questo ultimo anno 
nel nostro Paese (in occasione soprattutto della vicenda di Eluana Englaro) ha visto la discesa in campo di due posizioni contrapposte, con punte a volte di forte tensione ideologica. Da una parte, vi era chi sosteneva che nutrizione e idratazione in quanto «sostegni vitali» devono essere comunque sempre somministrate; dall’altra, chi, insistendo sulle modalità con cui la somministrazione avviene, riteneva che nutrizione e idratazione possano essere incluse nell’attività di «cura», e debbano pertanto essere in molti casi sospese. 
Questa contrapposizione, soprattutto se radicalizzata, risulta, per molti aspetti, artificiosa. È difficile infatti negare che nutrizione e idratazione siano, in senso antropologico, «sostegno vitale»; ma è altrettanto difficile misconoscere che, in alcune circostanze, siano a tutti gli effetti, per il modo con cui la somministrazione si realizza (intervento chirurgico e preparazione di sostanze chimiche) «atto medico » (e dunque curativo anche se non direttamente terapeutico). Forse, per affrontare correttamente il problema, bisogna collocarlo in quella area di questioni di frontiera, che stanno sul crinale tra omissione di soccorso (in passato si diceva «eutanasia passiva») e accanimento terapeutico. Questo implica che si debba di volta in volta decidere, tenendo conto della concretezza delle situazioni, con la consapevolezza che lo stesso intervento può, in taluni casi, se evitato, risultare omissione di soccorso; in altri casi, se effettuato, può invece comportare accanimento terapeutico. In questa ottica, nutrizione e idratazione devono essere valutate caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del paziente. L’inserimento del loro rifiuto nel testamento biologico implicherebbe perciò la circoscrizione entro una casistica dettagliata non facilmente definibile a priori; ma (forse) potrebbe bastare – ci sembra questa la via più praticabile, in linea del resto con quella forma di «diritto mite» da molti auspicato – l’espressione da parte del paziente di una generica volontà di rifiuto, che andrebbe poi verificata nella sua applicabilità mediante il confronto tra il proprio fiduciario e il medico.  orientamenti per una corretta utilizzazione .
L’acquisizione del significato proprio del testamento biologico e la disponibilità al suo corretto utilizzo esigono l’adempimento di alcune condizioni, che costituiscono la cornice entro cui il testamento va collocato. La prima di tali condizioni consiste nel farsi strada di una concezione relazionale dell’umano. Si è già detto dei rischi che si corrono quando ci si muove entro un orizzonte radicalmente individualista. Ogni atto umano si sviluppa all’interno di una rete di relazioni, ed implica pertanto il ricorso a una condivisione di responsabilità che non può essere elusa. Anche il testamento biologico, tanto nella fase di stesura che in quella esecutiva, comporta il concorso di altri soggetti (il medico di base o quello curante e successivamente il fiduciario) ed esige la convergenza di tutti attorno al bene del paziente. 
La seconda condizione è costituita da una sempre maggiore estensione, a tutti i livelli, del concetto di cura proporzionata; concetto che laddove viene praticato, rappresenta il miglior antidoto tanto nei confronti dell’eutanasia che dell’accanimento terapeutico. Da questo punto di vista, è importante 
che si potenzino, anche nel nostro Paese, le cosiddette «cure palliative», il cui obiettivo è quello di «prendersi cura» della persona nella sua globalità, offrendole i necessari supporti fisici – si pensi alla terapia del dolore – e psicologici per vivere anche i momenti più drammatici di avvicinamento 
alla morte con la maggiore serenità possibile. 
Infine, la terza (e ultima) condizione è costituita dall’esigenza di dare vita a una nuova «cultura della morte», che ne faccia riscoprire il profondo legame con la vita e, pur senza rinnegare il carattere di tragicità che inevitabilmente la connota, non rinunci a renderne trasparente il significato 
di compimento dell’esistenza e, per chi crede, di «realtà penultima», che prelude – è questo il senso della speranza cristiana – a una vita che non ha termine. L’adempimento di queste condizioni è la via per accedere a una visione più umanizzata della malattia e della morte e per togliere al 
testamento biologico il carattere, oggi prevalente, di strumento difensivo o rivendicativo dei diritti soggettivi, trasformandolo in un vero esercizio di collaborazione all’azione medica, che è tanto più corretta ed efficace quanto più è rispettosa della volontà dei pazienti e quanto più tende, nel 
contempo, a salvaguardarne, in tutte le fasi della malattia, la dignità umana.

http://www.rivistadireligione.it/default.aspx

Il Potere e la Grazia….

Mostra su:

IL POTERE E LA GRAZIA.I SANTI PATRONI D’EUROPA.

Dall’8 ottobre prossimo al 10 gennaio 2010, Palazzo Venezia dispiega il racconto dell’affascinante e complesso intreccio tra la storia dell’Europa e dei suoi popoli e duemila anni di storia della santità cristiana in una rassegna a cura di Don Alessio Geretti del Comitato di San Floriano.

Cento opere di artisti come van Eyck, Memling, Mantegna, Del Sarto, van Dyck, Tiziano, Veronese, El Greco, Guercino, Caravaggio, Murillo, Tiepolo, provenienti dai maggiori musei europei, daranno la percezione di sfogliare un antico codice istoriato da miniature d’eccezione, compiendo di stagione in stagione un vero e proprio viaggio nel tempo, nella cultura e nella storia sociale e politica d’Occidente.

La mostra sarà inaugurata il prossimo 7 ottobre dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e dall’On Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio.

