VALLELUNGA E L’ELISIR DI LUNGA VITA…..

Quando si dice l’elisir di lunga vita! Così il 26 gennaio di quest’anno la vallelunghese più longeva ha spento le 101 candeline.Si tratta della signora Serafina Criscuoli ,che da tanti anni vive a Palermo, circondata dall’amore dei suoi tre figli e dall’affeto dei suoi tanti nipoti.

Eppure davvero incomprensibile l’assenza di attenzioni,nel suo paese natio,verso la signora Serafina, da parte di chi dovrebbe avere il buon senso istituzionale,ma soprattutto etico,di festeggiare la nonnina di tutti i valleunghesi.Non vivi a Valleunga,non sei della “casta”locale?Allora non puoi essere attenzionata.

In barba alla disattenzione nei suoi confronti ,la signora Serafina ha tagliato il traguardo dei 101 anni,sta bene è lucidissima di mente e,udite udite,a 101 anni non prende un solo farmaco!

Una donna molto provata nella vita,la signora Serafina,rimasta vedova in giovane età e con tre figli piccoli da crescere,non si è mai scoraggiata.Una donna di grande umanità,cultura e di grandissima fede.

Viene spontaneo chiedersi se a Valleunga esista l’elisir di lunga vita poichè altre persone hanno superato i 100 anni e sono stati,giustamente,festeggiati.Probabilmente si!

Immersa tra riglogliosi uliveti e spendidi vigneti,Vallelunga,offre un aria salutare e pulita.Ottimi prodotti tipici come l’olio,il vino,il pane,

la carne eccellente di bovini,ovini e suini.L’economia locale è stata decimata prima dalla costruzione della Palermo-Catania e,come se non bastasse,dalla pessima viabilità di accesso al paese di cui nessuno si occupa più di tanto.Per arrivarci sembra che stai facendo un tratto della Parigi-Dakar:più vicino a Dakar che a Parigi!

Decimata dal triste fenomeno migratorio che ha portato tantissimi giovani e famiglie di Vallelunga a cercare lavoro nel nord Italia o all’estero,rimane un artigianato locale della lavorazione della terracotta,ad opera della famiglia Coticchio,

del ricamo a mano,unitamente alla produzione dell’attrezzatura del cavallo(selle,sottoselle,staffe,sottopancia,testiera,imboccatura e redini)ad opera della famiglia Amenta Carmelo.

Come non ricordare la Valenzana Golden,dell’indimendicabile orefice Totò Ognibene,grande artigiano dell’oro e,soprattutto,una persona dal cuore d’oro, di recente passato a miglior vita.

Vallelunga possiede una monumentale chiesa madre sita nella piazza principale del paese,dedicata alla Madonna di Loreto patrona dei vallelunghesi,

e quattro chiese rettoriali:Il SS.Crocifisso,la Madonna del Rosario,quella del SS.Sacramento e delle Anime Sante del Purgatorio che veicolano la storia religiosa e civile della cittadina da metà del 1600 ad oggi.Una storia religiosa e civile,checchè ne pensi qualche presunto pensatore da strapazzo che non è in grado di guardare un centimetro oltre la punta del suo naso e perde tempo a rivangare modalità ancestrali ed eccessivamente localistiche,che si inserisce a pieno titolo in un contesto molto più ampio e dimostra come la storia locale è legata,inevitabilemnte,a processi ed eventi più generali.

Due esempi:la settimana santa,testimonianza della fede cattolica vissuta e nella dimensione liturgica e con le modalità ricorrenti del cosidetto “cattolicesimo popolare”, e la costruzione del monumento ai caduti per ricordare i figli di Vallelunga che persero la vita nel primo grande conflitto mondiale.

E’ possibile visitare il museo della civiltà contadina

e a pochi chilometri di distanza la tenuta di Regaliali

con la sua ottima produzione vinicola.

SUB SPECIE TYPOGRAPHICA,Domande radicali negli scrittori siciliani del Novecento,a cura di MASSIMO NARO.

La letteratura italiana del Novecento ha avuto, tra i suoi migliori rappresentanti, non pochi autori siciliani. Non solo scrittori che hanno goduto di una notevole fortuna edi­toriale, come Vittorini e Sciascia, Brancati e Bufalino, Tornasi di Lampedusa e D’Arrigo, o i nobel letterari Pirandello e Quasimodo. E neppure soltanto quelli che, ancora viventi, più si sono fatti apprezzare dalla critica negli ultimi decenni, come Bonaviri, Consolo, Maraini. Insieme a questi anche uri nutrito gruppo di poeti e di narratori che sarebbe ingiusto, oltre che riduttivo, etichettare come minori: da Cattafì a Borgese, da Lanza a Savarese, da Piccolo a Fiore, da Patti a Vilardo e Addamo, fino a numerosi emergenti come Riotta, Calaciura e Alajmo e a tanti altri che qui sarebbe troppo lungo ricordare.

Tutti, infatti, possono essere considerati come i testimoni tanto estrosi quanto pensosi di quello che si potrebbe chiamare «pensiero meridiano»: un modo di ragionare con la passione e sulla passione del Sud mediterraneo. Un pensiero volutamente meno frene­tico di quello in forza di cui si sviluppa l’odierna civiltà industriale, cioè meno calcolan­te, più meditante e perciò costitutivamente poetico. Ma non per questo incapace di concentrarsi realisticamente sugli aspetti più problematici – e perciò più importanti -dell’esistenza umana. Nelle loro opere è seminato lo sforzo di decifrare l’universo, di capire se esso sia cosmo o caos, salute oppure metastasi, come ripetutamente si chiede­va Bufalino. E di ripensare ogni questione radicale sub specie typographica, al modo degli scrittori appunto, per capire se ciò che l’uomo sperimenta e incontra nella pro­pria esistenza sia definitivo o effimero, giusto, sbagliato o semplicemente illusorio: un punto, una virgola, al limite un punto interrogativo, ovvero un refuso o uno spazio bianco.

Introduzione

La letteratura italiana del Novecento ha avuto, tra i suoi mi­gliori rappresentanti, non pochi autori siciliani. Scrittori come Vittorini e Sciascia hanno goduto di una notevole fortuna editoria­le, spesso vedendo tradotte le loro opere in varie lingue straniere. Ugualmente è avvenuto, benché tardivamente, a Tornasi di Lampedusa. Così ancora succede ad altri scrittori siciliani tuttora vi­venti: basti citare il nome del quasi ottuagenario Bonaviri. Pirandello e Quasimodo sono stati persino insigniti del nobel per la let­teratura. Data la loro notorietà e la loro capacità di farsi com­prendere da lettori sparsi in tutto il mondo, di diverse nazionalità e perciò di differenti attese e sensibilità culturali – il teatro di Pirandello, per esempio, si recita anche al Cairo in arabo -, il fatto che essi siano siciliani potrebbe essere registrato come un mero da­to anagrafico, irrilevante per la loro tutt’altro che provinciale for­mazione intellettuale ed artistica. E, soprattutto, non sempre ri­levabile nei loro racconti o nei loro versi, talvolta ambientati in contesti geografici più neutri o destinati ad orizzonti antropolo­gici più generici e generali rispetto all’Isola mediterranea in cui pu­re hanno trascorso gran parte – ma non tutta e, alcuni, non la mi­glior parte – della loro vita.

Eppure il loro esser-siciliani non si riduce mai ad una nota di colore che adorna o macchia semplicemente le loro pagine. Il lo­ro essere nati in Sicilia o da famiglia siciliana, l’avervi trascorso se non l’intera vita almeno gli anni dell’adolescenza e della prima gio­ventù o della vecchiaia, l’avervi soggiornato lungamente o anche soltanto periodicamente, si radica in un atteggiamento intellet­tuale di fondo. Più profondo rispetto alla dimensione anagrafica o etnica. L’esser-siciliani significa per loro ereditare modi antichi o di pensare il mondo a partire dalla Sicilia. E in vista di essa. Di sco­prire la vita, le sue forme, i suoi significati, le sue potenzialità e le sue aporie, sempre a partire dalla Sicilia. E sempre in riferimento ad essa. Non semplicemente la Sicilia in cui essi vivono più o me­no stabilmente; ma piuttosto la Sicilia che sopravvive dentro di lo­ro e che si portano appresso, come una cartina al tornasole me­diante cui valutare ogni altra loro esperienza di cosmopoliti.

Il mondo, del resto, nella prospettiva siciliana è come il mare degli eroi greci. O come il deserto dei beduini arabi. Con le sue ter­ribili onde e con le sue dune ingannatrici. E, nel mondo, la Sici­lia è scoglio ed oasi. Troppo asfittica perché lo scrittore vi trovi uno spazio tutto proprio, su cui attecchire, in cui prosperare. Ma pu­re troppo lontana e troppo diversa da ogni altra terraferma per non sentirne, dopo averla lasciata, la nostalgia. Sono questa lontanan­za e questa alterità — diffidenza verso i miraggi della modernizza-zione tecnocratica e ricerca di una traccia umanistica nella mo­dernità – che specificano la letteratura contemporanea prodotta dagli autori di origine siciliana. A tal punto che questi finiscono per proporsi come i testimoni tanto estrosi quanto pensosi di quello che è stato efficacemente chiamato da Franco Cassano il «pensiero meridiano»: un modo di ragionare – raziocinare, avreb­be detto Pirandello — con la passione e sulla passione del Sud me­diterraneo. Il cui ombelico è la Sicilia, appunto. Un pensiero volutamente più lento di quello in forza di cui si sviluppa l’odierna civiltà industriale, cioè più pacato, meno frenetico, meno calco­lante per dirla con Heidegger, più meditante e perciò costitutiva­mente poetico. Ma non per questo incapace di concentrarsi rea­listicamente sugli aspetti più problematici – e dunque più im­portanti — dell’esistenza umana. E sulle domande radicali che al­trove, nel resto d’Europa, di solito si sono posti e si pongono i fi­losofi: sul perché del vivere e del morire, sulla sete umana di verità e di giustizia, sulle meschine debolezze del potere, sul confronto tra Dio e il dolore innocente, sulla destinazione ultima e vera dell’uomo. Si tratta, per dirla con Bartolo Cattafi, di decifrare l’u­niverso, di capire se esso sia cosmo o caos, salute oppure metasta­si, come ripetutamente si chiedeva anche Gesualdo Bufalino. E di ripensare ogni questione — non solo quella teologica, come pure capitava allo stesso Bufalino — sub specie typographica, al modo degli scrittori appunto, per scoprire finalmente se ciò che l’uomo spe­rimenta e incontra nella propria esistenza sia definitivo o effime­ro, giusto, sbagliato o semplicemente illusorio: un punto, una virgola, al limite un punto interrogativo, ovvero un refuso o uno spazio bianco.

