IL VIAGGIO:INDAGINE SUL SANTUARIO DI “BILICI”.

U Signuri di Bilici(foto di Melo Minnella)


I luoghi santi

Questi sono i segni. Ma più che i segni, importanti sono i luoghi. E vi sono sempre dei luoghi santi, per le religioni cosmiche. Luoghi santi, o scelti da Dio stesso che fugacemente discende sopra la terra dopo che è salito nel cielo, o scelti dall’uomo e riconsacrati da Dio perché in questo luogo l’uomo possa veramente rientrare in contatto con Lui. Ce ne sono nel buddismo, ce ne sono nell’induismo; tutte le religioni conoscono questo spazio sacro. Perché? Perché dopo il peccato di Adamo la terra è stata maledetta, ed è stata abbandonata da Dio. E l’uomo può vagare sopra la terra, ma non s’incontra più con Dio; bisogna che un certo luogo Dio lo scelga di nuovo per incontrarsi con l’uomo e bisogna che l’uomo lo riconsacri perché in qualche modo in quel luogo gli uomini possano entrare in comunione con la divinità.
In tutte le religioni ci sono questi luoghi santi: nell’induismo, chiunque si lava nelle acque del Gange è salvo, ma chiunque vada al monte Arucciola entra in comunicazione con Dio. Nonostante l’induismo sia una religione che, in fondo, non conosce un Dio personale, almeno nei suoi massimi rappresentanti, tuttavia la religione popolare, che è sempre una religione più vera della religione filosofica, ha bisogno di presentare all’uomo come una certa sacramentalità per la quale gli uomini vivono in comunione con un dio personale, con un dio vivo che anche ama. Ecco perché anche Ramana, il più grande mistico dell’induismo moderno (che pure poi seguirà la concezione religiosa di Sciankara, nella quale in fondo Dio s’identifica al puro spirito, e la salvezza non consiste che nel semplice riconoscimento di essere una sola cosa con lo spirito stesso), anche Ramana non vive il suo incontro con Dio, all’inizio, che come volontà di accedere a un luogo sacro. A 16 anni prende sei rupie in casa del padre, prende il treno e va alla stazione più vicina al Monte Arucciola, e poi là vivrà fino alla morte, nelle caverne del monte: lì vive la sua unità col Tutto, la sua unità con Dio, sul monte santo dell’India meridionale.
Quello che è proprio dell’induismo è proprio anche del buddismo: nel buddismo non vi è una concezione di Dio, però vi è una concezione di una liberazione, vi è un bisogno di liberazione, di salvezza per l’uomo, e la salvezza e la liberazione per l’uomo implicano di per sé la scelta di un luogo: il Mandala. C’è anche un senso più o meno cosciente che tutta la creazione è maledetta, che l’uomo vive in un’alienazione, come cacciato dal paradiso terrestre. Per vivere una comunione con Dio bisogna che l’uomo rientri in questo paradiso. Bisogna dunque che il paradiso l’uomo se lo crei, e lo crea attraverso quello che dicono appunto i Mandali: uno spazio sacro in cui l’uomo entra per vivere un contatto più intimo con la divinità.
Quello che è vero per il buddismo è vero anche per l’Islam: la Mecca. In questo luogo Dio ha parlato a Maometto: questo luogo è dunque il luogo dell’incontro. D’altra parte questo luogo, la Mecca, ha la pietra sacra, una meteorite nera che ci dice precisamente come sia perpendicolarmente a questo luogo che il cielo è aperto, che Dio entra in comunione con l’uomo. Ed ecco che tutti i musulmani andando in pellegrinaggio alla Mecca sono coscienti della loro salvezza: nel giorno del giudizio saranno liberati da Dio.
