“Nessuno tocchi il bambino”. La Chiesa benedice la moratoria mondiale sull’aborto

Se vi va di aderire alla petizione di Giuliano Ferrara per salvare la
vita ai milioni di bambini a rischio di “pena capitale”, quasto è il
link: http://www.fratelloembrione.it/petizione/ (ndr)

L’iniziativa è nata in campo laico ma la gerarchia cattolica l’ha subito appoggiata. La nuova politica della Chiesa per la famiglia e la vita ha un precedente di successo: il referendum del 2005 in Italia in difesa dell’embrione. In anteprima, un’analisi di Luca Diotallevi

di Sandro Magister

ROMA, 7 gennaio 2008 – Natale del bambino Gesù, festa dei Santi Innocenti, domenica della Sacra Famiglia, festa della Madre di Dio… A Roma, in Italia, in Spagna le recenti festività natalizie hanno trovato una inattesa, formidabile eco non solo nella Chiesa ma nella società intera, anche la più secolarizzata.

Famiglia e nascita. Sono state queste le due parole che sono risuonate più forte, tra i cristiani come tra i laici.

Benedetto XVI ha imperniato sulla famiglia il suo messaggio al mondo per la Giornata della Pace celebrata il 1 gennaio. Sulla famiglia come “principale agenzia di pace”

Hanno dedicato una giornata a sostegno della famiglia anche i cattolici della Spagna, con un grandioso raduno domenica 30 dicembre a Madrid. Un analogo Family Day di massa era stato tenuto in Italia, a Roma, lo scorso 12 maggio. Il prossimo appuntamento sarà forse a Berlino, nel cuore dell’Europa scristianizzata.

A Madrid il raduno ha avuto una marcata caratterizzazione di Chiesa. Si è svolto come una immensa liturgia a cielo aperto, presieduta da vescovi e cardinali, offerta all’osservazione e alla riflessione di tutti. Il momento clou è stato il collegamento televisivo con il papa, che all’Angelus, da Roma, ha parlato direttamente alla folla, in spagnolo.

Anche il 12 maggio 2007, a Roma, la piazza di San Giovanni in Laterano era stata riempita soprattutto da cattolici. Ma a convocare e presiedere quel Family Day non era stata la gerarchia della Chiesa. Era stato un comitato di cittadini presieduto da Savino Pezzotta, cattolico, e da Eugenia Roccella, femminista di formazione laica radicale. Dal palco avevano preso la parola anche un ebreo, Giorgio Israel, e una musulmana, Souad Sbai. La famiglia proposta all’attenzione e alla cura di tutti non era primariamente quella celebrata dal sacramento cristiano, ma quella “naturale tra uomo e donna” iscritta nella costituzione civile.

Ancor più trasversale è sbocciata in Italia, nelle scorse festività natalizie, l’iniziativa di promuovere una moratoria mondiale anche sull’aborto, dopo la moratoria votata il 18 dicembre dalle Nazioni Unite sulla pena di morte.

Trasversale perché ideata e lanciata da un intellettuale non cristiano, Giuliano Ferrara, fondatore e direttore del quotidiano d’opinione “il Foglio”. E perché subito appoggiata dal giornale della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”, ma anche da personalità di diverso credo, tra gli altri dall’inglese Roger Scruton, “il filosofo più influente al mondo” secondo il “New Yorker”.

La cronaca di questa moratoria sull’aborto getta luce sulle modalità con cui la Chiesa di Benedetto XVI, del suo vicario cardinale Camillo Ruini e della conferenza episcopale italiana si muove sul terreno politico.
Questa Chiesa non esige che diventi legge ciò che solo per fede può essere accettato e capito. Si batte però risolutamente a difesa di quelle norme che sa scritte nei cuori di tutti gli uomini.

Il rispetto della vita di ogni essere umano, dal primissimo istante del suo concepimento, è una di queste norme universali che la Chiesa giudica innegoziabili. Il fatto che dei non cattolici si levino a difesa della vita di tutti i nascituri è per la Chiesa una felice conferma dell’universalità di questo comandamento.

