LE MENSE DI SAN GIUSEPPE A BORGETTO.

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San Giuseppe (padre putativo di Gesù)

Giuseppe, secondo il Nuovo Testamento, è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù. Il nome Giuseppe è la versione italiana dell’ebraico Yosef, attraverso il latino Ioseph.

Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente chiamati Sacra famiglia.

// Padre putativo

I Vangeli e la dottrina cristiana affermano che il vero padre di Gesù fu Dio stesso: Maria lo concepì miracolosamente senza aver avuto rapporti sessuali con alcuno, per intervento dello Spirito Santo. Giuseppe, messo al corrente di quanto era accaduto da una visione avuta in sogno, accettò di sposarla e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Perciò la tradizione lo chiama padre putativo di Gesù (dal latino puto, “credo”), cioè colui “che era creduto” suo padre.

Vita

Le notizie dei Vangeli su san Giuseppe sono molto scarne. Parlano di lui Matteo e Luca: essi ci dicono che Giuseppe era un discendente del re Davide ed abitava nella piccola città di Nazaret. Riguardo alla sua professione, egli è definito in greco tèkton: secondo l’interpretazione tradizionale significa falegname, altre possibili traduzioni sono: carpentiere, carradore, fabbricatore di oggetti in legno, oppure muratore o manovale. Non è quindi chiaro se avesse una bottega propria, o se fosse dipendente, o addirittura lavorante a giornata.

Insieme a Maria, Giuseppe si spostò a Betlemme a causa di un censimento, e qui nacque Gesù; essi rimasero a Betlemme per un periodo non ben determinato, sembra da un minimo di 40 giorni (Luca 2,22;2,39) a un massimo di due anni (Matteo 2,16), dopo di che secondo Matteo fuggirono in Egitto fino alla morte del re Erode (nel 4 a.C.), quindi ritornarono a Nazaret. Luca non menziona il soggiorno in Egitto, ma concorda sul ritorno a Nazaret, dove Gesù visse fino all’inizio della sua vita pubblica.

Certamente Giuseppe era ancora vivo quando Gesù aveva dodici anni (vedi Luca 2,41-52); quando invece Gesù iniziò la sua vita pubblica, molto probabilmente era già morto. Infatti non è mai più menzionato dai Vangeli dopo il passo di Luca sopra citato (talvolta Gesù è chiamato “figlio di Giuseppe”, ma questo non implica che fosse ancora vivente), e quando Gesù è in croce, affida Maria al suo discepolo Giovanni, il quale “da quel momento la prese nella sua casa”, il che non sarebbe stato necessario se Giuseppe fosse stato in vita.

I Vangeli apocrifi forniscono altre notizie, che tuttavia vengono generalmente ritenute leggendarie. Secondo il Protovangelo di Giacomo, Giuseppe era molto anziano quando sposò Maria, e fu scelto tra gli altri pretendenti perché il suo bastone, posto fra gli altri sull’altare, fiorì miracolosamente. Per questo motivo san Giuseppe è tradizionalmente raffigurato con Gesù bambino in braccio e con in mano un bastone dal quale sbocciano dei fiori (generalmente un giglio bianco).

Poiché i Vangeli menzionano a volte dei “fratelli di Gesù“, alcuni ipotizzano che Giuseppe avesse avuto altri figli da Maria o da un matrimonio precedente. La Chiesa cattolica rifiuta questa interpretazione, e sostiene che si trattasse di cugini o altri parenti stretti (in greco antico vi sono due termini distinti: adelfòi, fratelli, e kasìghnetoi, cugini, ma in ebraico una sola parola è usata per indicare sia fratelli sia cugini) oppure collaboratori.

Le qualità

Nei Vangeli non viene riportata alcuna parola di Giuseppe; vengono riportate solamente le sue azioni dalle quali traspaiono le sue qualità.

