Natale dei popoli.

  1. Natale dei popoli

    A cura della Prof.ssa

    Maria de Falco Marotta

  2. La storia

    Se c’é una cosa carina da ricordare dalle tumultuose manifestazioni dei black bloc e di tutti coloro che sono accorsi a Copenaghen( tra l’altro, la città più verde d’Europa, nel dicembre 2009!!!) perché “i grandi della terra” assumano provvedimenti seri per ridurre i guai climatici, ho notato un cartello profetico( forse gliel’ha suggerito lo stesso Gesù Bambino, essendo entrati già nel clima natalizio): quello che da il titolo al mio servizio sull’ormai NATALE DEI POPOLI che ci apprestiamo a festeggiare. E’ innegabile che non c’è un Pianeta B e che Cristo, per quanti credono in Lui e nel suo messaggio di pace e tenerezza tra tutti i popoli della terra, per l’umanità c’è solo la terra da salvare assolutamente, essendo il “luogo” che ha scelto per incarnarsi ed assumere la nostra miserabile umanità, affinché si stabilisca tra gli uomini e le donne quella complicità amichevole per meglio vivere e prosperare insieme, senza lasciare alcuno indietro. In tale atmosfera, richiamo alcune tradizioni natalizie.

    STORIA E TRADIZIONI DEL NATALE
    Storicamente non è accertato che Gesù il Cristo sia nato effettivamente il 25 dicembre. Nei Vangeli di Matteo e di Luca, che danno una descrizione di alcuni momenti legati alla Natività, non è citato né il giorno, né il mese, e neppure l’anno della venuta del Figlio di Dio, anche se sappiamo che Gesù nacque quando regnava l’imperatore Cesare Augusto.
    La festa del Natale cristiano, ovvero del dies natalis Christi, sembra sia stata istituita, nella data del 25 dicembre, da Papa Giulio I solo nel 337.
    Il primo riferimento al 25 dicembre si trova in uno scritto di Sant’Ippolito del 235 circa, il Commentario su Daniele: «La prima venuta di nostro Signore, quella nella carne, nel quale egli nacque a Betlemme, ebbe luogo otto giorni prima delle calende di gennaio, di mercoledì, nel quarantaduesimo anno di regno di Augusto» (IV, 23, 3).
    Un’altro documento, la Depositio episcoporum (elenco liturgico contenuto nelCronografo, il più antico calendario della Chiesa di Roma), attesta che tale celebrazione era già presente nel 336, anche se sembra che inizialmente la festività fosse celebrata solo nella Basilica di San Pietro.
    Altri documenti ecclesiastici rinviano al 354, sotto il pontificato di Liberio, la prima apparizione del Natale in Occidente (come si attesta ancora nello stesso Cronografo). Nel 461 la scelta sarà ufficializzata da Papa Leone Magno.
    La Chiesa di Roma decise di far coincidere la ricorrenza della nascita del Cristo con la festa pagana della nascita del Sole invincibile (Dies Natalis Solis Invicti), voluta dall’imperatore Aureliano nel 275, per soffocare il “culto del sole” ancora radicato presso i Romani, nonostante Costantino avesse proclamato la confessione cristiana religione ufficiale dell’Impero. Egli, poi, nel 321, aveva cambiato il nome del primo giorno della settimana da Dies Solis, il “venerabile” giorno del Sole, a Dominus, “giorno del Signore” (questo cambiamento non fu accettato da tutti, tanto che nel centro-nord dell’Europa, ancora oggi, è rimasto l’antico nome di “giorno del Sole”:Sunday tra i Sassoni e Sontag presso i popoli germanici).
    Il 25 dicembre, successivamente, è una data importante per molte religioni antiche, poiché si celebrava la nascita di una divinità legata alla simbologia del Sole:in Egitto si ricordava la nascita di Horo o Horus (nato dalla vergine Osiride); presso i Babilonesi si festeggiava il dio Tammuz (unico figlio della dea Istar, rappresentata con il bimbo in braccio e con un’aureola di dodici stelle attorno alla testa, che muore per risorgere dopo tre giorni); in Grecia la nascita di Dionisio (Bacco per i Romani); in Siria quella di Adone; in Persia si celebrava la nascita di Mitra (figlio del Sole e Sole egli stesso); presso i popoli precolombiani era una data significativa poiché coincideva con la venuta della divinità inca Quetzalcoatl, in Messico, o di Bacab, nello Yucatan, divinità quest’ultima messa al mondo dalla vergine Chiribirias; i popoli scandinavi, invece, onoravano la nascita del dio Freyr.
    Una singolare omogeneità si ha poi con il culto mitraico, la pratica devozionale “antagonista” del cristianesimo, giunto a Roma con l’espandersi dell’Impero verso Oriente: anche Mitra era stato partorito da una vergine in una grotta, aveva dodici discepoli ed era soprannominato “il Salvatore”.
    Per i paesi occidentali, tra cui quelli che si dicono “cristiani” , la tradizione più comune è l’allestimento del Presepio. Infatti, gli evangelisti Luca e Matteo sono i primi a descrivere la Natività.
    Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo” (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria.
    Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia.
    Il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante.
    Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re. A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia, e a Roma quelli delle Basiliche di S. Maria in Trastevere della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove già nel 600 esisteva una riproduzione della grotta di Betlemme: «Sancta Maria ad Praesepem». E molti cristiani si recavano a visitarla con la stessa devozione con la quale i pellegrini confluivano a Betlemme, in Giudea, alla grotta considerata luogo di nascita di Gesù e dove per desiderio di sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) sorse, nel 326, la Basilica della Natività.
    In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato.

    Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.

    Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme; nel 1223 a Greccio, in Umbria, per la prima volta arricchì la Messa di Natale con la presenza di un presepio vivente, episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi. L’opera ideata da san Francesco venne chiamata Presepio o Presepe, termine di derivazione latina indicante la stalla, e anche la mangiatoia che si trova in quell’ambiente, propriamente ogni recinto chiuso.

    Alcuni studiosi italiani e stranieri ritengono non del tutto corretto attribuire a San Francesco la paternità del presepio. Come narra Tommaso da Celano, il frate che raccontò la vita del santo, Francesco nel Natale del 1222 si trovava a Betlemme dove assisté alle funzioni liturgiche della nascita di Gesù. Ne rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poterle ripetere per il Natale successivo. Ma il Papa, essendo vietati dalla chiesa i drammi sacri, gli permise solo di celebrare la messa in una grotta naturale invece che in chiesa. Quando giunse la notte santa, accorsero dai dintorni contadini di Greccio e alcuni Frati che illuminarono la notte con le fiaccole. All’interno della grotta fu posta una greppia riempita di paglia e accanto vennero messi un asino e un bue. Francesco, che non era sacerdote, predicò per il popolo riunito.
    Pertanto non si tratta della realizzazione di un vero presepio (che é la rappresentazione tridimensionale, a tutto tondo, della nascita di Gesù, mediante un plastico e alcune statuine) ma piuttosto di una messa celebrata eccezionalmente in una grotta anziché in una chiesa.
    Il primo presepe con personaggi a tutto tondo risalirebbe quindi al 1283, e fu opera di Arnolfo di Cambio che scolpì otto statuette in legno rappresentanti i personaggi della Natività ed i Magi. Tale presepe si trova ancora nella basilica romana di S. Maria Maggiore.
    Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodo natalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.

    Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.

    Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani. A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio.

    In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.

    Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.

    La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali – statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro – forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa.

    A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.

    Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ‘60 e ‘70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

    le tradizioni

    Nel corso dei secoli la festa del Natale ha assunto, accanto al suo significato religioso, anche aspetti pagani. Così sono comparse la figura di Babbo Natale con l’usanza dei doni, quella dell’albero e del presepe.

    Babbo Natale,
    l’omone simpatico che porta i doni ai bambini, trae origine da San Nicola di Mira (antica città dell’attuale Anatolia, in Turchia), vescovo vissuto nel IV secolo, di cui tuttora il personaggio di Babbo Natale porta il nome nei paesi nordeuropei: Santa Claus.
    Nel folclore, questo protagonista natalizio, un po’ grasso, gioviale e con una lunga barba bianca, arriva durante la notte di Natale su una slitta trainata da una renna, scende per il camino, lascia i doni ai bambini, e mangia il cibo che gli hanno lasciato. Il resto dell’anno lo passa fabbricando giocattoli e ricevendo lettere sul comportamento dei bambini.
    In realtà, l’usanza di collegare San Nicola ai regali è legata alle grandi elargizioni che il vescovo faceva a favore dei poveri e, soprattutto, per aver provvisto la dote alle tre figlie di un cristiano povero ma devoto, evitando così che fossero obbligate alla prostituzione.
    La dimora tradizionale di Babbo Natale cambia a seconda delle tradizioni: negli Stati Uniti si sostiene che abiti al Polo Nord, in Alaska; in Europa è invece più diffusa la versione finlandese, che lo vuole residente nel villaggio di Rovaniemi, in Lapponia. Altre tradizioni parlano del paesino di Dalecarlia, in Svezia, oppure di Nuuk, in Groenlandia.
    Se Babbo Natale è nell’immaginario dei bambini il simbolo per eccellenza del Natale, l’albero e il Presepe sono tra le più evocative e diffuse tradizioni natalizie nel mondo,comuni più o meno a tutti i popoli, sebbene in forme diverse.

    La rappresentazione artistica della Natività
    ha origini remote. I primi cristiani usavano scolpire o dipingere le scene della nascita di Cristo nei loro luoghi di incontro, ad esempio nelle catacombe. Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro Vangeli c’è la sacra narrazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium, ovvero recinto chiuso, mangiatoia.
    del Cristo in
    San Francesco d’Assisi fu il primo a rappresentare la Natività forma “vivente”, animata dal popolo e rappresentata a Greccio la notte di Natale del 1223. Tale evento fu poi raffigurato da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.
    Arnolfo di Cambio fu, invece, il primo artista a rievocare la nascita di Gesù in forma inanimata. Egli, nel 1280, scolpì nel legno otto statue per rievocare la nascita del Cristo. Le statue residue si trovano tutt’oggi nella cripta della Cappella Sistina di Santa Maria Maggiore in Roma.
    Da allora la produzione artistica della Natività non si è mai fermata, sino ad arrivare ai presepi “fai da te” che si trovano oggi nelle nostre case (Cfr.: http://www.storiain.net/arret/num122/artic7.asp).

    L’origine dell’albero di Natale
    è incerta. L’immagine dell’albero come simbolo del rinnovarsi della vita è un popolare tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale. La derivazione dell’uso moderno della tradizione dell’albero di Natale, tuttavia, non è stata provata con comprensibilità. Sicuramente tale usanza risale alla Germania del XVI secolo.
    Ma esiste una leggenda che risale a secoli prima. Una storia, infatti, lega l’albero di Natale a San Bonifacio, il santo nato in Inghilterra intorno al 680 e che evangelizzò le popolazioni germaniche. Si narra che Bonifacio affrontò i pagani riuniti presso la “Sacra Quercia del Tuono di Geismar” per adorare il dio Thor. Il Santo, con un gruppo di discepoli, arrivò nella radura dov’era la “Sacra Quercia” e, mentre si stava per compiere un rito sacrificale umano, gridò: «questa è la vostra Quercia del Tuono e questa è la croce di Cristo che spezzerà il martello del falso dio Thor». Presa una scure cominciò a colpire l’albero sacro. Un forte vento si levò all’improvviso, l’albero cadde e si spezzò in quattro parti.
    Dietro l’imponente quercia stava un giovane abete verde. San Bonifacio si rivolse nuovamente ai pagani: «Questo piccolo albero, un giovane figlio della foresta, sarà il vostro sacro albero questa notte. È il legno della pace, poiché le vostre case sono costruite di abete. È il segno di una vita senza fine, poiché le sue foglie sono sempre verdi. Osservate come punta diritto verso il cielo. Che questo sia chiamato l’albero di Cristo bambino; riunitevi intorno ad esso, non nella selva, ma nelle vostre case; là non si compiranno riti di sangue, ma doni d’amore e riti di bontà».
    Bonifacio riuscì a convertire i pagani e il capo del villaggio mise un abete nella sua casa, ponendo sopra ai rami delle candele.
    Tra i primi riferimenti storici alla tradizione dell’albero di Natale, la scienza, attraverso l’etnologo Ingeborg Weber-Keller, ha identificato una cronaca di Brema del 1570 che racconta di un albero decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. Ma è la città di Riga, capitale della Lettonia, a proclamarsi sede del primo albero di Natale della storia: nella sua piazza principale si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il “primo albero di capodanno” fu addobbato nella città nel 1510.
    L’usanza di avere un albero decorato durante il periodo natalizio si diffuse nel XVII secolo e agli inizi del secolo successivo era già pratica comune nelle città della Renania.
    Per molto tempo la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni protestanti della Germania e solo nei primi decenni del XIX secolo si diffuse nei paesi cattolici. A Vienna l’albero di Natale apparve ufficialmente nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau Weilburg, mentre in Francia fu importato dalla duchessa di Orléans nel 1940.
    Oggi la tradizione dell’albero di Natale è universalmente accettata anche nel mondo cattolico. Papa Giovanni Paolo II lo introdusse nel suo pontificato facendo allestire, accanto al presepe, un grande albero di Natale proprio in piazza San Pietro.
    “Paese che vai, usanze che trovi”,
    “Paese che vai, usanze che trovi”

    In Spagna,
    paese cattolicissimo, esiste un proverbio legato alle tradizioni natalizie: “Presepe fai, pane mangerai”. Infatti, grazie anche agli italiani, il rito del presepe qui è molto sentito. Anche i presepi viventi sono molto comuni in questo paese: in Andalusia i presepi servono anche per fare beneficenza, poiché chi si reca a visitare il presepe lascia qualcosa per le famiglie più bisognose. Sempre in tema di generosità, in molti paesi spagnoli è usanza, la notte di Natale, accogliere in casa un neonato povero con la propria mamma, al quale la famiglia regalerà un corredino nuovo. La notte della vigilia di Natale è chiamata dagli spagnoli la Nochebuena, durante la quale ci si riunisce in casa per assaporare i prodotti tipici. I canti natalizi spagnoli sono diversi da regione a regione, si chiamano villancicos e il ritmo dominante è soprattutto il flamenco.
    In Portogallo le usanze sono simili. Il rito cattolico della notte di Natale è chiamato “Messa del gallo” perché una leggenda dice che quando Gesù nacque il gallo cantò a perdifiato nonostante non fosse ancora alba. Subito dopo la messa i portoghesi cenano e tra le portate non manca la “Consoada” (baccalà con legumi). Qui Babbo Natale è chiamato Pai Natal, ma a portare i doni è il Menino Jesus, Gesù Bambino, anche se l’usanza dei doni è più legata al 6 gennaio, quando arrivano los Rejes Magas, ovvero i Re Magi.

    In Francia
    i doni arrivano ai bambini la notte di Natale, mentre gli adulti li scambiano generalmente a Capodanno. Un’usanza delle campagne francesi è il ceppo bruciato: si accende un pezzo di legno per riscaldare virtualmente Gesù Bambino. Nel presepe francese il personaggio che piace di più ai bambini è il ravi, un omino che con la sua lanterna rischiara il sentiero che conduce alla grotta di Gesù. Anche in Francia si usa organizzare il cenone della vigilia; una volta finito, si lascia la tavola apparecchiata per la Vergine Maria. Famosi sono i canti natalizi provenzali, dai quali derivano le varie pastorali. In Alvernia è ancora in uso il rito della chandelle, una grossa candela colorata accesa durante il cenone. Il più anziano segna la candela con una croce e la spegne, poi la passa a colui che gli sta accanto e così via. Nella regione di Carpentras, invece, alla fine della cena natalizia si pianta in un vaso una rosa di Gerico, perché su questa pianta la Madonna stendeva ad asciugare la biancheria di Gesù Bambino.

    In Svizzera
    la tradizione vuole che i regali ai bambini siano portati da Gesù Bambino (Christkind, in tedesco, o petit Jesus, in francese). Uno dei tradizionali dolci natalizi della confederazione elvetica è il Grittibaenz, un pane dolce a forma di bambolina decorato con frutta secca e mandorle.

    In Austria
    sono famosi i presepi realizzati con figure di legno intagliate a mano. A Salisburgo l’albero e il presepe si allestiscono in maniera del tutto singolare: si tratta infatti di una rappresentazione della storia dell’umanità. Partendo dalla rappresentazione del peccato originale, si procede – giorno per giorno, a partire dall’Avvento – con rappresentazioni del profeta Isaia, dell’Annunciazione in terra, fino alla nascita del Redentore.
    L’Austria vanta anche la pastorale più celebre al mondo: Still Nacht, che noi conosciamo come Astro del Ciel. Questa melodia fu eseguita per la prima volta nella chiesa di San Nicola a Obendorf, vicino a Salisburgo. Era la vigilia di Natale del 1818 e Padre Mohor era stato chiamato per battezzare un neonato. Era una sera particolarmente chiara e le stelle brillavano nel firmamento. Il sacerdote, toccato da quella pace tranquilla, scrisse di getto quelle le parole, musicate qualche tempo dopo dal maestro Franz Gruber.

    In Germania
    l’albero e la corona d’Avvento rivestono grandissima importanza e si trovano, oltre che in tutte le case, anche nelle chiese. L’origine della corona va ricercata presso i luterani della Germania orientale. Essa è in pratica la continuazione di antichi riti pagani che si celebravano nel mese di Yule (dicembre). È costituita da un grande anello di fronde d’abete (ma si può usare anche il tasso, il pino o l’alloro), che viene sospeso al soffitto con quattro nastri rossi, oppure collocato su un tavolo. Attorno alla corona sono fissati quattro ceri, posti ad eguale distanza tra di loro, che rappresentano le quattro settimane d’Avvento e che si accendono una volta al settimana man mano che si avvicina il Natale. La tradizione tedesca assegna anche un nome alle quattro candele: la prima è la candela della Profezia, la seconda è quella di Betlemme, la terza dei Pastori, l’ultima degli Angeli.
    Molto usato dai bambini è anche il calendario dell’Avvento, con ventiquattro finestrelle che scandiscono il tempo che manca alla grande festa natalizia. Partendo dal 1° dicembre, ogni giorno si apre una finestrella e il bambino promette di compiere una buona azione. Al termine del calendario (sarà quindi il giorno di Natale) appare l’immagine del presepe.
    Il pranzo di Natale tedesco è costituito da oca ripiena, carpa, salsicce e, ovviamente, birra. Il tipico dolce natalizio della Germania è, invece, lo Stollen, un dessert a base di farina, limone e arancia candita, mandorle amare e dolci, cannella, uva sultanina, uva fresca, rum.

    In Belgio
    è diffusa la tradizione dei falò e dei fuochi. La cena di Natale è a base di salmone, caviale e ostriche. Il pranzo del 25 prevede, invece, roastbeef o tacchino arrosto farcito di carne macinata, tartufi e bagnato con cognac, mentre il contorno è composto da cavolini di Bruxelles e albicocche sciroppate passate in padella col fondo di cottura del tacchino. Il dolce riprende il tronco di Natale francese, a cui è però qui aggiunto un piccolo Gesù Bambino di zucchero.

    In Olanda
    i bambini mettono davanti al camino i loro zoccoli o le scarpe pieni di fieno e di carote per il cavallo di Sinter Klaas (Babbo Natale), sperando così di ricevere in cambio dolci e regali. La notte di Natale si mangia tutti insieme un dolce chiamato Letterbanket, cioé “dolce lettera”, fatto di marzapane e biscotto. La tradizione vuole che ogni famiglia gli dia la forma della lettera iniziale del proprio nome; in alternativa si fanno tanti piccoli dolci, uno per ogni componente della famiglia, con la forma della sua iniziale. Il giorno di Natale si consuma il tacchino o l’oca ripiena di prugne. Ci sono anche i dolci tipici, quasi tutti a base di melassa e mandorle.

    In Danimarca
    esiste l’usanza di coltivare il giacinto in vaso: se fiorisce il giorno di Natale la casa sarà protetta dalle malattie. Il pranzo di Natale comprende il riso al latte, nel quale è nascosta una mandorla: chi la trova ha diritto a un regalo più grande.

    In Inghilterra
    sia la notte sia il giorno di Natale si festeggiano con tacchino ripieno accompagnato da mirtilli, mentre il dolce tradizionale è il Christmas Pudding o Christmas Cake. Verso le tre del pomeriggio si assiste insieme al tradizionale discorso della Regina in televisione. Tutte le città, Londra in testa, ospitano un grande albero addobbato mentre le chiese sono ornate con agrifoglio e vischio. Anche qui la tradizione vuole che la vigilia di Natale sia acceso un ceppo da far durare il più a lungo possibile, conservandone un pezzo da accendere il Natale successivo.