Quello che è vero per l’Islam è vero anche per l’ebraismo: anche nell’ebraismo vi sono luoghi santi. Prima di tutto è santa la terra; la terra promessa da Dio. Anche oggi la mistica ebraica insegna che respirare nella Palestina è qual che cosa di santo, rischiara il pensiero, purifica il cuore: la terra sacra è un sacramento. Vivere nella Palestina è già fare comunione, magari più misteriosa ma reale, con la divinità. Ecco perché, dal momento che gli Ebrei sono stati cacciati in tutta la terra, tutto non vive che l’ansia, che la nostalgia della Palestina; e, anche se oggi gli Ebrei sono tornati in Palestina, vi sono tornati proprio perché, anche se non hanno più fede, agisce in loro quasi una forza ancestrale, quasi una nostalgia del paradiso, questa nostalgia di un luogo santo, in cui la nazione deve risorgere, la nazione riavrà la vita, perché la nazione è la nazione di Dio, perché questo popolo è il popolo scelto da Dio; ma il popolo può vivere la sua elezione, la sua comunione con Dio, l’alleanza, precisamente soltanto in questo luogo già determinato dal Signore. Voi sapete che tutta la storia dell’ebraismo, dal secolo IV fino ad oggi, non è stata che un sempre nuovo tentativo di tornare laggiù.
Ma vi sono altri luoghi più santi ancora della terra sacra. Il primo è al di fuori della terra sacra: il Sinai. Dio si è allontanato dalla terra, è risalito nel cielo, come dice il salmista: “Il cielo è di Dio, la terra Dio l’ha data agli uomini”, e anche come dice il Libro dell’Ecclesiaste: “Dio sta nel cielo e l’uomo sulla terra”. Ma se col peccato di Adamo Dio si è allontanato definitivamente dal mondo, ora invece discende, discende per seguire il suo popolo, nella nube, nella colonna di fuoco. Discende per lo più sul Sinai, e il primo incontro vero con l’uomo avviene lassù, sulla cima: non Dio stesso discende, ma Dio discende col suo cielo: la nube. E ricopre la cima del monte, e Mosè entra nella nube e parla con Dio. L’entrare nella nube, per la cosmologia antica, voleva dire entrare nel cielo; è Mosè che entra nel cielo, più che Dio che viene sulla terra; tuttavia però, se il cielo di nuovo si attacca alla terra sulla cima del monte Sinai, il monte Sinai che cosa diviene? Diviene l’onfalos, nome greco che vuol dire ombelico.
Quando noi siamo nati eravamo legati alla madre attraverso il cordone ombelicale, che poi è stato tagliato perché sennò non c’era indipendenza di vita fra il bambino che nasceva e la madre. Qualche cosa di simile è avvenuto con la creazione: la terra si è separata dal cielo, però c’è l’ombelico, c’è un punto in cui la terra è ancora legata al cielo. Questo punto può ritornare di nuovo ad essere il luogo dell’ incontro. Quale sarà l’ombelico della terra? Il monte più alto, il Sinai. Ecco il primo onfalos. Allora Mosè salendo sull’onfalos si mette nella condizione di poter entrare di nuovo in comunione con Dio. Difatti Dio discende su questa cima della montagna, e Mosè e Dio s’incontrano, e parlano.
Più che essere Dio che discende, è la terra che di nuovo si congiunge col cielo; e Mosè parlando con Dio lascia la terra. Difatti per quaranta giorni e quaranta notti che cosa avviene? Dice l’Esodo che Israele non vede più Mosè. Si vede Dio con gli occhi mortali? No, Dio è invisibile. Mosè diviene invisibile; siccome entra nel cielo, cioè nella nube, anche Mosè diviene invisibile: è entrato nel mondo divino. Ma il luogo dell’incontro è il monte Sinai. Di là Dio parla: là Egli stabilisce l’alleanza con l’uomo. Il Sinai dunque sarà sempre un luogo santo per Israele. “Dio viene dal monte Paran”, dirà Abacuc, dopo tanti anni e secoli dal dono della Legge dato a Mosè. E quando si vorrà rinnovare l’alleanza, come al tempo del profeta Elia, dopo che tutto Israele è stato infedele a Dio, che cosa farà il profeta? Il profeta Elia camminerà dal regno d’Israele per quaranta giorni e quaranta notti fino a raggiungere il monte Oreb, che è il monte Sinai, per ristabilire l’alleanza con Dio. L’uomo parla a Dio di nuovo, l’uomo s’incontra con Dio e Dio con l’uomo: di nuovo l’uomo vede Dio.