Proprio per decodificare l’indole interrogante della letteratura siciliana novecentesca, per cogliere le domande che più vi ricor­rono, per interpretare le risposte che le domande stesse evocano e invocano a volte ancora e soltanto implicitamente, il «Centro per lo studio della storia e della cultura di Sicilia», espressione della col­laborazione culturale tra la Facoltà teologica di Sicilia e l’Arci-confraternita Santa Maria Odigitria dei Siciliani, ha organizzato, presso la sede romana dell’Istituto Luigi Sturzo, il 21-22 maggio 2003, un convegno intitolato Scrittori siciliani del Novecento e do­mande radicali. Si è trattato della prosecuzione di una ricerca ini­ziata già nel gennaio 2002, con un analogo convegno dedicato al­l’ascolto degli interrogativi radicali nella produzione letteraria di al­cuni autori siciliani: Pirandello, Rosso di San Secondo, Tornasi di Lampedusa, Brancati, Quasimodo, Bufalino, Mignosi, Angelina Lanza Damiani, D’Arrigo, Sciascia e, tra i viventi, Bonaviri, Lau-retta, Battaglia, Scaldati. Di quel primo convegno sono stati già pubblicati gli atti nella stessa collana sciasciana in cui appare il pre­sente volume.

Il convegno di quest’anno, ancora una volta organizzato dalla Facoltà teologica di Sicilia, ha mantenuto lo stesso intento. Che non è di avallare un’interpretazione credente dei letterati siciliani del Novecento e delle loro domande radicali, non sempre e non ne­cessariamente coincidenti con le istanze di carattere religioso, ben­ché sia proprio nell’ambito religioso che – come ha scritto Gio­vanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti del 1999 — «si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esi­stenziali definitive». E neppure se ne vuole accreditare un’inter­pretazione laica. Ma piuttosto se ne tenta una lettura pluralistica. Pluralistica in un duplice senso: sia per valorizzare dialogicamen­te la pluralità delle ermeneutiche, per farle diventare capaci di in­contrarsi, di incrociarsi, di confrontarsi, pur criticamente; di dia-logare, insomma. Sia per stimolare il lettore laico a ipotizzarsi cre­dente e il lettore credente a ipotizzarsi laico, al fine di valutare la “qualità interrogante” della letteratura siciliana senza pre-comprensioni esasperate ed esclusivistiche, e dunque senza pregiudizi. Ecco perché a parlare degli scrittori siciliani del Novecento si so­no ritrovati insieme studiosi di teologia, docenti della Facoltà teo­logica di Sicilia e di altri centri accademici teologici dell’Isola, e stu­diosi di letteratura, critici, saggisti e docenti di varie università, ro­mane e siciliane.

Dall’insieme dei loro contributi, raccolti in questo volume, viene ribadita la peculiare problematicità della letteratura siciliana del Novecento, percorsa da importanti tematiche come l’antira-zionalistico tentativo d’interpretare il mondo al di là delle sue ap­parenze che si ritrova nella poesia di Bartolo Cattafì, come il dram­matico confronto tra opposte ideologie politiche, e tra certezza e dubbio, tra logica e sentimento nelle pagine di Giuseppe Antonio Borgese, come l’autodialettico e agonico psicodramma tra fede e follia, tra eresia e scandalo negli scritti di Angelo Fiore e di Lucio Piccolo, come la valorizzazione della sofferenza inerme e della sua umana dignità nell’opera di Elio Vittorini, come la ricerca grotte­scamente ironica o naturalmente religiosa del senso della vita ri­spettivamente in Francesco Lanza e in Nino Savarese, come il ri­cordo struggente di una felicità malintesa e perduta nei racconti brevi di Èrcole Patti, come il nichilismo esistenziale di Sebastiano Addamo e la connessa riflessione sulla feriale prolissità della mor­te, la quale a tutti ricorda continuamente la sua ineludibile pro­messa anticipandosi in mille dolorose premesse. O, nel caso di au­tori ancora viventi, come il dramma dell’emigrazione — forma proletaria del viaggio d’espatrio inevitabile però, in Sicilia, anche agli intellettuali – vissuto da tante generazioni di braccianti siciliani e ben tematizzato nella poesia cronachistica e popolare di Stefano Vilardo, come l’impegno pubblico nella cultura di un intellettua­le letterato qual è Vincenzo Consolo, come la resistenza-resa alle melliflue violenze del vivere quotidiano di cui metafora eloquen­te è il mutismo della giovane Marianna Ucrìa raccontata da Dacia Maraini, come il degrado sociale coniugato all’angoscia esistenziale che emergono ancora nella narrativa di scrittori emergenti quali

Gianni Riotta, Giosué Calaciura e Roberto Alajmo. Questi scrit­tori, insieme a quelli trattati già nel precedente convegno a cui s’è accennato sopra, rappresentano gran parte della letteratura siciliana novecentesca, anche se ancora rimangono da studiare numerosi al­tri autori, da Maria Messina a Carmelo Samonà, da Fortunato Pasqualino a Melo Freni, anch’essi molto interessanti dal punto di vi­sta delle cosiddette domande radicali.

Più d’ogni altra caratteristica di tipo estetico-formale, quel che davvero caratterizza la letteratura siciliana contemporanea è, difatti, l’inclinazione ad indugiare e ad attardarsi su ciò che nella vita del­l’uomo costituisce problema. Per chiederne conto e ragione. Tra­gicamente, e tuttavia non tristemente, come afferma a mo’ di con­clusione del volume Marco Guzzi, l’unico non-siciliano tra gli studiosi che qui scrivono sulla letteratura siciliana.

Massimo Naro

Indice generale

Introduzione

Lia Fava Guzzetta

Dalle domande della scrittura alle domande sulla scrittura.

La coscienza letteraria dei siciliani

Rino La Delfa

«Come una piuma bianca in un gorgo buio e senza fondo».

Francesco Lanza e l’ironia poetica del grottesco

1. Interrogare la fantasia

2. Il mondo poetico di Lanza

3. Paesaggio e poesia

4. La visione cristiana della vita denudata della formalità sacrale

5. La frontiera della morte

6. Conclusione

Maria Trigila

Nino Savarese tra ricerca di senso e dimensione religiosa

1. Cantare un pensiero inappagato

2. Un trittico di significati esistenziali: il tempo, la vita, il dolore

2.1. Il tempo interiore della coscienza

2.2. \latelier della vita

2.3. Il dolore come ricerca della verità eterna

3. Una dimensione religiosa striata di pessimismo

3.1. I motivi religiosi ne //capopopolo

3.2. La dimensione religiosa come habitus: tre livelli

5.Conclusione

Ida Rampolla del Tindaro

La malattia di vivere « nel Rubé di Giuseppe Antonio Borgese

Maurizio Aliotta

L’io estraneo. La “conversazione”di Elio Vittorini sulla malattia

1. Per una lettura “pregiudiziale” della letteratura

2. Il contesto letterario: il viaggio come metafora della vita

3. Il contesto antropologico

4. Conclusione

Filippo Santi Cucinotta Lucio Piccolo, «un osso troppo duro»

1. Esistenza e scrittura

2. Elementi per un profilo biografico

2.1. Decadono i pianeti e finiscono le famiglie

4. Tra domande radicali e risposte inquietanti

4.1. Le domande a Lucio Piccolo

4.2. Le domande di Lucio Piccolo

5. Conclusione

Italo Spada

Èrcole Patti alla ricerca della felicità perduta

1. La felicità perduta nelle pagine del Diario siciliano

2. La felicità nella comunità

3. La felicità nella roba

4. La felicità nella natura

5. La felicità nel ricordo

2.2. Tra un «Vecchiaccio», una «Gatta» assassina e un «Mostro»

3. La produzione

Antonio Spadaro

Dall’altra parte il vero disegno. La poesia di Bartolo Cattafi

1. Interrogarsi poetando

2. Una vocazione poetica

3. Le mosche del meriggio

4. L’osso, l’anima

5. L’aria secca del fuoco

6. La discesa al trono e Marzo e le sue idi

7. L’allodola ottobrina

8. Nell’Oltre la risposta radicale

Antonio Di Grado

Tutto e grazia. Angelo Fiore tra fede e follia

Massimo Naro

Tutto rotola. L’annichilimento della vita

nella scrittura di Sebastiano Addamo

1. Una scrittura ad alto tasso filosofico

2. Vecchie e nuove domande

3. Sorprendersi dell’uomo

4. Il tizio che non c’è

5. La disponibilità al niente

6. Conclusione

Salvatore Privitera

Stefano Vilardo: il diario collettivo

di sfortunate memorie personali

1. Un diario collettivo di memorie personali

2. La triste memoria della propria sfortuna

3. La triste memoria della propria onestà

4. La povera lingua colorata della memoria collettiva

5. Le dolorose tematiche di una triste memoria

6. La schizofrenia geografica della memoria

7. Il mestiere dell’emigrato

8. Le trazzere siciliane come metafora

Giuseppe Bellia

L’obliquo percorso della memoria.

La scrittura di Vincenzo Consolo tra storia, ritualità e sdegno

1. Della radicalità e dell’episteme

2. La ricerca estetica come impegno etico

3. Il recupero rischioso della memoria

4. La ferita di tutti e di sempre

5. Per concludere

6. E per continuare

Cosimo Scordato Marianna, un corpo senza parola.

L’amata scrittura di Dacia Maraini

1. L’intreccio tra istanza letteraria e istanza socio-antropologica

2. La letteratura: dare la parola al corpo e dare un corpo alla parola

3. Il corpo della storia e la storia del corpo

4. Marianna, un corpo senza parola

4.1. Restare senza parole: apofatismo dinanzi

all’indecenza umana

4.2. La parola scritta alla ricerca del corpo perduto

4.3. Se la Parola si fa carne e la carne è abitata dalla Parola

5. Conclusione

Salvatore Feruta

danni Riotta, Roberto Alajmo, Giosué Calaciura:

la recente narrativa siciliana contemporanea

tra inquietudine e nichilismo imperante

1. Pensiero meridiano nella recente narrativa siciliana

2. La geenna meridionale di Calaciura

3. La scrittura provocatoria più che interrogante di Alajmo

4. Pastoie storiche e nostalgia metafisica nelle pagine di Riotta

Indice generale

Marco Guzzi

Per una poetica della gioia

1. L’eredità poetica del XX secolo

2. Quattro tesori per ridare inizio al mondo

2.1. L’annuncio

2.2. Il rinnovamento

2.3. La morte come porta aperta

2.4. La gioia

3. Conclusione

Indice dei nomi di persona

Maurizio Aliotta, Studio teologico “San Paolo”, Catania; Giuseppe Bellia, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Filippo Santi Cucinotta, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; ANTONIO Di Grado, Università di Catania; LlA FAVA GUZZETTA, Lumsa, Roma; SALVATORE FERUTA, criti­co letterario, Palermo; MARCO Guzzi, poeta e saggista, Roma; RlNO La Delfa, Facoltà teologi­ca di Sicilia, Palermo; MASSIMO Naro, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; SALVATORE PRTVITERA, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Ida Rampolla DEL TlNDARO, critico letterario, Palermo; COSIMO SCORDATO, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Italo Spada, Pontifìcia Università “Seraphicum”, Roma; ANTONIO Spadaro, scrittore de “La Civiltà Cattolica”, Roma; Maria TRIGILA, Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium”, Roma.

