

LINEE GUIDA PER IL
PROGETTO SU
SANTITA’ E LEGALITA’:
PER UN DISCORSO CRISTIANO DI RESISTENZA ALLA MAFIA
«Il progetto diocesano denominato Santità e legalità è un progetto di natura educativa che attiene ai compiti propri della Chiesa: formare le coscienze. Fenomeni come la mafia non si vincono con la semplice repressione. Questa è necessaria ma non sufficiente. E la Chiesa deve fare la sua parte attraverso la cura delle anime, affinché i fedeli prendano sempre più consapevolezza di ciò che sono: battezzati e quindi persone che aderiscono e vivono il Vangelo. Questo progetto si inserisce quindi nel lavoro quotidiano, ordinario della Chiesa diocesana di Monreale, qui in Sicilia. Questo lavoro può trovare delle utili collaborazioni perché la Chiesa si rapporta al territorio in cui essa stessa vive e perciò cerca collegamenti, sponde con tutti coloro che hanno a cuore il bene di questo territorio. E per questo sono grato a quanti sono intervenuti. Con loro c’è la possibilità di costruire insieme.
La Chiesa deve intervenire su questi argomenti non ripetendo semplicemente e solamente le parole della società civile. Deve fare anche questo, certamente, per mostrarsi consapevolmente e convintamente partecipe di una sensibilità civile che è finalmente condivisa nella società oggi. Ma se vuole veramente essere efficace e lasciare il segno, non può non fare ricorso al suo patrimonio più peculiare: il Vangelo, secondo la tradizione cristiana.”1

Il progetto ha,dunque, lo scopo di porre al centro dell’attenzione un percorso formativo mirante all’affermazione del principio della Legalità e come valore civile e come valore cristiano in ottemperanza al dettame evangelico:”Date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.(Mt 22,21).
Inoltre riscoprire alcune figure di santità con cui riaffermare che la vera storia della diocesi normanna non può essere identificata con tutta una serie di criminali spietati,i cosidetti “corleonesi” che hanno seminato solamente morte e distruzione anche tra le popolazioni che ricadono sotto la giurisdizione canonica dell’arcidiocesi monrealese. Ma dai Santi come modelli da imitare e nella convinzione che il cammino di santità è il miglior vaccino contro ogni forma di violenza,di arroganza,mafia in primis. Anche per chi non crede,nella consapevolezza che il cammino di santità ha in se anche una grande valenza etico-sociale anche se non lo si può ridurre solamente a ciò,facendo cogliere anche le ricadute sociali del cammino di santità. La legalità,cioè ricordare anche i cosidetti martiri per la giustizia caduti nel territorio monrealese nell’adempimento del loro dovere di degni servitori dello Stato o di semplici cittadini con un forte senso etico(il capitano Basile,ucciso a Monreale nella notte tra il 3 e 4 Maggio del 1980.Il suo successore alla guida dei CC di Monreale il Capitano D’Aleo,se pur ucciso a Palermo in via Scobar,il Colonnello Russo e il prof.Costa,uccisi a Ficuzza a fine agosto del 1977 o 78,l’avvocato La Franca di Partinico,perchè difendeva le sue terre dai Vitale-Fardazza , e tanti altri ,purtroppo,la lista è davvero lunga,che ebbero i natali nel territorio monrealese: il vice-questore Ninnì Cassarà,partinicese e il Prof.Paolo Giaccone originario di Bisacquino. Altresì,sarebbe utile che si indagasse sul fatto che se queste persone uccise dalla mafia,svolgessero il loro dovere anche in ottemperanza ai valori cristiani oltre che etici e civili. Proprio perchè è arrivato il tempo di lottare la mafia soprattutto,da parte della Chiesa, con i valori propri del cristianesimo e dunque elaborare un discorso cristiano contro la mafia non in opposizione a chicchessia ma nella consapevolezza di ribadire l’identità cristiana delle nostre popolazioni e,dunque,la mafia come prima negazione di essa..
Dunque il dovere della memoria e della testimonianza sono due valori fondamentali per un popolo civile. Aveva ragione il grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia a dire che “il nostro è un paese senza memoria e senza verità ed io,per questo,cerco di non dimenticare”.


LA SANTITA’
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore,
con tutta l’anima e con tutte le forze.
Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore;
li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai»
Dt 6, 5-7
Siate dnque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Mt 5,48
Ad immagine del Santo che vi ha chiamati,
diventati santi anche voi in tutta la vostra condotta;
poiché sta scritto: Voi sarete santi, perché io sono santo.