    In Irlanda
    la leggenda vuole che Maria, Giuseppe e il Bambin Gesù vaghino per le strade dell’isola durante il periodo natalizio: per questo motivo i bambini, per rischiarare il loro cammino, mettono sul davanzale un lumicino, spesso inserito in una rapa o in una zucchetta scavata e decorata con rami verdi. Secondo l’usanza irlandese, ci si siede a tavola soltanto dopo la mezzanotte. La cena prevede generalmente piatti a base di oca, pollo o tacchino. Il giorno di Natale, invece, si gusta lo Speed beef, un rotolo di bue alle spezie che esige una lunga preparazione. Una vecchia consuetudine irlandese era la cosiddetta “caccia allo scricciolo”. Nel giorno di Natale i ragazzi catturavano uno scricciolo che legavano, in una gabbia fatta di agrifoglio ed edera, su un bastone portandolo in giro per la questua. La crudele tradizione, diffusa un tempo anche in Inghilterra e Francia, ha tutte le caratteristiche del sacrificio di un animale alla divinità. Il motivo di tanto accanimento contro questo uccellino è da ricercare nella leggenda che accompagna il martirio di Santo Stefano. Si narra infatti che il Santo si fosse nascosto dietro un cespuglio per sfuggire ai suoi persecutori, ma che fosse stato scoperto a causa di uno scricciolo che, volando via, aveva svelato la presenza del martire.

    Una consuetudine attestata nella penisola balcanica, dalla Dalmazia alla Macedonia, riguarda i famosi Bandjaci. Il termine, che si riferisce al verbo slavo bdijeti, “vigilare”, indica i tre ceppi di Natale (ma in Montenegro se ne contano cinque) che si pongono ad ardere nei giorni che vanno dal Natale al Capodanno.

    In Grecia
    uno dei più caratteristici riti della vigilia è la preparazione del Christopsomo o “pane di Cristo”, una pagnotta di pane dolce che può assumere forme e nomi diversi, con decorazioni sulla crosta che rappresentano scene di vita familiare. La preparazione di questo pane assume il significato di una vera e propria cerimonia religiosa. Accanto alla farina sono utilizzati ingredienti particolari, quali acqua di rose, sesamo, miele, chiodi di garofano e cannella, pronunciando la formula: “Cristo è nato, la luce si accende, cresca il lievito del pane”. A cena il padrone di casa rompe il “pane di Cristo” sulla sua testa e se il pezzo di sinistra è il più grande, significa che il nuovo anno sarà buono. In alcune regioni si preparano i Lahanosarmades, foglie di cavolo cappuccio ripiene di riso con besciamella, che rappresentano le fasciature del Cristo. Dolci tipici sono i Kourambiedes (a base di burro, mandorle e ricoperti di zucchero a velo), iMelomakarona, originari dell’Epiro (al miele e pistacchio), e le Diples, simili alle frappe, dolci originari di Creta.

    In Ungheria
    è tradizione mettere sotto la tavola natalizia una cesta con del fieno e dei semi, affinché vengano benedetti dal Bambino. Di quelle sementi, una manciata se ne brucia; ciò che rimane si sparge invece sui campi come auspicio per un buon raccolto. La cena è abbondante: la carpa, pesce tipico del Natale dell’area orientale europea, è servita come antipasto, in gelatina, decorata con verdure e uova sode, oppure durante e a fine pasto, farcita o fritta in pastella. Altra pietanza tradizionale, comune a tutti i Paesi dell’est europeo, sono le aringhe affumicate o in salamoia, conservate in piccole botti di legno, poi tenute in ammollo e servite con tanta cipolla tagliata sottilmente, pezzetti di mela e panna acida.
    Il menu natalizio ungherese propone una zuppa con verdure e spezzatino di montone, crauti e un formaggio fresco, equivalente della ricotta, condito con capperi, cipolle ed abbondante paprika. Tra i dolci tipici ci sono il Dobos, una torta dalla preparazione laboriosa, e il Rétés, la pasta per fare lo strudel preparata a mo’ di tortelli e farcita con marmellate e frutta.
    In Polonia
    la rappresentazione della natività è allestita su due piani. In quello superiore è rappresentata la Natività, in quello inferiore le scene degli eroi nazionali. Sono celebri i presepi di Cracovia, altissimi, riccamente ornati e simili a cattedrali. La cena polacca natalizia, rigorosamente “di magro”, ha inizio con un rito diffuso anche nelle famiglie meno osservanti: prima di sedersi, in piedi intorno alla tavola imbandita a festa, si spezza e ci si scambia l’Oplatek, un pane azzimo rettangolare benedetto, che reca stampate immagini sacre. La tavola è coperta da una tovaglia bianca sotto la quale è sparsa della paglia, in ricordo del Bambin Gesù, ed è decorata con frutta, rami di abete e candele augurali. In Polonia la notte di Natale si consuma il Barszcz, un brodo caldo preparato la vigilia.

    In Russia,
    accanto al presepe (Verteb), simile allo Szopka polacco, la famiglia canta e prega. In alcuni villaggi si usa decorare all’aperto l’abete più grande. Anche gli animali domestici hanno il loro dono: un pane d’avena per i cavalli, un cosciotto d’agnello per il cane, un pesce per il gatto. Speciale leccornia della vigilia di Natale sono i semi di grano integrale, tenuti per ore a macerare e aromatizzati con semi di papavero schiacciati e mescolati nel miele.

    Nella penisola scandinava,
    durante il periodo natalizio le case sono addobbate con decorazioni di paglia, con fiori e con dolcetti speziati. I bambini usano il calendario dell’Avvento per contare i giorni fino a Natale e ogni giorno aprono una finestrella. L’albero si addobba il giorno prima di Natale. La sera di Natale si mangia una minestra di riso, polpettine e salcicce. Dopo la cena solitamente ci si riunisce intorno all’albero per cantare.
    In Asia tutte le civiltà celebrano il Natale delle proprie divinità e il ciclico rinnovarsi del tempo. Questo continente è la culla di molte religioni e il cristianesimo è in numerosi Stati la religione della minoranza. Per questo il Natale è celebrato in forma estremamente privata e il presepe è presente in pochissimi popoli. Con la globalizzazione le tradizioni europee sono arrivate anche in Asia: in molti Stati è presente Babbo Natale, anche se con nomi e origini diverse (ad esempio, in Cina è chiamato Dun Che Lao Ren, mentre il Giappone ha Santa Kurohsu). Nei Paesi cristiani, comunque, il Natale è molto sentito e i fedeli non rinunciano alla messa di mezzanotte.

    Anche in Oceania
    si festeggia il Natale, soprattutto sotto l’aspetto consumistico. In Australia lo scambio culturale avvenuto per la presenza nell’isola di una gran varietà di gruppi etnici, fa si che ognuno viva il Natale secondo le tradizioni della cultura di provenienza. In Australia a Natale fa caldo, quindi nessuno si stupisce se Babbo Natale arriva in

    surf o in canoa. Assai celebre è il concerto di Natale che si tiene ogni anno, sin dal 1937, nella St. Mary’s Cathedral di Sydney. Case, piazze e chiese sono addobbate con fiori e, soprattutto, con i tradizionali New South Wales Christmas bush, ovvero i “Cespugli di Natale australiani”, piante che danno dei piccoli fiori rossi vagamente somiglianti alle nostre Stelle di Natale.
    In Nuova Zelanda i trascorsi coloniali hanno portato la tradizione dell’albero di Natale, che qui ovviamente non può essere l’abete ma che è il Pohutokawa(Metrosideros tomentosa o più comunemente Bottle brush), utilizzato come simbolo per questa festa perché i fiori rossi di cui si ricopre spuntano proprio nel periodo natalizio. In questa parte del mondo, da alcuni anni si sta diffondendo l’abitudine di festeggiare un secondo Natale il 25 di luglio, quando l’emisfero australe è in pieno inverno.

    In molti Paesi dell’Africa,
    la coesistenza di culture religiose diverse ha dato vita ad interessanti incontri: la messa cattolica spesso prevede riti locali come il ballo, come anche le figure del Cristo riprendono spesso sembianze di un bambinello nero(e con Barak Obama, il nero è d’obbligo!). In quasi tutti gli Stati dove si festeggia il Natale, tradizionali sono i balli adornati con grandi maschere di legno, ognuna prodotta artigianalmente da chi la deve indossare. Il presepe, invece, è una tradizione importata solo di recente, anche se è presente nel continente nelle celebrazioni natalizie africane già dai primi tempi delle missioni. Ovviamente non esiste l’abete: la decorazione più diffusa consiste in un intreccio di rami di palma, spesso disposti a formare un arco, su cui sono applicati dei grandi fiori bianchi selvatici che sbocciano sotto Natale.

    In America
    i modi di festeggiare il Natale variano molto: al Nord tutto è all’insegna del consumo e dello shopping sfrenato, al Centro e al Sud il Natale è più sentito sotto l’aspetto religioso, anche se non mancano le grandi luci e i grandi addobbi.
    Negli Stati Uniti l’usanza di festeggiare cambia a seconda l’etnia di appartenenza: gli italo-americani (numerosi anche in Canada) attendono la mezzanotte per andare a messa e poi consumare un sontuoso pranzo a base di pesce. Malgrado la varietà di abitudini culturali, si sono imposte con gli anni consuetudini che accomunano un po’ tutti, come l’attesa dei regali portati da Santa Klaus, l’albero addobbato e i Christmas-crackers. Questi ultimi sono pacchettini di carta a forma di grosse caramelle, contenenti cappellini di carta colorata o piccoli regali; si mettono sia sull’albero sia in tavola, come segnaposto, e si aprono immediatamente prima del pranzo. A tavola c’è il tacchino ripieno di castagne che rappresenta la tradizione americana adottato da tutti gli immigrati, ovviamente accanto alle preparazioni tipiche del Paesi d’origine. Famosi sono i Mince-pies, biscotti che originariamente avevano la forma di mangiatoia ma che i Riformatori cristiani hanno bandito perché troppo pagani. Oggi questi dolcetti hanno svariate forme.
    In Canada si usa decorare la casa con addobbi natalizi realizzati con corone di alloro. Il pranzo natalizio consiste nel tacchino ripieno con contorno di patate e salsa di mirtilli, oppure nella prelibata anatra arrosto.
    Più folcloristiche sono le tradizioni natalizie in America Latina. In Messico, ad esempio, si iniziano i festeggiamenti religiosi già nove giorni prima del Natale: ogni giorno rappresenta un mese della gravidanza di Maria. In ogni casa si allestiscono le Pifiatas, grosse pentole in coccio rivestite di carta stagnola colorata ai cui lati si applicano dei coni fatti con cartoncino o carta di riso, da cui pendono striscioline multicolori, riempite di frutta di stagione. Al termine dei nove giorni, in chiesa o per strada, prima della messa, s’inscena una breve rappresentazione, conosciuta comelas posadas, dove si impersonano Giuseppe e Maria che vagano alla ricerca di un ricovero.
    La cena di Natale varia da Paese a Paese. Sulle tavole delle famiglie più povere il menù generalmente non si discosta da quello quotidiano, mentre chi ne ha la possibilità festeggia l’arrivo del Bambin Gesù con tacchino ripieno di verdura, cosciotto di maiale al forno o con l’Asado, la carne alla brace.
    In America latina la “Stella di Natale”, “riscoperta” da Joel Poinsett, primo ambasciatore statunitense in Messico (ma anche cultore di botanica), fu importata negli Usa nel 1828 e prese il nome, in suo onore, di Poinsettia pulcherrima. In Europa fu importata nel 1804 dal naturalista Alexander von Humboldt, che notò questa pianta con un “fiore non fiore” in un suo viaggio in America centrale….

    Ci sarebbero tantissime altre cose da raccontare sulle tradizioni natalizie, ma è meglio augurare un sereno Natale e un prospero anno nuovo in molte lingue del mondo( il papa mi perdoni se gli rubo la scena del 25 dicembre, quando dalla loggia vaticana dopo la benedizione Urbi et Orbi augura buon Natale in tanti linguaggi del mondo che è e rimane la sola casa che abbiamo, come abbiamo voluto sottolineare nel titolo):
    Afrikaans: Gesëende Kersfees;
    Albanese:Gezur Krislinjden;
    Arabo: Idah Saidan Wa Sanah Jadidah;
    Armeno: Shenoraavor Nor Dari yev Pari Gaghand;
    Azerbaijan: Tezze Iliniz Yahsi Olsun;
    Bahasa (Malesia): Selamat Hari Natal;
    Basco: Zorionak eta Urte Berri On;
    Bengali: Shuvo Naba Barsha;
    Boemo: Vesele Vanoce;
    Bretone: Nedeleg laouen na bloavezh mat;
    Bulgaro: Tchestita Koleda; Tchestito Rojdestvo Hristovo;
    Catalano: Bon Nadal i un Bon Any Nou;
    Ceco: Prejeme Vam Vesele Vanoce a stastny Novy Rok;
    Choctaw (Nativi americani, Oklahoma): Yukpa, Nitak Hollo Chito;
    Cinese (Cantonese): Gun Tso Sun Tan’Gung Haw Sun;
    Cinese (Mandarino): Kung His Hsin Nien bing Chu Shen Tan;
    Cingalese: Subha nath thalak Vewa. Subha Aluth Awrudhak Vewa;
    Coreano: Sung Tan Chuk Ha;
    Croato: Sretan Bozic;
    Danese: Glædelig Jul;
    Eschimese: Jutdlime pivdluarit ukiortame pivdluaritlo;
    Esperanto: Gajan Kristnaskon;
    Estone: Ruumsaid juulup|hi;
    Farsi: Cristmas-e-shoma mobarak bashad;
    Fiammingo: Zalig Kerstfeest en Gelukkig nieuw jaar;
    Filippino: Maligayan Pasko;
    Finlandese: Hyvaa joulua;
    Francese: Joyeux Noel;
    Frisone: Noflike Krystdagen en in protte Lok en Seine yn it Nije Jier (lingua del ramo germanico occidentale parlata nelle zone costiere meridionali del Mare del Nord, nei Paesi Bassi e in Germania);
    Gaelico (Scozia): Nollaig chridheil huibh;
    Gallese: Nadolig Llawen;
    Giapponese: Shinnen omedeto. Kurisumasu Omedeto;
    Greco: Kala Christouyenna;
    Hamish Dutch (Pennsylvania): En frehlicher Grischtdaag un en hallich Nei Yaahr;
    Hausa: Barka da Kirsimatikuma Barka da Sabuwar Shekara (lingua parlata in Nigeria del Nord, Niger, Benin, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Congo, Eritrea, Ghana, Sudan e Togo);
    Hawaaiano: Mele Kalikimaka;
    Hindi: Shub Naya Baras;
    Indonesiano: Selamat Hari Natal;
    Inglese: Merry Christmas;
    Iracheno: Idah Saidan Wa Sanah Jadidah;
    Irochese: Ojenyunyat Sungwiyadeson honungradon nagwutut. Ojenyunyat osrasay(Nativi americani dell’America Settentrionale);
    Islandese: Gledileg Jol;
    Isola di Man: Nollick ghennal as blein vie noa (isola situata nel Mar d’Irlanda);
    Latino: Natale hilare et Annum Faustum;
    Latviano: Prieci’gus Ziemsve’tkus un Laimi’gu Jauno Gadu;
    Lituano: Linksmu Kaledu;
    Macedone: Sreken Bozhik;
    Maltese: LL Milied Lt-tajjeb;
    Maori: Meri Kirihimete;
    Navajo: Merry Keshmish (Narivi americani del sud-ovest degli Stati Uniti, principalmente in Arizona e in Nuovo Messico);
    Norvegese: God Jul, or Gledelig Jul;
    Occitano: Pulit nadal e bona annado;
    Olandese: Vrolijk Kerstfeest en een Gelukkig Nieuwjaar oppure Zalig Kerstfeast;
    Papua Nuova Guinea: Bikpela hamamas blong dispela Krismas na Nupela yia i go long yu;
    Polacco: Wesolych Swiat Bozego Narodzenia oppure Boze Narodzenie;
    Portoghese (Brasile): Boas Festas e Feliz Ano Novo;
    Portoghese: Feliz Natal;
    Rapa-Nui: Mata-Ki-Te-Rangi Te-Pito-O-Te-Henua (Isola di Pasqua);
    Rumeno: Sarbatori vesele;
    Russo: Pozdrevlyayu s prazdnikom Rozhdestva is Novim Godom;
    Samoa: La Maunia Le Kilisimasi Ma Le Tausaga Fou;
    Sardo: Bonu nadale e prosperu annu nou;
    Serbo: Hristos se rodi;
    Slovacco: Sretan Bozic oppure Vesele vianoce;
    Sloveno: Vesele Bozicne Screcno Novo Leto;
    Spagnolo: Feliz Navidad;
    Svedese: God Jul and (Och) Ett Gott Nytt År;
    Tailandese: Sawadee Pee Mai;
    Tedesco: Fröhliche Weihnachten;
    Turco: Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun;
    Ucraino: Srozhdestvom Kristovym;
    Ungherese: Kellemes Karacsonyi unnepeket;
    Urdu: Naya Saal Mubarak Ho (Asia meridionale);
    Vietnamita: Chung Mung Giang Sinh;
    Yoruba: E ku odun, e ku iye’dun (Africa occidentale)…
    E buon Natale anche a me che nei prossimi giorni sarò impegnata a fare gli “struffoli” secondo la tradizione napoletana e a preparare tante cose buone per la mia numerosa famiglia, come faranno- del resto- i miei e le mie carissime amiche che stringo al mio cuore, chiedendo al Signore o a quello che loro credono di spingerci un po’ più in là, come vorrebbero fare i nostri amici per la terra con i potenti del pianeta affinché mai e poi mai ignorino che la Terra è la nostra Madre e va assolutamente salvaguardata.

    E anche perché non crediate che mi invento i fatti, eccovi una piccola:

    BIBLIOGRAFIA
    Verso una globalizzazione etica?di Maria de falco marotta, Elledici, Leumann, Torino, 2002;
    • Natale. Le storie della tradizione, di Carena C. – Interlinea, Novara, 1993
    • Tutto sul Natale. Tradizioni, canti e ricette dal mondo, di Falanga A. – Città Nuova, Roma, 2001
    • Storia e magia del Natale. Alla scoperta di origini, tradizioni, fiabe e leggende, di Maschio C. – QuiEdit, Verona, 2005
    • Storia del Natale. Culti, miti e tradizioni di una festa millenaria, di Triggiani M. – Progedit, Bari, 2005
    • La magia del Natale nel mondo. Un viaggio fantastico attraverso tutti i continenti, di Maschio C. – QuiEdit, Verona, 2006
    • Quel teatrino della Natività che tiene scena da secoli, di Paternoster R. – Storia in Network, numero 122, anno 2006,http://www.storiain.net/arret/num122/artic7.asp
    • Natale. Piccola guida alla festa più amata dell’anno, di De Pietri A. e Giordano M. C. – Astraea, Bologna, 2008

    Tratto da: http://www.rivistadireligione.it

Natale 2009….

Vallelunga Pratameno(CL):foto.

Matteo Chiaramonte,poeta dialettale….


