Tante religioni: qual’ è la verità?


Testo di Massimo Introvigne

Relazione di Massimo Introvigne all’incontro organizzato dalla Pastorale Giovanile della Diocesi di Isernia-Venafro il 6 febbraio 2010 e concluso dal vescovo S.E. Mons. Salvatore Visco

La dittatura del relativismo

La domanda cui mi si chiede di rispondere è duplice: perché affermiamo che la religione cattolica è vera? E perché molti, in questa Europa che fu cristiana, oggi non ci credono più? La prima domanda è, propriamente, apologetica. La seconda richiede una lettura filosofica e teologica, oltre che sociologica, della storia.

Perché la prima domanda abbia un senso, è necessario anzitutto convincersi che esiste la verità e che la ragione umana è in grado di conoscerla. Benedetto XVI lo ha ripetuto più volte: preparata da una «dittatura del razionalismo» c’è oggi una «dittatura del relativismo» (Benedetto XVI 2009b). Questa dittatura c’impone di credere e di affermare che non esiste la verità. E che chi afferma che esiste una verità è fanatico, intollerante e fondamentalista.

Nel suo viaggio del settembre 2007 in Austria Benedetto XVI ha spiegato che la «questione essenziale» oggi non riguarda anzitutto la fede. Riguarda la ragione. Non si tratta di una precedenza ontologica – la fede, che salva, verrebbe prima della ragione – ma cronologica. Se non crediamo che alcune proposizioni possano essere vere, se anzi sosteniamo che non esistono in assoluto affermazioni vere, allora anche tesi come «Dio ci salva» o «Gesù è Dio» non possono essere vere, perché nessuna tesi lo è. Ecco dunque perché si deve partire dalla ragione, e perché ci si trova oggi in una situazione paradossale in cui è la Chiesa a doversi fare carico di difendere la ragione. La grande domanda è, come il Papa ha ricordato a Vienna, se la ragione «stia al principio di tutte le cose e a loro fondamento o no» (Benedetto XVI 2007a). Sulla base della risposta positiva a questa domanda, che nasce dall’eredità greca, dall’ebraismo e dal cristianesimo, si costruiscono propriamente l’Europa e l’Occidente.

Solo se si crede che la ragione sia un principio e fondamento universale si può credere nella verità. Credere, cioè, che alcune tesi e valori siano veri per tutti gli uomini in quanto tali. Mentre oggi si afferma che le tesi e le norme occidentali possono al massimo rivendicare una validità in e per l’Occidente: pretendere che siano «universali» sarebbe solo espressione di «etnocentrismo», d’imperialismo o di razzismo. Anzi, le tesi e i valori non occidentali sarebbero talora più genuini, spontanei e «in armonia con la natura», secondo la prospettiva di buona parte della tendenza New Age, come sottilmente insinua di questi tempi il film Avatar, il film più visto di tutti i tempi, prodigio della tecnologia – certo – ma anche veicolo di propaganda di una religione pagana della natura senza Dio e senza dogmi.

Purtroppo oggi – per citare ancora Benedetto XVI nel suo viaggio in Austria del 2007, tutto incentrato sul tema della ragione – c’è un’ampia parte della cultura europea che pensa che «la ragione sia un casuale prodotto secondario dell’irrazionale e nell’oceano dell’irrazionalità, in fin dei conti, sia anche senza un senso» (ibidem). Nel santuario austriaco di Mariazell il Papa ha mostrato come per l’Europa l’abbandono del primato della ragione porta a una «rassegnazione che considera l’uomo incapace della verità» (Benedetto XVI 2007b).

Dimostrare l’esistenza della verità e la capacità della ragione di conoscerla sono il compito della vera filosofia. È però anche possibile dimostrare storicamente che se non si crede nella verità non si riesce a costruire niente di solido e di buono. A rigore, non si può costruire neppure quella scienza che qualche volta pretende di contestare la filosofia.

Nel celebre discorso che ha tenuto il 12 settembre 2006 a Ratisbona (Benedetto XVI 2006) il Papa parte da un dialogo sulle rispettive religioni che vede contrapposti nel 1391 ad Ankara l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1350-1425) e un saggio musulmano (Manuele II Paleologo 2007). Cominciamo così a parlare, secondo il titolo che mi avete assegnato, anche del fondatore dell’islam, Muhammad (c. 570-632), ma il nostro tema per il momento è ancora la ragione.

Infatti nel 1391 certamente Manuele non può discutere invocando il Vangelo o la teologia in una disputa che si svolge di fronte a un pubblico musulmano: propone allora al suo interlocutore di discutere non sulla base della fede, ma della ragione. L’islamico accetta, ma il dialogo non va da nessuna parte perché Manuele e il musulmano hanno due idee diverse della ragione. Per l’imperatore greco la ragione è il fondamento filosofico di tutte le cose. Per il musulmano questo fondamento non esiste – il suo Dio, Allah, «non dipende da nessuno dei suoi atti» ( ibid., 54) e può cambiare ogni minuto le leggi che regolano il mondo, così che ogni conoscenza razionale è incerta e provvisoria.

Per l’islamico argomentare in base alla ragione significa semplicemente citare fatti empirici. La sua nozione di ragione è meramente strumentale. Come ha mostrato un grande sociologo, Rodney Stark, in diverse sue opere da questa nozione di ragione dell’islam può scaturire una raffinata tecnologia, ma non propriamente una scienza. Se Dio non dispone il mondo secondo ragione, se il reale e le sue leggi possono cambiare continuamente, allora di questo mondo non si può avere una conoscenza scientifica (Stark 2006, 2008).

Munito della sua nozione meramente strumentale di ragione, il musulmano usa nel quinto dialogo (cfr. ibid., 34-35) l’argomento che pensa chiuda la discussione: la prova della superiorità dell’islam sul cristianesimo è che le armate del Profeta stanno vincendo ovunque, e lo stesso impero di Bisanzio è ridotto a uno staterello. Naturalmente tre secoli dopo, quando a partire dalla sconfitta di Vienna nel 1683 i musulmani cominceranno a perdere le battaglie e le guerre, l’argomento potrà essere rovesciato. Ma non è questo il punto. Per Manuele II – e per Benedetto XVI – la vita, i diritti umani e la possibilità di convivere fra religioni diverse sono garantite solo da una fiducia nella ragione come strumento capace di conoscere la verità. Se manca questa fiducia, quale sia la verità è deciso da quali eserciti vincano, e oggi da chi sia più capace di fare esplodere bombe. La verità – e Dio stesso, che è verità – diventano semplici funzioni della violenza.

C’è dunque un argomento storico e pratico contro i relativisti. Questi ogni tanto sostengono che solo il relativismo garantisce la pace. È tutto il contrario: tra persone che credono diversamente solo una nozione comune di verità permette di fissare regole del gioco condivise. Se non c’è la verità non ci sono regole, e chi ha ragione lo decidono le armi e le bombe.

I quattro pilastri dell’Europa

Una volta stabilito che esiste la verità, possiamo chiederci quali sono le verità fondamentali sulla base delle quali viviamo. Dal momento che il mio campo sono le scienze umane, mi è più facile chiedermi quali verità hanno dato forma alla nostra società occidentale. Mi rispondo che sono sostanzialmente quattro: il senso religioso, come modo tipicamente occidentale di porre la domanda sulle origini e sul destino dell’uomo e del mondo; Dio, considerato come l’unica risposta adeguata a questo domanda; Gesù Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini; e la Chiesa, come luogo in cui Gesù Cristo si fa continuamente presente e incontrabile nella storia. Per i cattolici, evidentemente, questo schema ha un valore di verità teologica. Ma anche il sociologo o lo storico non cattolico sono obbligati a riconoscere che si tratta di elementi che hanno connotato la visione del mondo occidentale per molti secoli, e che hanno fatto dell’Europa quello che è.

Di nuovo, la filosofia – e la filosofia vera, amava dire un grande filosofo scomparso da pochi giorni, Ralph McInerny (1929-2010), è una sola – può aiutarci a provare che un Dio personale e creatore esiste. Il mondo non si è fatto da sé, così come io non mi sono fatto da solo, anzi è questa la mia esperienza fondamentale autenticamente umana. Negli Stati Uniti, e non solo, un buon numero di scienziati parla del «disegno intelligente»: il mondo è così complicato da non poter essere casuale. Nessuna scienza umana potrebbe creare anche qualche cosa che diamo per scontato come un albero o un fiore, e basterebbe una minima variazione delle condizioni del nostro universo per rendere la vita impossibile, il che rende davvero poco probabile che tutto sia sempre e soltanto casuale. Nella prima puntata di una delle poche serie televisive americane d’ispirazione cattolica, Joan of Arcadia, la protagonista incontra un personaggio che si presenta come Dio. In effetti è davvero Dio, ma comprensibilmente la ragazzina ha qualche difficoltà a crederci. Chiede un miracolo, e Dio le fa vedere un albero chiedendole: «Che ne dici di questo?». «Tutto qui?», ribatte Joan. Ma Dio risponde: «Prova a farlo tu!».

Ho citato Rodney Stark, forse il più autorevole sociologo delle religioni vivente. In un libro in cui annuncia la sua conversione dall’agnosticismo alla fede cristiana, Stark sostiene, da sociologo, che c’è un «disegno intelligente» anche nella società, che non potrebbe funzionare se l’uomo – con tutti i suoi difetti – non fosse creato da Dio e se una provvidenza non regnasse sulla storia. La stessa sociologia delle religioni, la materia di Stark, mostrerebbe una successione di religioni nella storia così ordinata da non potere essere casuale e da mostrare – senza ancora far entrare in gioco la fede – l’eminente plausibilità di un Dio che si rivela e la superiorità della rivelazione in Gesù Cristo e della Chiesa che la custodisce (Stark 2008). Secondo Stark un percorso anche soltanto sociologico mostra la superiorità del monoteismo sul politeismo, di un Dio personale che si rivela su un Dio ozioso o concepito come semplice essenza astratta, di una religione che predica solidi e completi principi morali rispetto a una che si disinteressa di ampi settori della morale come molte versioni del buddhismo e dell’induismo e quasi tutto l’antico paganesimo. Di qui la conversione del grande sociologo al cristianesimo, avvenuta paradossalmente proprio per via sociologica.

Intendiamoci: la sociologia non può sostituire la fede. Neppure Stark lo pensa. Tuttavia c’è un test cui possiamo sottoporre le religioni. È la loro conformità al diritto naturale, alla morale naturale. La ragione, a prescindere da qualunque libro sacro, può arrivare a conoscere principi morali quali il ripudio della violenza come strumento per far prevalere le proprie convinzioni filosofiche o religiose, i diritti fondamentali della persona, il valore della vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia monogamica e indissolubile fondata sull’unione di un uomo e di una donna come prima cellula della società. Oggi qualcuno pensa che questi valori «vadano bene per i cattolici», ma non valgano per i non cattolici e i non credenti. Ma non è così. Sono valori di ragione, non di fede. Quando il Papa afferma che la vita umana è tale fin dal concepimento, che l’uccisione dei malati e dei vecchi con l’eutanasia è una forma di assassinio, che la famiglia può svolgere il suo ruolo di cellula fondamentale della società solo se è monogamica ed eterosessuale, non sta enunciando verità di fede, ma verità di ragione. Che l’alimentazione e l’idratazione non siano cure mediche e che sospenderle significhi uccidere non sta scritto in nessun brano di Luca o di Matteo e neppure nel Corano, ma nel libro delle verità di natura che la ragione, se non è offuscata dall’ideologia, è in grado di leggere.

Quelli che Benedetto XVI definisce spesso i «valori non negoziabili» sono tesi di ragione, che il credente ha certo un motivo e forse uno slancio in più per difendere ma che s’impongono a tutti. Del resto, se la Chiesa invita a «non rubare», si dirà forse che si tratta di una norma dei Dieci Comandamenti che vale solo per i cristiani ma che non si può pretendere d’imporre agli altri? Forse i non credenti sono autorizzati a rubare?

Non tutto quello che si trova nelle Sacre Scritture è materia esclusivamente di fede. Nei Dieci Comandamenti Dio ha rivelato verità cui si può arrivare anche con la ragione – benché, naturalmente, trovandole nelle tavole del Decalogo si faccia più in fretta, senza troppo lambiccarsi il cervello. Se invece non fosse così, se non ci fossero regole valide per tutti, si potrebbe anche dire che il cattolico può non spacciare droga ma non può impedire a chi non è cattolico di farlo. Ci sono senz’altro infatti visioni del mondo e culture dove la droga è lecita, e anche fatwā di esponenti islamici ultra-fondamentalisti (l’Afghanistan insegna) secondo cui al musulmano non è lecito consumare droga ma è lecito coltivarla e anche venderla agli infedeli e ai nemici dell’islam, così contribuendo a fiaccarli nel fisico e nel morale. Se ne dovrà concludere che a chi ha una cultura diversa non possiamo imporre leggi contro lo spaccio di droga, altrimenti siamo razzisti ed etnocentrici?

O non dovremo concludere piuttosto che ci sono norme che valgono per tutti, colonne che reggono la società tutta intera? I valori e le verità accessibili alla ragione sono le regole del gioco chiamato società, dopo avere convenuto sulle quali ognuno – cristiano, musulmano o ateo – potrà giocare la sua partita e cercare di vincerla. Ma senza regole non ci sarà nessuna partita.

Se è così, abbiamo un criterio per valutare qualunque religione: la sua conformità alle regole di ragione. E qui il verdetto forse non è politicamente corretto ma è chiaro. Che si tratti del ripudio della violenza, della difesa dei diritti umani fondamentali – compresa la libertà di cambiare religione, che per esempio l’islam non riconosce ai musulmani –, del ripudio senza condizioni dell’aborto e dell’eutanasia, della difesa del matrimonio come istituzione esclusivamente eterosessuale, monogamica e indissolubile, solo la Chiesa Cattolica passa tutti i test. Gli stessi fratelli separati delle altre confessioni cristiane sono in gran parte favorevoli al divorzio, mentre la Chiesa Cattolica fu disponibile a perdere tutta l’Inghilterra piuttosto che accettare il divorzio anche in un solo caso, quello del re Enrico VIII (1491-1547). Parliamo qui naturalmente della Chiesa come istituzione che annuncia una dottrina: anche se i cattolici nella storia non sono sempre stati fedeli ai suoi insegnamenti.

Che cosa è andato storto?

I quattro pilastri del senso religioso, della fede in Dio, in Gesù Cristo e nella Chiesa hanno fatto l’Europa e l’Occidente, e sono il regalo gioioso e benevolo che l’Occidente ha fatto al resto del mondo. Ma oggi sembra che i pilastri tremino. Com’è potuto succedere? Che cosa è andato storto? Nell’enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI ci ricorda la più antica delle verità: il male – anche il male sociale, che determina le crisi politiche ed economiche – ha sempre la sua origine nel peccato. «La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società» (Benedetto XVI 2009a, n. 34).

Quando entra nella vita sociale e nella storia il peccato originale si manifesta come peccato attuale. Una scuola di pensiero cattolica – che, certo accanto ad altre scuole, ha influenzato diversi documenti del Magistero sociale – è quella detta contro-rivoluzionaria. Ha questo nome perché nasce con la critica della Rivoluzione francese, anche se non si limita a sterili nostalgie del passato e analizza in profondità la crisi della coscienza europea, che è ben più antica del 1789. In una classica formulazione – quella del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) – questa scuola descrive la scristianizzazione dell’Europa come un processo, che chiama Rivoluzione, intendendo con questa parola non un evento storico specifico ma la rottura dei legami religiosi, politici, economici e morali che tenevano insieme l’Europa cristiana. Lo schema distingue quattro Rivoluzioni che attaccano l’ordine naturale e cristiano cercando di spezzare prima i legami religiosi con la Riforma protestante (I Rivoluzione), poi i legami politici con la Rivoluzione francese (II Rivoluzione), quindi i legami economici con la Rivoluzione comunista (III Rivoluzione), infine i legami micro-sociali della famiglia, quelli fra madre e figlio con l’aborto e perfino quelli dell’uomo con sé stesso e interni al corpo umano con la droga e l’ideologia di genere (IV Rivoluzione: cfr. Corrêa de Oliveira 2009). Il gesto del medico abortista che taglia il cordone ombelicale non per la vita ma per la morte simboleggia in un modo che più tragicamente eloquente non potrebbe essere l’opera della Rivoluzione, che non sopporta i legami e li distrugge.

Ritroviamo l’eco delle tesi degli autori contro-rivoluzionari in un celebre discorso di Pio XII (1939-1958) del 1952. Si tratta del discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12 ottobre 1952, dove il Papa si serve di una formula che descrive la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica precisamente attraverso tre tappe: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII 1952).

«Cristo sì, Chiesa no» è inteso da Papa Pio XII con riferimento alla rottura protestante, che nega la continuità della missione di Gesù Cristo nell’unica Chiesa cattolica. Ma all’interno del mondo protestante ci sono gruppi radicali che vanno anche oltre. Vi è infatti chi sostiene che la Chiesa è talmente corrotta che non è più possibile riformarla ma soltanto rifondarla. In genere questa rottura ecclesiologica è accompagnata da innovazioni teologiche radicali rispetto alla tradizione cristiana. Gruppi come i mormoni o i Testimoni di Geova portano alle estreme conseguenze la rottura ecclesiologica, che diventa anche teologica, proponendo nuove dottrine e nuove scritture. Così perdiamo la Chiesa, che è uno dei pilastri essenziali ed è la sola istituzione in grado di definire e quindi difendere costantemente nella storia le verità e i valori morali naturali e cristiani.

«Dio sì, Cristo no» è propriamente lo slogan del deismo illuminista, che diventa rapidamente l’ideologia anche della massoneria moderna fondata a Londra nel 1717. Dio c’è, si dice, ma ne sappiamo pochissimo e certamente non si è incarnato in Gesù Cristo. Questo deismo porta qualche volta a riscoprire culti dell’antichità pagana, «reinventati» in un modo più o meno fantastico (egizi, greci, romani); altre volte porta all’incontro con le religioni orientali e a clamorose conversioni d’intellettuali europei al buddhismo o all’induismo. La presenza di occidentali entusiasti dell’Oriente non sfugge a esponenti importanti delle religioni orientali, che – anche come reazione organizzata alle missioni cristiane nei loro Paesi – iniziano a promuovere vere e proprie «contro-missioni» che arrivano fino all’invasione di guru e maestri orientali che vediamo in America e in Europa ai nostri giorni.

Oggi è «politicamente corretto» parlare solo degli aspetti positivi delle religioni orientali. Certo, esse manifestano una certa religiosità naturale e sono meno lontane dalla verità rispetto all’ateismo. È anche comprensibile che si sia riluttanti a parlare male, in particolare, del buddhismo a fronte delle persecuzioni che subisce da parte del comunismo cinese in Tibet o del regime social-comunista in Birmania. Tuttavia la verità non si deve tacere. Un sacerdote cattolico convertito dall’induismo, che aveva a lungo praticato giungendo a diventare segretario di un guru molto famoso come il Maharishi Mahesh Yogi (1918-2008), il maestro dei Beatles, don Joseph-Marie Verlinde, stabilisce una distinzione fondamentale fra mistiche naturali e mistica trascendente, che è poi la distinzione stessa fra l’esperienza religiosa induista e buddhista, analoga (ma non identica) a quella di certi movimenti occidentali di matrice esoterica e della nuova religiosità, e l’esperienza religiosa cristiana. Quest’ultima «orienta verso un Dio personale, in vista di un incontro che si espande in una comunione d’amore rispettando l’alterità» (fra Dio e l’uomo: Verlinde 1988, 77). L’«altra» esperienza invece porta a rientrare sempre più profondamente in se stessi, fino a rimanerne prigionieri in un «narcisismo senza Narciso» (ibid., 81: la formula è del missionario e indologo francese don Jules Monchanin, 1895-1957).

Verlinde richiama l’espressione «enstasi», che lo storico delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) distingue rigorosamente dall’estasi: nell’«enstasi» si entra sempre di più in se stessi – e ci si chiude a ogni possibile trascendenza –, mentre nell’estasi ci si apre al di fuori di sé verso un Dio trascendente. Verlinde cita, al riguardo, un brano dell’indologo francese Jean Varenne (1926-1997) secondo cui il neologismo coniato da Mircea Eliade va usato per tradurre l’espressione indiana samadhi, a proposito della quale «la traduzione “estasi”, che è talora stata proposta, è del tutto erronea. Lo yogi in stato di samadhi non “esce” affatto da se stesso, non è “rapito’ come lo sono i mistici; esattamente al contrario rientra completamente in se stesso, si immobilizza totalmente per l’estinzione progressiva di tutto quanto causa il movimento: istinti, attività corporale e mentale, la stessa intelligenza» (ibid., 71).

Beninteso, le tecniche sono le più varie – e l’induismo non è identico al suo scisma di successo, il buddhismo –; ma l’esperienza rimane sempre «enstatica» e non veramente estatica. Nel 1989 la Congregazione per la Dottrina della Fede, preoccupata per la diffusione di tecniche derivate dal buddhismo e dall’induismo anche in ambienti cattolici, pubblicò la lettera Orationis formas dove s’invita fra l’altro a non confondere l’«assoluto senza immagini e senza concetti» del buddhismo con il Dio cristiano (Congregazione per la dottrina della fede 1989, n. 12).

Questa religiosità che vorrebbe sostituire il cristianesimo non riesce peraltro a incidere sulla società e abbandona la politica alle ideologie. Ne nascono gli orrori della modernità, a partire dal Terrore della Rivoluzione francese in cui il filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant (1724-1804) – che pure di fronte agli avvenimenti di Francia si era inizialmente illuso – vedeva, in un brano ricordato da Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi, il regno dell’«Anticristo», «fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo», e «la fine (perversa) di tutte le cose» (Benedetto XVI 2007c, n. 19).

«Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato». La Rivoluzione si disvela come ripudio di Dio anzitutto nelle ideologie del XX secolo. Il comunismo, come ha ricordato Benedetto XVI nel suo viaggio del settembre 2009 nella Repubblica Ceca, instaura una «dittatura basata sulla menzogna» (Benedetto XVI 2009c), fa cadere l’Europa Orientale in un «lungo inverno» (Benedetto XVI 2009d), e mostra a quali assurdità giunge l’uomo quando esclude Dio dall’orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni» (Benedetto XVI 2009e). Questa ideologia senza Dio – ha detto il Papa il 4 dicembre 2009 parlando al concerto offerto in suo onore dal presidente della Repubblica Federale Tedesca in occasione dei vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino – ha determinato, negando la differenza essenziale fra il bene e il male, «una lunga e sofferta notte di violenza ed oppressione per un sistema totalitario che, alla fin fine, conduceva in un nichilismo, in uno svuotamento delle anime. Nella dittatura comunista, non vi era azione alcuna che sarebbe stata ritenuta male in sé e sempre immorale. Ciò che serviva agli obiettivi del partito era buono – per quanto disumano poteva pur essere» (Benedetto XVI 2009f).

Anche dopo la caduta del comunismo, peraltro, non manca chi propone ideologie senza Dio, una cultura senza Dio e perfino religioni o spiritualità senza Dio come il New Age, dove qualche volta ritorna un fondo buddhista ma coniugato con l’ecologismo, il ritorno del paganesimo, la magia.