1 Pt 1,15-16

Là dunque si ponga il cristiano, ove Cristo l’ha sollevato con sé; là diriga tutti i suoi passi, ove sa che fu salvata la natura umana. La passione del Signore, infatti, dura sino alla fine del mondo; e come nei suoi santi lui è onorato, lui è amato; e come nei poveri lui viene nutrito, lui viene vestito; così in tutti coloro che soffrono avversità per la giustizia, è lui che patisce. In pace con questo mondo non può stare se non chi ama questo mondo e non vi è mai società tra giustizia e iniquità, concordia tra verità e menzogna, accordo tra luce e tenebre.
(Leone Magno)
‘La nostra perfezione non consiste nel fare cose straordinarie
ma nel fare bene le cose ordinarie’
(S. Gabriele dell’Addolorata)
La santità “grande” consiste nel compiere i “doveri piccoli” di ogni istante.
(San Josemaria Escrivà ,Camino 817)
Con la parola santità si intende generalmente uno stato di vita ritenuto come un punto di arrivo nel cammino interiore e spirituale, secondo il punto di vista di una religione particolare. Ogni religione, infatti, ha un modello antropologico di riferimento, ovvero una concezione particolare della perfezione e della realizzazione dell’uomo, che dipende dai “contenuti” della religione stessa.
La santità nel Cristianesimo
Per il cristianesimo il modello di riferimento è Gesù Cristo, per cui la santità corrisponde nell’avvicinarsi il più possibile all’esperienza di vita, interiore, religiosa e morale, di Gesù Cristo.Nella tradizione cristiana si è espresso questa santità in maniere diverse:
La chiesa cattolica e la chiesa ortodossa, in particolare, hanno sempre dato particolare rilievo alla santità. La Chiesa cattolica da sempre promuove il culto dei santi, considerati per i cattolici degli importanti modelli di riferimento..
“La santità biblicamente intesa, viene definita dal termine CADOSH, appunto “santo”. Dio infatti nella Sua perfezione è Cadosh, Cadosh, Cadosh, cioè tre volte santo. Cioè sommamente e perfettamente santo. Dove la santità non è l’aureola o la riconoscenza del favore del popolo dei credenti ma l’essenza stessa di Dio. Dio è santo, cioè separato, tutt’altro; non è inquadrabile, non chiudibile in uno schema; neanche nella Parola di Dio stessa che rivela Dio ma non lo racchiude. Proprio per questo è importante l’azione continua dello Spirito Santo nell’autocoscienza della Chiesa (nel suo magistero e nella sua guida) e nel singolo fedele.
E’ grazie a questa trascendenza che Dio si fa immanenza, cioè compagno dell’uomo, in Gesù Cristo.
Interessante è considerare che il termine Cadosh deriva da Cadash, l’atto con cui viene reciso il cordone ombelicale. Cioè il gesto con cui si inizia una autonomia ed un’esistenza. Ecco perché non si può essere santi senza “tagliare” tutto ciò che è cordone ombelicale; ecco perché non si può maturare nella fede senza “odiare” tuo padre, tua madre, tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli, le tue sorelle e perfino la tua vita…;
ecco perché non si può essere adulti psichicamente se non si dice “fine” e il senso del limite di ciò che non è eterno. Porre il fine è definire, è riconoscere che tutto è un dono continuo di un Padre amoroso; anche la croce, qualunque essa sia, perché nel suo mistero svela chi sei veramente tu proponendo un iter di trascendenza.
Ogni sofferenza merita rispetto, silenzio, epokè, vicinanza, con-passione… ma anche questa è una “cosa finita” che non va assolutizzata ripiegando il nostro volto sul dolore.. perché la gioia è alla tua porta e bussa costantemente.
“Odiare”, tagliare il cordone ombelicale, santificarsi significa, allora, aprire quella porta e far entrare con Gesù tutti quelli che incontrerai. “ 2

La rilevanza conferita alla santità nella società contemporanea è l’esito di una lunga storia. Il culto dei santi fin dai primi secoli del cristianesimo ha rivestito un ruolo centrale dal punto di vista non solo religioso, ma anche sociale, politico e culturale.