MATTEO CHIARAMONTECastelvetrano celebra il suo poeta dialettale Matteo Chiaramonte
con Ferraro, Butera, Russo, Fiordaliso, Camporeale, Calcara

di Ferdinando Russo

Il poeta selinuntino incantato della sua città, Matteo Chiaramonte, per raccontarcela usa la lingua degli avi, il castelvetranese.Commentano il testo E.Ferraro,G.D’Antoni,G.Ferri,G.Scozzari,V.Aloisi,I.Butera,G.Bottone,A.Giardina,F.S.Calcara.
, (1, anche se l’autore non ricerca, forzatamente ed intelletualisticamente, il dialetto siciliano, o meglio la lingua siciliana, quella che ha reso grandi, per la ispirazione, per le inflessioni,per le incrostazioni storiche, per l’identità ,i romanzi di Andrea Camilleri, come il cinema di Tornatore, se l’ultima opera del regista di Cinema Paradiso,”Baaria”,nasce nella versione più autentica in siciliano.
“Ti cuntu e ti cantu Castelvetranu-Selinunti” è un antologica politematica, personale ma coinvolgente corale, del cittadino poeta ,che .
E, come scrive Giorgio d’Antoni del MCL –SIAS ,nelle pagine introduttive del volume presentato a Castelvetrano.., scrive l’autore nell’introduzione:mancava un cantore tutto per la sua città e Castelvetrano l’ha trovato in Matteo Chiaramonte.
Lo ha allevato, lo ha ispirato, gli ha consegnato la lingua del popolo, il vernacolo duro dei marinai, dei contadini, delle mamme antiche, dei nonni, degli emigranti, dei lavoratori incontrati nel MCL con cui Chiaramonte ha collaborato, dei centenari, degli artisti che hanno ornato le sue chiese.
E lui la trasmette, questa lingua, in 6250 versi,entrando all’attenzione nel “Guinnes dei primati Mondiali” di Londra.
Castelvetrano lo ha festeggiato, con tanti Enti ed operatori culturali e delle comunicazioni, con il Sindaco del Comune e l’Assessore alla cultura ed alla Pubblica Istruzione, con l’E.N.T.E.L.-MCL, con l’Associazione “Pro-Loco Selinunte, con poeti e storici, con le autorità religiose, con la stampa locale.
La lingua adottata dal poeta, è quella che trae origine dalla vicina terra di Ciullo d’Alcamo, quella che ritroviamo in Martoglio, in Antonio Veneziano, in Giovanni Meli, in Domenico Tempio e nei grandi Capuana, Verga, Pirandello, Consolo, e poi Camilleri, Silvana Grasso, Vilardo, Rabito.
Gli accostamenti si prestano a riflessioni e a differenziazioni, hanno solo lo scopo di sottolineare ed evocare, l’ispirazione linguistica e contenutistica di tanti nostri letterati.
Il Dirigente scolastico, il Preside Francesco Fiordaliso nelle sue ricerche e nei laboratori, che programma nei licei con intensa attività culturale, non si lascerà sfuggire le tematiche sul vernacolo castelvetranese e sulle similitudini,comunanze ,differenze ,influenze della lingua siciliana nei letterati della Sicilia passata e anche contemporanea .
In Sicilia sono stati in molti i poeti che usarono il volgare siciliano,(anche se quello illustre,creato per poetare era un tempo quello delle corti ).Nel secolo di Federico II, ed attorno alla sua corte ricordiamo Giacomo da Lentini, Rinaldo D’Aquino, Stefano Protonotaro, tra gli esponenti illustri della “Scuola poetica Siciliana”.
Nei secoli successivi i dominatori non furono solerti nel conservare le opere dei poeti; si ha sempre, specie da parte dei governanti non avveduti, la paura delle parole poetiche.
A Castelvetrano e nella sua Sicilia, Chiaramonte non si sentirà solo, esclusivo, pur con la peculiarità, che lo contraddistingue e per l’intensità del suo rapporto con la città.
Diventa riferimento provocatorio per educare alla cittadinanza,al vivere osservando, proponendo, costruendo il bene comune, nell’oggi, per il futuro ,sempre alla ricerca della verità, sempre alla ricerca di unire il proprio talento a quello degli altri ,per un blocco sociale nuovo di uomini liberi che amano il lavoro, la propria terra e vogliono cantarla e renderla benigna e materna per tutti i suoi figli.
D’illustri concittadini, , Chiaramonte sa di averne avuti molti, da Gentile a Virgilio Titone, (ricordati nella poesia Castelvetranu fini millenniu”) a Luciano Messina.
Anche costoro non hanno trascurato nell’impegno letterario, storico, poetico, Castelvetrano, amandola e servendola, con scritti e testimonianze.
Di Virgilio Titone, un custode fedelissimo delle sue opere, l’avv.Giuseppe Barbera, parlando delle sue opere e della sua prosa la trova così affascinante da definirlo un grande poeta ( 7 )
Di Luciano Messina, recentemente commemorato dal preside Fiordaliso, ricordiamo, tra le tante sue poesie, “Nel convento dei Domenicani”, Le colline di Selinunte, Una chiesa che nasce ( 8 )
Li accostiamo a Chiaramonte per l’intensità con cui hanno amato la loro città in tutte le espressioni della loro vita artistica, civile, religiosa.
Il valore delle piccole patrie nell’ispirazione e produzione letteraria non è provincialismo (ricordiamo Sciascia e Le Parrocchie di Regalpietra ) e poi, Castelvetrano-Selinunte è una gran patria, con una grande storia.
Chiaramonte ha sentito il fascino di Castelvetrano nell’incontro con i suoi concittadini nell’agora’ .
Gentile è stato il ministro della Pubblica istruzione ai tempi del Fascismo.
E da allora non è mancata un’attenzione particolare al sistema scolastico, alle iniziative culturali.
Luciano Messina ha potenziato il sistema scolastico, ha internazionalizzato le manifestazioni culturali,ha educato alcune generazioni allo studio,alla ricerca,alla testimonianza civile .
Discutevamo spesso con lui delle opere lasciate dai Ferraro a Castelvetrano.
L’anno per le celebrazioni della dinastia dei Ferraro, a cominciare dal capostipite Antonino, che quest’anno compie quattrocento anni dalla morte, è stato aperto a Giuliana ,il paese natale,
Che ha dedicato , con lo storico Antonino Marchese e cinquanta ricercatori e docenti universitari, numerosi studi su questi artisti e sul manierismo siciliano, che a Castelvetrano trovano un prezioso scrigno di opere.
Apprendiamo che proprio in questi giorni in questa città si apre il restauro interno della Chiesa di S.Domenico ed il sindaco Pompeo e il vice Calcara, hanno con la Giunta programmi ambiziosi per valorizzare i Ferraro, questi artisti ,che hanno lasciato opere di impareggiabile valore a Castelvetrano ed in tante città dell’Isola.

E le scuole superiori di Castelvetrano non mancheranno di metterne in evidenza il valore artistico ed il richiamo che possono esercitare sul turismo culturale.
Per il S.Domenico abbiamo dovuto attendere il terzo millennio per riscoprire un tesoro inutilizzato per secoli, appena salvato nelle strutture ma non visibile all’interno.Un patrimonio sotterrato, inavvicinabile, un po’ come parte del Parco di Selinunte, uno dei più vasti d’Europa.Se il nostro poeta Chiaramonte dedica tutti i suoi versi a Castelvetrano-Selinunte è perché questa città e il suo popolo hanno bisogno ancora di cantori,di poeti per valorizzare le risorse disponibili,i patrimoni culturali e artistici, le sue produzioni agricole e artigianali, per crescere e difendere la dignità di ogni persona, per conservare i valori della famiglia e della fede, per aspirare alla giustizia e lavorare per il bene comune.
Ed il poeta Ignazio Butera, a cui Chiaramonte dedica la composizione “Lu tistamentu di lu nannu e la nanna di carnevali” afferma, nella sua testimonianza che “ la narrativa poetica,(del Nostro) da nuovo spazio,dignità e valore non solamente all’interno della letteratura comunale ma certamente dentro un sistema culturale più ampio: quello cioè dell’intera terra e storia siciliana;che la sua parola attraverso la poesia,sia recepita come espressione veritiera di messaggi,ricordi,riflessioni ai valori territoriali,naturali,umani e spirituali e nello stesso tempo come fonte di speranza, desiderio di qualcosa di utile,di tangibile reale contributo allo sviluppo intellettuale di questa società, così come lo è sempre stato nel passato.”
Altri artisti preparano,assieme a Chiaramonte un nuovo umanesimo,partendo dalle proprie piccole patrie, sono i poeti ricordati nella dedica a “Lu tistamentu di lu nannu e la nanna” ,così bene commentato nella introduzione dal dr.Aurelio Giardina e dal Prof.Francesco Saverio Calcara.
Ho il dovere di segnalarli perchè Chiaramonte non appaia un’isola nel deserto, ma il capo-fila di una schiera di poeti che cita: I.Butera, L.Indelicato, G.Decidue, F.S.Calcara, P.Zerillo, Giacomo Bonagiuso.
Anche il vicino marsalese Nino De Vita, in “Fatticeddi. Piccoli episodi”(5) guarda attorno alla sua città e racconta le storie minime come in una Mille e una notte delle piccole patrie.
E il catanese Santo Calì, si sofferma nella “Notti longa” a non dimenticare la patria.
Un’altra citazione mi sia consentita. L’occasione della mia prima visita a Castelvetrano fu per cercare un operatore sociale, per il Patronato delle ACLI. Mi fu presentato dal dr. Michele Alcamo e dall’amico Cocò Lombardo e Domenico Crescente. Era un poeta contadino, autodidatta Giuseppe Casesi.
Avrebbe dedicato il suo tempo libero al patronato delle ACLI, per assistere gli anziani senza pensione, le famiglie degli emigrati, gli invalidi, nella Piazza del comune, di fronte al circolo dei civili, in un piccolo locale a piano terra.
Compresi allora che i poeti servono tanto il bene comune e sanno amare il prossimo della porta accanto, così come il Nostro.
Casesi cantava la fatica del lavoro agricolo, il lamento degli emigranti, il dolore delle vedove bianche, e trovava parole di conforto, di solidarietà, d’assistenza, generosa e gratuita.

Credo che le sue poesie non siano state raccolte, poesie da autodidatta, in dialetto, eppure dense di passione, di filosofia,di umorismo,di sentimenti,riflessioni,saggezza.

Era amico di Giuseppe (Cocò) Lombardo, il maestro buono di questa città, tutto dedicato la mattina all’educazione dei ragazzi a scuola, e poi all’educazione degli adulti a sera, per vivere da cittadini i problemi della città: l’ospedale, l’acquedotto, le strade, la ferrovia, il recupero scolastico per la falcidia della dispersione, la chiesa ed il Porto di Selinunte, i templi.

Lombardo non era poeta, ma aveva una venerazione per i poeti, specie se si occupavano della città e dei suoi problemi; mi avrebbe presentato Luciano Messina, poeta simbolo del secondo novecento letterario siciliano, poeta del sogno e della luce,nell’intenso rapporto con il quotidiano.
Entrambi saremmo stati felici di esprimere le loro simpatie al cantore di Castelvetrano, al quale li segnaliamo perché li possa ricordare nei suoi nuovi componimenti, nelle sue canzoni, nelle sue ricerche.

Perché nessuno sia dimenticato degli operatori culturali e degli educatori, dei residenti come degli emigrati ,”figghiuzzi chi luntanu risiriti”, ai quali Chiaramonte dedica versi tra i piu’ sentiti di una solidarietà che è amore di una fratellanza universale,e che nasce qui nelle piccole patrie

Ed il poeta propone nuovi itinerari, a sè e al comune di Castelvetrano, per gli emigranti: , Un momento di scoramento nostalgico ma subito, quasi un richiamo :

Matteo Chiaramonte ha il primato dei soggetti che si relazionano con la città, con la sua agricoltura, con i mestieri, con le figure più rappresentative, con i poeti, con gli uomini illustri e non può dimenticarne alcuno.Tra questi ricordiamo Ninni Fiore, uno dei fondatori del MCL organizzato con il dr.Enzo Di Stefano, MCL che troviamo tra i patrocinatori del volume citato nel canto della vendemmia che acquista coralità cittadina come quello sulla raccolta delle ulive.

Ed il Nostro,con i suoi versi comprensibili, nella lingua madre siciliana ,
trasmessa dalla storia, dai padri, dalla strada, arricchitasi con la cultura degli antichi antenati Greci,Romani,Arabi,Normanni,Spagnoli,Francesi saprà trasmettere quel messaggio della memoria senza il quale non c’è futuro.
Chiaramonte sa parlare agli emigranti, ai giovani ed agli anziani, sa parlare ai laici credenti ed a quelli che ancora non credono alla trascendenza, e ricorda le chiese fondate dalla fede, dalle confraternite, dal popolo, le feste patronali, i culti e le devozioni.

Il siciliano è, infatti, una lingua, non un dialetto ed ha tanto da raccontare. Lo constatiamo, quando gli indici di lettori contemporanei sono elevatissimi per i libri d’Andrea Camilleri, ed il Commissario Montalbano non può andare in pensione.

Per essere così letto vuol dire che il siciliano è una lingua comprensibile, è la lingua che parla all’altra Sicilia, quella d’altri cinque milioni d’abitanti che vivono e lavorano in tutte le parti del mondo e che saranno felici di leggere e comprendere i versi di Chiaramonte, che parlano della terra lontana in “Castelvetranu e li so emigrati” .

Non per nulla la lingua di Ciullo d’Alcamo è stata alla base del “dolce stil nuovo” e della parlata alla corte di Federico II, che doveva servire l’Impero e una lingua volgare poteva essergli utile oltre che comprensibile per tutti i popoli che si affacciavano sul mediterraneo.
L’importanza della lingua siciliana e delle sue origini greco-latine,
per comunicare e comprendersi non richiede, infatti, illustrazioni, specie quando Chiaramonte fa musicare i suoi versi per parlare anche a quelli che non sono Siciliani e usa dvd e altri strumenti informatici per i suoi scritti.Il Nostro la salva e la trasmette, perché quella ricchezza non svanisca.
Anche il Fascismo, per riformare la scuola, aveva chiesto in prestito a Croce di fornigli il filosofo di Castelvetrano, Giovanni Gentile, un siciliano puro sangue, che aderì all’invito purchè fosse lasciato libero di trasformare la scuola non su schemi partitici, ma su schemi culturali
e di massa, per vincere intanto l’analfabetismo.

Peccato che Mussolini non mantenne la parola con Gentile e non fu tenero con i dialetti, le autonomie, le piccole patrie e, alla prima occasione, sostituì il ministro.

<Un populu/diventa poveru e servu, / quannu ci arrobanu a lingua/ additata di patri: / è persu pi sempri./….Diventa poviru e servu, / quannu i paroli non figghianu paroli/ e si mancianu ntra d’iddi./ Mi nn’addugnu ora, / mentre accordu a chitarra du dialettu/ ca perdi na corda lu jornu./.Lo scriveva il poeta Ignazio Buttitta nel 1970.

Ora gli aspetti storici di Castelvetrano-Selinunte, con i versi di Chiaramente, non perderanno altre corde, sono marcati di una identità inconfondibile.E per conoscere meglio quest’antica città una lettura delle sue poesie sarà per tutti un arricchimento intellettuale: ha scritto A.Ferlazzo ( )

Per Chiaramonte la città, con la sua presenza alla prima del suo libro,dedicato tutto a Castelvetrano ha voluto tributargli il riconoscimento che merita.
Ne ammiriamo la partecipazione e siamo lieti di essere stati tra gli estimatori del poeta.

Ferdinando Russo
onnandorusso@libero.it
1)M.Chiaramonte ,Ti cuntu e ti cantu,Castelvetranu Selinunti, in poesia e canzoni,Castelvetrano,Ottobre 2009
2) G.D’Antoni, in Ti cuntu e ti cantu ,pag.14
3)L.Messina, Parlarsi addosso, Poesie, Grafiche Mazzotta Castelvetrano, 2006.
4)V.Titone, tutte le opere Biblioteca di Castelvetrano
5)G.Ruffino,Sicilia, Profili linguistici delle regioni (a cura di Alberto A.Sobrero
6)I.Buttitta, La mia vita vorrei scriverla cantando, Sellerio, Palermo, 1999(antologia a cura d’Emanuele e Ignazio E.Buttitta
7)Istituto Statale d’istruzione Superiore,Giovanni Pantaleo ,Castelvetrano Selinunte,Logoi,4 ,Castelvetrano 2008
8)A.Ferlazzo in Sicila Informazioni

L’anima e il suo destino:adversus Mancuso.

A cura del Dott.Federico Lenchi

PECCATO ORIGINALE

Continuando l’analisi teologica dell’Anima e il suo destino, invio una breve riflessione prendendo spunto da quanto affermato dal Prof. Mancuso a pag. 165 e più precisamente al paragrafo 59 con il sottotitolo: Due dogmi che fanno a pugni tra loro: origine dell’anima e peccato originale.
Mancuso scrive:” La fede cattolica ci obbliga (???) a ritenere che le anime vengono create direttamente da Dio, e nello stesso tempo assoggettarla alla corruzione e alla concupiscenza ponendola in uno stato di inimicizia con lui (scritto minuscolo, scusa la pignoleria) al punto che si deve parlare di “morte dell’anima”, come stabilito sempre dal Magistero nel Concilio di Trento (vedi DH 1512). E prosegue più oltre: “Se l’anima è partecipe della natura divina, non può essere corrotta; se invece è corrotta, non può essere partecipe della natura divina”.
Ora dato che -continua Mancuso- “neppure Agostino sapeva risolvere il problema di questo conflitto dogmatico…per risolverlo ci sono tre possibilità:
-si tiene il dato della creazione diretta dell’anima spirituale da parte di Dio;
-si tiene il dato dell’anima che nasce spiritualmente morta perchè soggetta al peccato originale;
-non si tiene nessuno dei due.
Mancuso afferma che le prime due ipotesi siano insostenibili per cui aderisce alla terza via e a conclusione del paragrafo ribadisce:” …è sulla base di Dio come Logos che si vede che il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”
(cfr.pp.165-167).
Riassumendo, secondo l’Autore:
1-l’anima non può essere creata da Dio in quanto corrotta;
2-e neppure nascere spiritualmente morta;
3- per i motivi suddetti le prime due ipotesi sono razionalmente insostenibili.
A mio giudizio, sempre razionalmente, la prima ipotesi è, contrariamente a quanto creduto da Mancuso, sostenibilissima alla luce della Rivelazione.
Infatti il peccato originale fu commesso non dal solo corpo o dalla sola anima dei progenitori ma dal concorso di entrambe secondo la concezione biblica, riaffermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica (1992, par.365) che considera l’uomo come unità di anima e corpo in maniera così profonda che si deve considerare l’anima come forma del corpo. Da cui ne deriva che lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte ma un’unica natura.
In altre parole, è Adamo inteso come “unica natura” che ha
peccato e noi, suoi discendenti , ereditiamo questa colpa solo all’atto del concepimento quando a nostra volta diventiamo un’ unità e acquisiamo la nostra identità di uomini, ovvero quando avviene la fusione tra il corpo materiale datoci dai genitori e l’anima creata da Dio.
Ma l’anima creata da Dio e da Lui donataci quale soffio vitale, è da ritenersi indenne da colpa fino a quando non diviene una sola sostanza col corpo dando origine ad una realtà unitaria, l’uomo.
Prima che ciò avvenga l’anima non ha colpe, esce pura, viva non morta dalle mani di Dio, in quanto non è ancora partecipe della creaturalità umana.
Mi sento quindi di rifiutare con decisione, l’affermazione di Mancuso secondo cui ” …il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”.
Ma capitolo dopo capitolo analizzeremo tutto il lavoro.
Su una cosa concordo pienamente con Mancuso quando dice che nei tempi andati le menti migliori si dedicavano alla teologia mentre oggi quelle stesse menti, si dedicano alla scienza o ad altre attività più remunerative.

GNOSI
Riconosco nel prof. Mancuso un anelito sincero, uno sforzo intellettuale non da poco nella ricerca dell’Assoluto,il grande merito di sollevare problemi e stimolare risposte ma pur riconoscendoli questi meriti non posso condividerne il pensiero.
A pag. 30 leggo:”Pubblico il libro con la speranza di venir confutato.” e più oltre ” il mio obiettivo non è la vittoria personale. Contro chi poi? Contro la Chiesa, la madre e la maestra alla quale devo la fede?”.
La Fede! questo è il problema a cui tutto va ricondotto!
Mancuso, sa che le fonti della teologia sono necessariamente due: la fides e la ratio.
La prima è la fonte dei suoi contenuti, la seconda è la fonte della loro comprensione. Ora come non rilevare che lui privilegia la seconda? Infatti leggo a pag. 29 del suo libro:” …ma come è possibile pensare che lo Spirito Santo non abbia sempre assistito la Chiesa quando era in gioco la formulazione del patrimonio dogmatico, il depositum fidei?
Per rispondere è sufficiente dare un’occhiata alla Bibbia. La riteniamo giustamente ispirata dallo Spirito Santo, ma alcune sue pagine, sia dell’Antico Testamento sia del Nuovo, contengono un grado di violenza e di odio difficilmente ascrivibili allo Spirito Santo. Vi è un salmo, molto noto per il suo lirismo spirituale, che si conclude invitando a prendere i neonati dei nemici e a massacrarli sfracellando il loro tenero cranio contro le pietre”.E dopo aver riportato altri passi ugualmente cruenti conclude:” Ora, siccome di pagine di questo genere nella Bibbia ve ne sono in certa quantità, traggo la conclusione che la Bibbia non abbia goduto di una ispirazione tale da parte dello Spirito Santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta (cfr. pp.29-30).FIN QUI Mancuso.
D’accordo che lui è un teologo e non un esegeta ma neppure io sono un esegeta e tanto meno un teologo ma un semplice credente che di professione fa il medico dentista. Eppure so che già, Clemente Alessandrino insegnava che” quasi tutta la Scrittura espone i suoi oracoli mediante espressioni enigmatiche”.
Clemente ripartisce gli insegnamenti scritturistici a due livelli, uno di immediata comprensione e uno invece espresso in forma oscura e coperta, che reca profitto solo a chi sa interpretarla(Pedagogo III, 12,27), ossia lo gnostico (il teologo)….Infatti nè i profeti nè il Signore stesso hanno enunciato i misteri divini in forma semplice che fosse accessibile a tutti , ma hanno parlato per parabole come gli stessi apostoli hanno constatato”.
Sarebbe molto lungo continuare per esporre per intero il suo pensiero. Quello che ho citato è solo per ricordare a Mancuso quello che già conosce e cioè che la Sacra Scrittura parla per allegorie e in questo senso va interpretata.
Ma questa è una difficoltà che già Sant’Agostino aveva incontrato prima della sua conversione dal manicheismo:” Il mio orgoglio rifuggiva da quella maniera di esprimersi e il mio acume non penetrava nel suo intimo. Essa era tale da crescere insieme ai piccoli ma io, gonfio di superbia, mi volevo credere grande, sdegnando essere ancora bambino”.
Vorrei arrivare subito alla conclusione ed esporre quelli che secondo me sono gli errori del pensiero teologico di Mancuso ma troppi sono gli adentellati che trovo nel percorso per cui mi fermo qui e rimando alla prossima volta l’addentrarmi nel cuore della sua teologia.