Tra tavole medioevali e dipinti imponenti, preziosi diademi e codici miniati, i capolavori dell’arte da un lato presentano conversioni e persecuzioni, battesimi e battaglie che hanno congiunto la vicenda dei popoli europei al cristianesimo, e dall’altro dischiudono le porte regali di una ideale iconostasi, confine dove si congiungono fede e bellezza, visibile e invisibile, temporale e spirituale.
Promossa dal Governo italiano, tramite l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, e dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, la mostra, curata da Don Alessio Geretti, nasce dalla collaborazione tra il Comitato di San Floriano – istituzione culturale e religiosa del Friuli Venezia Giulia, che propone annuali mostre d’arte sacra di rilievo nazionale ad Illegio, in Carnia – ed il Polo Museale della città di Roma, ed è organizzata da MondoMostre, protagonista della riuscitissima monografica su Sebastiano del Piombo e delle dieci grandi mostre della Galleria Borghese.
L’Europa è posta sotto la protezione di sei santi patroni, scelti tra i principali protagonisti della sua evangelizzazione, tra primo e secondo millennio dell’era cristiana, emblematici per l’impronta che lasciarono nella storia dei popoli latini, nordici e slavi e per la sintesi di valori culturali e religiosi che lasciarono in eredità.

Ogni singolo Stato europeo, peraltro, ha i suoi santi patroni, talora acclamati dalla devozione popolare ed immortalati per le opere di carità di intramontabile valore compiute, talvolta eletti dal potere politico o celebrati da élites di intellettuali ed artisti, o ancora impugnati come vessilli e catalizzatori dell’identità nazionale nell’epoca del sorgere degli Stati nazionali o dei movimenti per l’indipendenza ottocenteschi.

Testimoni del fatto che l’Europa è molteplice, nel segno delle identità e delle autonomie che la compongono da sempre, ma anche una, quanto ai fondamenti culturali della sua civiltà, i settanta santi patroni dei diversi popoli europei hanno ispirato nei secoli le migliori espressioni delle arti, della liturgia, della mistica e della religiosità popolare: è a tutto ciò che la mostra di Palazzo Venezia vuole rendere omaggio, invitando a scoprire con eleganti accenni – opere scelte per indicare percorsi di agiografia, storia sociale e politica, evoluzione della vita religiosa – un patrimonio ricchissimo.

Questa novella Legenda Aurea, sontuosamente illustrata nella mostra romana, consentirà di cogliere in controluce sulla mappa dell’Occidente la filigrana del rapporto tra Chiesa e comunità politica: un rapporto decisivo e complesso per spiegare da dove provengano all’Europa molte delle sue conquiste e delle sue grandezze.

In ultima analisi, questa esposizione si propone di affrontare e dare un contributo per sciogliere i più delicati nodi del dibattito culturale contemporaneo – le questioni delle identità, della laicità, delle civiltà e delle religioni – non con la fatica di ragionamenti serrati ma con il fascino del bello, attraverso cui intuire le soluzioni incarnate nella vita dei più santi degli europei e dei più europei dei santi.

Originata dalla chiara ispirazione religiosa del suo curatore, la mostra può essere fruita anche con un’ottica laica, come esercizio per l’approfondimento e lo studio delle radici storiche e culturali dell’Europa e delle società di molti Paesi europei.

La rassegna a Palazzo Venezia comprende capolavori dei massimi geni dell’arte di tutti i tempi: dalle Stigmate di San Francesco del van Eyck della Galleria Sabauda di Torino, al Martirio di San Pietro di Guercino dalla Galleria Estense, dal San Giovanni Battista di Caravaggio dalla Galleria Corsini, al San Luigi IX di El Greco dal Louvre, da L’Imperatore Teodosio e Sant’Ambrogio alla Cattedrale di Milano di van Dyck dalla National Gallery di Londra al San Giorgio del Mantegna o al San Giovanni Battista di Tiziano, entrambi in prestito dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dal San Giacomo vittorioso di Tiepolo da Budapest all’Immacolata Concezione del Murillo dal Prado di Madrid.

Una collezione di tesori assoluti, raccolti dal filo conduttore dell’intreccio fra potere, religione e arte.

http://ilpotereelagrazia.com/lamostra_2.php

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Ai membri di

NON LI AVETE MAI UCCISI!!

 Di Giulio Antimafia

 Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio.
Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.
Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».
La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».
Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».
Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».
La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ‘92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».
Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».
Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».
Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».
Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».
Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi, ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».
Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ‘92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».
Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».
Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

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III anniversario dipartita di Mons.Cataldo Naro.

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Il 29 Settembre del 2006,cessava di vivere,prematuramente,Mons.Cataldo Naro, giovane Arcivescovo di Monreale per circa 4 anni.Proprio nel giorno in cui la chiesa nissena e la città di Caltanissetta festeggiano,ogni anno,il loro Santo Patrono:San Michele Arcangelo.