La Chiesa di Benedetto XVI, di Ruini e del cardinale Angelo Bagnasco, attuale presidente della CEI, ha visto quindi con grande favore che un non cattolico come Ferrara abbia preso l’iniziativa di lanciare la moratoria sull’aborto.

Perché in effetti è andata così. Il suo primo appello a favore della moratoria sull’aborto, Ferrara l’ha lanciato a sorpresa dagli schermi televisivi della trasmissione “Otto e mezzo” la sera stessa del voto dell’ONU a favore della moratoria sulla pena di morte, il 18 dicembre.

L’indomani, 19 dicembre, l’appello usciva stampato su “il Foglio”. Nel pomeriggio dello stesso giorno “L’Osservatore Romano” pubblicava in prima pagina un’intervista al cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio della giustizia e della pace:

“i cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile. […] L’esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati”.

Il 20 dicembre “Avvenire”, il giornale della conferenza episcopale, dava pieno sostegno alla moratoria sull’aborto, con un’editoriale in prima pagina di Marina Corradi e un’intervista a Ferrara.

Il 21 dicembre Ferrara annunciava un suo digiuno dalla vigilia di Natale al primo giorno dell’anno nuovo, a sostegno di finanziamenti pubblici ai CAV, i Centri di Aiuto alla Vita che soccorrono le madri tentate di abortire.

In effetti, nei giorni successivi la Regione Lombardia e il comune di Milano hanno erogato 700 mila euro al CAV della Mangiagalli, la clinica milanese in cui si esegue il maggior numero di aborti. Nell’ultimo anno, in questa clinica, il CAV era riuscito a far nascere 833 bambini, aiutando le madri in difficoltà. In totale, si calcola che tutti i CAV all’opera in Italia abbiano salvato dall’aborto, dal 1975 a oggi, circa 85.000 bambini.

Intanto, pagine e pagine del “Foglio” si riempivano di lettere di sostegno alla moratoria. Una fiumana di lettere crescente e inarrestabile. Alcune di semplice adesione, altre, la maggior parte, di riflessione argomentata, di racconti, di esperienze di padri e di madri, di storie dolorose, di dedizioni entusiasmanti. Centinaia, migliaia di lettere nelle quali il protagonista assoluto era lui, il piccolissimo esserino nato dal concepimento, accolto, amato, esaltato. Difficilmente un Natale poteva essere festeggiato con una musica più appropriata di questo concerto epistolare.

Gli autori delle lettere sono per lo più sconosciuti. Molti sono cattolici, ma non appartengono alle élite delle associazioni che ricorrono puntuali ogni volta che c’è da sottoscrivere qualche appello. Le poche sigle che compaiono qua e là sono quelle dei CAV, oppure del Forum delle Famiglie, oppure di Scienza & Vita: le associazioni direttamente impegnate sul tema. Sembra che a scrivere siano in prevalenza i cattolici “domenicali”, quelli che vanno a messa ma per il resto sono nell’ombra. Oppure gli ascoltatori della popolare Radio Maria. Ma ci sono anche parecchi che cattolici non sono. È un’Italia poco presente sui grandi media, ma che la moratoria sull’aborto ha fatto prorompere inaspettatamente alla luce. Un’Italia anche poco praticante, ma in cui l’impronta cattolica è profonda e difficilmente cancellabile persino nei non battezzati.

Ma in concreto cosa propone la moratoria sull’aborto? Ferrara sogna “cinque milioni di pellegrini della vita e dell’amore, tutti a Roma nella prossima estate”. Per chiedere due cose ai governi di tutto il mondo: primo, di “sospendere ogni politica che incentivi la pratica eugenetica”; secondo, di “iscrivere nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo la libertà di nascere”. Con un manifesto preparato da personalità di diverso orientamento come il francese Didier Sicard, l’italiano Carlo Casini, l’inglese Roger Scruton, il bioeticista americano Leon Kass, il nuovo ambasciatore USA presso la Santa Sede Mary Ann Glendon, “naturalmente escludendo ogni forma di colpevolizzazione, men che meno di persecuzione penale, delle donne che decidessero di abortire” come consentito dalle leggi in vigore nei vari paesi.