INFERNO
Esaminando “L’Anima e il suo Destino” di Vito Mancuso nel capitolo che tratta dell’inferno l’A. arriva ai seguenti risultati:
1-il diavolo non esiste concretamente come persona oppure se esiste sarà obbligato da Dio a una conversione forzata che lo costringerà a vedere le sue tenebre sbaragliate dall’irrompere della forza della luce divina ;
2-la punizione degli uomini abitati totalmente dal male, sarà o temporanea , e quindi non eterna oppure vi sarà una distruzione della personalità del peccatore in cui non si è trovato altro che odio.
Devo subito precisare che si tratta di antiche concezioni, elaborate fin dai primi tempi della Chiesa, come vedremo, atte a mettere in dubbio fino a rifiutarla l’inquietante rivelazione sull’inferno relativa alla sua eternità.
L’A. pertanto non dice nulla di nuovo ma ripropone quanto già detto a partire dal III secolo da Origene e dagli Origenisti (cfr.pp. 275-76).
Vediamo da subito come queste teorie siano in netto contrasto con quanto insegnato dal Magistero Cattolico che indica l’inferno, dal latino “luogo che sta sotto”, come uno stato o situazione di infinita sofferenza determinata dal rifiuto totale e definitivo di Dio, degli altri, di se stessi e del mondo, in contrasto con la vocazione di vivere in comunione.
La Bibbia, al fine di indurci ad opporci con tutte le forze al male, ci presenta la possibilità di dannazione con immagini di morte e di disperazione, immagini che vanno indubbiamente interpretate ma non sminuite (cfr. Mt. 10,28; I Cor. 3,17; Gal. 6,7; Fil. 3,19; Ap. 2,11; 20,6.14; 21,8).
La Bibbia altresì evidenzia con assoluta chiarezza i diversi aspetti della realtà del peccato:
-IDOLATRIA, Adamo ed Eva volevano essere come dei
-RIVENDICAZIONE DI ASSOLUTA AUTONOMIA MORALE, cioè decidere in modo autosufficiente ciò che è bene e ciò che è male;
-RIFIUTO DELLA CONDIZIONE CREATURALE, ovvero perdita della relazione vitale con
Dio. In altre parole la radice del peccato va rintracciata nel libero arbitrio dell’uomo, nella sua libertà di opporsi al suo progetto.
Per tali ragioni il peccato è descritto nell’Antico Testamento e confermato nel Nuovo, come, infedeltà, adulterio, fornicazione ossia come rinnegamento del patto di amore che Dio ha stipulato con l’uomo.

L’aspetto più inquietante della rivelazione sull’inferno è, come abbiamo visto, quello della sua irreversibilità ed eternità. Per tale ragione già nei primi secoli presero corpo alcune teorie di cui le principali sono quelle relative all’Apocatàstasi e all’Annichilazione.
Fu Origene, soprannominato Adamanzio “uomo d’acciaio”(185?-250) che per primo, in ambito cristiano, sviluppò la teoria dell’Apocatàstasi.
Per valutare correttamente il suo pensiero teologico bisogna innanzi tutto tenere ben presente l’epoca in cui scrisse le sue opere.
Egli, nella ricerca della conoscenza esatta dei divini misteri, si incammina in territori sconosciuti ed inesplorati formulando ipotesi che non avevano la pretesa di soluzioni definitive e non potendo contare quindi, su quella grande “auctoritas”, strumento preziosissimo per il teologo, che è il Magistero della Chiesa che, con i grandi Concili del IV e V secolo, fisseranno con la Regula fidei, argini invalicabili per la ricerca teologica.
L’opera di Origene, tesa a rafforzare la fede con il ragionamento ma non in modo frammentario chiarendo quel particolare punto o mistero, ma cercando globalmente tutta l’economia della salvezza , inserendo tutte le vicende e tutti gli attori, oltre che per l’Apocatàstasi fu condannata più in generale per il pensiero ellenico che vi compariva anche se Origene scriveva, ben consapevole che la filosofia è un’arma a doppio taglio:” approfittano di questa conoscenza che hanno dell’ellenismo per generare dottrine eretiche e fabbricare, per così dire, vitelli d’oro a Bethel” ( I Principi).
Era però del parere che i barbari ( i cristiani) sono capaci di scoprire le dottrine ma che i greci sono più abili a giudicare, fondare e adattare alla pratica delle virtù le scoperte dei barbari per cui conclude che “chiunque arriva all’insegnamento cristiano dalle dottrine e dalle discipline dei greci, è in grado di giudicare della sua verità”, stabilendo in tal modo una certa affinità almeno propedeutica tra le due verità, quella ellenica e quella cristiana.
Senza addentrarmi nel pensiero di questo autentico genio creativo, grandissimo precursore della ricerca teologica, ricordo che la condanna formale di Origene avvenne con il V Concilio di Costantinopoli nel 553, voluto dall’imperatore “teologo” Giustiniano in cui furono pronunciati 15 anatematismi che lo riguardavano. La controversia sull’ortodossia del suo pensiero, fu iniziata nel 394 dal vescovo Epifanio di Salamina e portata a termine da Girolamo che in un primo momento ne era stato un convinto ammiratore.
Questo portò a una delle più aspre e meno edificanti polemiche tra Girolamo e il suo vecchio amico Rufino, controversia di cui parlò con grande avvilimento anche Agostino nei seguenti termini:” magnum et triste miraculum”.
Ma per tutto il secolo precedente i grandi Padri greci e latini, da Gregorio taumaturgo fino ad Ambrogio di Milano, avevano avuto parole di enorme elogio ed apprezzamento per il pensiero di Origene.
Gli anatematismi con cui fu condannato a posteriori, riportano passi presi dalle opere di Evagrio e non da quelle di Origene.
In tutto il pensiero di Origene è sempre presente un vero spirito ecclesiale, tanto che volle sempre servire esclusivamente la sua Chiesa e fu sempre pronto a sottomettersi al suo giudizio: “ Se io che porto il nome di presbitero e che ho annunciato la parola di Dio, tradissi mai la dottrina della Chiesa e la regola del Vangelo, cosicché a te, Chiesa, fossi motivo di scandalo, possa l’intera Chiesa con unanime decisione, mozzare e gettare via me, sua destra”.
Tali parole avrebbero dovuto impedire che Origene fosse annoverato tra gli eretici e l’intera sua opera proscritta:
Ben diverse quelle del modernista Loisy che riporto a memoria:” non è in me la facoltà di cancellare il frutto delle mie ricerche”.
RITENGO AUSPICABILE CHE LA CHIESA, CHE TANTO DEVE AD ORIGENE, RIVEDA LA CONDANNA; A SUO TEMPO TROPPO AFFRETTATAMENTE ESPRESSA.
Alle ipotesi sull’inferno di Origene e della sua scuola che Mancuso ha fatto proprie, esporrò quella che potrebbe essere un’altra ipotesi che non è in contrasto con le Scritture e che concilia meglio l’infinita Giustizia di Dio con la sua altrettanto infinita misericordia.
Ma prima di farlo continuiamo il discorso sull’Inferno e vediamo come Mancuso oltre all’apocatàstasi
prenda in considerazione l’annichilazione ovvero la riduzione al niente del dannato.
Ma né l’apocatàstasi,né tanto meno l’annichilazione trovano alcun fondamento nella Scrittura.
D’altro canto, Le due lettere cui si fa riferimento per giustificare tali teorie e cioè, la lettera ai Corinzi (I, 15-18) che afferma che alla fine del mondo, Dio sarà tutto in tutti, e quella ai Colossesi (I,20) secondo cui Dio in Cristo ha voluto riconciliare a sé tutte le cose, vanno lette ed interpretate nella loro interezza, non limitandosi a queste due affermazioni.
L’ ipotesi dell’apocatàstasi, va contro ogni logica, perché:
1- non rispetta la serietà e l’impegno della vita terrena che in tal modo assumerebbe le fattezze di una colossale commedia giocata sulla pelle degli uomini,
2- negherebbe la gravità del peccato, per cui nulla farebbe più la differenza tra un agire retto e un agire all’insegna del male,
3- toglierebbe poi significato al libero arbitrio umano e degli angeli decaduti e
4- svuoterebbe di ogni significato di redenzione l’altissimo prezzo pagato da Cristo in croce.
Parimenti l’annichilazione non rispetterebbe la scelta dei perduti che ostinatamente hanno rifiutato Dio e renderebbe lo stesso Dio artefice di un progetto di distruzione delle creature da Lui create.
Fermo restando che io ritengo come assoluta verità, quella insegnata dalla “nostra” Chiesa, mi sembrerebbe più logico pensare che:

Dio nella sua infinita misericordia abbia stabilito che chi, con assoluta ostinazione libera volontà e piena coscienza, abbia rotto il suo rapporto con Lui trasgredendo le sue leggi per perseguire pervicacemente il male, verrà posto, per l’eternità, in una terra d’oblio, di tenebre e di silenzio come si legge in Dt (32, 22) e in Gb (26,5; 36, 16-17) ovvero una terra di ombre.
Questa visione non sarebbe in contrasto con l’A.T. e concilierebbe la Giustizia con la Misericordia.

L’Europa e il Crocefisso…..

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L’EUROPA E IL CROCEFISSO, LA CRISTIANOFOBIA AL POTERE
di Massimo Introvigne

Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.
La sentenza Lautsi c. Italie del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.

http://www.cesnur.org/2009/mi_lautsi.htm

Padri “deboli”?Figli “impotenti”!

“Elisa crede di poter tenere tutto per sé un babbo dall’irresistibile fascino. Giorgia si distrugge e strugge per salvare l’immagine che ha di lui. Sandra rimane invischiata in un corpo a corpo. Niccolò ha paura dell’altro sesso. Giacomo cerca inutilmente di differenziarsi dal genitore.”

I padri sono cambiati.
Gli uomini un tempo rudi e forti, simbolo della severità e dell’autorità, non di rado simbolo della prepotenza, sono diventati pieni di premure e attenzione per la loro prole.
Il padre normativo ha ceduto il passo a quello affettivo. Bene. Era ora. Ma…
Le storie che Francesco Berto e Paola Scalari hanno raccolto in questo libro, drammaticamente vere, ci dicono di altri padri. Di quelli alle prese con figli adolescenti, che nel momento in cui la crescita puberale dei loro figli richiederebbe un opportuno ritiro, rimangono incollati ai loro bambini. Sono padri narcisi, prigionieri del loro eccesso di affettività,che non sanno rinunciare all’amore protettivo, incondizionato, appagante, totale dei piccini. Se non c’è la giusta distanza, ci può essere una complicità tra adulti e adolescenti pericolosa per l’equilibrio affettivo e sessuale dei ragazzi. Anche quando non sfocia nella pedofilia, a cui pure alcuni racconti fanno riferimento.

Sono racconti “amari” quelli che gli autori ci propongono perché sono veri. Ci dicono di un fenomeno sociale agli albori, ma figlio di questo nostro tempo. Che si maschera in forme diverse, talvolta anche benevolmente accettate se la differenza d’età nella relazione affettiva e sessuale tra adulto e giovane si sposta sul piano sociale (il legame tra uomini di successo adulti e giovani donne che potrebbero essere loro figlie, ad esempio).

Perché leggerli questi racconti? A conclusione dell’introduzione gli autori scrivono: “La mancata trasmissione della bellezza del legame sensuale tra individui adulti può condannare gli adolescenti a non saper trasformare la vampata di un innamoramento in una calda storia di vita amorosa, e senza un saldo vincolo di coppia i ragazzi rischiano di diventare dei vacui vagabondi che non trovano il senso dell’amore”.

F.Berto-P.Salari, Padri che amano troppo. Adolescenti prigionieri di attrazioni fatali.La Merdiana,pp.128,2009.

Di Padre in Padre…..

“Quello che vi accingete a leggere è un libro che può essere apprezzato da genitori, educatori e studiosi, ricco com’è di riflessioni ed esemplificazioni esposte in un linguaggio semplice e scorrevole.”
(dalla Prefazione di Fulvio Scaparro)

Può un padre esprimere la propria vulnerabilità affettiva e la ricchezza delle sue tensioni emotive senza perdere la sua identità o rinunciare alla possibilità di proporre percorsi di vita per il figlio?
E’ il problema di fondo che emerge nelle nuove generazioni di padri, che sta portando con forza alla luce la questione “paternità”, spesso oscurata dalla pratica e dalla retorica del ruolo paterno distinto, anzi opposto a quello materno. Un numero sempre maggiore di padri si è trovato a lottare per essere riconosciuto come genitore presente fin dal concepimento nella vita dei figli e in grado di assolvere anche ai compiti, doveri e responsabilità a torto creduti non tradizionali.
Il maschio normativo sta scoprendo di avere caratteristiche affettive che erano, e purtroppo lo sono ancora, considerate un’esclusività femminile: dolcezza, rispetto, amore.
E’ lungo, molto lungo, il cammino che uomini e donne dovranno compiere per accettare le loro diversità e finalmente riconoscersi uguali almeno in questo: tutti noi vogliamo vivere come essere umani, cioè come cercatori e produttori di senso, come individui fertili. Ma non basta proclamarlo; occorre praticarlo in casa, a scuola, nel lavoro, ovunque. Una grande responsabilità educativa perchè i figli osservano e imparano dai rapporti tra padri e madri, tra uomini e donne.

A. Coppola De Vanna F. D’Elia L. Gigante, Di padre in padre. I tempi della paternità.La Meridiana,pp.144,2008.

Sorpreso dal Signore….

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Ora di Islam?

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La trovata propagandistico-politica,di un politico eticamente scorretto,del duo D’Urso-Fini,circa l’introduzione dell’ora islamica nella scuola italiana,al di la del chiacchiericcio politico-istituzionale,ormai pane quotidiano della nostra “povera” Repubblica,ripropone,senz’altro degli interrogativi di natura sociale ed istituzionale,ormai ineludibili,per l’occidente e per l’Italia. Qual è il rapporto tra l’islam e le democrazie moderne? Esiste un “islamismo illuminista” come dicono alcuni? Inoltre,in Italia quanti tipi di islam esistono?Sentinella, quanto resta della notte della cristianità? Cioè come l’occidente scristianizzato,e dunque debole,si pone di fronte all’emergere del fenomeno Islam, nella consapevolezza che l’Occidente non è più al centro del mondo, ci sono tanti orizzonti nuovi che lo incalzano e premono ai suoi confini, anzi già al suo interno. È importante non arroccarsi, ma altrettanto importante è impegnarsi per la conoscenza reciproca, il dialogo, per costruire qualcosa di nuovo di inedito, però senza lasciarsi fagocitare e senza escludere. Ma nasce, ora, il timore che siamo noi a correre il rischio di venire fagocitati causa la nostra debolezza identitaria, tra qualche generazione, in casa nostra. Comunque il dialogo, foriero di civile convivenza, esige dagli interlocutori maturità e reciprocità; quindi l’impegno dev’essere in questa direzione. E, poi, non smettiamo di “vivere” i valori in cui crediamo, anche se sembrano affievolirsi sotto l’incalzare di una cultura prevalentemente “mercantile”. Siamo convinti che sia necessario; perché ognuno di noi porta il suo filo colorato nel grande Arazzo della Storia, in cui non c’è posto per le trame nere dell’odio…
A darci una mano sullo stato delle cose,è una famosa scrittrice di nazionalità inglese,ma nata in Egitto, Bat Ye’or,che ha pubblicato alcuni interessanti volumi sul rapporto storico-dottrinale tra l’Islam e l’occidente.

Bat Ye’or :Il declino della cristianità sotto l’Islam.Lindau,pp. 576.

La conquista islamica è avvenuta all’insegna del jihad e della shari’a, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano. Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e negli sterminati territori dell’antica Persia vennero sottomesse dagli arabi (nei secoli VII e VIII) e dai turchi (circa quattro secoli dopo), divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, privi di diritti e oggetto di una «protezione» (dhimma) che pagavano lautamente. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni? Come è possibile spiegare un’espansione dell’islam così rapida e una sua penetrazione così profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Che cosa travolse e riplasmò società evolute e articolate, sotto il profilo politico, giuridico ed economico? E perché per lungo tempo la dhimmitudine è stata rimossa o negata nei paesi occidentali che hanno spesso preferito esaltare la presunta tolleranza dell’islam?
Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, ancora insufficientemente nota, Bat Ye’or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione (in alcuni casi fattiva e consapevole, in altri fondata su tragici malintesi) di élite civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire. Mentre la ummah unificava il suo enorme potenziale militare, demografico ed economico, i popoli non musulmani si dividevano in nome di settarismi ideologici o all’insegna di un pragmatismo utilitaristico che li portarono prima a una resa culturale e poi all’estinzione. Inoltre i paesi dell’Occidente, quasi sempre ostili gli uni agli altri a causa dei contrapposti interessi strategici, hanno a lungo preferito ignorare (o hanno cercato di strumentalizzare) questo inquietante fenomeno storico.
Secondo Bat Ye’or la dhimmitudine è un motore decisivo della storia anche oggi. Di fronte a un islam che ha ripreso la sua guerra, lo studio del passato serve a capire il presente, smaschera verità di comodo e pone interrogativi di inquietante attualità: stiamo forse assistendo al progressivo assoggettamento dell’Europa?
L’AUTORE
Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine». Tra i suoi numerosi saggi dedicati al rapporto tra l’islam e la cristianità, ricordiamo il fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita e Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano, editi entrambi da Lindau.

Bat Ye’or, Verso il califfato universale. Come l’Europa è diventata complice dell’espansionismo musulmano,Lindau,pp. 224

Tre anni dopo il successo di Eurabia, Bat Ye’or torna a occuparsi della resa dell’Europa all’islam sotto l’abile regia dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, che riunisce 57 paesi e più di un miliardo di persone.
Lungi dal pianificare conquiste di tipo militare (almeno nelle forme tradizionali), la strategia dell’OCI è sottile e insinuante. Controlla la politica del Vecchio Continente con la minaccia del terrorismo e l’arma dell’immigrazione (insieme a quella, connessa, della demografia). Lo ricatta economicamente grazie al petrolio. Lo inibisce culturalmente facendo leva sulla mancanza di un’identità condivisa e sfruttando i sensi di colpa di élite ostaggio del «politically correct». Lo insidia sul piano religioso, incoraggiando il proselitismo e le conversioni, mentre la predicazione (e anche la semplice pratica) cristiana resta un tabù in molti paesi musulmani.
Ma soprattutto l’OCI si muove innanzitutto sul piano legislativo e giuridico per veder sancito in tutto il mondo il principio in forza del quale i musulmani sono soggetti solo alla legge islamica, la shari’a, ovunque risiedano. Questo principio è uno dei cardini della dhimmitudine e ha trovato la sua prima applicazione europea nel 2007, in Gran Bretagna, quando la shari’a è stata ufficialmente riconosciuta come fonte di diritto – in materia di divorzio, eredità e violenze interne alla famiglia. L’Europa sta diventando parte della ummah, la «comunità dei fedeli»? Ci toccherà in futuro, nei nostri stessi paesi, la condizione di cittadini di seconda classe?
I segnali in questa direzione si moltiplicano. Europa/Eurabia ha abiurato la propria storia e i propri valori attraverso alcune scelte fondamentali: il ripudio delle radici cristiane, ignorate dalla Costituzione dell’Unione; l’apertura della scuola pubblica all’insegnamento del Corano; la ridefinizione della storica partnership con gli Stati Uniti; l’abbandono di Israele e la scelta di campo pregiudiziale a favore dei palestinesi di Hamas; la negazione dell’origine ebraica del cristianesimo al fine di avvicinarlo all’islam, in una falsa prospettiva di dialogo euro-arabo.
Basterà un amalgama di paure e interessi nazionali che ha fatto della laicità una bandiera a salvarci dal «Califfato universale»?
L’AUTORE
Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine», definendone i principali aspetti politici, economici, culturali. Autrice del fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (Lindau), Bat Ye’or ha scritto vari altri saggi sul rapporto tra l’islam e la cristianità, tra cui ricordiamo Les Chrétientés d’Orient entre jihad et dhimmitude, di prossima pubblicazione presso la nostra casa editrice.