Il New Age non nega solo Dio. Rifiuta spesso anche la religione, preferendo parlare di «spiritualità» e negando che il modo in cui l’Occidente ha posto storicamente la domanda sul sacro sia ancora valido. Infatti l’Occidente ha concepito la sua relazione con il sacro come un discorso, mentre ci sarebbe spazio solo per un percorso. Quello del New Age è un relativismo integrale e apparentemente insuperabile: tutto quanto può essere formulato è dichiarato di per sé non autentico. E tuttavia la diffusione di questi presunti cammini di pace e di amore si accompagna quasi sempre a forme gravemente irrispettose del diritto naturale, che propagandano l’aborto, l’eutanasia, il rifiuto della nozione naturale di famiglia. Oggi non c’è fiera del New Age dove non compaiano gli stand degli attivisti dell’eutanasia e del matrimonio omosessuale.

Il percorso rivoluzionario di progressiva negazione della Chiesa, del ruolo di Gesù Cristo, di Dio e del senso religioso non contempla nessun lieto fine. Ma – in questa fine della corsa che è il nostro XXI secolo – può forse darci una scossa salutare e convincerci che sì, esiste la verità, e sì, esistono anche verità religiose, dunque errori e perfino orrori religiosi, una religione vera e tante religioni a diverso titolo false. Dire questo non comporta violare la libertà religiosa di nessuno. Questa si riferisce ai rapporti tra le religioni e lo Stato laico moderno, che non deve interferire nel processo di formazione della convinzione religiosa. Ma – come afferma l’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate – «la libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali» (Benedetto XVI 2009a, n. 55). Oggi la tesi relativista forse più diffusa è che tutte le religioni sono uguali. Io ho la mia religione, si dice, tu hai la tua, solo i fanatici pensano che una religione sia vera e l’altra falsa. Il Papa ci dice – a scandalo dei pavidi e dei buonisti – che non è così.

Per utilizzare una metafora calcistica – che naturalmente è mia, non di Benedetto XVI – lo Stato laico moderno, che si dichiara incompetente in materia religiosa, può svolgere solo un ruolo di arbitro. Gli arbitri non scendono in campo, né – neppure nei casi più estremi di arbitri «venduti» – cercano di segnare nella porta di una delle due squadre in campo. Ma i giocatori sì. Una volta garantita l’imparzialità dell’arbitro, la Chiesa rivendica il suo diritto e dovere di giocare la partita per vincerla. Non c’è contraddizione, ma distinzione di ruoli fra arbitro e giocatori. Lo Stato non può interferire nel processo di adesione a una dottrina religiosa. La Chiesa ha la missione di organizzare questo processo, aiutando a esercitare un «discernimento» (ibidem) perché per chi non è relativista non è affatto vero che «tutte le religioni siano uguali». Tanto deve mostrare oggi un’apologetica attenta alla storia.
Riferimenti
Benedetto XVI. 2006. Discorso ai rappresentanti della scienza, Aula Magna dell’Università di Regensburg [Ratisbona], del 12-9-2006, disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2007a. Incontro con le autorità e con il corpo diplomatico di Vienna, Hofburg, Vienna, del 7-9-2007. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2007b. Omelia della Santa Messa per l’850° anniversario della fondazione del Santuario di Mariazell, Mariazell (Austria), dell’8-9-2007. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2007c. Lettera enciclica Spe salvi sulla speranza cristiana, del 30-11-2007. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2009a. Enciclica Caritas in veritate, del 29-6-2009. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2009b. Discorso all’Udienza Generale, 5-8-2009, San Giovanni Maria. Vianney, il Santo Curato d’Ars. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI 2009c. Intervista concessa dal Santo Padre ai giornalisti durante il volo verso la Repubblica Ceca (26 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI 2009d. Celebrazione dei Vespri con Sacerdoti, Religiosi, Religiose, Seminaristi e Movimenti Laicali (Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto di Praga, 26 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI 2009e. Santa Messa nell’Aeroporto Tuřany di Brno (27 settembre 2009). Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Benedetto XVI. 2009f. Discorso al termine del Concerto in onore del Santo Padre Benedetto XVI, offerto dal Presidente della Repubblica Federale di Germania, S.E. il Sig. Horst Köhler, in occasione della ricorrenza del 60mo della fondazione della Repubblica Federale di Germania e nel 20mo anniversario della caduta del muro di Berlino, del 4-12-2009. Testo diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.
Congregazione per la dottrina della fede. 1989. Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica Orationis formas, su alcuni aspetti della meditazione cristiana. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano.
Corrêa de Oliveira, Plinio. 2009. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, a cura di Giovanni Cantoni. Sugarco, Milano.
Manuele II Paleologo. 2007. Dialoghi con un musulmano. VII discussione. Testo critico greco e note a cura di Théodore Khoury, con traduzione italiana di Federica Artioli a fronte. Edizioni Studio Domenicano – Edizioni San Clemente, Bologna – Roma.
Giovanni Paolo II. 1999. Discorso all’udienza generale del 18-8-1999. Disponibile sul sito Internet della Santa Sede all’indirizzo abbreviato .
Pio XII. 1952. Discorso «Nel contemplare» agli uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12-10-1952. In Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol. XIV, pp. 353-362.
Stark, Rodney. 2006. La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza. Trad. it. Lindau, Torino.
Stark, Rodney. 2008. La scoperta di Dio. L’origine delle grandi religioni e l’evoluzione della fede. Trad. it. Lindau, Torino.
Verlinde, Joseph-Marie. 1998. L’Expérience interdite. De l’ashram au monastère. Saint-Paul, Versailles.

Cento pittori siciliani del passato….

Di Felice Dell’Utri

Presentazione
Si rendeva necessario, dopo circa 15 anni, un aggiornamento, del Dizionario degli artisti siciliani (Pittura), di Luigi Sarullo, edito nel 1993 dalla casa editrice “Novecento” di Palermo, che, come sottolinea Felice Dell’Utri, Conservatore del Museo Diocesano del Seminario di Caltanissetta, nella sua premessa «. . .di fatto annullò il precedente, opera di Sgadari Di Lo Monaco», ha rappresentato per gli studiosi e appassionati d’arte una fonte importante per le loro ricerche e per i loro studi.
L’avere “aggiunto”, con la presente pubblicazione, cento nomi nuovi di artisti siciliani del passato, inediti o poco conosciuti, rappresenta, per tutti coloro che si interessano di arte, un motivo di particolare interesse, per l’approfondimento e l’aggiornamento di notizie circa nuovi pittori e la loro produzione artistica, che contribuisce a migliorare l’informazione culturale e di conseguenza la valorizzazione del patrimonio artistico in Sicilia.
Le notizie su cento nuovi pittori dunque, non presenti nel sopra citato Dizionario, sono il frutto di accurate ricerche e catalogazione delle opere, spesso inedite, presenti in musei, gallerie, chiese e collezioni private in particolare.
Molti sono gli artisti pittori siciliani del secolo scorso, di rinomata fama, come Cutino, Zangara, Buttitta ed altri, purtroppo deceduti in questi ultimi anni, che vengono a fare parte del presente aggiornamento. Tuttavia fra i nuovi nomi fanno parte anche numerosi pittori vissuti ed operanti nei secoli precedenti come Sebastiano Maio di Gratteri (sec. XVI), La Manna Giovanni Forte, di Calascibetta (sec. XVII), Angelo Falduzzi di Caltanissetta (sec. XVIII), ed altri.
Bene fa a sottolineare il Dell’Utri che i cento artisti trattati in questa nuova sua pubblicazione, sono pittori professionisti «. . . che hanno dato un contributo artistico notevole, riconosciuto da autorevoli critici e che hanno lasciato le loro opere anche in collezioni pubbliche oltre a quelle private».
Un aggiornamento pertanto assai utile che sicuramente verrà apprezzato non solo dagli indenditori d’arte.
Va ricordato infine che, come spesso avviene, potrebbe non figurare nell’elenco dei nuovi nomi qualche valido pittore (le ricerche, soprattutto in questo settore, non sono mai definitive). Ma ciò non può assolutamente sminuire l’impegno, la competenza, la serietà, la correttezza di uno studioso, come Dell’Utri, autore di numerose pubblicazioni d’arte,fra cui Vincenzo Roggeri-pittore siciliano del XVII secolo,che ha dato e continua a dare il proprio contributo per una migliore e corretta informazione culturale.

Rosolino La Mattina
Già restauratore capo della Sovraintendenza
dei Beni Culturali
Sez.Storico-Artistica di Palermo.

Felice Dell’Utri,Cento pittori siciliani del passato.Inediti o poco conosciuti.Edizioni Lussografica,2009.

Santi in politica,dalla Sicilia alla Tanzania.

Santa Mafia…..


di Petra Reski

Definire la mafia “santa” è una chiara provocazione poiché essa non lo è stata,non lo è e non lo sarà mai. Anzi,la mafia è ciò che di più anticristiano,oltre che disumano,possa esistere. Non uccidere,sta scritto nel decalogo consegnato da Dio a Mosè!Eppure i rapporti tra Chiesa e mafia,nel mezzogiorno d’Italia hanno seguito tre momenti:
1-quello del silenzio;
2-quello della denuncia con le parole della società civile;
3-quello della denuncia elaborando un discorso cristiano di resistenza alla mafia;.
Circa il primo ,il silenzio della Chiesa non fù di stampo connivente,ma perfettamente adeguato a quello della società civile che sottovalutava il fenomeno mafioso poiché esso era radicalmente sommerso. E’ il caso della famosa definizione che il cardinale di Palermo,Ernesto Ruffini,diede della mafia rispondendo ad una domanda di un giornalista:”che cos’è una marca di detersivo?”disse Ruffini. Proveniente da Mantova,arcivescovo di Palermo dal 1945 al 1967,si trovò ad esercitare il suo ministero di vescovo e di cardinale in un periodo storico,quello del dopoguerra, in cui la mafia si stava trasformando da “agraria” a “cittadina”.Da li a poco,i corleonesi avrebbero iniziato la loro discesa su Palermo,concentrando la loro attenzione sugli appalti pubblici e sul cemento. Il “sacco” di Palermo,con i vari Vito Ciancimino,Salvo Lima,l’on.Gioia e tanti altri politici compiacenti,tutti pupi nelle mani dei corleonesi, ne è,ancora oggi, una prova provata.
Il secondo fù quello degli anni ’80 e ’90,nei quali la mafia al cemento unì il lucroso traffico della droga e gli omicidi eccellenti. Fù allora che il cardinale Salvatore Pappalardo incominciò a gridare contro di essa ma con le parole stesse della società civile. Famosa la sua omelia per i funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in cui paragonò Palermo a Sagunto: “delenda est”.Bisognerà aspettare ancora un po’ perché la coscienza ecclesiale maturasse una sua riflessione propria sul fenomeno mafioso,inteso come struttura di peccato e,dunque,da combattere con le categorie evangeliche:conversione e santità di vita.
Il terzo momento ebbe inizio con il grido storico di Giovanni Paolo II nella valle dei templi di Agrigento,nel maggio del 1992,”mafiosi convertitevi,un giorno verrà il giudizio di Dio”.La risposta della mafia non si fece attendere,nel settembre dello stesso anno fu ucciso,a Palermo, don Pino Puglisi,parroco di Brancaccio,non perché prete antimafia,ma perché,semplicemente prete.
Gli studi sulla “religiosità”dei mafiosi non si contano:dai riti di iniziazione con il bruciare le immagini sacre,all’uso della Bibbia di Bernardo Provenzano.Finalmente,però,anche da queste parti,la chiesa prende le distanze dai mafiosi e dai loro crimini efferati.Molta strada è ancora da fare…..

Il libro di Petra Reski, da vent’anni corrispondente in Italia per la stampa tedesca, è un lungo viaggio di ritorno da Palermo a Duisburg. La ricostruzione di un mosaico di luoghi, persone e vicende che parte dalla Sicilia e sale seguendo le rotte della criminalità:
Calabria, Campania, su fino al ricco nord-est. E poi ancora oltralpe, nella sua Germania, terra di elezione della mafia, dove non esiste il reato di associazione mafiosa e non sono ammessi l’uso intensivo delle intercettazioni e la confisca dei beni.
Nell’edizione originale il libro è uscito censurato per volontà dell’autorità giudiziaria tedesca, intervenuta su richiesta di alcuni personaggi i cui nomi sono ben noti perché figurano nelle informative di polizia (sia italiane che tedesche), nei documenti giudiziari, in numerosi resoconti giornalistici. Tuttavia, di loro non si può parlare in un libro; la gente deve continuare a ignorare il problema. L’edizione italiana poteva scegliere di eliminare semplicemente queste parti del testo; invece ha deciso di riportare le medesime righe nere sulle parole che sono costate a Petra Reski intimidazioni e minacce. Perché il lettore abbia una chiara immagine del bavaglio con cui il potere cerca costantemente di ridurre al silenzio il giornalismo più coraggioso.

Duisburg, agosto 2007. Davanti al ristorante Da Bruno vengono ritrovati i cadaveri di sei uomini, tutti calabresi, crivellati da 70 proiettili. Sarà chiamata la Strage di Ferragosto: il primo segno evidente della penetrazione delle mafie italiane nel mondo, della lenta ma inarrestabile colonizzazione portata avanti dai “cafoni” in Francia, Spagna e Germania. Ed è proprio qui, nel cuore produttivo d’Europa. che la mafia ha da tempo indirizzato i propri traffici, non solo per farli fruttare ma soprattutto per “ripulirli”: alberghi, pizzerie, ristoranti di lusso ma anche conti correnti e finanziarie.

Petra Reski,Santa Mafia.Da Palermo a Duisburg:sangue,affari,politica e devozione.Traduzione di Valentina Tortelli.Nuovi Mondi,2009

NON DIMENTICHIAMO LA TERRA DI MEZZO!

La scuola secondaria di I grado (ex scuola media), tra annunci riguardanti l’esame di maturità e la riforma imminente della scuola superiore, sembra giacere dimenticata in un angolo.
In realtà non è trascorso nemmeno un anno da quando il Consiglio dei ministri approvava lo Schema di regolamento sulla scuola dell’infanzia e il primo ciclo (27 febbraio 2009) convertito poi in Dpr 89/09 e pubblicato in GU il 15 luglio 2009.
In esso è contenuta la più recente revisione dell’assetto ordinamentale della scuola media, cui è assegnato un orario annuale obbligatorio di 990 ore (corrispondente a 29 ore settimanali, più 33 ore annuali da destinare ad attività di approfondimento riferite agli insegnamenti di materie letterarie) e un monte ore per le classi a tempo prolungato determinato mediamente in 36 ore settimanali, elevabili fino a 40. Il testo normativo stabilisce che i piani di studio siano “funzionali alle conoscenze e alle competenze da acquisire da parte degli alunni in relazione alle diversità individuali, comprese quelle derivanti dalle disabilità”. Poi, fatta salva l’autonomia degli istituti, sono indicati i quadri orario settimanali.
Il segmento intermedio della scuola italiana è tuttavia fotografato anche da altri spunti.
Nella prova nazionale 2008/09 predisposta dall’Invalsi al termine del I ciclo, i ragazzi italiani sono stati in grado di conseguire (secondo la sintesi pubblicata dall’istituto) nella prova d’italiano un punteggio medio grezzo pari a circa il 67% di quello massimo conseguibile, e nella prova di matematica un punteggio medio grezzo corrispondente a circa il 64% di quello che si poteva ottenere. Se si considerano le tre parti della prova d’italiano, si riscontra che, a livello nazionale, i ragazzi hanno avuto minore difficoltà a rispondere ai quesiti di grammatica, fornendo risposte corrette in media al 71% dei quesiti, mentre tale percentuale scende al 65,9% per i quesiti relativi al testo narrativo e al 64,6% di quelli del testo espositivo.
Per la prova di matematica, invece, si riscontrano risultati più diversificati tra i diversi ambiti; gli esiti sono stati in genere molto buoni per i contenuti relativi ai numeri naturali, frazioni e decimali, numeri interi, rapporti, proporzioni, percentuali, per i quali le risposte corrette superano in media l’80%; per altre aree di contenuto come quella relativa a “Relazioni e funzioni” i risultati sono meno soddisfacenti.

L’aspetto che preoccupa di più chi riflette sulle statistiche riguarda le differenze significative tra il Centro-nord ed il Sud del Paese sia in matematica che in italiano. In generale, si osserva che gli allievi del Centro-nord conseguono risultati significativamente più elevati rispetto a quelli del Sud.

Come se non bastasse, le rilevazioni Ocse-Pisa, che misurano le competenze dei 15enni, da qualche anno inchiodano la scuola media, a risultati in uscita altrettanto insoddisfacenti.
Nella competenza matematica gli studenti italiani registravano nel 2006 una media di 466 contro una media Ocse di 500 e in lettura una media di 476 contro la media Ocse di 494.
Gli stessi risultati della prove IEA offrono un quadro molto negativo, dal quale emerge che la scuola media è un nodo di particolare criticità nel sistema di istruzione del Paese.
Una constatazione tanto più preoccupante se si considera la centralità di questo segmento nella crescita dell’identità affettiva e culturale dell’adolescente, così come nella sua maturazione scolastica e infine nella prospettiva dell’orientamento al grado superiore.
Paradossalmente non si può dire che le misure riformatrici siano mancate nel corso degli anni.
La scuola media attuale nasce con la legge n.1859 del 31 dicembre 1962 che prevede l’abolizione della scuola di avviamento al lavoro con la creazione di una scuola media unificata che permetta l’accesso a tutte le scuole superiori.

Nel 1979 ebbe programmi nuovi e molto discussi: nell’educazione linguistica il latino scompare completamente dall’insegnamento a vantaggio dell’Italiano e delle lingue straniere. La scuola media si propone di alfabetizzare e di socializzare gli alunni che hanno un retroterra sociale e culturale ampiamente differenziato.

Solitamente attratta più dal ciclo di base primario che da quello superiore (il Ministro Berlinguer tentò di uniformarla al primo ciclo), la scuola media nel 2003, con la riforma Moratti, cambia invece identità e si denomina “superiore di I grado”.
Nel 2003 ebbe anche nuovi programmi (le Indicazioni nazionali per i Piani di studio personalizzati) che nel 2007 furono trasformati, in alcuni casi con profonde revisioni, nelle Indicazioni per il curricolo, intonate al tema della cittadinanza e attualmente in vigore.
Cambia tu che cambio io, la ex scuola media al fondo non cambia e la veste esterna, pur mutata, non riesce a mascherare una profonda crisi di identità, nella quale sono coinvolti non solo i ragazzi ma anche gli insegnanti.
Che fare? La crisi non si supera solo con gli interventi legislativi e i dibattiti pubblici.
Occorrono docenti capaci di dare una forma nuova alla loro professione; occorre il coraggio di dire ai ragazzi ciò che è essenziale e che cosa non lo è.
Occorre cioè una proposta educativa, questo è il punto, non imposta dall’esterno a tutti, ma espressiva di un soggetto adulto appassionato alla realtà.
NORMATIVA
Esame di Stato 2009/2010 – Individuazione delle materie oggetto della seconda prova scritta negli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio ordinari e sperimentali di istruzione secondaria di secondo grado – Scelta delle materie affidate ai commissari esterni delle commissioni (D.M. n. 5 del 15 gennaio 2010)

Esame di Stato 2009/2010 – Norme per lo svolgimento per l’anno scolastico 2009-2010 degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria di secondo grado nelle classi sperimentali autorizzate
(D.M. n. 6 del 15 gennaio 2010)

Esame di Stato a.s. 2009/2010 – Esame preliminare: partecipazione dei candidati agli esami di Stato. Ammissione all’esame ai sensi del D.M. 99 del 16 dicembre 2009

Trattenimenti in servizio – Personale della scuola – Direttiva concernente i nuovi criteri in materia di trattenimento in servizio del personale dipendente. Applicazione art. 72, commi 7 e 11, della legge 133 del 6 agosto 2008

Cittadinanza e Costituzione – On line il sito web e l’ambiente di formazione per docenti e dirigenti delle scuole di ogni ordine e grado.

Rilevazione esiti scrutini – Scrutini intermedi a.s. 2009/10 – Scuole secondarie di I e II grado statali e non statali. La rilevazione avrà inizio il 2 febbraio 2010 e si concluderà il 16 febbraio 2010.

Alfabetizzazione motoria scuola primaria – In linea la sezione dedicata al progetto pilota nazionale M.I.U.R.– C.O.N.I. – P.C.M.. Periodo di attuazione 15 febbraio – 31 maggio 2010

Integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana – Chiarimenti operativi in merito alla circolare ministeriale n. 2 dell’8 gennaio 2010

Mobilità – Indicazioni per la presentazione via web delle domande di mobilità per il personale della scuola primaria e secondaria di primo grado

Valorizzazione delle eccellenze – Scade il 31 marzo 2010 il termine per la presentazione delle proposte di gare e competizioni, nazionali e internazionali, che saranno organizzate per l’a.s.2010/2011, da parte dei soggetti interni ed esterni all’Amministrazione scolastica, già accreditati

Bando di concorso per la selezione di Esperti Nazionali Distaccati (posizioni aperte fino al16/2/2010)
Premio “A scuola di innovazione” promosso dal Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione
Pareri della VII Commissione del Senato sulla riforma delle superiori

http://www.diesse.org

Quasi sottotraccia….



