(Foto panoramiche tratte dahttp://digilander.libero.it/vallelungapratameno/)
LA SETTIMANA SANTA A VALLELUNGA PRATAMENO (CL)
Vallelunga Pratameno è un piccolo paese a vocazione agricola, come dimostra il suo stemma civico con due grappoli di uva, uno bianca e l’altra nera, fra bionde spighe di grano. I Vallelunghesi sono stati sempre gente laboriosa e onesta. Ancorati ai veri valori della vita,al rispetto della famiglia,delle donne ,dei bambini e degli anziani
Le sue origini affondano le radici tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, e fanno parte di quelle manifestazioni che subirono nuovi impulsi dopo il Concilio di Trento (1545-1563), che con la Controriforma avviò un rafforzamento dei principi religiosi intorno alla rivitalizzazione dei riti della tradizione cattolica.
L’identità civile è coincisa,per secoli,con quella religiosa i cui valori di riferimento affondano le loro radici nel crisitianesimo-cattolico. Infatti i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio culturale e artisitico,oltre che religioso,del popolo italiano. Cosicché la fede dei Valleunghesi è rimasta saldamente ancorata,sino ad oggi,nella tradizione cattolica. Nonostante l’imperversare del fenomeno della secolarizzazione e,ad oggi,di quello del relativismo etico-culturale,che mina alle radici le identità delle nostre comunità,quella vallelunghese ha conservato intatta la sua di identità,civile e religiosa,che si esprime ogni anno anche con determinati avvenimenti religiosi che hanno anche il compito principale,dal punto di vista sociologico, di cementare la comunità vallelunghese.Uno di questi momenti fondamentali è la Settimana Santa.
In Sicilia,come scrive G.Cammareri di simani santi ce ne sono davvero tante. “Se ne possono incontrare di meste,chiassose,nevrotiche,follemente amate e disprezzate,profumate dal vino che lava le notti e dall’acre odore dei ceri che le sporca dolcemente,profumate da tanti fiori e illuminate da tantissime luci. Simani gonfiate con l’elio dei palloncini,fatte di mille macchine fotografiche al collo ,di bambini vestiti da angioletti e di mamme che li accompagnano,di vecchietti piangenti ai balconi al passaggio di Cristi e Madonne….Croci,pennacchi,spade attaccate alla vita da centurioni più o meno baffuti e ancora il gesto per un altro e un altro ancora “clic” di quelle mille macchine fotografiche il cui piccolo rumore annega,miseramente,in un mare di note scandite da suonatori infiocchettati nella divisa di questa o quella banda”.
I riti,liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa vallelunghese servono a tramandare quella che gli israeliti chiamarono Pesach che significa passaggio. Dal “passare oltre” della tradizione biblica dell’A.T. che testimonia la mano potente di Dio-salvatore che ,nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Abib,quella dell’uccisione dei primogeniti,risparmiò i bambini ebrei,al “passare oltre” di Cristo dalla morte alla resurrezione.
La Pasqua cristiana se, da un lato, integra quella ebraica,dall’altro le si contrappone divenendo,dal II secolo D.C.,la più solenne delle feste cristiane e divenendo il fulcro dell’anno liturgico nella storia della Chiesa.
Questo mio modesto contributo vuole essere un momento di riflessione sulla Settimana Santa e sulla Pasqua a Vallelunga, perché,spero, avvenga,nei miei cinque lettori,anche una comprensione del passato e del presente,della storia civile e religiosa della nostra comunità. Infatti tutti noi abbiamo bisogno di coglierci come uomini del presente ma fortemente legati al nostro passato per seppellirlo, come dice lo storico francese De Certò. Per vivere il presente è necessario seppellire il passato non nel senso di obliarlo,di oscurarlo o, peggio ancora, di cancellarlo ma di metabolizzarlo.
Questo mio contributo,per citare una espressione del predetto storico francese, è un voler “seppellire” il nostro passato,cioè un riconoscerci nel nostro presente come dipendenti e,nello stesso tempo, ormai distanti da un passato che è inevitabilmente tramontato. Un passato, che pur essendo già tramontato, ha lasciato, però, una eredità civile e religiosa fondamentale, consentendo a tutti noi di coglierci come presente, legati al passato e proiettati al futuro.
In questo contesto,come quello attuale, che non vede più una coincidenza tra la comunità civile e quella ecclesiale, si sente il bisogno di cogliere sempre meglio la propria identità, civile e religiosa,cioè le nostre radici,come antidoto ad ogni forma di relativismo culturale ed etico che distrugge ogni identità anche di natura locale.
Possiamo sostenere, grazie anche al supporto del contributo fotografico,che la Settimana Santa,a Vallelunga è un momento nel quale la nostra comunità pone in essere oltre che una identità cattolica forte anche una forte identificazione.
I riti extraliturgici della Settimana Santa, non vanno considerati come momenti staccati, o addirittura opposti, rispetto alle celebrazioni liturgiche. La testimonianza di tutto ciò è data proprio da ciò che avviene,ogni anno, durante il triduo pasquale anche a Vallelunga.