Se nel periodo delle origini si trattò di un fenomeno esteso all’intera area del Mediterraneo, a partire dal medioevo, in particolare per il ruolo svolto dalla Chiesa romana nel riconoscimento ufficiale della santità, il culto dei santi ha acquisito in Occidente caratteristiche sempre più specifiche, destinate ad accentuarsi nel mondo cattolico dopo la Riforma protestante e il Concilio di Trento, coinvolgendo il continente americano e le altre terre di missione, e in maniera crescente in età contemporanea, in particolare durante il pontificato di Giovanni Paolo II.
Proprio perché il Vangelo divenga cultura e questo seme divino possa dare i suoi frutti più belli nella storia, noi cristiani vivremo nella compagnia degli uomini l’ascolto e il confronto, la condivisione dell’impegno per la promozione della giustizia e della pace, di condizioni più degne per ogni persona e per tutti i popoli, fiduciosi in un arricchimento reciproco per il bene di tutti.
È importante la presenza significativa dei fedeli laici negli ambienti di vita.
Scriveva il Servo di Dio Mons. Guglielmo Giaquinta, Vescovo:
Pensiamo ai santi come a degli uomini dalla immensa fede, non nelle proprie possibilità, ma nella forza divina che sola può risolvere i problemi. I santi hanno una speranza che non si lascia abbattere dalle mille difficoltà; possiedono una carità capace di misurarsi con il proprio fratello; immersi nella realtà del mondo e non estraniati da esso, con uno sguardo e un volto profetici ed escatologici.
Uomini coscienti che la loro vita, come quella di ogni uomo, dovrebbe avere le tre dimensioni: quella sociale, quella divina, quella della fedeltà. Santi che sentano l’eroismo come la regola ordinaria della vita, che sappiano correre il rischio che al termine della loro corsa non li attenda un arco di trionfo ma un calvario; che in ogni caso affrontino la quotidiana immolazione, come l’espressione della loro testimonianza.
Il mondo tormentato del domani potrà essere salvato e costruito solo da generazioni di autentici santi. 3
La Chiesa ha bisogno di santi. Tutti siamo chiamati alla santità, e solo i santi possono rinnovare l’umanità. Su questo cammino di eroismo evangelico tanti ci hanno preceduto ed è alla loro intercessione che vi esorto a ricorrere spesso. 4
Occorre riscoprire, in tutto il suo valore programmatico, il capitolo V della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, dedicato alla «vocazione universale alla santità».
Questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni «geni» della santità. Le vie della santità sono molteplici e adatte alla vocazione di ciascuno (…) ed esigono una vera e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle singole persone. 5
Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di «parlare» di Cristo, ma in certo senso di farlo loro «vedere». E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto davanti alle generazioni del nuovo millennio?
La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto.
Gesù è «l’uomo nuovo» che chiama a partecipare alla sua vita divina l’umanità redenta (…): solo perché il Figlio di Dio è diventato veramente uomo, l’uomo può, in lui e attraverso di lui, divenire realmente figlio di Dio. 6
” Il grande segreto della santità – ha scritto San Josemaría Escrivà- si riduce ad assomigliare sempre più a Lui, che è l’unico e amabile Modello.” 7
Voi e io facciamo parte della famiglia di Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà [Ef 1, 4-6]. La scelta gratuita di cui siamo oggetto da parte del Signore, ci indica un fine ben preciso: la santità personale, come san Paolo non si stanca di ripetere: Haec est voluntas Dei: sanctificatio vestra [1, Ts 4,3], questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione. Non dimentichiamolo, quindi: siamo nell’ovile del Maestro, per raggiungere questa vetta.
(Amici di Dio, 2)
La santità è intessuta di eroismi. Pertanto, nel lavoro ci si chiede l’eroismo di «portare a compimento» i lavori che ci spettano, giorno dopo giorno, anche se si ripetono le stesse occupazioni. Altrimenti, non vogliamo essere santi!
(Solco, 529)
Senza dubbio è un obiettivo elevato e arduo. Ma non dimenticate che santi non si nasce: il santo si forgia nel continuo gioco della grazia divina e della corrispondenza umana. Tutto ciò che si sviluppa — scrive un autore cristiano dei primi secoli, riferendosi all’unione con Dio — agli inizi è piccolo. Alimentandosi gradualmente, con continui progressi, diventa grande [San Marco Eremita, De lege spirituali, 172]. Pertanto ti dico che, se vuoi comportarti da cristiano coerente — so che le disposizioni non ti mancano, anche se spesso ti costa vincere o slanciarti verso l’alto con il tuo povero corpo —, devi mettere una cura estrema nei particolari più minuti, perché la santità che il Signore esige da te si ottiene compiendo con amore di Dio il lavoro, i doveri di ogni giorno, che quasi sempre sono un tessuto di cose piccole. 8
INCONTRO SU :
EVANGELIZZAZIONE E PROMOZIONE UMANA,LA TESTIMONIANZA E L’INSEGNAMENTO DEI SANTI.