Sacramentalità di spazio e tempo

Ma perché legare la nostra vita religiosa a dei luoghi precisi? Non è forse vero che Gesù ha detto: “Non adorerete il Padre né a Gerusalemme né sul monte Garizim, ma adorerete il Padre in spirito e in verità”? Il luogo vero in cui noi siamo raccolti non è il seno del Padre? Non è il corpo glorioso del Cristo? Sì. Infatti al Tempio di Gerusalemme si sostituisce questo tempio che è il Corpo di Gesù (cap. II del IV Vangelo) E tuttavia dobbiamo stare attenti, perché si rischia altrimenti di volere anticipare l’economia definitiva, che è l’economia della gloria. Perché, volere o non volere, è vero che noi viviamo nel Cristo Signore, ma è vero anche che noi abbiamo bisogno, per vivere nel Cristo, di una sacramentalità, abbiamo bisogno dei sette Sacramenti che sono ancora dei segni sensibili. Ma oltre i sette Sacramenti c’è una sacramentalità che è propria ancora di tutte le cose, che deve essere ancora propria dello spazio, che è ancora propria del tempo; anche dopo il Cristo vi sono dei momenti particolari, particolarmente consacrati da Dio. Dice Serafino di Sarov: “Tutti i giorni è Pasqua”. Sì, però non c’è nulla da fare: Pasqua è Pasqua e il Mercoledì delle Ceneri è il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo è il Venerdì Santo. Dice il Papa S. Gregorio Magno: “Tutti i giorni è venerdì santo”. Ma il giorno di Pasqua non si fa di venerdì santo. C’è una differenza. E dice la Chiesa: “Ecco dunque il tempo accettabile”. Vi è l’Avvento, vi è il Tempo Pasquale e vi è la Quaresima: i tempi sono diversi, perché dipendono dalla libertà di Dio. Sul piano naturale, sul piano della creazione, il tempo è un procedere uguale, uniforme, ma il tempo di Dio non è uniforme, perché la libertà dell’amore divino distingue, contrassegna i tempi secondo la sua volontà e secondo il suo modo.
Questo è vero anche nel cristianesimo, non solo nella storia sacra d’Israele, negli avvenimenti sacri della storia, ma anche nella nostra vita. Pensate voi che sia uguale per me il momento in cui sono stato consacrato sacerdote al momento in cui ho dormito stanotte a letto? È un po’ diverso. Di lì è dipeso il destino di tutta la mia vita, non è vero? Non sono eguali i nostri momenti, e non sono eguali nemmeno sul piano religioso, sul piano di una nostra comunione con Dio. Ci sono dei tempi forti. Si ha un bel dire che si deve vivere sempre l’unione con Dio, però in certi momenti questa unione la realizziamo in modo più profondo, più vivo, più intenso, mentre in alcuni altri momenti, nonostante la nostra buona volontà, non si riesce. Nella nostra vita religiosa ci sono dei momenti veramente particolari, momenti sacri o momenti meno sacri, e questo è vero anche per i luoghi, anche per noi cristiani.
Che cos’è il cristianesimo? È il mistero del Cristo che si prolunga nel tempo, si dilata nello spazio. Ma non s’è detto che si prolunga in modo uniforme come legge di necessità fisica, come legge di necessità naturale; si prolunga e si dilata per l’azione concorde, ma libera, di Dio e dell’uomo; perché dipende sempre e dall’amore dell’uomo, e dall’amore di Dio; la libertà dell’amore divino, e la libertà dell’uomo che risponde. Proprio per questo i momenti della nostra vita non sono tutti uguali, perché noi amiamo più o meno, e dipende anche da noi, dalla nostra volontà, e dipende dalla grazia di Dio. Quello che Dio ti dona un giorno, non te lo dona un altro, e quell’impegno che oggi tu vivi, forse non l’hai vissuto ieri. Dipende da una duplice volontà.
E dipende anche da una duplice libertà anche riguardo ai luoghi, da una scelta di Dio anche per i luoghi, durante la storia cristiana. Se il mistero cristiano si dilata, si dilata già secondo un disegno divino, che Dio solo conosce; si dilata anche per un impegno umano, che dipende dall’uomo. È Dio che sceglie. Vi sono luoghi che veramente Egli ha scelto anche nella storia dell’uomo; in cui in qualche modo si fa di nuovo presente il mistero cristiano, legato non solo a dei riti cultuali, ma ai luoghi precisi, scelti dalla Provvidenza divina.