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Cataldo Naro,era convinto che la pagina più bella della storia della chiesa fossero i santi. E non è un caso,a mio modesto parere,che sia stato chiamato alla vita eterna proprio nel giorno in cui la chiesa celebra gli Arcangeli Michele,Gabriele e Raffaele.La santità come misura alta della vita cristiana,ma a portata di tutti. Chissà quante volte,avrà contemplato ed ammirato,da solo,il Cristo pantocratore troneggiante nell’abside della cattedrale di Monreale. Chissà quante volte avrà implorato l’intercessione di San Michele e di San Cataldo,patrono della sua città natale.La vita di fede come comunione con il Cristo risorto. Un Vescovo,Cataldo Naro,secondo il cuore di Dio e della chiesa.Pastore attento alle esigenze pastorali e materiali della diocesi affidatagli che ha governato con saggezza e spirito di servizio,rispolvarando semantiche ecclesiali,agiografiche,pastorali sepolte nei meandri dell’oblio.Uomo per nulla avido di soldi e lontano mille miglia da logiche bieche di nepotismo,affarismi di vario genere,inciuci con il mondo politico-malavitoso. Uomo dedito alla predicazione e alla cura pastorale dei credenti,in costante dialogo con i non credenti e attento alle istanze della società odierna cui bisognava,e bisogna, annunciare il Vangelo non secondo logiche di accomodamento,ma con l’intelligenza della fede e la testimonianza della vita.Insomma:predicare bene e razzolare altrettanto bene! Sostenitore dell’identità cattolica delle nostre popolazioni che,nel tempo,ha prodotto tanta carità,tanta pietà popolare,tanti santi e sante,tanta arte sacra.Inculturazione della fede,dunque,e trasmissione della stessa alle giovani generazioni erano il suo pallino preferito.”Aminamo la nostra Chiesa” e “Diamo un futuro alle nostre parrocchie”.Cataldo Naro,profondo conoscitore della storia della Chiesa,è stato,al contempo,una persona di grande fede e di grande spiritualità. Ossia la conoscenza non finalizzata ad un cammino meramente umano,ma ad un cammino di fede che aveva il suo culmine nell’incontro con il Risorto attraverso la mediazione dei santi.Ieri pomeriggio,la chiesa madre di San Cataldo,sua città natale e dove riposano le sue spoglie mortali,era gremita di tanti fedeli ed amici di Mons.Naro.Il momento del ricordo nella fede,attraverso la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Mons.Mario Russotto che ha pronunciato una bella e significativa omelia su alcune qualità umane e spirituali di Mons.Naro. Ammirevole la compostezza e la dignità dei familiari,a iniziare dalla mamma-la signora Giuseppina-che continua a vivere,insieme ai fratelli,alla sorella e ai nipoti di Mons Naro,la sua dipartita con grande spirito di fede. Grande la commozione alla fine della santa messa,dinnanzi alla sua tomba….

“Povera Palermo….”.

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Qualche mese fa,scrissi in questo blog,un post in cui descrivevo Diego come l’ultimo dei Vice-Re. Erano i giorni in cui Palermo affogava,letteralmente,nella “munnizza”(immondizia).

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I fatti delle ultime ore mi danno più che ragione. Una città bellissima,ma allo sbando,mal governata,dove abusi e latrocini sono il pane quotidiano.

E’ lecito mettere un pubblico dipendente a guardia della propria barca? E’ lecito raddoppiare l’irpef per recuperare l’enorme ammanco di “piccioli”(soldi) nella municipalizzata che si occupa di raccogliere la “munnizza”? E che fine ha fatto questa montagna di soldi? Bisognerebbe chiederlo a Diego,il sindaco alla mano….Diego di qua e Diego di là. Ironia della sorte,Diego porta proprio un nome di origine spagnola:sarà un puro caso? Se ti aggiri per la città,ti imbatti in doppie e triple file di auto,traffico impazzito,cantieri abusivi,lavoro nero a “tignitè”,sporcizia ovunque. Mentre cammini per le vie del centro storico,devi stare attento a che da qualche persiana,semi aperta,non ti arrivi addosso qualche sputo “volante” di origine non precisata,frutto di qualche “espettoramento” improvviso….

La Palermo dalle mille facce,compresa quella di Diego…..,che non sfugge a Striscia la Notizia. Il malcostume ed il livello enorme di inciviltà, oltre che essere intrinseco nel palermitano “tipo”, è prodotto anche dall’effetto negativo di tutta la politica nazionale ed ancora di più di quella a livello regionale! Siamo governati da una massa di politici, per la maggior parte culturalmente e socialmente a livelli molto bassi, personaggi i cui principi sono fondati sull’assoluta AMORALITA’-IMMORALITA’! Gentaglia della peggiore specie che non hanno nessun valore di riferimento, individui senza scrupoli, che cercano solo e soltanto di arricchirsi a più non posso fino a scoppiare. Anche quando sono ormai sazi e gonfi, con quei panzoni e quei colli col doppio mento, continuano a “latriare”(rubare) perchè il loro credo è che ” ogni lassata è perduta ” e perchè se una cosa ” non te la fotti tu, se la fotte un’altro “; dove la cosa pubblica, che è di tutti, non è di nessuno!!!

Allora perche scandalizzarsi se il primo cittadino ha la barca il cui skipper – cuoco – curatore . ecc,  è pagato per non lavorare, con i soldi dei cittadini ed in più percepisce sia l’assegno per le prestazioni marinare che il denaro per l’affitto in nero dello stesso natante? Così e solo così si trasmette un messaggio negativo sopratutto a coloro che dovrebbero rispettare le regole! Della serie : se lo fa lui, lo possiamo fare tutti!

La città è ormai una giungla invivibile, dove ognuno fa quello che gli pare, con arroganza, con “malantrinaria ” con mafiosità. E’ vero che il palermitano medio è per natura sua restio a rispettare le regole del vivere civile in una comunità, ma è altrettanto certo e palese che se nessuno queste regole le fa rispettare, egli esce ” al naturale “! Provate a vedere come si comporta un palermitano a Milano o Torino e vedrete che egli è più civile dei milanesi e dei torinesi!