ESPERIENZA DI ALCUNE FIGURE DI SANTITA’(Bernardo da Corleone ,Pina Suriano) COME MODELLI DI RIFERIMENTO.
LA LEGALITA’:
I MARTIRI PER LA GIUSTIZIA
"Dio ha detto: non uccidere! L'uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia,
non può calpestare questo diritto santissimo di Dio.
Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo
Cristo che è vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili:
convertitevi! Per amore di Dio. Mafiosi convertitevi.
Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte".
(Giovanni Paolo II, Agrigento 9 maggio 1993)
“Legalità è l’osservanza delle leggi. Differisce da legalismo, cioè osservare le leggi per se stesse. La funzione dell’osservanza delle leggi è di poter vivere ordinatamente affinché ci sia una convivenza civile. Ma le leggi devono essere ancorate alla giustizia. Quindi legalità, giustizia, bene comune, sono concetti che vanno insieme. Perché la Chiesa deve interessarsi della legalità? Perché la Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo sua appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale. Ma deve farlo, però, mettendo un di più: la charitas, l’agápe, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio diffuso nei cuori degli uomini. Pertanto il cristiano non può non caricarsi di questi problemi, omettendo di portare il suo specifico contributo. Il cristiano crede di vivere in comunione con Dio e cioè crede che lo Spirito Santo lo ha unito a Gesù Cristo. Il cristiano quindi partecipa di questo corale sforzo della società civile che favorisce la crescita di ogni uomo e ogni donna con lo specifico della carità, del dono dello Spirito, che attinge nella comunità ecclesiale di cui è membro.” 9
Alla legalità si lega fortemente il concetto di Giustizia.
Il Santo Padre,Giovanni Paolo II, nel messaggio per la giornata mondiale della pace 1998, dal titolo “Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti”, ha dichiarato in modo inequivocabile in cosa consiste la vera giustizia, affermando che essa ” è, allo stesso tempo, virtù morale e concetto legale, (…) difende e promuove l’inestimabile dignità della persona e si fa carico del bene comune…La giustizia restaura, non distrugge; riconcilia, piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima ragione, a ben guardare, è situata nell’amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia…”. Parole che sembrano riecheggiare il pensiero di Rosario Livatino, il quale era solito sostenere che da sola “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità”, perché il compito fondamentale di ogni magistrato non è “solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine…”.Nel 1975, con l’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Paolo VI aveva affermato in tono lungimirante che “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri , e se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni…” (n.41). Oggigiorno, difatti, non sono molti quelli disposti ad accettare con spirito passivo dei maestri per la propria vita, mentre tanti sono invece coloro che cedono al fascino dei testimoni, specie tra i giovani, che sono da sempre i più sensibili nel recepire il profondo mistero e la radicalità che promana da certe scelte esistenziali “forti”. Il maestro, infatti, sale in cattedra, addita una via, un ideale da seguire; il testimone, invece, è colui che vive questo ideale sulla propria pelle, che lo fa suo senza aver paura di mettersi in gioco, di arrischiare il tutto e per tutto. “A una teoria – ebbe a dire Evagrio Pontico – si può rispondere con un’altra teoria. Ma chi potrà mai confutare una vita?”
Nel corso dei tempi la Chiesa ha avuto sempre una particolare attenzione alla difesa e alla promozione della giustizia, sviluppatasi attraverso il magistero dei Papi. Ricordiamo l’enciclica Rerum Novarum (1891) di Leone XIII, in cui si afferma la scoperta dello stato di diritto, cioè lo sviluppo della concezione giuridica dello Stato che si reputa preposto alla realizzazione del bene comune. L’uomo viene prima dello Stato: questa concezione personalistica della società si precisa e si afferma con notevole forza nel magistero di papa Giovanni XXIII. Ricordiamo anche uno dei frutti del pontificato di Paolo VI, la Pontificia Commissione Iustitia et Pax da lui istituita nel 1967, l’organo della Sede Apostolica che ha come scopo lo studio e l’approfondimento, sotto l’aspetto dottrinale, pastorale e apostolico, dei problemi relativi alla giustizia e alla pace nel mondo.
“Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una città stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni”(Gaudium et spes , 43). Se la Giustizia, quella con la maiuscola, non è di questo mondo, ciò non consente agli inquilini della terra, e a maggior ragione ai cristiani, di incrociare le braccia, pensando che tanto è tutto inutile, e che è meglio attendere il Regno che verrà dove “misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 84, 11).
“La legge morale, il senso di giustizia – asserisce Mario Cicala – rivelano l’impronta di Dio nell’uomo e perciò postulano l’esistenza di Dio. Questa è a me sempre parsa la più convincente prova dell’esistenza di Dio. Senza di Lui la giustizia sarebbe un atroce inganno posto in essere dalla natura contro gli onesti, rendendoli preda degli immorali e dei disonesti…”.
La giustizia, noi lo sappiamo, è un attributo di Dio e giudicare non è un’azione facile. Giudicare, infatti, non vuol dire applicare alla lettera la legge, senza alcuna emozione o sentimento, ma vuol dire decidere secondo verità. Perché il “diritto per il diritto” non ha senso, in quanto tale esso sarebbe soltanto un’aberrazione del sistema giuridico, di quel “sacerdozio laico” che è la magistratura verso cui si appunta frequentemente lo sguardo dubbioso e diffidente della gente comune.
In quale giustizia credere quando il tributo pagato all’illegalità è una lunga scia di sangue?
Si è detto che è molto infelice quel popolo che ha bisogno di eroi. Perché vuol dire che esso non ha nel presente sufficienti energie morali per affermare il principio della legalità se deve attingere forza da un passato pieno di croci. Chi è impegnato nelle strutture pubbliche per dare attuazione a quelle regole di diritto naturale presenti nella legge dello Stato, adempie dunque ad un dovere cristiano.
Costruire la legalità. A partire da un sogno, lungamente accarezzato, a cui dare compimento, un giorno, tutti insieme, e per il bene di tutti. Ce lo spiega Giancarlo Caselli, il magistrato che per molti anni ha guidato la Procura più a rischio d’Italia, quella di Palermo, nella lotta contro la mafia: “Il sogno di riuscire a saldare davvero parole e vita, portando il messaggio evangelico fuori dalle sacrestie, fuori dai recinti delle comodità che tentano ciascuno di noi, per “abitare” il territorio, offrendo un modello di Chiesa nuova, capace di “armare” di fiducia soprattutto i giovani, altrimenti destinati – inesorabilmente – a restare invischiati nelle incertezze e nell’inesperienza…Il sogno di potere adempiere al proprio dovere, quotidianamente, in maniera semplice e piana: senza candidarsi a diventare per ciò stesso eroi o vittime sacrificali…”
“Illegalità, soprusi e mafie sono ancora interlocutori vincenti nei territori che non conoscono una presenza dello Stato che sappia garantire diritti e qualità di vita ad ogni cittadino. Il vero terreno su cui le mafie costruiscono il loro controllo è quello lasciato libero da una presenza capace di contrastare, sul piano del lavoro, della casa, della salute, dell’istruzione, della socializzazione libera e spontanea… (dei diritti, per dirla in breve) l’espandersi illegale di risposte a bisogni di fatto reali.
“Non è certamente un caso che le presenze significative, di coloro che hanno avviato una forte azione per riappropriarsi di un territorio spesso quasi “disabitato” (dal punto di vista della legalità e dei diritti), siano state spazzate via dalla violenza mafiosa. Fare l’elenco di tutti i morti che questa drammatica guerra ha ormai lasciato sul campo – conclude Caselli – non basta. Questi morti sono, e devono restare, memoria viva e inquietante. Dobbiamo ricordare – sempre – che se essi sono morti è anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi. Non abbiamo vigilato, non ci siamo sufficientemente scandalizzati dell’ingiustizia”. 10
Oggi,sostiene,il teologo moralista Prof.Giampiero Tre Re,
“….ci si interroga sulla possibilità di riconoscere il titolo teologico di martire a tutti coloro che, nella consapevolezza morale del popolo siciliano e secondo il “sensus fidei” di questa comunità ecclesiale, sono ritenuti come veri eroi dell’amore per l’uomo e per la giustizia.