VALLELUNGA,SAN GIUSEPPE 2008:”A TAVULATA”

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 foto di ELIA CHIMERA 

http://www.lavocecentrosicula.it

Le tradizioni popolari alla scuola dell’infanzia

La scuola educa,anzi è obbligata a farlo per potersi riconoscere come tale.L’educazione,però,non è più legata ad una trasmissione di nozioni più o meno complesse,ma a creare nel soggetto una visione della vita.Dunque,compito davvero difficile,oggi più che mai!Infatti a causa della perdita progressiva delle nostre identità,dei valori della civiltà contadina e agro-pastorale,causa l’imperversare di un relativismo etico-culturale dilagante e sempre più imperante,si rischia che le giovani generazioni,che pur vanno a scuola, crescano privi di “spina dorsale”,ossia della capacità di saper leggere,capire,decodificare,memorizzare il loro passato.Soprattutto metabolizzarlo.Dunque l’azione educativa della scuola,oggi più che mai,ha il compito primario di salvaguardare e trasmettere l’identità nazionale e,soprattutto,quelle locali e regionali.La salvaguardia delle tradizioni culturali e religiose,su cui affonda l’humus delle nostre popolazioni è di fondamentale importanza.Molte di queste tradizioni sono legate alle feste cristiane:Natale,Pasqua,il culto alla Vergine,quello ai Santi.Infatti la fede cristiano-cattolica è fortemente legata a segni e simboli che veicolano i valori e le verità di fede.Inoltre,il culto ai santi,nella loro qualità di mediatori presso Dio e di testimoni dei valori evangelici,occupa un posto importante nella decodifica delle identità locali delle nostre popolazioni.Il culto a San Giuseppe è diffusissimo in tutta l’isola e il giorno della ricorrenza del “Padre della Provvidenza”è una vera e propria gara per creare Mense,Altari,Tavolate.Paese che vai,dicitura che trovi,ma la sostanza non cambia.Il tutto viene posto in essere per venerare il Santo e per rendergli grazie per le grazie ricevute.In un contesto scolastico,compito principale non è quello della espressione e del vissuto della fede,ma quello di cogliere quali sono le derivate, sul piano sociale e culturale, di alcune manifestazioni della fede cattolica.Dunque non il verbo credere compete allo specifico scolastico bensì quello di capire.Un capire non neutrale ed asettico ma sicuramente rispettoso,in un contesto di scuola,della libertà di coscienza dei soggetti.Così è successo presso la scuola dell’infanzia di Vallelunga Pratameno, insieme a tante altre scuole dell’isola,con la creazione della Tavolata,a Tavulata. Docenti,personale non-docente,famiglie dei piccoli alunni,si sono dati un gran da fare per preparare,a scuola,la tavolata in onore di San Giuseppe,con le caratteristiche proprie della tradizione locale.Il pane sotto svariate forme,una tavola imbandita con vino,ortaggi,frutta,dolci locali,e piatti tipici della tradizione culinaria vallleunghese.Le sfinge,la pignoccata,pietanze e fritture a base di finocchi,cardi,carciofi,broccoli preparati con le ricette tipiche delle nostre nonne e delle nostre mamme che rischiano di andare perdute.Elemento centrale della tavolata è il pane.Infatti la presenza del pane sulle nostre mense,dice una situazione di benessere sociale e familiare,assenza di guerre,carestie e altro che impedirebbero alle nostre terre di produrre tanto grano,così come avviene da secoli.E poi i piatti a base di verdure.Assenti quelli a base di carne,per non spezzare il digiuno quaresimale.Dunque tutta una trafila,davvero favolosa,da far venire l’appetito…..,di dolci tipici locali.E i pargoli della scuola dell’infanzia?Hanno visto,hanno partecipato,hanno assaggiato,forse per la prima volta,alcuni dei piatti tipici della loro tradizione,hanno respirato quei profumi e quegli aromi sprigionantisi dai vari cibi.Hanno socializzato,giocato e,si spera,anche mangiato qualcosina.Soprattutto hanno imparato il valore della con-divisione.Inoltre,si è realizzato un percorso didattico-educativo che ha aperto le porte a quello che un tempo si chiamava “l’extra-scuola”,le famiglie in primis.Cosa che la scuola è chiamata, sempre più e sempre meglio, a fare.Così si è realizzata La tavulata di San Giuseppi antica usanza che ha le radici nel tessuto cattolico della devozione a San Giuseppe con la conseguente scia sociale della carità e della solidarietà.

UNA VALLELUNGHESE DI LUNGHISSIMA VITA….

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26-01-2007:la Signora Serafina con i suoi tre figli

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Carnevale del 1931

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27-4-1942 Partenza per il viaggio di nozze

Tra qualche giorno,il 26 Gennaio, la Signora Serafina Criscuoli spegnerà 101 candeline. Ha compiuto,l’anno scorso,100 anni di vita circondata dal grande affetto dei suoi tre figli e nove nipoti. Scusate se sono pochi i 101 anni e se il traguardo raggiunto è modesto !La signora Serafina risulterebbe la VALLELUNGHESE vivente più longeva .Ad andare ad omaggiare la Sig.ra Serafina,tra i tanti,vi fu l’arciprete Don Giuseppe Zuzzè.Vi propongo una breve,ma efficace,biografia di questa straordinaria donna offertami,gentilmente,dalla figlia Professoressa Cenzina Oliveri in Torres,unitamente ad alcune foto dei festeggiamenti del centenario dello scorso anno.Ringrazio, sentitamente, l’amica Cenzina per la sua disponibilità. Auguro alla signora Serafina di trascorrere serenamente il 101 compleanno e speriamo che QUALCUNO,in paese,si decida ad organizzare una bella festa alla NONNA di tutti i Vallelunghesi. Augurissimi Signora Serafina e AD MULTOS ANNOS!

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BIOGRAFIA DI SERAFINA CRISCUOLI

 

Serafina Criscuoli è nata a Vallelunga Pratameno ( Cl) il 26 Gennaio 1907 da Giovanni Criscuoli e Rosina Cipolla,seconda di tre figli,dopo Vincenzo e prima di Orsola .

Frequenta la scuola elementare a Vallelunga e poi la Scuola Normale ( Istituto Magistrale) a Noto (Sr.) nel Collegio delle Suore Domenicane fino al penultimo anno. Poi il padre decide di ritirarla perché non vuole che prenda il diploma magistrale che poi potrebbe portarla ad insegnare fuori dalla Sicilia (Altri tempi!). Suo malgrado, lei accetta la decisione paterna e rimpiangerà sempre questo mancato diploma, specialmente quando, rimasta vedova dopo sei anni di matrimonio con Rosario (Sasà) Oliveri e con tre figli (Cenzina, Tuccio e Giovanni), le sarebbe piaciuto avere un’attività professionale.

E’ una donna eclettica, ama e conosce la musica, canta, suona il pianoforte,dipinge (alcuni suoi dipinti, dedicati a Sant’Antonio, sono custoditi nell’altare dedicato al Santo nella Chiesa Madre di Vallelunga), ricama benissimo, lavora la maglia, l’uncinetto ed esegue quei lavori di cucito che evidenziano creatività e fantasia eccellenti, è un’ottima cuoca (Famose sono le sue torte) .

E’ una mamma eccezionale, coraggiosa, arguta, di grande temperamento, dalla forte personalità, di buona cultura, che ha saputo benissimo svolgere il doppio ruolo di genitore alla morte del marito guidando i figli durante la loro crescita, aiutata in ciò dalla cognata Fifì Oliveri.

Ha nove nipoti e una pronipote(Sofia) che ama moltissimo e con i quali ha avuto sempre un bel rapporto . Di forte costituzione e di carattere allegro e socievole : sono questi i requisiti che l’hanno portata al traguardo dei cento anni. Ancora oggi è autosufficiente, lucida, segue gli eventi familiari e della cronaca nazionale,esce accompagnata, non può fare a meno del mezzo bicchiere di vino a pranzo e a cena e dichiara di non sentirsi questa veneranda età ma molti anni di meno.

La sua lunga vita è trascorsa a Vallelunga fino al 1956 e poi a Palermo dove abita. Ma non ha mai trascurato la sua Vallelunga, dove ogni estate si reca, prima per periodi lunghi, adesso per poche settimane, a trascorrere la villeggiatura nella casa di campagna di famiglia.

Il suo centesimo compleanno è stato festeggiato il 26 Gennaio 2006 a Partinico da tutti i figli , i nipoti e i parenti con la pergamena di benedizione del S. Padre Benedetto XVI richiesta per lei da Mon. S. Salvia, Parroco della Chiesa del Carmine di Partinico, città dove abita la figlia Cenzina.

Ma anche la RAI, vedendo la sua fotografia sul Giornale di Sicilia, ha cercato il contatto ed è venuta con giornalista e troupe a seguire,fin dall’arrivo all’aeroporto del figlio Tuccio e dei nipoti che abitano a Torino, tutta la fantastica giornata del 26 Gennaio conclusasi con la Messa, con un rinfresco e un brindisi al prossimo …..centenario. Il servizio è stato trasmesso da RAI 1 durante la trasmissione “Festa Italiana”. Adesso è già pronta per festeggiare il suo 101° compleanno.

VALLELUNGA:DICEMBRE 2007

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U VURCIDDRATU DI VALLELUNGA:CIBO,CULTURA,IDENTITA’ SOCIALE E RELIGIOSA.

chiesa-madre-di-pippo-nicoletti.jpgvallepippo-nicoletti.jpg (foto Pippo Nicoletti)

Ogni comunità locale ha tracciato,nei secoli la sua storia e la sua identità,anche attraverso la creazione di determinati cibi che sono connotativi di una singola comunità.

Il cibo viene considerato cultura quando viene prodotto perché l’uomo crea (produce) il proprio cibo, il cibo è cultura quando si prepara perché l’uomo trasforma i prodotti di base mediante la sua tecnologia, il proprio fare e intervenire, il cibo è cultura quando si consuma perché l’uomo lo fa considerando non solo il suo aspetto nutrizionale ma associandolo anche a valori simbolici. Il consumo, quindi, come azione sociale dotata di senso e componente fondamentale della cultura materiale. Il consumo come elemento di interazione sociale, come incrocio di significati che contribuiscono alla creazione dell’identità collettiva ed individuale all’interno di uno spazio virtualmente oggi sempre meno definito, ma necessariamente innestato nella dialettica tra le tendenze che caratterizzano una cultura materiale planetaria e le “originarie” culture materiali locali.