  • “Uomo obbediente”. Conosciuto il volere di Dio attraverso un sogno, Giuseppe si appresta ad eseguirlo. E così sposa Maria anche se lei aspetta un figlio che non è suo; fugge in Egitto con Maria ed il bambino Gesù per sfuggire alla persecuzione di Erode; torna a Nazaret alla morte di Erode.
  • “Uomo giusto”. L’evangelista Matteo parla di Giuseppe come uomo «giusto». Il termine non significa soltanto correttezza, fare ciò che è dovuto e che noi diciamo giusto. In senso biblico, «giusto» è il timorato di Dio, l’obbediente ai suoi progetti. Giuseppe è giusto in quanto cerca di adeguarsi al piano di Dio nella vita di Maria. Non rinuncia al suo amore per Maria, glielo dichiara anzi, «prendendola con sé».

Culto

La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. Lo ricorda il 1° maggio col titolo di Lavoratore. Inoltre la Domenica tra il Natale ed il 1 gennaio (in caso che non ricorra la domenica il 30 dicembre) lo si festeggia insieme alla sua famiglia: la Sacra famiglia (Giuseppe, Maria e Gesù).

Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo di umiltà e dedizione, nella Chiesa d’Oriente era praticato già attorno al IV secolo: intorno al VII secolo la chiesa Copta ricordava la sua morte il 20 luglio. In Occidente il culto ha avuto una marcata risonanza solo attorno all’anno Mille, come attestato dai martirologi, primo fra tutti quello del monastero di Richenau, ricordandolo al 19 marzo, data diventata festa universale nella Chiesa con Gregorio XV nel 1621.
La prima chiesa dedicata a san Giuseppe sembra essere quella di Bologna eretta nel 1130.
Nel 1621 i Carmelitani posero l’intero ordine sotto il suo protettorato.
L’8 dicembre 1870 Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando esplicitamente la sua superiorità su tutti i santi, seconda solo a quella della Madonna.
Papa Leone XIII scrisse la prima enciclica interamente riguardante il santo: la Quamquam pluries, del 15 agosto 1889.
Il 26 ottobre 1921, Benedetto XV estese la festa della Sacra Famiglia a tutta la Chiesa.
La festa di Giuseppe artigiano fu istituita nel 1955 da Pio XII e fissata il 1° maggio: la festa dei lavoratori fino a quel momento era appannaggio della cultura socialcomunista.
Nel 1962 Giovanni XXIII introdusse il suo nome nel canone della Messa, oltre ad affidargli lo svolgimento del Concilio Vaticano II. Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa cattolica celebra San Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili ma con legge 5 marzo 1977 n. 54, questo riconoscimento fu abolito e da allora il 19 marzo divenne un giorno feriale come tutti gli altri.

La devozione a san Giuseppe nel monrealese
In tutto il territorio dell’arcidiocesi il culto al santo patriarca è diffusissimo e vivissimo. Anche questo culto è di derivazione ottocentesca, periodo in cui il culto a san Giuseppe ebbe il suo massimo splendore. Il fatto più importante fu la proclamazione, l’8 dicembre del 1870, ad opera di Pio ix, di san Giuseppe a patrono di tutta la Chiesa. Già nel 1847, lo stesso pontefice, aveva esteso a tutta la Chiesa la festa del patrocinio del santo fino ad allora celebrata solo da alcuni grandi ordini religiosi come i carmelitani.

Il culto al santo patriarca assume lo stesso significato di quello della sua sposa: proteggere la Chiesa. La festa fu fissata per il 19 di marzo. Il 15 agosto del 1889 Leone xiii con l’enciclica Quamquam pluries dichiarò san Giuseppe patrono speciale della Chiesa cattolica. Lo stesso papa, il 3 marzo del 1891, dichiarò il 19 marzo essere festa di precetto. Nacquero le litanie del santo, la pratica dei sette dolori e delle sette allegrezze, il rosario di san Giuseppe, lo scapolare, il mercoledì a lui dedicato e il mese di marzo a lui dedicato. Nacquero anche confraternite a lui intitolate, pie unioni, sodalizi, congregazioni religiose a lui intitolate.

