Divinamente Erice!!!

Erice, l’Iruka dei Sicano-elimi, l’Erech dei Punici, l’Eryx dei Greci e dei Romani, il Monte San Giuliano dei Normanni, volgarmente chiamata «u’ Munti», è capoluogo di comune già fra i più estesi di Sicilia ma ora, quanto ad ampiezza territoriale, notevolmente ridotto in conseguenza della costituzione in comuni autonomi di alcune delle più grosse ex-frazioni: San Vito Lo Capo, Custonaci, Buseto-Palizzolo, Paparella-San Marco (Valderice). La cittadina è situata sulla vetta del monte omonimo che presenta, da occidente (Porta Trapani) e da tramontana (Porta Spada) ad oriente (Balio), un vasto altopiano triangolare, che raggiunge la massima altezza di 751 metri sul livello del mare nel picco cilindrico su cui si aggrappa il Castello Normanno. Fino allo scorso secolo l’errata interpretazione di un passo di Polibio — accettata, fra tanti, da Leandro Alberti e, in epoca più recente, dallo Smith — aveva indotto in molti studiosi la convinzione che l’attuale centro abitato sorgesse sull’area già appartenente al «thémenos» del santuario della dea ericina (che si presumeva racchiuso dalle mura dette «ciclopiche»). La nuova città sarebbe stata fondata — in epoca imprecisabile- dagli Elimi che, per stanziarsi sulla vetta, avrebbero abbandonato l’antica loro sede, ubicata sul colle di sant’Anna secondo l’Alberti e lo Smith, nella valle dei «Cappuccini» secondo l’Holm.

L’erroneità di tale ipotesi — a lungo prevalsa — deriva dall’assoluto difetto di concordanza fra le fonti letterarie ed i risultati di una anche sommaria indagine archeologica: nelle località indicate manca, poi, ed è sempre mancata, finanche la memoria di tracce di abitazioni, che pur si sarebbero dovute trovare in abbondanza.

Il Freeman ed il Pais, per tali ragioni, posero l’antica Erice esattamente nel sito attuale ed il Pagoto, insigne epigono di una lunghissima e nobile tradizione di studio e di ricerca, dimostrò questa ultima tesi con chiarissimi e definitivi argomenti e con la retta interpretazione del passo polibiano che aveva dato origine ad un vero e

proprio equivoco. La gita ad Erice è una delle tappe più motivate tra i vari siti e città d’arte della Sicilia.

Il classico monte si erge maestoso e solitario a nord-est, di Trapani ed è formato da regolari e caratteristiche stratificazioni giurassiche.

Nitida e silenziosa, la cittadina conserva tuttora il suo aspetto medievale, nonostante qualche deplorevole manomissione che ha deturpato alcune zone in maniera pressoché irrimediabile.

Gli edifici che danno sulle strade, selciate a tipici riquadri, presentano spesso avanzi di architettura quattrocentesca e, più frequentemente, cinque e seicentesca.

Quasi ogni casa ha poi un cortile, secondo una millenaria usanza, viva ancora in moltissimi paesi mediterranei.

Nel cortile si espande la vita intima della famiglia, vita la cui eco assai di rado giunge sulla strada.

Chiuso da un muro privo di aperture che dona alla viuzza ericina una inconfondibile fisionomia di austero raccoglimento, il cortile, oltre a dare vita a singolari consuetudini giuridiche vigenti nel caso di comproprietà, assicura la più completa intimità ad ogni manifestazione di vita familiare. In Erice ben difficilmente si vedono ragazzi intenti al gioco per le strade, mai biancheria distesa su corde tirate fra i muri esterni, né persone sedute fuori l’uscio di casa, a conversare o a lavorare.

È proprio il cortile la ragione prima dell’aspetto austero e dignitoso della cittadina che, ripetiamo, consente alla famiglia di conservare la sua intimità, senza darsi in pasto alla curiosità dei passanti.

C’è sempre una donna, sul far dell’alba, che lo scopa con meticoloso senso di pulizia: quello stesso che la sospinge, anche, a pulire il tratto di selciato della strada antistante alla soglia.

Mentre nella via domina il grigio e il verde nerastro del muschio, dentro il cortile regna prepotente la policromia dei garofani, delle rose, delle ortensie e delle campanule che si sviluppano rigogliosamente all’ombra di un pergolato o fra i viticci di una rampicante. Né, quasi mai, vi manca un albero, amareno o nespolo, melograno o spino. Alberi, fiori ed aiuole, insieme con il massiccio lavatoio di pietra («pila»), con il collo della cisterna del pozzo sorgivo (talvolta recante, in bassorilievo, un’arme gentilizia), con la scaletta che conduce al piano di sopra protetta dal muretto in conci di tufo disposti a pieno e vuoto, sono gli elementi essenziali del tradizionale cortile ericino. L’inverno ericino è nebbioso ed umido, ma non eccessivamente rigido per il prevalere dei venti del sud.

Nei mesi estivi si gode un clima eccellente, che attira assai notevole pubblico di villeggianti e di turisti.

Camminando per le sue stradine,odi l’imperante silenzio,rotto solamente dal vocio dei turisti intenti ad ammirare vetrine pieni di dolci di mandorle,frutta di martorana,tappeti lavorati a mano,ceramica e vasellame.

Dall’alto di Erice è possibile ammirare un panorama mozzafiato:Trapani e le sue saline,le isole Egadi, Valderice e tutto il golfo di Castellammare.In giornate splendide è possibile persino ammirare l’Etna.

Erice possiede un grandissimo patrimonio artistico-monumentale di notevole spessore,costituito da 10 chiese principali tra cui spicca il Real Duomo

parecchie chiese chiuse,ex-chiese o private.

Forte è la devozione degli ericini alla Madonna di Custonaci,loro celeste patrona,la cui festa viene celebrata annualmente il 27 di Agosto.

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