La sera del 31 dicembre, intervistato in un telegiornale di grande ascolto, il cardinale Ruini ha così sintetizzato la posizione della Chiesa:

“Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell’aborto e chiedere una moratoria, quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano.

“In secondo luogo si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l’Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull’aborto, che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a trent’anni ormai dalla legge, aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti riguardo alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all’aborto a una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo”.

“L’Osservatore Romano” ha dato evidenza a queste parole di Ruini e il cardinale Bagnasco ne ha ribadito i concetti sul più diffuso giornale laico italiano, il “Corriere della Sera” del 4 gennaio.

E a queste parole hanno corrisposto dei fatti. Negli stessi giorni, cinque ospedali di Milano si sono dati nuove “linee guida” per l’applicazione della legge nazionale sull’aborto, vietando l’aborto dopo la 21esima settimana di vita del nascituro (in precedenza il limite era la 24esima settimana) e proibendo l’aborto selettivo di una gravidanza gemellare in assenza di reali difficoltà fisiche o psichiche della gestante. Tali “linee guida” saranno presto adottate dall’intera regione della Lombardia.

È un altro segno, quest’ultimo, che l’appello per una moratoria sull’aborto cade oggi su un terreno più fertile che in passato. Il pensiero laico non è più così compatto nel negare dignità umana al concepito e nel far quadrato solo attorno all’autodeterminazione della donna. E la Chiesa non è più così timida e smarrita come lo fu, in Italia, dopo la catastrofica sconfitta del 1981, quando un referendum d’iniziativa cattolica per la cancellazione della legge sull’aborto rimediò appena il 18 per cento dei consensi.

La Chiesa italiana, al contrario, è oggi fresca di vittoria in un altro referendum in difesa della vita degli embrioni, svolto il 12 giugno del 2005. Un referendum il cui esito – secondo un recentissimo studio – è stato sensibilmente influenzato dall’identificazione cattolica del popolo italiano.

Riassumere questo studio è di grande interesse proprio per capire ancor meglio le attuali modalità d’azione della Chiesa nella società italiana: una società che – unico caso al mondo, di queste dimensioni – mantiene vivi i caratteri di un cattolicesimo di massa pur in un contesto di avanzata modernizzazione.
Lo studio apparirà sul prossimo numero di “Polis”, la rivista scientifica dell’Istituto Cattaneo di Bologna. Ne è autore Luca Diotallevi, professore di sociologia della religione all’Università di Roma Tre e autore di studi sulla “anomalia” religiosa italiana pubblicati anche negli Stati Uniti.
Il referendum del 12 giugno 2005 era stato promosso in Italia da gruppi e partiti laici per cancellare punti importanti della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, in pratica per liberalizzare la selezione, l’uso e l’eliminazione degli embrioni prodotti artificialmente.

La gerarchia cattolica, per far fallire il referendum, chiese ai fedeli e a tutti i cittadini di non andare a votare. E in effetti accadde così. Il 74,1 per cento dei votanti si astenne. I “sì” furono appena il 22 per cento e non raggiunsero la maggioranza nemmeno nelle province italiane più laiche e di sinistra.

Per valutare l’influsso del fattore religioso su questo risultato, Diotallevi ha incrociato quattro dati: i “sì” al referendum, l’identificazione cattolica, il civismo, la modernizzazione sociale.

