LA FORMAZIONE e la SOSTANZA:I CRISTIANI DI FRONTE ALL’ISLAM OGGI.

Convegno organizzato dall’ex ARCIVESCOVO DI MONREALE MONS.CATALDO NARO,DI VENERATA MEMORIA.

Premessa

C’è chi reputa che sia soltanto espressione deIl’entusiasmo di alcuni ingenui. C’è chi pensa che sia il tradimento della propria storia, il segnale di un indebolimento, una dichiarazione di resa. C’è chi sospetta che sia piuttosto un ‘astuta strategia, imposta dalla congiuntura epocale: un machiavellico barcamenarsi tra opportunismo e relativismo. C’è chi rimane invece convinto che sia l’ultima e vera via della pace, una sorta di bandolo nella matassa di sentieri interrotti che il mondo odierno rappresenta. Il dialogo interreligioso, che le Chiese cristiane oggi promuovono, può sembrare tutto e il contrario di tutto.

Del resto gli appartiene per natura un ‘indole controversa che da una parte lo configura come amichevole colloquio e dall’altra parte- costringendolo a passare attraverso l’inevitabile crogiolo del confronto con gli “altri” -può trasformarlo in polemica. Come avviene già a livello semantico quando si traduce il termine greco nel suo corrispettivo latino, il dialogo inteso e praticato come proiezione di sé e del proprio “mondo” in un altro orizzonte concettuale, in un ‘altra tradizione dottrinale, in un ‘altra sensibilità culturale, in un altro universo valoriale — rischia, talvolta, di cambiare i suoi connotali, diventando diverbio. Spesso più o prima ancora che con l’interlocutore, con e stessi: auto- contraddizione. D’altra parte, la conversazione con qualcuno implica sempre la fatica della conversione: o la propria o quella altrui. Oppure — e sarebbe il migliore dei casi, se si riuscisse però a neutralizzare il pericolo del mero sincretismo — quella propria e quella altrui insieme e al contempo. E convertirsi significa più d ‘ogni altra cosa, venire a sapere e accettare qualcosa di nuovo. Questo carattere controverso conferisce al dialogo interreligioso la

radicalità dell’evento. Egli vieta la sicumera dell’ovvietà. Ecco perché già Paolo VI, al n. 60 della sua prima enciclica — l’Ecclesiam suam, promulgata i1 6 agosto 1964—, parlava con realismo, oltre che con ottimismo, di un dialogo con i credenti di altre religioni — sul piano degli «ideali comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile» — umilmente e semplicemente «possibile». Un tale dialogo è, secondo Paolo vi, prerogativa e compito della Chiesa, ma resta condizionato dalla risposta ch’esso di volta in volta incontra. Per questo motivo è inaggirabile e ineludibile per la Chiesa e per il cristianesimo, rappresentando la loro vocazione nella storia; eppure proprio lì, dentro la storia, esso rimane soltanto possibile.

Il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, a questo proposito, ha scritto — nel primo volume della sua Theodramatik — che il cristianesimo si sviluppa in forza di un vero e proprio «principio dialogico». Esso, cioè, scaturisce dal colloquio pneumatico intrattenuto — nell’eternità dell’Agape trinitaria — dal Padre col Figlio suo. E si innesta nella storia comune degli uomini come prolungamento e culmine dell’alleanza di questo stesso Dio d’amore, al cui cospetto la terra sacra dell’obbedienza — lì dove l’uomo è chiamato ad ascoltare, a inchinarsi e a togliersi i calzari — può essere anche il luogo della risposta, lo spazio riservato al comprendere, al prendere posizione, persino alla possibilità di opporre un rifiuto. Se il «colloquium salutis», di cui ha parlato Paolo VI per introdurre appunto il discorso sul valore del dialogo interreligoso, è già l’umile tradursi dell’eterna Agape entro i limiti e i rischi della possibilità storica, anche la propensione e la disponibilità del cristianesimo a dialogare con le altre religioni non può esimersi dai ritmi e dalle movenze del dialogo — e in un certo senso dell’agone — agapico intra ed extra trinitario. Allora il dialogo che gli uomini intrattengono tra di loro entra «in una luce tutta nuova»: esso, secondo Balthasar, finisce per esprimersi in «rapporti continui, convergenti e divergenti. . .; punti di vista diversi si aprono a vicenda … . Si fanno molte esperienze gli uni con l’aiuto degli altri, ci si urta e disturba a vicenda, si impara ad accentuare il proprio punto di vista, ad assimilarsi il punto di vista altrui, cose incomprensibili ed ostiche si illuminano come da sé alla luce altrui o appaiono quanto meno come “punto di vista sostenibile”; i maestri imparano dagli scolari e i padri dai figli. Ciò che si arriva così a sapere non è più una merce, si fonde alla persona consapevole, lo si divide l’uno con l’altro». Il dialogo, perciò, si configura come «l’atteggiamento che si apre a un nuovo ascolto e che lascia che l’altro abbia valore in quanto altro, anche là dove momentaneamente non si vede più ho cosa ci sia da dire». In questo coacervo,o di relazioni, di contatti e di scambi, permane tuttavia la minaccia della rottura, «là dove — spiega Balthasar — nessuna parola viene più concessa, nessuna offerta di sé più aiuta, dove crollano i ponti di ogni possibile comprensione, l’odio, il fanatismo, la gelosia, l’estrema estraniazione innalzano muri insuperabili, dove è possibile ancora solo tacere, perché ogni ulteriore discorso ingrandirebbe la distanza e cadrebbe come una scintilla sulla polvere da scoppio». Qui Balthasar riprende e argomenta il realismo di Paolo VI. E’ spiega in che senso il dialogo non è affatto alcunché di scontato ma è una possibilità aperta da ogni lato, dal suo inizio al suo esito.