Tutti noi siamo inseriti in una “traditio” composta da valori civili,sociali,familiari e religiosi, mediati e trasmessi dall’importantissimo processo educativo, connotandoci, appunto, come “civis” e, per chi crede,come credenti.
Lo stesso identico meccanismo avviene per l’esperienza religiosa,quando si entra a far parte di una determinata religione si entra in un solco già tracciato da altri, si entra in una “traditio fidei” con la quale si sono tramandate, di generazione in generazione, le grandi verità di fede credute,celebrate e vissute da una determinata religione,soprattutto se essa ha un fondamento storico,una forte dimensione salvifica e una finalità escatologica, come appunto è l’intero messaggio del cristianesimo.
Il cristianesimo,infatti, ha tutte e tre queste caratteristiche ed ha una sua specificità,che altre religioni non hanno:la fede in Dio fattosi Uomo.
I fatti e le vicende storiche della prima Settimana Santa, documentate minuziosamente dai Vangeli e dal Nuovo Testamento, non si ripeteranno mai più, dal punto di vista della loro storicità ma continuano a ripetersi,da duemila anni circa, dal punto di vista del Mistero Salvifico.
Che cos’è il mistero salvifico?La presenza di Dio-Salvatore nella storia degli uomini, cosicchè ogni anno, durante i riti liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa, viene data al credente la possibilità di partecipare al mistero di salvezza,in chiave liturgico- sacramentale- mistagogica, e di ottenere questa salvezza nell’oggi della storia attraverso la presenza della comunità credente,la Chiesa,cioè la comunità di tutti i battezzati che credono in Gesù-Cristo sofferente,morto e risorto,che continua nella storia la celebrazione del Mistero pasquale.
Nel contemplare le foto , che hanno “immortalato” alcuni momenti di alcuni riti extraliturgici della Settimana Santa a Vallelunga, non si può prescindere da quanto detto fin ora. La Settimana Santa,cioè, è espressione della l’inculturazione della fede cattolica nelle nostre popolazioni. L’inculturazione è l’incontro tra la fede annunciata nei secoli e il recepimento della stessa da parte del popolo credente.
Essa,come scrive V.Sorce, “ha una forte valenza teologica fondata sugli eventi dell’Incarnazione e della Chiesa locale”, e si inserisce in un solco già dato,si inserisce nella cattolicità e all’interno di essa ,attraverso la “traditio fidei”,cioè,appunto, il tramandare la fede, si ricollega, attraverso il ricordo liturgico, ai fatti storici della prima Settimana Santa e della prima Pasqua.
Potremmo dire che la Settimana Santa,a Vallelunga è la stessa,per esempio, di quella di altri comuni presenti in altre regioni d’Italia?Assolutamente no. In che senso c’è diversità?Non nella sostanza dell’Evento e della celebrazione dello stesso, ma nelle modalità di recezione del messaggio del cristianesimo e nel modo con cui ogni comunità credente ha vissuto e vive, nell’oggi della storia, il mistero salvifico di Gesù-Cristo morto e risorto. Tutto ciò si chiama inculturazione della fede.
La Settimana Santa, in Sicilia, è il frutto di una duplice tradizione:
la prima legata alle sviluppo della inculturazione della fede in Sicilia: per cui è possibile parlare di una sorta di “Cristo Siciliano”.
–la seconda legata alla sviluppo del cattolicesimo in questo territorio che ha fatto propri gli influssi derivanti: dal concilio di Trento e dall’influsso bizantino e spagnolo.
In che senso si può parlare,allora, di un Cristo “siciliano”?
Nella cultura e nella pietà popolare siciliana esiste una interpretazione e un vissuto della figura di Gesù-Cristo che è caratterizzata da tratti propri. L’aggettivo “siciliano” ci dice qualcosa di culturalmente significativo,cioè a dire la cultura siciliana ha “segnato” la figura del Cristo con alcuni suoi tratti specifici. Questo “Cristo siciliano” sarebbe in opposizione a quello della predicazione ufficiale della Chiesa, dei dogmi e della liturgia?Addirittura lo si potrebbe considerare un Cristo fuori dalla Chiesa cattolica o,addirittura, contro di essa?Un “Evangelium extra ecclesiam?”
Secondo le tesi di alcuni studiosi il “Cristo siciliano” potrebbe benissimo essere considerato il Cristo delle classi deboli e oppresse o, come dice Gramsci, delle classi popolari che sono “strumentali e subalterne”. Molti studiosi,di indirizzo marxista, infatti, sostengono che la religiosità popolare ,che trova il proprio culmine nei riti della Settimana Santa, sarebbe l’espressione di un cristianesimo vissuto fuori dalla Chiesa e di un “Cristo-popolare” oggetto di un conflitto esistente, di fatto, tra la gerarchia cattolica e il popolo credente.
Stanno davvero così le cose? La risposta negativa si evince, meravigliosamente, da ciò che avviene ogni anno a Vallelunga che ci aiuta a cogliere il fatto che la pietà popolare,quella legata,anche, ai riti della Settimana Santa e della Pasqua, in Sicilia, ha un’anima teologica;cioè l’humsus,il terreno in cui essa affonda le radici è costituito dalle grandi verità proprie del cattolicesimo credute,comprese (attraverso un cammino di “intellectus fidei”),celebrate e vissute.