Come principale misura dell’identificazione cattolica Diotallevi ha preso le firme dell’8 per mille a favore della Chiesa. In Italia i cittadini contribuenti hanno infatti la facoltà di indicare ogni anno, nella propria dichiarazione dei redditi, a chi destinare l’8 per mille delle imposte incassate dallo stato: se allo stato, oppure alla Chiesa cattolica, oppure alla comunità ebraica, oppure alle Chiese protestanti, eccetera. La quasi totalità delle firme va a vantaggio della Chiesa cattolica, con un crescendo che ultimamente è arrivato a sfiorare il 90 per cento.

Anche per il grado di civismo e di modernizzazione sociale Diotallevi ha preso come misura dei dati quantitativi, che specifica nel suo studio. Sta di fatto che, dall’insieme, è emerso soprattutto questo: la fortissima correlazione inversa tra l’identificazione cattolica espressa dalle firme dell’8 per mille e i “sì” al referendum.

Nelle province in cui è più basso il numero di firme per la Chiesa cattolica – Bologna, Livorno, Firenze, Ravenna, Siena, Reggio Emilia… – i “sì” al referendum hanno avuto le percentuali più alte, attorno al 40 per cento.

Il contrario è accaduto nelle province in cui le firme dell’8 per mille a favore della Chiesa sfiorano la totalità. Qui i “sì” sono stati pochissimi, il 10 per cento o anche meno.

Queste ultime province sono del sud, e sono anche le meno “civiche” e modernizzate. Ma attenzione: per il maggior numero delle province italiane, in particolare per quelle della Lombardia e del Veneto, gli alti indici di identificazione cattolica non si congiungono affatto con l’arretratezza, ma con gradi di modernizzazione sociale e di senso civico molto avanzati.

In altre parole, il fattore religioso in Italia non risulta essere una reliquia del passato destinata a scomparire con l’avanzare della modernizzazione, ma resta vivo in un contesto di forte modernità. Ed anzi – sostiene Diotallevi nella parte finale del suo studio – si modernizza esso stesso.

L’identificazione cattolica – scrive – non sarebbe infatti bastata, da sola, per produrre quel risultato nel referendum del 2005. Doveva essere attivata. Ed è ciò che ha fatto la gerarchia della Chiesa, in testa il cardinale Ruini, con mosse assolutamente nuove rispetto al passato. Ad esempio: optando per l’astensione invece che per il “no”; dettando in anticipo la linea invece che aspettare che le organizzazioni cattoliche si orientassero in ordine sparso; favorendo l’alleanza con personalità laiche concordi con la Chiesa nella difesa della vita nascente.

Prima ancora, quando la legge sulla fecondazione assistita che sarebbe stata poi oggetto del referendum era ancora in fase di elaborazione, la gerarchia della Chiesa aveva compiuto un’altra mossa inedita: tramite il Forum delle Famiglie aveva fatto lobbying in parlamento, anche qui con successo, a sostegno di un testo che non coincideva affatto con la dottrina morale della Chiesa, ma che riteneva accettabile come “male minore”.

Così, dunque, la Chiesa italiana ha vinto il referendum del 2005 in difesa dell’embrione: grazie a una campagna che è stata anche una formidabile alfabetizzazione di massa su questioni attinenti la vita umana nascente. Una campagna efficace. Dai sondaggi precedenti il voto emergeva che il “sì” restava bloccato, mentre crescevano di numero quelli che optavano per l’astensione “strategica” suggerita dalla Chiesa: nell’ultimo mese dal 17 al 25 per cento dell’elettorato.

Conclude Diotallevi il suo studio su “Polis”:

“È emersa la realtà di una politica ecclesiastica consapevole ed esperta dei valori e del funzionamento dei meccanismi politici, culturali e comunicativi propri di una società a modernizzazione avanzata e di una democrazia matura. […] Il successo è dipeso dall’aver puntato sul ruolo che poteva giocare l’identificazione religiosa – dimensione della religiosità ben diversa dalla partecipazione – con cui le autorità ecclesiastiche hanno mostrato di non aver perso familiarità. Perché essa emergesse non si sono limitate ai richiami retorici, ma hanno preparato le condizioni più favorevoli”.