Il culto a san Giuseppe si esprime, nella quasi totalità dei comuni dell’arcidiocesi monrealese, con la creazione delle mense per i poveri, degli altari o delle tavolate in suo onore. Le mense o altari sono quasi sempre degli ex voto per grazie ricevute. L’elemento dominante è il pane, insieme all’offerta delle primizie e all’ostentazione di prodotti vari (generi alimentari, vestiti, ecc.) che alla fine del banchetto vengono distribuite ai “santi”, cioè ai ragazzi invitati al banchetto, poiché appartenenti a famiglie bisognose. In qualche comune dell’arcidiocesi i santi sono tre, in altri cinque o addirittura sette come a Chiusa Sclafani. I santi simboleggiano la sacra famiglia, se sono solo tre, cinque anche due angeli, sette anche alcuni santi protettori cui è devota la famiglia che crea la mensa. I pani votivi, chiamati con nomi diversi a secondo dei paesi (cuddure, cucciddati, ucchialeddu), sono preparati dalle donne con varietà di forme e dimensioni e dopo essere stati benedetti vengono posti sulle mense per essere distribuiti nel giorno della festa.

Sulle tavolate di Prizzi si usa mettere le coffe, cioè dei grandi pani di forma diversa. Quello dedicato alla Madonna si chiama pupa e su di esso si scolpisce una borsa, un bracciale, una collana, la treccia e un mazzetto di fiori. Quello dedicato a san Giuseppe si chiama varva, mentre quello dedicato a Gesù si chiama, a Prizzi, cuffitedda e su di esso si pone un pane a forma di scala, uno a forma di martello e un altro a forma di sega, che simboleggiano gli arnesi del lavoro di san Giuseppe e il fatto che Gesù aiutò il suo padre putativo nel suo lavoro.

In tutte le mense dei comuni dell’arcidiocesi non vi è presenza di piatti a base di carne e di pesce. In molti comuni si usa fare il cosiddetto San Giuseppi addumannaatu o mezzu addumannatu: chi ha fatto il voto va in giro per il paese a chiedere l’elemosina per allestire la mensa mentre il mezzu addumannatu comporta che metà delle spese vengano affrontate dalla famiglie e l’altra metà vengano elemosinate. La questua di soldi, in qualche comune come Prizzi, viene fatta a piedi scalzi. Anche a Bisacquino,Borgetto e Corleone si fanno i santi addumannati.

A Giuliana, come altrove, ci si prepara alla festa con una novena, durante la quale si recita la coroncina dei sette dolori e delle sette allegrezze di san Giuseppe e il seguente rosario:

 

San Giusippuzzu vui siti lu patri,

virgini siti comu la matri,

Maria è la rosa.

Vui siti lu gigliu.

Datimi aiutu, riparu e cunsigliu.

Pi lu nomi di Maria sarvati l’arma mia.

 

Al rosario si uniscono anche delle giaculatorie:

 

San Giusippuzzu unn’abbannunati

nn’è nostri bisogni e nicissitati

e ludatu e binidittu sia

’u nomi di Gesù, Giuseppi e Maria.

 

La festa di san Giuseppe, a Giuliana, è preceduta dalla festa du bamminu che si svolge nei tre giorni precedenti il 19 marzo. La statua di Gesù adolescente viene staccata dalla mano del padre putativo e viene portata in pellegrinaggio presso alcune famiglie del paese, per poi ricongiungersi con il simulacro del santo prima della processione del 19 sera.

A Giuliana, ancora oggi, i devoti recitano i sei misteri del rosario di san Giuseppe. I misteri, come scrive Governali, «evocano vari momenti della vita del santo, al quale si attribuiscono sentimenti, paure, sospetti e risentimenti propri di ogni essere umano».