Da una parte il dialogo resta sempre aperto nel suo esito: «Non ogni nodo annodato si scioglie nella parola e nella controparola, qualcosa di più alto può rivelarsi che sopraffà coloro che parlano, ne siano o non ne siano consapevoli. Un evento che rimane ignoto a entrambi.. .può offrire la chiave che apre il loro rapporto. Una risoluzione maturata nel silenzio, un ‘azione muta conduce i discorsi oltre se stessi, crea il punto definitivo, scopre l’inizio invisibile, sradica gli alberi fattisi apparentemente enormi e li trapianta nuovi in un ‘altra regione». Si tratta del compimento che sta qualitativamente oltre — benché non sempre altrove — rispetto alla storia, nelle mani e nel grembo di Dio.

Dall’altra parte, il dialogo resta aperto a monte, radicato in quello che Balthasar chiama il «mistero interiore della soggettività»: si tratta dell’importanza incancellabile dell’identità credente del cristiano, che il teologo elvetico descrive come «un abitare in se stessi per poter poi uscire da se stessi», come il «possedere l’interna ricchezza di un carattere» e l ‘” affermare una originalità e solitudine maggiore per poter essere un dono nella comunicazione».

Se di dialogo si vuole discutere, dunque, si deve parlare anche di identità che, rimanendo fedeli e coerenti a se stessi, pur si confrontano reciprocamente Anche il dialogo interreligioso, in tale ottica, si profili come incontro e confronto fra alterità che mantengono intatti i loro tratti specifici e costitutivi e che si pongono in un rapporto di tipo frontale. La frontalità, in questo caso, non si riduce ad una polemica presa di distanza, ma costituisce la possibilità di vedere il profilo oggettivo delle identità che dialogano. L’incontro e l’integrazione che, comunemente, vengono proposti come la soluzione più urgente al problema dei fondamentalismi di matrice religiosa, possono davvero avvenire solo se si conoscono e si riconoscono nitidamente i contorni delle rispettive identità credenti a confronto, la valenza della loro alterità e, al contempo, della loro non-incompatibilità.

Ma anche può essere raggiunta a partire dalla conoscenza di sé. Conoscscersi e conoscere sono,sul piano del confronto interreligioso,due dinamiche che si accompagnano e si co-implicano sempre a vicenda. Per superare così, con prudenza ed intelligenza, antichi rifiuti inappellabili e nuove chiusure intolleranti fra differenti tradizioni culturali e religiose.

I saggi raccolti in questo volume frutto di un convegno intitolato Cristiani di fronte all’islam oggi, tenutosi a Poggio San Francesco, in diocesi di Monreale, nei giorni 3-4 Luglio 2004 — studiano appunto l‘importanza dell’ ‘identità cristiana nell ‘orizzonte del dialogo interreligioso e del confronto culturale con l’islam. Questo si è imposto all’attenzione degli organizzatori del convegno sia per la sua importanza di portata globale, attualmente ridondante attraverso i media di tutto il mondo a causa delle recrudescenze terroristiche e belliche che si sono innescate in tanti posti a partire dall ‘11 settembre 2001; sia perché trova in Sicilia, per motivi storici e per la collocazione geografica dell ‘Isola, un significativo banco di prova del suo contatto con l‘Occidente di tradizione cristiana, venendo a fare i conti oltre che con gli avvenimenti del presento anche con una lunga e complessa memoria, che ha il respiro ampio dei secoli.

….. il convegno …. ha voluto mantenere un taglio metodologico, per offrire un contributo scientifico alla didattica della religione cattolica nelle scuole e alla prassi pastorale della Chiesa monrealese. Ha inteso così segnalare, agli operatori pastorali e agli insegnanti di religione cattolica, l’importanza di alcune domande fondamentali riguardanti l’islam, preso in considerazione dal punto di vista della fede cristiana e messo in rapporto anche con l’ebraismo come pure con il pluralismo culturale contemporaneo. In questo senso ha tentato di rendere ragione della necessità di inquadrare l’Islam all ‘interno di un ‘ermeneutica rispettosa delle differenze e della peculiarità in questione, sia per leggere cristianamente l‘islam stesso-mentre se ne propone lo studio scientifico,secondo il suo specifico impianto categoriale e dottrinale— sia, quindi, per dotare chi l’osserva in una prospettiva cristiana di strumenti interpretativi e di informazioni che lo mettono in grado di confrontarsi oggi con esso in modo consapevole ed efficace dal punto di vista culturale oltre che propriamente religioso…….

MASSIMO NARO

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