Di questa modernizzazione della politica della Chiesa in difesa della famiglia e della vita, la moratoria sull’aborto è il nuovo grande scenario.

CON QUALE “BALLA” PROPAGANDISTICA SI OTTENNE LA LEGALIZZAZIONE DELL’ABORTO IN ITALIA 06.01.2008
A 30 anni esatti (quest’anno) dall’approvazione della legge 194 facciamo luce su ciò che accadde… Nel mio libro “Il genocidio censurato” è ricostruita tutta questa vicenda e altre analoghe, per esempio il caso degli Stati Uniti, con l’esplosiva “confessione” di uno dei protagonisti…
Nel frattempo va segnalata l’intervista di Rosy Bindi alla Stampa (6 gennaio), nella quale il ministro suddetto si oppone a “modifiche” della 194 e invita i cattolici a “farsi un esame di coscienza”. Avete letto bene: non invita i laici a fare un esame di coscienza sull’aborto, ma i cattolici. Le sono attribuite queste testuali parole: “Se la legge 194 è stata applicata solo limitatamente agli articoli sulla interruzione della gravidanza è perché quella legge è stata combattuta e chi lo ha fatto è stato principalmente il mondo cattolico”.
Avete capito bene? Se nei consultori per decenni si è rilasciato il certificato di aborto senza neanche provare a capire i problemi delle donne e senza tentare di aiutarle, se nessuna politica seria è stata fatta a sostegno della maternità e della famiglia, non è colpa della mentalità abortista, dei ministri della Sanità (come lei, in carica dal 1996 al 2000) e della classe politica a cui la Bindi appartiene da decenni, ma del mondo cattolico.
Di quel mondo cattolico che da 30 anni, sputazzato da tutti, con i centri di aiuto alla vita, ha salvato, a proprie spese, 80 mila bambini dallo sterminio e 80 mila mamme dalla tragedia. Mentre la Bindi faceva la sua carriera nel Palazzo del potere, pronta ad adeguarsi alla mentalità laica dominante …
Non per mettere “la Bindi al bando” (ci pensa da sola), ma sarà il caso che alle prossime elezioni il mondo cattolico ci pensi bene prima di ridarle anche un solo voto…
Da Libero 6 gennaio 2007Secondo Marco Pannella erano “un milione o un milione e mezzo” gli aborti clandestini che si facevano prima della legge 194 (tg5, venerdì sera). Con tante donne vittime. Per questo si è voluto l’aborto legale e assistito. Premesso che è un argomento per me insensato perché anche gli omicidi sono migliaia, ma nessuno propone di “risolvere” il problema legalizzando l’omicidio, bisogna capire, una volta per tutte, se quel dato è vero o falso. Intanto le cifre erano visibilmente sparate a caso. Per esempio secondo la proposta di legalizzazione fatta dal Psi al Senato nel 1971 erano ogni anno dai 2 ai 3 milioni gli aborti clandestini con circa 20 mila donne morte (nell’analogo progetto presentato alla Camera le morti lievitavano inspiegabilmente a 25 mila). Sui giornali le cifre oscillavano in modo abnorme: il “Corriere della sera” del 10 settembre 1976 per esempio dava da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno. E “Il Giorno” del 7 settembre 1972 da 3 a 4 milioni l’anno. In sostanza si davano i numeri (da 1,5 a 4 milioni), del tutto incontrollati e mai provati. Ma questa ossessiva campagna produsse la sensazione dell’emergenza nazionale e fece passare la legge 194.Eppure bastava qualche piccolo accertamento per scoprire la verità. Secondo calcoli fatti da statistici ipotizzando 3 (o addirittura 4) milioni di aborti clandestini l’anno ne derivava un tasso medio di abortività in base al quale – alla fine – “tutte le donne italiane avrebbero praticato nella loro vita almeno 8 aborti procurati clandestini” (Palmaro). Uno scenario ovviamente assurdo.Che i “milioni di aborti clandestini” ogni anno fossero un argomento totalmente infondato, è provato, in modo indiscutibile, oggi, dai dati ufficiali sugli aborti legali in Italia, fermi attorno ai 130 mila l’anno (dal 1978 hanno raggiunto al massimo la cifra di 240 mila all’anno, ma attestandosi subito molto al di sotto dei 200 mila). Se questo è il numero delle donne che interrompono la gravidanza oggi che l’aborto è facile, legale e assistito, in qualunque ospedale, e addirittura propagandato, è ovvio che dovevano essere un numero molto inferiore a praticarlo quando era illegale, si rischiava il carcere, la faccia e la pelle, ed era difficile trovare le “mammane” che lo praticassero.