Mangiare non significa semplicemente soddisfare la sensazione fisica della fame. Non si mangia solo per placare il brontolio dello stomaco, ma anche per soddisfare l’appetito e le proprie emozioni. Fin dai tempi antichi, il cibo viene usato per festeggiare, calmare, per alleviare la noia e la depressione, e come consolazione nei momenti di tristezza e angoscia. Il cibo è considerato come catalizzatore sociale infatti la consumazione di un pasto è un momento privilegiato per comunicare: a tavola ci si riconcilia o si litiga, si fanno dichiarazioni o confessioni; il cibo è espressione dei sentimenti: un piatto preparato con amore è differente da un piatto preparato con indifferenza; si può sedurre con la cucina, attraverso il potere evocativo di spezie, aromi, accostamenti audaci, colori, profumi.
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la mancanza di tempo da dedicare,oggi, all’alimentazione continuano ad aumentare il divario esistente fra cibo e cultura del cibo. La perdita della capacità di progettare l’alimentazione dei figli con i figli da parte dei genitori, fa accrescere il problema: cresceranno generazioni senza più radici cultural-alimentari, per cui la norma sarà il piatto pronto da scongelare nel micro-onde e bicchieroni di bevande ipercaloriche. Si perde nelle generazioni il significato del cibo come reale veicolo emotivo, come fattore comunicativo, oltre chè come strumento per vivere e mantenere la propria salute: raramente una famiglia mangia tutta insieme e molti bambini fanno colazione in macchina, pranzano alla mensa, cenano dai nonni e dopo cenano con i genitori prima di andare a letto.
Secondo molti antropologi attraverso il cibo, la cucina rappresenta un modo per porre in relazione diversi piani di analisi, da quello ecologico a quello tecnico, da quello sociale a quello simbolico. I gusti alimentari rappresentano quindi un effetto del contesto socio-culturale di appartenenza, per cui gusto e disgusto non dipendono dalla natura ma sono spesso determinati dalla cultura e quindi dalle abitudini. Come ha sostenuto Fishler “La variabilità delle scelte alimentari umane procede forse in gran parte dalla variabilità dei sistemi culturali: se non mangiamo tutto quello che è biologicamente commestibile, è perché non tutto ciò che si può biologicamente mangiare è culturalmente commestibile.”
Come ha osservato Mary Douglas, il cibo oltre ad essere un elemento di sostentamento del corpo, è anche un importante medium, in quanto rappresenta un mezzo di comunicazione, attraverso il quale l’individuo esprime se stesso e allo stesso tempo si differenzia dagli altri, ovvero da coloro i quali non hanno le stesse abitudini alimentari. Il cibo può rappresentare una “frontiera culturale simbolica”, così come si può osservare con i tabù alimentari. Ma allo stesso tempo il cibo segna dei confini ben precisi anche all’interno di una stessa società, come ha dimostrato Bourdieu quando ha descritto i sistemi alimentari delle classi popolari e di quelle borghesi.
Il cibo è anche strumentale nel sottolineare le differenze, tra gruppi, culture, strati sociali, e serve a rafforzare l’identità di gruppo, a separare e distinguere il “noi” dagli “altri” [Bourdieu 1983

Come sostiene Massimo Montanari,senza cibo non si vive. Ma il cibo è anche un’occasione per incontrarsi e per far festa, un simbolo di abbondanza e di benessere. Il cibo è talmente importante nella vita degli uomini che ha un ruolo fondamentale anche nella religione. Nel Nuovo Testamento, ad esempio, sono almeno quattro i momenti in cui l’insegnamento di Gesù si collega al cibo: Le nozze di Cana, quando Gesù trasforma l’acqua in vino; La moltiplicazione dei pani e dei pesci; L’ultima cena e La cena di Emmaus.
Dietro ai sapori, agli odori, si nascondono tantissimi significati; dietro al gusto di sedere a tavola, ma anche di stare dietro ai fornelli, esiste una trama fitta di simboli e linguaggi che costituiscono il variegato panorama della scienza culinaria.
Il nostro corpo, la nostra psicologia, l’educazione, la cultura, l’ambiente, la storia, sono elementi fondamentali per ripercorrere e capire l’itinerario del piacere, poiché condizionano non solo la preparazione e la presentazione del cibo, ma anche la percezione visiva, olfattiva e la scelta di alcuni sapori al posto di altri. Esistono poi elementi spesso ignorati ma non meno importanti quali il desiderio, la creatività, la voglia, l’immaginazione che trasformano i cibi e la loro preparazione in un vero e proprio linguaggio.
La storia dell’alimentazione, dunque, è una storia ricca di sorprese, di civiltà alimentari che cambiano, un mondo di gusti, sapori e profumi ancora tutti da scoprire. Un mondo che possiede naturalmente la sua storia, i suoi usi e costumi, i suoi artisti, le sue leggende, tradizioni, e perché no, i suoi eroi, scienziati, filosofi, musicisti e poeti.

Ciò che si fa assieme agli altri, infatti, assume per ciò stesso un significato sociale, un valore di comunicazione, che, nel caso del cibo, appare particolarmente forte e complesso, data l’essenzialità dell’oggetto rispetto alla sopravvivenza dell’individuo e della specie. I messaggi possono essere di varia natura ma, in ogni caso, trasmettono valori di identità. Identità economica: offrire cibi preziosi significa denotare la propria ricchezza. Identità sociale: soprattutto in passato, la quantità e la qualità del cibo erano in stretto rapporto con l’appartenenza a un certo gradino della scala gerarchica (il cibo, anzi, era il primo modo per ostentare le differenze di classe). Identità religiosa: il pane e il vino dei cristiani vanno ben oltre la loro materialità, la dieta dei monaci ha sue regole, la quaresima si segnala con l’astinenza da certi cibi; in altri contesti religiosi, certe esclusioni o tabù alimentari (il maiale e il vino dell’Islam, la complessa casistica di cibi leciti e illeciti dell’ebraismo) hanno il ruolo prevalente di segnalare un’appartenenza. Identità filosofica: le diete vegetariane legate al rispetto della natura vivente o, in passato, a sistemi più strutturati come la metempsicosi o trasmigrazione delle anime. Identità etnica: il cibo come segno di solidarietà nazionale (la pasta per gli italiani, soprattutto all’estero, non è solo un alimento ma anche un modo per recuperare e riaffermare la propria identità culturale; lo stesso vale per il cuscus degli arabi e per tutti i cibi che, in ciascuna tradizione, costituiscono un segno particolarmente forte della propria storia e della propria cultura). Tutte queste situazioni esprimono contenuti diversi, perfettamente comprensibili perché comunicati con un linguaggio codificato all’interno di ciascuna società. E appunto trattandosi di un linguaggio, interculturalità significa non solo disponibilità allo scambio tra culture diverse (come, ad esempio, sta avvenendo nei paesi europei in seguito alla forte immigrazione dai paesi islamici) ma, anche, conoscenza degli altri linguaggi, giacché è evidente che ciascun elemento può assumere, in contesti diversi, diverso significato. nel modo di affrontare le differenze all’interno di una medesima cultura: accanto alle identità nazionali vi sono quelle regionali, urbane, familiari… La “cucina della mamma” risulta sempre più gradita e, soprattutto, assicura conforto e preserva un’identità di cui non siamo sempre sicuri. Il comportamento alimentare diviene in questo senso un importante “rivelatore”: l’uomo è ciò che mangia, certo, ma è anche vero che mangia ciò che è, ossia alimenti totalmente ripieni della sua cultura.

Rientra a pieno titolo nelle caratteristiche tradizioni popolari natalizie della Sicilia anche la secolare tradizione culinaria. Per l’occasione l’estro culinario siciliano si esplica nella realizzazione di ricchi piatti che evidenziano la festa in corso e la bravura culinaria di chi la prepara e principalmente in svariati e succulenti dolci dal sapore genuino tipico degli ingredienti naturali utilizzati, tradizione che risente della concorrenza industriale degli altrettanto classici panettoni e pandori ma che non accenna ad ecclissarsi.
Tra i dolci tipici natalizi realizzati in Sicilia non si può fare a meno di citare altri tipici biscotti come i “Cosi Chini”, contenenti un ripieno di fichi secchi e mandorle, ma soprattutto il “buccellato”, dolce natalizio siciliano per eccellenza contenente un ripieno composto da fichi secchi, uva passa, mandorle, noci, pinoli, bucce d’arancia candite e zucchero ed il classico torrone.

Nel periodo in cui si svolge la novena natalizia che anticamente comprendeva nove serate dove si riunivano parenti ed amici, le donne più anziane per allietare il tempo si apprestavano a preparare diverse pietanze tra cui il dolce natalizio per antonomasia: il buccellato.

I dolci natalizi più diffusi,in Sicilia, sono i buccellati, i nucatuli a Palermo, i mustazzoli a Messina, i cuddureddi a Catania, la petrammennula a Modica, le paste di vino cotto a Cammarata.

Il Buccellato siciliano, dal tardo latino bucellatum, “sbocconcellato”, è un dolce tradizionale, diffuso in tutta l’isola, e consumato nel periodo natalizio. Si tratta di un impasto di pasta frolla, decorata e forgiata in vari modi (spesso a forma di ciambella) ripieno di fichi secchi, uva passa, mandorle, scorze d’arancia e ingredienti che variano a seconda delle zone in cui viene preparato. Cotto al forno, il buccellato si conserva a lungo e, sempre presente nelle tavole natalizie, viene consumato nell’intero periodo festivo.

Passata la commemorazione dei fedeli defunti,il vallelunghese si dedica alla raccolta delle olive. Dopodichè inizia il ciclo delle festività natalizie e la creazione del dolce tipico:I VURCIDDRATI.

Quelli della tradizione vallelunghese sono ripieni di fichi,ma soprattutto di mandorle e assumono la forma di un piccolo tozzo di pane.

La presenza di frutta secca nel ripieno e la modalità della sua preparazione fa pensare che questo dolce tradizionale possa essere pervenuto da una ricetta del periodo medievale,di derivazione toscana,probabilmente dalla città di Lucca dove ,ad oggi,questo dolce, è molto diffuso.

L’ingrediente principale,il ripieno di mandorle,è legato ad una specifica coltivazione presente a Vallelunga:i mandorleti. Ad oggi,non più consistente come una volta, ma pur sempre presenti se pur in minima quantità. Quanto basta,quando l’annata è propizia,per raccogliere quel quantitativo per fare la CUBBAITA a settembre,per i festeggiamenti della Patrona, Maria SS. Di Loreto,e i vurciddrati a Natale. Anche quelli preparati con i fichi secchi, sono legati alla raccolta in estate dei fichi. Raccolta che comunemente avviene nel mese di luglio, alcuni di essi sono destinati ad asciugare al sole, serviranno, in inverno, a confezionare i buccellati o a produrre marmellata casereccia,nel periodo estivo. Era consuetudine “incannarli”, cioè conficcarli in segmenti ricavate da arbusto di “canna” o fatti passare in lunghi fili di spago e appesi al sole perché si asciugassero ed essiccassero.

Così,mentre la natura testimonia l’arrivo dell’inverno,il Buccellato vallelunghese,assume,una sua caratterisitica che è quella di veicolare l’identità di un popolo lavoratore della terra che ha legato la sua storia alla fede cattolica. Il Buccellato,così come altri alimenti,tipici di Vallleunga,dicono la specificità dell’identità di questo popolo. La sua fraganza e la sua dolcezza,sono davvero unici:provare per credere!