Certo che poi il fruttivendolo si prende il marciapiede e mezza carrreggiata, il pescivendolo poi non ne parliamo, i bar con la trovata dei gazebi la fanno da padrone, le doppi e triple file “spatroniano”, tanto non succede niente!

E poi se a Berlusca piacciono le donne,a Diego no? Ovvio che si!!!! Dunque anche a Palermo è arrivata la cultura del “PAPI”:dai Diego-Papi facci vedere chi sei!!!!

Però Diego-Papi seleziona donne “In”,quelle della Palermo “bene” che per distinguersi da quella “non bene” stringono la boccuccia e parlano con la dizione un po’ più controllata,”sucate-sucate”. Ma il rapporto tra Maschi e Femmine, a Palermo, è normato dalla forma mentis filo-islamica:al maschio le faccende esterne,alle femmine quelle interne e poi “masculi cu masculi” e “fimmini cu fimmini”!!

PALERMO PUò ESSERE SALVATA? SI! SOLO DA CHI CI METTE AMORE E DEDIZIONE. FA TANTA PENA QUESTA SPETTACOLARE CITTA’. I SUOI ABITANTI STANNO MALE, SI VEDE, SI PERCEPISCE. E’ COME UNA DONNA MERAVIGLIOSA CHE NON RIESCE A TROVARE L’AMORE E CHE PIANO PIANO SI TRASCURA, CADENDO PROGRESSIVAMENTE IN UNO STATO CRONICO DI NERA DEPRESSIONE. PERCHE’? PERCHE’ OGNUNO DEVE FARE I POPRI PORCI COMODI? PERCHE’ L’EDUCAZIONE CIVICA NON PUO’ ESISTERE ANCHE NELLA CAPITALE DELLA SICILIA?

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Anche da queste parti,purtroppo,siamo costretti a mangiare,volenti o nolenti,QUARUME E STIGGHIOLE……!!

“Povera Palermo” urlò il Cardinale Salvatore Pappalardo ai funerali del Generale Dalla Chiesa. Ancora oggi,quelle parole dell’alto prelato risuonano nella coscienza di tutti gli uomini liberi,i cittadini onesti. A tal proposito mi chiedo:ma in tutto questo marasma,dov’è la chiesa palermitana?

La sfida educativa…..

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In nome di una sterile ‘neutralità’, la nostra società ha abdicato al suo ruolo di formatrice delle nuove generazioni. Nel rapporto del Comitato per il Progetto Culturale CEI, il tema centrale dell’educazione. Stiamo vivendo una vera ‘emergenza educativa’. 
Mentre per le società del passato l’educazione era un compito largamente condiviso, per la nostra sta diventando soprattutto una sfida. Se fino a ieri sembrava quasi scontato che la generazione adulta dovesse farsi carico dell’educazione della nuova, ormai questo automatismo si sta dissolvendo. 

Il rapporto curato dalla CEI vuole sollecitare una riflessione sullo stato dell’educazione e, più in generale, sulla realtà esistenziale e socioculturale dell’uomo d’oggi, alla luce dell’antropologia e dell’esperienza cristiane. 
L’obiettivo è quello di promuovere una consapevolezza che possa dar luogo, nel nostro Paese, a una sorta di alleanza per l’educazione; un’alleanza che sia in grado di coinvolgere – con un raggio d’azione che vada ben oltre l’ambito del cosiddetto mondo cattolico – tutti i soggetti interessati al problema, dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro, a quello dei media. 

Attraverso l’individuazione di alcuni temi particolarmente sensibili allo stato di attuale ‘emergenza’ – dallo sviluppo affettivo e sessuale della persona al suo rapporto con le nuove forme di socialità, anche elettroniche, dall’educazione nell’ambito dello sport, della moda e dello spettacolo al vissuto scolastico delle giovani generazioni – il volume offre un quadro complessivo dei problemi più urgenti, e, anche sulla base di dati empirici, prospetta una serie di soluzioni operative. 

Il Progetto Culturale promosso dalla Chiesa italiana viene costituito nel 1997 all’interno della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana, su iniziativa del cardinale Camillo Ruini, come centro di raccordo tra le diocesi, i centri culturali cattolici, le associazioni e i movimenti, gli ordini religiosi, le Facoltà teologiche, le riviste e gli intellettuali di matrice cattolica. 
Il Servizio collabora con gli Uffici della CEI per sviluppare l’aspetto culturale dell’evangelizzazione nei diversi settori della vita della Chiesa; svolge un’azione di monitoraggio, di osservatorio e di documentazione sulle iniziative volte a coniugare fede e cultura; organizza incontri di studio a carattere nazionale su temi di rilievo per il progetto culturale; coordina il Centro Universitario Cattolico.