Ma passiamo al cuore del problema. L’aborto clandestino – dicevano – provocava ogni anno in Italia la morte di 25 mila donne. Per questo fu reso legale e assistito. Ma era vero quel dato? No, era del tutto assurdo. E ci voleva poco a capirlo.

Dall’Annuario Statistico del 1974 risulta infatti che le donne in età feconda (cioè dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, cioè prima della legge 194, furono in tutto 15.116. Già il fatto che le morti totali siano la metà delle presunte morti per aborto parla chiaro. Ma poi si scopre che di quelle 15 mila solo 409 risultavano morte di gravidanza o parto.

Naturalmente fra tutte le morti “per gravidanza o parto” quelle dovute ad aborto clandestino erano una piccola parte: qualche decina ogni anno. Una cifra certo triste (umanamente anche una singola morte è una tragedia), ma non una emergenza nazionale. Erano molto più rilevanti, per capirci, le altre cause di decesso delle donne come le morti per parto, per infortuni domestici, per incidenti o per omicidio.

Le cifre che abbiamo visto per l’anno 1972 risultano costanti. Infatti nel 1969 le donne morte in età fertile per complicazioni da gravidanza, parto e puerperio furono in totale 550 (Annuario statistico italiano, 1971); 481 nel 1970 (Annuario 1972); 460 nel 1971 (Annuario 1973); 370 nel 1973 (Annuario 1975). E ogni anno le vittime dell’aborto clandestino erano poche unità.

Conclusione: le cifre sparate dalla propaganda abortista (25 mila donne morte) che hanno portato alla legalizzazione dell’aborto erano del tutto infondate. Erano balle. Lo conferma il fatto che dall’entrata in vigore della legge 194 la mortalità delle donne in età feconda, non ha avuto alcuna significativa diminuzione statistica improvvisa, quindi la 194 non ha modificato alcunché. “Ciononostante”, scriveva Roberto Algranati su Liberal “anche in epoca recente, l’onorevole Pannella ha riaffermato il vecchio luogo comune secondo il quale la legge sull’aborto avrebbe salvato la vita a centinaia di migliaia di donne”.

In realtà non ha portato neanche alla sparizione dell’aborto clandestino. Infatti sull’ “Espresso” del 10 novembre 2005, Chiara Valentini scrive che la relazione del ministro della Salute nell’anno 2005 stima circa in 20 mila gli aborti clandestini. E la stessa cifra è ribadita dal demografo Massimo Livi Bacci. Dunque la 194 è clamorosamente fallita: non ha estirpato neanche la piaga della clandestinità. E lo stesso fenomeno è accaduto in Gran Bretagna, nei Paesi Scandinavi, in Germania, Giappone, Russia Polonia, Romania e via dicendo.

Ma se la 194 non ha cancellato l’aborto clandestino – a 30 anni dalla sua approvazione – cos’ha prodotto? Rendere legale, facile, assistito e gratuito l’aborto può solo banalizzarlo e moltiplicarlo. E così è stato. Da 20-30 mila clandestini a 150-200 mila legali. Due ricercatori dell’Università di Trento, Erminio Guis e Donatella Cavanna (“Maternità negata”, Milano 1988) hanno scoperto che il 32 per cento delle donne che hanno abortito non l’avrebbe fatto se non ci fosse stata la legge 194 a permetterlo. Quindi migliaia di aborti che – in mancanza della 194 – sarebbero stati evitati. “Risultati del tutto analoghi” aggiunge Mario Palmaro “sono stati condotti in Francia. Il significato di questi dati è evidente: la legge incide in modo decisivo sui comportamenti”.