Ma il buccellato diventa anche veicolo di incontro tra i residenti a Vallleunga e i suoi tanti figli emigrati in varie parti del nor-italia e dell’Europa (Germania in testa).Infatti,preoccupazione delle famiglie degli emigrati è quello di preparare in casa o comprare negli appositi forni del paese “u Vurciddratu” da far pervenire ai propri cari lontani dalla terra natia. Gli emigrati aspettano il “pacco natalizio”,contenente oltre che i Buccellati,i fichi secchi,le mandorle,le noci e altre realtà tipiche di Vallelunga,per ritrovare un forte legame affettivo ed emotivo con la loro terra e i loro cari. Se l’emigrazione li tiene lontani da Vallelunga, i dolci tipici li uniscono alla loro terra e alleviano la durezza della lontananza dalla loro terra natia.

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La Madonna Nera di Vallelunga Pratameno

 

LA MADONNA NERA

OSSIA

 

LA BEDDRA MATRI DI LURITU”

a cura del

Prof.Michele Vilardo

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La storia del culto alla Madonna Nera

Una Madonna Nera è una rappresentazione (statua o quadro) della Vergine Maria, eventualmente accompagnata dal Bambino, il cui volto ha un colorito scuro, se non proprio nero. Le “madonne nere” sono molto diffuse. Ci sono diverse centinaia di madonne nere in luoghi pubblici di culto in Francia, Spagna, Italia e in molte altre nazioni europee.

Già nell’antichità alcune dee, come Cerere/Demetra (dal greco “ghe-mater”, cioè madre-terra) e Iside, potevano essere rappresentate con il volto scuro. L’immagine di Iside, addolorata per la tragica morte di Osiride e spesso ritratta con il grembo il figlio Horus, ha più di un motivo di sovrapposizione con il culto mariano. Anche Cerere era addolorata per la perdita di Proserpina. Il colore nero, inoltre, è quello della terra fertile, simboleggiata dalle dee. L’iconografia, quindi, della madonna nera avrebbe le sue lontane radici nell’antichissimo culto della Grande Madre. In alcuni santuari l’inizio del culto è attribuito al ritrovamento di una statua della madonna nera: potrebbe trattarsi (se il racconto è credibile) del ritrovamento di una statua di Iside, il cui culto si diffuse in tutto l’impero romano.

Il culto delle madonne nere, se queste ipotesi sono vere, sarebbe un esempio dell’opera di inculturazione della fede cristiana, seguita dalla Chiesa Cattolica e teorizzata esplicitamente in una lettera di papa Gregorio Magno nel 601, cioè sostituire,gradualmente,ai culti pagani le verità di fede del cristianesimo. Così ad esempio avvenne già nel IV sec. per il 25 dicembre,festa pagana del Dio-Sole,a cui i cristiani sostituirono la festa della Natività di Gesù-Cristo.

Qualunque ne sia stata la valenza simbolica, la finalità evangelica o la giustificazione teologica, la diffusione in occidente di immagini di madonne nere è molto antica ed è spesso associata a legami con l’Oriente. Secondo la leggenda Sant’ Eusebio di Vercelli, primo vescovo del Piemonte, esiliato in Cappadocia per le persecuzioni ariane, avrebbe portato tre madonne nere (statue), tuttora venerate rispettivamente nei santuari di Oropa e di Crea, in Piemonte e nella cattedrale di Cagliari (quella di Crea, come altre madonne nere, è però stata sbiancata nei restauri). In realtà la diffusione delle madonne nere sembra essersi fatta particolarmente intensa all’epoca delle crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia perché il culto di madonne scure venne diffuso in occidente dagli ordini cavallereschi, soprattutto da quello dei templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee. I templari e gli altri ordini cavallereschi erano legati alla figura di San Bernardo di Chiaravalle, che predicò la seconda crociata. San Bernardo scrisse un commento al Cantico dei Cantici, in cui la sposa nigra sed formosa, principale personaggio del libro, è considerata una delle figure femminili dell’Antico Testamento che possono essere interpretate come profezie della Vergine Maria. Il colore scuro di alcune statue potrebbe essere stato scelto per identificare la Madonna con la donna del Cantico dei Cantici (vv. 5 e 6: “bruciata dal sole”, “scura come le tende dei beduini”) . La predicazione di San Bernardo, quindi, potrebbe essere una delle cause della diffusione delle madonne nere. La controriforma, ha valorizzato il colore nero come segno dell’antichità del culto mariano, in opposizione alle obiezioni protestanti.

Oettingen per la Baviera,
HaI per i belgi
Montserrat per la Spagna,
il Alba per i magiari.
Per l’Italia Loreto,
Ma in Francia, Liesse
È e sempre sarà la nostra gioia.

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Questo verso, che risale al 1629, elenca alcuni dei santuari nazionali d’Europa. Ciascuno trova origine in un’antica tradizione di devozione verso una statua della Madonna nera. Il poeta avrebbe potuto includere anche Chartres, Le Puy e Rocamadour in Francia, Einsiedeln in Svizzera, Oropa in Piemonte, Nostra Signora del Pilar a Saragozza e Nostra Signora di Guadalupe e di tutte le Spagne. Sono solo alcune delle più famose tra le innumerevoli Madonne nere sopravvissute a secoli di guerra e rivoluzione, alcune in grandi basiliche, altre in minuscole chiese di paese, altre ancora nei musei e nelle collezioni private. Se è vero che un’ampia porzione delle antiche Madonne miracolose del mondo sono nere, perché un fenomeno tanto sorprendente è cosi poco conosciuto, e quali ne sono le cause? La discrezione degli studiosi è proverbiale, specialmente in questioni che esulano dalla loro disciplina accademica, e questo argomento si inserisce a fatica tra la storia dell’arte e l’ecclesiologia. Agli storici dell’arte molte Madonne nere devono apparire rozze, persino grottesche, antiquate, restaurate o sostituite, di dubbia provenienza, difficili da esaminare o datare. Laddove appartengono a una classe riconoscibile, come i Seggi del Giudizio in Catalogna o l’Alvernia, la loro pelle scura ha attirato scarsa attenzione. La Madonna nera di Padova è ben documentata perché è di Donatello.
I teologi dimostrano per l’argomento, semmai, un entusiasmo anche più scarso di quello degli storici dell’arte. Il culto tuttora popolare delle immagini taumaturgiche non solo è reazionario e contrario alle Scritture, ma evoca anche ricordi di argomenti scomodi che è meglio lasciare nell’ombra, come le origini pre-cristiane di gran parte del cristianesimo, la storia dei templari, il catarismo e altre eresie, nonché segreti riguardanti la dinastia merovingia. Perciò, la pelle nera nelle statue della Vergine tende a essere ignorata e, laddove viene riconosciuta, è attribuita agli effetti del fumo delle candele, al sotterramento, all’immersione nell’acqua o al capriccio passeggero della moda. Inoltre, la tesi della Chiesa cattolica sostiene che in origine la maggior parte di tali statue non fu intenzionalmente concepita con la pelle nera, ma la acquisì solo in seguito accidentalmente. Rimane il fatto che sono nere e discutere il fenomeno soltanto in termini visuali significa mascherare il loro significato più profondo.
Nel corso dell’800, tuttavia, si è verificata un’impennata nell’interesse letterario e storico verso le Madonne nere, per quanto ampiamente confinata alla Francia. Forse è per questa ragione che è stato dato grande rilievo alle origini del culto e delle statue risalenti al XII secolo. Tutto ciò ha comportato un’arbitraria esclusione di diversi esemplari di questo tipo da una valutazione che li considerasse Madonne nere originali.

Tuttavia, da qualunque punto di vista si affronti l’argomento, e quali che siano le cause del fenomeno, è incontestabile il fatto che alcune delle più famose statue della Madonna nell’Europa occidentale hanno volti e mani intenzionalmente neri e si sa che li hanno da molti secoli. Esistono anche all’incirca quattrocentocinquanta immagini della Vergine in tutto il mondo, senza contare quelle presenti in Africa a sud del litorale mediterraneo, che sono state definite nere, scure, marroni o grigie.

La Santa Casa di Nazareth e il culto alla Madonna di Loreto

 

Il mistero della Madonna Nera di Loreto.

Merita un’attenzione la vicenda della “Santa Casa” che Maria, madre di Gesù, avrebbe posseduta a Nazareth. Secondo la tradizione la casa fu trasportata dalla Galilea fin sulle colline marchigiane «per ministero angelico».

A Nazareth si pensa che l’abitazione di Maria era costituita da una grotta scavata nella roccia e da una casa in pietre attigua come le altre del luogo. Sulla grotta sorse dopo la famosa basilica dell’Annunciazione, mentre sparì la parte in muratura dell’abitazione per ricomparire poi a Loreto.

Ma la dimora di Maria non era a Nazareth, venerata dai pellegrini nella Basilica dell’Annunciazione?
Per chiarire il mistero ci voleva l’ostinazione di uno studioso ,padre Giuseppe Santarelli frate cappuccino, che ha dedicato la vita a indagare sulla vera origine delle pietre della casetta conservata nel Santuario di Loreto; ha pubblicato libri ed è giunto alla conclusione che la Casa di Maria fu trasportata non via cielo dagli angeli, ma per mare. Questo può spiegare anche la mancanza di fonti scritte nei primi anni: un carico di sassi nella stiva di una nave non fa notizia quanto una casa portata dagli angeli.
Punto di partenza gli scavi archeologici che aiutano a ricostruire la storia della Casa di Maria.
A Nazareth gli scavi hanno appurato che l’abitazione della Vergine, come altre del luogo, era costituita da una grotta scavata nella roccia, luogo di deposito, e da una casa in muratura antistante, luogo della vita quotidiana.
Per proteggere la Santa Casa i bizantini edificarono una basilica poi ampliata dai crociati.
La data del “trasferimento” della Santa Casa è tra il 9 e il 10 maggio 1291, in una località istriana, a Tersatto, prima di essere nuovamente rimossa e riedificata in una località di lauri (da cui il nome di Loreto) presso Porto Recanati cui approdarono le navi dei Templari nella notte del 10 dicembre 1294.
Nel maggio del 1291 i crociati persero definitivamente la Terrasanta, nonostante l’estrema difesa dei Templari nel porto fortificato di San Giovanni d’Acri.
C’era il rischio che i musulmani si accanissero su uno dei principali simboli della Cristianità: la Casa dove Maria ebbe l’Annunciazione e dove Gesù trascorse l’infanzia.
La testimonianza di un pellegrino, Riccardo da Montecroce, nel 1289 conferma che fino a quella data la Casa di Maria si trovava a Nazareth. Ma nel 1348, quando si reca in Terrasanta un altro pellegrino, Nicolò da Poggibonsi, la Casa non c’è più: resta la grotta contro cui erano appoggiate le tre pareti e che tuttora si venera a Nazareth.
Anche la Santa Casa di Loreto ha solo tre pareti e gli studi archeologici hanno dimostrato che si inseriscono perfettamente con ciò che resta a Nazareth. Le pietre sono le stesse di quelle rimaste a Nazareth e con la stessa datazione.
Chi erano, dunque, materialmente gli angeli che la trasferirono dove ora si trova? Furono I templari a salvare la casa di Nazareth e a trasportarla in Italia,a Loreto. Immaginiamo l’ultima grande impresa dei monaci cavalieri Templari superstiti che smontano pietra su pietra la Casa di Maria, circondati da un nemico che non dà tregua e la fanno partire via mare alla volta dell’Europa.
Ma perché poi finì a Loreto e non rimase in Istria?
Fu trasferita nelle Marche il 10 dicembre del 1294 sotto il pontificato di Papa Celestino V “colui che per viltà fece il gran rifiuto” e non mise mai piede a Roma. Il potere effettivo era esercitato dal suo vicario – Salvo – che, guarda caso, era vescovo di Recanati. Nulla di più probabile, quindi, che questi abbia voluto far approdare le Sacre pietre a Porto Recanati, uno dei principali scali vaticani, ed abbia preteso che la Casa della Sacra Famiglia si fermasse nella sua diocesi. Questa fu solo l’ultima delle imprese leggendarie dei Templari, monaci cavalieri dal mantello bianco, come gli angeli, con sopra delle grandi croci rosse,alcune delle quali furono ritrovate fra le mura della casa di Loreto.

