Luigi Lumia,VILLALBA Storia e Memoria.

Villalba è, oggi, un tranquillo paese di circa 2.000 abitanti, in costante contrazione demografica imputabile sia alla crisi dell’agricoltura, su cui fondamentalmente si basa l’economia locale, sia all’assenza di altre risorse occupazionali.

Nei primi decenni del secolo scorso era «una macchina di duemila braccia che si muovevano con rigorosa sincronia per seminare, zappare, mietere, raccogliere il grano e portarlo nei granai di casa Palmeri». La sua storia inizia nel 1751 quando Niccolò Palmeri acquista il feudo di Miccichè, nel principato di Villanuova, per un ‘estensione di 873 salme e vi insedia i primi coloni e, col feudo, ottiene anche il titolo di barone entrando, a pieno diritto, nei ranghi della nobiltà isolana. Del resto la sua famiglia, seppure non blasonata, possedeva tutti i requisiti per questa ulteriore ascesa nella scala sociale. L ‘operazione, ideata e gestita dal potente zio don Michelangelo Palmeri, decano della seconda collegiata di Caltanissetta e commissario del Sant’Uffizio, mentre consolida il potere dei Palmeri, dà l’avvio a un sorta di regime di monopolio nella commercializzazione del grano essendo essi a un tempo produttori ed esportatori.

Nel 1785 Villalba — così verrà denominato il paese a ricordo dell’illustre casato spagnolo dal quale, in linea materna, discendeva il bisnonno di Niccolò — è abitata da 800 persone, destinate ad aumentare considerevolmente nel tempo. Sono già oltre 2.000 sotto Niccolò, terzo signore di Mìccichè, aristocratico moderno, colto, illuminato, artefice della trasformazione del paesaggio agrario del feudo nel quale introduce nuove colture e la curva demografica salirà ancora nonostante le epidemie ricorrenti, le carestie e gli stenti di una popolazione stracciona e malnutrita.

Attraverso alterne vicende speculari della storia della nobiltà siciliana, i Palmeri rimangono in piedi sino al 1893 quando l’ultimo discendente, Salvatore, gravato dai debiti, è costretto ad alienare il feudo ai Trabia. Per la gente di Vi//alba non cambierà niente: all’antico padrone se ne sostituisce uno nuovo mentre più incalzanti si fanno le lotte contadine per i patti agrari fino allo smantellamento de/feudo, al rafforzamento de/potere del/a mafia e, infine, a/l’avvento del/a democrazia.

È, come si vede, un ampio arco di tempo, denso di passaggi cruciali della storia contemporanea, quel/o che Luigi Lumia prende in esame con straordinaria perizia, lucidità, capacità di lavoro e di analisi storica. Il taglio impresso a questo approfondito studio supera i limiti del municipalismo, del/a cronaca locale e del/a rassegna spicciola per assumere i connotati di una vasta e severa ricostruzione, esemplarmente rispettosa del metodo e degli strumenti di indagine propri del lavoro storiografico: sono le fonti, i documenti, le testimonianze, indagati con intelligenza e amore, a ricostruire il quadro di una comunità che rivive sullo sfondo de/feudo. Storia di padroni e di servi, di aristocratici e di miserabili, di prepotenti e di oppressi, talora riproposta in chiave epica, come nelle belle pagine dedicate alle lotte per l’occupazione delle terre o in chiave sociologica come nella ricostruzione di protagonisti e personaggi della storia di Villa/ba: è il caso dell’icastico «ritratto di mafioso» che fissa i tratti della personalità di don Calogero Vizzini o dell’attentato a Li Causi che ebbe una larga eco nella nazione.

Protagonista è sempre il popolo, l’epopea del quarto stato villalbese il quale, contro ogni evidenza, rivendica testardamente il proprio diritto a esistere, a uscire dalla condizione di schiavitù, a farsi riconoscere la propria dignità umana, stretto nella morsa dello sfruttamento fissata, con immediata e vigorosa efficacia, da Ignazio Buttitta nei versi in morte di Salvatore Carnevale:

Nta li grutti,

nta li tani durmiti e nta li staddi,

siti comu li surci nte cunnutti,

vi cuntintati di fasoli e taddi,

Ottoviru vi lassa a labbra asciutti

e Giugnu cu li debiti e li caddi,

di l’alivi n’aviti la ramagghia

e di la spica la ristuccia e pagghia.

Un popolo eternamente soggiogato dai padroni che si presentano sotto le sembianze dei feudatari signori di Micciché, dei prefetti del Regno, degli agrari, della mafia; vinto, mai domato, al centro di durissime e memorabili lotte, con le sue straordinarie donne e i suoi ragazzi pronti a scendere per strada a gridare il proprio diritto a vivere. Sotto questo profilo Villalba non è solo cassa di risonanza dei disagi e dei fermenti sociali, ma anticipatrice degli scioperi che hanno accompagnato nel tempo il tormentato cammino verso meno iniqui patti agrari e verso il riscatto dei contadini e dei braccianti.

Anche se al centro dell’interesse di Lumia c’è i/suo paese, l’autore non perde mai di vista i problemi de/la più vasta storia nazionale dando così a/la sua opera un respiro non riduttivo e un solido impianto scientifico che gli consentono di muoversi con singolare padronanza, per un non addetto ai lavori, nel terreno minato della ricerca storica.