I santuari

I santuari dicono che la nostra vita religiosa non è mai un’evasione dal tempo, non è mai un’evasione dalla creazione. Troppo spesso la vita religiosa dei cristiani – non perché cristiana, ma perché subisce l’influenza di uno spiritualismo che non è cristiano – implica una evasione dal tempo e dallo spazio. Più di quella dei teologi, è proprio la religione del popolo che è la religione di Dio, che ci riporta a vivere la nostra comunione con Dio, nella comunione con la terra. Come non possiamo vivere una comunione con Dio separandoci dagli uomini, così non possiamo vivere una comunione con Dio separandoci dalla terra. Quando nel secolo XVI anche i santi si sono separati dalla terra, la loro spiritualità è divenuta qualcosa di troppo ascetico, di troppo sforzato, come la spiritualità anche dalla Compagnia di Gesù. Pensate la spiritualità monastica come è più naturale! Vivere al ritmo delle stagioni! L’orario, per esempio, della preghiera, secondo S. Benedetto, cambia col cambiare delle stagioni: d’estate viene giorno più presto, bisogna alzarsi più presto; d’inverno invece si può dormire di più. C’è un rapporto costante con la creazione. Ecco perché i luoghi dove l’uomo viveva il suo rapporto con Dio fino al 1500 erano in campagna, non in città.
E noi viviamo anche oggi un bisogno di vita religiosa rientrando in comunione con la terra; infatti i luoghi dove si fanno gli esercizi spirituali sono luoghi dove si può vedere un po’ di verde, vivere un pochino in contatto con l’acqua, con i monti. E il luogo santo della Comunità non è mica Via di Mezzo – anche se Via di Mezzo non mi dispiace per la sua povertà, per la sua semplicità – ma certo il luogo santo è San Sergio, è la Trasfigurazione. Gliel’ho sempre detto a quelli di San Sergio: rendetevi conto che deve essere un luogo santo! Dio l’ha scelto per voi e voi l’avete scelto per Dio. Che questo luogo divenga veramente un luogo di convegno per tutta la Comunità. Che andando lassù si vada sempre più vicini a Dio. Non è soltanto un andare a respirare aria pura: mentre si respira aria pura, ci si incontra anche più facilmente con Dio,
La nostra vita cristiana implica questo. Perché? Perché il cristianesimo è sì una economia di realizzazione ultima, di compimento, e il compimento ci porta nel seno del Padre e ci inserisce nel corpo glorioso del Cristo, però viviamo ancora nell’economia sacramentale. Il pretendere di poter sfuggire a questa economia è invece cadere nel nulla, in uno spiritualismo falso. Non si può vivere soltanto nel seno del Padre, pretendendo di poterci vivere senza questo contatto con la realtà, con la terra. Rimane più facile la vita religiosa se essa si svolge in un contatto sereno, vero, con la terra madre, che è il contatto con la Vergine, che è il contatto col Cristo. Anche Gesù benedetto, pur essendo figlio di Dio, ha voluto vivere questo contatto: è entrato nella città, ma ha vissuto attraverso tutta la Galilea e la Giudea, nel deserto e lungo la via del Giordano, nei villaggi della Galilea, lungo il mare di Tiberiade, e in un contatto coi monti. E oggi, cosa è sacro di quello che Gesù ha veduto e toccato? Non più Gerusalemme, perché la Gerusalemme di oggi non è più quella che Egli ha conosciuto, ma i monti son questi, ma il cielo è quello, ma l’acqua è quella. Oh, poter navigare su quell’acqua, vedere quel cielo, toccare quella terra! Quando siamo andati in Terra Santa abbiamo portato via dei sassi: sono sassi, ma sono per me veramente qualcosa di sacro. E quale è stata la nostra commozione quando vedemmo la scala che è stata scoperta nel 1911, che dal Monte Sion discende al fìumicello! È la scala per cui Gesù benedetto è disceso quando è sceso all’Orto degli Ulivi. Gli ulivi certamente non sono più quelli di quando Gesù agonizzò nell’orto, ma la grotta sì, perché è la grotta naturale in cui dormivano gli apostoli, quella da cui Egli si distaccò per pregare . Abbiamo visto la grotta, abbiamo disceso gli stessi scalini: sono quelli i luoghi più santi.