Non c’è,dunque, nessun conflitto tra la Chiesa “gerarchica” e il popolo credente, per il semplice motivo che anche la gerarchia cattolica partecipa ai riti extraliturgici della Settimana Santa.
Dove sta allora l’equivoco?proprio nel significato che si dà al termine “pietà popolare” intesa non come esperienza di fede del popolo credente ma come momento di opposizione delle classi subalterne alle classi colte e,soprattutto,alla religione “ufficiale”. Dunque una lettura sociologica e non teologica del fenomeno.
Quali sono,allora, le caratteristiche del “Cristo siciliano”in relazione agli eventi della Settimana Santa e della Pasqua?
Il siciliano è uno che vuole vedere e toccare,è fondamentale per il siciliano la RES,la cosa,(pensiamo alla tematica verghiana della roba) e tutto ciò perché il siciliano ha alle sue spalle una esperienza storica tragica, poichè ha visto decine e decine di colonizzatori venire nell’isola e, spesso, maltrattare il popolo. Tutto ciò lo ha spinto a proiettare questa sofferenza, accumulata nei secoli, nell’attaccamento alla res,spesso anche con modalità eccessive e devianti, come si configura il fenomeno mafioso. Come se la “materialità” delle cose lo salvasse dall’insicurezza e dalla sofferenza accumulate nei secoli.
Questa mentalità della Res,nel senso migliore del termine , cioè cosa vissuta,esperienza fatta, viene applicata anche nel vissuto religioso del siciliano. In questa cementificazione di quotidianità sofferta,la Sicilia celebra la cultura della sofferenza e in tutti i paesi dell’isola la Settimana Santa costituisce l’approdo di un modello irrepetibile verace,insostituibile salvataggio. Il Siciliano trova, negli eventi,liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa, la teologia della kènosis,ossia il fatto che Dio non ha disdegnato di farsi Uomo e di assumere su di se’ tutta la sofferenza,fisica e morale,del genere umano.
Infatti in Sicilia è forte la concentrazione sul “Corpo di Cristo”. L’attenzione,la contemplazione del corpo di Cristo va dal Gesù-Bambino a tutta la vicenda della passione-morte-resurrezione, con particolare attenzione al corpo di Cristo deposto dalla croce e sepolto.
Il corpo di Gesù-Cristo non è mai solo, ma viene associato a quello della madre,dalla culla alla tomba. E’ l’insieme dei due corpi che costituisce il cuore della Pietas proprio del Venerdì Santo,al punto tale che in alcune circostanze i due simulacri si fondono quasi a divenire una sola cosa,cosicché il siciliano non concepisce il corpo di Gesù-Cristo se non associato a quello della madre. I due corpi vengono associati nel dolore del Venerdì Santo e nella gioia della Domenica di Pasqua, allorquando la Madre ritrova il figlio risorto:l’Incontro che si celebra in molti comuni dell’isola proprio la mattina di Pasqua.
Da che cosa scaturisce questa concentrazione sulla tematica del Corpo di Cristo?
Le origini sono lontane,bisogna risalire al 1700,secolo in cui si realizzarono in Sicilia,come sostiene lo storico Cataldo Naro,le istanze innovatrici del concilio di Trento,prima fra tutte la predicazione al popolo ad opera soprattutto degli ordini religiosi. Nacque, proprio dalla predicazione itinerante dei Cappuccini,dei Gesuiti e dei Redentoristi, l’attenzione al Corpo di Cristo.
Fu il francescanesimo ad introdurre la pietas verso Gesù Bambino(la creazione del primo presepe vivente,a Greccio,la notte di Natale del 1223, ad opera di Francesco D’Assisi),ripresa nel 1700 da sant’Alfonso de Liguori. I religiosi,grazie ai quaresimali,le 40 ore,i panegirici,gli esercizi spirituali,le missioni popolari,la creazione di tante confraternite, diffusero la pietas,cioè il rapporto tra il credente e “U Signori”,inteso, come Dio padre a volte (U Signori fici u munnu”), ma quasi sempre riferito a Cristo: “U signori murì pi nuatri poveri piccatura”.
Tutto ciò avvenne proprio nel 1700. Proprio il “secolo dei lumi” ci insegna una notevole vivacità, alimentata dalle pratiche di pietà sul mistero di Cristo semplice, povero e crocifisso e dalla necessità di garantirsi la salvezza che, sebbene eterna, deve essere sperimentata già nel quotidiano.
La pietà settecentesca è prevalentemente cristologia. Vanno ricordati, a tal proposito, i componimenti di Sant’Alfonso sul Natale e i crocifissi scolpiti da fra Umile da Petraia. Essa, in sostanza, è riportata agli eventi decisivi della storia della salvezza: l’incarnazione, la passione e la morte in croce, la devozione verso l’umanità di Gesù, vengono radicati nel popolo grazie a preghiere, canti, quadri devozionali.