Giuliana(Pa):CELEBRAZIONI IV centenario dalla morte di Antonio Ferraro.

Giu-ProgrComune di Giuliana
Provincia di Palermo

CELEBRAZIONI FERRARIANE 2009-2010

Manierismo siciliano,
Antonino Ferraro da Giuliana
e l’età di Filippo II di Spagna

Convegno di studi locandina_aaacelebrazioni_ferrariane

L’apporto dei FERRARO al MANIERISMO SICILIANO
NELL’ETA’ DI FILIPPO II DI SPAGNA nel convegno al Castello di Giuliana(Pa) nell’ambito delle celebrazioni del IV centenario della morte di Antonino Ferraro)

di Ferdinando Russo

L’appuntamento è per domenica 18 ottobre alle ore 10: 30 e per lunedì 19 nello storico castello di Giuliana, appena restaurato, che per la prima volta ospiterà, con i rappresentanti dei comuni interessati ai Ferraro, quarantacinque studiosi dell’Università di Palermo e di Roma, che tratteranno di arti figurative, storia civile, letteraria e musicale in Sicilia nell’età di Filippo II di Spagna.Per l’occasione sarà presentato il primo nucleo di una “mostra itinerante” delle opere del Ferraro, fotografate dal maestro Enzo Brai, che si arricchirà d’altri documenti, durante il viaggio della memoria nelle ventitrè Città siciliane che conservano opere della dinastia Ferraro e testimonianze artistiche della Sicilia di Filippo II di Spagna, in un tempo che coincide con il movimento artistico della “maniera”.All’inaugurazione (1),con i rappresentanti dei comuni interessati alle opere di Antonino Ferraro,saranno presenti il sindaco di Giuliana ,Giuseppe Campisi, l’assessore Antonella Campisi, il presidente Franco Scarpinato, il Presidente della Provincia regionale Giovanni Avanti e l’Assessore Gigi Tomasino .Sono previsti interventi di Ferdinando Russo e di Guido Meli.
Le foto esposte a Giuliana sono state collezionate dallo storico Antonino Giuseppe Marchese,autore di studi fondamentali sui Ferraro(2), che aprirà il convegno con una relazione introduttiva su Antonino Ferraro da Giuliana,un “gigante di provincia”. Contributo al IV° centenario dalla morte.
Seguiranno le relazioni della prima giornata dell’Arch.Gaspare Bianco, Maria Giuseppina Mazzola, Simonetta la Barbera, Roberta
Civiletto,Valeria Sola,Marcella La Monica,Ilaria Grippando,Vito Chiaramonte, Luciano Buono, Rita Cedrini, Angela Mazzè,Tiziana Campisi,Mario Li Castri.
Le celebrazioni Ferrariane e della scuola del manierismo siciliano proseguiranno nel corso dell’intero anno 2010 con iniziative in allestimento a Corleone, a Castelvetrano, a Caltabellotta, a Mazara del Vallo, a Marsala, a Trapani, a Burgio, Cammarata, a Castronovo, a Palermo, a Sciacca, ad Erice, a Monreale, a Misilmeri ,a Santa Margherita Belìce.
A Corleone sarà presto presentato un volume sulla statuaria di legno, di cui la città è ricchissima, recentemente ed in parte restaurata e su quella ora attribuita ad Antonio Ferraro, attraverso le ricerche effettuate in una recente opera di A.G.Marchese(5).
Nell’opera “Tra i Gagini e i Ferraro” di Marchese (4) è stata messa in luce, dall’autore .
Antonino Ferraro, rileva Marchese, è probabile che sia morto negli ultimi mesi del 1609.Nella sua arte s’intravede il ruolo precorritore della famiglia Ferraro da Giuliana rispetto ai Serpotta, come avvertito e segnalato dalla Giuffrè e . I Gagini e i Ferraro prevengono certamente l’arte del Serpotta, comunicatori di una fede, di una religione, di culti e tradizioni attraverso l’arte, una pluralità d’arti.
Durante le programmate celebrazioni dedicate al capostipite Antonino Ferraro si avrà occasione, infatti, di ritrovarsi a Castelvetrano per incontrare, come scrive il Kronig,<le forme della decorazione a stucco del Ferraro in San Domenico di Castelvetrano”ricordano quelle del tardo Rinascimento, ma percorrono anche le decorazioni del manierismo romano ma le decorazioni a stucco integrali dell’architettura sacra siciliana del XVII e del XVIII secolo”(Kronig 1981:408- 409). E poi a Mazara del Vallo, a Marsala, a Trapani, a Burgio, a Corleone a Cammarata,Castronovo, a Monreale, a Palermo.
Il convegno di studi di Giuliana vuole stimolare un coinvolgimento delle istituzioni scolastiche ,universitarie e regionali, le comunità locali ,le confraternite laicali, attorno alla ricerca ed alla valorizzazione del patrimonio artistico dei Ferraro posseduto nei comuni di un’area territoriale caratterizzata da un paesaggio ancora immacolato, adiacente a poli di interesse turistico come Sciacca e Castelvetrano -Selinunte e suscitare occasioni di lavoro locale ,legato al turismo ed alle attività artigiane ed artistiche , alle tradizioni, alla cultura ed alla storia ed all’arte del comprensorio.

Le celebrazioni vertono principalmente su Antonino Ferraro e sulla sua scuola e le riteniamo fondamentali per lo studio e la valorizzazione delle peculiarità del “ manierismo siciliano” .
Non si limitano,infatti, a questa significativa vernice ma proseguiranno nel corso dell’anno 2010 con iniziative in allestimento a Corleone, a Castelvetrano-Selinunte, a Caltabellotta, a Mazara del Vallo ,a Marsala, a Trapani, a Burgio, a Cammarata, a Castronovo, a Palermo, a Sciacca ,ad Erice, a Misilmeri a Monreale,alle quali ci auguriamo siano cointeressati gli studiosi convenuti a Giuliana ,all’apertura delle
celebrazioni. Questa dinastia di artisti della pittura, della scultura,dell’architettura, che forse avevano imparato a Napoli ed a Roma gli elementi della cultura figurativa di Michelangelo e Raffaello,come il concittadino Giacomo Santoro,segnano ora
per la Sicilia un nuovo itinerario turistico culturale, che interessa il turismo della Sicilia occidentale e poi di quella orientale ed arricchisce l’offerta culturale del polo turistico di Sciacca e di Castelvetrano -Selinunte. Un’area di interesse culturale, storico,archeologico, paesaggistico, artistico, tutta da scoprire quella
Compresa tra la valle del Sosio e la valle del Belice all’interno delle terre sicane alle quali appartengono molti dei comuni per i quali hanno lavorato i Ferraro.
I lavori di lunedì 19 ottobre saranno coordinati, al Castello di Giuliana, dalla Prof Anna Maria Schmidt e saranno relatori, Angheli Zalapì, Giovanni Mendola, Antonio Cuccia, Rosario Termotto, Giuseppe Fazio, Angelo Pettineo, Antonino Palazzolo, Giovanni Battista Vaglica, Isidoro Turdo, Arturo Anzelmo.
Coordinerà i lavori della sessione pomeridiana di lunedì ,Giovanni Mendola e saranno relatori :Giovanni Fatta, Calogero Vinci, Manlio Corselli, Anna Maria Schmidt, Angela Scandagliato, Lucia Bondì, Ignazio Navarra, Giovanni Moroni, Vito Ferrantelli, Maria Maniscalco,Bruno De Marco Spata.(1)
Previsti ,per l’ultima giornata del convegno, gli interventi di Giulio Bonaffini, Vincenzo Abbate, Carmelo Baiamonte, Roberta Cinà, Giuseppe Oddo, Piero Longo, Aldo Gerbino, Marisa Buscemi, Filippo Maria Gerbino, Giuseppe Ardizzone.Corale da parte delle ventitrè comunità siciliane interessate maggiormente alle opere dei Ferraro la riconoscenza agli organizzatori delle celebrazioni ed ai relatori del convegno per l’opera di recupero e valorizzazione di un patrimonio poco conosciuto.

onnandorusso@libero.it

1)Giuliana (Pa) il sito , http:// www.comune.giuliana.pa.it

2) A, G.Marchese, I Ferraro da Giuliana, 3 voll.Palermo 1981-84.

3)A.G.Marchese, Antonino Ferraro.Il compianto di Caltabellotta e altre terrecotte, Ila Palma 1983

4)A.G.Marchese,Tra I Gagini e I Ferraro.Marmorari,scultori lignei e stuccatori a Corleone,Ila Palma 2002

5)A.G.Marchese, Antonino Ferraro e la statuaria lignea del’500 a Corleone, Ila Palma 2009

LA CROCE E LA MEZZALUNA.

 

Crux
di 

Alberto Leoni 

 Tra i commenti sui fatti dell’11 settembre 2001, il più noto è senz’altro quello dell’allora ministro degli Esteri Ruggiero: «Nulla sarà più come prima». Appare, senza dubbio alcuno, un giudizio realistico, ma che provoca qualche facile ironia non appena si guardi la reazione di tante persone intorno a noi. Per esse, l’11 settembre è accaduto un fatto che si è concluso poche ore dopo, senza eccessive ripercussioni sul proprio futuro: la guerra in Afghanistan, il timore di nuovi attentati, vengono vissuti come un sogno lontano che non riesce a scalfire il meccanismo quotidiano dell’esistenza.
Ci sono poi coloro che, invece, hanno reagito con ostilità: la violazione del loro normale stile di vita li ha spinti a usare toni esagitati contro i musulmani in generale, ma, alla distanza, sono ripiombati nella propria quotidiana atarassia. La rabbia, la paura, tuttavia, sottendono la loro esistenza, covano sotto la cenere della consuetudine e, quando un velivolo guidato, come sembra, da un bizzarro suicida, si schiantò a Milano contro il grattacielo Pirelli nell’aprile 2002, collera e sdegno ritornarono fuori per poi gradualmente acquietarsi col tempo. 

C’è infine una terza categoria di soggetti, per lo più di idee pacifiste à outrance, che hanno deciso di non scomporsi più di tanto e che reagiscono alla minaccia terroristica adoperando gli stessi strumenti interpretativi che hanno appreso nella prima gioventù: le sperequazioni economiche tra Nord e Sud, la globalizzazione, il problema dell’intolleranza religiosa, e via elencando. Posto che ogni idea è rispettabile, per lo meno nella misura in cui deve essere rispettata la persona che la esprime, la posizione di quest’ultima categoria è, paradossalmente, simile alle altre due, sebbene tale paragone possa sembrare offensivo a chi ritiene di avere una coscienza dei mali del mondo superiore alla media. 

Il punto è che, nel terzo caso come negli altri due, si riscontra un’impermeabilità mentale, un’incrollabile costanza nel mantenere giudizi inadeguati rispetto a una realtà effettiva che ne trascende la misura. Si tratta, in fondo, di una forma sottile di razzismo culturale, fondata sulla «accettazione del diverso», senza fare la fatica di capire quanto e come esso sia diverso. Ciò ingenera equivoci anche gravi, come è il caso di preghiere collettive del venerdì recitate in piazza Duomo a Milano o in parrocchie e centri missionari. Ciò che non si sa, o si finge di non sapere, è che il luogo di preghiera diventa proprietà dell’Islam e può essere rivendicato come tale in qualsiasi momento.
Che cos’è cambiato dunque, l’11 settembre 2001, per queste tre categorie di persone? Niente, tutto è rimasto come prima. La ragione? L’abitudine a una vita pacifica, fatto in sé altamente positivo, ne è una causa, forse la più importante. 
Il meccanismo perfettamente regolato dell’esistenza non tollera imprevisti e, in questa meccanicità, ci si sente come nell’universo cartesiano, perfettamente regolato dopo la prima spinta iniziale data da Dio. Diceva Pascal che, dopo questo primo impulso, Cartesio non ha più saputo che cosa farsene di Dio, e così noi, anche se il problema non è teologico, bensì di autocoscienza storica.

La pace che conosciamo e amiamo non è qualcosa di esistente da tempi immemorabili, ma è fenomeno relativamente recente e che trae origine da lotte sanguinose nelle quali l’Europa ha combattuto per la propria sopravvivenza. Le tre categorie di persone, sopra citate, certo non esaustive, costituiscono la grande maggioranza della popolazione italiana ed europea e vivono in una dimensione atemporale e antistorica: i reattivi antislamici dimenticano che musulmani e cristiani non sono sempre stati nemici e che l’Occidente, specialmente per quanto avvenuto nel periodo coloniale, ha molto da farsi perdonare. I pacifisti, invece, ignorano che l’Islam ha messo in pericolo le sorti dell’Europa cristiana per un periodo complessivo di circa sette secoli. Eppure, a fronte di tale complessità e vastità, l’immaginario collettivo si accende solo alla parola «Crociate»; un fenomeno durato duecento anni, ma che ebbe un impatto relativamente limitato, senz’altro minore rispetto a quello provocato dalla presenza turca in Europa.
È un’ignoranza colpevole? Se la colpa va commisurata all’importanza di ciò che si ignora, non conoscere la lotta degli Asburgo e di Venezia contro i turchi, non sapere nulla dell’assedio di Malta del 1565, ha lo stesso peso, lo stesso valore dell’ignorare le campagne militari di Ramesse II? Evidentemente no.
Il fatto è che, nel calendario liturgico, vi sono date che oggi non sappiamo più leggere, delle quali non conosciamo più il senso: il 6 agosto è una festa introdotta per celebrare la vittoria cristiana di Belgrado del 1456; il 12 settembre per quella di Vienna nel 1683; il 7 ottobre, infine, è la festa della Madonna del Rosario, per ricordare la giornata di Lepanto. Dei tanti pellegrini che, ogni anno, vanno al santuario di Loreto, quanti sanno che le cancellate delle cappelle interne sono ricavate dalle catene degli schiavi liberati, per l’appunto, a Lepanto?

Eppure la scomparsa della tradizione culturale di un popolo non è sentita come danno grave, anche e soprattutto ove si tratti di eventi militari, intrisi di sangue e di orrore, così scabrosi e poco piacevoli da ricordare. 
Si tratta, invece, di conoscere la propria storia, di guardare, come dice la Bibbia, «alla rupe da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (Is 51, 1). 
Conoscere la storia che ci costituisce offre un vantaggio innegabile, giacché possiamo possedere l’esperienza e l’esempio dei nostri predecessori: non certo per cercare vendette postume, non per riaccendere nel nostro animo un odio atavico come avvenuto nella ex Jugoslavia, ma per dare risposte articolate e flessibili ai problemi odierni.
Se ne abbia coscienza o no, la guerra del terrorismo contro l’Occidente è un fatto che nessuno, nemmeno l’uomo più «impermeabile», potrà negare e non vale nemmeno ipotizzare una propria inoffensività: la gran parte di coloro che sono rimasti per sempre sotto le macerie delle Torri Gemelle non sentiva di avere dei nemici. Se questa è una guerra, allora sarà opportuno vincerla, anche perché pochi occidentali saprebbero adattarsi alle conseguenze di una sconfitta. 
Come sarà illustrato nell’ultimo capitolo, si tratta di una guerra asimmetrica, combattuta non contro uno Stato, ma contro un agglomerato di idee e associazioni estremamente volatile. 
La lotta contro il terrorismo, compito dei governi e degli apparati a ciò preposti, è solo il vertice di una piramide alla cui base c’è la volontà di ogni nazione, di ogni individuo, di resistere alla minaccia che viene portata a ciò che abbiamo di più caro e che ci permette di essere smemorati o «impermeabili»: la nostra libertà. 
Qualora la nostra volontà di resistenza dovesse venir meno, anche i governi democratici dovrebbero arrendersi e le nostre addestratissime forze di sicurezza dovrebbero gettare le armi. Conoscere la propria storia, invece, guardare all’esempio di coloro che resistettero al di là di ogni speranza, non può alimentare l’odio nei confronti di un nemico, quanto far crescere l’amore per ciò che ci appartiene come legittima eredità: la nostra civiltà, con quanto di buono e di cattivo vi sia presente.
La storia militare si presta assai bene a questo scopo, in quanto scienza empirica, così esatta da tener conto (a posteriori) anche dell’imprevisto e del caso, ma anche così epica da emozionare e commuovere. 
Abbordaggi, assedi, duelli, bandiere al vento, eroismi e crudeltà; la storia militare è il più affascinante e brutale dei romanzi d’avventura e imprime nella nostra memoria emotiva gesta che non possono, non devono essere dimenticate. L’obiettivo della presente opera è, in fondo, proprio questo: fornire uno strumento per recuperare la memoria di ciò che siamo, così da prepararci ad affrontare le sfide che ci attendono, almeno con un barlume di serenità consapevole.
In conclusione, desidero ringraziare coloro che mi hanno aiutato in questa fatica e, tra tutti, i miei amici Teodor Nasi, senza il quale non avrei mai potuto scrivere le pagine sul suo connazionale Skanderbeg e l’accanito filobizantino e cesaropapista Giovanni Ferrandes, cui devo, oltre che lo sfruttamento della sua biblioteca, ricca di libri altrove irreperibili, anche la prima intuizione sul collegamento tra la cavalleria del tardo impero romano e la cavalleria medioevale.
Di ogni errore, nonostante l’inesausto apporto della redazione, sono totalmente responsabile, così come spero, immodestamente, di essere tra i responsabili di un rifiorire dell’affetto di tante persone verso la nostra storia, la nostra patria, la nostra civiltà fondata sull’amore di Cristo verso ognuno di noi.

Il Carciofo…..

IL Carciofo per tutti gli usi

C

 La parola carciofo procede dall’arabo al-kharshûf.

Documentazioni storiche, linguistiche e molecolari sembrano indicare che la domesticazione del carciofo (Cynara scolymus) dal suo progenitore selvatico (Cynara cardunculus) possa essere avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo circa.

La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.

Nel secolo XV il carciofo era già consumato in Italia.Portato dagli Arabi in Sicilia, appare in Toscana verso il 1466. Nella pittura rinascimentale italiana, il carciofo è rappresentato in diversi quadri: “L’ortolana” di Vincenzo Campi, “L’estate” e “Vertumnus” di Arcimboldo.

La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de’ Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. Sarebbe stata costei che lo portò dall’Italia alla Francia quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Luigi XIV era pure un gran consumatore di carciofi.

Gli olandesi introdussero i carciofi in Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nel Newhall nell’orto di Enrico VIII.

I colonizzatori spagnoli e francesi dell’America introdussero il carciofo in questo continente nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana Oggi in California i cardi sono diventati un’autentica piaga, esempio tipico di pianta invadente di un habitt in cui non si trovava precedentemente.

C1Generalmente si pensa al carciofo come a un’ottima verdura dal gusto ( particolare. in realtà, il carciofo è pianta dai vari utilizzi. I garden designer la prediligono come pianta decorativa per le sue belle foglie, grandi e argentate, che si prestano a creare macchie di colore nei cosiddetti bordi misti a fioriture continue e nei “giardorti”, gli orti disegnati oltre che per un uso alimentare anche per un uso estetico.

I fioristi usano invece spesso il carciofo come fiore protagonista, di dimensioni notevoli e di lunga durata: in pratica, il carciofo per fini estetici è lasciato maturare con il gambo in acqua al punto da aprirsi ed emettere una bellissima infiorescenza blu violacea; dei vegetale originario, rimangono le foglie esterne e il gambo. In erboristeria, invece, il carciofo è considerato un grande amico del fegato, un alleato della salute per le sue virtù depurative e per le sue proprietà anticolesterolo.

 Il carciofo nell’orto e non solo

La pianta cresce spontaneamente nei climi mediterranei, dove è praticamente perenne. Ha radice fittonante, foglie di colore grigio-verde dal cui centro parte un fusto ramificato che termina, a ogni diramazione, con un capolino fioraie, cioé la parte commestibile dell’ortaggio, con o senza spine a seconda della varietà. Tra le diverse varietà, il carciofo più indicato da mangiare crudo è lo spinoso della Liguria.

La pianta del carciofo, il cui nome latino è cynara scolymus, si può coltivare per la raccolta dei frutti, ma anche per la sua bellezza e per il colore particolare delle foglie. In terra o in un vaso profondo, ben concimato, la pianta di carciofo svetta imponente per oltre tre mesi.