L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a una grande alleanza, con le istituzioni e il mondo del lavoro, per il bene dei giovani e del Paese intero. Nell’attesa e nella speranza che diventi un traguardo raggiungibile, la Chiesa in Italia si fa carico intanto di indicare una strada per superare quella che è stata indicata da tempo come un’emergenza sociale. Il rapporto  presentato a Roma nel pomeriggio del 23 settembre a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana – è per questo motivo anche una proposta. 
Si tratta di superare da una parte l’impostazione, contestata, dell’educazione delle nuove generazioni intesa come esercizio e trasmissione della disciplina, e, dall’altra, lo spontaneismo individualistico in virtù del quale, nella scuola così come nelle altre agenzie educative, i discenti sono lasciati liberi di sperimentare, scegliere i contenuti educativi, dare libero sfogo alle esigenze di autoaffermazione della propria personalità. 
Modelli, come è stato osservato, risultati sconfitti alla prova dei fatti, se è vero – e il rapporto in questione lo conferma con puntuali dati statistici – che i giovani faticano a riconoscere modelli credibili cui fare riferimento e devono affrontare i pericoli di un processo di formazione della propria identità insidiato da un pluralismo di messaggi e contenuti educativi che troppo spesso sconfinano nel relativismo.
La nostra società – ha scritto nella prefazione al volume il presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, il cardinale Camillo Ruini – “ha abdicato al suo compito educativo. In nome di una sterile neutralità, ha abbandonato i giovani alla loro solitudine, sempre più in balia della violenza e della volgarità e sempre più incapaci di venire a capo della loro vita”. La Chiesa – scrive il cardinale – è cosciente dell’attuale “emergenza educativa”; “sa però altrettanto bene che non si tratta in alcun modo di un suo compito esclusivo e che occorre invece promuovere una collaborazione aperta a tutto campo”. 
L’educazione, pur essendo oggi riconosciuta come un’urgenza, rimane per sua natura – ha ricordato il cardinale Ruini presentando il rapporto – una sfida di lungo periodo: “Per questo è indispensabile realizzare intorno a essa una convergenza che superi, almeno in qualche misura, il variare delle situazioni, delle idee, degli interessi”. Per questo motivo il libro è “rivolto non solo alla Chiesa, ma all’intero Paese e alle sue classi dirigenti, per offrire un contributo per un’alleanza educativa di lungo periodo”. Il rapporto – ha aggiunto il porporato – “analizza la situazione italiana, ma è anche una proposta che cerca di offrire un orientamento, un’indicazione di massima per il breve ma anche per il medio e lungo periodo”, a partire dalla consapevolezza della “gravità che la questione dell’educazione ha in Italia, nel mondo occidentale e forse nel mondo intero”. Un “approccio globale, e non settoriale”, dunque, quello del volume curato dalla Cei, che “prende in considerazione certo le agenzie educative classiche, come la famiglia, la scuola e la Chiesa, ma anche gli ambienti e i contesti di vita che plasmano le persone, sia nel fare – il lavoro, l’impresa, il consumo – sia nell’immaginare: la comunicazione, lo spettacolo, lo sport”. 
Al centro del rapporto – ed è questa la terza via che si indica – c’è l’educazione intesa come “processo umano globale e primordiale, in cui entrano in gioco gli aspetti fondamentali dell’uomo e della donna, come la relazionalità e il bisogno di amore e di essere amati”. In gioco, quindi, è la “credibilità degli educatori”, all’interno di una concezione di educazione “come nascita, generazione, genesi del soggetto umano”, e nella quale è dunque “decisiva la domanda antica e sempre nuova su chi è l’uomo, chi siamo noi”. Oggi – ha detto ancora il cardinale Ruini – “c’è una grande difficoltà a fare sintesi sull’idea di uomo, sottoposta a molte tensioni: quando non si sa con precisione cosa sia l’uomo, è difficile educare”. Di qui la necessità di “incrociare” l’idea di educazione alle “situazioni umane in cui ha luogo l’educazione in Italia”. Per quanto riguarda il “versante interno”, il rapporto si ricollega agli orientamenti pastorali della Cei per il prossimo decennio, ma “la sua finalità principale è molto più vasta”. 
Alla presentazione del volume hanno preso parte anche alcuni dei principali interlocutori di questa sfida educativa, in rappresentanza del mondo della scuola e delle istituzioni, come il ministro Mariastella Gelmini, del mondo del lavoro, come il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e dei media, come il presidente della Rai, Paolo Garimberti. Il ministro dell’Istruzione, università e ricerca ha concordato sulla necessità di un nuovo patto educativo: “Occorre – ha detto – ripristinare un’alleanza tra i due pilastri che reggono l’educazione, ovvero la famiglia e la scuola” ma, allo stesso tempo, occorre allargare il dibattito a tutta la società. C’è bisogno – ha aggiunto – di “suscitare più attenzione e c’è bisogno che gli educatori, le famiglie, i media e le migliori menti del Paese offrano un contributo prezioso al dibattito”. Il ministro ha poi affrontato il tema dell’integrazione degli immigrati, sottolineando come sia necessario “un dialogo e non una resa” di fronte a culture e religioni diverse, e come debba esigersi dunque “un momento di difesa dell’identità del Paese”. 
Occorre naturalmente investire sulle nuove generazioni, anche perché – ha osservato Emma Marcegaglia – l’Italia è “un Paese che sostanzialmente non premia i giovani”, e una scuola migliore “è il migliore ascensore sociale che possiamo offrire”. 
La principale agenzia educativa rimane però la famiglia. Se la terza via fra educazione-disciplina e spontaneismo individuale è la relazione fra chi insegna e chi apprende, con ruoli che inevitabilmente si scambiano, la famiglia continua a essere imprescindibile. “La nostra società – ha osservato il sociologo Pierpaolo Donati, dell’università di Bologna, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto – non è più capace di orientare i propri figli”. La famiglia – ha osservato – è “mediatrice fra le generazioni, in essa si generano tutte le diverse educazioni. Eppure in Italia è stata lasciata sola in questo suo compito. Alla famiglia oggi si imputa, e l’accusa è falsa, di non educare più ma di discriminare”. Ma è da qui, dalla verità sull’uomo, che occorre ripartire. 