Essenzialmente,dunque, gli influssi maggiori che hanno caratterizzato la Settimana Santa in Sicilia sono di duplice derivazione:
- l’influsso bizantino,
con la nascita delle devozioni popolari e all’interno di esso il movimento francescano con la devozione verso Gesù bambino e, per il nostro tema, verso il Cristo sofferente e il tenero amore verso Maria Addolorata. Il periodo che va dal XIII al XV secolo vide la comparsa delle prime statue dei crocifissi che esprimono la sofferenza e la morte di Cristo.
Il devozionismo a partire proprio da questo periodo si è insinuato profondamente nella coscienza e nelle espressioni di fede dei credenti ponendo le premesse per il nascere e lo svilupparsi anche delle tradizioni popolari siciliane della Settimana Santa.
- L’influsso spagnolo,
il periodo che va dalla fine del XVI secolo fino al XVIII secolo. Il dominio degli spagnoli ha contribuito alla strutturazione definitiva dei riti della Settimana Santa in Sicilia.
Per il nostro discorso lo spagnolismo diede vita all’ anticipazione del cosidetto “Sepolcro”(tecnicamente Altare della reposizione) del Signore alla sera del giovedì santo. Risale, al XVI secolo, l’usanza di deporre nel sepolcro l’immagine del Cristo morto,esponendo sopra il sepolcro il SS. Sacramento nell’ostensorio coperto da un velo.
Nacque,così come documentato dal Plumari, l’identificazione dell’altare della reposizione con il Sepolcro. Infatti,sino ad oggi,nella coscienza popolare vi è una dissolvenza di significati tra l’adorazione della “presenza reale-ostia”conservata nel tabernacolo-custodia e del corpo-ostia del Signore conservato nel tabernacolo-sepolcro.
I riti liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa trovano il loro culmine nel triduo pasquale in cui avviene un meraviglioso connubio tra liturgia e pietà popolare.
La pietà polare,come scrive Vincenzo Sorce,accentua di più l’immagine, la liturgia, il segno.
Continua il Sorce, è lo stesso popolo,il popolo di Dio,che vive lo stesso mistero e lo esprime con linguaggi diversi.
Nella pietà popolare,l’uomo di Sicilia,in modo particolare nella Settimana Santa,vive ed esprime la partecipazione alla passione ,morte e resurrezione di Cristo,con la totalità della sua struttura antropologica,che è simbolista,fortemente sensoriale:vivendo la dimensione della festività e della tragicità.
Attraverso le foto si coglie “un popolo che esce dalla solitudine,vive la comunione. Dando spazio ai suoi sentimenti,alle sue emozioni,con la totalità del linguaggio corporeo,la gestualità,il canto,gli aromi,i colori,il pianto,il grido”.
L’uomo di Sicilia si rimette in marcia. Si libera dal pianto,grida il suo dolore,la sua angoscia,la sua paura davanti alla morte. Si identifica con l’uomo dei dolori ,appeso alla croce.Da spazio ai suoi sentimenti,piange. Prende contatto con i suoi vissuti,li esprime,li condivide,li grida,li urla. Psicoterapia e salvezza radicale s’incrociano nel Crocifisso,l’uomo dei dolori,l’uomo ferito e la risposta di Dio”.
Il Giovedì Santo,a Vallelunga, vede la creazione,ad opera dei confrati delle tre Confraternite esistenti in paese,(quella del SS.Sacramento,della Madonna del Rosario e di Maria SS. Addolorata) ,nei rispettivi oratori,delle cosiddette CENE. Una creazione che si ripete da decenni e che ha ereditato la tradizione dei “pupi di zucchero” tipica del palermitano.
Vengono create,da ogni confraternita, delle mense su cui vengono deposti 13 agnelli di zucchero di media grandezza,raffiguranti Cristo e i dodici apostoli che celebrano l’ultima cena, accompagnate da 13 pani da cena(dolce tipico pasquale Vallelunghese) insieme a 13 lattughe , cedri, arance e finocchi.
Al centro della tavola,troneggia una statua,sempre di zucchero opera di artigiani palermitani cui le confraternite si rivolgono ogni anno, raffigurante il Cristo Risorto,insieme al pane e al vino,simboli dell’Eucarestia. Ogni anno,per ogni confraternita, vengono sorteggiati 12 confrati tra quelli che hanno pagato l’annualità,ossia la quota associativa.
Quattro dei dodici sorteggiati,per ogni confraternita,vanno a svolgere il ruolo che fù dei 12 apostoli nella messa vespertina “In Cena Domini”,nella quale si ricorda l’istituzione dell’Eucarestia e la carità fraterna. Saranno i protagonisti della lavanda dei piedi. Alla fine della Messa, i dodoci confrati sorteggiati da ogni confraternita,unitamente agli altri confrati e alle loro famiglie ,si riuniscono presso la loro chiesa di riferimento e dopo aver contemplato la bellezza della Cena,ricevono in dono l’ Agnello di zucchero,un pane da cena,un cedro,una lattuga,un finocchio e un arancio che portano a casa. Ai confrati non sorteggiati viene dato un piccolo agnello di zucchero. La sera del giovedì santo si conclude con la visita all’unico “Sepolcro”creato nella cappella del SS.Sacramento della Chiesa madre .L’adorazione eucaristica si protrae sino alla mezzanotte.Chiusa la chiesa avviene,notte tempo,la spogliazione del sepolcro e la preparazione del simulacro del Cristo morto.