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Terreno, semina e concime

Il carciofo ama un clima temperato o caldo, non umido, ma si adatta facilmente a qualsiasi tipo di terreno purché senza ristagni. Un esempio ne è il carciofo violetto di Chioggia che vegeta addirittura in terreno salmastro. Il carciofo non si semina perché produrrebbe carciofi piccoli e spinosi ma si impianta per mezzo di “carducci”: verso la fine del ciclo produttivo la pianta emette dal basso gemme che, alla ripresa vegetativa, si sviluppano con foglie, i carducci appunto; questi, recisi al piede, si ripiantano moltiplicando così la pianta. Per un raccolto primaverile, si staccano i carducci in ottobre e si interrano in buche profonde 30 cm, distanti fra loro circa i metro, rincalzandoli in inverno, mentre per il raccolto autunnale si prelevano i carducci in primavera e si ripiantano cimando leggermente le foglie. Esistono anche cultivar rifiorenti che producono due volte all’anno, da aprile a giugno, da agosto ai geli. Il terreno deve essere ben concimato.

Irrigazione e lavori colturali

Le irrigazioni devono essere abbondanti sia all’impianto che alla ripresa vegetativa. I lavori più importanti sono: rincalzare con terra o letame non maturo da copertura durante l’inverno, sarchiare il terreno in primavera per incorporare il letame, diradare i carducci alla base della pianta per non toglierle vigore, eliminare via via le parti secche.

Idee con i carciofi

Carciofi per la salute

Il carciofo è ricco di sali minerali, di potassio e di vitamine, mentre fornisce scarso apporto calorico ed è per questo particolarmente indicato in caso di diete. Per il suo gusto amaro, è sconsigliato alle donne che allattano, ma è assai utile per tutti per depurare l’organismo. Il carciofo infatti, sia consumandone le foglie che la parte interna del gambo, stimola l’attività biliare ed epatica; inoltre, rende inattivi i grassi nocivi cioè svolge una sicura azione anticolesterolo e antitrigliceridi. Poiché il processo di cottura neutralizza molti principi attivi del carciofo, è meglio consumarlo crudo: ne trarranno particolare giovamento le persone debilitate o anemiche. In periodi di stravizi alimentari o di piccoli problemi legati all’alimentazione, quali alitosi, cattiva digestione, sonnolenza a fine pasto, il carciofo svolge un’eccellente funzione depurativa per l’organismo. Oltre al carciofo fresco, si può beneficiare delle sue virtù anche grazie a tisane o infusi utilizzando i succhi già preparati e reperibili in erboristeria o le foglie secche. Anche la radice ha particolari funzioni terapeutiche: è infatti un buon rimedio contro artriti e reumatismi.

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 Il carciofo in tavola

Portiamo in tavola senza paura di pungerci i frutti e i fiori con le spine, belli e di gran carattere. C’è grande libertà di espressione nella decorazione floreale. Quindi non esitate a utilizzare verdure, rami di legno, conchiglie o qualsiasi materiale vi suggerisca la fantasia. Sorprende trovare in questa composizione dei carciofi vicino alle delicate rose color ruggine, così come è inconsueto il ciuffo di saggina abbinato al fiore del luppolo: la nostra proposta non è che un’idea della grande varietà delle creazioni che si possono realizzare con elementi naturali.

Per realizzare la bella composizione fotografata qui a fianco bagnate la spugna da fiori, quindi rivestitela con due grandi foglie di aspidistria (tenete da parte i grossi steli); fissatele con un punto metallico. Inserite nell’ordine i carciofi, direttamente con i loro gambi, le rose, le piante grasse, i gambi di aspidistria, le bacche di rosa canina e di lentaggine. Per riempire i buchi, avvolgete il lungo ramo rampicante del luppolo in fiore. Per ultimo, prendete il ciuffo di saggina, apritelo a metà e inseritelo nella composizione lasciando il gambo esterno alla spugna come se fosse un fiocco.

Per realizzare invece la foto in apertura, che utilizza il carciofo lasciato in acqua con il gambo fino alla fioritura completa, prendete come base la classica spugna imbibita d’acqua, inseritela all’interno del cestino intrecciato in rami di castagno, quindi inserite rami di eucalipto, semi di fior di loto, rami di fico selvatico con i piccoli frutti attaccati, una celosia rossa, dei rami con i kumquat (i mandarini cinesi) e un grosso carciofo al quale spunteranno nel giro di due giorni i bellissimi petali viola.

 Carciofi ripieni alla romana

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 Gli ingredienti per 4 persone

 8 carciofi romani senza spine

50 g di prezzemolo

2 spicchi d’aglio

100 g di ricotta stagionata

olio d’oliva extravergine

menta

sale e pepe

 Preparate un trito con prezzemolo, foglioline di menta, 2 spicchi d’aglio e mettetelo in una scodella con 2 cucchiai d’olio, la ricotta grattugiata, sale e pepe.

Staccate le prime foglie dei carciofi, tagliate la parte superiore e il gambo a 2 cm di lunghezza. Pulite bene all’interno e all’esterno e riempite con il trito, dopo avere allargato un po’ l’apertura dei carciofi per poter togliere la barba dal cuore. Sistemateli capovolti con il gambo rivolto verso l’alto in una pirofila dove andrà messa una parte d’acqua e 2 parti d’olio sino a ricoprire i carciofi quasi per intero.

Mettete in forno caldo a 17000 per circa 1 ora e, a metà cottura, rigirateli con il ripieno verso l’alto cospargendoli con una parte del liquido di cottura. Terminata la cottura, servite i carciofi ripieni ben caldi.

30 minuti-60 minuti

Il Gattopardo,la “quarume” e il contrabbando del vino…..

Così va la storia…..

Aveva ragione Tomasi di Lampedusa a scrivere che in Sicilia

SI CAMBIA TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA!

Cambiamenti “gattopardeschi” per l’appunto. Il Principe di Salina, i Borboni e i garibaldini. Lo status quo,lo status ante quo, e la voglia di cambiamento.

Il Gatt.

Alla fine,la voglia di cambiare si riduce sempre ad una solita farsa, dove si preferisce salvare, solamente, la FACCIATA e non la SOSTANZA delle cose.

Bisogna tirare avanti…..che importa al principe di Salina se i Borboni continuano a saccheggiare l’isola? Egli,tranquillo,se ne va in giro sulla sua carrozza,

Carrozza

tirata a lucido,cocchiere, accompagnatore di turno,e,ovviamente,regali a “tinchitè” meglio se in busta. Il principe gradisce regali in busta……!!! Va e viene da Baaria….A casa sua maggiordomi,cammareri (camerieri) e lustrascarpe.

Ovviamente,in tutto questo contesto gattopardesco, non possono essere assenti anche i LUSTRINI  di turno, I LACCHE’ che fanno il gioco di confermare che tutto sta cambiando.

Sciascia li chiama ne “Il giorno della civetta” i QUAQUARAQUA’.Qualche altro autore della latinità classica li ha chiamati SERVI SCIOCCHI,ma la sostanza è sempre la stessa…..cambiano i nomi,ma non la realtà delle cose da loro indicati.

Nel frattempo certi sudditi del principe di dimenano a mangiare e ad ingozzarsi di “quarume e stigghiole”,ossia le interiore dei bovini,puliti e poi cucinati. Cibo per la plebaglia,frattaglie, ma ai sudditi che devono mantenere il gioco al principe, piace e come se piace…..

Privi di dignità ,si ingozzano e gozzovigliano. Mangiano,bevono,banchettando tra “caligni e matielli” come se nulla fosse…..Intanto,il contrabbando del vino,ha fatto strada….è arrivato alla corte del principe di Salina ;ovviamente avendo la testa piena di alcool e fumi,

il contrabbando è arrivato……

Osteria

Però, è pur vero che certi sudditi meritano questo,meritano di avere il principe di Salina,la quarume e,soprattutto,il contrabbando di vino; testimone,quest’ultimo,del CARPE DIEM e del CARPE VITAM che regnano alla corte del Principe, allorquando le idee non sono né “chiare” né “distinte”.

Insomma, la Sicilia risorgimentale,straordinariamente “dipinta”dalla mano di Tomasi di Lampedusa nel romanzo “Il Gattopardo”, è uno spaccato,un paradigma che dice come andavano e come vanno le cose ancora oggi.Non solo il cambiamento fittizio,ma paradossalmente,il cambiamento di male in peggio:”dal censo alla funnaria”(dalla padella alla brace)!!

Che dire? Il cambiamento fittizio  c’è,la “quarume” pure e visto l’arrivo del contrabbando di vino, l’osteria continua…..oste, portaci del buon vino!!!

Dunque:”bibite frates”!!!!

Vino

Il Caso della Baronessa di Carini….

BA

Chi fù la Baronessa di Carini?Personaggio femmineo realmente esistito,Laura Lanza di Trabia,il suo “mito” vive, imperituro, da circa 500 anni. La Baronessa fa,ancora oggi,parlare di sé. Perché? Perché è diventata,nell’immaginario collettivo siculo,l’archetipo del tradimento,dell’amore consumato in gran segreto,contro la volontà del “padre-padrone”.Dunque, amante ideale che volle pagare le sue pulsioni erotiche(per dirla con Freud) con il sacrificio della sua giovane vita. Perchè,dunque,non ricordarla oltre il tempo? Infatti,la storia della avvenente Laura Lanza è stata oggetto di studi e di ricerche,di canzoni popolari,di folclore,di romanzi. E lo sarà ancora…

La storia di Laura ha colpito,è colpisce ancora-come non potrebbe?-perché essa è divenuta il simbolo di un amore “impossibile”.Già,il mito del frutto proibito!Eros e Thanatos,Amore e Morte….Chissà se Freud ha conosciuto la storia della Baronessa…..poichè,essa,si presta molto all’analisi degli amori “proibiti”,a tratti “platonici” e,a tratti terribilmente erotici….di un erotismo fugace,ma intenso. A tratti angelicata,quasi fosse una stella proibita,a tratti donna passionale che non accetta la “ragion di stato” (di machiavelliana memoria)impostale dal padre-padrone.”Sa da fare”,insomma,proprio contro la ragion di stato! Così la Baronessa visse la sua giovane vita dimenandosi tra la ragion di stato del padre-padrone,contro la sua coscienza,e la trasgressione…..

Eppure una domanda sorge spontanea:ad oggi,quante “baronesse” ci sono ancora in giro? Cioè quante donne passionali  che coltivano amori “proibiti”,pur fingendosi,abilmente,donne angelicate e  sostenitrici del puro amore platonico e sempre disposte ad immolarsi per la ragion di stato che il “Papi-padrone”, di turno,chiederà? Insomma,uno spunto per riflettere sul fatto che un briciolo di correttezza,onestà e  dignità non guasta…..!!!

A riproporci tutto ciò il bel romanzo di Mariano Di Giovanni dal titolo emblematico:Il caso della Baronessa di Carini.Laura Lanza di Trabia.

 Interessante il commento,che vi propongo di seguito, di Lelio Rossi.

 La Baronessa di Carini, l’eroina del «Caso», non è soltanto per Mariano Di Giovanni il personaggio del suo romanzo; ma è anche il centro di appassionati studi sul fatto particolare, sulla storia del periodo in cui esso si svolse e sul folclore siciliano.

Il romanzo è un amaro commovente dramma d’amore, in cui due giovani innamorati. Laura Lanza di Trabia e Ludovico Vernagallo, sono inesorabilmente separati dalla volontà del padre di lei, Don Cesare, ligio interprete della legge feudale: Laura è obbligata a sposare il barone di Carini, don Vincenzo La Grua, e Ludovico, prode e leale cavaliere, a spasimare d’amore per Lei, cercando fugaci incontri o un impossibile oblio in qualche avventuroso viaggio. Ma Laura e Ludovico non sono soltanto due tenerissimi amanti; sono anche due spiriti eletti, alieni da ogni viltà e perciò condannati a soffrire ed a soccombere al tradimento altrui. Laura cade trucidata dal padre, Ludovico si lascia trafiggere da un sicario di don Vincenzo La Grua.

La natura della vicenda ed il carattere dei personaggi danno al romanzo un tono tutto particolare, a cui il Di Giovanni ha certamente dato l’accento. Laura e Ludovico sono nella fantasia dell’artista le forze del bene, incapaci di sopravvivere nella lotta che debbono sostenere contro quelle del Male.

Il loro linguaggio è sempre pervaso di questa loro fedeltà al Bene che, dopo tutto, coincide col loro amore; poche volte esprime un proposito di lotta o di reazione; invoca sempre la morte liberatrice. Da questo deriva un carattere di costante ed estrema delicatezza che si palesa soprattutto nel dialogo fra i due amanti, che è sempre musica, talvolta elegiaca, ma sempre legata ad uno stato d’animo sospeso tra il cielo e la terra, tra il sogno e la realtà.

Se la ricostruzione storica del «Caso» è molto vicina alla verità, bisogna dire che la ricostruzione fantastica, fatta dal Di Giovanni, è un grande atto di amore verso i valori che in essa intese onorare.

LELIO ROSSI

Testamento biologico: ragioni, nodi critici e prospettive.

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 A cura di

Giannino Piana 

La questione del testamento biologico è divenuta, in questi ultimi anni, di grande attualità anche nel nostro Paese, a seguito soprattutto dell’esplosione di casi, come quelli di Welby e della Englaro, che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Non si può sottovalutare, tuttavia, il rischio che, proprio per questo motivo, le reazioni emotive prevalgano sulle argomentazioni razionali, favorendo pronunciamenti affrettati e improduttivi. A questo genere di pronunciamenti va ascritto anche il testo relativo alle «dichiarazioni anticipate di trattamento», approvato dal Senato il 26 marzo dell’anno in corso e ripreso (e ci auguriamo largamente rivisto) dalla Camera probabilmente nel prossimo autunno. 
La riflessione sul testamento biologico riveste – va detto fin dall’inizio – particolare importanza sul piano etico soprattutto per la varietà dei temi che attorno ad esso si condensano e che hanno a che fare con le frontiere della vita e della morte: dall’autodeterminazione del paziente nei confronti delle cure al ruolo del medico (e del personale sanitario in genere), dalle cure palliative alla terapia del dolore, dall’eutanasia all’accanimento terapeutico. Si tratta di una sorta di crocevia, in cui convergono i più significativi nodi critici riguardanti le situazioni esistenziali di fine-vita. Le rapide note, che qui svilupperemo, prendono anzitutto avvio da una sintetica rilevazione delle ragioni strutturali e culturali, che hanno fatto emergere in questi anni, in termini sempre più insistiti, la richiesta di dare statuto giuridico al testamento biologico; per mettere, successivamente, in evidenza le problematiche più rilevanti legate alla sua stesura e alla sua applicazione; e delineare, infine, alcuni orientamenti volti a favorirne una corretta utilizzazione. Alla base della richiesta di legalizzazione del testamento biologico, in quanto strumento destinato a far valere le proprie volontà circa i trattamenti cui essere o non essere sottoposti nella fase di fine,vita qualora ci si trovi in stato di incoscienza, vi è senz’altro l’accresciuta consapevolezza della dignità della persona, e dunque del rispetto dei diritti che ad essa fanno capo lungo l’intero arco della sua esistenza. La modernità è infatti coincisa con lo sviluppo della civiltà dei diritti, il cui raggio di esercizio è venuto progressivamente dilatandosi, soprattutto a partire dall’ultimo dopoguerra. Le Costituzioni degli Stati democratici e le Carte delle istituzioni internazionali – è sufficiente ricordare qui la Carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948  hanno assunto, come perno della vita collettiva e come limite all’intervento degli Stati, la salvaguardia dell’autonomia della persona e il riconoscimento (nonché la possibilità di espressione) dei suoi fondamentali diritti. In questo contesto deve essere dunque inserito il «diritto a morire 
dignitosamente», diritto che implica particolare attenzione alla qualità del morire in quanto momento supremo dell’esistere. E, in questo contesto, acquista soprattutto sempre maggiore consistenza il bisogno di decidere, in modo autonomo, a quali cure si desidera essere o non essere sottoposti. ambivalenza del progresso tecnico.
A sollecitare tale attenzione e tale bisogno hanno contribuito, in misura determinante, gli sviluppi della tecnologia in campo biomedico; essa, accanto ad esiti altamente positivi – si pensi ai grandi successi ottenuti in campo terapeutico con la sconfitta di malattie un tempo letali fa registrare l’emergenza di nuovi rischi, primo fra tutti quello dell’accanimento terapeutico. La possibilità di prolungare oltre misura la vita biologica, mediante interventi sempre più sofisticati e pervasivi, provoca spesso la dequalificazione della vita personale con grave attentato alla dignità umana. E ciò soprattutto in presenza di una cultura, nella quale l’enorme successo della tecnica alimenta la tentazione del tecnicismo abusivo; mentre, a sua volta, il dilagare della mentalità scientista spinge a coltivare una concezione rigidamente «biologica» della vita. Si afferma così una forma di prometeismo, che ritiene eticamente legittimo (considerandolo umanizzante) tutto quanto è tecnicamente possibile, e che considera positivo ogni prolungamento artificiale della vita, prescindendo dalle pesanti ricadute che spesso l’accompagnano sul piano umano. Il confronto quotidiano con casi, che rivelano la disumanità di alcuni trattamenti sanitari, rende trasparente l’ambivalenza del progresso tecnico, e concorre ad accentuare il bisogno di esternare la propria volontà circa le cure nel momento in cui ci si venisse a trovare nell’impossibilità di farlo direttamente, rimozione della morte .
Accanto a queste motivazioni di grande rilievo sul piano umano va tuttavia aggiunto – e costituisce un elemento tutt’altro che secondario – l’atteggiamento disturbato con cui si vive oggi il rapporto con la morte. Ad avere il sopravvento è infatti la rimozione della morte, causata da un insieme di fattori, quali la sua radicale separazione dalla vita – si muore sempre più in ospizi ed ospedali, al di fuori cioè dei luoghi nei quali si svolge l’ordinaria esistenza –, la sua spettacolarizzazione  la televisione e internet ci mettono ogni giorno di fronte ad episodi di morte, ma si tratta di eventi spersonalizzati, che determinano scarso coinvolgimento e producono assuefazione  e infine la perdita del simbolismo, sia religioso che laico, che in passato contribuiva, in qualche misura, a riscattarla. Rimozione e perdita di significati sono poi ulteriormente accentuati dalla presunzione dell’uomo di aver raggiunto il controllo e il dominio di tutti gli ambiti della realtà con la conseguente percezione della morte come scacco insopportabile, come l’irruzione del non controllabile o del non dominabile; in una parola, di ciò che non può essere razionalizzato. Da questo punto di vista, eutanasia ed accanimento terapeutico, pur rimanendo fenomeni di segno opposto, possono venire ricondotti a una identica matrice: la volontà dell’uomo di esercitare la propria signoria sulla morte, trasformandola da evento «naturale», di fronte al quale egli risulta del tutto impotente, in evento «culturale» sottoposto alla propria volontà: nel primo caso – quello dell’eutanasia – dandosi la morte, scegliendo cioè il tempo e il modo secondo cui morire; nel secondo – quello dell’accanimento terapeutico – prolungando in maniera illimitata la vita nella (illusoria) speranza di poter vincere la morte. 
Paura e rimozione finiscono così per sostenersi reciprocamente, entrando in una sorta di spirale o di circolo vizioso: la paura alimenta infatti la rimozione, la quale, a sua volta, non fa che accentuare la paura. Se questo rende, da un lato, ragione della richiesta insistita di dare forma legislativa al testamento biologico come tutela della persona, spiega tuttavia, dall’altro, perché dove esso è già stato da tempo introdotto venga scarsamente utilizzato – la percentuale di chi se ne serve si aggira attorno al 10-20% – prevalendo la tendenza, psicologicamente comprensibile ma accentuata dal disagio ricordato, ad allontanare il più possibile il pensiero della propria morte. i fondamentali nodi critici di ordine etico 
Le questioni di carattere etico che affiorano in riferimento al testamento biologico sono molte e di diversa consistenza: tre ci sembrano tuttavia quelle di maggiore importanza sulle quali è opportuno soffermarsi,autodeterminazione ma non solo.
La prima riguarda anzitutto il principio di autodeterminazione, che è il presupposto in base al quale viene rivendicata l’istituzione del testamento biologico. L’affermazione di tale principio ha trovato, nell’ambito della bioetica, concreta espressione nel «consenso informato», di cui il testamento biologico altro non è che il logico prolungamento in situazioni nelle quali il paziente si trova a vivere in stato di incoscienza. Il principio di autodeterminazione è senza dubbio un principio fondamentale di riferimento per affrontare le questioni della bioetica, ma – è importante sottolinearlo – non può essere assunto come criterio esclusivo. Esistono infatti altri principi – quello di non maleficità, quello di beneficità e quello di giustizia o di equità sociale – ai quali ispirare l’attività di cura. La tutela dell’autonomia del paziente non può pertanto prescindere dalla ricerca del suo bene, che costituisce l’obiettivo dell’attività del medico, e dall’attenzione al contesto sociale, essendo le risorse a disposizione limitate e dovendole perciò ripartire equamente. Si tratta, in altri termini, di mediare la libertà con il bene e con la giustizia, pervenendo a scelte, che spettano in ultima analisi al paziente (sia direttamente che attraverso il proprio fiduciario nel caso del testamento biologico) e che devono avere di mira il bene del singolo e quello della collettività. 
L’interpretazione rigidamente individualista che talora si dà del principio di autodeterminazione è frutto di una visione liberista, derivante da un contesto come quello degli Usa dove – è bene non dimenticarlo – circa cinquanta milioni di persone sono tuttora escluse da qualsiasi forma di assistenza sanitaria. 
Chi per me? La seconda questione ha come oggetto la gestione del testamento biologico, cioè le concrete modalità della sua esecuzione. Vi è, al riguardo, chi ritiene che esso abbia un preciso valore giuridico, e vada pertanto eseguito alla lettera, senza alcuna possibilità di mediazione, escludendo di conseguenza ogni spazio di intervento del medico. E vi è chi, invece, ritiene che si tratti di indicazioni da tenere in seria considerazione, che vanno tuttavia fatte oggetto di ulteriore valutazione tra il medico e il fiduciario designato dal paziente. In realtà tanto la stesura del testamento biologico quanto la sua esecuzione non sono (o non dovrebbero essere) atti puramente individuali, ma espressione di un processo che coinvolge il paziente (o chi lo rappresenta), in quanto portatore di bisogni e di diritti, e il medico in ragione della sua specifica competenza. Il modello cui ispirare la condotta ci sembra possa essere dunque quello della «alleanza terapeutica» la cui attuazione comporta l’instaurarsi di un rapporto di reciproca fiducia, che sfocia nella volontà di collaborare alla comune ricerca del bene del paziente. La giustificata reazione all’atteggiamento paternalistico del passato si traduce oggi spesso – per reazione – nell’opposta tendenza a fare del medico un mero esecutore tecnico della volontà del paziente, impedendogli di mettere a frutto la propria competenza con conseguente danno per lo stesso paziente. La mutua cooperazione, oltre ad evitare l’estensione (altrimenti inevitabile) dell’obiezione di coscienza dei medici, consente di verificare con maggiore precisione la reale situazione, prendendo in considerazione le novità nel 
frattempo intervenute in campo terapeutico e interpretando la volontà del paziente anche in relazione a questi cambiamenti. nutrizione e idratazione 
Infine la terza e ultima questione (non ultima in ordine di importanza) concerne il significato che si attribuisce alla nutrizione e all’idratazione, e perciò la possibilità o meno di deciderne la sospensione in alcune situazioni particolari. Il dibattito, che si è sviluppato, in questo ultimo anno 
nel nostro Paese (in occasione soprattutto della vicenda di Eluana Englaro) ha visto la discesa in campo di due posizioni contrapposte, con punte a volte di forte tensione ideologica. Da una parte, vi era chi sosteneva che nutrizione e idratazione in quanto «sostegni vitali» devono essere comunque sempre somministrate; dall’altra, chi, insistendo sulle modalità con cui la somministrazione avviene, riteneva che nutrizione e idratazione possano essere incluse nell’attività di «cura», e debbano pertanto essere in molti casi sospese. 
Questa contrapposizione, soprattutto se radicalizzata, risulta, per molti aspetti, artificiosa. È difficile infatti negare che nutrizione e idratazione siano, in senso antropologico, «sostegno vitale»; ma è altrettanto difficile misconoscere che, in alcune circostanze, siano a tutti gli effetti, per il modo con cui la somministrazione si realizza (intervento chirurgico e preparazione di sostanze chimiche) «atto medico » (e dunque curativo anche se non direttamente terapeutico). Forse, per affrontare correttamente il problema, bisogna collocarlo in quella area di questioni di frontiera, che stanno sul crinale tra omissione di soccorso (in passato si diceva «eutanasia passiva») e accanimento terapeutico. Questo implica che si debba di volta in volta decidere, tenendo conto della concretezza delle situazioni, con la consapevolezza che lo stesso intervento può, in taluni casi, se evitato, risultare omissione di soccorso; in altri casi, se effettuato, può invece comportare accanimento terapeutico. In questa ottica, nutrizione e idratazione devono essere valutate caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del paziente. L’inserimento del loro rifiuto nel testamento biologico implicherebbe perciò la circoscrizione entro una casistica dettagliata non facilmente definibile a priori; ma (forse) potrebbe bastare – ci sembra questa la via più praticabile, in linea del resto con quella forma di «diritto mite» da molti auspicato – l’espressione da parte del paziente di una generica volontà di rifiuto, che andrebbe poi verificata nella sua applicabilità mediante il confronto tra il proprio fiduciario e il medico.  orientamenti per una corretta utilizzazione .
L’acquisizione del significato proprio del testamento biologico e la disponibilità al suo corretto utilizzo esigono l’adempimento di alcune condizioni, che costituiscono la cornice entro cui il testamento va collocato. La prima di tali condizioni consiste nel farsi strada di una concezione relazionale dell’umano. Si è già detto dei rischi che si corrono quando ci si muove entro un orizzonte radicalmente individualista. Ogni atto umano si sviluppa all’interno di una rete di relazioni, ed implica pertanto il ricorso a una condivisione di responsabilità che non può essere elusa. Anche il testamento biologico, tanto nella fase di stesura che in quella esecutiva, comporta il concorso di altri soggetti (il medico di base o quello curante e successivamente il fiduciario) ed esige la convergenza di tutti attorno al bene del paziente. 
La seconda condizione è costituita da una sempre maggiore estensione, a tutti i livelli, del concetto di cura proporzionata; concetto che laddove viene praticato, rappresenta il miglior antidoto tanto nei confronti dell’eutanasia che dell’accanimento terapeutico. Da questo punto di vista, è importante 
che si potenzino, anche nel nostro Paese, le cosiddette «cure palliative», il cui obiettivo è quello di «prendersi cura» della persona nella sua globalità, offrendole i necessari supporti fisici – si pensi alla terapia del dolore – e psicologici per vivere anche i momenti più drammatici di avvicinamento 
alla morte con la maggiore serenità possibile. 
Infine, la terza (e ultima) condizione è costituita dall’esigenza di dare vita a una nuova «cultura della morte», che ne faccia riscoprire il profondo legame con la vita e, pur senza rinnegare il carattere di tragicità che inevitabilmente la connota, non rinunci a renderne trasparente il significato 
di compimento dell’esistenza e, per chi crede, di «realtà penultima», che prelude – è questo il senso della speranza cristiana – a una vita che non ha termine. L’adempimento di queste condizioni è la via per accedere a una visione più umanizzata della malattia e della morte e per togliere al 
testamento biologico il carattere, oggi prevalente, di strumento difensivo o rivendicativo dei diritti soggettivi, trasformandolo in un vero esercizio di collaborazione all’azione medica, che è tanto più corretta ed efficace quanto più è rispettosa della volontà dei pazienti e quanto più tende, nel 
contempo, a salvaguardarne, in tutte le fasi della malattia, la dignità umana.