Rivolgendosi ai genitori del giudice R. Livatino, Giovanni Palo II, nel maggio del 1993, parlò delle vittime della mafia come «martiri della giustizia ed indirettamente della fede». In altre occasioni il Pontefice aveva introdotto analoghi ampliamenti nel concetto di martirio, titolo tradizionalmente riservato a coloro che furono uccisi «in odium fidei», parlando ad esempio di «martiri per amore».
Dal momento che ci si interroga sulla possibilità di estendere il concetto di martirio a coloro che hanno immolato la loro vita per amore della giustizia, offriamo un primo contributo tramite una proposta. Si tratta di sottoporre il concetto di martirio al vaglio di quella “legge della crescita organica”, che regola lo sviluppo dottrinale, di cui per primo parlò esplicitamente S. Vincenzo di Lerino (Commonitorium I, 26) e che il Card. J. H. Newmann si applicò a perfezionare nel suo libro Lo sviluppo della dottrina cristiana. Di recente il concetto, noto col nome di «legge della gradualità» è stato ripreso dal magistero pontificio e sinodale ed applicato al campo pastorale e della pedagogia morale. Non è possibile condurre in questa sede un’analisi che richiederebbe ben altra cura ed attenzione. Non sarebbe affatto incauto, però, ipotizzare che l’applicazione al concetto di «martiri per la giustizia» dei criteri scoperti dal Lerinese e da Newman per discernere il genuino sviluppo di una dottrina dalla degenerazione approderebbe alla conclusione che ci troviamo di fronte ad un caso di autentico e legittimo sviluppo dottrinale. Nel concetto tradizionale di “martirio”, riconosciuto semper et ubique nella Chiesa sono infatti contenuti in nuce i criteri di ecclessialità, permanenza delle strutture originarie, coesione interna e potere esplicativo del concetto, che ritroviamo in seguito anche nell’idea di «martiri per la giustizia».
Estensione del concetto di martirio: osservazioni teologiche.
Il rischio, certo, è quello di banalizzare il senso del martirio cristiano stemperandolo in una sorta di generica religione civile. D’altra parte il titolo di martire che volentieri attribuiamo a R. Livatino, e P. Puglisi, a causa della coerenza del loro impegno civile con la loro fede cristiana, come potrà essere negato ad altri che a questi sono accomunati, non solo per aver sopportato il medesimo sacrificio, ma soprattutto nella coscienza collettiva, nell’ammirazione e nella stima della nostra gente?
Così come ogni martirio riceve la propria forma dall’offerta di senso che promana dal sacrificio della croce di Cristo a vantaggio dell’intera umanità, chiunque avrà avuto fame e sete di giustizia e avrà pianto per essa in questo mondo sarà saziato con la beatitudine riservata al martire. Proprio per il particolare fulgore col quale risplende in lui l’icona di Cristo crocifisso, il martire esprime meglio di noi ciò che siamo tutti noi. Proprio come nella grandiosa visione dell’Apocalisse, il martire fa sempre parte di una schiera (Ap, 7,9-14). Nella persona del martire si attua la concretezza di una Chiesa che è tutta intera, con il fatto stesso di esistere, testimone del mistero pasquale. La Chiesa non ha mai inteso attribuire il titolo di martire in esclusiva: venerando alcuni come martiri essa esalta il valore sotteso alla vita dei molti che noti o oscuri donarono se stessi per amore.
E’ stato sufficientemente messo in chiaro dalla teologia classica che il termine “martire” prima d’essere un titolo che noi attribuiamo, esprime un mandato per il quale il testimone è stato eletto con un atto sovranamente libero dello Spirito8; una missione che, tramite il sensus fidei, la comunità cristiana riconosce ad alcuni suoi membri e al cui compimento coopera con la propria conversione.
E’ comunemente ammessa l’esistenza di un agire salvifico “asintattico” da parte dello Spirito, un agire che sopperisce alle carenze storiche e alla inadeguatezza dei mezzi della predicazione ecclesiale per far giungere la salvezza a tutti gli uomini che cercano Dio con cuore sincero. Questo agire asintattico è un bene anche per la Chiesa visibile, che è in tal modo confermata nella sua serena docilità allo Spirito e alla gratuità della salvezza. Ciò fa sì che le dimensioni “reali” della Chiesa vadano molto al di là della semplice anagrafe battesimale, così come i confini della Chiesa visibile non siano perfettamente sovrapponibili a quelli della Città di Dio, come dolorosamente dimostra l’affacciarsi del fenomeno mafioso in una società nominalmente cristiana. Non dovrà dunque assolutamente stupire che il fenomeno della santità e del martirio possa verificarsi anch