Di

    Massimo Naro

(Docente di Teologia Dogmatica presso al Facoltà Teologica di Sicilia e Direttore del Centro Studi “A.Cammarata” di San Cataldo).
Dovresti piangere, perché il minareto delle nostre moschee scrive sopra le città il nome di Allah, il campanile delle chiese scrive quello di Cristo”:così Jean Marie Roger Tillard, teologo domenicano morte qualche anno fa, si sentì apostrofare da un suo amico musulmano il giorno in cui insieme assistettero alla demolizione del campanile di un convento ceduto ad un’impresa edile dai frati ormai troppo anziani e sparuti per potersene prendere cura. Tillard, a partire da quel fatto, rifletteva poi sul dibattito che divide ancor oggi chi auspica la tenuta del cristianesimo ecclesiale quello “confessionalmente” credente – e chi invece s’accontenta dell’importanza, implicitamente ed esclusivamente culturale, del cristianesimo. Questo non avrebbe più bisogno delle espressioni visibili della fede ricevuta dalle generazioni passate da trasmettere a quelle future dato che i suoi valori etici – il rispetto per la dignità di tutti, l’impegno per la giustizia e per il bene comune, la solidarietà verso i deboli – sarebbero ormai stati assimilati dal sentire diffuso della gente che vive in terre di antica cristianizzazione come la nostra Europa, causandone l’irreversibile evoluzione morale.
Continuare a faticare per trasmettere la fede cristiana di generazione in generazione, oggi, sarebbe dunque tempo sprecato, perché il fine intrinseco al sorgere del cristianesimo stesso sarebbe stato già raggiunto: la totale umanizzazione del Dio incarnatosi in Gesù, vale a dire l’assimilazione dell’idea suprema del bene all’interno della coscienza degli uomini dei nostro tempo.
Le recenti notizie elvetiche sui minareti vietati curiosamente concomitanti con quelle che in Italia promettono la svendita dei siti chiesastici chiusi al culto, fanne sospettare che, in realtà, scomparendo i segni visibili della fede cristiana si affievoliscono rapidamente, nella coscienza della gente, anche le sue tracce più profonde. E fanne perciò sentire il bisogno di rivitalizzare la dinamica delta trasmissione della fede, che storicamente ha avuto una sua sintassi comunicativa ben precisa.
Emile Poulat ha individuato le forme più emblematiche di tale sintassi: la dottrina certamente, ma anche e soprattutto la testimonianza e il simbolo,
La fede cristiana, infatti, non è arrivata a noi solamente nelle formule del dogma e attraverso la tematizzazione teologica degli interrogativi sull’identità di Cristo e del Dio da lui predicato. La fede cristiana è giunta sino a noi innanzitutto in forza delta testimonianza di coloro che hanno sperimentato l’incontro con Cristo e hanno appreso da lui a ricomprendere e a rivivere il loro rapporto con Dio. All’inizio si trattò della testimonianza dei primi compagni di viaggio del Maestro dì Nazareth, dei pescatori di Galilea, e della testimonianza di coloro che accettarono di essere compagni di viaggio del Risorto di due anonimi discepoli lungo la via dì Emmaus, di Paolo lungo la via di Damasco, Poi è venuta la testimonianza di quelli che come Paolo hanno potuto affermate: “non io, ma Cristo in me”; è la testimonianza dei santi, che trasmette, in una sorta di vivificante “contagio”come ha scritto Yyves Congar, il nucleo principiale del credente cristiano cioè la disponibilità a riconoscersi in Cristo come uomini che ne condividono il rapporto con Dio ch’egli chiamava Padre suo. La fede cristiana,inoltre,è giunta sino a noi grazie alla forza dei simboli,cioè delle celebrazioni e della raffigurazioni capaci di dire la contemporaneità di Cristo ad ogni generazione di credenti. Si tratta dei segni liturgici che permettono di ricevere continuamente ciò che i primi discepoli ebbero in dono e trasmisero cioè l’annuncio evangelico della Pasqua, “in memoria” di Cristo, come accade nella celebrazione eucaristica sin dal tempo di Paolo.
Ma si tratta anche di ciò che fa da contesto all’azione liturgica.
Le opere d’arte cristiana, per esempio. specialmente quelle destinate a costituire, oltre che ad adornare, i luoghi in cui si celebra la liturgia sono sempre state come delle traduzioni figurali del messaggio biblico proclamato all’interno della liturgia stessa, leggere il racconto genesiaco della creazione del mondo e dell’uomo o rievocare le vicende dei patriarchi d’Israele narrare i miracoli compiuti da Gesù e proclamare la memoria evangelica della sua Pasqua in una chiesa come la cattedrale di Monreale,i cui interni sono ricoperti da mosaici che illustrano le pagine della Scrittore sacra, significa partecipare di una formidabile riscrittura del messaggio biblico-cristiano che interpella il fedele e accanto a lui ormai anche il turista, mentre essi se ne stanno lì ad ascoltare ma pure a guardare l’annuncio evangelico.
Oggi, pero, i canali catechistici – che traducono in termini culturali correnti il profilo dottrinale della fede cristiana – sembrano non essere più né efficienti né efficaci. E anche i registri simbolici – liturgici ed artistici – sembrano non avere più la loro antica capacità comunicativa, mentre l’indole testimoniale del cristianesimo rimane spesso sotto traccia, sepolta tra le polemiche attorno alla sua (ir)rilevanza pubblica. L’appello conciliare al rinnovamento talvolta è stato disatteso e talvolta persino frainteso e ha portato a scelte pratiche nella liturgia, nella catechesi, nella pastorale – arbitrarie rispetto a quelle decise dal Vaticano II – che non sempre risultano congeniali alla trasmissione della fede.
Per superare questa “impasse” non basta tentare il ritorno al passato. La trasmissione della fede non consiste nel restaurare il passato dottrinale, simbolico e spirituale del cristianesimo, ma nell’ attualizzarlo. La tradizione ecclesiale stessa non è una specie di archivio o di museo della Chiesa. Prima e più che uno scrigno contenente bellezze e simboli antichi, essa e’ un’azione vitale, tramite cui si realizza il rapporto fra le generazioni dei credenti. Essa è l’atto stesso del trasmettersi credente da una generazione all’ altra. Ciò avviene veramente se la generazione che riceve il messaggio cristiano lo fa radicalmente proprio, apprendendolo di nuovo senza limitarsi a replicare la comprensione che ne ebbe la generazione precedente ma reinterpretandolo profondamente. C’è, nella tradizione ecclesiale, un sottofondo di continuità: è il vangelo di Cristo ad essere di volta in volta ricevuto e trasmesso: è lo Spirito che pervade quell’unico vangelo a prolungare la sua eco lungo i secoli. Ma c’è anche l’irrompere della discontinuità: quel vangelo eterno dev’essere ascoltato con le orecchie dell’epoca in cui esso va risuonando. Questa irrinunciabile novità è la conversione cui tutte le generazioni cristiane sono chiamate, quell’intimo cambiamento spirituale che porta i credenti a immedesimarsi nel Cristo narrato dai vangeli, finendo per iò per incarnare a loro volta l’avventura e diventando altrettanti “evangeli”. La fede è veramente tale se creduta, cioè se è vissuta in personale responsabilità: all’oggettività della fede deve corrispondere la soggettività del credente, Cristiani non si nasce ma si diventa affermava già nel III secolo Tertulliano.
In questo senso la trasmissione della fede è un permanente concepimento, una gestazione, un dare alla luce, un allevare le nuove generazioni di credenti. La Chiesa – con le sue guide pastorali, con i suoi fedeli, con le sue varie articolazioni – e per questo come una famiglia, il cui compito più necessario è quello di curare, in modi adeguati alle cangianti situazioni, l’educazione alla Fede, Da questa dipende non soltanto la corretta ed efficace trasmissione della lede alle nuove generazioni, ma anche lo stimolo a maturare una qualità alta della vita credente, E un compito performativo: illustrare ai nostri giovani il mistero ecclesiale e testimoniare loro il vangelo in maniera tale che essi possano entrarvi e possano viverlo Oggi più che mai dobbiamo sentite la responsabilità di diventate maestri capaci d’essere ancor prima e ancor più testimoni di ciò che insegniamo.

Prego Dio che mi liberi da Dio…..

    VANNINI MARCO
    L’assenza apparente di Dio in questo mondo è la realtà di Dio.
    Il contatto con le creature ci è dato tramite il senso della presenza.
    Il contatto con Dio ci è dato tramite quello dell’assenza.
    In confronto a questa assenza,la presenza diviene più assente dell’assenza.

(Simone Weil)

Il dibattito tra credenti e non credenti è sempre più vivo, specialmente in questi ultimi anni.
Marco Vannini esce nelle librerie con un nuovo libro che si aggiunge a questo eterno dibattito “Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna”.
La quarta di copertina:“Il dibattito tra credenti e non credenti, atei e cristiani, laici e laicisti infiamma tutti i settori della società.
Eppure esso si svolge per lo più a un livello di superficie, tanto che si ha l’impressione che i ruoli si confondano: che i veri credenti siano gli atei, che i laici portino avanti ragioni che i chierici dimenticano e che le motivazioni dei laicisti combacino, per una strana alchimia, con quelle dei cattolici più ortodossi.
Questi paradossi, come mostra Marco Vannini in questa riflessione, hanno radici profonde e non sono per nulla casuali: consistono nella dimenticanza di una serie di categorie che hanno attraversato la tradizione più alta dell’occidente, a partire dalla filosofia greca, attraverso i mistici e i filosofi della modernità, sino a personalità come Simone Weil.
Che Dio sia Spirito; che la religione sia essenzialmente un rapporto nello Spirito in cui Dio e uomo si muovono l’uno verso l’altro, l’uno nell’altro; che la vera religione sia uno spogliarsi della propria volontà, liberarsi dalla costrizione delle cose del mondo per entrare in una dimensione di libertà, di grazia.
Questi concetti si sono via via eclissati a favore di rappresentazioni più comode di Dio e della religione, spesso ridotta a una dottrina morale, a una serie di precetti fisici, adirittura sessuali.
E di questo oblio colpevoli non sono tanto i laici o gli atei ma, piuttosto, chi di questa tradizione doveva farsi depositario e custode: la Chiesa”.
E per questo,a volte,i veri atei,facendo piazza pulita dei falsi concetti della religione,sono più vicini allo Spirito di quanto non lo siano i falsi credenti. In questo viaggio controcorrente,Marco Vannini riallaccia i nodi più profondi di una millenaria tradizione e riaccende fuochi che sembravano sopiti nella banalità delle discussioni odierne,formulando una proposta per credenti e non credenti di certo inattuale ma proprio per questo essenziale.

Se il mistico cristiano non ama gli ebrei
di Vito Mancuso
Ciò che più colpisce nell’ultimo libro di Marco Vannini è la violenza. Convinto che «ai nostri giorni la religione sia tornata a essere oggetto di grande interesse», in Prego Dio che mi liberi da Dio (Bompiani) l’insigne studioso della mistica occidentale intende separare all’interno della religione la verità dalla menzogna, e lo fa sostenendo che il cristianesimo è frutto di due componenti, una buona che è quella greca e più precisamente platonica, e una cattiva che è quella ebraica. Infatti mentre «il platonismo dà il regno di Dio, ossia verità e giustizia», «la mitologia biblica dà un Dio esteriore, creatore e signore – un Dio speculare a un’idolatria del corpo, del sangue, della razza», da cui occorre liberarsi per giungere a «un cristianesimo purificato dall’eredità di Israele». Con tale obiettivo Vannini attacca duramente la teologia, la Bibbia e ogni dimensione istituzionale: «teologie, cerimonie, sinagoghe, chiese, con le loro implicite ma non troppo implicazioni razziste di popolo eletto, comunità di santi ecc., fonte continua di discriminazione e di odio». Spesso lo fa con un livore che contrasta con quel “distacco” da lui posto al cuore dell’esperienza mistica, come quando dice che la teologia «è menzogna e peccato, anzi qualcosa di animalesco», un «prodotto della gula spiritualis con una finalità appropriativa, goditiva, golosa». Il discorso raggiunge toni da invettiva soprattutto contro la Bibbia ebraica, per Vannini «serie di falsità create per un’ideologia razziale». Vi sono persino parole che non dovrebbero essere più scritte dopo la Shoah, come quelle secondo cui «gli ebrei, dopo aver fatto uccidere Gesù, perseguitarono sin dall’inizio i suoi seguaci»; oppure quelle secondo cui «figli del demonio, che è padre della menzogna, sono chiamati i giudei da Gesù». In realtà basta leggere i vangeli con attenzione per vedere che Gesù non ha mai definito gli ebrei in quanto tali “figli del demonio”, perché il testo precisa che si rivolgeva così a quegli ebrei «che avevano creduto in lui» (Gv 8,31), non al popolo ebraico in quanto tale. Né è lecito dire che furono “gli ebrei” a uccidere Gesù, perché è noto che fu l’aristocrazia sacerdotale del tempio, del partito collaborazionista dei sadducei, a consegnare Gesù al potere romano, che poi giustiziò Gesù in quanto minaccia allo status quo. A uccidere Gesù non furono “gli ebrei”, ma il potere religioso e il potere politico uniti in comuni interessi (come spesso accade nella storia). Ma come si fa, ancora oggi, a far ricadere la responsabilità della morte di Gesù su un intero popolo dicendo che “gli ebrei” fecero uccidere Gesù? E sarebbe questo il cristianesimo purificato? In realtà ripetere questi stereotipi, i medesimi dell’antigiudaismo religioso alla base dell’antisemitismo etnico che ha prodotto Auschwitz, è (come minimo) un errore, significa ignorare del tutto i risultati della più accreditata storiografia ed esegesi storico-critica. Ma è tutta l’impostazione di Vannini a lasciare perplessi, non solo il suo sinistro antigiudaismo. Parlare di teologia, di Bibbia, di Chiesa al singolare, è sbagliato. Vi sono diverse teologie, diversi aspetti delle chiese, diversi libri biblici. E che tra queste variegate realtà ve ne siano di negative è vero, verissimo, e occorre criticarle, guai a non farlo. Ma non esercitare la sapienza della distinzione facendo di ogni erba un fascio, significa venir meno al principale compito del pensiero, significa non consegnare alla società ciò che solo il pensiero può darle, cioè la decantazione delle passioni e la luce calma dell’intelligenza. Dire che la teologia in quanto tale è «negazione della religione vera» significa ignorare la storia della teologia del ‘900, nella quale vi sono stati uomini di una grandezza spirituale unica, non inferiori ai maestri medievali cari a Vannini, si pensi a Florenskij, Bonhoeffer, Teilhard de Chardin, teologi che hanno pagato con la vita (martirio rosso e martirio verde) la loro dedizione alla ricerca e al bene del mondo. Come si fa, dimenticandoli, a parlare della teologia nei modi spregiativi e sommari di Vannini? Ma la vera radice del suo errore consiste, a mio avviso, nel concetto di spirito. Spirito per Vannini è correttamente inteso solo come opposizione ad anima, sorge solo come “distacco”, come “rimozione di tutti i contenuti-legami psichici”, come “morte dell’anima”: perché un uomo possa vivere l’esperienza dello spirito, deve morire nella sua individualità psichica. In questa opposizione tra spirito e anima, e tra anima e corpo, rivive la tradizione dell’agostinismo radicale col suo disprezzo del mondo, in particolare della natura umana. Così Vannini: «La natura umana è la fonte da cui derivano tutti i mali dell’uomo, per cui chi si fonda esclusivamente sull’umano non può essere altro che malvagio»; e ancora, l’uomo deve sapere che «tutto quello che procede da se stesso, dalla volontà propria, è menzogna e procede dal demonio». In fondo per lui la vera menzogna, ben oltre teologia chiesa ebraismo, è la natura umana. Attualizzando il gelido pessimismo antropologico del tardo Agostino che faceva dell’umanità una “massa dannata” e collocava tutti i non battezzati all’inferno, Vannini sostiene mediante il concetto di “distacco” che si entra nell’esperienza dello spirito solo negando la natura umana. Se il cristianesimo fosse davvero così, Nietzsche avrebbe ragione a definirlo odio verso la salute, la forza, la bellezza dell’esistenza naturale. E che vi siano elementi in tal senso è vero, l’agostinismo radicale lo mostra. Ma per Gesù l’anima non deve morire, ma deve essere salvata, custodita, coltivata; e tutto ciò va fatto in amore con il mondo e con ogni frammento di essere, non nel distacco ma nella comunione (unione-con), con la gioia della fratellanza verso ogni forma di vita, perché, come insegna la Bibbia ebraica, viviamo all’interno di «un’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne» (Genesi 9,16).
in “la Repubblica” del 19 gennaio 2010

Replica
“Io, la religione e la lettura biblica”
di Marco Vannini

Repubblica del 19 gennaio, ha pubblicato un articolo di Vito Mancuso sul mio Prego Dio che mi liberi da Dio, in cui mi si accusa, tra l’altro, di antigiudaismo. È un’accusa che respingo fermamente,chiamando a testimonianza la mia intera vita di studioso, che ha passato anni a tradurre commentarii biblici: in Israele, nella foresta Giovanni XXIII-Jules Isaac, ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma (Keren Kayemeth Leisrael). Tale accusa si fonda
infatti sul metodo di citare frasi mutile, avulse dal contesto, o addirittura di attribuire a me quelle che sono invece citazioni di ben più alte autorità. Quest’ultimo è, ad esempio, il caso della teologia
definita come “animalesca”: non da me, ma da Meister Eckhart (da cui il libro stesso prende il titolo), e il contesto spiega bene in che senso: bestialità in quanto ignoranza, giacché la teologia è
presuntuoso discorso su Dio, che è invece al di là di ogni possibile
discorso. È anche il caso del «cristianesimo purificato dall’eredità di Israele»: citazione, questa, di Simone Weil, altro punto di
riferimento fondamentale del libro – e meraviglia che Mancuso lo taccia, visto che le ha dedicato un suo libro: forse teme l’accusa di “sinistro antigiudaismo”?
Mi viene soprattutto rimproverato, a proposito della condanna di Gesù, l’errore di parlare di “ebrei”,senza specificare che si trattava dei soli sadducei collaborazionisti, mentre invece proprio nella riga
precedente a quella incriminata si dice che Gesù fu condannato dal «potere sacerdotale ebraico,alleato di quello politico dei romani», ovvero lo stessa tesi che sostiene Mancuso. È comunque
evidente da tutto il contesto che non intendo affatto attribuire assurde responsabilità storiche collettive, ma solo sottolineare che il cristianesimo si è costituito sull’affermazione della identità tra
Gesù e il Padre – bestemmia, questa, per l’ebraismo, che marcava in modo netto l’opposizione tra le due religioni. Che la storia biblica sia costruita su falsità – invenzione i Patriarchi, invenzione
l’Esodo, invenzione il Tempio, invenzione la Legge, ecc. – e che ciò sia stato fatto per fini politici, è un dato acquisito dalla più moderna ricerca storico-critica (nel mio libro si cita tra gli altri Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, Laterza), e che si sia così costruita «una comunità chiusa non solo per religione ma anche per razza» (ibid. p. 391), lo è altrettanto.
Perché non si tratta infatti di criticare un libro biblico piuttosto che un altro, accettando ciò che piace e rifiutando quel che dispiace, ma di riconoscere che «la vera suprema bestemmia è chiamare
sacro ciò che proviene da mano umana», come diceva l’umanista Cornelio Agrippa. Nel momento in cui il maggiore editore cattolico italiano presenta la Bibbia come «via, verità, vita» attribuendo a un libro ciò che Cristo dice di se stesso, credo sia legittimo parlare di religione come menzogna,accanto a religione come verità. Di questo, e non d’altro, tratta il mio libro, che perciò rivendical’importanza della fonte greca, e del platonismo in particolare, nella formazione del cristianesimo.
Platonismo significa il primato dell’interiorità contro l’esteriorità; significa non costruire teologie/mitologie, ma cercare di “farsi simili a Dio” nella giustizia. Significa conoscenza della malizia insita nell’io, nel suo quasi insopprimibile egoismo, e dunque della necessità di una
conversione, di una “morte dell’anima”, ossia di un radicale distacco dall’egoità. Significa, in conclusione, l’esperienza tanto della natura quanto della grazia, e del primato di quest’ultima – ed è
su questo che il cristianesimo si è fondato – e che la mistica – unica vera erede della filosofia greca– ha mantenuto nei secoli.
Non si tratta quindi di me o di Agostino, col suo “gelido pessimismo”, come vuole Mancuso, quanto e soprattutto di Cristo stesso: odiare la propria anima/vita, rinunciare a se stessi, morire a se stessi
come muore il chicco di grano e esperimentare la rinascita e la nuova vita nello spirito, sono infatti i passi e i tratti essenziali del messaggio evangelico e le condizioni della sequela Christi. Se si cancellano questi, Gesù, ormai solo uomo, viene ridotto a un maestro new-age, e il cristianesimo (ma ha senso chiamarlo così?) a una melassa insulsa e insignificante.
in “la Repubblica” del 26 gennaio 2010

VANNINI MARCO, Prego Dio che mi liberi da Dio. La religione come verità e come menzogna, Bompiani, Milano, 2010, pp.192, € 16.00

Creazionismo ed evoluzionismo…..

  • Di Federico Lenchi
  • Parte I
    La teoria dell’evoluzione, fin dal suo primo apparire, sembrava favorire l’ateismo e il materialismo, in quanto sembrava negare quanto afferma la Bibbia in merito alla creazione degli esseri viventi, e sull’origine dell’uomo creato direttamente da Dio e dotato di anima spirituale. Negazione resa evidente dal farlo derivare dalla scimmia, ed escludendo ogni intervento divino nel passaggio della materia non vivente alla vita e dagli esseri non intelligenti all’uomo.
    R.Dawkins considerava gli organismi viventi come il mezzo inventato dai geni per riprodursi, che definiva il “carattere egoista” di questi ultimi.
    Monod concludeva il suo saggio” Il caso e la necessità” con queste parole: “ L’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo
    J. Monod, Il caso e la necessità, Mondatori 1972, 172.

    La fede cristiana, afferma al contrario,che tutto ciò che esiste, sia essa materia che spirito,è creato liberamente e per amore da Dio ed è da lui condotto e guidato secondo un disegno fino al suo completo compimento.
    DA QUANTO HO DETTO RISULTA CHE TUTTO, ANCHE IL PROCESSO EVOLUTIVO, SI SVOLGE SECONDO LA DIPENDENZA DA DIO ED E’ SOTTO LA SUA PATERNA PROVVIDENZA.
    Ma cos’è la Creazione? Per il cristiano è innanzi tutto un mistero da credere:” Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra(…).
    La creazione quindi appartiene unicamente a Dio al punto che la Bibbia inizia con “ In principio Dio creò il cielo e la terra(Gn1,1) dove il verbo usato per “creò” è bara^, il cui soggetto è esclusivamente Dio per indicare che è proprio Lui che ha creato e a cui spetta la creazione.
    CIELO E TERRA nel linguaggio ebraico indica la totalità, tutto ciò che esiste.
    IN PRINCIPIO significa che tutto quello che esiste ha avuto un principio ma non nel senso che Dio ha creato il mondo nel tempo ma in quello che CON IL MONDO DIO HA CREATO ANCHE IL TEMPO.
    DIO quindi non ha creato il mondo nel tempo ma , col mondo, Dio ha creato il tempo come elemento costitutivo del suo divenire ovvero il mondo non è eterno ma ha avuto un inizio temporale.
    CREO’ ( E Dio disse…Gn1) significa che Dio crea con la sua Sapienza ovvero che Dio non fabbrica facendo passare il mondo dal non essere o dal nulla, all’esistenza. La creazione che Dio opera non rientra nella categoria dell’azione ma in quella della RELAZIONE. Questo significa che nella creazione si deve intendere non una “operazione” di Dio ma la dipendenza, che l’essere creato ha con il principio che lo fonda.
    Le creature dipendono da Lui ma Lui non dipende dalle creature. E la creazione non causa in Dio nessun mutamento per cui Dio non passa DAL NON ESSERE CREATORE ALL’ESSERE CREATORE.
    Quindi Dio decide di dare l’ESSERE alle creature che vengono a trovarsi in una situazione di assoluta dipendenza ma tutto questo avviene SENZA CHE EGLI AGISCA.
    Egli, ripeto, non opera e non operando non passa dal non essere creatore all’essere creatore, Egli è immutabile.
    Le creature dipendono da Lui ma Lui non dipende da esse.
    Le creature iniziano ad esistere senza che ci sia alcun essere su cui Dio abbia agito per dare l’essere alle creature.
    In altri termini questa è la creazione dal nulla (creatio ex nihilo).

    Ma bisogna subito comprendere che “creazione dal nulla” non significa che per creare il mondo Dio sia partito dal nulla , come se il nulla fosse qualcosa di diverso da Dio e dalle cose create.
    Infatti il “nulla” non è che nulla e non può servire da punto di partenza per nessuna operazione. Un momento in cui non ci fosse nulla è un assoluto non senso infatti affinché ci sia un momento è necessario che ci sia già qualche cosa. Un momento è una porzione del tempo e il tempo è un attributo delle cose esistenti. Noi non riusciamo a rappresentare nulla fuori dalle forme del tempo, per cui quando cerchiamo di rappresentare il non essere preesistente al mondo, noi lo collochiamo nel tempo, e in tal modo costituiamo un tempo vuoto, pronto a ricevere in un dato momento il mondo e la sua durata. Ma questo non ha alcun senso.