http://www.rivistadireligione.it/default.aspx

Borsellino: ”Mafia e Stato hanno ucciso mio fratello”.

Ai membri di

NON LI AVETE MAI UCCISI!!

 Di Giulio Antimafia

 Dopo tanti anni, un po’ di verità sta venendo a galla sulla strage di via D’Amelio.
Una strage che già allora era apparsa molto più complessa da capire rispetto a quella di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone assieme alla sua scorta.
Dottor Borsellino dopo strage di Capaci, suo fratello Paolo capì di avere le ore contate. Che cosa stava accadendo intorno a lui?
«In quel periodo non era soltanto Paolo ad aver capito di avere le ore contate. Uccidere Falcone senza uccidere Paolo equivaleva a fare un lavoro a metà. Paolo, infatti, se lasciato vivo, avrebbe continuato a fare quello che aveva fatto insieme con Falcone: ovvero combattere in tutte le maniere la criminalità organizzata. Lo avrebbe fatto da solo o contando sull’aiuto di pochi perché in fondo lo Stato ha sempre delegato ai magistrati certi compiti e certe responsabilità che, invece, avrebbe dovuto assumersi in prima persona».
La strage, però, arrivò a neanche sessanta giorni da quella di Capaci. Come mai una così brusca accelerata per liberarsi di un uomo che sarebbe dovuto morire comunque?
«Quello che nessuno si aspettava, e forse nemmeno Paolo se non negli ultimi giorni, era che la strage di via D’Amelio avrebbe seguito a così breve distanza di tempo quella di Capaci. Del resto, numerosi mafiosi avevano giudicato troppo prematuro questo passo e lo avevano fatto presente direttamente a Riina. Ma Riina rispose che la strage si doveva fare subito perché era stata promessa a qualcuno».
Che cosa avrebbe potuto fare un magistrato sia pur influente come lui, per fermare una trattativa tra Stato e mafia?
«Poco. Ma di sicuro avrebbe portato quella trattativa agli occhi dell’opinione pubblica come aveva fatto dopo che si era trasferito a Marsala e aveva denunciato il colpo di spugna dello Stato nei confronti della mafia. In quell’occasione affermò che si stava distruggendo il pool antimafia. A seguito dell’intervista a L’Unità e a La Repubblica venne deferito al Csm che però non ebbe il coraggio di prendere dei provvedimenti disciplinari».
Suo fratello capiva molto bene i giochi sotterranei della mafia e della politica. Come spiega allora i tentativi di nominarlo capo della Superprocura antimafia e la candidatura a presidente della Repubblica? Non crede che esporre la sua figura servisse soltanto ad indebolirlo fino a renderlo un bersaglio da eliminare?
«L’idea è che certi coinvolgimenti non servissero altro che ad aumentare il rischio intorno alla sua persona. Non tanto per la candidatura alla presidenza della Repubblica che poteva lusingarlo. Ma per la nomina a capo della Superprocura antimafia. Era chiaro, infatti, che questo portava la mafia a vendicarsi. Mio fratello rimproverò all’allora ministro Scotti di non avergli preannunciato nulla di quello che stava accadendo. Ricordo anche che gli telefonai e che mi rispose confermandomi la sua disponibilità ad accettare quella carica a patto però che le misure di sicurezza intorno alla sua persona cambiassero radicalmente».
La congiura di certi giudici in quale misura spaventava suo fratello? Di cosa aveva paura?
«Quello che Paolo poteva temere sta venendo fuori adesso in maniera lampante con la deposizione fatta da due magistrati che facevano parte del suo staff a Marsala. Questi colleghi nel ‘92 lo andarono a trovare e lo trovarono distrutto. Mio fratello piangendo gli disse di essere stato tradito da un amico. Questi erano i reali pericoli all’interno della magistratura. Probabilmente un amico, forse un magistrato, ha causato direttamente l’accelerazione della strage di via D’Amelio».
Su questo ci sono anche delle deposizioni di alcuni pentiti. Giusto?
«Un collaboratore di giustizia, che si chiama Pulci, ha anche raccontato che all’interno delle cosche tutti sapevano che mio fratello si era confidato con un uomo delle istituzioni. Era l’uomo sbagliato perché avvertì le cosche mafiose e, come disse testualmente Pulci, la mafia “fu avvisata di fare la strage”».
Le stragi di mafia sono sempre state piene di misteri. Quando fu ucciso il generale Dalla Chiesa fu aperta la cassaforte nel suo appartamento. A Falcone fu manomesso e cancellato il suo diario sul computer. E a suo fratello sparì l’agenda rossa. Quale legame accomuna tutti questi fatti?
«Mio fratello aveva segnato sull’agenda rossa tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e tutte le valutazioni e le indagini sulla strage di Capaci della quale sosteneva a ragione di essere un testimone. Per questo motivo si aspettava di essere sentito dai magistrati. Ma non fu mai sentito da nessuno e venne ucciso prima che potesse farlo».
Anche qui tante prove, tante indizi, addirittura un uomo che viene visto allontanarsi con la borsa. Ma alla fine non è rimasto nulla, soltanto misteri e domande alle quali non è stata ancora data una risposta. Perché?
«La cosa terribile di tutta questa storia è che nonostante esistano le prove fotografiche della persona che ha sottratto la borsa dalla macchina, non si è mai riusciti ad arrivare alla fase dibattimentale di un processo. Questi processi, evidentemente, non dovevano andare avanti».
Paolo Borsellino a un certo punto disse anche alle persone più care «di aver capito tutto». Che cosa aveva capito?
«Quello che aveva capito lo ha lasciato detto nell’intervista a Fabrizio Calvi e a Jean Pierre Moscardo, un video mai trasmesso in Italia e che ora è possibile trovare su Internet. Mio fratello disse che erano in atto dei contatti tra la mafia e la politica e tra Cosa Nostra e alcuni imprenditori del Nord per portare avanti certe strategie per entrare nel mondo finanziario e in quello della politica. Lui lo lasciò detto in una frase che disse anche mia madre. “Sto vedendo la mafia in diretta”. È chiaro che non parlava della mafia che aveva sempre combattuto, ma di qualche altra cosa: cioè la commistione tra mafia, politica, istituzioni e servizi segreti. Stava vedendo qualcosa di nuovo e lo aveva capito dopo le dichiarazioni di Gaspare Mutolo, che gli stava parlando di Signorino e di Contrada. Deve essere stato terribile per lui incontrare Contrada e Parisi proprio pochi minuti dopo che Mutolo gli aveva raccontato tutto questo».
Lei però non ha mai avuto dubbi e ha sempre confidato su quella pista seguendo le intuizioni di Gioacchino Genchi, che per primo indicò quel posto come il punto cardine di tutta la strage di via D’Amelio.
«Oggi tutti parlano e ricordano, come ha fatto Ayala su Mancino. E i giudici ex colleghi di Paolo dopo tanti anni di silenzi vanno a deporre a Caltanisetta. Da mesi si parla di trattativa tra lo Stato e la mafia e si dà per scontato che ci sia stata. Si parla di Castel Utveggio in cui c’era un centro del Sisde. Da lì, come ha dimostrato Gioacchino Genchi, ci fu una telefonata che raggiunse una barca nel golfo di Palermo dove c’era Bruno Contrada con altri funzionari del Sisde. Poi lo stesso Contrada fece una telefonata, forse al Castello Utveggio o forse al centro dei servizi di via Roma, per chiedere che cosa era successo. Lì gli venne comunicato che era morto Paolo Borsellino. Tutto questo accadde 140 secondi dopo la strage. Ed è davvero strano perché io, che ero suo fratello, ebbi la certezza della sua morte soltanto cinque ore dopo».
Teme che la morte di suo fratello possa essere strumentalizzata per portare a compimento progetti di tutt’altro genere anziché per ristabilire la verità storica e fare veramente giustizia sul ruolo dei colpevoli e dei mandanti?
«Spesso mi chiedo da cosa nasca tutto questo interesse. Prima c’era gente che non ricordava e che ora ricorda e altri che prima non parlavano che adesso parlano. Sicuramente è in atto la fine di un ciclo di equilibri nati dopo la fine del ‘92. Questo forse porterà a un equilibrio nuovo. Che stia cambiando qualcosa lo dimostra anche quello che sta accadendo al presidente del Consiglio. Improvvisamente spuntano registrazioni, foto e sembra quasi che qualcuno abbia deciso che si deve cambiare qualcosa. Genchi dice sempre “chi di servizi ferisce, di servizi perisce”. E mi trova pienamente d’accordo. Qualcuno sta mettendo sul tappeto degli elementi per destabilizzare questo equilibrio e crearne uno nuovo. Purtroppo non mi aspetto che le cose migliorino. Dopo Andreotti alla guida dell’Italia è arrivato Berlusconi e dopo Berlusconi non può arrivare che qualcosa di peggio».
Paolo Borselino in un discorso definì la lotta alla mafia come un movimento culturale e morale che deve abituare tutti «a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Che cosa manca all’Italia per sentire il fresco profumo di libertà?
«La gente, in Italia, si trova meglio a stare nel puzzo del compromesso e della indifferenza piuttosto che sentire il fresco profumo di libertà. Forse siamo una Paese fatto di gente abituata a tenere la testa per terra con qualcuno sopra che ce la schiaccia. Siamo un Paese schiavo di un potere che facendo strage della nostra Costituzione, che sta distruggendo l’indipendenza dei poteri e che sta togliendo ai magistrati e alle forze dell’ordine i mezzi per poter esercitare le loro funzioni. Siamo uno Stato che con lo scudo fiscale sta facendo del puro e semplice riciclaggio di Stato con la garanzia dell’anonimità. Che cos’altro le devo dire?».
Mi dica come vede il futuro…
«Dobbiamo aspettarci che gli avvenimenti precipitino. Spero che almeno all’interno di questi avvenimenti si riuscirà ad avere un barlume di verità. Perché solo così si guadagnerà qualcosa. E magari verrà fatta giustizia di tutti questi morti, compreso mio fratello sul quale da troppi anni è calato un silenzio davvero insopportabile».

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III anniversario dipartita di Mons.Cataldo Naro.

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Il 29 Settembre del 2006,cessava di vivere,prematuramente,Mons.Cataldo Naro, giovane Arcivescovo di Monreale per circa 4 anni.Proprio nel giorno in cui la chiesa nissena e la città di Caltanissetta festeggiano,ogni anno,il loro Santo Patrono:San Michele Arcangelo.

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Cataldo Naro,era convinto che la pagina più bella della storia della chiesa fossero i santi. E non è un caso,a mio modesto parere,che sia stato chiamato alla vita eterna proprio nel giorno in cui la chiesa celebra gli Arcangeli Michele,Gabriele e Raffaele.La santità come misura alta della vita cristiana,ma a portata di tutti. Chissà quante volte,avrà contemplato ed ammirato,da solo,il Cristo pantocratore troneggiante nell’abside della cattedrale di Monreale. Chissà quante volte avrà implorato l’intercessione di San Michele e di San Cataldo,patrono della sua città natale.La vita di fede come comunione con il Cristo risorto. Un Vescovo,Cataldo Naro,secondo il cuore di Dio e della chiesa.Pastore attento alle esigenze pastorali e materiali della diocesi affidatagli che ha governato con saggezza e spirito di servizio,rispolvarando semantiche ecclesiali,agiografiche,pastorali sepolte nei meandri dell’oblio.Uomo per nulla avido di soldi e lontano mille miglia da logiche bieche di nepotismo,affarismi di vario genere,inciuci con il mondo politico-malavitoso. Uomo dedito alla predicazione e alla cura pastorale dei credenti,in costante dialogo con i non credenti e attento alle istanze della società odierna cui bisognava,e bisogna, annunciare il Vangelo non secondo logiche di accomodamento,ma con l’intelligenza della fede e la testimonianza della vita.Insomma:predicare bene e razzolare altrettanto bene! Sostenitore dell’identità cattolica delle nostre popolazioni che,nel tempo,ha prodotto tanta carità,tanta pietà popolare,tanti santi e sante,tanta arte sacra.Inculturazione della fede,dunque,e trasmissione della stessa alle giovani generazioni erano il suo pallino preferito.”Aminamo la nostra Chiesa” e “Diamo un futuro alle nostre parrocchie”.Cataldo Naro,profondo conoscitore della storia della Chiesa,è stato,al contempo,una persona di grande fede e di grande spiritualità. Ossia la conoscenza non finalizzata ad un cammino meramente umano,ma ad un cammino di fede che aveva il suo culmine nell’incontro con il Risorto attraverso la mediazione dei santi.Ieri pomeriggio,la chiesa madre di San Cataldo,sua città natale e dove riposano le sue spoglie mortali,era gremita di tanti fedeli ed amici di Mons.Naro.Il momento del ricordo nella fede,attraverso la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Mons.Mario Russotto che ha pronunciato una bella e significativa omelia su alcune qualità umane e spirituali di Mons.Naro. Ammirevole la compostezza e la dignità dei familiari,a iniziare dalla mamma-la signora Giuseppina-che continua a vivere,insieme ai fratelli,alla sorella e ai nipoti di Mons Naro,la sua dipartita con grande spirito di fede. Grande la commozione alla fine della santa messa,dinnanzi alla sua tomba….

“Povera Palermo….”.

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Qualche mese fa,scrissi in questo blog,un post in cui descrivevo Diego come l’ultimo dei Vice-Re. Erano i giorni in cui Palermo affogava,letteralmente,nella “munnizza”(immondizia).

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I fatti delle ultime ore mi danno più che ragione. Una città bellissima,ma allo sbando,mal governata,dove abusi e latrocini sono il pane quotidiano.