Il Venerdì Santo, nella pietà popolare siciliana, emerge il culto della passione e morte di Gesù nella quale la nostra gente si immedesima in partecipazione comunitaria. Ha scritto a tal proposito il Prof. Basilio Randazzo che «la vera pietà di una volta all’anno, raccolta in tutto un anno, si comunica nel dolore della settimana santa, e in particolar modo il venerdì santo si celebra il «Tutto di Tutti», cioè il mistero della Passione, come «prototipo teologicamente unitario con uno stile culturalmente conforme ma con un atteggiamento che varia da comunità a comunità».
Nella pietà popolare del Venerdì Santo, scrive Angelo Plumari, l’uomo di Sicilia vive ed esprime la partecipazione alla passione, morte e resurrezione di Cristo con la totalità della sua struttura antropologica, cosicché un popolo esce dalla solitudine, vive la comunione dando spazio ai suoi sentimenti alle sue emozioni con la totalità del linguaggio corporeo, con la gestualità, con il canto, i colori, il pianto, il grido.
Il venerdì santo è emblematico e paradigmatico come i siciliani si ritrovino e si identifichino nel dolore del Cristo morto, stando muti davanti alla bara, e in quello dell’Addolorata, dinnanzi ai quali sentono che il dolore umano, il loro dolore è stato assunto da Dio.
Durante le processioni del Venerdì santo,il popolo che partecipa “esplode con il linguaggio dei segni:piedi scalzi,canti lancinanti,incensi che bruciano,fiaccole accese,
silenzio pieno di mistero,intensa commozione,profonda meditazione. Si ricompongono celebrazione,gestualità,simbolismo,sensorialità. E’il trionfo dell’opera mistagogica”.
Inoltre la mistagogia dei simboli del Venerdì Santo è estremamente interessante oltre che variegata:la presenza delle confraternite incappucciate o a volto coperto,indacano,secondo B.Randazzo,la perdita di personalità o la comunione nel dolore; Il passo professionale a due passi avanti e uno indietro,ansia di sofferenza,i cilii o candele accese,l’umanità;
la fiamma,la purificazione e la luce della Resurrezione; le marce funebri,l’accentuazione sensibilizzata di stati d’animo in pianto del peccato di Deicidio.
Tutto ciò comunica il fatto che “l’uomo siciliano è celebrante simbolista”. Il Venerdì santo inizia con la visita ai sepolcri, poco conosciuti come altari della reposizione, poiché si continua ad identificare, così come sostiene il Plumari, l’altare della reposizione con il sepolcro del Signore creando, nella coscienza popolare, una identificazione di significati tra l’adorazione della presenza reale-ostia e il corpo-ostia, per cui il tabernacolo è, allo stesso tempo, sepolcro.
I riti extraliturgici del venerdì santo si svolgono secondo quattro tipologie presenti nell’Isola:
- le processioni funebri del Cristo morto accompagnato dalla Madre addolorata;
- la processione dei misteri;
- le processioni in cui si compie la mimesi cronologica degli eventi della passione;
- la processione del solo Crocifisso
Anche a Vallulunga i riti si svolgono secondo la prima e la terza tipologia: a mezzogiorno si porta il Cristo al calvario,che si trova all’uscita del paese in direzione per Palermo, lo si crocifigge, la sera lo si va a riprendere,lo si mette dentro l’urna e lo si porta,in processione, presso l’oratorio del SS.Sacramento,sito in piazza, seguito dalla Madre addolorata.
In molti comuni dell’isola,tra cui Vallelunga, nella mattina del Venerdì Santo, si ripete uno dei riti più antichi e più suggestivi della Settimana Santa in Sicilia. L’effige del Cristo morto viene deposto su un tavolo coperto di drappi rossi, e i fedeli si recano,presso la Chiesa madre,quella intitolata alle Anime Sante del purgatorio e quella del SS.crocifisso, toccando e baciando la statua del Cristo morto.,con una preghiera corale:
Pietà e misericordia Signuri.
Un via vai di persone,in assoluto silenzio e con grande fede e devozione,si nota per le strade di Vallelunga sin dalle prime ore dell’alba. Questo gesto di pietà dura tutta la mattinata e si conclude a mezzogiorno del Venerdì Santo. Nel pomeriggio si svolge la celebrazione liturgica della commemorazione della morte del Signore.
La preparazione dell’urna dove la sera verrà deposto il simulacro del Cristo morto avviene ad opera dei confrati del SS.Sacramento,mentre la vara dell’Addolorata ad opera dell’omonima confraternita che ha sede presso la chiesa del SS.Crocifisso. Alla processione serale,vi partecipa un grandissimo numero di fedeli,con in testa il clero locale e i confrati vestiti con i loro abitini tradizionali. La banda musicale suona marce funebri. Arrivati in piazza,un predicatore rivolge un sermone penitenziale al popolo.