Il pellegrinaggio

In questo cammino che ti porta a Dio, ci sono per te dei tempi e dei luoghi privilegiati d’incontro. È vero per la Chiesa, è vero per l’uomo. Indubbiamente la storia della Chiesa ha consacrato per sempre, anche per la comunità intera dei credenti, dei luoghi privilegiati in cui gli uomini possono incontrarsi più facilmente con Dio. Non si può dire che nemmeno per noi cristiani tutti i luoghi sono uguali: se fossero tutti uguali, si ricadrebbe in una vita religiosa, o piuttosto in una spiritualità, di carattere filosofico, non in una spiritualità e in una vita religiosa che ha il suo fondamento in una rivelazione divina che di per sé non ha altro fondamento che la libertà del volere di Dio e la libertà dell’amore dell’uomo che a Dio risponde. Anche la nostra vita religiosa ci impegna a degli incontri particolari. Non è senza motivo che anche in questi ultimi decenni si sia rinnovato nella Chiesa questo esercizio del pellegrinaggio. È vero che i pellegrinaggi oggi non costano più come costavano qualche secolo fa, ma è vero che anche il pellegrinaggio può essere, sia per le comunità parrocchiali, sia per le diocesi, sia per i singoli cristiani, un nuovo stimolo di accesso a Dio.
Voi mi dite che l’accesso a Dio si compie, come diceva S. Agostino, non attraverso il cammino dei passi, ma il cammino degli affetti. È vero; però noi non dobbiamo mai dividere l’uomo. Quello che egli vive nell’intimo deve sempre anche viverlo attraverso una traduzione sensibile, attraverso l’espressione di una vita sensibile. Non è mai possibile per l’uomo vivere una vita puramente spirituale, se l’uomo vive anche nel corpo. Perché sia più facile a lui il vivere un distacco da sé, si impone anche un distacco dalla propria famiglia, dalla propria vita, dai propri luoghi. Voi vedete che la vita religiosa in generale implica uno staccarsi dalla casa, dalla famiglia, un entrare in un nuovo mondo, un accedere a un luogo nuovo. Sempre una risposta a Dio ha voluto dire qualcosa di questo. E quando questo non avviene, c’è sempre un certo pericolo che in fondo la nostra vita rimanga puramente formale, vissuta soltanto con le parole. È vero che l’abito non fa il monaco, è vero che entrare in un convento non vuol dire vivere una vita religiosa, ma è anche vero che è più difficile vivere una vita religiosa senza l’abito, senza un effettivo distacco, senza lasciare la propria famiglia, la propria casa, senza andare in un altro luogo. Credo effettivamente che abbia voluto dire qualche cosa per me quando ho lasciato Palaia e sono andato a San Miniato, quando ho lasciato San Miniato e sono venuto a Firenze. Potevo vivere certamente la mia risposta a Dio anche rimanendo là dove ero, ma il distacco affettivo è reso più facile e reale anche da un distacco effettivo. C’è un’esigenza che si traduce sempre anche sul piano sensibile un movimento dello spirito.