L’introduzione e la diffusione del culto alla Vergine Lauretana a Vallelunga.

Il primo vero nucleo abitativo di Vallelunga, sorge solo nella prima metà del XV sec.ad opera di con Don Pietro Marino, nobile termitano, che, ottenendo dal viceré Duca di Ayala la “ Licentia Populandi ” nel 1633, diede vita ad un forte movimento migratorio trasformandolo in un feudo nobile e popolato, con il nome di “T erra Marini ”. Con la dinastia dei Papè, principi di Valdina (1645- 1812), il feudo riprendeva la sua originaria denominazione di Vallislonge . Nel 1671 Don Giacinto Papè, con privilegio del Re Carlo II di Spagna, ottenne il titolo di Duca sulla terra della baronia Vallelunga da denominarsi “Prato Ameno”: questo titolo comprendeva il feudo con un ameno giardino e casa signorile posta in un fondovalle nel feudo Magazzenacci, nella parte nord ovest, oggi l’attuale contrada “Giardino”.

L’arrivo dei Papè-Valdina,può darci,con tutta probabilità, una chiave di lettura della diffusione,per loro iniziativa,del culto della Vergine nera,quella della casa di Loreto,a Vallleunga.

La famiglia nobiliare dei Papè , è originaria di Anversa. Stabilitisi a Palermo nella prima metà del Cinquecento, i Papè detennero in Sicilia l’ufficio di Protonotaro del Regno (acquistato da Cristoforo Papè nel 1624) sino al 1819. Dal matrimonio, a metà Seicento, tra Paola Vignolo Papè e Andrea Valdina, marchese della Rocca e principe di Valdina, ebbe origine il ramo Papè-Valdina. Tale ramo ebbe oltre questo titolo quelli di duchi di Pratoameno e Rebuttone sul feudo di Vallelunga, e marchese della Scaletta.

La nobile famiglia dei VALDINA,imparentatasi con i Papè,deriva dalla nobiltà spagnola e fu portata in Sicilia da Andrea Valdina.

Che cosa c’entrano queste due nobili famiglie con il culto alla Madonna di Loreto?

Bisogna richiamare due città una Francese,quella di Chartres, dove è fervente il culto alla madonna nera,introdotto dai Templari,e la città spagnola di Montserrat,dove sin dal IX secolo si venera la Madonna Nera,denominata la MORENETA

 

Dunque i Papè e i Valdina,quando arrivarono in Sicilia, avevano già una grande familiarità con il culto alla Madonna nera.

A ciò si aggiunga,l’elemento storico-teologico,non secondario,dato dall’impulso delle istanze innovatrici poste in essere dal concilio di Trento circa il culto alla Madre di Dio e all’Eucarestia in opposizione alla nuova teologia antiprotestante che ormai si era diffusa in tutt’europa. Tali istanze incominciano a realizzarsi a partire dalla metà del 1600. Fu proprio a metà del 1600 che in italia si diffuse la tradizione devozionale lauretana che coinvolse numerose manifestazioni religiose, artistiche e letterarie, e la Santa Casa di Loreto divenne meta di pellegrinaggio, oltre che centro spirituale e culturale tra i più importanti e noti d’Europa. Dunque,verosimilmente, i Papè-Valdina,fecero leva sul culto alla Madonna nera di Loreto(che richiamava loro quello di Chartres e di Monserrat) per introdurlo a Vallelunga con il titolo di Patrona del paese. E sempre nel 1656 fu costituita a Valleunga la confraternita del SS.Sacramento. E’ davvero straordinario poter notare come le istanze innovatrici del Concilio di Trento arrivarono sino al cuore della Sicilia.

La festa liturgica della Madonna di Loreto si celebre il 10 Dicembre di ogni anno. A Vallelunga,invece,la Beddra Matri di Luritu ( i Vallelunghesi così la chiamano) viene festeggiata da sempre la quarta domenica di Settembre. Perchè? Probabilmente ciò è dovuto a fattori climatici,innanzitutto,( il 10 di Dicembre fa molto freddo, a Settembre c’è ancora caldo). Ma la festa di Settembre è legata alla storia del lavoro dei contadini di Vallelunga,i quali un tempo passavano tutta l’estate in campagna per compiere la mietitura dei campi di grano(luglio e agosto) e la raccolta delle mandorle(settembre).Pertanto rientravano in paese a fine settembre. Infatti uno dei dolci tipici della tradizione Vallelunghese legato alla festa della Madonna di Luritu è la cosiddetta “cubaita” ossia il torrone casereccio che veniva fatto dalle donne grazie alla raccolta delle mandorle,un tempo coltivazione molto diffusa a Vallelunga. Ciò favoriva ai “chianchieri”(i carnezzieri) di poter vendere la prima carne stagionale del maiale,facendo la salsiccia,in epoche in cui la carne era davvero una rarità.

Ad oggi,nonostante i tentativi di trasportare la festa in agosto,la tradizione rimane sempre di natura settembrina.

Di particolare suggestione è il momento della “scinnuta da Madonna” dall’altare maggiore per deporla sopra “a vara”. La statua pesa circa 400 chili ed è di legno massiccio,per cui necessitano almeno dieci persone per scendere il pesante percolo e issarlo sopra la vara dove viene resa ferma da quattro grandi bulloni di ferro. Dopodichè viene addobbata con il manto ricamato,con la corona in testa e sopra la testa del Bambino e le vengono messi addosso,per la sola processione,tutti gli ex voto consistenti in oggetti d’oro donati dai fedeli,unitamente a dei bei fiori e a quattro lanterne elettriche che la illuminano durante la processione. La vara,anticamente,veniva portata a spalla per tutto il tragitto della processione. Con il cambiare dei tempi si fece ricorso ad un mezzo agricolo che la trainasse. Di recente viene spinta a mano dai devoti. Alla processione,partecipa l’intero popolo vallelunghese e molte donne devote,giovani e meno giovani,fanno il tragitto della processione a piedi scalzi per grazia ricevuta. Da dieci anni a questa parte è stata organizzata,la sera del sabato sera, la manifestazione folcloristica della sagra dell’uva,per sponsorizzare un prodotto tipico dell’economia vallelunghese. Le vie principali del paese si riempiono di bancarelle piene di varie cose:dai giocattoli agli attrezzi agricoli. E’ un grande momento di festa,allietata dalle musiche del corpo bandistico locale,”Vincenzo Bellini”, che vanta una lunga tradizione nell’arte musicale.

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La Settimana Santa a Vallelunga

 

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(Foto panoramiche tratte dahttp://digilander.libero.it/vallelungapratameno/)

 

 

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LA SETTIMANA SANTA A VALLELUNGA PRATAMENO (CL)

Vallelunga Pratameno è un piccolo paese a vocazione agricola, come dimostra il suo stemma civico con due grappoli di uva, uno bianca e l’altra nera, fra bionde spighe di grano. I Vallelunghesi sono stati sempre gente laboriosa e onesta. Ancorati ai veri valori della vita,al rispetto della famiglia,delle donne ,dei bambini e degli anziani

Le sue origini affondano le radici tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, e fanno parte di quelle manifestazioni che subirono nuovi impulsi dopo il Concilio di Trento (1545-1563), che con la Controriforma avviò un rafforzamento dei principi religiosi intorno alla rivitalizzazione dei riti della tradizione cattolica.

L’identità civile è coincisa,per secoli,con quella religiosa i cui valori di riferimento affondano le loro radici nel crisitianesimo-cattolico. Infatti i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio culturale e artisitico,oltre che religioso,del popolo italiano. Cosicché la fede dei Valleunghesi è rimasta saldamente ancorata,sino ad oggi,nella tradizione cattolica. Nonostante l’imperversare del fenomeno della secolarizzazione e,ad oggi,di quello del relativismo etico-culturale,che mina alle radici le identità delle nostre comunità,quella vallelunghese ha conservato intatta la sua di identità,civile e religiosa,che si esprime ogni anno anche con determinati avvenimenti religiosi che hanno anche il compito principale,dal punto di vista sociologico, di cementare la comunità vallelunghese.Uno di questi momenti fondamentali è la Settimana Santa.

In Sicilia,come scrive G.Cammareri di simani santi ce ne sono davvero tante. “Se ne possono incontrare di meste,chiassose,nevrotiche,follemente amate e disprezzate,profumate dal vino che lava le notti e dall’acre odore dei ceri che le sporca dolcemente,profumate da tanti fiori e illuminate da tantissime luci. Simani gonfiate con l’elio dei palloncini,fatte di mille macchine fotografiche al collo ,di bambini vestiti da angioletti e di mamme che li accompagnano,di vecchietti piangenti ai balconi al passaggio di Cristi e Madonne….Croci,pennacchi,spade attaccate alla vita da centurioni più o meno baffuti e ancora il gesto per un altro e un altro ancora “clic” di quelle mille macchine fotografiche il cui piccolo rumore annega,miseramente,in un mare di note scandite da suonatori infiocchettati nella divisa di questa o quella banda”.

I riti,liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa vallelunghese servono a tramandare quella che gli israeliti chiamarono Pesach che significa passaggio. Dal “passare oltre” della tradizione biblica dell’A.T. che testimonia la mano potente di Dio-salvatore che ,nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Abib,quella dell’uccisione dei primogeniti,risparmiò i bambini ebrei,al “passare oltre” di Cristo dalla morte alla resurrezione.

La Pasqua cristiana se, da un lato, integra quella ebraica,dall’altro le si contrappone divenendo,dal II secolo D.C.,la più solenne delle feste cristiane e divenendo il fulcro dell’anno liturgico nella storia della Chiesa.

Questo mio modesto contributo vuole essere un momento di riflessione sulla Settimana Santa e sulla Pasqua a Vallelunga, perché,spero, avvenga,nei miei cinque lettori,anche una comprensione del passato e del presente,della storia civile e religiosa della nostra comunità. Infatti tutti noi abbiamo bisogno di coglierci come uomini del presente ma fortemente legati al nostro passato per seppellirlo, come dice lo storico francese De Certò. Per vivere il presente è necessario seppellire il passato non nel senso di obliarlo,di oscurarlo o, peggio ancora, di cancellarlo ma di metabolizzarlo.