I racconti del rosario di Giuliana si ispirano ai racconti dei vangeli apocrifi. Le mense di Balestrate sono caratterizzate per la grande quantità, oltre che di pane anche di agrumi. Anche a Corleone, così come a Partinico, fino a qualche tempo, fa si creavano le tavolate e le mense: oggi sono molto ridotte. A Corleone si invitavano 5 santi i quali si riunivano il mattino della festa, vestiti con delle tuniche di colore diverso, viola o verde san Giuseppe, rosa la Madonna e bianco Gesù bambino. Anche i due angeli indossavano delle tuniche bianche. Venivano accompagnati in chiesa dal suono del tammurinaru, e quindi partecipavano alla messa. All’uscita i santi si recavano nella propria mensa dove iniziava il lauto pranzo. I santi venivano serviti dai padroni di casa e dovevano essere i primi a mangiare assaggiando un po’ di tutte le pietanze preparate. Tutto ciò avviene ancora oggi a Borgetto, dove ogni anno, vengono allestite così tante mense che in certi anni hanno superato anche le trenta unità. Le mense di Borgetto sono davvero uniche nel loro genere. I santi sono tre. A Borgetto, prima di iniziare il pranzo, vengono recitate, davanti alle mense, le cosiddette parti in dialetto siciliano. Dopo la recita delle parti tutti entrano nella casa, la padrona di casa fa salire il bambino che interpreta la parte di Gesù su una sedia, gli fa intingere due dita in un bicchiere d’acqua e gli fa benedire la mensa. Poi inizia il pranzo dei santi. Da qualche anno a Borgetto la novena di san Giuseppe viene celebrata al mattino presto con la straordinaria partecipazione di fedeli adulti.

Le mense di san Giuseppe sono preparate da tutti i ceti sociali. In alcuni comuni, come ad esempio Partinico e Corleone, dove le mense presso le famiglie sono in via di estinzione, la tradizione delle mense e delle tavolate rivive grazie all’opera preziosa di docenti, alunni e delle loro famiglie che accettano di fare le mense a scuola.

Nonostante il processo di forte cristianizzazione in atto ormai da tempo,evidenziato anche da alcune leggi civili come la N.54 del 1977,il culto a San Giuseppe rimane radicatissimo in tutta la Sicilia e in particolar modo nella Valle dello Jato e nel comune di Borgetto in esso ricadente.

La cittadina di Borgetto sorge sul declivio di una collina, nel versante opposto alla Conca d’Oro.

Confina ad Est e a Sud con Monreale, ad Ovest e a Nord con Partinico. Sull’emblema del Comune risulta a destra una torre in campo rosso, a sinistra il leone rampante su campo stellato.

Dal latino Burgettum, (Borgetto), nome italianizzato dal volgare Burgettu. Molti storici e filologi, fanno derivare questo nome dal greco Burgos, termine che significa Torre-Castello. Infatti, si ha notizia di un castello nel feudo di Borgetto, intorno al 1294 e di un agglomerato di case chiamato appunto (Lu Casali di Lu Burgettu). Lungo i secoli, attorno al Castello si andò sviluppando un agglomeralo che prese il nome di Borgetto.

E’ certo che la fortezza è stata eretta propria da un potente signore, forse durante la dominazione Saracena o Normanna.

Il primo documento che tratta di Borgetto è una pergamena del 1294, conservata presso l’archivio di Stato. In esso si parla di un certo Simone Descolo, nobile cittadino, possessore di un casale chiamalo Borgetto.

Questi, privo di eredi maschi, nel 1337 lasciò il feudo alla figlia Margherita, che essendosi ribellata a re Pietro II, insieme al marito Federico di Antiochia Fellone, fu dichiarata decaduta dal beneficio del feudo con decreto reale del 20 gennaio 1339.

Il re Pietro II, lo affidò a Raimondo De Peralta, conte di Caltabellotta, che per i molti debiti vendette il feudo di Borgetto a Perrone de Campsore, il quale, con atto del 13 marzo 1347 lo ipotecava a Guglielmo De Martino, per garanzia di once

d’oro 133, prezzo d’olio acquistato a credito. Ma questi non riuscì a soddisfare il debito e allora il feudo venne messo all’asta pubblica nel 1351. Lo stesso venne acquistato da Margherita De Bianco. Costei, essendo senza figli, con testamento

del 1355 lasciò il feudo e casale ai PP. Benedettini di S. Martino delle Scale, con obbligo però di erigere nel feudo un Monastero dedicato a S. Benedetto.