Il Sabato santo,tutta la comunità credente si prepara alla celebrazione della solenne Veglia Pasquale.
Da quest’anno ho iniziato ad introdurre la tradizione delle Cene,nella città dove vivo,Partinico.Nella Parrocchia di Maria SS.del Carmine.Un successo!
Prof.Michele Vilardo
Vallelunghese
Postato in: Generale, Pietà popolare, Vallelunga Pratameno


Caro Michele,
complimenti per lo spessore di questo lavoro. Mi sembra di poter cogliere la tesi di una convergenza tra teologia ed antropologia colta attraverso la descrizione e l’interpretazione scientifica dei riti della Settimana Santa In Sicilia ed in particolare a Vallelunga. Mi torneranno utili certi passaggi di quest’indagine condotta con competenza e rigore ma anche con affettuosa partecipazione.
Giampiero.
Grazie a te,caro Giampiero.Riscoprire e rivivere le proprie radici è di fondamentale importanza per tutti noi,soprattutto,per quelli come me,che vivono lontani dalla loro terra natia ma senza mai averla dimenticata. Inoltre, ritengo che un serio cammino della inculturazione della fede non possa non attenzionare,seriamente, l’uomo “in situazione”.Dunque,il legame tra teologia e antropologia,come tu mi insegni,è fortissimo pena l’evanescenza del cristianesimo che rischia di diventare “oppio”,piuttosto che vero rimedio all’oppio,bigottismo e, se va meglio, pietismo irrazionale e fondato solamente sull’emotività e sul sentimento.
CGA,
Michele.
Caro Michele, ti invio in allegato alcune mie riflessioni sul tuo scritto.
Carissimo Michele, ho letto con attenzione il tuo lavoro “La Settimana Santa a Vallelunga” e devo dirti che l’ho trovato interessante e degno di attenzione ai fini di una più completa comprensione del tradizionale vissuto religioso delle nostre popolazioni. Vi ho trovato molteplici punti meritevoli di riflessione e ulteriore sviluppo.
Interessante è per esempio l’espressione “seppellire il nostro passato” usata da De Certò non nel senso comune di “dimenticare” bensì nel senso di metabolizzare, giacchè è del tutto evidente che il nostro riconoscerci nel presente è naturalmente ancorato al nostro passato.
Efficace è poi l’affermazione che “quando si entra a far parte di una determinata religione si entra in un solco già tracciato da altri, in una traditio fidei” , volendo con ciò ribadire ancora la nostra dipendenza dalla tradizione. Il concetto di “inculturazione della fede” in cui trovano fondamento teologico i riti extraliturgici della settimana santa; l’interessante concetto di “Cristo Siciliano” così carico di significati in grandissima parte ancora da esplorare; l’anima teologica e biblica della pietà popolare siciliana e vallelunghese; la cultura della sofferenza, la tematica del Corpo di Cristo, gli influssi bizantino e spagnolo, l’identificazione dell’uomo siciliano con il Cristo sofferente e altro ancora.
Tutte tematiche che meritano attenzione e approfondimento.
Vorrei approfittare per fare alcune osservazioni sui riti extraliturgici del triduo pasquale vallelunghese da te ben presentato, sperando che ti possano servire.
1. L’identificazione e la dissolvenza di significati tra altare della reposizione e Sepolcro è in effetti reale. Vorrei farti comunque notare che proprio a Vallelunga, da molti anni ormai, appunto per effetto di una recente formazione catechetica dei fedeli a non mischiare i significati liturgici dell’istituzione dell’Eucarestia con la commemorazione della passione del Signore (che tuttavia si richiamano a vicenda), la sera del Giovedì Santo all’altare della reposizione si depone il Santissimo Sacramento dentro il tabernacolo e non c’è sotto alcuna immagine del Cristo morto. Ciò non ha comunque eliminato nella istintiva precomprensione dei fedeli l’identificazione dei due momenti, prova ne sia che nella mattinata del Venerdì Santo, da te ben descritta, i fedeli si recano alla Chiesa Madre e fanno una doppia visita, una all’altare della reposizione preparato la sera precedente e un’altra al simulacro del Cristo morto deposto sopra un lettino coperto da drappi rossi. Spessissimo, specialmente la popolazione più semplice o meno catechizzata, passa distrattamente dinanzi all’altare della reposizione e corre direttamente a porgere rispettosissimo omaggio al simulacro del Cristo morto “Pigghiari paci cu lu Signori!”. A questo gesto ossequioso prende parte la quasi totalità dei vallelunghesi. L’effige del Cristo morto viene, come hai giustamente ricordato, omaggiata anche nelle Chiese delle Anime Sante e del SS. Crocifisso (da un po’ di anni anche presso l’Oratorio della Madonna del Rosario). In queste altre Chiese non c’è comunque allestito il “Sepolcro” o “Altare della reposizione”.
2. Hai parlato delle “Cene” allestite dalle tre confraternite presso le rispettive chiese ma forse non hai completamente esposto la simbologia che sottostà dietro a ciascun elemento della tavola, con evidenti richiami biblici e teologici.