    La creazione quindi non parte dal nulla per giungere all’essere. Non c’è prima il nulla e poi l’essere. Il mondo non è creato in un dato momento prima del quale solo Dio esisteva e che quindi l’atto creatore sia avvenuto in un dato momento, quando Dio ha deciso di far esistere il mondo perché in tal modo la creazione sarebbe un divenire e il divenire presuppone che ci sia un tempo, quello prima e quello dopo. Ma il tempo è la misura delle cose e come tale creato con esse.

    Questa lunga premessa per capire meglio quello che cercherò di spiegare successivamente ovvero come in Teologia si possa conciliare la Creazione con l’ Evoluzione.
    Parte II
    CREAZIONE ED EVOLUZIONE
    Riepilogando quanto fin qui detto vediamo come:
    1) Dio non crea dal nulla, per cui il mondo non passa dal nulla all’esistere;
    2) Dio non crea in un tempo vuoto e in uno spazio vuoto, ma con il mondo crea il tempo e lo spazio;
    3) Dio però non crea e non opera perché se così fosse non sarebbe immutabile, dato che in tal caso passerebbe dal non essere creatore all’essere creatore, per cui dobbiamo ritenere che
    4) Quello che noi intendiamo come CREAZIONE da parte di Dio è la “RELAZIONE DI DIPENDENZA ” voluta liberamente da Lui che pone la creatura nei suoi riguardi.
    5) Ovvero, l’ESSERE CREATO diviene dipendente in rapporto al principio che lo fonda.
    Capisco la difficoltà che vi può essere per chi, come me del resto, non possiede adeguati strumenti di filosofia.
    Questa premessa è però fondamentale per capire quello che ora andrò ad esporre e che più da vicino riguarda il problema che il Prof. Caputo ha sollevato.
    Le conclusioni che presenterò sono l’espressione dei lavori della COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE.
    Dio, liberamente e per amore ha voluto che il mondo esistesse.
    Il mondo esiste esattamente come Dio l’ha voluto, governato dalle leggi che liberamente gli ha dato ed è continuamente sorretto dalla sua forza creatrice.
    Per tale ragione il mondo non è abbandonato a sé stesso, ma continuamente sostenuto nel suo essere e nel suo agire dalla provvidenza e dall’ amore di Dio.
    Ma Dio non si sostituisce alle cause naturali, lascia cioè agire le leggi e le cause naturali che gli ha dato e che lo governano.
    In altri termini: DIO NON SI SOSTITUISCE ALL’ATTIVITA’ CHE LUI MEDESIMO HA CONFERITO ALLE CAUSE CREATURALI, MA PERMETTE CHE QUESTE POSSANO AGIRE SECONDO LA LORO NATURA PER CONSEGUIRE PERO QUELLE FINALITA’ ’ CHE LUI HA STABILITO E VOLUTE.
    In virtù dell’attività che le cause naturali hanno,si sono verificate quelle condizioni biologiche necessarie alla comparsa degli organismi viventi, nonché alla loro riproduzione e DIFFERENZIAZIONE.
    Dio ha quindi voluto che ci fosse un MONDO IN EVOLUZIONE in modo che sotto l’azione delle cause naturali ci fosse il passaggio dal meno al più, dalla materia non vivente alla vita, inizialmente semplice, unicellulare e poi via via sempre più complessa, fino ad arrivare all’uomo, massima espressione dell’evoluzione.
    Risulta evidente che le cause naturali avendo una natura imperfetta e contingente hanno realizzato un processo evolutivo in cui hanno potuto trovare posto la CASUALITA’ e L’ ALEATORIETA’ ovvero mutazioni genetiche disastrose o afinalistiche e anche eventi catastrofici in cui hanno trovato l’estinzione specie vegetali ed animali come appunto i DINOSAURI.
    Sintetizzando possiamo affermare con estrema certezza che non vi è opposizione tra CREAZIONE ed EVOLUZIONE dato che nel processo evolutivo trovano posto tanto il CASO che la FINALITA’ e nell’EVOLUZIONE tanto la FINALITA’ che il CASO.

    L’opposizione e l’inconciliabilità vi è invece tra il “Creazionismo fissista” secondo cui Dio ha creato ab origine tutte le specie quali le vediamo oggi, e “l’Evoluzionismo ateo”, secondo cui il mondo si è evoluto esclusivamente secondo il caso e non con una finalità superiore.
    Dawkins scrive : “…Essa (l’esistenza) non ha una mente né alcuna forma di coscienza. Non progetta il futuro. Non vede, non ha alcuna forma di pre-veggenza. Se si può dire che essa svolga il ruolo di orologiaio in natura, è l’orologiaio cieco. (L’orologiaio cieco, Milano, Rizzoli, 1988).
    Parte III
    L’uomo, come il fine del processo evolutivo.
    Abbiamo fin qui visto come per la concezione cattolica, la contingenza dell’ordine creato, non è incompatibile con un disegno divino , indirizzato, pur nella possibilità di elementi di casualità, ad una finalità, di cui l’uomo, come vedremo, rappresenta la massima espressione, mentre per l’evoluzionismo ateo il processo evolutivo è cieco, privo di guida.
    Ma la scienza e quindi lo scienziato non può né negare né affermare che vi sia una causalità divina.
    Può solo constatare che, nonostante mutazioni genetiche a volte dannose e nonostante eventi distruttivi l’evoluzione sia indirizzata verso forme viventi sempre più evolute e complesse avvalorando in questo modo la realtà di una finalità ed di un disegno intelligente.
    Per la teologia cattolica il fine perseguito da Dio nella creazione è l’uomo, in quanto è l’unico in grado di auto-trascendersi e auto-superarsi, ovvero di essere intelligente e libero.
    L’uomo infatti in quanto costituito da una parte materiale e come tutti gli esseri materiali costretto a discendere per evoluzione da un altro essere materiale, dall’altra è anche parte spirituale il che gli permette di trascendere la materia e di essere appunto, intelligente e libero.
    E’ solo l’uomo che nella sua realtà materiale riassume tutta la sua sapienza, bellezza, perfezione dell’universo e con la sua intelligenza ne scopre la ricchezza e perfezione, la mette a vantaggio degli altri esseri, con le sue scoperte, invenzioni tecnologiche, produzioni artistiche e ne rende gloria al Dio creatore.
    Non importa che egli sia un puntino che abita in un puntino periferico dell’universo perché lo spirito trascende la materia, la pensa, la valuta, la modifica e le fa compiere con la cultura, l’arte, la scienza e la tecnica, quello che essa non sarebbe, se lasciata a sé stessa, mai capace di compiere.
    La grandezza dell’Universo è insignificante davanti alla grandezza dello spirito umano.
    Un pensiero di Pascal esprime magnificamente questo concetto:” L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta ad ucciderlo. Ma anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di chi l’uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’Universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente” (B. Pascal, Pensieri ed altri scritti di e su Pascal, Ed. Paoline 1986.
    L’uomo è quindi essere spirituale e come tale non può essere il prodotto della materia in evoluzione.
    Con l’uomo ci troviamo davanti ad un salto ONTOLOGICO. Questo non significa negare od opporsi a quella continuità fisica che rappresenta il filo conduttore dell’evoluzione sul piano della biologia, della fisica e della chimica. Il salto ontologico, ovvero il passaggio all’ambito spirituale non è ambito di osservazione scientifica, anche se a livello sperimentale se ne possono scoprire gli effetti, rappresentati dalla autocoscienza, dalla capacità di progettazione del futuro e di simbolizzazione come è il linguaggio simbolico.
    L’esperienza della coscienza di sé, del sapere metafisico, della coscienza morale, della libertà, della esperienza estetica e religiosa sono materia di competenza e riflessione filosofica, mentre è compito della teologia coglierne il senso ultimo secondo il disegno del Creatore.
    Questo salto ONTOLOGICO che ha infuso in una o più forme pre-umane il PRINCIPIO SPIRITUALE, non presente nelle potenzialità della materia anche più evoluta, ha richiesto un intervento particolare e diretto di Dio creatore.
    L’infusione di un principio spirituale (anima) in un principio materiale (corpo) ha potuto avvenire se non quando il corpo era ormai disposto a ricevere l’intervento creatore di Dio ovvero quando da forme pre-umane, australopiceti e ominidi, si è passati a quelle di Homo sapiens.
    L’uomo rappresenta pertanto il culmine e il fine ultimo del processo creativo in quanto è l’unico in grado di dargli un senso, coglierne il significato, comprenderlo, ammirarlo.
    Senza l’uomo, il mondo sarebbe muto, immerso in un eterno silenzio, perché non ci sarebbe nessuno capace di dargli voce.
    Soltanto l’uomo è capace di rompere questo silenzio perché soltanto l’uomo da voce all’universo con la cultura, l’arte, la scienza.
    Affermava Pascal: “ Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta”.
    Questi sono i rapporti tra creazione ed evoluzione secondo l’insegnamento cattolico.
    A questo va aggiunto che Cristo è Colui cui tutto tende come ultimo fine.Solo allora il faticoso e drammatico processo evolutivo dei viventi acquisterà tutto il suo significato.

    Vi ringrazio e nel caso voleste approfondire l’argomento vi segnalo il notevole lavoro di Giuseppe De Rosa, Quaderno 3752 di La Civiltà Cattolica pp. 127 e seg. da cui ho tratto questo mio intervento.

    Vallelunga e l’elisir di lunga vita:103 candeline per Serafina Criscuoli!


    A Vallelunga Pratameno,comune dell’entroterra siciliano,le persone che hanno raggiunto i 100 anni di vita sono state parecchie.La signora Serafina Criscuoli in Oliveri,martedì 26 Gennaio 2010,compirà 103 anni.Ad oggi è la vallelunghese vivente più longeva pur non vivendo più,da tanto tempo,nella cittadina che le ha dato i natali, la si può considerare,a giusta ragione,la nonna di tutti i vallelunghesi.
    Serafina Criscuoli è nata a Vallelunga Pratameno ( Cl) il 26 Gennaio 1907 da Giovanni Criscuoli e Rosina Cipolla,seconda di tre figli,dopo Vincenzo e prima di Orsola .Ha frequentato la scuola elementare a Vallelunga e poi la Scuola Normale (Istituto Magistrale) a Noto (Sr.) nel Collegio delle Suore Domenicane fino al penultimo anno. Poi il padre decise di ritirarla perché non volle che prendesse il diploma magistrale che poi avrebbe potuto portarla ad insegnare fuori dalla Sicilia (Altri tempi!). Suo malgrado, lei accettò la decisione paterna e rimpiangerà sempre questo mancato diploma, specialmente quando, rimasta vedova dopo sei anni di matrimonio con Rosario (Sasà) Oliveri e con tre figli (Cenzina, Tuccio e Giovanni), le sarebbe piaciuto avere un’attività professionale.E’ una donna eclettica, ama e conosce la musica, canta, suona il pianoforte,dipinge (alcuni suoi dipinti, dedicati a Sant’Antonio, sono custoditi nell’altare dedicato al Santo nella Chiesa Madre di Vallelunga), ricama benissimo, lavora la maglia, l’uncinetto ed esegue quei lavori di cucito che evidenziano creatività e fantasia eccellenti, è un’ottima cuoca (Famose sono le sue torte) .E’ una mamma eccezionale, coraggiosa, arguta, di grande temperamento, dalla forte personalità, di buona cultura, che ha saputo benissimo svolgere il doppio ruolo di genitore alla morte del marito guidando i figli durante la loro crescita, aiutata in ciò dalla cognata Fifì Oliveri.
    Ha nove nipoti e una pronipote(Sofia) che ama moltissimo e con i quali ha avuto sempre un bel rapporto . Di forte costituzione e di carattere allegro e socievole : sono questi i requisiti che l’hanno portata al traguardo dei cento anni. Ancora oggi è autosufficiente, lucida, segue gli eventi familiari e della cronaca nazionale,esce accompagnata, non può fare a meno del mezzo bicchiere di vino a pranzo e a cena e dichiara di non sentirsi questa veneranda età ma molti anni di meno.
    La sua lunga vita è trascorsa a Vallelunga fino al 1956 e poi a Palermo dove abita. Ma non ha mai trascurato la sua Vallelunga, dove ogni tanto si reca, nella casa di campagna di famiglia.
    Il suo centesimo compleanno è stato festeggiato il 26 Gennaio 2006 a Partinico da tutti i figli , i nipoti e i parenti con la pergamena di benedizione del S. Padre Benedetto XVI richiesta per lei da Mon. S. Salvia, Parroco della Chiesa del Carmine di Partinico, città dove abita la figlia Cenzina.
    Ma anche la RAI, vedendo la sua fotografia sul Giornale di Sicilia, ha cercato il contatto ed è venuta con giornalista e troupe a seguire,fin dall’arrivo all’aeroporto del figlio Tuccio e dei nipoti che abitano a Torino, tutta la fantastica giornata del 26 Gennaio 2007 conclusasi con la Messa, con un rinfresco e un brindisi al prossimo …..centenario. Il servizio è stato trasmesso da RAI 1 durante la trasmissione “Festa Italiana”. Adesso è già pronta per festeggiare il suo 103° compleanno.
    Attorno ad lei si stringeranno,come sempre,i suoi tre figli i tanti nipoti e pronipoti per festeggiare questo ragguardevole traguardo esistenziale.
    Augurissimi,di vero cuore, alla Signora Serafina,ai suoi tre figli e ai suoi tanti nipoti.

      ”Ad multos annos”

    dal Webmaster di Terra Mia.

    La via della Bellezza!

    Duomo_Monreale-FC50-2009[1]

    La dimensione estetica è essenziale nella vita umana. A detta di Dostoevskij (I demoni), la bellezza è «il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere». «Quale bellezza salverà il mondo?», si chiede allora lo scrittore russo nell’Idiota.
    Charles Moeller in Saggezza greca e paradosso cristiano dice: la bellezza dell’arte su questa Terra è superata dalla bellezza dei santi, quindi dell’uomo, che di Dio è immagine. «La gloria di Dio è l’uomo vivente», aveva affermato prima di lui icasticamente sant’Ireneo.
    Tutto ciò non può che aiutarci ad apriare gli occhi su quel brutto a cui ci siamo abituati e che sta diventando categoria di giudizio per venire, pian piano, istradati dentro quella via pulchritudinis che davvero rappresenta l’urgenza educativa del nostro tempo».

    In questo contesto si inserisce il Duomo di Monreale con lo splendore incomparabile dei suoi mosaici. Il duomo di Monreale è una delle testimonianze più impressionanti di quella stagione artistica straordinaria che la Sicilia visse nel XII secolo.
    Sulle pareti del duomo si snoda un ciclo musivo, conservatosi pressoché intatto, che racconta la storia della salvezza, dalla creazione del mondo alla resurrezione di Cristo, in un percorso che ha alle sue estremità le due figure imponenti del Cristo pantocratore dell’abside, le cui braccia si aprono in un abbraccio commovente che accoglie il fedele lasciandolo senza parole, e della Vergine nella controfacciata, la cui maternità è segno perenne del rinnovarsi della presenza di Cristo che accompagna la vita degli uomini, posto genialmente sopra la porta attraverso la quale i fedeli lasciano la basilica per portare nel mondo la loro speranza.
    Oltre alla sequenza narrativa vetero e neotestamentaria, le pareti della basilica ospitano una impressionante serie di ritratti di santi, testimonianze perenni della vita della Chiesa. Anche in questo caso, la loro collocazione rivela un progetto geniale:
    se infatti le absidi laterali ospitano i due capisaldi della fede cristiana, Pietro e Paolo, lungo le pareti del presbiterio e nei sottarchi delle navate si susseguono figure intere, busti e volti di monaci, vescovi, laici, eremiti, uomini e donne che hanno testimoniato la loro fede, chiesa trionfante sempre più vicina alla chiesa militante che affolla ogni giorno la chiesa, per concludersi nella controfacciata, accanto alla figura di Maria, con gli esempi più vicini alla gente di Monreale, Cassio, Casto e Castrense, i “loro” santi.
    Il ciclo musivo di Monreale dispiega così un inno alla Chiesa di eccezionale bellezza.

    Un patrimonio artistico di eccezionale bellezza mai documentato prima d’ora con tale ampiezza di immagini, realizzate mediante una apposita campagna fotografica e strumenti tecnici all’avanguardia.

    «Il duomo di Monreale mostra tutta la sua bellezza quando vi si celebra la liturgia. È stato costruito per la liturgia. E per una liturgia regalmente solenne. È nel momento liturgico che esso appare davvero una reggia, una bellissima reggia, una regale casa di Dio, in cui si celebrano i divini misteri e sulle cui pareti si leggono i racconti della Bibbia, le storie di Dio. Tutto vi dice la presenza del Cristo risorto. Tutto aiuta a farsi presenti alla Divina Presenza. Il mondo di Dio e il mondo degli uomini vi appaiono contigui. Chi lo progettò e ne ideò i cicli musivi aveva molto vivo il senso della trascendenza di Dio e, insieme, della regalità divina di Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio fattosi uomo e morto e risorto per la nostra salvezza.»
    S.E. Mons. Cataldo Naro

    Testi di David Abulafia e Massimo Naro
    Presentazione di Cataldo Naro
    Curatore campagna fotografica: Giovanni Chiaramonte
    Fotografi: Daniele De Lonti, Santo Eduardo Di Miceli, Jurij Gallegra
    Coedizione Itaca – Libreria Editrice Vaticana

    Il duomo di Monreale – Recensioni
    Per chi… cerca Dio nel bello. «Il duomo di Monreale»,
    «Famiglia Cristiana», n. 50, 13 dicembre 2009
    Duomo_Monreale-FC50-2009.pdf (265,6 KB)

    VILLAROSA PRIMA DELLO ZOLFO 1731-1825.

      “L’alba” del 2010 ha dato alla luce la stampa dell’ultima fatica dello scrittore villarosano Luigi Di Franco,la cui opera era già conclusa nel 2009. Docente ordinario di filosofia e storia nei licei,si occupa di ricerca storica,filosofica,pedagogica e letteraria. Scrittore eclettico il Nostro, ha voluto concentrare le fatiche della sua ricerca sulle origini e il primo sviluppo della vicenda storica della città di Villarosa tra il 1731 e il 1825. Comune siciliano situato all’interno dell’isola,a pochi chilometri dalla storica Castrogiovanni (Enna),Villarosa nasce e si sviluppa nel contesto della realtà siciliana tra metà ‘700 e primo ‘800 determinando una specifica situazione socio-politica che attraversa l’età borbonica nell’epoca della rivoluzione francese,dell’età della monarchia amministrativa e delle riforme istituzionali.Il Di Franco individua come caratteri originari di questa realtà il potere baronale,le pratiche religioso-devozionali della civiltà contadina, che nel secondo ‘700 fondarono l’identità collettiva locale e svilupparono una dinamica di emancipazione dalla feudalità e di libertà morale dalla materialità,cui fece seguito nei primi decenni dell’ ‘800 l’ascesa dell’èlite borghese e una promozione di tutte le dimensioni della vita civile. Il volume è prezioso perché presenta un caso storico esemplare di analisi dei meccanismi che trasformano una realtà provvisoria e frammentata non solo in una comunità solidale e stabile,ma in un nuovo microcosmo storico dove le varie condizioni di vita esprimono il passaggio dall’ancien regime al nuovo protagonismo del ceto borghese tipico dei primi decenni dell’Ottocento. Il Prof.Luigi Di Franco è membro dell’Accademia Internazionale dei Micenei e della Società Filosofica Italiana ed ha pubblicato: L’insegnamento della religione nella storia della scuola italiana (Caltanissetta, 1991); Verità e libertà nell’educazione religiosa (Enna, 1995); La Nostalgia dell’Essere nella poesia di Federico G. Lorca (Roma, 1999); Il “dramma di morte” nella religiosità popolare di Sicilia secondo Leonardo Sciascia (Milano, 2000); Antropologia filosofica e costruzione dell’essere personale (Caltanissetta-Roma, 2000); Dimore della parola nella poesia del Novecento italiano (Roma, 2001); L’Inesauribile filosofia dall’ombra all’essere (Roma, 2001); Caio Giulio Cesare. Scelta e moda culturale nella ricerca storica (Acireale-Roma, 2005); Filosofia ed Abitare Antropologico. La persona iniziativa dell’Essere (Acireale-Roma, 2007); Villarosa prima dello zolfo 1731-1825. Un paese nuovo tra i lumi del potere baronale e il protagonismo borghese nella Sicilia tra ‘700 e ‘800 (Acireale-Roma,
      2009).Ha pubblicato i volumi di poesia Una terra il mio cuore (Enna, 1993), Fuochi barocchi (Firenze, 1996), Sentieri del tempo (Firenze, 1999) ed ora il volume Canti di Pietraluna (Firenze, 2009).

    Insula,frammenti di cultura siciliana.


    Presentato a Giuliana (Pa),a cura del Dott.Amato,del Dirigente Scolastico Prof.Randazzo e dell’On.Russo, l’opera “INSULA,” dello storico A.G.Marchese

      di Ferdinando Russo

        Il letterato, “medico umanista dall’alta qualità intellettuale ed etica e dai rigorosi studi”, Antonino Giuseppe Marchese, come lo descrive Tommaso Romano , è l’analista dei centenari che insegnano la moderatezza dei costumi, dei dotti medici e degli uomini illustri della provincia di Palermo, ed è riconosciuto in Sicilia come lo “storico “ ormai indiscusso di una “Nuova Storiografia Municipale”.

        Per le sue quarantasei opere scritte sugli eventi storici dall’ antichità al ventesimo secolo e sulla storiografia artistica e scientifica, è denominato anche “lo scopritore delle cose vecchie “, dal suo popolo giulianese, benevolo e sornione, che, affascinato dai ritrovamenti di figure di pittori, scultori, scienziati, poeti,come pure di pietre dure , dai successi, dai premi, dalle onorificenze del compaesano, è accorso, incuriosito e numeroso, allo scoccare del 2010, per ricevere, come un regalo per le festività natalizie, il volume “Insula, Frammenti di cultura siciliana” (1).
        Ai suoi concittadini Marchese ha insegnato, con Cicerone, che “una casa senza libri è come un corpo senza anima”.
        Il nuovo saggio, organico nella sua multiformità, si configura in un’antologica d’inediti e di precedenti scritti pubblicati dall’autore su riviste, giornali, enciclopedie, o storicizzati in ricercate e raffinate prefazioni, redatte per volumi e opere di intellettuali ed
        operatori sociali e culturali del territorio sicano. Ed è ancora una rivelazione.
        “Insula” racchiude, infatti, come in uno scrigno prezioso di genialità, identità scolpite in un’avvincente narrazione della vita e delle opere d’artisti, medici, farmacisti, letterati, storici, musici, operatori sociali, di un’area della Sicilia, studiata per riscoprirla, evidenziarla, renderla
        fruibile e valorizzabile per il turismo culturale. E troverà accoglienza in tutti i comuni del comprensorio.
        Un territorio, apparentemente povero di risorse materiali, d’infrastrutture e di servizi della modernità, ma ricco e controbilanciato dai suoi abitanti, dotati di vivaci intelligenze, eredi di un notevole patrimonio archeologico, di una storia documentata da monumenti e opere della creatività umana, di eventi
        segnati dalla passione civile e dalle diffuse vocazioni artistiche.
        Ed è come un consegnare alla Storia della Sicilia i segreti di una profonda cultura locale, ma non per questo da dimenticare o trascurare, se la si confronta con i letterati ad essa ispiratisi ed affermatisi da Pirandello a Navarro, a Tomasi di Lampedusa, a Sciascia, Bufalino, Camilleri, Consolo, Lauricella, Randazzo, Di Cara, Vilardo, Grasso, Mazzamuto.