Da questo periodo comincia la secolare signoria del Monastero di S. Martino delle Scale su Borgetto e la grande opera di colonizzazione e di sviluppo della zona.

Alla seconda metà del 1600, i PP. Benedettini dettero i primi permessi di fabbricazione nel feudo e le case sorsero sparse qua e là con preferenza nella parte bassa del feudo, attuale (lazzo Vecchio).

Nel 1703, l’Abbate di S. Martino ordinò che tutti gli abitanti si stabilissero in un luogo vicino al castello, attuale Largo Villa Migliore.

Si desume quindi, che il primo quartiere sia stato quello della Matrice o Santa Maria Maddalena, ultimato nel 1705, li vicino sorgeva il già esistente castello attuale Villa Migliore, come detto sopra. Quasi contemporaneamente nacquero altri

due quartieri, quello di S. Antonio e quello di S. Nicolò e dopo alcuni anni quello delle Guardiole.

Fin dal 1710, si ha notizia di un’Amministrazione Comunale detta “Universitas Terrae Burgetti”, composta da quattro Giurati e un Capitano. In seguito sostituita col Decurionato formato da 12 persone detti “Decurioni” con a capo il Sindaco

Nel 1826 il comune prese in enfiteusi dal dottor Santi Migliore uno stabile posto nella Piazza Matrice per fissarvi gli uffici comunali, le scuole ed il carcere.

Nella valle dello lato grande risalto ha la devozione a San Giuseppe con la creazione delle cosidette Mense o Altari in onore del Santo. Le più maestose e visitate sono,appunto, quelle del comune di Bor­getto , un paese agricolo sviluppatosi all’interno del declivio contrario ai monti della conca d’oro, Da secoli, in questo comune del palermitano, si preparano le mense in se­guito a grazie ricevute per l’intercessione del Santo o a promesse fatte al Santo dai devoti. L’incremento della devozione a San Giuseppe risale alla fine del 1800,allorquando Papa Pio IX lo proclamò patrono universale della Chiesa e Leone XIII,con l’enciclica Quamquam pluries del 15 agosto del 1889 ne chiese l’incremento del culto nel giorno del 19 di Marzo in opposizione ad una sempre maggiore scristianizzazione del lavoro ad opera delle idee del socialismo ateo e anticlericale. Scopo principale della Mensa è,ancora oggi, quello caritatevole verso famiglie povere affinchè non manchi mai il pane, si vuole che s’invitino alla mensa tre bambini poveri o di modeste condizioni, che rievocano la fuga di Gesù, Giuseppe e Maria ai quali viene servito lo sfarzoso pranzo, tra canti e filastrocche dialettali .Il lavoro di preparazio­ne è lungo e molto faticoso e richiede la collaborazio­ne anche dei parenti degli amici e dei vicini che so­stengono il lavoro della pa­drona di casa. La preparazione di una mensa di medie proporzio­ni dura da due a tre mesi e i preparativi iniziano subito dopo le feste natalizie. In prossimità della festa si prepara la stanza più gran­de della casa le cui pareti e il cui soffitto dovranno ri­sultare sfarzosi e scintillan­ti e la stanza dotata di una ricca illuminazione .Per realizzare tutto ciò si prepara una intelaiatura di legno, insieme a corde e fili di acciaio che vengono attaccati lungo le pareti, le quali vengono rivestite di tessuti, festoni, coperte e fiori il tutto, preferibilmente, di colore bianco. Alle pareti vengono ap­puntati lunghi metri di tulle, veli nuziali e raso bianco. In previsione delle mense le spose cristiane di Bor­getto e dei paesi vicini pre­stano i loro veli nuziali che vengono utilizzati per l’ad­dobbo delle mense, che non è soggetto a nessuna regola precisa ma si rispet­ta ormai una prassi più che consolidata.Nel tempo gli addobbi sono cambiati, basti pen­sare che in passato veni­vano utilizzate delle coper­te di ciniglia di colore bor­deaux con raffigurazioni di angeli o delle coperte di conca d’oro, rosa o celeste pastello, con immagini raf­figuranti Giulietta e Ro­meo.Al centro della stanza troneggia l’altare dove vie­ne posto il quadro di San Giuseppe o della Sacra Famiglia o la statua del Santo. Finito l’addobbo della stanza si preparano le tavolate ai lati delle pareti lascian­do al centro il maestoso alta­re. Il pane è il protagonista principale delle mense poiché esso occupa un posto molto rilevante nella storia dell’umanità, esso riveste un significato sociale, religioso e sacro-santo, simbolo fondamentale del lavoro umile del Santo e dell’Eucarestia. E’ preparato in diverse forme. La palma per ricordare la verginità della Madonna, mentre quello di Gesù bambino è a forma di buccellato ( dolce tipico della gastronomia locale e che si prepara nel periodo natalizio), un cesto con gli attrezzi per il lavoro del falegname per rievocare l’operosità del Santo.