L’agnello di zucchero rimanda all’agnello consumato dagli ebrei in fuga dall’Egitto (Pasqua ebraica) ma naturalmente anche a Cristo nuovo agnello immolato sulla croce (Pasqua cristiana).
I pani da cena ci ricordano Cristo che si dà in cibo ai suoi discepoli (Euca-
restia), ma anche il pane azzimo della Pasqua ebraica.
Le verdure o gli ortaggi presenti sulla tavola non richiamano anche le erbe amare mangiate assieme alla carne d’agnello e al pane azzimo nella notte della Pesach?
La brocca colma di vino e acqua accuratamente e visivamente separati ricordano il costato squarciato di Cristo da cui scaturirono appunto sangue ed acqua segni del Battesimo e dell’Eucarestia. Ma, ribadendo il parallelismo con la pasqua ebraica, il rosso del vino richiama anche il sangue sugli stipiti delle porte.
I frutti belli e colorati (arance, cedri) non ti fanno forse pensare anche ai frutti che portarono gli esploratori di ritorno dalla Terra Promessa, la terra dove scorre latte e miele?
I 12 agnelli : i 12 Apostoli ma anche le 12 tribù d’Israele.
Infine un altro segno troviamo con insistenza sia nei ‘sepolcri’ che nelle tavole delle ‘cene’: il frumento appena germogliato (lavuriaddri) : evidentissimo richiamo eucaristico.
Mi fa piacere che hai ‘esportato’ con successo la tradizione delle ‘Cene’ a Partinico. Sulla scorta delle precedenti riflessioni sulla ‘inculturazione’ della fede, mi auguro che l’innesto di questa tradizione vallelunghese in terra partinicense attecchisca senza problemi o crisi di rigetto. A mio modo di vedere molto dipende da una corretta e puntuale spiegazione catechetica dei segni, senza la quale si potrebbe rischiare di scadere nel folklore. Ma ciò tu lo sai benissimo.
Prof. Loreto Noto
Per il prof. Noto.
Grazie per le sue annotazioni in margine allo studio di Vilardo.
Il simbolo ha sempre in sé una carica comunicativa potente e veloce, ma “equivoca” proprio perché polivalente sul piano del significato. Occorre perciò che non sia abbandonato a sé stesso, esso non può fare a meno dell’uomo, della sua interpretazione, altrimenti il simbolo cessa di rimandare ad altro, rimane una crosta vuota. Il simbolo cristiano non può fare a meno della mistagogia di un’intera comunità comunicante. Ad esempio, la dissolvenza tra la S. Cena e il Sepocro, col corpo morto del Cristo, non è, a ben vedere, un’equivoca interpretazione dell’ostensione solenne dell’ostia, ma una corretta interpretazione teologica del pane eucaristico come offerta del proprio corpo, cioè di sé, da parte di Cristo. Occorre però una corretta e profonda mistagogia, una catechesi simbolica, affinché la comunità ecclesiale stessa possa ancora trovarvi alimento spirituale.
La corretta interpretazione dei riti paraliturgici in Sicilia è una questione cruciale della pastorale e della nuova evangelizzazione in Sicilia.
Non è certamente il caso di Vallelunga, ma vediamo questi riti corrompersi, un po’ dappertutto nel nostro Meridione, allontanare il popolo dalla liturgia, anziché condurvelo, e produrre frutti amari e violenti nella prassi e nella “mentalità diffusa”, secondo espressione usata da Benedetto XVI dalla cattedra di S. Gennaro. D’altra parte non mi sembra che i piani pastorali prestino grande attenzione a questa teologia popolare per simboli, che rimane esclusa, mi pare, e disorganica rispetto alla pastorale “ufficiale”.
In compenso il folklore religioso in Sicilia è propagandato dall’industria turistica e sta vivendo un grande successo commerciale.