        Marchese ha indagato sui sentimenti, le tradizioni, i costumi, i valori degli uomini e delle donne di questo territorio antico, di questo “mare pietrificato”, per l’autore del Gattopardo, ed i cui abitanti hanno una loro lingua, una civiltà, una predisposizione all’accoglienza degli immigrati, ed ove, precisa l’autore citando Lucio Villari, è come se ci ritrovassimo in “un gran teatro, dove tutti hanno un ruolo e una parte”. E gli attori d’Insula non sono, infatti, pochi.
        Il Nostro li ha incontrati per strada, nelle piazze, sempre meno popolate, dei centri storici, come Tornatore in Baaria, nelle Biblioteche, come Borges, negli archivi dei comuni, delle parrocchie, degli studi notarili, come Mons. Ferina ed il prof. Schirò di Monreale, e ora ne svela in Insula la storia, le opere, le identità multiple, che risultano scolpite dalla sua penna di scrittore ormai raffinato.

        Come poeta della storia locale del corleonese e del territorio sicano, del mondo contadino ed artigiano, che il pittore Gianbecchina, originario della vicina Sambuca di Sicilia, ha immortalato nelle sue tele, Marchese raccoglie l’eredità del suo illustre collega e predecessore Pitrè, mette assieme cimeli letterari, ”frammenti”, come pezzi e beni culturali del Museo etnografico del Corleonese, che Padre Calogero Giovinco e l’Associazione S.Leoluca hanno organizzarto e che migliaia di visitatori annualmente si recano a visitare.

        E da Corleone inizia il suo viaggio nella vasta miniera culturale di letterati, storici, pittori, scultori,sindacalisti, operatori sociali, che hanno onorato questa città “capitale contadina” per Francesco Renda e “capitale artistica” per Marchese , che ne rivela, con Padre Giovinco, i tesori nascosti nella statuaria siciliana tra la piu’ vasta e di notevole valore europea, con molte opere di Antonino Ferraro e della sua dinastia custodite nelle chiese e negli oratori (2).

        Ma Corleone non è solo la miniera della statuaria artistica, tra santi e demoni, ove primeggia la statua lignea di San Leoluca, ora visibile nel magnifico volume su Antonino Ferraro, che sara’ presentato alla cittadinanza nell’anno in cui si celebra, proprio per iniziativa di Marchese, il quattrocentesimo anniversario dalla morte (1609-2009).

        Marchese è stato anche uno dei più attenti osservatori dei fermenti culturali e sociali del corleonese sin dalla fine degli anni sessanta, partecipando, dal suo paese natale, Giuliana, ancora giovanissimo, alle iniziative giornalistiche locali, nelle quali mai è venuta meno la speranza di costruire uno sviluppo sostenibile, libero da ancestrali condizionamenti sociali,quasi a segnare la voglia di ritrovare, rappresentare e costruire un’identità reale dell’umanità e della cultura dell’area interessata.
        Ha raccolto al riguardo, in diversi volumi, momenti antologici del pensiero e della storia artistico-culturale e sociale del comprensorio. Ricordiamo tra gli altri “Inventario corleonese”, “L’Ulivo saraceno”, “Polittico siciliano, scritti d’arte e di storia “ (3).
        La Corleone di Naso e di Vasi, di Giovanni Colletto e di Pippo Rizzo, maestro di Guttuso e dei contemporanei Bruno Ridulfo, Biagio Governali; la Corleone di Bentivegna e di Bernardino
        Verro, delle lotte contadine e dei residui di una violenza inaudita, hanno incoraggiato Marchese a tessere una tela di ricerche e studi su tutto il territorio sicano tra il Sosio e il Belice, partendo
        dal laboratorio primo dei suoi studi, quello della città natale, Giuliana.

        La città universitas dall’antica origine sicana, ripopolata dai romani, militarizzata con il castello di Federico III d’Aragona (4), con le dimore dei Peralta e la figura di Eleonora d’Aragona, morta
        in quella città e seppellita a Santa Maria del Bosco e poi fissata nel busto-ritratto del Laurana, ora divenuta l’icona della copertina del volume di Marchese,” Insula”, a disegnare un riferimento
        geografico dell’autore, colpito ed ispirato, sin dalle sue prime ricerche, dalle vicende storiche del suo paese e del monastero di S. Maria del Bosco di Calatamauro.

        Marchese vive nel centro storico di Giuliana, proprio sotto il Castello,nella casa natale di Via Tomasini, ove istituisce la sua ricca Biblioteca personale, dopo avere collaborato a raccogliere libri per la biblioteca dell’azione cattolica, ideata dall’arciprete Pietro Marchisotta
        ed alimentata già da Luciano D’Asaro, Ferdinando Russo, Giovanni Colletti, Giuseppe Iannazzo, e poi da P.Giovinco, per pervenire, infine, alla costituzione della prima Biblioteca comunale, di cui in “Insula”, ritroviamo l’eco.
        E maturano le prime sue opere notevoli come “Il Castello di Giuliana “ (4) e l’appassionata ricerca su “Giacomo Santoro detto Jacopo Siculo” (5), il pittore rinascimentale siciliano attivo in numerosi centri dell’Umbria e del Lazio, studiato sistematicamente dal Nostro.

        Sono queste due opere a svelare la maturità di Marchese e ad aprire le istituzioni locali, dall’amministrazione Russo a quella Campisi, verso un’azione culturale promozionale per le arti, quasi alla riscoperta di una sopita vocazione della popolazione, a ricercare un futuro, partendo dalla cultura, dal restauro del castello, dall’investimento nelle scuole e nella formazione, dalla riapertura del castello e dell’Opera Pia Buttafoco Tomasini, ove invitare gli artisti del comprensorio a confrontarsi sulle moderne produzioni pittoriche, sulle produzioni artigianali, sulla promozione della musica, per ricostruire la banda comunale ed anche sull’arte del ricamo.

        Marchese aveva già scoperto l’origine giulianese di Antonino Ferraro e della sua dinastia familiare e dei seguaci e gli studiosi di Castelvetrano si accorgevano di avere quasi dimenticato quella dinastia, che pure per oltre un secolo aveva operato per trasformarla in città d’arte.

        In trenta comuni della Sicilia occidentale Marchese individuava le opere dei Ferraro da Giuliana, comprese quelle da lui stesso attribuite e di cui successivamente avrà conferma documentaria grazie alle sue stesse ricerche d’archivio, opere di notevole valore storico-artistico, quasi dimenticate, a Burgio (la città che da secoli forgia le campane e modella le caratteristiche ceramiche artistiche), a Caltabellotta, a Mazara, Trapani, Corleone, Erice, Monreale, Naro, Sciacca. E la fama dello storico Marchese faceva il giro dei paesi Sicani e del Belice e dell’intera Sicilia.

        Terramia Blog,(www.maik07.wordpress.com) ed il motore di ricerca www.google.it hanno presentato alcune delle opere dello storico
        degli anni 2008 e 2009 con figure ed eventi della terra Sicana.
        Si rispolverano gli archivi a Chiusa Sclafani, la città, del “barocco inedito” e della musica (3 ), dei compositori, Orlando, Ignazio Sgarlata, Liberto, Lo Cascio e Marchese intesse una storia della musica e scopre che è anche la città dei Lo Cascio, gli artisti del legno, emigrati da Giuliana e il Sindaco Pollichino istituisce l’archivio storico del comune mentre emuli di Marchese scavano con lui nella storia delle arti, delle chiese barocche, della medicina del famoso medico Ingrassia mentre il dr.G.Di Giorgio traccia una storia del comune.
        Il tessuto artistico dei comuni confinanti con Giuliana trova in Marchese uno studioso attento delle emergenze culturali di Campofiorito, Prizzi, Bisacquino.

        Una mostra di Girolamo Di Cara ha presentato le immagini del barocco lasciate nelle chiese e nelle piazze. Marchese scopre che Serpotta ha lavorato a Bisacquino e il decano Pasquale Di Vincenti gli commissiona un volume sulla Chiesa madre (6).Frank Capra, il regista tanto amato dalla cinematografia mondiale, portava con sè l’immagine della facciata. Ora gli emigranti di Bisacquino portano, con l’opera di Marchese, i tesori interni di quella Chiesa, che li ha forgiati nella fede e nei valori della famiglia e del lavoro(8), come scrive F.Russo in www.vivienna.it.

        Ma Marchese non è solo il fotografo delle emergenze monumentali e pittoriche, della statuaria, in queste arti lo seguono e lo accompagnano il rinomato scopritore di tradizioni, Enzo Brai, e poi Giuseppe Lombardi, da Chiusa Sclafani, Totuccio Salvaggio, il pittore Giovanni Schifani ,la pittrice Anna Iannazzo, mentre il web master Pietro Daidone fa fatica a riportare nel sito del Comune di Giuliana ,i nuovi libri che Manzoni gli pubblica e gli eventi che si susseguono al Castello ,con i positivi commenti giornalistici che li illustrano .

        Il Nostro è critico letterario, amico di scrittori, poeti, pittori, fotografi, collezionisti. Dei poeti giulianesi, Giuliano D’Aiuto e Giuseppe Buttafoco, ha raccolto dalla bocca degli autori i versi non scritti, d’Antonietta Catalanotto, in Insula riporta un desiderio:“vorrei essere un gabbiano e volare alto nel cielo/vorrei avere due cuori per amare di più/vorrei gridare al mondo che sono felice di esserci/vorrei abbracciare tutte le genti che soffrono.” C’è il sentire di un popolo, la generosità, la fede, nei versi appena abbozzati e Marchese n’è felice.Vi vede impressa l’identità del suo popolo e quella della sua maestra della quinta elementare, la poetessa ins.Caterina Gullo Moleni, che riscopre dopo cinquanta anni ,attraverso i suoi scritti. Ora a Prizzi s’indaga su Vito Mercadante, un gran poeta dialettale e Marchese è chiamato a scrivere la prefazione della sua produzione più espressiva.

        A Campofiorito, ”genius loci” è Giovanni Giordano: usa il dialetto per “cuntare la sua Bellanova-Campofiorito, tra storia e memoria popolare e Marchese non può non apprezzarlo e ricordalo in Insula, affidando a quest’opera di raggiungere,con le storie,i racconti,le opere degli artisti dei Monti Sicani , le famiglie degli emigrati, sparsi in tutto il mondo.

        E sarà per gli emigrati un ritrovarsi nelle terre dei padri, tra le campagne a raccogliere olive “Giarraffa” ed a seminare il grano duro, fino a quando non li raggiungeranno i rintocchi delle campane di Burgio, portate degli emigranti, come ricorda Marchese,in numerosi centri del territorio nazionale e poi nel Madagascar,nello Zaire(Congo),nella Zambia,e persino negli States. Il salesiano Don Salvatore Provinzano, sacerdote, educatore missionario, alla quale memoria è dedicato Insula, quei rintocchi li avrebbe portati nell’America Latina.

        Alla presentazione, in prima assoluta, di “Insula”, a Giuliana, nell’ospitale salone del Collegio di Maria, dopo il saluto dell’assessore alla cultura prof.ssa Antonella Campisi e dell’arciprete Mariano Giaccone, hanno parlato, il dr.Salvatore Amato, presidente dell’Ordine dei Medici della provincia di Palermo, il prof. Enzo Randazzo, preside del Liceo scientifico “G. P. Ballatore” di Mazara del Vallo, scrittore e romanziere, e l’on. Ferdinando Russo.
        Sulla personalità dell’autore, significative le testimonianze di Mons. Lino Di Vincenti,decano di Bisacquino, del Parroco di S. Leoluca di Corleone, P. Calogero Giovinco, dell’ex assessore alla provincia Colca, del rappresentante dell’A.S.L.T.I. Onlus, Guzzardi, la Sig.ra Caterina Gullo.
        Tra i presenti, il V. sindaco Dr. Provinzano, l’amministratore immobiliare Santo Carlino, l’assessore Pietro Musso, la V. presidente del Consiglio comunale Anna Colletti, il consigliere Mario Arcuri e l’assessore Totò Ragusa, in rappresentanza del comune di Bisacquino, l’amministratore dell’impresa Arredamenti Musso, ringraziati espressamente dall’autore del volume “Insula”, dr.A.G.Marchese, volume dedicato alla memoria del salesiano giulianese Don Salvatore Provinzano, deceduto cinque anni fa in Ecuador, eletta sua terra di missione.

        Ferdinando Russo
        onnandorusso@libero.it

        1) A.G.Marchese, Insula, Frammenti di cultura siciliana, I.L.a.Mazzone Produzioni 2009 con prefazione di Tommaso Romano.
        2) A.G.Marchese, Antonino Ferraro e la statuaria lignea del’500 a Corleone, con prefazione di Aldo Gerbino, Palermo 2009.
        3) A.G.Marchese, L’ulivo saraceno.Civiltà letteraria siciliana, con prefazione di Antonino De Rosalia, Palermo 1999.
        4)A.G.Marchese, Il Castello di Giuliana. Storia e architettura, presentazione di Maria Giuffrè, Ila Palma, Palermo 1996.
        5)A.G.Marchese, Giacomo Santoro da Giuliana, detto Jacopo Siculo, Ila Palma, Palermo 1998.
        6) A.G.Marchese, La Chiesa Madre di Bisacquino.Artisti, maestranze e committenti dal Cinquecento al Settecento, con prefazione di Piero Longo e Don Pasquale Di Vincenti e presentazione di Salvatore Di Cristina, Arcivescovo di Monreale, e Foto di Enzo Brai. Editrice Plumelia ,2009.
        7)A.G.Marchese, Il serpente di Esculapio: medici, chirurghi e speziali a Chiusa Sclafani nella prima età moderna, da Giovanni Filippo Ingrassia a Francesco Di Giorgio,con prefazione di Marisa Buscami,Ila Palma ,2006.
        8)F.Russo,Commenti su opere di A.G.Marchese in www.maik07.wordpress.com ,in www.google.it, in www.vivienna.it, in www.fasokamba.it

    La cucina siciliana!

    Nel corso della storia diverse sono state le civiltà che si sono succedute in questa grande e splendida isola: Elimi, Punici, Greci. Normanni, Romani, Arabi, Spagnoli s Francesi hanno lasciato importanti tracce del loro passaggio e la cucina siciliana così colorata, speziata e sfarzosa è strettamente collegata alla vicende storiche, culturali e religiose di tutti questi popoli.
    Della civiltà greca rimangono soprattutto la cottura alla griglia, l’uso dell’origano, delle olive e l’ estensivo utilizzo di verdure quali la melanzana, regina della cucina siciliana. Gli Arabi erano un popolo di grandi agricoltori e introdussero in Sicilia la coltivazione della canna da zucchero, del riso e quella degli agrumi.
    L’influenza araba si riscontra principalmente nella pasticceria, la cassata stessa,dolce tipico della Sicilia, deve il suo nome dal termine arabo “quas’at” (casseruola) che indica lo stampo di forma rotonda che si utilizza per prepararla. Anche il termine marzapane deriva dall’arabo “mauthaban”. La cultura gastronomica regionale della Sicilia è molto complessa e articolata, ricca di sapori antichissimi e di ineguagliabili profumi. In nessun luogo al mondo la cucina è mai stata cosi “povera ma ricca” nello stesso tempo. Poveri sono gli ingredienti che questa terra e il mare che la circonda offrono così generosamente e ricca invece la fantasia e la varietà. Una cucina, quella siciliana, che è sempre stata una vera tentazione per gli occhi e per il palato, capace di sedurre e soddisfare tutti i gusti dai più classici ai più stravaganti. Una cucina di volta in volta reinterpretata dai popoli che qui lasciavano qualcosa di loro e prendevano qualcosa di questa straordinaria terra.
    Una terra che grazie ad uno splendido clima e ad un terreno ricco di minerali favorisce l’agricoltura fornendo prodotti con i quali è un piacere sbizzarrirsi in cucina. Parliamo dei saporitissimi agrumi di Ribera, delle nocciole di Piazza Armerina, dei fichi d’India dell’Etna, delle mandorle d’Avola, dei pistacchi di Bronte, delle lenticchie di Ustica, dei pomodori di Pachino, dei capperi di Pantelleria.
    Uno spazio a parte va riservato alla coltivazione di olio e vino. Nell’ isola non c’è provincia da Selinunte alle pendici dell’Etna, dove non si produca olio che è la base della maggior parte dei condimenti, essendo la cucina siciliana quasi totalmente priva di grassi animali. L’olio siciliano è un olio molto ricco, denso, leggermente salato con un retrogusto amarognolo. In tempi recenti si è cominciato a produrre olio nell’isola di Pantelleria dove gli ulivi, della varietà “biancolella”, crescono fra le rocce laviche e danno un olio molto delicato e leggero con retrogusto di mandorla.
    La vite è presente nella maggior parte del bacino del Mediterraneo sin dai tempi più remoti e la Sicilia grazie alla temperatura mite, alle colline, alla brezza di mare e al sole caldo risulta il territorio ideale dove farla crescere.
    La tradizione vinicola siciliana affonda le sue radici sin dall’ epoca della colonizzazione dei greci che, arrivati a Naxos,(la greca Taormina) si occuparono con dedizione a questa coltura. In seguito grazie agli scambi commerciali dei Fenici, risaputi navigatori e mercanti, i vini siciliani vennero conosciuti in tutto il mondo. La vite in Sicilia fornisce uve per vini forti e densi molto apprezzati che sono il risultato di una produzione di alta qualità tanto che diversi vini siciliani hanno ottenuto la Denominazione d’ Origine Controllata e Garantita (DOCG). La produzione di vini siciliani con uve autoctone va dai secchi bianchi della zona di Alcamo, ai rossi dalla parte meridionale dell’ Isola ai vini tratti da uve passite e molto zuccherine quali il Passito di Lipari e il più famoso Marsala. Il Marsala è un vino molto pregiato conosciuto e apprezzato già nel 1800. Ha alle spalle una lunga storia che non l ha però preservato da un periodo di ombra in cui venne un po’ declassato. La zona di produzione di questo vino è racchiusa nella provincia di Trapani. Il gusto del Marsala può essere dolce liquoroso, semisecco o secco a seconda dell’ anno di invecchiamento e della lavorazione. Vini molto importanti e corposi sono quelli prodotti dalle aziende vinicole dell’area dell’ Etna che comprendono il Bianco, il Rosso e il Rosato. I vini nati sulle pendici del grande vulcano hanno la particolarità di essere ottenuti da uve ricche in nutrienti grazie al terreno lavico.
    Altro vino rappresentativo siciliano è lo Zibibbo originario dell’ Egitto e diffuso in Italia grazie ai Romani, deve il suo nome al termine arabo “zibibb”, uva secca. E’ disponibile in versione vino Moscato e vino liquoroso.
    Oggi i liquori e i rosoli, prodotti seguendo le “ricette della nonna”, sono stati riscoperti dopo un periodo in cui sono stati bistrattati in quanto considerati di poco valore. Sono stati recuperati i liquori di frutta come quello di agrumi, di menta, di susine, di fragole, il famoso nocino e il liquore al caffè. Seguendo antiche ricette dei monaci si producono amari centerbe o il celebre liquore all’ anice.
    Non si può parlare di Sicilia senza pensare al profumo dei suoi agrumi. La loro coltivazione ha una storia importante, introdotta in Europa dall’ Oriente intorno al 1100, raggiunge il massimo livello in Sicilia nel XVIII-XIX secolo e dopo le due guerre quando si ebbe un aumento della disponibilità di acqua per l’irrigazione.
    In passato il periodo della raccolta degli agrumi equivaleva ad un periodo di grande benessere per tutti, dai padroni che vedevano il risultato dei loro investimenti, ai lavoratori impegnati nella raccolta e nel trasporto dei frutti dorati. Dopo duecento anni gli splendidi e profumatissimi agrumeti siciliani continuano a fornire agrumi di ottima qualità quali clementine, mandarini, limoni, pompelmi, bergamotti e le inconfondibili arance nelle varietà Sanguinello, Ovale, Moro e le succosissime Tarocco.
    Le caratteristiche nutritive degli agrumi li rendono uno degli alimenti principali per conservare una buona salute soprattutto per l’alto contenuto di vitamina C. In cucina gli agrumi trovano largo utilizzo, dai dolci per cui vengono usate le scorze candite, alle insalate fino a piatti più elaborati come la gelatina di mandarini o la crema di limoni senza contare che sono un ottimo condimento per piatti di carne e pesce.
    Uno degli ingredienti principali della cucina siciliana è sicuramente il cappero cioè il bocciolo del fiore del cappero ancora chiuso. Cresce bene in terreni di origine vulcanica come nelle isole di Salina e Pantelleria. I capperi vengono lavorati e portati sul mercato sotto sale marino, in salamoia e sott’aceto.
    Una grande importanza nella tradizione della cucina siciliana rivestono il pane e la pasta, un po’ bistrattati negli ultimi tempi per via delle diete, ma parte importantissima della maggior parte dei pasti di una volta dei quali spesso costituivano il piatto unico.
    Il pane fresco di forno si consuma volentieri con l’aggiunta di acciughe, aglio e dell’ ottimo olio d’ oliva mentre, indurito, diventa la base di molte zuppe calde di verdure. Il pane bianco è spesso cosparso di semi di vario genere dal sesamo ai semi di papavero che lo rendono speciale. Infine le pagnotte vengono consumate con ripieni di carne, formaggio o creme dolci di ricotta e pezzi di cioccolato.
    La regina indiscussa della cucina siciliana, come peraltro della dieta mediterranea, è sicuramente la pasta; fresca, lunga o corta si presta a molteplici ricette che vanno dal semplice condimento di aglio, olio e peperoncino ai sughi ricchi di ortaggi e verdure dell’ isola, ai formaggi. al pesce e alla carne. Così arricchita la pasta costituisce spesso il piatto principale e unico del pasto.
    Condimento ideale e salutare della pasta rimane il pomodoro e in particolare il “pomodoro ciliegino di Pachino”, un piccolo pomodoro a grappolo dall’ inconfondibile profumo.
    La zona di produzione di questo tipo di pomodoro è la zona che comprende il comune di Pachino appunto, la zona di Capo Passero e parte dei territori dei comuni di Noto e Ispica.
    Questa zona di produzione è caratterizzata dalla vicinanza del mare e quindi da un clima dalle temperature molto alte e sole praticamente tutto l’anno. Le prime coltivazione di pomodoro in questa zona risalgono alla prima metà del 1900 anche se solo nel 2003 ha ottenuto il riconoscimento della certificazione IGP. E’ risaputo che jl pomodoro ha importanti proprietà nutritive tra cui l’ apporto di vitamina A e C, e di potassio. E’ divenuto ormai simbolo della dieta mediterranea e si presta a varie preparazioni dai piatti freschi, alla pizza e naturalmente la pasta.
    Affianca la pasta il riso, importato in Europa dall’Oriente, anche se più che come primo piatto, come nel nord Italia, viene usato come base per crocchette, arancinj e dolci.
    Essendo la Sicilia circondata da tre mari non può che utilizzare in abbondanza per la sua cucina i prodotti ittici presenti in gran quantità lungo la costa catanese, nella zona delle isole Eolie ed Egadi. Allo straordinario “pesce azzurro” (sarde, acciughe, sgombri, pesci spada e tonni) si
    aggiungono dentici, orate, gamberi, scampi, aragoste e astici.
    Il pesce spada, ritenuto il re dei pesci, si presta a diverse preparazioni e si può gustare crudo in carpaccio, cotto al forno, in umido o fritto, costituisce sempre un ottimo secondo piatto genuino e leggero.
    Il tonno che si pesca con tecniche che seguono tradizioni e metodi tramandati dagli arabi, soprattutto nell’isola di Favignana nel trapanese, dove ha sede la tonnara più grande d’ Europa, era considerato la carne dei poveri in quanto non si buttava mai via nulla. Come il pesce spada, il tonno è cucinato in vari modi, grigliato, fritto, cotto al forno o lessato e viene conservato affumicato o sott’olio. Con le uova di tonno si ottiene la bottarga da gustare grattugiata sulla pasta. Il tonno siciliano è più magro rispetto ai tonni pescati nel nord Europa ed è quindi indicato anche nell’ alimentazione dei più piccoli. Una della più caratteristiche ricette a base dì tonno è il ragù, tipico piatto della tradizione culinaria trapanese.
    Le oggi famose zuppe di pesce sono un’ eredità degli Spagnoli, cariche di sapori e condite in vari modi risultano sempre un piatto ricco e molto apprezzato da tutti. Mentre il cuscus di pesce oggi piatto tipico del trapanese è decisamente di origine araba anche se nel nord Africa è molto più consumato il cuscus di carne.
    La carne bovina non ha un grande impiego nella cucina siciliana in quanto i pascoli sono sempre stati scarsi e quindi le carni non risultavano particolarmente pregiate.
    Si consumano maggiormente carni di ovini, suini, pollame e conigli più facili da allevare un po’ ovunque. La cottura della carne è molto varia, come per il pesce, si va dalla semplice e veloce cottura alla griglia fino alle lunghe cotture in tegame in umido arricchite da verdure e spezie. Una valida alternativa ai secondi di pesce o carne e senza dubbio costituita dai formaggi che sono il frutto dell’ antica e ricca tradizione casearia siciliana che impiega latte vaccino, di pecora e di capra per la produzione di ricotta, primo sale, pecorino, provola e caciocavallo. I primi dati storici che riportano notizie sul formaggio siciliano risalgono ai tempi del mondo greco classico.
    I formaggi siciliani sono caratterizzati da un’ alta qualità che li distingue. E’ un alimento molto importante a livello nutritivo in quanto fornisce calcio, proteine e fosforo necessari all’ organismo umano.
    Vista l’ alta percentuale di calorie e di colesterolo contenuta nei formaggi stagionati è auspicabile non associano ad altri cibi ricchi in proteine animali come uova e carne. Elencare tutte le varietà di formaggio prodotto in Sicilia è un’ impresa alquanto difficile, si va dai formaggi pregiati come il “fiore sicano”, al “maiorchino” di latte di pecora a quelli più conosciuti e diffusi come il “ragusano” dop, un formaggio a pasta filata che si ottiene dalla lavorazione del latte intero di mucche della razza modicana allevate allo stato brado. Spesso al latte vengono aggiunte spezie quali il pepe in grani o lo zafferano come nel caso del Piacintinu, formaggio di pecora tipico della zona di Enna o del caciocavallo ragusano proposto in versione naturale o con aggiunta di pepe. Per arricchire alcuni pecorini si usano invece i pistacchi. Tra i formaggi non va dimenticata la ricotta, un formaggio fresco ricavato da latte vaccino o di pecora che deve il suo nome al fatto che gli ingredienti vengono cotti due volte appunto “ricotti”. La ricotta viene consumata in svariati modi: da sola, come base di molti dolci tipici siciliani e della famosa “pasta alla Norma” nella versione salata.
    Il “dulcis in fundo” della cucina è rappresentato dai dolci che risvegliano il massimo del piacere del gusto e soprattutto i dolci siciliani che sono tutti molto ricchi e quindi rappresentativi di questo “vizio”. I dolci siciliani esprimono tutto il colore e la fantasia dei siciliani, colori che si ritrovano nei paesaggi, nei mercati e nei famosissimi carretti.
    In nessuna altra regione d’ Italia esiste una così grande varietà di dolci come in Sicilia. Il dolce nasce come “pane speciale” per giorni speciali ed è il simbolo della festa, di occasioni particolari, di una cerimonia e in genere è legato alle varie ricorrenze dell’ anno.
    Gli arabi hanno lasciato in Sicilia l’arte della cassata e della pasta di mandorle associate al piacere dei colori vivaci e ai profumi intensi quali il gelsomino.
    Ai greci si deve l’uso di miele e di ricotta per la preparazione di molti dolci tra cui i famosissimi cannoli. I Bizantini amavano in particolare i profumi intensi di cannella e vaniglia mentre dai francesi viene la passione per il cioccolato.
    Fra gli ingredienti più importanti per i dolci siciliani è bene ricordare la frutta secca e in particolare le mandorle i pistacchi.
    Mandorli divenuti famosi sono quelli di Agrigento festeggiati verso la fine di Febbraio con la “sagra del mandorlo in fiore” che segna l’inizio della primavera. Nella zona della Valle dei Templi sono coltivate e conservate come patrimonio genetico più di 200 varietà di mandorlo, alcune in estinzione. Grande centro di produzione di mandorle è senza dubbio Noto, in provincia di Siracusa. dove si coltiva la famosa mandorla d’Avola, dalla forma ovale regolare, perfetta per la produzione di confetti. I pistacchi sono stati introdotti fra le coltivazioni in Sicilia dagli Arabi e nella zona di Bronte. ai piedi dell’ Etna trovano un terreno ricco di minerali ìdeale per la loro crescita. Verso la fine di Settembre il pistacchio di Bronte, che ha ottenuto il riconoscimento DOP, si festeggia con una importante sagra dove si possono assaggiare le varie specialità culinarie ottenute da questo frutto, dal pesto per condire la pasta, alla crema dolce spalmabile.
    L’ abbondanza di frutta secca nella regione, soprattutto di mandorle, permette la preparazione della pasta reale fondamentale per la lavorazione della coloratissima “frutta martorana” tradizionale specialità tramandata dalle monache del Convento palermitano della Martorana appunto. Altro grande favoloso dolce tipico di cui le uniche depositarie della ricetta sono le monache di clausura del Monastero agrigentino di Santo Spirito, è il cuscus dolce. La frutta secca costituisce inoltre 1’ ingrediente base della preparazione di biscotti, latte di mandorla e degli splendidi torroni nella versione morbida o croccante ricoperti o meno di semi di sesamo o glassa.
    Grande importanza riveste anche la forma di alcuni dolci come ad esempio la “mezzaluna” cioè la luna, introdotta in Sicilia dagli Arabi, che la ritenevano di buon auspicio. Di questa forma sono i ravioli dolci ripieni di mandorle, cacao. farina di ceci e scorza di limone e i pasticciotti di pasta frolla ripiena di cedro.
    Il cerchio rappresenta da sempre il simbolo della completezza ed eternità e da questo nascono dolci importanti come tutta una serie di torte e crostate tra i quali primeggia naturalmente la cassata.
    Da ricordare fra i dolci tipici della tradizione siciliana è senza dubbio il cioccolato di Modica preparato con l’antica ricetta azteca qui arrivata dall’ America grazie ai grandi dominatori spagnoli. Si presenta come un cioccolato molto scuro e ruvido in cui sono incastonati cristalli di zucchero intatti. Fra i dolci siciliani più noti riveste un’ importanza particolare il gelato conosciuto in tutto il modo per l’unicità dei suoi sapori e della sua morbidezza come il gelato alla rosa, al gelsomino, alle fragoline di Noto, ai fichi d India, alla cannella. al mandarino e ai frutti di gelso.
    Il gelato in Sicilia viene gustato già a colazione come ripieno di una fragrante brioche accompagnata da una ricca granita al caffè con panna. Il turista di ritorno da un viaggio in questa splendida isola che è la Sicilia, porterà con sé un grande ricordo di storia. Arte, natura ma anche un buonissimo ricordo della splendida cucina siciliana.
    Foto di:Giuseppe Terranova e Michele Vilardo.