Le tavole vengono allesti­te in due o tre ri­piani sui quali vengono poste numerose portate: alimenti quotidiani come pasta, zucchero, olio, farina, uova, latte, biscot­ti, caffè, ortaggi, legumi, frutta secca, dolci caseari, pietanze cotte in casa. C’è anche la tavolata con fritture di tutte le pie­tanze tipiche di Borgetto.In nessuna mensa vi sono pietanze a base di carne per non spezzare l’astinenza quaresimale. Infatti la festa di San Giuseppe nel mezzo del periodo quaresimale costi­tuisce una sorta di “abbuf­fata” e di sostanziale sospensione del digiuno quaresimale.Al centro della stanza si apparecchia la tavola per il pranzo dei tre bambini bi­sognosi, che nel giorno della festa rappresentano Gesù, Giuseppe e Maria, con la tovaglia più bella, tre mezze arance tagliate a stella, tre pani, vino, ac­qua, asciugamani ricamati e con frange che useranno coloro che imboccheranno, durante il pranzo i bambini. Le mense possono essere preparate di tasca propria o attraverso Ia richiesta elemosinata di soldi, cibi, vestiti quant’ altro possa essere utile per la creazione della mensa: in questo caso la mensa viene definita “addumannata” o anche “mezza-addumannata” per metà della spesa contribuisce il devoto e I’altra metà vieni chiesta ad amici, parenti, conoscenti o anche a persone che si incontrano per strada durante la questua. La questua fa parte del voto e viene in tesa come penitenza. A Borgetto le mense con l’altare possono essere di due tipi: “parate” cioè la stanza in cui è creata la mensa è occupata per intero. Essa è sfarzosa e ricca di ogni ben di Dio, “private” cioè modesta con l’addobbo di una sola parete della stanza La preparazione delle mense, soprattutto quelle “parate” può essere letta anche come espressione di ascesi sociale o di una consolidata posizione economica. Infatti preparare una mensa sfarzosa significa porsi al centro dell’attenzione dei paesani e dei visitatori esterni. Le mense si visitano la vigilia della festa dalle 21 fino a tarda notte e ai visitatori vengono offerti pane con olive e vino. La mattina della festa i bambini, vestiti con tuniche bianche, si fanno trovare davanti la porta della chiesa prelevati dal “tammurinaru”(suonatore di tamburo) che li accompagna in chiesa per assistere alla messa insieme a coloro i quali hanno allestito la mensa. Finita la celebrazione li­turgica i bambini vengono riaccompagnati alle rispet­tive mense e davanti ad ognuna di essa vengono recitate le cosìdette parti in dialetto siciliano.Le “Parti” furono rimate da un poeta dialettale, Leonardo D’Arrigo,d’allora ogni anno la sua famiglia per tradizione li recita, ad essa si è unita la famiglia Liparoto che per devozione recita le “parti” senza alcun compenso. Dopo la recita delle “parti” tutti en­trano in casa e il padrone di casa invita tutti a grida­re: “Viva San Giuseppe, Viva”; poi si accen­de l’incenso e la padrona di casa fa salire il bambino che impersona Ge­sù su una sedia gli lava le mani, gliele asciuga, gli fa intin­gere due dita in bic­chiere d’acqua e gli fa benedire la men­sa. Dopo la benedizio­ne ha inizio il lungo pranzo che si svol­ge secondo in ri­tuale ben codificato e rigido. Infatti i tre bambini vengono imboccati da tre ragazzi o ra­gazze non sposati che por­tano sopra la spalla sini­stra un asciugamano di te­la bianco e ricamato. I tre bambini devono mangiare,oltre che per primi, almeno i primi tre boc­coni di tutti i cibi preparati, dopo di ché si possono di­stribuire le pietanze a tutti i presenti.Il primo piatto che viene assaggiato dai tre bambini è la pasta con le sarde e la mollica, seguono le polpet­te di sarde e di uova e le fritture varie.In ultimo i dolci: cassa­telle, pignoccata, sfinge, cannoli, pecorelle di pasta reale, uova di Pasqua, per concludere con la frutta fresca e secca.A conclusione del pran­zo vengono prelevati i pani, dall’altare centrale, e tutto quanto è stato deposto sul­le tavolate laterali e vengo­no dati ai tre bambini i qua­li, con l’aiuto dei genitori e dei parenti, portano tutto nelle loro case. Gli emigrati borgetani negli USA, nel quartiere Astoria di New York, mantengono la stessa tradizione e ogni anno chi non può ritornare in paese o manda i soldi o ripete con nostalgia le mense in quel lontano continente dove migliaia di borgetani ad oggi vivono. Quest’anno la festa di San Giuseppe si celebrerà Sabato 15 Marzo poiché giorno 19 è il Mercoledì Santo.