E’ vero che c’è stata una relativa diminuzione degli aborti legali dal 1978 ad oggi, ma intanto bisogna considerare la diffusione di abortivi chimici. In secondo luogo il fenomeno è tutto italiano ed è dovuto a una forte sensibilizzazione sui temi della vita fatta dalla Chiesa italiana (basti dire che i Centri di aiuto alla vita, anche concretamente, hanno salvato circa 80 mila bambini e altrettante mamme). Infatti negli altri Paesi europei, come Francia e Inghilterra, dove la presenza cattolica (e la cultura della vita) è irrilevante, gli aborti legali non sono in discesa, ma semmai in salita.

Infine 30 anni fa si costruì un’assordante campagna sulle “morti per aborto clandestino”, ma perché oggi non si parla delle morti per aborto praticato legalmente e assistito? Perché tanto silenzio sulle morti che hanno fatto clamore in America in relazione alla pillola abortiva (New York Times, 23.11.2005)? La sorte delle donne non interessa più?

La dottoressa Kustermann, dall’insospettabile pulpito di Micromega (7/05), fa sapere che “con la Ru486 c’è anche il dolore fisico, che almeno con l’aborto chirurgico non c’è”. Poi ha svelato quanto sia devastante anche l’aborto chirurgico legale che presenta “un rischio del 4 per cento di complicazioni più o meno gravi, che vanno dalla necessità di ripetere l’intervento, all’emorragia, alla perforazione dell’utero, all’infezione dell’utero che si manifesta nei giorni seguenti con febbre alta e dolori intensi. Quindi…

permangono dei rischi che possono determinare anche conseguenze di lungo periodo per la donna: per esempio un’infezione grave o una perforazione uterina” che “può determinare una sterilità permanente”.

La Kustermann aggiunge che “non c’è quasi nessun aborto che sia per sempre indolore”. Il dolore psichico è evidente in tante donne che hanno vissuto questo trauma. Ma, avverte la Kustermann, anche per le donne che “riescono a superare l’evento indenni”, dal punto di vista psicologico, “l’aborto può essere un fattore di rischio nel momento in cui intervengono depressioni legate al desiderio di maternità irrealizzato nel corso della vita”.

Insomma, aver presentato l’aborto come una conquista civile ha messo gravemente in ombra le conseguenze cui va incontro la donna. E ha spazzato via 4 milioni e 500 mila bambini. Un orrore.

Il genocidio censurato Autore: Antonio Socci
Aborto: un miliardo di vittime innocenti
Il genocidio censuratoI morti causati dai regimi totalitari e dagli innumerevoli conflitti armati che hanno insaguinato il Novecento sarebbero circa 200 milioni.
Eppure c’è una strage – tuttora in corso – che ha prodotto oltre un miliardo di vittime e di cui nessuno oggi vuole parlare: l’aborto. In maniera diretta, provocatoria e coinvolgente, Antonio Socci denuncia quello che è il peggior crimine commesso dall’umanità contro se stessa nel corso dell’ultimo secolo, raccontando tutta la verità sull’aborto: dalle origini del dibattito morale alle scelte politiche italiane, dalle politiche antinataliste cinesi all’attuale orientamento dell’Onu e delle istituzioni europee, dalle polemiche sulla Ru486 alle coraggiose iniziative del Moviemtno per la vita.
Con dati, documenti e testimonianze sconvolgenti che mostrano lo scellerato delirio di onnipotenza a cui si spinge l’uomo quando abbandona il rispetto della Legge di Dio e della Legge di natura.
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