ELOGIO DELLA PAZIENZA…


Si discute in questi giorni di graduale apertura delle scuole del decreto legge n.137 del ministro Gelmini emanato il 1° settembre.

Voto in condotta (con il 5 in pagella si boccia), ritorno dei voti nella scuola primari a e secondaria di primo grado, insegnante unico nella scuola primaria e permanenza dei libri di testo in una classe per almeno 5 anni: queste alcune delle novità più importanti.

La società sostanzialmente applaude, la scuola e i suoi addetti protestano. In particolare i sindacati scuola dei docenti minacciano tempesta. Perché?

Nonostante i decreti delegati e l’enfasi posta sulla partecipazione delle famiglie all’avventura educativa è ,in gran parte fallita; la scuola è un ambito fortemente autoreferenziale, tanto che, per fare un esempio, le valutazioni in uscita dei ragazzi dalla scuola superiore non si accordano con determinati standard sui quali l’università e il mondo del lavoro possano concordare.

Da qualche tempo, tuttavia, complici le rilevazioni internazionali Ocse-Pisa, la scuola italiana è finita sul banco degli imputati ed è sottoposta ad una impietosa e talvolta ingenerosa lettura dall’esterno.

Se ne sono, in questo modo, evidenziate le manchevolezze di tipo strutturale: l’eccessivo centralismo, la mancanza di flessibilità nella determinazione degli orari, i troppi insegnanti rispetto al numero degli alunni, i docenti trattati tutti alla stessa stregua.

Quando il ministro Gelmini dichiara che la scuola non è né uno stipendificio né un ammortizzatore sociale esprime comprensibilmente questo tipo di ottica, cioè guarda la scuola con gli occhiali della società di cui si fa interprete e si pone una domanda ovvia: perché a tante risorse spese (l’Italia è uno dei paesi dell’ Ocse che più investe sulla istruzione) non corrisponde una qualità del tutto soddisfacente (anzi decisamente bassa)?

Le misure adottate o che dovrebbero esserlo (appunto: introduzione di criteri di merito nella valutazione degli alunni e dei docenti, revisione dello status degli insegnanti, riduzione degli organici e maestro unico) intendono ristabilire il primato dell’efficacia dell’offerta formativa rispetto a quello della genericità della sua erogazione.

In linea di principio sui provvedimenti annunciati o prossimi a venire non colgono gli addetti ai lavori né impreparati né in atteggiamento di pregiudiziale opposizione. Anzi: sono anni che insistono, insieme ad altri, sulla necessità di rendere la professione docente più capace di rispondere alla domanda che proviene dalla società civile, in un quadro di  autonomia sostanziale delle scuole e di revisione dello stato giuridico dei docenti.

Questo accade solo perché un soggetto che accetta anzitutto per sé la sfida dell’educazione è aperto alla realtà e attento a trovare possibilità e soluzioni anche nei momenti di difficoltà.

È chiaro, tuttavia, che occorre ribadire un metodo, consistente nel dare forza a chi (insegnanti, genitori, alunni) la scuola la sta facendo perché animato da una reale passione educativa.

Occorre, in altri termini, che l’esigenza di un sistema di istruzione più efficace poggi le proprie ragioni sulla esperienza di una scuola in atto.

Occorre la pazienza di saper guardare, senza fretta e troppa precipitazione perchè ciò sia possibile.

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