Orazione a San Giuseppe

Di Papa Leone XIII

A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua Santissima Sposa.

Deh! per quel sacro vincolo di carità che ti strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, guarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.

Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità: e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché sul tuo esempio, e mercé il tuo soccorso, possiamo vivere virtuosamente, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Così sia.

 

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9 Risposte

  1. Caro Maik, come stai?
    una volta ho assistito alle mense a Borgetto… buonissime le cassatelle 🙂 🙂 🙂

    ti abbraccio e ti saluto con affetto

  2. Caro Mario70,sto bene,tranne qualche lutto in fam.
    Ritorna a Borgetto,le mense sono uno spettacolo indescrivibile.Le cassatelle erano buone?Ok,concordo con te!
    Ritorna e te ne faccio mangiare quante ne vuoi.La sera del 15 Marzo e non il 18.Per quest’anno.
    Ciao a presto,anch’io ti abbraccio e ti saluto cordialmente.

  3. CORREZIONE PER GLI UTENTI:
    LA SERA DI VENERDI’ 14 MARZO:VISITA DELLE MENSE DI BORGETTO,DALLE ORE 19 CIRCA A TARDA NOTTE.

  4. Caro Maik, mi spiace per il lutto in famiglia. Ti sono vicinissimo nella preghiera!
    Grazie per l’invito, quasi quasi lo accetto 🙂
    ti abbraccio cordialmente

  5. Caro Mario,grazie per la tua sincera vicinanza e per la preghiera:te ne sono grato.
    Ritorna a vedere le mense e non te ne farò pentire!Verranno anche il mitico Giampi…..e Riccardo.Sarà una gran bella serata….e un grande SUMMIT di amicizia e collaborazione.Potenza del Web!ho scritto bene?

  6. “Ritorna a vedere le mense e non te ne farò pentire”

    Difficile poter rinunciare ad un invito di questo tipo.

    Organizziamoci via mail.

    Hai scritto benissimo 🙂

    Hugs

  7. perchè non ci organizziamo pure con giampiero e andiamo a fare scorpacciata di casatelle???

  8. Disponibilissimo ad accogliervi…..

  9. grazie 🙂

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