(©L’Osservatore Romano – 24 settembre 2009)

 COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (CEI), La sfida educativa, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pagine 223, euro 14

Accadde a Rimini (ma nessuno ve l’ha detto).

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DI ANTONIO SOCCI

Cari detestabili colleghi, editorialisti, intellettuali, direttori, inviati dei giornali: andate a quel paese. Capalbio, Cortina, Todi o dove volete voi. Siete snob e noiosi, pretenziosi e incolti (almeno sulla religione), imbevuti di ideologia e pregiudizi, provinciali, narcisisti (quasi come me), rinchiusi nel pasoliniano Palazzo dove non vedete che voi stessi e vi rispecchiate in quelli come voi, dove non parlate che di politica e non pensate che politicamente perché siete ancora sotto le macerie del Sessantotto: andate a quel paese e restateci.Tanto da lì potrete continuare ad ammorbare le pagine dei giornali dove il caso politico dell’estate è frugare nelle mutande del premier e dove il caso culturale è lo scazzo Scarpa-Scurati che la gente normale – se perdesse tempo a leggerne le cronache – liquiderebbe con un sonoro “ecchisenefrega”. Meriterebbero tutti (meriteremmo tutti), giornalisti, cervelloni, politici, editorialisti, un grande calcio in culo? Enzo Jannacci che al Meeting di Rimini ha portato la sua commozione e la sua vita nuda, con una sincerità rara (uno dei pochi casi simili che ricordo è quello di Giovanni Testori), Jannacci che dice, con la sua disarmante inermità fanciullesca “amo Gesù”, ecco Jannacci sente che se Lui scendesse dalla croce dovrebbe prenderci tutti “a calci in culo”, che lo meriteremmo. Ma Enzo in realtà è rimasto commosso dalla “carezza del Nazareno”. Dal fatto che Lui continua a far sentire a noi cazzoni immemori il calore della sua misericordia, della sua amicizia e la vertigine della sua bellezza. Allora, cari colleghi, amici e nemici, se voleste alzare lo sguardo dal panorama gratificante del vostro ombelico, se – hai visto mai – aveste ancora una qualche curiosità nella ricerca della Verità (ma c’è qualcuno che la cerca?) o – chissà – se qualcuno sentisse agra la ferità della Bellezza e il fascino e il dolore della vita, vi prego, passate un giorno nella cittadella del Meeting, in questa cattedrale della giovinezza: l’assolutamente altro da voi. Guardate, ascoltate, riflettete, leggete. Andate in quel villaggio sui generis che è in questi giorni la Fiera di Rimini. Ascoltate le storie, le testimonianze, guardate quelle facce giovani e luminose: potreste sentire la carezza del Nazareno anche voi. E non la dimentichereste più. O forse qualcuno di voi potrebbe porsi una domanda. Almeno una – voi che siete nati “già saputi” – magari di sapore sociologico come quelle che voi prediligete: dov’è oggi nel mondo un avvenimento culturale che richiama 700 mila presenze, che è tenuto in piedi – come quest’anno – da 3058 volontari (che lavorano qui gratis e a proprie spese) più altri 700 che hanno costruito il Meeting prima (sono venuti a dare una mano perfino dei terremotati dell’Aquila, colpiti da ragazzi del movimento di CL che erano andati in Abruzzo ad aiutare)? Dov’è una “cosa” simile che propone 116 incontri, 26 spettacoli, 8 mostre, che ascolta 299 relatori, che ha ospitato le maggiori personalità della scena mondiale (in questi 30 anni tutti, da Lech Walesa a Ionesco, da Tony Blair a Madre Teresa, da Giovanni Paolo II e Ratzinger a Tarkowskij, da Helmuth Kohl al Dalai Lama, da Von Balthasar a Renzo de Felice, da Carreras a Marta Graham, dai vertici dell’Onu, ai leader di tanti popoli a cominciare da Israele, Palestina)? La risposta è semplice: non esiste nulla di paragonabile in nessuna parte del mondo. E ancor più eclatante e sorprendente è il fatto che una cosa simile non sia nata da qualche potentato finanziario, politico o culturale o da importanti istituzioni. Ma che sia nato tutto da un gruppo di giovani appassionati alla Bellezza e alla Verità dopo aver conosciuto un prete speciale, don Luigi Giussani. Affascinati dal suo sguardo in cui avvertirono “la carezza del Nazareno” sui loro cuori giovani. E’ sorprendente, considerata la condizione di assedio, bombardamento e annichilimento sistematico della cultura cattolica in questi 50 anni, spesso ad opera di quegli stessi intellettuali cattolici che avrebbero dovuto esprimerla. Considerato che i potentati mediatici continuamente stravolgono il cattolicesimo e hanno trasformato in un “teologo cattolico” perfino Vito Mancuso, che non è né l’uno né l’altro, e si fanno raccontare il cristianesimo da Corrado Augias (che sarebbe come farsi spiegare la relatività di Einstein da Jovanotti). Ho seguito le cronache dei giornali dal Meeting: sempre più scarne, riguardano sempre e solo le dichiarazioni di questo o quel politico o economista. Gli inviati a Rimini stanno barricati in sala stampa, impermeabili a quello che sta accadendo attorno a loro (i giornali si fanno così oggi). Solo a caccia dei politici. Quando qualcosa “buca” il muro dell’indifferenza – che so, la conversione di Jannacci – la si annega nel Banal grande di ritorno. Per tutta l’estate Repubblica ha sparato editoriali sulla Chiesa dalla prima pagina impegnando le sue firme di punta: Ezio Mauro (il direttore), Eugenio Scalfari, Adriano Sofri, Adriano Prosperi. I quali – per ottenere un anatema su Berlusconi – hanno spiegato a noi, al Papa e ai vescovi cose è il cristianesimo. Ce ne fosse uno che è andato a Rimini a farselo spiegare da chi lo vive, da missionari e testimoni che, sotto “le tende” della Fiera, raccontano storie struggenti e bellissime. E fanno percepire come “la carezza del Nazareno” – oggi, ora – sta avvolgendo e sconvolgendo la vita di milioni di persone, dal Sudamerica alla Siberia, dal Sudan alla Cina fino ai Rione Sanità di Napoli e al carcere di Padova. Immaginate in pieno agosto 15 mila (dicasi quindicimila!!!) persone assiepate ad ascoltare un professore di filosofia sconosciuto ai giornali, Carmine Di Martino a parlare di Cartesio e della nozione di conoscenza in don Giussani, di Kant e di sant’Agostino che solleva la grande domanda: “Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?” (che cosa infatti desidera l’uomo più potentemente della verità?). Quindicimila persone, perlopiù giovani, sotto il sole riminese, quindicimila pioppi che in quel momento sentono soffiare fra le loro fronde una grande ventata e ognuno pensa a sé, al mistero che è per se medesimo, pensa al volto che ama, all’avventura della sua vita. E anche il mare blu e il cielo azzurro vibrano… E’ una cosa dell’altro mondo quella che si vede qui. Una cosa dell’altro mondo in questo mondo. Lasciatelo dire a me che, in un paio di occasioni, negli anni passati, ho criticato certe scelte del Meeting: si può ben discutere e avere opinioni diverse, ma restare indifferenti non si può se si ama appena un po’ la nostra comune umanità. E pensate ai ventimila che, martedì scorso, hanno affollato la Fiera per ascoltare Julian Carròn e hanno sentito il brivido nel cuore per la storia di Paolo di Tarso a cui la “carezza del Nazareno” è arrivata come un ciclone e che poi questo ciclone ha fatto irrompere in tutto il mondo di allora arrivando fino a Roma dove ha stupito e commosso perfino gli intellettuali del tempo come Seneca. Una folla immensa di ventimila giovani e meno giovani ha ascoltato Carròn: attentissimi, pensosi, stupiti, commossi. Ma – per dire – sul Corriere della sera ieri l’articolo più ampio era dedicato a ben altra manifestazione cattolica. Udite udite: il “Premio Giovanni Paolo II” assegnato a Roberto Calderoli a Scafati, nell’agro nocerino (provincia di Salerno), dall’associazione “Continente uomo” promossa dal consigliere comunale dell’Idv, Espedito De Marino. Volete mettere… Non c’è confronto fra questa fondamentale manifestazione di Scafati e il Meeting. Il Corrierone, che da mesi, per la penna di Ernesto Galli Della Loggia, lamenta l’incultura e la rozzezza dei politici e delle classi dirigenti, ci mostra così con quale ampiezza di orizzonti e profondità culturale il più diffuso quotidiano del Paese racconta l’Italia. Complimenti. Mi dispiace per voi, per l’aria asfittica che respirate nel Palazzo. Ma in terra di Romagna in questi giorni scorre buon vino e soffia una bell’aria fresca. Come una carezza.