Mi dicevano alcuni di voi che quando siano andati in pellegrinaggio in Terra Santa, quantunque abbiamo fatto meno meditazioni, questo pellegrinaggio è stato più fecondo che un corso di esercizi. Perché? Perché abbiamo incontrato dei luoghi santi. Come è importante dunque incontrare i luoghi santi resi sacri dalla pietà di coloro che ci hanno preceduto, resi sacri da una scelta positiva di Dio! Noi sentiamo che l’andare là può essere per noi una nuova grazia, un nuovo incontro col Signore. Certo sono mete parziali, non possiamo condizionare la nostra vita con l’andare, per esempio, a Lourdes, perché a Lourdes ci si incontra Dio come lo si incontra qui, cioè in modo parziale. È soltanto per noi un accedere a una intimità maggiore con Dio; ma anche da Lourdes dobbiamo distaccarci per andare di nuovo oltre.
Il pellegrinaggio comunque rimane una forma privilegiata della vita religiosa; e credo proprio per questo che la Comunità, se vuol vivere vita contemplativa, non deve mai legarsi col voto di stabilità. Io credo che anche nella Comunità si dovrebbe sentire di più il bisogno di visitarci i gruppi coi gruppi, le città con le città; di andare ogni anno anche a fare dei particolari pellegrinaggi. Ma è importante anche per la nostra vita religiosa il venire a S. Sergio anche semplicemente per il ritiro mensile. Dovete capire l’importanza che ha il lasciare la vostra casa, il venire su; fate in modo che questo cammino acquisti un carattere davvero di pellegrinaggio!
Voi mi direte: tutto si può vivere indipendentemente dai luoghi e dal tempo. Non è vero nulla! Dio ci fa vivere in un’economia sacramentale, e la prima sacramentalità è quella proprio del tempo e dello spazio che ci mette in comunione con Dio. Si tratta di una sacramentalità che non è propria dello cose come tali, ma è propria delle cose in quanto Dio le assume, perché ci parlino di Lui, ci comunichino la sua grazia. Io so, per esempio, che importanza riveste per voi la casetta eremitica di Monte Senario. Perché? Perché lì è nata la Comunità, in fondo, come forma di vita religiosa, e noi sentiamo che arrivare lì è come ritornare alle origini, come rinnovarsi nello spirito. Ma quello che è vero per il Monte Senario è vero anche per S. Sergio, deve essere vero anche per la Trasfigurazione, luogo santo di Dio. Il pericolo è per quelli che ci stanno; che a un certo momento ci si abituano, e la Trasfigurazione diventa come una qualunque altra casa; magari borghese come tutte le altre case. E invece è un luogo santo, e per questo bisogna che ci sia anche un certo distacco che già viviamo; che rimaniamo staccati col cuore. Perché? Perché non è mai meta. Se lì, per esempio ci troviamo per stabilirci, per starci per benino, diventa una meta, e come meta già porta con sé il pericolo di adagiarsi e di non camminare più.
Bisogna fare in modo che l’anima sempre sia veramente in cammino, non si leghi a nulla, perché il legarsi a qualcosa è già impedire per l’anima questa libertà che è in lei.(Riflessioni di Don Divo Barsotti)

PREMESSA

Questa indagine, condotta alla metà degli anni novanta, riguarda un caso singolare di religiosità popolare tuttora rileva­bile nella Sicilia centrale, presso il santuario di Castel Belici, 489 metri s.l.m., non lontano dai comuni di Marianopoli e Villalba, in provincia di Caltanissetta. Ogni anno il 3 maggio, nella giornata che il calendario liturgico cattolico dedicava all’Invenzione della Santa Croce, diverse migliaia di pellegrini spesso a piedi, talora scalzi, si recano a rendere omaggio ad un Crocifìsso ligneo scolpito nel XVII secolo.