    Sincretismo religioso cattolico….

        -Cristo Pantocratore,Duomo di Monreale-


      Gv 1,1In principio era il Verbo,
      il Verbo era presso Dio
      e il Verbo era Dio.
      2Egli era in principio presso Dio:
      3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
      e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
      esiste.
      4In lui era la vita
      e la vita era la luce degli uomini;
      5la luce splende nelle tenebre,
      ma le tenebre non l’hanno accolta…
      9Veniva nel mondo
      la luce vera,
      quella che illumina ogni uomo.
      10Egli era nel mondo,
      e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
      eppure il mondo non lo riconobbe.
      11Venne fra la sua gente,
      ma i suoi non l’hanno accolto.
      12A quanti però l’hanno accolto,
      ha dato potere di diventare figli di Dio:
      a quelli che credono nel suo nome,
      13i quali non da sangue,
      né da volere di carne,
      né da volere di uomo,
      ma da Dio sono stati generati.
      14E il Verbo si fece carne
      e venne ad abitare in mezzo a noi;
      e noi vedemmo la sua gloria,
      gloria come di unigenito dal Padre,
      pieno di grazia e di verità.

      15Giovanni gli rende testimonianza
      e grida: “Ecco l’uomo di cui io dissi:
      Colui che viene dopo di me
      mi è passato avanti,
      perché era prima di me”.
      16Dalla sua pienezza
      noi tutti abbiamo ricevuto
      e grazia su grazia.
      17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
      la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
      18Dio nessuno l’ha mai visto:
      proprio il Figlio unigenito,
      che è nel seno del Padre,
      lui lo ha rivelato.

      Inserisco,ben volentieri,un’ulteriore riflessione del Dott.Federico Lenchi atta a sviscerare quella “miniera inesauribile” che è il saggio del teologo Vito Mancuso:”L’anima e il suo destino”. Ringrazio il Dott.Lenchi per questo spirito di servizio alla Verità e all’”intellectus fidei”,ossia ad una fede pensata,spesso messa a repentaglio da forme subdole di sincretismo religioso atte a sminuire la portata delle grande verità del cristianesimo.L’opera del Dott.Lenchi è,altresì,meritoria perchè si inserisce in un contesto culturale,come quello odierno,caratterizzato anche dal relativismo religioso.

      Di Federico Lenchi

    Lo spunto, oggi, Santo Stefano, mi è offerto ancora una volta da quella miniera inesauribile che è il saggio “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso.

    Perché dico “miniera inesauribile”? Perché è fonte di continue discussioni non con chi si dice agnostico, non con chi si professa ateo ma, al contrario con chi frequenta la Chiesa e si accosta regolarmente ai sacramenti, in altre parole con chi si considera Cattolico a tutti gli effetti pur ritenendo il suo un cattolicesimo più maturo, più autentico, in altre parole, parafrasando Prodi, un cattolicesimo adulto.
    Ora in cosa consista questa maggior maturità è presto detto, in quanto si articola in questi tre convincimenti presi, pari pari, dal libro in questione:
    1) i dogmi sono un’invenzione della Chiesa, confezionati ad arte nel corso dei secoli;
    2) la Chiesa medesima è un’invenzione umana alla cui costituzione Cristo non aveva mai pensato;
    3) Cristo non ha mai affermato di essere Dio.
    Parto da quest’ultima affermazione che risulta subito di facile contestazione in quanto è evidente che chi la sostiene ha fatto una lettura troppo affrettata e superficiale dei Vangeli.

    Noi sappiamo infatti che quando Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo nome per poterlo riferire agli Israeliti, Dio così gli risponde:

    “Dirai agli Israeliti: Io sono mi ha mandato a voi” (Esodo, cap.III, vv.13-15).

    Vediamo ora, nei Vangeli, come Gesù presenta sè stesso:

    Fin d’ora ve lo dico prima che accada, affinche’, quando accadra’,crediate che Io sono” (Gv. 13,19-20) ;

    “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv.8,24);

    “Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono” (Gv. 8,28);

    “ In verita’ vi dico prima che Abramo fosse, Io sono “ (Gv. (,58 );

    “ Chi cercate?Gesu’ di Nazareth.Io sono. Appena disse Io sono indietreggiarono e caddero a terra” (Gv. 15, 5.6.8.).

    Ma pure esaminando i Vangeli sinottici possiamo giungere alle stesse conclusioni ovvero che Gesu’ sapeva di avere oltre alla natura umana anche quella divina. Infatti e’inutile ricordare che il nome di Dio, e ce lo dice Lui stesso, e’ “Io sono colui che e’ “ ovvero, in forma breve, “ Io sono”.
    Parlando in questo modo e con tale autorita’ Gesu’, senza alcun dubbio, asseriva la sua Divinita’
    Questo, sempre che si voglia credere ai Vangeli ed agli evangelisti.
    E’ opinione comune presso alcuni teologi, e tra questi naturalmente Mancuso, che il racconto della
    Scrittura vada interpretato e quindi rivisto in maniera sostanziale.
    Secondo tali Autori se essi, i Vangeli, vengono letti attentamente ci mostrano infatti un’interessante processo di idealizzazione dell’immagine di Gesù.
    In altre parole, passando dal primo vangelo di Matteo all’ultimo di Giovanni, è possibile scorgere la trasformazione subita da quest’Ultimo, a opera degli evangelisti, che lo porta da anonimo carpentiere nazaretano a semidio in carne umana..
    In altri termini, secondo tali studiosi, i vangeli sono un dono, ma anche un prodotto della Chiesa e per conoscerne e valutarne la portata, i reali contenuti e nello stesso tempo i limiti, le lacune o le carenze bisognerebbe sapere da quali preoccupazioni erano animate le comunità da cui sono sorti e gli intenti dei rispettivi autori che hanno curato i testi. Ecco allora affacciarsi il vero nodo della questione che possiamo definire come il “soggettivismo”degli autori sacri. Ecco il punto cui si vuole arrivare: Dio ha sì, ispirato gli Evangelisti, ma questi hanno rielaborato la rivelazione secondo le proprie convinzioni, le proprie aspettative, le proprie emozioni umane, il proprio carattere e
    soprattutto le proprie convenienze. Verrebbe da dire: nulla di nuovo sotto il sole. Ecco che riaffiorano le teorie del modernismo del Loisy. Questi nella sua opera principale e più discussa “I Vangeli sinottici” (1907-1908), presenta i Vangeli come creazione della Chiesa, contestando a quest’ultima di aver voluto presentare la morte e la resurrezione di Cristo come fatto storico in realtà mai avvenuto per cui lo scopo del Vangelo è rimasto lo scopo della Chiesa di cui Gesù , si badi bene, non volle assolutamente essere il fondatore. L’esegesi biblica di Loisy si ispirava a criteri marcatamente razionalistici e conduceva inevitabilmente alla negazione del soprannaturale.
    In ultima analisi i redattori dei Vangeli avrebbero operato una gigantesca trasformazione eliminando, completando, trasformando le fonti originarie e imprimendo in tal modo al racconto della vita del Messia ed alla formulazione del suo insegnamento il segno della dottrina paolina e della apologetica della primitiva comunità cristiana. Ora, alcuni di questi cosiddetti teologi, si spingono oltre, affermando che è molto probabile che Gesù fosse sposato perché tale era la condizione normale nella società giudaica e perché Gesù era un uomo con tutte le emozioni ed i sentimenti dei comuni mortali.
    Solo successivamente, soprattutto in virtù della catechesi di Paolo si trovò sconveniente presentare Gesù come vittima della porneia e schiavo quindi dei sensi a cui il matrimonio era rimedio. Due erano fondamentalmente le categorie: quelle dei vergini, spiritualmente vicini agli angeli e quella degli sposati legati alla carne a cui, appunto, Gesù non poteva essere ricondotto. Da cui ne derivava una assoluta, necessaria negazione del suo stato matrimoniale cosa, per secoli, riuscita molto bene alla Chiesa. Se Gesù diceva infatti di essere venuto da Dio, si poteva legittimamente presentarlo come unito carnalmente con una donna?
    Ma senza scomodare i teologici appartenenti a certi schieramenti vediamo cosa dice Dan Brown nel “Codice da Vinci”:
    1) La Chiesa dei primi Concili avrebbe offerto, manipolandola, un’immagine di Gesù.
    2) Discordante da quella testimoniata dalle fonti storiche originarie in questo sostenuta in modo decisivo dall’imperatore Costantino che puntò sul “cavallo più favorito” , il cristianesimo, per consolidare l’unità dell’impero.
    3) Come conseguenza si arrivò ad una deificazione di Cristo che al contrario era visto dai suoi primi seguaci come un uomo grande e potente, ma pur sempre un profeta mortale.
    4) Questa operazione teologica ne comportò un’altra nei confronti dei Vangeli in maniera da escludere dagli stessi gli aspetti prettamente umani per esaltare quelli esclusivamente divini.
    5) Tra gli aspetti umani vi era certamente quello relativo al matrimonio con la Maddalena che non si limitò ad essere di tipo spirituale ma reale tanto da essere sancito persino da un figlio.
    6) La Maddalena, in quanto sposa e madre di un figlio di Gesù, non poteva che far ombra alla gerarchia che si sentiva l’erede e la continuatrice dell’opera di Cristo.
    7) Per queste considerazioni la gerarchia si sentì costretta a ricorrere al rimedio di etichettarla come prostituta cancellando altresì le prove del matrimonio con Gesù di cui appunto nei vangeli canonici non vi è accenno.
    Fin qui Dan Brown.

    Si noti però che queste sono teorie già fatte proprie da certa cultura massonica che sostiene Gesù essere stato discepolo Esseno, (e fin qui può essere, come ipotizza anche Benedetto XVI nel suo recente libro “Gesù di Nazaret”) sposato con la Maddalena nel cui ventre (Sacro Graal) fu generata una discendenza (stirpe reale francese dei Merovingi) e con la quale visse fino a tarda età, contraddicendo la leggenda che lo voleva morto in croce.
    Quest’ultimo fondamentale punto lo ritroviamo anche nella religione musulmana, per non parlare dell’eresia marcionita, ecc…
    Da queste premesse si sviluppa la seconda parte del saggio del teologo P. Ortensio da Spinetoli, noto per un commento al Vangelo di Luca, teso a dimostrare che il tentativo di Dan Brown di mostrarci “un Gesù più autentico, più vicino all’uomo che a Dio non è una colpa, ma sempre un merito” (sic, pag. 31).
    Questo tentativo, giusto nella sostanza, è però, sempre secondo P.Ortensio, sbagliato nel metodo, in quanto si basa sui “vangeli apocrifi” spesso poco attendibili e non su quelli canonici, che meglio possono far luce sulla vita privata di Gesù (pag. 32 ).

    Siamo così arrivati, partendo dal terzo, al primo punto di discussione, quello che vuole i dogmi un’invenzione della Chiesa e non invece un’illuminazione dello Spirito Santo.
    I “cattolici adulti” grazie ai vari Mancuso,traggono linfa al loro convincimento che i dogmi siano in realtà invenzioni per le anime semplici, quelle intellettualmente e culturalmente meno dotate.
    Come può, uno spirito intellettualmente libero, si chiedono, credere al diavolo, all’Inferno,alla verginità della Madonna, alla Transustanziazione. Passi la Consustanziazione ma la
    Transustanziazione proprio no!
    E in perfetta buona fede si credono Cattolici!.
    Sono convinti che si debba vivere e predicare un Vangelo ripulito dai pregiudizi , dagli orpelli e dalle manipolazioni operate , a proprio vantaggio, dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli.
    Chiesa che sin dalle origini voleva un potere, inizialmente spirituale e poi anche temporale. Un Vangelo basato sull’essenziale e incentrato quasi esclusivamente sulla misericordia di Dio, ovvero il vero Vangelo di Gesù.
    l resto, come ho già detto, in buona misura, invenzioni della gerarchia.
    Ma questa Chiesa, alla fine, Gesù l’ha veramente voluta?
    Siamo così arrivati all’ultimo punto.
    E a proposito di chiesa come e’ sorta e su mandato di chi? Perche’ si dice che il Cristianesimo l’abbia fondato San Paolo e non Gesu’ medesimo?Questi, nel corso di tutta la sua vita, non si stancava di ripetere che Lui era la via che porta alla salvezza (non mi soffermo qui a riportare le varie citazioni che tutti conosciamo ) per cui se ci vole
    va salvare bisognava passare attraverso la sua dottrina ed insegnamento.
    Belle parole: ma Lui non scrisse nulla, ne’da vivo fece scriver nulla. Ha pero’ detto di andare a predicare e a diffondere il Vangelo:
    “ chi ascolta voi ascolta me …” .
    Ecco la nascita della Chiesa come Lui l’ha concepita e voluta;
    tramandare il messaggio di salvezza attraverso la comunita’ dei fratelli suoi discepoli.
    Ai tempi di Gesù, non c’erano i mezzi di comunicazione del giorno d’oggi. Se uno voleva comunicare qualcosa non aveva né telefono, né internet o televisione, nè satelliti.
    L’UNICO MEZZO DI COMUNICAZIONE era prendere un uomo, che veniva chiamato “shalìah”, dargli le opportune istruzioni e comandi e mandarlo là dove si voleva che il messaggio giungesse.
    Nel caso di un re, lo shalìah agiva con tutta l’autorità del re. Quello che diceva lui era come se ’avesse detto il re medesimo da cui il detto al tempo di Gesù: “Lo shalìah di un uomo è come l’uomo stesso”.
    Ora la traduzione di “shalìah” è “apostolo”, più precisamente “plenipotenziario”, cioè colui che ha ricevuto la pienezza dei poteri.
    E tale appaiono gli Apostoli.

    Infatti Gesù da loro pieni poteri quando compare agli Apostoli la sera di Pasqua: “ Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” ( Gv 20,21) e ancora “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me” (Lc 10,16).
    Fino ad arrivare al testo fondamentale “ E io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16 ss).
    Quest’ultima affermazione offre lo spunto per un’ultima breve riflessione sul primato di Pietro.
    Sarebbe lungo riportare tutti i brani in cui di fatto Gesù conferisce a Pietro l’incarico di rappresentarlo in terra quale vicario estendendo tale incarico anche ai suoi successori, i futuri Papi.
    Mi limiterò però ad alcune brevi considerazioni sul riconoscimento che le varie Chiese che si andavano costituendo riconoscevano ai successori di Pietro.
    Possediamo una lettera risalente al 95 dopo Cristo scritta dal papa S. Clemente Romano ai Corinzi.
    Con tale lettera il papa vuole ristabilire la pace nella Chiesa di Corinto, fondata direttamente da San Paolo, ed ai tempi molto importante. Tale Chiesa era piu’ antica di quella romana e certamente alcuni suoi membri avevano conosciuto l’apostolo Paolo. Eppure si rivolgono al papa e chiedono che sia lui a dirimere la controversia. E si badi che Costantino ed il concilio di Nicea erano di la’ da venire.
    In verita’, come scrive lo storico DUCHESNE “ la Chiesa di Roma si sentiva fin d’allora in possesso di quella autorita’ superiore e straordinaria che non cessera’ mai di rivendicare “.
    San Clemente interviene un’altra volta in un’altra questione, ma non si limita a scrivere, manda anche suoi incaricati.
    E come reagiscono queste Chiese? Tutte obbediscono. Nessuna protesta. Settant’anni dopo il vescovo di Corinto, scrivendo a papa Sotero, ricordera’ che la lettera di Clemente veniva ancora letta
    con devozione nelle assemblee liturgiche.
    I padri greci e latini hanno fatto numerose edizioni e traduzioni di questa lettera tanto che e’ stata addirittura inserita nel codice Alessandrino della Bibbia.
    Per cui: 1) il vescovo di Roma era consapevole di avere autorita’ su tutta la Chiesa;

    2) tutta le Chiese gli riconoscevano questa autorita’.