E’ lecito mettere un pubblico dipendente a guardia della propria barca? E’ lecito raddoppiare l’irpef per recuperare l’enorme ammanco di “piccioli”(soldi) nella municipalizzata che si occupa di raccogliere la “munnizza”? E che fine ha fatto questa montagna di soldi? Bisognerebbe chiederlo a Diego,il sindaco alla mano….Diego di qua e Diego di là. Ironia della sorte,Diego porta proprio un nome di origine spagnola:sarà un puro caso? Se ti aggiri per la città,ti imbatti in doppie e triple file di auto,traffico impazzito,cantieri abusivi,lavoro nero a “tignitè”,sporcizia ovunque. Mentre cammini per le vie del centro storico,devi stare attento a che da qualche persiana,semi aperta,non ti arrivi addosso qualche sputo “volante” di origine non precisata,frutto di qualche “espettoramento” improvviso….

La Palermo dalle mille facce,compresa quella di Diego…..,che non sfugge a Striscia la Notizia. Il malcostume ed il livello enorme di inciviltà, oltre che essere intrinseco nel palermitano “tipo”, è prodotto anche dall’effetto negativo di tutta la politica nazionale ed ancora di più di quella a livello regionale! Siamo governati da una massa di politici, per la maggior parte culturalmente e socialmente a livelli molto bassi, personaggi i cui principi sono fondati sull’assoluta AMORALITA’-IMMORALITA’! Gentaglia della peggiore specie che non hanno nessun valore di riferimento, individui senza scrupoli, che cercano solo e soltanto di arricchirsi a più non posso fino a scoppiare. Anche quando sono ormai sazi e gonfi, con quei panzoni e quei colli col doppio mento, continuano a “latriare”(rubare) perchè il loro credo è che ” ogni lassata è perduta ” e perchè se una cosa ” non te la fotti tu, se la fotte un’altro “; dove la cosa pubblica, che è di tutti, non è di nessuno!!!

Allora perche scandalizzarsi se il primo cittadino ha la barca il cui skipper – cuoco – curatore . ecc,  è pagato per non lavorare, con i soldi dei cittadini ed in più percepisce sia l’assegno per le prestazioni marinare che il denaro per l’affitto in nero dello stesso natante? Così e solo così si trasmette un messaggio negativo sopratutto a coloro che dovrebbero rispettare le regole! Della serie : se lo fa lui, lo possiamo fare tutti!

La città è ormai una giungla invivibile, dove ognuno fa quello che gli pare, con arroganza, con “malantrinaria ” con mafiosità. E’ vero che il palermitano medio è per natura sua restio a rispettare le regole del vivere civile in una comunità, ma è altrettanto certo e palese che se nessuno queste regole le fa rispettare, egli esce ” al naturale “! Provate a vedere come si comporta un palermitano a Milano o Torino e vedrete che egli è più civile dei milanesi e dei torinesi!

Certo che poi il fruttivendolo si prende il marciapiede e mezza carrreggiata, il pescivendolo poi non ne parliamo, i bar con la trovata dei gazebi la fanno da padrone, le doppi e triple file “spatroniano”, tanto non succede niente!

E poi se a Berlusca piacciono le donne,a Diego no? Ovvio che si!!!! Dunque anche a Palermo è arrivata la cultura del “PAPI”:dai Diego-Papi facci vedere chi sei!!!!

Però Diego-Papi seleziona donne “In”,quelle della Palermo “bene” che per distinguersi da quella “non bene” stringono la boccuccia e parlano con la dizione un po’ più controllata,”sucate-sucate”. Ma il rapporto tra Maschi e Femmine, a Palermo, è normato dalla forma mentis filo-islamica:al maschio le faccende esterne,alle femmine quelle interne e poi “masculi cu masculi” e “fimmini cu fimmini”!!

PALERMO PUò ESSERE SALVATA? SI! SOLO DA CHI CI METTE AMORE E DEDIZIONE. FA TANTA PENA QUESTA SPETTACOLARE CITTA’. I SUOI ABITANTI STANNO MALE, SI VEDE, SI PERCEPISCE. E’ COME UNA DONNA MERAVIGLIOSA CHE NON RIESCE A TROVARE L’AMORE E CHE PIANO PIANO SI TRASCURA, CADENDO PROGRESSIVAMENTE IN UNO STATO CRONICO DI NERA DEPRESSIONE. PERCHE’? PERCHE’ OGNUNO DEVE FARE I POPRI PORCI COMODI? PERCHE’ L’EDUCAZIONE CIVICA NON PUO’ ESISTERE ANCHE NELLA CAPITALE DELLA SICILIA?

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Anche da queste parti,purtroppo,siamo costretti a mangiare,volenti o nolenti,QUARUME E STIGGHIOLE……!!

“Povera Palermo” urlò il Cardinale Salvatore Pappalardo ai funerali del Generale Dalla Chiesa. Ancora oggi,quelle parole dell’alto prelato risuonano nella coscienza di tutti gli uomini liberi,i cittadini onesti. A tal proposito mi chiedo:ma in tutto questo marasma,dov’è la chiesa palermitana?

La sfida educativa…..

Sfida

In nome di una sterile ‘neutralità’, la nostra società ha abdicato al suo ruolo di formatrice delle nuove generazioni. Nel rapporto del Comitato per il Progetto Culturale CEI, il tema centrale dell’educazione. Stiamo vivendo una vera ‘emergenza educativa’. 
Mentre per le società del passato l’educazione era un compito largamente condiviso, per la nostra sta diventando soprattutto una sfida. Se fino a ieri sembrava quasi scontato che la generazione adulta dovesse farsi carico dell’educazione della nuova, ormai questo automatismo si sta dissolvendo. 

Il rapporto curato dalla CEI vuole sollecitare una riflessione sullo stato dell’educazione e, più in generale, sulla realtà esistenziale e socioculturale dell’uomo d’oggi, alla luce dell’antropologia e dell’esperienza cristiane. 
L’obiettivo è quello di promuovere una consapevolezza che possa dar luogo, nel nostro Paese, a una sorta di alleanza per l’educazione; un’alleanza che sia in grado di coinvolgere – con un raggio d’azione che vada ben oltre l’ambito del cosiddetto mondo cattolico – tutti i soggetti interessati al problema, dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro, a quello dei media. 

Attraverso l’individuazione di alcuni temi particolarmente sensibili allo stato di attuale ‘emergenza’ – dallo sviluppo affettivo e sessuale della persona al suo rapporto con le nuove forme di socialità, anche elettroniche, dall’educazione nell’ambito dello sport, della moda e dello spettacolo al vissuto scolastico delle giovani generazioni – il volume offre un quadro complessivo dei problemi più urgenti, e, anche sulla base di dati empirici, prospetta una serie di soluzioni operative. 

Il Progetto Culturale promosso dalla Chiesa italiana viene costituito nel 1997 all’interno della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana, su iniziativa del cardinale Camillo Ruini, come centro di raccordo tra le diocesi, i centri culturali cattolici, le associazioni e i movimenti, gli ordini religiosi, le Facoltà teologiche, le riviste e gli intellettuali di matrice cattolica. 
Il Servizio collabora con gli Uffici della CEI per sviluppare l’aspetto culturale dell’evangelizzazione nei diversi settori della vita della Chiesa; svolge un’azione di monitoraggio, di osservatorio e di documentazione sulle iniziative volte a coniugare fede e cultura; organizza incontri di studio a carattere nazionale su temi di rilievo per il progetto culturale; coordina il Centro Universitario Cattolico.

L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a una grande alleanza, con le istituzioni e il mondo del lavoro, per il bene dei giovani e del Paese intero. Nell’attesa e nella speranza che diventi un traguardo raggiungibile, la Chiesa in Italia si fa carico intanto di indicare una strada per superare quella che è stata indicata da tempo come un’emergenza sociale. Il rapporto  presentato a Roma nel pomeriggio del 23 settembre a cura del Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana – è per questo motivo anche una proposta. 
Si tratta di superare da una parte l’impostazione, contestata, dell’educazione delle nuove generazioni intesa come esercizio e trasmissione della disciplina, e, dall’altra, lo spontaneismo individualistico in virtù del quale, nella scuola così come nelle altre agenzie educative, i discenti sono lasciati liberi di sperimentare, scegliere i contenuti educativi, dare libero sfogo alle esigenze di autoaffermazione della propria personalità. 
Modelli, come è stato osservato, risultati sconfitti alla prova dei fatti, se è vero – e il rapporto in questione lo conferma con puntuali dati statistici – che i giovani faticano a riconoscere modelli credibili cui fare riferimento e devono affrontare i pericoli di un processo di formazione della propria identità insidiato da un pluralismo di messaggi e contenuti educativi che troppo spesso sconfinano nel relativismo.
La nostra società – ha scritto nella prefazione al volume il presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, il cardinale Camillo Ruini – “ha abdicato al suo compito educativo. In nome di una sterile neutralità, ha abbandonato i giovani alla loro solitudine, sempre più in balia della violenza e della volgarità e sempre più incapaci di venire a capo della loro vita”. La Chiesa – scrive il cardinale – è cosciente dell’attuale “emergenza educativa”; “sa però altrettanto bene che non si tratta in alcun modo di un suo compito esclusivo e che occorre invece promuovere una collaborazione aperta a tutto campo”. 
L’educazione, pur essendo oggi riconosciuta come un’urgenza, rimane per sua natura – ha ricordato il cardinale Ruini presentando il rapporto – una sfida di lungo periodo: “Per questo è indispensabile realizzare intorno a essa una convergenza che superi, almeno in qualche misura, il variare delle situazioni, delle idee, degli interessi”. Per questo motivo il libro è “rivolto non solo alla Chiesa, ma all’intero Paese e alle sue classi dirigenti, per offrire un contributo per un’alleanza educativa di lungo periodo”. Il rapporto – ha aggiunto il porporato – “analizza la situazione italiana, ma è anche una proposta che cerca di offrire un orientamento, un’indicazione di massima per il breve ma anche per il medio e lungo periodo”, a partire dalla consapevolezza della “gravità che la questione dell’educazione ha in Italia, nel mondo occidentale e forse nel mondo intero”. Un “approccio globale, e non settoriale”, dunque, quello del volume curato dalla Cei, che “prende in considerazione certo le agenzie educative classiche, come la famiglia, la scuola e la Chiesa, ma anche gli ambienti e i contesti di vita che plasmano le persone, sia nel fare – il lavoro, l’impresa, il consumo – sia nell’immaginare: la comunicazione, lo spettacolo, lo sport”. 
Al centro del rapporto – ed è questa la terza via che si indica – c’è l’educazione intesa come “processo umano globale e primordiale, in cui entrano in gioco gli aspetti fondamentali dell’uomo e della donna, come la relazionalità e il bisogno di amore e di essere amati”. In gioco, quindi, è la “credibilità degli educatori”, all’interno di una concezione di educazione “come nascita, generazione, genesi del soggetto umano”, e nella quale è dunque “decisiva la domanda antica e sempre nuova su chi è l’uomo, chi siamo noi”. Oggi – ha detto ancora il cardinale Ruini – “c’è una grande difficoltà a fare sintesi sull’idea di uomo, sottoposta a molte tensioni: quando non si sa con precisione cosa sia l’uomo, è difficile educare”. Di qui la necessità di “incrociare” l’idea di educazione alle “situazioni umane in cui ha luogo l’educazione in Italia”. Per quanto riguarda il “versante interno”, il rapporto si ricollega agli orientamenti pastorali della Cei per il prossimo decennio, ma “la sua finalità principale è molto più vasta”. 
Alla presentazione del volume hanno preso parte anche alcuni dei principali interlocutori di questa sfida educativa, in rappresentanza del mondo della scuola e delle istituzioni, come il ministro Mariastella Gelmini, del mondo del lavoro, come il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, e dei media, come il presidente della Rai, Paolo Garimberti. Il ministro dell’Istruzione, università e ricerca ha concordato sulla necessità di un nuovo patto educativo: “Occorre – ha detto – ripristinare un’alleanza tra i due pilastri che reggono l’educazione, ovvero la famiglia e la scuola” ma, allo stesso tempo, occorre allargare il dibattito a tutta la società. C’è bisogno – ha aggiunto – di “suscitare più attenzione e c’è bisogno che gli educatori, le famiglie, i media e le migliori menti del Paese offrano un contributo prezioso al dibattito”. Il ministro ha poi affrontato il tema dell’integrazione degli immigrati, sottolineando come sia necessario “un dialogo e non una resa” di fronte a culture e religioni diverse, e come debba esigersi dunque “un momento di difesa dell’identità del Paese”. 
Occorre naturalmente investire sulle nuove generazioni, anche perché – ha osservato Emma Marcegaglia – l’Italia è “un Paese che sostanzialmente non premia i giovani”, e una scuola migliore “è il migliore ascensore sociale che possiamo offrire”. 
La principale agenzia educativa rimane però la famiglia. Se la terza via fra educazione-disciplina e spontaneismo individuale è la relazione fra chi insegna e chi apprende, con ruoli che inevitabilmente si scambiano, la famiglia continua a essere imprescindibile. “La nostra società – ha osservato il sociologo Pierpaolo Donati, dell’università di Bologna, che ha collaborato alla realizzazione del rapporto – non è più capace di orientare i propri figli”. La famiglia – ha osservato – è “mediatrice fra le generazioni, in essa si generano tutte le diverse educazioni. Eppure in Italia è stata lasciata sola in questo suo compito. Alla famiglia oggi si imputa, e l’accusa è falsa, di non educare più ma di discriminare”. Ma è da qui, dalla verità sull’uomo, che occorre ripartire. 

(©L’Osservatore Romano – 24 settembre 2009)

 COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA (CEI), La sfida educativa, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pagine 223, euro 14

Ricordando Mons.Cataldo Naro….

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A quasi tre anni dalla morte,tanto repentina quanto eccessivamente improvvisa….., dell’Arcivescovo di Monreale Mons.Cataldo Naro,avvenuta il 29-09-2006,vede la luce un altro volume dedicato allo splendore dei mosaici del Duomo di Monreale in cui Cataldo Naro ”abitò” e celebrò la divina liturgia come Pastore e Maestro, per circa quattro anni.

L’Arcivescovo Naro fu un grandissimo estimatore e valorizzatore del significato teologico,biblico-catechetico,artistico,liturgico-mistagogico del duomo e dei sui meravigliosi mosaici che il Re normanno Guglielmo II fece costruire.

Mons.Naro fece,davvero,tanto per rilanciare il significato spirituale e storico culturale del “suo” amato Duomo come luogo di preghiera,personale e comunitaria e d’incontro con il Cristo Risorto e Pantocratore della chiesa locale orante. Cristo come alfa e omega,il principio e la ricapitolazione,Colui che E’,prima del tempo,che si è fatto carne e che ritornerà,alla fine dei tempi,a giudicare i vivi e i morti:il suo regno non avrà fine!

I testi del  volume, edito da Itaca libri, sono curati da David Abulafia e Massimo Naro.La presentazione,postuma,è dello stesso Mons.Cataldo Naro.

 INTRODUZIONE

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 In una sua poesia sul duomo di Monreale David Maria Turoldo ne scrive come di una reggia. E indubbiamente il fedele o anche il visitatore che vi entra ha l’impressione immediatamente di essere accolto in una grande chiesa di straordinaria e unitaria bellezza, che è tutto un inno al Cristo Pantocratore, il Signore dell’universo e della storia, che dall’abside col suo sguardo abbraccia l’intero edificio. E se poi vi partecipa alle celebrazioni liturgiche, specialmente nelle più grandi feste cristiane, questa impressione si accresce. Non ci sono più oggi i monaci benedettini che, dall’inaugurazione della splendida chiesa il 15 agosto 1176 fino alle leggi eversive degli ordini religiosi dopo l’unità d’Italia, vi hanno cantato quotidianamente per secoli le lodi di Dio. Ma anche oggi la liturgia celebrata nel duomo monrealese conserva una regale solennità. Il teologo tedesco Romano Guardini, che vi prese parte alle celebrazioni della settimana santa nel 1929, annotò nel diario di viaggio la sua ammirazione per il modo di celebrarvi la liturgia da parte del vescovo e per la partecipazione a essa da parte dei sacerdoti e dei fedeli: tutti erano protesi a guardare, senza stancarsi seguivano la celebrazione con lo sguardo, facendosi coinvolgere congiuntamente dalla bellezza dell’edificio e dalla bellezza dei riti. “Alle lebten im Blick”, tutti vivevano nello sguardo, scrisse affascinato Guardini. E descrisse così la celebrazione del giovedì santo: “Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò. Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione”.

Sì, non c’è dubbio che il duomo di Monreale mostra tutta la sua bellezza quando vi si celebra la liturgia. È stato costruito per la liturgia. E per una liturgia regalmente solenne. È nel momento liturgico che esso appare davvero una reggia, una bellissima reggia, una regale casa di Dio, in cui si celebrano i divini misteri e sulle cui pareti si leggono i racconti della Bibbia, le storie di Dio. Tutto vi dice la presenza del Cristo risorto. Tutto aiuta a farsi presenti alla Divina Presenza. Il mondo di Dio e il mondo degli uomini vi appaiono contigui. Chi lo progettò e ne ideò i cicli musivi aveva molto vivo il senso della trascendenza di Dio e, insieme, della regalità divina di Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio fattosi uomo e morto e risorto per la nostra salvezza.

E chi ne volle la costruzione fu un re, Gugliemo II, l’ultimo dei sovrani normanni, che coltivò grandi ambizioni politiche e fu uomo di sincera e forte fede cristiana. Egli pensò il duomo come un mausoleo per la sua famiglia regale, vi collocò la tomba del padre e dispose che, alla sua morte, vi fosse deposto anche il suo corpo. Vi chiamò i monaci perché pregassero costantemente per lui e la sua dinastia. Sotto l’immagine della Madonna Odigitria che sovrasta, dall’interno, il grande portale. fece scrivere: “Pro cunctis ora sed plus pro rege labora”, prega per tutti ma lavora di più per il re. E sopra il grande trono regale,poco distante dall’altare,si fece raffigurare in imperiali vesti bizantine nell’atto di ricevere la corona dal Cristo. Mentre esattamente di fronte, sul soglio del vescovo, più piccolo del trono regale,si fece raffigurare nell’atto  di offrire, sempre vestito da basileus bizantino, alla Madre di Dio il modello della basilica.

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Mi sembra indubbio che il duomo monrealese, secondo l’idea originaria del re che lo costruì,non è una cattedrale, cioè la casa del vescovo, una chiesa con la cattedra del vescovo,ma una basilica, cioè, etimologicamente, la casa del re o, meglio, la casa di preghiera del re o per il re. La dimensione regale che ancora oggi si coglie appena vi si entra deriva anche questa da un’idea originaria. Ma tale dimensione regale trascende l’antico desiderio del re normanno. Essa esprime primariamente la fede nel Cristo re dell’universo e della storia, salvatore di tutti gli uomini, che fu del re che volle la costruzione e di quanti (dal teologo che  ne ideò i cicli musivi agli architetti che elaborarono il progetto e alle maestranze che lavorarono nel cantiere)collaborarono nell’esecuzione dell’impresa. È precisamente e primariamente questa fede che la bellissima chiesa, nella sua imponente architettura e nell’oro dei suoi splendidi mosaici,proclama solennemente.

Ed è questa medesima fede nel Cristo re che proclamano ancora oggi congiuntamente la bellissima costruzione e il popolo di Dio che vi celebra la liturgia, cioè vi riconosce e vi adora la divina presenza del  Risorto. L’intuizione di Romano Guardini sul nesso tra la e la bellezza del duomo e la bellezza del popolo che vi celebra la liturgia mantiene tutta la sua verità. Del resto questo popolo ha anch’esso una qualità regale. Perché è il popolo di Dio, il popolo che — secondo i testi del Nuovo Testamento–partecipa della regalità del Cristo, è associato dal Signore dell’universo alla sua stessa gloria regale e sacerdotale.  E lungo la storia continua a promanare la regalità del suo Signore nell’attesa dei suo ritorno finale. Come fa nella celebrazione della santa liturgia nel duomo monrealese.

Questo meraviglioso volume fotografico che ci aiuta a riscoprire la regale magnificenza  del duomo voluto dal re normanno aiuti anche, quanti lo visitano e, in particolare, quanti vi partecipano alla celebrazione della liturgia a riconoscervi la divina presenza del Risorto e riscoprire la loro regale dignità  di figli di Dio in forza della loro unione al Figlio eterno fattosi uomo per la nostra salvezza.

                                                                                                           +S.E.Mons.Cataldo Naro

La diocesi nissena lo ricorderà con una mostra che verrà inaugurata il 28 Settembre 2009,presso il museo diocesano “Mons.Giovanni Speciale”,in Caltanissetta.

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 La comunità sancataldese lo ricorderà con la celebrazione di una santa messa di suffragio per la sua anima,alle ore 17 presso la Chiesa madre di San Cataldo.