Fonte Libero © 28 agosto 2009

http://vapensiero.wordpress.com/

Ricordando Mons.Cataldo Naro….

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A quasi tre anni dalla morte,tanto repentina quanto eccessivamente improvvisa….., dell’Arcivescovo di Monreale Mons.Cataldo Naro,avvenuta il 29-09-2006,vede la luce un altro volume dedicato allo splendore dei mosaici del Duomo di Monreale in cui Cataldo Naro ”abitò” e celebrò la divina liturgia come Pastore e Maestro, per circa quattro anni.

L’Arcivescovo Naro fu un grandissimo estimatore e valorizzatore del significato teologico,biblico-catechetico,artistico,liturgico-mistagogico del duomo e dei sui meravigliosi mosaici che il Re normanno Guglielmo II fece costruire.

Mons.Naro fece,davvero,tanto per rilanciare il significato spirituale e storico culturale del “suo” amato Duomo come luogo di preghiera,personale e comunitaria e d’incontro con il Cristo Risorto e Pantocratore della chiesa locale orante. Cristo come alfa e omega,il principio e la ricapitolazione,Colui che E’,prima del tempo,che si è fatto carne e che ritornerà,alla fine dei tempi,a giudicare i vivi e i morti:il suo regno non avrà fine!

I testi del  volume, edito da Itaca libri, sono curati da David Abulafia e Massimo Naro.La presentazione,postuma,è dello stesso Mons.Cataldo Naro.