Questo mio contributo,per citare una espressione del predetto storico francese, è un voler “seppellire” il nostro passato,cioè un riconoscerci nel nostro presente come dipendenti e,nello stesso tempo, ormai distanti da un passato che è inevitabilmente tramontato. Un passato, che pur essendo già tramontato, ha lasciato, però, una eredità civile e religiosa fondamentale, consentendo a tutti noi di coglierci come presente, legati al passato e proiettati al futuro.

In questo contesto,come quello attuale, che non vede più una coincidenza tra la comunità civile e quella ecclesiale, si sente il bisogno di cogliere sempre meglio la propria identità, civile e religiosa,cioè le nostre radici,come antidoto ad ogni forma di relativismo culturale ed etico che distrugge ogni identità anche di natura locale.

Possiamo sostenere, grazie anche al supporto del contributo fotografico,che la Settimana Santa,a Vallelunga è un momento nel quale la nostra comunità pone in essere oltre che una identità cattolica forte anche una forte identificazione.

I riti extraliturgici della Settimana Santa, non vanno considerati come momenti staccati, o addirittura opposti, rispetto alle celebrazioni liturgiche. La testimonianza di tutto ciò è data proprio da ciò che avviene,ogni anno, durante il triduo pasquale anche a Vallelunga.

Tutti noi siamo inseriti in una “traditio” composta da valori civili,sociali,familiari e religiosi, mediati e trasmessi dall’importantissimo processo educativo, connotandoci, appunto, come “civis” e, per chi crede,come credenti.

Lo stesso identico meccanismo avviene per l’esperienza religiosa,quando si entra a far parte di una determinata religione si entra in un solco già tracciato da altri, si entra in una “traditio fidei” con la quale si sono tramandate, di generazione in generazione, le grandi verità di fede credute,celebrate e vissute da una determinata religione,soprattutto se essa ha un fondamento storico,una forte dimensione salvifica e una finalità escatologica, come appunto è l’intero messaggio del cristianesimo.

Il cristianesimo,infatti, ha tutte e tre queste caratteristiche ed ha una sua specificità,che altre religioni non hanno:la fede in Dio fattosi Uomo.

I fatti e le vicende storiche della prima Settimana Santa, documentate minuziosamente dai Vangeli e dal Nuovo Testamento, non si ripeteranno mai più, dal punto di vista della loro storicità ma continuano a ripetersi,da duemila anni circa, dal punto di vista del Mistero Salvifico.

Che cos’è il mistero salvifico?La presenza di Dio-Salvatore nella storia degli uomini, cosicchè ogni anno, durante i riti liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa, viene data al credente la possibilità di partecipare al mistero di salvezza,in chiave liturgico- sacramentale- mistagogica, e di ottenere questa salvezza nell’oggi della storia attraverso la presenza della comunità credente,la Chiesa,cioè la comunità di tutti i battezzati che credono in Gesù-Cristo sofferente,morto e risorto,che continua nella storia la celebrazione del Mistero pasquale.

Nel contemplare le foto , che hanno “immortalato” alcuni momenti di alcuni riti extraliturgici della Settimana Santa a Vallelunga, non si può prescindere da quanto detto fin ora. La Settimana Santa,cioè, è espressione della l’inculturazione della fede cattolica nelle nostre popolazioni. L’inculturazione è l’incontro tra la fede annunciata nei secoli e il recepimento della stessa da parte del popolo credente.

Essa,come scrive V.Sorce, “ha una forte valenza teologica fondata sugli eventi dell’Incarnazione e della Chiesa locale”, e si inserisce in un solco già dato,si inserisce nella cattolicità e all’interno di essa ,attraverso la “traditio fidei”,cioè,appunto, il tramandare la fede, si ricollega, attraverso il ricordo liturgico, ai fatti storici della prima Settimana Santa e della prima Pasqua.

Potremmo dire che la Settimana Santa,a Vallelunga è la stessa,per esempio, di quella di altri comuni presenti in altre regioni d’Italia?Assolutamente no. In che senso c’è diversità?Non nella sostanza dell’Evento e della celebrazione dello stesso, ma nelle modalità di recezione del messaggio del cristianesimo e nel modo con cui ogni comunità credente ha vissuto e vive, nell’oggi della storia, il mistero salvifico di Gesù-Cristo morto e risorto. Tutto ciò si chiama inculturazione della fede.

La Settimana Santa, in Sicilia, è il frutto di una duplice tradizione:

la prima legata alle sviluppo della inculturazione della fede in Sicilia: per cui è possibile parlare di una sorta di “Cristo Siciliano”.

la seconda legata alla sviluppo del cattolicesimo in questo territorio che ha fatto propri gli influssi derivanti: dal concilio di Trento e dall’influsso bizantino e spagnolo.

In che senso si può parlare,allora, di un Cristo “siciliano”?

Nella cultura e nella pietà popolare siciliana esiste una interpretazione e un vissuto della figura di Gesù-Cristo che è caratterizzata da tratti propri. L’aggettivo “siciliano” ci dice qualcosa di culturalmente significativo,cioè a dire la cultura siciliana ha “segnato” la figura del Cristo con alcuni suoi tratti specifici. Questo “Cristo siciliano” sarebbe in opposizione a quello della predicazione ufficiale della Chiesa, dei dogmi e della liturgia?Addirittura lo si potrebbe considerare un Cristo fuori dalla Chiesa cattolica o,addirittura, contro di essa?Un “Evangelium extra ecclesiam?”

Secondo le tesi di alcuni studiosi il “Cristo siciliano” potrebbe benissimo essere considerato il Cristo delle classi deboli e oppresse o, come dice Gramsci, delle classi popolari che sono “strumentali e subalterne”. Molti studiosi,di indirizzo marxista, infatti, sostengono che la religiosità popolare ,che trova il proprio culmine nei riti della Settimana Santa, sarebbe l’espressione di un cristianesimo vissuto fuori dalla Chiesa e di un “Cristo-popolare” oggetto di un conflitto esistente, di fatto, tra la gerarchia cattolica e il popolo credente.

Stanno davvero così le cose? La risposta negativa si evince, meravigliosamente, da ciò che avviene ogni anno a Vallelunga che ci aiuta a cogliere il fatto che la pietà popolare,quella legata,anche, ai riti della Settimana Santa e della Pasqua, in Sicilia, ha un’anima teologica;cioè l’humsus,il terreno in cui essa affonda le radici è costituito dalle grandi verità proprie del cattolicesimo credute,comprese (attraverso un cammino di “intellectus fidei”),celebrate e vissute.

Non c’è,dunque, nessun conflitto tra la Chiesa “gerarchica” e il popolo credente, per il semplice motivo che anche la gerarchia cattolica partecipa ai riti extraliturgici della Settimana Santa.

Dove sta allora l’equivoco?proprio nel significato che si dà al termine “pietà popolare” intesa non come esperienza di fede del popolo credente ma come momento di opposizione delle classi subalterne alle classi colte e,soprattutto,alla religione “ufficiale”. Dunque una lettura sociologica e non teologica del fenomeno.

Quali sono,allora, le caratteristiche del “Cristo siciliano”in relazione agli eventi della Settimana Santa e della Pasqua?

Il siciliano è uno che vuole vedere e toccare,è fondamentale per il siciliano la RES,la cosa,(pensiamo alla tematica verghiana della roba) e tutto ciò perché il siciliano ha alle sue spalle una esperienza storica tragica, poichè ha visto decine e decine di colonizzatori venire nell’isola e, spesso, maltrattare il popolo. Tutto ciò lo ha spinto a proiettare questa sofferenza, accumulata nei secoli, nell’attaccamento alla res,spesso anche con modalità eccessive e devianti, come si configura il fenomeno mafioso. Come se la “materialità” delle cose lo salvasse dall’insicurezza e dalla sofferenza accumulate nei secoli.

Questa mentalità della Res,nel senso migliore del termine , cioè cosa vissuta,esperienza fatta, viene applicata anche nel vissuto religioso del siciliano. In questa cementificazione di quotidianità sofferta,la Sicilia celebra la cultura della sofferenza e in tutti i paesi dell’isola la Settimana Santa costituisce l’approdo di un modello irrepetibile verace,insostituibile salvataggio. Il Siciliano trova, negli eventi,liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa, la teologia della kènosis,ossia il fatto che Dio non ha disdegnato di farsi Uomo e di assumere su di se’ tutta la sofferenza,fisica e morale,del genere umano.

Infatti in Sicilia è forte la concentrazione sul “Corpo di Cristo”. L’attenzione,la contemplazione del corpo di Cristo va dal Gesù-Bambino a tutta la vicenda della passione-morte-resurrezione, con particolare attenzione al corpo di Cristo deposto dalla croce e sepolto.

Il corpo di Gesù-Cristo non è mai solo, ma viene associato a quello della madre,dalla culla alla tomba. E’ l’insieme dei due corpi che costituisce il cuore della Pietas proprio del Venerdì Santo,al punto tale che in alcune circostanze i due simulacri si fondono quasi a divenire una sola cosa,cosicché il siciliano non concepisce il corpo di Gesù-Cristo se non associato a quello della madre. I due corpi vengono associati nel dolore del Venerdì Santo e nella gioia della Domenica di Pasqua, allorquando la Madre ritrova il figlio risorto:l’Incontro che si celebra in molti comuni dell’isola proprio la mattina di Pasqua.

Da che cosa scaturisce questa concentrazione sulla tematica del Corpo di Cristo?

Le origini sono lontane,bisogna risalire al 1700,secolo in cui si realizzarono in Sicilia,come sostiene lo storico Cataldo Naro,le istanze innovatrici del concilio di Trento,prima fra tutte la predicazione al popolo ad opera soprattutto degli ordini religiosi. Nacque, proprio dalla predicazione itinerante dei Cappuccini,dei Gesuiti e dei Redentoristi, l’attenzione al Corpo di Cristo.

Fu il francescanesimo ad introdurre la pietas verso Gesù Bambino(la creazione del primo presepe vivente,a Greccio,la notte di Natale del 1223, ad opera di Francesco D’Assisi),ripresa nel 1700 da sant’Alfonso de Liguori. I religiosi,grazie ai quaresimali,le 40 ore,i panegirici,gli esercizi spirituali,le missioni popolari,la creazione di tante confraternite, diffusero la pietas,cioè il rapporto tra il credente e “U Signori”,inteso, come Dio padre a volte (U Signori fici u munnu”), ma quasi sempre riferito a Cristo: “U signori murì pi nuatri poveri piccatura”.

Tutto ciò avvenne proprio nel 1700. Proprio il “secolo dei lumi” ci insegna una notevole vivacità, alimentata dalle pratiche di pietà sul mistero di Cristo semplice, povero e crocifisso e dalla necessità di garantirsi la salvezza che, sebbene eterna, deve essere sperimentata già nel quotidiano.