Il tempio, lasciato senza cura per un lungo periodo, è stato recuperato al culto popolare per volontà dei devoti e delle devote del Signuri di Bilìci, ritenuto portentoso e taumaturgo per molte malattie. La chiesa di Castel Belici è ricca di ex voto, a testimonianza delle grazie che i fedeli ritengono di aver otte­nute dal miracoloso Crocifisso.

Grazie alla spinta dal basso, all’interesse ed alla pressione del popolo, la devozione è rifiorita di recente, anche per l’occasione del 350.mo anniversario dall’inizio del culto al Crocifisso nella cappella del castello feudale. Una commissione di laici, accom­pagnata da una vigile consulenza ecclesiastica, ha da tempo l’in­carico di organizzare la celebrazione solenne del 3 maggio e di curare l’accoglienza presso il santuario.

L’inchiesta è stata realizzata sia con una metodologia quanti­tativa (mediante la somministrazione di 350 questionari ai pel­legrini) sia con una metodologia qualitativa (attraverso l’osser­vazione partecipante e numerose interviste libere con vari pro­tagonisti dell’evento).

I partecipanti al pellegrinaggio, provenienti da diverse parti della Sicilia, chiamano «il viaggio» (u viaggiti) la loro esperien­za di cammino verso il santuario. Il viaggio può essere intra­preso sia per chiedere un aiuto particolare sia per ringraziare di qualche vantaggio ottenuto.

La ricerca è stata coordinata da Roberto Cipriani che è autore della Premessa, dell1‘Introduzione, della Conclusione e dei capitoli I, II e V; Angelo Turchini è autore del capitolo III e Carmelina Chiara Canta è autrice dei capitoli VI, VII, Vili e IX. E stato anche inserito uno scritto di Giuseppe Butera, gio­vane studioso di Marianopoli, su frate Innocenzo da Petralia, cui è attribuito il Crocifisso del santuario di Belice: è il capito­lo IV.

INTRODUZIONE

Se in un comune della Sicilia centrale, ad esempio in pro­vincia di Caltanissetta, Agrigento, Palermo, capita che qualcu­no abbia dei problemi di salute, che non riesce a risolvere per le vie mediche abituali, può sentirsi consigliare da un congiun­to, un amico, magari un estraneo, di rivolgersi a lu Signuri di Bilìci, il quale «prowederà».

Questo genere di provvidenza non può che essere di natura trascendente, divina. In effetti, lu Signuri di Bilìci altri non è che Cristo stesso raffigurato come Crocifìsso, in una scultura in legno realizzata da un frate-artista del XVII secolo, Inno­cenzo da Petralia, autore di molte altre opere simili realizzate in diverse parti d’Italia (dalla Sicilia, soprattutto, a Roma, Loreto, Assisi).

Indubbiamente l’opera del religioso-scultore è di fattura pregevole. Soprattutto il capo del Crocifisso suscita un notevo­le fascino. Lo si direbbe una creazione non umana. Non a caso su di esso è nata una leggenda, variamente ricordata e costella­ta di dettagli da parte dei nostri intervistati, che raccontano dell’intervento di un angelo per completare l’opera rimasta incompiuta proprio all’altezza della testa.