Accade, seppure raramente, che la storia locale sia rivisitata da storici non professionisti, come Lumia, con un’acribia e un rigore che non hanno niente di dilettantistico. Il motivo va ricercato non soltanto nel/a serietà dell’approccio, nella passione per l’indagine e nelle forti motivazioni, ma nel proposito di creare un ‘opera originale, utile alla conoscenza della propria realtà di cui si vuole fissare il ricordo in vista del/a comprensione dei caratteri originali di una comunità che costituiscono la chiave di lettura della propria identità personale e sociale. Nel nostro caso, lo studio di Lumia si presenta di grande utilità, o/tre che di pregevole qualità, mancando un ‘opera storica che, con eccezionale ampiezza e puntualità, fissasse lo svolgersi delle vicende dì questo Comune sin quasi ai nostri giorni.

Con il suo « Villalba, storia e memoria», Lumia ci consegna un ‘imponente massa di informazioni e di documenti che fanno rivivere, nelle pieghe recondite, la vita quotidiana del piccolo centro nisseno, i personaggi grandi e umili, le istituzioni, i ritmi della vita quotidiana colti nei tanti momenti di strazio e nei rari sprazzi di gioia. Veniamo così a conoscenza di taluni primati inimmaginabili, come la presenza della scuola pubblica prima che fosse istituzionalizzata altrove, l’organizzazione sempre attiva di associazioni operaie e contadine attorno alle quali si coagula l’opposizione al potere dominante, ‘ione e l’influenza del clero da cui emergeranno alcune figure non secondarie nella storia del movimento cattolico. E poi una serie molteplice di riferimenti cronachistici, gli scorci delle antiche strade, delle chiese, gli usi, i costumi, le feste religiose su cui Lumia si sofferma sempre guidato dal criterio della sobrietà e della misura, preoccupato di non appesantire l’andamento espositivo e di non squilibrare la solida e coerente impostazione del suo ,progetto. È proprio questa costruzione viva, da cronaca in presa diretta, che rende avvincente il libro e gli conferisce la caratteristica di verità senza cedimenti alla retorica, al sentimentalismo, alle digressioni che non siano funzionali alla rappresentazione tragica di un ‘esistenza in cui la lotta per la vita e per l’affrancamento dei contadini dalla condizione dì servi della gleba procede di pari passo.

Il lavoro offre, poi, un importante contributo anche sul piano giuridico- economico dal momento che è dato grande spazio alle norme che, nel tempo, hanno regolato i contratti agrari, gli affitti, la mezzadria.

Ma a me pare che il significato di questo lavoro sia condensato nel titolo: Villalba è oggetto dell’indagine e della memoria collettiva, metafora e insieme storia paradigmatica della nostra Isola. È un viaggio nella memoria, prima ancora che tra gli archivi, uno scavo nelle vicende di tre secoli, in cui la storia consegna alla memoria i/suo patrimonio e la memoria si fa essa storia. Questa dimensione conferisce al libro senza sottrarre nulla al valore di eccellente opera storiografica — la connotazione di un testo per così dire «narrativo» dove l’autore, «costretto», per esigenze di genere letterario a svolgere la narrazione impersonalmente, racconta in effetti in prima persona una vicenda della quale avverte di essere protagonista. Non vi è un solo attimo nel quale l’io narrante si estranea dal «racconto» che lo coinvolge, anzi, con foga e passione risentite e al tempo trattenute, pur nel rigoroso rispetto del canone dell’oggettività della ricostruzione storica, fondata sul riscontro delle fonti e dei documenti.

Sin dall’incipit, lo scritto ha un tono affabulatorio, rivelatore di una nativa disposizione a raccontare, di strumenti espressivi mai piatti o monocordi, anzi straordinariamente duttili, capaci di adattarsi alle diverse situazioni, sia che Lumia si soffermi su storie di gendarmi o di briganti, ritragga scene di vita quotidiana del borgo, indugi sulla descrizione delle lotte per il primato nell’amministrazione del Comune, sia che si provi nell’ardua impresa di leggere e decodificare l’imponente materiale documentario esaminato con certosina pazienza, sia che affronti, infine, i grandi problemi di politica nazionale attraverso il microcosmo villalbese.

Lo studio di Luigi Lumia si segnala per completezza e organicità: esso non ha soltanto il merito di averci consegnato un patrimonio dì conoscenze altrimenti destinate all’oblio, ma ha tutti i requisiti per costituire un esemplare riferimento per la ricerca storica della Sicilia interna nell’età contemporanea.

Sergio Mangiavillano

Un sentito ringraziamento al Dott.Salvatore Granata,editore della Lussografica di Caltanissetta,per avermi donato i due volumi.

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4 Risposte

  1. La scorsa settimana sono stato a Villalba, volevo vedere cosa rimaneva delle lotte dei contadini e di don Calò. Nulla. I giovani, quei pochi che ho incontrato non sanno nemmeno dove ha vissuto il Calogero Vizzini il capo della mafia, eppure il paese è piccolissimo, gli anziani però lo ricordano bene e hanno indicato la casa. Stessa situazione a Lercara, Mussolemi, situazione diversa a Corleone, hanno un bel museo della mafia.

  2. Caro Vincenzo,nei piccoli centri sul tema della Mafia si preferisce purtroppo,ancora oggi,tacere e fare finta di niente.Di don Calò è meglio non parlarne…….!!!! Invece bisogna conservare e tramandare la memoria storica,non fosse altro che per il rispetto doveroso alle tante vittime di mafia.Corleone ha iniziato,invece,un bel cammino in tal senso e i frutti si incominciano a vedere.
    Cordiali saluti.

  3. There is a small museum,create by Antonio Plumeri, which portrays the life of Calogero Vizzini. This small museum is at the entrance to the town.

  4. This past week, while visiting Villalba, there was a a meeting where Prof. Luigi Lumia, was honored for all the work done while he was a
    major of Villalba.

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