Carissimi voi tutti,
ho vissuto i primi tra anni della mia vita a Vallelunga Pratameno, e per me è molto bello vedere questo post e queste foto. Ancora qualche volta ritorno per trovare i miei padrini di battesimo e alcuni amici di famiglia. Sono cresciuto in città e la mia fede si è sviluppata attorno ad una parrocchia cittadina che nella sua storia non ha mai prediletto le forme pietistiche, per motivi vari. Anzi ho visto decrescere questa realtà. Le uniche processioni esistenti sono quella della domenica delle palme e del corpus domini. Mentre la prima è sempre stata sentita anche perché inaugura la settimana santa, tempo fortemente sentito dalla comunità (forse per la cum-passio del Signore alla nostra umana sofferenza) la seconda no. Anzi nei dodici anni di servizio liturgico come ministrante ne ho visto decrescere la portata. Ricordo distintamente che prima la processione usciva dal salone parrocchiale che sta sotto la chiesa si girava attorno alla chiesa stessa, poi man mano si contrasse fino a ridursi all’osso: dal salone alla chiesa. Difficile ormai definirla processione. Solo un episodio fece scuotere la comunità che sentì la necessità di una processione in grande stile: la morte dell’amatissimo don Piero La Mantia. Tutti in processione per le viuzze della zona limitrofa alla parrocchia, e se non ricordo male azzardammo anche la strada principale, ma non fu una cosa molto saggia. La processione fu molto sentita: il dolore lo provavamo tutti. Quanta gente piangeva! Il significato di quella processione era chiara, perché chiaro era l’affetto che univa la comunità al suo pastore. Ciò fa porre domande estremamente pericolose se accostassimo le due esperienze religiose: se l’amore e il dolore per il parroco rendevano lecita, sentita e quasi obbligatoria quella processione, che sia proprio quell’amore per Dio che manchi alla comunità per trovare il coraggio per celebrare un culto fuori l’edificio chiesa? Grave è l’ammonimento di Gesù “ Perché se uno si sarà vergognato di me e delle mie parole in questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui quando verrà nella gloria del Padre suo con i santi angeli(Mc 8,38)”. Ma non credo sia questa la vera risposta anche se una componente è presente. La verità è che la perdita di certe espressioni è causata, oltre alle componenti culturali e di maturità di fede, da una mancata cura pastorale in questo senso. Ora in una parrocchia edificata da 40 anni questo è quantomeno comprensibile, ma questa realtà si sta perdendo anche nei luoghi in cui vi era una consolidata tradizione! La mancata cura pastorale è grave: non ci sono solo intellettuali e non tutti hanno il tempo di studiare la teologia di base per comprendere le omelie alto teologiche dei lor mons. titolati! Certo,anche questo ci vuole altrimenti non si cresce mai, ma la pietà popolare ha il pregio di utilizzare il linguaggio simbolico che accostato ad una mistagogia poetica ha la capacità di muovere il cuore dell’uomo (in senso biblico)! Sono sempre più convinto che l’alterità nell’uomo non si possa identificare con il mero pensiero razionale, ma che a questo si debba aggiungere tutta la sfera psicologica delle emozioni e dell’inconscio. Riscoprire il modello antropologico biblico che considera l’uomo come un’unicum invece di affidarsi alla concezione dualistica platonica –che tanto danno addusse agli achei, manco fosse il pelide achille! –significa riscoprire forme di comunicazione che abbiamo dato, non so per quali motivi, per puerili quali quella pietistica, quella iconografica, quella musicale.
Il “Cristo siciliano” comunque non è il Cristo della fede dei vangeli non è identico fra i vangeli stessi o come non vi è identità fra il Vitangelo Moscarda e il Gengè della moglie (il tutto di pirandelliana memoria). I fenomeni di proiezione, personale o collettiva, sono placidi, ma vorrei far notare una cosa: chi non si identifica nei misteri del dolore? Chi non li trova vicini alla propria esperienza per un motivo o per un altro? Certo l’esperienza di un popolo e di fede e di dolore fa assumere questa identificazione collettiva in modo più o meno netto. Ancora un’altra: il Gengè e il Vitangelo erano UNA persona, solo che la percezione della stessa appariva in modo diverso all’io del personaggio, a quello della moglie e ai CENTOMILA dei conoscenti dello stesso. Ma mai dire NESSUNO! L’esperienza personale o collettiva, come anche il caso, eventi storici estrinseci, o i meccanismi di difesa psicologici pongono l’attenzione su alcune caratteristiche, su alcuni elementi a discapito di altri. Queste introiezioni filtrate dalle dinamiche suaccennate sono poi sviluppate dalla riflessione su quegli stessi elementi isolati dal filtro. Per questo motivo credo che le successive rappresentazioni sono sempre di fondo parziali ma quanto mai autentiche (se correttamente elaborate e rielaborate, e in questo ci viene in aiuto il pensiero logico). Un’analisi descrittiva delle realtà e un giudizio comparativo potrebbe evidenziarne difetti, meriti e potenzialità. A questo punto un quesito da porci (nel senso da porre a noi eheheheh) è questo: è giusto conservare queste tradizioni (corrette se è il caso) come tali o sarebbe meglio accostarvi gradualmente tradizioni diverse con il loro carico di novità teologica, di apertura di orizzonti,… per una sempre maggiore crescita di fede?
Riccardo Incandela
Egregio Riccardo,
grazie del post e della sua bella testimonianza di vita. I primi tre anni di vita non si scordano mai anche se lontani nel tempo ma non nella nostra memoria.E se poi passati a Vallelunga…..
Mi fa immenso piacer che in Lei ci sia un “pizzico” di aria di quella meravigliosa terra. La città è altra cosa.
Credo che il Cristo “sicliano” sia assolutamente quello dei Vangeli se la pietà popolare costituisce un cammino di fede.Diversamente non sarebbe tale ma altro. Il “popolare” è riferito al Laos Teoù,al popolo di Dio che vive con fede e consapevolezza,durante la settimana santa,il mistero della redenzione attraverso un cammino “proprio” della inculturazione della fede connesso alla propria identità. Spero che Lei possa ritornare a rivivere,di persona, i riti della Pasqua a Vallelunga e di poterLa incontrare di persona.Nutrendo questa speranza Le porgo cordiali saluti.
Michele Vilardo