Se è vero che la suddetta opera d’arte esercita una sua attrattiva tutta speciale nondimeno vi è da dire che la sua presenza al castello di Belici non è casuale. Essa è in fondo il frut­to di un preciso disegno che nasce dall’azione controriformista della Chiesa cattolica, a lunga gittata, nel secolo XVII, con il desiderio di contrastare il movimento protestante.

In effetti il caso del Crocifìsso di Belici non è isolato. Esso è un punto di riferimento essenziale, uno snodo si direbbe, per una fìtta rete di culto che si ramifica in particolare nella Sicilia centrale e vede il proliferare di espressioni locali e persino domestiche che ruotano senza soluzione di continuità attorno alla figura del Cristo crocifìsso.

La scelta di questa immagine, di così forte impatto per la cultura popolare, non è senza significato. Essa risponde ad un desiderio preciso: mantenere legate o recuperare le masse popo­lari alla Chiesa-istituzione, ritrovare un punto di dialogo, di connessione. Quale migliore soluzione, dunque, se non quella della figura umanissima del Gesù dolente, vittima sacrificale, incarnazione massima del dolore umano, modello di sofferenza e parametro essenziale per gruppi di persone avvilite da dram­mi personali quotidiani e tragedie immani che scaturiscono da guerre, pestilenze e carestie?

Sociologicamente si deve osservare che il cattolicesimo in quest’area (ma non mancano esempi anche altrove) ha colto nel segno facendo della figura del Cristo in croce un medium formidabile di comunicazione, in grado di resistere alle traver­sie dei secoli e suscettibile di essere recuperato anche in un’e­poca che si direbbe tutta dominata da spinte secolarizzanti e da nuovi idoli globali.

In verità il culto del Crocifìsso riesce ad allignare agevol­mente su un terreno che non è affatto alieno da sensibilità di tipo religioso, come è emerso anche in una precedente indagi­ne condotta nella medesima area [Cipriani 1992] e che tutta­via non aveva dedicato spazio alla religiosità popolare, esami­nata invece più specificamente attraverso questa ricerca sul pellegrinaggio al Castello di Belici.

Altre forme di pellegrinaggio non mancano di costellare il

calendario annuale dei devoti siciliani, impegnati a visitare i numerosi santuari dell’isola o ad affrontare viaggi più-lunghi per recarsi a San Giovanni Rotondo presso la tomba di Padre Pio, a Pompei, a Loreto, o, ancora più lontano, a Fatima o, soprattutto, a Lourdes. Del pellegrinaggio a quest’ultima loca­lità francese si pensava di tenere anche conto, nel progetto ori­ginario di questa ricerca. Ma poi, per ragioni contingenti (la sopravvenuta indisponibilità di ricercatori già specialisti in questo genere di ricerche in itinere) ed anche per considerazio­ni più rigorosamente metodologiche (il campione dei treni per ammalati e loro accompagnatori a Lourdes è troppo ristretto, per cui risulterebbe poco rappresentativo di una realtà più vasta), si è preferito concentrare tutta la nostra attenzione sul­l’evento (limitato nel tempo ma assai più ampiamente rilevan­te) di lu viaggiu a lu Signuri di Bilìci, cioè al castello, dopo l’at­traversamento dell’omonimo torrente.

La presente inchiesta chiude il ciclo di un’intensa frequen­tazione sociologica dell’area nissena, nel corso del decennio 1988-98. Tale immersione scientifica in un territorio poco indagato in precedenza è stata resa possibile grazie alla generosa iniziativa e collaborazione del Centro Studi «A. Cammarata» di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, e soprattutto grazie alla felice intuizione di don Cataldo Naro, direttore del Cen­tro, proponente di questa ed altre inchieste socio-religiose. Per la ricerca su lu Signuri di Bilìci, si esprime gratitudine a padre Leonardo Mancuso, parroco di Marianopoli, e a padre Pietro Achille Lomanto, parroco di Villalba, al gruppo scout di Ma­rianopoli ed alla commissione di laici del santuario del Castello di Belici.


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