    Abbiamo un’altra incredibile testimonianza, una lettera scritta verso il 107 da sant’Ignazio di Antiochia morto martire e destinata alla Chiesa di Roma. E’ un testo famoso in cui tra l’altro vi leggiamo: “… alla Chiesa che ha anche la presidenza nel luogo della regione dei Romani ( quae etiam praesidet in loco regionis Romanorum), degna di Dio, degna d’onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di essere esaudita, adorna di candore, posta a presiedere alla carita’, depositaria della legge di Cristo, portante il nome del Padre…”
    Con S. Ignazio siamo all’inizio del secondo secolo, neanche 100 dopo la morte di Gesu’, e gia’ cominciano i primi pellegrinaggi a Roma per attingere alle sorgenti di quella che era considerata la vera fede.
    E via via, altre testimonianze che elevano Roma come la regola suprema della Chiesa universale per
    cui essere d’accordo con la Chiesa di Roma e’ garanzia di verita’, essere in disaccordo sicuro segno d’errore.
    Si veda, ad esempio , la lettera di S. Ireneo a papa Vittore e la testimonianza del vescovo Abercio.
    Concludo con la consapevolezza di non aver detto quasi nulla sull’argomento.
    Del resto stiamo riferendoci a 2000 anni di storia impossibili da delineare in poche pagine.
    Come considerazione finale posso aggiungere che i più tenaci e subdoli nemici della Chiesa sono presenti proprio al suo interno.
    Cosa aspettarci allora se il comandamento di Gesù di andare e predicare il vangelo sembra arrivato a un punto morto dato che esso, non solo non viene accettato dai popoli asiatici e da quelli di fede
    musulmana, ma perfino rifiutato per non dire osteggiato da chi ha avuto la grande fortuna di averlo appreso sin da bambino?
    In moltissimi paesi, lo sappiamo essere cristiani è un delitto e convertirsi al cristianesimo una colpa da punire con la pena di morte.
    Pensare che queste popolazioni accettino di aderire alla fede in Cristo, è obiettivamente utopistico.
    Ma quello che è impossibile all’uomo non è impossibile a Dio.
    Forse, chi giunge nei nostri Paesi per trovare un lavoro e una vita più dignitosa, forse, un giorno roverà qualcosa di infinitamente più grande e importante.
    Federico Lenchi

    Matteo Chiaramonte,poeta dialettale….


    MATTEO CHIARAMONTECastelvetrano celebra il suo poeta dialettale Matteo Chiaramonte
    con Ferraro, Butera, Russo, Fiordaliso, Camporeale, Calcara

    di Ferdinando Russo

    Il poeta selinuntino incantato della sua città, Matteo Chiaramonte, per raccontarcela usa la lingua degli avi, il castelvetranese.Commentano il testo E.Ferraro,G.D’Antoni,G.Ferri,G.Scozzari,V.Aloisi,I.Butera,G.Bottone,A.Giardina,F.S.Calcara.
    , (1, anche se l’autore non ricerca, forzatamente ed intelletualisticamente, il dialetto siciliano, o meglio la lingua siciliana, quella che ha reso grandi, per la ispirazione, per le inflessioni,per le incrostazioni storiche, per l’identità ,i romanzi di Andrea Camilleri, come il cinema di Tornatore, se l’ultima opera del regista di Cinema Paradiso,”Baaria”,nasce nella versione più autentica in siciliano.
    “Ti cuntu e ti cantu Castelvetranu-Selinunti” è un antologica politematica, personale ma coinvolgente corale, del cittadino poeta ,che .
    E, come scrive Giorgio d’Antoni del MCL –SIAS ,nelle pagine introduttive del volume presentato a Castelvetrano.., scrive l’autore nell’introduzione:mancava un cantore tutto per la sua città e Castelvetrano l’ha trovato in Matteo Chiaramonte.
    Lo ha allevato, lo ha ispirato, gli ha consegnato la lingua del popolo, il vernacolo duro dei marinai, dei contadini, delle mamme antiche, dei nonni, degli emigranti, dei lavoratori incontrati nel MCL con cui Chiaramonte ha collaborato, dei centenari, degli artisti che hanno ornato le sue chiese.
    E lui la trasmette, questa lingua, in 6250 versi,entrando all’attenzione nel “Guinnes dei primati Mondiali” di Londra.
    Castelvetrano lo ha festeggiato, con tanti Enti ed operatori culturali e delle comunicazioni, con il Sindaco del Comune e l’Assessore alla cultura ed alla Pubblica Istruzione, con l’E.N.T.E.L.-MCL, con l’Associazione “Pro-Loco Selinunte, con poeti e storici, con le autorità religiose, con la stampa locale.
    La lingua adottata dal poeta, è quella che trae origine dalla vicina terra di Ciullo d’Alcamo, quella che ritroviamo in Martoglio, in Antonio Veneziano, in Giovanni Meli, in Domenico Tempio e nei grandi Capuana, Verga, Pirandello, Consolo, e poi Camilleri, Silvana Grasso, Vilardo, Rabito.
    Gli accostamenti si prestano a riflessioni e a differenziazioni, hanno solo lo scopo di sottolineare ed evocare, l’ispirazione linguistica e contenutistica di tanti nostri letterati.
    Il Dirigente scolastico, il Preside Francesco Fiordaliso nelle sue ricerche e nei laboratori, che programma nei licei con intensa attività culturale, non si lascerà sfuggire le tematiche sul vernacolo castelvetranese e sulle similitudini,comunanze ,differenze ,influenze della lingua siciliana nei letterati della Sicilia passata e anche contemporanea .
    In Sicilia sono stati in molti i poeti che usarono il volgare siciliano,(anche se quello illustre,creato per poetare era un tempo quello delle corti ).Nel secolo di Federico II, ed attorno alla sua corte ricordiamo Giacomo da Lentini, Rinaldo D’Aquino, Stefano Protonotaro, tra gli esponenti illustri della “Scuola poetica Siciliana”.
    Nei secoli successivi i dominatori non furono solerti nel conservare le opere dei poeti; si ha sempre, specie da parte dei governanti non avveduti, la paura delle parole poetiche.
    A Castelvetrano e nella sua Sicilia, Chiaramonte non si sentirà solo, esclusivo, pur con la peculiarità, che lo contraddistingue e per l’intensità del suo rapporto con la città.
    Diventa riferimento provocatorio per educare alla cittadinanza,al vivere osservando, proponendo, costruendo il bene comune, nell’oggi, per il futuro ,sempre alla ricerca della verità, sempre alla ricerca di unire il proprio talento a quello degli altri ,per un blocco sociale nuovo di uomini liberi che amano il lavoro, la propria terra e vogliono cantarla e renderla benigna e materna per tutti i suoi figli.
    D’illustri concittadini, , Chiaramonte sa di averne avuti molti, da Gentile a Virgilio Titone, (ricordati nella poesia Castelvetranu fini millenniu”) a Luciano Messina.
    Anche costoro non hanno trascurato nell’impegno letterario, storico, poetico, Castelvetrano, amandola e servendola, con scritti e testimonianze.
    Di Virgilio Titone, un custode fedelissimo delle sue opere, l’avv.Giuseppe Barbera, parlando delle sue opere e della sua prosa la trova così affascinante da definirlo un grande poeta ( 7 )
    Di Luciano Messina, recentemente commemorato dal preside Fiordaliso, ricordiamo, tra le tante sue poesie, “Nel convento dei Domenicani”, Le colline di Selinunte, Una chiesa che nasce ( 8 )
    Li accostiamo a Chiaramonte per l’intensità con cui hanno amato la loro città in tutte le espressioni della loro vita artistica, civile, religiosa.
    Il valore delle piccole patrie nell’ispirazione e produzione letteraria non è provincialismo (ricordiamo Sciascia e Le Parrocchie di Regalpietra ) e poi, Castelvetrano-Selinunte è una gran patria, con una grande storia.
    Chiaramonte ha sentito il fascino di Castelvetrano nell’incontro con i suoi concittadini nell’agora’ .
    Gentile è stato il ministro della Pubblica istruzione ai tempi del Fascismo.
    E da allora non è mancata un’attenzione particolare al sistema scolastico, alle iniziative culturali.
    Luciano Messina ha potenziato il sistema scolastico, ha internazionalizzato le manifestazioni culturali,ha educato alcune generazioni allo studio,alla ricerca,alla testimonianza civile .
    Discutevamo spesso con lui delle opere lasciate dai Ferraro a Castelvetrano.
    L’anno per le celebrazioni della dinastia dei Ferraro, a cominciare dal capostipite Antonino, che quest’anno compie quattrocento anni dalla morte, è stato aperto a Giuliana ,il paese natale,
    Che ha dedicato , con lo storico Antonino Marchese e cinquanta ricercatori e docenti universitari, numerosi studi su questi artisti e sul manierismo siciliano, che a Castelvetrano trovano un prezioso scrigno di opere.
    Apprendiamo che proprio in questi giorni in questa città si apre il restauro interno della Chiesa di S.Domenico ed il sindaco Pompeo e il vice Calcara, hanno con la Giunta programmi ambiziosi per valorizzare i Ferraro, questi artisti ,che hanno lasciato opere di impareggiabile valore a Castelvetrano ed in tante città dell’Isola.

    E le scuole superiori di Castelvetrano non mancheranno di metterne in evidenza il valore artistico ed il richiamo che possono esercitare sul turismo culturale.
    Per il S.Domenico abbiamo dovuto attendere il terzo millennio per riscoprire un tesoro inutilizzato per secoli, appena salvato nelle strutture ma non visibile all’interno.Un patrimonio sotterrato, inavvicinabile, un po’ come parte del Parco di Selinunte, uno dei più vasti d’Europa.Se il nostro poeta Chiaramonte dedica tutti i suoi versi a Castelvetrano-Selinunte è perché questa città e il suo popolo hanno bisogno ancora di cantori,di poeti per valorizzare le risorse disponibili,i patrimoni culturali e artistici, le sue produzioni agricole e artigianali, per crescere e difendere la dignità di ogni persona, per conservare i valori della famiglia e della fede, per aspirare alla giustizia e lavorare per il bene comune.
    Ed il poeta Ignazio Butera, a cui Chiaramonte dedica la composizione “Lu tistamentu di lu nannu e la nanna di carnevali” afferma, nella sua testimonianza che “ la narrativa poetica,(del Nostro) da nuovo spazio,dignità e valore non solamente all’interno della letteratura comunale ma certamente dentro un sistema culturale più ampio: quello cioè dell’intera terra e storia siciliana;che la sua parola attraverso la poesia,sia recepita come espressione veritiera di messaggi,ricordi,riflessioni ai valori territoriali,naturali,umani e spirituali e nello stesso tempo come fonte di speranza, desiderio di qualcosa di utile,di tangibile reale contributo allo sviluppo intellettuale di questa società, così come lo è sempre stato nel passato.”
    Altri artisti preparano,assieme a Chiaramonte un nuovo umanesimo,partendo dalle proprie piccole patrie, sono i poeti ricordati nella dedica a “Lu tistamentu di lu nannu e la nanna” ,così bene commentato nella introduzione dal dr.Aurelio Giardina e dal Prof.Francesco Saverio Calcara.
    Ho il dovere di segnalarli perchè Chiaramonte non appaia un’isola nel deserto, ma il capo-fila di una schiera di poeti che cita: I.Butera, L.Indelicato, G.Decidue, F.S.Calcara, P.Zerillo, Giacomo Bonagiuso.
    Anche il vicino marsalese Nino De Vita, in “Fatticeddi. Piccoli episodi”(5) guarda attorno alla sua città e racconta le storie minime come in una Mille e una notte delle piccole patrie.
    E il catanese Santo Calì, si sofferma nella “Notti longa” a non dimenticare la patria.
    Un’altra citazione mi sia consentita. L’occasione della mia prima visita a Castelvetrano fu per cercare un operatore sociale, per il Patronato delle ACLI. Mi fu presentato dal dr. Michele Alcamo e dall’amico Cocò Lombardo e Domenico Crescente. Era un poeta contadino, autodidatta Giuseppe Casesi.
    Avrebbe dedicato il suo tempo libero al patronato delle ACLI, per assistere gli anziani senza pensione, le famiglie degli emigrati, gli invalidi, nella Piazza del comune, di fronte al circolo dei civili, in un piccolo locale a piano terra.
    Compresi allora che i poeti servono tanto il bene comune e sanno amare il prossimo della porta accanto, così come il Nostro.
    Casesi cantava la fatica del lavoro agricolo, il lamento degli emigranti, il dolore delle vedove bianche, e trovava parole di conforto, di solidarietà, d’assistenza, generosa e gratuita.

    Credo che le sue poesie non siano state raccolte, poesie da autodidatta, in dialetto, eppure dense di passione, di filosofia,di umorismo,di sentimenti,riflessioni,saggezza.

    Era amico di Giuseppe (Cocò) Lombardo, il maestro buono di questa città, tutto dedicato la mattina all’educazione dei ragazzi a scuola, e poi all’educazione degli adulti a sera, per vivere da cittadini i problemi della città: l’ospedale, l’acquedotto, le strade, la ferrovia, il recupero scolastico per la falcidia della dispersione, la chiesa ed il Porto di Selinunte, i templi.

    Lombardo non era poeta, ma aveva una venerazione per i poeti, specie se si occupavano della città e dei suoi problemi; mi avrebbe presentato Luciano Messina, poeta simbolo del secondo novecento letterario siciliano, poeta del sogno e della luce,nell’intenso rapporto con il quotidiano.
    Entrambi saremmo stati felici di esprimere le loro simpatie al cantore di Castelvetrano, al quale li segnaliamo perché li possa ricordare nei suoi nuovi componimenti, nelle sue canzoni, nelle sue ricerche.

    Perché nessuno sia dimenticato degli operatori culturali e degli educatori, dei residenti come degli emigrati ,”figghiuzzi chi luntanu risiriti”, ai quali Chiaramonte dedica versi tra i piu’ sentiti di una solidarietà che è amore di una fratellanza universale,e che nasce qui nelle piccole patrie

    Ed il poeta propone nuovi itinerari, a sè e al comune di Castelvetrano, per gli emigranti: , Un momento di scoramento nostalgico ma subito, quasi un richiamo :

    Matteo Chiaramonte ha il primato dei soggetti che si relazionano con la città, con la sua agricoltura, con i mestieri, con le figure più rappresentative, con i poeti, con gli uomini illustri e non può dimenticarne alcuno.Tra questi ricordiamo Ninni Fiore, uno dei fondatori del MCL organizzato con il dr.Enzo Di Stefano, MCL che troviamo tra i patrocinatori del volume citato nel canto della vendemmia che acquista coralità cittadina come quello sulla raccolta delle ulive.

    Ed il Nostro,con i suoi versi comprensibili, nella lingua madre siciliana ,
    trasmessa dalla storia, dai padri, dalla strada, arricchitasi con la cultura degli antichi antenati Greci,Romani,Arabi,Normanni,Spagnoli,Francesi saprà trasmettere quel messaggio della memoria senza il quale non c’è futuro.
    Chiaramonte sa parlare agli emigranti, ai giovani ed agli anziani, sa parlare ai laici credenti ed a quelli che ancora non credono alla trascendenza, e ricorda le chiese fondate dalla fede, dalle confraternite, dal popolo, le feste patronali, i culti e le devozioni.

    Il siciliano è, infatti, una lingua, non un dialetto ed ha tanto da raccontare. Lo constatiamo, quando gli indici di lettori contemporanei sono elevatissimi per i libri d’Andrea Camilleri, ed il Commissario Montalbano non può andare in pensione.

    Per essere così letto vuol dire che il siciliano è una lingua comprensibile, è la lingua che parla all’altra Sicilia, quella d’altri cinque milioni d’abitanti che vivono e lavorano in tutte le parti del mondo e che saranno felici di leggere e comprendere i versi di Chiaramonte, che parlano della terra lontana in “Castelvetranu e li so emigrati” .

    Non per nulla la lingua di Ciullo d’Alcamo è stata alla base del “dolce stil nuovo” e della parlata alla corte di Federico II, che doveva servire l’Impero e una lingua volgare poteva essergli utile oltre che comprensibile per tutti i popoli che si affacciavano sul mediterraneo.
    L’importanza della lingua siciliana e delle sue origini greco-latine,
    per comunicare e comprendersi non richiede, infatti, illustrazioni, specie quando Chiaramonte fa musicare i suoi versi per parlare anche a quelli che non sono Siciliani e usa dvd e altri strumenti informatici per i suoi scritti.Il Nostro la salva e la trasmette, perché quella ricchezza non svanisca.
    Anche il Fascismo, per riformare la scuola, aveva chiesto in prestito a Croce di fornigli il filosofo di Castelvetrano, Giovanni Gentile, un siciliano puro sangue, che aderì all’invito purchè fosse lasciato libero di trasformare la scuola non su schemi partitici, ma su schemi culturali
    e di massa, per vincere intanto l’analfabetismo.

    Peccato che Mussolini non mantenne la parola con Gentile e non fu tenero con i dialetti, le autonomie, le piccole patrie e, alla prima occasione, sostituì il ministro.

    <Un populu/diventa poveru e servu, / quannu ci arrobanu a lingua/ additata di patri: / è persu pi sempri./….Diventa poviru e servu, / quannu i paroli non figghianu paroli/ e si mancianu ntra d’iddi./ Mi nn’addugnu ora, / mentre accordu a chitarra du dialettu/ ca perdi na corda lu jornu./.Lo scriveva il poeta Ignazio Buttitta nel 1970.

    Ora gli aspetti storici di Castelvetrano-Selinunte, con i versi di Chiaramente, non perderanno altre corde, sono marcati di una identità inconfondibile.E per conoscere meglio quest’antica città una lettura delle sue poesie sarà per tutti un arricchimento intellettuale: ha scritto A.Ferlazzo ( )

    Per Chiaramonte la città, con la sua presenza alla prima del suo libro,dedicato tutto a Castelvetrano ha voluto tributargli il riconoscimento che merita.
    Ne ammiriamo la partecipazione e siamo lieti di essere stati tra gli estimatori del poeta.

    Ferdinando Russo
    onnandorusso@libero.it
    1)M.Chiaramonte ,Ti cuntu e ti cantu,Castelvetranu Selinunti, in poesia e canzoni,Castelvetrano,Ottobre 2009
    2) G.D’Antoni, in Ti cuntu e ti cantu ,pag.14
    3)L.Messina, Parlarsi addosso, Poesie, Grafiche Mazzotta Castelvetrano, 2006.
    4)V.Titone, tutte le opere Biblioteca di Castelvetrano
    5)G.Ruffino,Sicilia, Profili linguistici delle regioni (a cura di Alberto A.Sobrero
    6)I.Buttitta, La mia vita vorrei scriverla cantando, Sellerio, Palermo, 1999(antologia a cura d’Emanuele e Ignazio E.Buttitta
    7)Istituto Statale d’istruzione Superiore,Giovanni Pantaleo ,Castelvetrano Selinunte,Logoi,4 ,Castelvetrano 2008
    8)A.Ferlazzo in Sicila Informazioni

    L’anima e il suo destino:adversus Mancuso.

    A cura del Dott.Federico Lenchi

    PECCATO ORIGINALE

    Continuando l’analisi teologica dell’Anima e il suo destino, invio una breve riflessione prendendo spunto da quanto affermato dal Prof. Mancuso a pag. 165 e più precisamente al paragrafo 59 con il sottotitolo: Due dogmi che fanno a pugni tra loro: origine dell’anima e peccato originale.
    Mancuso scrive:” La fede cattolica ci obbliga (???) a ritenere che le anime vengono create direttamente da Dio, e nello stesso tempo assoggettarla alla corruzione e alla concupiscenza ponendola in uno stato di inimicizia con lui (scritto minuscolo, scusa la pignoleria) al punto che si deve parlare di “morte dell’anima”, come stabilito sempre dal Magistero nel Concilio di Trento (vedi DH 1512). E prosegue più oltre: “Se l’anima è partecipe della natura divina, non può essere corrotta; se invece è corrotta, non può essere partecipe della natura divina”.
    Ora dato che -continua Mancuso- “neppure Agostino sapeva risolvere il problema di questo conflitto dogmatico…per risolverlo ci sono tre possibilità:
    -si tiene il dato della creazione diretta dell’anima spirituale da parte di Dio;
    -si tiene il dato dell’anima che nasce spiritualmente morta perchè soggetta al peccato originale;
    -non si tiene nessuno dei due.
    Mancuso afferma che le prime due ipotesi siano insostenibili per cui aderisce alla terza via e a conclusione del paragrafo ribadisce:” …è sulla base di Dio come Logos che si vede che il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”
    (cfr.pp.165-167).
    Riassumendo, secondo l’Autore:
    1-l’anima non può essere creata da Dio in quanto corrotta;
    2-e neppure nascere spiritualmente morta;
    3- per i motivi suddetti le prime due ipotesi sono razionalmente insostenibili.
    A mio giudizio, sempre razionalmente, la prima ipotesi è, contrariamente a quanto creduto da Mancuso, sostenibilissima alla luce della Rivelazione.
    Infatti il peccato originale fu commesso non dal solo corpo o dalla sola anima dei progenitori ma dal concorso di entrambe secondo la concezione biblica, riaffermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica (1992, par.365) che considera l’uomo come unità di anima e corpo in maniera così profonda che si deve considerare l’anima come forma del corpo. Da cui ne deriva che lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte ma un’unica natura.
    In altre parole, è Adamo inteso come “unica natura” che ha
    peccato e noi, suoi discendenti , ereditiamo questa colpa solo all’atto del concepimento quando a nostra volta diventiamo un’ unità e acquisiamo la nostra identità di uomini, ovvero quando avviene la fusione tra il corpo materiale datoci dai genitori e l’anima creata da Dio.
    Ma l’anima creata da Dio e da Lui donataci quale soffio vitale, è da ritenersi indenne da colpa fino a quando non diviene una sola sostanza col corpo dando origine ad una realtà unitaria, l’uomo.
    Prima che ciò avvenga l’anima non ha colpe, esce pura, viva non morta dalle mani di Dio, in quanto non è ancora partecipe della creaturalità umana.
    Mi sento quindi di rifiutare con decisione, l’affermazione di Mancuso secondo cui ” …il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”.
    Ma capitolo dopo capitolo analizzeremo tutto il lavoro.
    Su una cosa concordo pienamente con Mancuso quando dice che nei tempi andati le menti migliori si dedicavano alla teologia mentre oggi quelle stesse menti, si dedicano alla scienza o ad altre attività più remunerative.