 INTRODUZIONE

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 In una sua poesia sul duomo di Monreale David Maria Turoldo ne scrive come di una reggia. E indubbiamente il fedele o anche il visitatore che vi entra ha l’impressione immediatamente di essere accolto in una grande chiesa di straordinaria e unitaria bellezza, che è tutto un inno al Cristo Pantocratore, il Signore dell’universo e della storia, che dall’abside col suo sguardo abbraccia l’intero edificio. E se poi vi partecipa alle celebrazioni liturgiche, specialmente nelle più grandi feste cristiane, questa impressione si accresce. Non ci sono più oggi i monaci benedettini che, dall’inaugurazione della splendida chiesa il 15 agosto 1176 fino alle leggi eversive degli ordini religiosi dopo l’unità d’Italia, vi hanno cantato quotidianamente per secoli le lodi di Dio. Ma anche oggi la liturgia celebrata nel duomo monrealese conserva una regale solennità. Il teologo tedesco Romano Guardini, che vi prese parte alle celebrazioni della settimana santa nel 1929, annotò nel diario di viaggio la sua ammirazione per il modo di celebrarvi la liturgia da parte del vescovo e per la partecipazione a essa da parte dei sacerdoti e dei fedeli: tutti erano protesi a guardare, senza stancarsi seguivano la celebrazione con lo sguardo, facendosi coinvolgere congiuntamente dalla bellezza dell’edificio e dalla bellezza dei riti. “Alle lebten im Blick”, tutti vivevano nello sguardo, scrisse affascinato Guardini. E descrisse così la celebrazione del giovedì santo: “Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò. Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione”.

Sì, non c’è dubbio che il duomo di Monreale mostra tutta la sua bellezza quando vi si celebra la liturgia. È stato costruito per la liturgia. E per una liturgia regalmente solenne. È nel momento liturgico che esso appare davvero una reggia, una bellissima reggia, una regale casa di Dio, in cui si celebrano i divini misteri e sulle cui pareti si leggono i racconti della Bibbia, le storie di Dio. Tutto vi dice la presenza del Cristo risorto. Tutto aiuta a farsi presenti alla Divina Presenza. Il mondo di Dio e il mondo degli uomini vi appaiono contigui. Chi lo progettò e ne ideò i cicli musivi aveva molto vivo il senso della trascendenza di Dio e, insieme, della regalità divina di Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio fattosi uomo e morto e risorto per la nostra salvezza.

E chi ne volle la costruzione fu un re, Gugliemo II, l’ultimo dei sovrani normanni, che coltivò grandi ambizioni politiche e fu uomo di sincera e forte fede cristiana. Egli pensò il duomo come un mausoleo per la sua famiglia regale, vi collocò la tomba del padre e dispose che, alla sua morte, vi fosse deposto anche il suo corpo. Vi chiamò i monaci perché pregassero costantemente per lui e la sua dinastia. Sotto l’immagine della Madonna Odigitria che sovrasta, dall’interno, il grande portale. fece scrivere: “Pro cunctis ora sed plus pro rege labora”, prega per tutti ma lavora di più per il re. E sopra il grande trono regale,poco distante dall’altare,si fece raffigurare in imperiali vesti bizantine nell’atto di ricevere la corona dal Cristo. Mentre esattamente di fronte, sul soglio del vescovo, più piccolo del trono regale,si fece raffigurare nell’atto  di offrire, sempre vestito da basileus bizantino, alla Madre di Dio il modello della basilica.

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Mi sembra indubbio che il duomo monrealese, secondo l’idea originaria del re che lo costruì,non è una cattedrale, cioè la casa del vescovo, una chiesa con la cattedra del vescovo,ma una basilica, cioè, etimologicamente, la casa del re o, meglio, la casa di preghiera del re o per il re. La dimensione regale che ancora oggi si coglie appena vi si entra deriva anche questa da un’idea originaria. Ma tale dimensione regale trascende l’antico desiderio del re normanno. Essa esprime primariamente la fede nel Cristo re dell’universo e della storia, salvatore di tutti gli uomini, che fu del re che volle la costruzione e di quanti (dal teologo che  ne ideò i cicli musivi agli architetti che elaborarono il progetto e alle maestranze che lavorarono nel cantiere)collaborarono nell’esecuzione dell’impresa. È precisamente e primariamente questa fede che la bellissima chiesa, nella sua imponente architettura e nell’oro dei suoi splendidi mosaici,proclama solennemente.

Ed è questa medesima fede nel Cristo re che proclamano ancora oggi congiuntamente la bellissima costruzione e il popolo di Dio che vi celebra la liturgia, cioè vi riconosce e vi adora la divina presenza del  Risorto. L’intuizione di Romano Guardini sul nesso tra la e la bellezza del duomo e la bellezza del popolo che vi celebra la liturgia mantiene tutta la sua verità. Del resto questo popolo ha anch’esso una qualità regale. Perché è il popolo di Dio, il popolo che — secondo i testi del Nuovo Testamento–partecipa della regalità del Cristo, è associato dal Signore dell’universo alla sua stessa gloria regale e sacerdotale.  E lungo la storia continua a promanare la regalità del suo Signore nell’attesa dei suo ritorno finale. Come fa nella celebrazione della santa liturgia nel duomo monrealese.

Questo meraviglioso volume fotografico che ci aiuta a riscoprire la regale magnificenza  del duomo voluto dal re normanno aiuti anche, quanti lo visitano e, in particolare, quanti vi partecipano alla celebrazione della liturgia a riconoscervi la divina presenza del Risorto e riscoprire la loro regale dignità  di figli di Dio in forza della loro unione al Figlio eterno fattosi uomo per la nostra salvezza.

                                                                                                           +S.E.Mons.Cataldo Naro

La diocesi nissena lo ricorderà con una mostra che verrà inaugurata il 28 Settembre 2009,presso il museo diocesano “Mons.Giovanni Speciale”,in Caltanissetta.

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 La comunità sancataldese lo ricorderà con la celebrazione di una santa messa di suffragio per la sua anima,alle ore 17 presso la Chiesa madre di San Cataldo.