La pietà settecentesca è prevalentemente cristologia. Vanno ricordati, a tal proposito, i componimenti di Sant’Alfonso sul Natale e i crocifissi scolpiti da fra Umile da Petraia. Essa, in sostanza, è riportata agli eventi decisivi della storia della salvezza: l’incarnazione, la passione e la morte in croce, la devozione verso l’umanità di Gesù, vengono radicati nel popolo grazie a preghiere, canti, quadri devozionali.

Essenzialmente,dunque, gli influssi maggiori che hanno caratterizzato la Settimana Santa in Sicilia sono di duplice derivazione:

  • l’influsso bizantino,

con la nascita delle devozioni popolari e all’interno di esso il movimento francescano con la devozione verso Gesù bambino e, per il nostro tema, verso il Cristo sofferente e il tenero amore verso Maria Addolorata. Il periodo che va dal XIII al XV secolo vide la comparsa delle prime statue dei crocifissi che esprimono la sofferenza e la morte di Cristo.

Il devozionismo a partire proprio da questo periodo si è insinuato profondamente nella coscienza e nelle espressioni di fede dei credenti ponendo le premesse per il nascere e lo svilupparsi anche delle tradizioni popolari siciliane della Settimana Santa.

  • L’influsso spagnolo,

il periodo che va dalla fine del XVI secolo fino al XVIII secolo. Il dominio degli spagnoli ha contribuito alla strutturazione definitiva dei riti della Settimana Santa in Sicilia.

Per il nostro discorso lo spagnolismo diede vita all’ anticipazione del cosidetto “Sepolcro”(tecnicamente Altare della reposizione) del Signore alla sera del giovedì santo. Risale, al XVI secolo, l’usanza di deporre nel sepolcro l’immagine del Cristo morto,esponendo sopra il sepolcro il SS. Sacramento nell’ostensorio coperto da un velo.

Nacque,così come documentato dal Plumari, l’identificazione dell’altare della reposizione con il Sepolcro. Infatti,sino ad oggi,nella coscienza popolare vi è una dissolvenza di significati tra l’adorazione della “presenza reale-ostia”conservata nel tabernacolo-custodia e del corpo-ostia del Signore conservato nel tabernacolo-sepolcro.

I riti liturgici ed extraliturgici della Settimana Santa trovano il loro culmine nel triduo pasquale in cui avviene un meraviglioso connubio tra liturgia e pietà popolare.

La pietà polare,come scrive Vincenzo Sorce,accentua di più l’immagine, la liturgia, il segno.

Continua il Sorce, è lo stesso popolo,il popolo di Dio,che vive lo stesso mistero e lo esprime con linguaggi diversi.

Nella pietà popolare,l’uomo di Sicilia,in modo particolare nella Settimana Santa,vive ed esprime la partecipazione alla passione ,morte e resurrezione di Cristo,con la totalità della sua struttura antropologica,che è simbolista,fortemente sensoriale:vivendo la dimensione della festività e della tragicità.

Attraverso le foto si coglie “un popolo che esce dalla solitudine,vive la comunione. Dando spazio ai suoi sentimenti,alle sue emozioni,con la totalità del linguaggio corporeo,la gestualità,il canto,gli aromi,i colori,il pianto,il grido”.

L’uomo di Sicilia si rimette in marcia. Si libera dal pianto,grida il suo dolore,la sua angoscia,la sua paura davanti alla morte. Si identifica con l’uomo dei dolori ,appeso alla croce.Da spazio ai suoi sentimenti,piange. Prende contatto con i suoi vissuti,li esprime,li condivide,li grida,li urla. Psicoterapia e salvezza radicale s’incrociano nel Crocifisso,l’uomo dei dolori,l’uomo ferito e la risposta di Dio”.

Il Giovedì Santo,a Vallelunga, vede la creazione,ad opera dei confrati delle tre Confraternite esistenti in paese,(quella del SS.Sacramento,della Madonna del Rosario e di Maria SS. Addolorata) ,nei rispettivi oratori,delle cosiddette CENE. Una creazione che si ripete da decenni e che ha ereditato la tradizione dei “pupi di zucchero” tipica del palermitano.

Vengono create,da ogni confraternita, delle mense su cui vengono deposti 13 agnelli di zucchero di media grandezza,raffiguranti Cristo e i dodici apostoli che celebrano l’ultima cena, accompagnate da 13 pani da cena(dolce tipico pasquale Vallelunghese) insieme a 13 lattughe , cedri, arance e finocchi.

Al centro della tavola,troneggia una statua,sempre di zucchero opera di artigiani palermitani cui le confraternite si rivolgono ogni anno, raffigurante il Cristo Risorto,insieme al pane e al vino,simboli dell’Eucarestia. Ogni anno,per ogni confraternita, vengono sorteggiati 12 confrati tra quelli che hanno pagato l’annualità,ossia la quota associativa.

Quattro dei dodici sorteggiati,per ogni confraternita,vanno a svolgere il ruolo che fù dei 12 apostoli nella messa vespertina “In Cena Domini”,nella quale si ricorda l’istituzione dell’Eucarestia e la carità fraterna. Saranno i protagonisti della lavanda dei piedi. Alla fine della Messa, i dodoci confrati sorteggiati da ogni confraternita,unitamente agli altri confrati e alle loro famiglie ,si riuniscono presso la loro chiesa di riferimento e dopo aver contemplato la bellezza della Cena,ricevono in dono l’ Agnello di zucchero,un pane da cena,un cedro,una lattuga,un finocchio e un arancio che portano a casa. Ai confrati non sorteggiati viene dato un piccolo agnello di zucchero. La sera del giovedì santo si conclude con la visita all’unico “Sepolcro”creato nella cappella del SS.Sacramento della Chiesa madre .L’adorazione eucaristica si protrae sino alla mezzanotte.Chiusa la chiesa avviene,notte tempo,la spogliazione del sepolcro e la preparazione del simulacro del Cristo morto.

 

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Il Venerdì Santo, nella pietà popolare siciliana, emerge il culto della passione e morte di Gesù nella quale la nostra gente si immedesima in partecipazione comunitaria. Ha scritto a tal proposito il Prof. Basilio Randazzo che «la vera pietà di una volta all’anno, raccolta in tutto un anno, si comunica nel dolore della settimana santa, e in particolar modo il venerdì santo si celebra il «Tutto di Tutti», cioè il mistero della Passione, come «prototipo teologicamente unitario con uno stile culturalmente conforme ma con un atteggiamento che varia da comunità a comunità».

Nella pietà popolare del Venerdì Santo, scrive Angelo Plumari, l’uomo di Sicilia vive ed esprime la partecipazione alla passione, morte e resurrezione di Cristo con la totalità della sua struttura antropologica, cosicché un popolo esce dalla solitudine, vive la comunione dando spazio ai suoi sentimenti alle sue emozioni con la totalità del linguaggio corporeo, con la gestualità, con il canto, i colori, il pianto, il grido.

Il venerdì santo è emblematico e paradigmatico come i siciliani si ritrovino e si identifichino nel dolore del Cristo morto, stando muti davanti alla bara, e in quello dell’Addolorata, dinnanzi ai quali sentono che il dolore umano, il loro dolore è stato assunto da Dio.

Durante le processioni del Venerdì santo,il popolo che partecipa “esplode con il linguaggio dei segni:piedi scalzi,canti lancinanti,incensi che bruciano,fiaccole accese,

silenzio pieno di mistero,intensa commozione,profonda meditazione. Si ricompongono celebrazione,gestualità,simbolismo,sensorialità. E’il trionfo dell’opera mistagogica”.

Inoltre la mistagogia dei simboli del Venerdì Santo è estremamente interessante oltre che variegata:la presenza delle confraternite incappucciate o a volto coperto,indacano,secondo B.Randazzo,la perdita di personalità o la comunione nel dolore; Il passo professionale a due passi avanti e uno indietro,ansia di sofferenza,i cilii o candele accese,l’umanità;

la fiamma,la purificazione e la luce della Resurrezione; le marce funebri,l’accentuazione sensibilizzata di stati d’animo in pianto del peccato di Deicidio.

Tutto ciò comunica il fatto che “l’uomo siciliano è celebrante simbolista”. Il Venerdì santo inizia con la visita ai sepolcri, poco conosciuti come altari della reposizione, poiché si continua ad identificare, così come sostiene il Plumari, l’altare della reposizione con il sepolcro del Signore creando, nella coscienza popolare, una identificazione di significati tra l’adorazione della presenza reale-ostia e il corpo-ostia, per cui il tabernacolo è, allo stesso tempo, sepolcro.

I riti extraliturgici del venerdì santo si svolgono secondo quattro tipologie presenti nell’Isola:

  1. le processioni funebri del Cristo morto accompagnato dalla Madre addolorata;
  2. la processione dei misteri;
  3. le processioni in cui si compie la mimesi cronologica degli eventi della passione;
  4. la processione del solo Crocifisso

Anche a Vallulunga i riti si svolgono secondo la prima e la terza tipologia: a mezzogiorno si porta il Cristo al calvario,che si trova all’uscita del paese in direzione per Palermo, lo si crocifigge, la sera lo si va a riprendere,lo si mette dentro l’urna e lo si porta,in processione, presso l’oratorio del SS.Sacramento,sito in piazza, seguito dalla Madre addolorata.

In molti comuni dell’isola,tra cui Vallelunga, nella mattina del Venerdì Santo, si ripete uno dei riti più antichi e più suggestivi della Settimana Santa in Sicilia. L’effige del Cristo morto viene deposto su un tavolo coperto di drappi rossi, e i fedeli si recano,presso la Chiesa madre,quella intitolata alle Anime Sante del purgatorio e quella del SS.crocifisso, toccando e baciando la statua del Cristo morto.,con una preghiera corale:

Pietà e misericordia Signuri.

Un via vai di persone,in assoluto silenzio e con grande fede e devozione,si nota per le strade di Vallelunga sin dalle prime ore dell’alba. Questo gesto di pietà dura tutta la mattinata e si conclude a mezzogiorno del Venerdì Santo. Nel pomeriggio si svolge la celebrazione liturgica della commemorazione della morte del Signore.

La preparazione dell’urna dove la sera verrà deposto il simulacro del Cristo morto avviene ad opera dei confrati del SS.Sacramento,mentre la vara dell’Addolorata ad opera dell’omonima confraternita che ha sede presso la chiesa del SS.Crocifisso. Alla processione serale,vi partecipa un grandissimo numero di fedeli,con in testa il clero locale e i confrati vestiti con i loro abitini tradizionali. La banda musicale suona marce funebri. Arrivati in piazza,un predicatore rivolge un sermone penitenziale al popolo.

Il Sabato santo,tutta la comunità credente si prepara alla celebrazione della solenne Veglia Pasquale.

Da quest’anno ho iniziato ad introdurre la tradizione delle Cene,nella città dove vivo,Partinico.Nella Parrocchia di Maria SS.del Carmine.Un successo!

Prof.Michele Vilardo

Vallelunghese

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