    GNOSI
    Riconosco nel prof. Mancuso un anelito sincero, uno sforzo intellettuale non da poco nella ricerca dell’Assoluto,il grande merito di sollevare problemi e stimolare risposte ma pur riconoscendoli questi meriti non posso condividerne il pensiero.
    A pag. 30 leggo:”Pubblico il libro con la speranza di venir confutato.” e più oltre ” il mio obiettivo non è la vittoria personale. Contro chi poi? Contro la Chiesa, la madre e la maestra alla quale devo la fede?”.
    La Fede! questo è il problema a cui tutto va ricondotto!
    Mancuso, sa che le fonti della teologia sono necessariamente due: la fides e la ratio.
    La prima è la fonte dei suoi contenuti, la seconda è la fonte della loro comprensione. Ora come non rilevare che lui privilegia la seconda? Infatti leggo a pag. 29 del suo libro:” …ma come è possibile pensare che lo Spirito Santo non abbia sempre assistito la Chiesa quando era in gioco la formulazione del patrimonio dogmatico, il depositum fidei?
    Per rispondere è sufficiente dare un’occhiata alla Bibbia. La riteniamo giustamente ispirata dallo Spirito Santo, ma alcune sue pagine, sia dell’Antico Testamento sia del Nuovo, contengono un grado di violenza e di odio difficilmente ascrivibili allo Spirito Santo. Vi è un salmo, molto noto per il suo lirismo spirituale, che si conclude invitando a prendere i neonati dei nemici e a massacrarli sfracellando il loro tenero cranio contro le pietre”.E dopo aver riportato altri passi ugualmente cruenti conclude:” Ora, siccome di pagine di questo genere nella Bibbia ve ne sono in certa quantità, traggo la conclusione che la Bibbia non abbia goduto di una ispirazione tale da parte dello Spirito Santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta (cfr. pp.29-30).FIN QUI Mancuso.
    D’accordo che lui è un teologo e non un esegeta ma neppure io sono un esegeta e tanto meno un teologo ma un semplice credente che di professione fa il medico dentista. Eppure so che già, Clemente Alessandrino insegnava che” quasi tutta la Scrittura espone i suoi oracoli mediante espressioni enigmatiche”.
    Clemente ripartisce gli insegnamenti scritturistici a due livelli, uno di immediata comprensione e uno invece espresso in forma oscura e coperta, che reca profitto solo a chi sa interpretarla(Pedagogo III, 12,27), ossia lo gnostico (il teologo)….Infatti nè i profeti nè il Signore stesso hanno enunciato i misteri divini in forma semplice che fosse accessibile a tutti , ma hanno parlato per parabole come gli stessi apostoli hanno constatato”.
    Sarebbe molto lungo continuare per esporre per intero il suo pensiero. Quello che ho citato è solo per ricordare a Mancuso quello che già conosce e cioè che la Sacra Scrittura parla per allegorie e in questo senso va interpretata.
    Ma questa è una difficoltà che già Sant’Agostino aveva incontrato prima della sua conversione dal manicheismo:” Il mio orgoglio rifuggiva da quella maniera di esprimersi e il mio acume non penetrava nel suo intimo. Essa era tale da crescere insieme ai piccoli ma io, gonfio di superbia, mi volevo credere grande, sdegnando essere ancora bambino”.
    Vorrei arrivare subito alla conclusione ed esporre quelli che secondo me sono gli errori del pensiero teologico di Mancuso ma troppi sono gli adentellati che trovo nel percorso per cui mi fermo qui e rimando alla prossima volta l’addentrarmi nel cuore della sua teologia.

    INFERNO
    Esaminando “L’Anima e il suo Destino” di Vito Mancuso nel capitolo che tratta dell’inferno l’A. arriva ai seguenti risultati:
    1-il diavolo non esiste concretamente come persona oppure se esiste sarà obbligato da Dio a una conversione forzata che lo costringerà a vedere le sue tenebre sbaragliate dall’irrompere della forza della luce divina ;
    2-la punizione degli uomini abitati totalmente dal male, sarà o temporanea , e quindi non eterna oppure vi sarà una distruzione della personalità del peccatore in cui non si è trovato altro che odio.
    Devo subito precisare che si tratta di antiche concezioni, elaborate fin dai primi tempi della Chiesa, come vedremo, atte a mettere in dubbio fino a rifiutarla l’inquietante rivelazione sull’inferno relativa alla sua eternità.
    L’A. pertanto non dice nulla di nuovo ma ripropone quanto già detto a partire dal III secolo da Origene e dagli Origenisti (cfr.pp. 275-76).
    Vediamo da subito come queste teorie siano in netto contrasto con quanto insegnato dal Magistero Cattolico che indica l’inferno, dal latino “luogo che sta sotto”, come uno stato o situazione di infinita sofferenza determinata dal rifiuto totale e definitivo di Dio, degli altri, di se stessi e del mondo, in contrasto con la vocazione di vivere in comunione.
    La Bibbia, al fine di indurci ad opporci con tutte le forze al male, ci presenta la possibilità di dannazione con immagini di morte e di disperazione, immagini che vanno indubbiamente interpretate ma non sminuite (cfr. Mt. 10,28; I Cor. 3,17; Gal. 6,7; Fil. 3,19; Ap. 2,11; 20,6.14; 21,8).
    La Bibbia altresì evidenzia con assoluta chiarezza i diversi aspetti della realtà del peccato:
    -IDOLATRIA, Adamo ed Eva volevano essere come dei
    -RIVENDICAZIONE DI ASSOLUTA AUTONOMIA MORALE, cioè decidere in modo autosufficiente ciò che è bene e ciò che è male;
    -RIFIUTO DELLA CONDIZIONE CREATURALE, ovvero perdita della relazione vitale con
    Dio. In altre parole la radice del peccato va rintracciata nel libero arbitrio dell’uomo, nella sua libertà di opporsi al suo progetto.
    Per tali ragioni il peccato è descritto nell’Antico Testamento e confermato nel Nuovo, come, infedeltà, adulterio, fornicazione ossia come rinnegamento del patto di amore che Dio ha stipulato con l’uomo.

    L’aspetto più inquietante della rivelazione sull’inferno è, come abbiamo visto, quello della sua irreversibilità ed eternità. Per tale ragione già nei primi secoli presero corpo alcune teorie di cui le principali sono quelle relative all’Apocatàstasi e all’Annichilazione.
    Fu Origene, soprannominato Adamanzio “uomo d’acciaio”(185?-250) che per primo, in ambito cristiano, sviluppò la teoria dell’Apocatàstasi.
    Per valutare correttamente il suo pensiero teologico bisogna innanzi tutto tenere ben presente l’epoca in cui scrisse le sue opere.
    Egli, nella ricerca della conoscenza esatta dei divini misteri, si incammina in territori sconosciuti ed inesplorati formulando ipotesi che non avevano la pretesa di soluzioni definitive e non potendo contare quindi, su quella grande “auctoritas”, strumento preziosissimo per il teologo, che è il Magistero della Chiesa che, con i grandi Concili del IV e V secolo, fisseranno con la Regula fidei, argini invalicabili per la ricerca teologica.
    L’opera di Origene, tesa a rafforzare la fede con il ragionamento ma non in modo frammentario chiarendo quel particolare punto o mistero, ma cercando globalmente tutta l’economia della salvezza , inserendo tutte le vicende e tutti gli attori, oltre che per l’Apocatàstasi fu condannata più in generale per il pensiero ellenico che vi compariva anche se Origene scriveva, ben consapevole che la filosofia è un’arma a doppio taglio:” approfittano di questa conoscenza che hanno dell’ellenismo per generare dottrine eretiche e fabbricare, per così dire, vitelli d’oro a Bethel” ( I Principi).
    Era però del parere che i barbari ( i cristiani) sono capaci di scoprire le dottrine ma che i greci sono più abili a giudicare, fondare e adattare alla pratica delle virtù le scoperte dei barbari per cui conclude che “chiunque arriva all’insegnamento cristiano dalle dottrine e dalle discipline dei greci, è in grado di giudicare della sua verità”, stabilendo in tal modo una certa affinità almeno propedeutica tra le due verità, quella ellenica e quella cristiana.
    Senza addentrarmi nel pensiero di questo autentico genio creativo, grandissimo precursore della ricerca teologica, ricordo che la condanna formale di Origene avvenne con il V Concilio di Costantinopoli nel 553, voluto dall’imperatore “teologo” Giustiniano in cui furono pronunciati 15 anatematismi che lo riguardavano. La controversia sull’ortodossia del suo pensiero, fu iniziata nel 394 dal vescovo Epifanio di Salamina e portata a termine da Girolamo che in un primo momento ne era stato un convinto ammiratore.
    Questo portò a una delle più aspre e meno edificanti polemiche tra Girolamo e il suo vecchio amico Rufino, controversia di cui parlò con grande avvilimento anche Agostino nei seguenti termini:” magnum et triste miraculum”.
    Ma per tutto il secolo precedente i grandi Padri greci e latini, da Gregorio taumaturgo fino ad Ambrogio di Milano, avevano avuto parole di enorme elogio ed apprezzamento per il pensiero di Origene.
    Gli anatematismi con cui fu condannato a posteriori, riportano passi presi dalle opere di Evagrio e non da quelle di Origene.
    In tutto il pensiero di Origene è sempre presente un vero spirito ecclesiale, tanto che volle sempre servire esclusivamente la sua Chiesa e fu sempre pronto a sottomettersi al suo giudizio: “ Se io che porto il nome di presbitero e che ho annunciato la parola di Dio, tradissi mai la dottrina della Chiesa e la regola del Vangelo, cosicché a te, Chiesa, fossi motivo di scandalo, possa l’intera Chiesa con unanime decisione, mozzare e gettare via me, sua destra”.
    Tali parole avrebbero dovuto impedire che Origene fosse annoverato tra gli eretici e l’intera sua opera proscritta:
    Ben diverse quelle del modernista Loisy che riporto a memoria:” non è in me la facoltà di cancellare il frutto delle mie ricerche”.
    RITENGO AUSPICABILE CHE LA CHIESA, CHE TANTO DEVE AD ORIGENE, RIVEDA LA CONDANNA; A SUO TEMPO TROPPO AFFRETTATAMENTE ESPRESSA.
    Alle ipotesi sull’inferno di Origene e della sua scuola che Mancuso ha fatto proprie, esporrò quella che potrebbe essere un’altra ipotesi che non è in contrasto con le Scritture e che concilia meglio l’infinita Giustizia di Dio con la sua altrettanto infinita misericordia.
    Ma prima di farlo continuiamo il discorso sull’Inferno e vediamo come Mancuso oltre all’apocatàstasi
    prenda in considerazione l’annichilazione ovvero la riduzione al niente del dannato.
    Ma né l’apocatàstasi,né tanto meno l’annichilazione trovano alcun fondamento nella Scrittura.
    D’altro canto, Le due lettere cui si fa riferimento per giustificare tali teorie e cioè, la lettera ai Corinzi (I, 15-18) che afferma che alla fine del mondo, Dio sarà tutto in tutti, e quella ai Colossesi (I,20) secondo cui Dio in Cristo ha voluto riconciliare a sé tutte le cose, vanno lette ed interpretate nella loro interezza, non limitandosi a queste due affermazioni.
    L’ ipotesi dell’apocatàstasi, va contro ogni logica, perché:
    1- non rispetta la serietà e l’impegno della vita terrena che in tal modo assumerebbe le fattezze di una colossale commedia giocata sulla pelle degli uomini,
    2- negherebbe la gravità del peccato, per cui nulla farebbe più la differenza tra un agire retto e un agire all’insegna del male,
    3- toglierebbe poi significato al libero arbitrio umano e degli angeli decaduti e
    4- svuoterebbe di ogni significato di redenzione l’altissimo prezzo pagato da Cristo in croce.
    Parimenti l’annichilazione non rispetterebbe la scelta dei perduti che ostinatamente hanno rifiutato Dio e renderebbe lo stesso Dio artefice di un progetto di distruzione delle creature da Lui create.
    Fermo restando che io ritengo come assoluta verità, quella insegnata dalla “nostra” Chiesa, mi sembrerebbe più logico pensare che:

    Dio nella sua infinita misericordia abbia stabilito che chi, con assoluta ostinazione libera volontà e piena coscienza, abbia rotto il suo rapporto con Lui trasgredendo le sue leggi per perseguire pervicacemente il male, verrà posto, per l’eternità, in una terra d’oblio, di tenebre e di silenzio come si legge in Dt (32, 22) e in Gb (26,5; 36, 16-17) ovvero una terra di ombre.
    Questa visione non sarebbe in contrasto con l’A.T. e concilierebbe la Giustizia con la Misericordia.

    L’Europa e il Crocefisso…..

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    L’EUROPA E IL CROCEFISSO, LA CRISTIANOFOBIA AL POTERE
    di Massimo Introvigne

    Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
    La sentenza Lautsi c. Italie del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.

    http://www.cesnur.org/2009/mi_lautsi.htm

    Padri “deboli”?Figli “impotenti”!

    “Elisa crede di poter tenere tutto per sé un babbo dall’irresistibile fascino. Giorgia si distrugge e strugge per salvare l’immagine che ha di lui. Sandra rimane invischiata in un corpo a corpo. Niccolò ha paura dell’altro sesso. Giacomo cerca inutilmente di differenziarsi dal genitore.”

    I padri sono cambiati.
    Gli uomini un tempo rudi e forti, simbolo della severità e dell’autorità, non di rado simbolo della prepotenza, sono diventati pieni di premure e attenzione per la loro prole.
    Il padre normativo ha ceduto il passo a quello affettivo. Bene. Era ora. Ma…
    Le storie che Francesco Berto e Paola Scalari hanno raccolto in questo libro, drammaticamente vere, ci dicono di altri padri. Di quelli alle prese con figli adolescenti, che nel momento in cui la crescita puberale dei loro figli richiederebbe un opportuno ritiro, rimangono incollati ai loro bambini. Sono padri narcisi, prigionieri del loro eccesso di affettività,che non sanno rinunciare all’amore protettivo, incondizionato, appagante, totale dei piccini. Se non c’è la giusta distanza, ci può essere una complicità tra adulti e adolescenti pericolosa per l’equilibrio affettivo e sessuale dei ragazzi. Anche quando non sfocia nella pedofilia, a cui pure alcuni racconti fanno riferimento.

    Sono racconti “amari” quelli che gli autori ci propongono perché sono veri. Ci dicono di un fenomeno sociale agli albori, ma figlio di questo nostro tempo. Che si maschera in forme diverse, talvolta anche benevolmente accettate se la differenza d’età nella relazione affettiva e sessuale tra adulto e giovane si sposta sul piano sociale (il legame tra uomini di successo adulti e giovani donne che potrebbero essere loro figlie, ad esempio).

    Perché leggerli questi racconti? A conclusione dell’introduzione gli autori scrivono: “La mancata trasmissione della bellezza del legame sensuale tra individui adulti può condannare gli adolescenti a non saper trasformare la vampata di un innamoramento in una calda storia di vita amorosa, e senza un saldo vincolo di coppia i ragazzi rischiano di diventare dei vacui vagabondi che non trovano il senso dell’amore”.

    F.Berto-P.Salari, Padri che amano troppo. Adolescenti prigionieri di attrazioni fatali.La Merdiana,pp.128,2009.

    Di Padre in Padre…..

    “Quello che vi accingete a leggere è un libro che può essere apprezzato da genitori, educatori e studiosi, ricco com’è di riflessioni ed esemplificazioni esposte in un linguaggio semplice e scorrevole.”
    (dalla Prefazione di Fulvio Scaparro)

    Può un padre esprimere la propria vulnerabilità affettiva e la ricchezza delle sue tensioni emotive senza perdere la sua identità o rinunciare alla possibilità di proporre percorsi di vita per il figlio?
    E’ il problema di fondo che emerge nelle nuove generazioni di padri, che sta portando con forza alla luce la questione “paternità”, spesso oscurata dalla pratica e dalla retorica del ruolo paterno distinto, anzi opposto a quello materno. Un numero sempre maggiore di padri si è trovato a lottare per essere riconosciuto come genitore presente fin dal concepimento nella vita dei figli e in grado di assolvere anche ai compiti, doveri e responsabilità a torto creduti non tradizionali.
    Il maschio normativo sta scoprendo di avere caratteristiche affettive che erano, e purtroppo lo sono ancora, considerate un’esclusività femminile: dolcezza, rispetto, amore.
    E’ lungo, molto lungo, il cammino che uomini e donne dovranno compiere per accettare le loro diversità e finalmente riconoscersi uguali almeno in questo: tutti noi vogliamo vivere come essere umani, cioè come cercatori e produttori di senso, come individui fertili. Ma non basta proclamarlo; occorre praticarlo in casa, a scuola, nel lavoro, ovunque. Una grande responsabilità educativa perchè i figli osservano e imparano dai rapporti tra padri e madri, tra uomini e donne.

    A. Coppola De Vanna F. D’Elia L. Gigante, Di padre in padre. I tempi della paternità.La Meridiana,pp.144,2008.

    Sorpreso dal Signore….

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    Ora di Islam?

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    La trovata propagandistico-politica,di un politico eticamente scorretto,del duo D’Urso-Fini,circa l’introduzione dell’ora islamica nella scuola italiana,al di la del chiacchiericcio politico-istituzionale,ormai pane quotidiano della nostra “povera” Repubblica,ripropone,senz’altro degli interrogativi di natura sociale ed istituzionale,ormai ineludibili,per l’occidente e per l’Italia. Qual è il rapporto tra l’islam e le democrazie moderne? Esiste un “islamismo illuminista” come dicono alcuni? Inoltre,in Italia quanti tipi di islam esistono?Sentinella, quanto resta della notte della cristianità? Cioè come l’occidente scristianizzato,e dunque debole,si pone di fronte all’emergere del fenomeno Islam, nella consapevolezza che l’Occidente non è più al centro del mondo, ci sono tanti orizzonti nuovi che lo incalzano e premono ai suoi confini, anzi già al suo interno. È importante non arroccarsi, ma altrettanto importante è impegnarsi per la conoscenza reciproca, il dialogo, per costruire qualcosa di nuovo di inedito, però senza lasciarsi fagocitare e senza escludere. Ma nasce, ora, il timore che siamo noi a correre il rischio di venire fagocitati causa la nostra debolezza identitaria, tra qualche generazione, in casa nostra. Comunque il dialogo, foriero di civile convivenza, esige dagli interlocutori maturità e reciprocità; quindi l’impegno dev’essere in questa direzione. E, poi, non smettiamo di “vivere” i valori in cui crediamo, anche se sembrano affievolirsi sotto l’incalzare di una cultura prevalentemente “mercantile”. Siamo convinti che sia necessario; perché ognuno di noi porta il suo filo colorato nel grande Arazzo della Storia, in cui non c’è posto per le trame nere dell’odio…
    A darci una mano sullo stato delle cose,è una famosa scrittrice di nazionalità inglese,ma nata in Egitto, Bat Ye’or,che ha pubblicato alcuni interessanti volumi sul rapporto storico-dottrinale tra l’Islam e l’occidente.

    Bat Ye’or :Il declino della cristianità sotto l’Islam.Lindau,pp. 576.

    La conquista islamica è avvenuta all’insegna del jihad e della shari’a, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano. Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e negli sterminati territori dell’antica Persia vennero sottomesse dagli arabi (nei secoli VII e VIII) e dai turchi (circa quattro secoli dopo), divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, privi di diritti e oggetto di una «protezione» (dhimma) che pagavano lautamente. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni? Come è possibile spiegare un’espansione dell’islam così rapida e una sua penetrazione così profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Che cosa travolse e riplasmò società evolute e articolate, sotto il profilo politico, giuridico ed economico? E perché per lungo tempo la dhimmitudine è stata rimossa o negata nei paesi occidentali che hanno spesso preferito esaltare la presunta tolleranza dell’islam?
    Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, ancora insufficientemente nota, Bat Ye’or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione (in alcuni casi fattiva e consapevole, in altri fondata su tragici malintesi) di élite civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire. Mentre la ummah unificava il suo enorme potenziale militare, demografico ed economico, i popoli non musulmani si dividevano in nome di settarismi ideologici o all’insegna di un pragmatismo utilitaristico che li portarono prima a una resa culturale e poi all’estinzione. Inoltre i paesi dell’Occidente, quasi sempre ostili gli uni agli altri a causa dei contrapposti interessi strategici, hanno a lungo preferito ignorare (o hanno cercato di strumentalizzare) questo inquietante fenomeno storico.
    Secondo Bat Ye’or la dhimmitudine è un motore decisivo della storia anche oggi. Di fronte a un islam che ha ripreso la sua guerra, lo studio del passato serve a capire il presente, smaschera verità di comodo e pone interrogativi di inquietante attualità: stiamo forse assistendo al progressivo assoggettamento dell’Europa?
    L’AUTORE
    Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine». Tra i suoi numerosi saggi dedicati al rapporto tra l’islam e la cristianità, ricordiamo il fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita e Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano, editi entrambi da Lindau.

    Bat Ye’or, Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano,Lindau,pp. 224

    Tre anni dopo il successo di Eurabia, Bat Ye’or torna a occuparsi della resa dell’Europa all’islam sotto l’abile regia dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, che riunisce 57 paesi e più di un miliardo di persone.
    Lungi dal pianificare conquiste di tipo militare (almeno nelle forme tradizionali), la strategia dell’OCI è sottile e insinuante. Controlla la politica del Vecchio Continente con la minaccia del terrorismo e l’arma dell’immigrazione (insieme a quella, connessa, della demografia). Lo ricatta economicamente grazie al petrolio. Lo inibisce culturalmente facendo leva sulla mancanza di un’identità condivisa e sfruttando i sensi di colpa di élite ostaggio del «politically correct». Lo insidia sul piano religioso, incoraggiando il proselitismo e le conversioni, mentre la predicazione (e anche la semplice pratica) cristiana resta un tabù in molti paesi musulmani.
    Ma soprattutto l’OCI si muove innanzitutto sul piano legislativo e giuridico per veder sancito in tutto il mondo il principio in forza del quale i musulmani sono soggetti solo alla legge islamica, la shari’a, ovunque risiedano. Questo principio è uno dei cardini della dhimmitudine e ha trovato la sua prima applicazione europea nel 2007, in Gran Bretagna, quando la shari’a è stata ufficialmente riconosciuta come fonte di diritto – in materia di divorzio, eredità e violenze interne alla famiglia. L’Europa sta diventando parte della ummah, la «comunità dei fedeli»? Ci toccherà in futuro, nei nostri stessi paesi, la condizione di cittadini di seconda classe?
    I segnali in questa direzione si moltiplicano. Europa/Eurabia ha abiurato la propria storia e i propri valori attraverso alcune scelte fondamentali: il ripudio delle radici cristiane, ignorate dalla Costituzione dell’Unione; l’apertura della scuola pubblica all’insegnamento del Corano; la ridefinizione della storica partnership con gli Stati Uniti; l’abbandono di Israele e la scelta di campo pregiudiziale a favore dei palestinesi di Hamas; la negazione dell’origine ebraica del cristianesimo al fine di avvicinarlo all’islam, in una falsa prospettiva di dialogo euro-arabo.
    Basterà un amalgama di paure e interessi nazionali che ha fatto della laicità una bandiera a salvarci dal «Califfato universale»?
    L’AUTORE
    Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine», definendone i principali aspetti politici, economici, culturali. Autrice del fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (Lindau), Bat Ye’or ha scritto vari altri saggi sul rapporto tra l’islam e la cristianità, tra cui ricordiamo Les Chrétientés d’Orient entre jihad et dhimmitude, di prossima pubblicazione presso la nostra casa editrice.