Il tema della cittadinanza e il pugno in faccia….

Il Pugno

 

Il professor Luigi Sergi, di Novara, ha ricevuto un pugno al volto da un suo allievo di terza media (14 anni) al quale aveva (giustamente) negato di uscire di nuovo dalla classe dopo l’intervallo. “Il ragazzo aveva dei problemi – ha detto il professore – e l’ho sempre aiutato; ora mi crolla il mondo addosso, proprio non mi aspettavo una tale reazione”.

 

Grazie professore, coraggio professore. Non si demoralizzi, non demorda, non abbandoni il campo. Sarebbe certamente comprensibile dopo un simile sfregio ad una onorata carriera: peraltro del tutto imprevedibile e non corrispondente a nessuna volontà vessatoria da parte sua. Tutt’altro!

Quello che vorremmo dirle è che lei ci ha insegnato, pur nella drammaticità del caso, che cosa è la scuola oggi. Una realtà nella quale le categorie universali diventano, in ultima istanza, particolari. La classe non è formata da “alunni”, ma da quelle persone lì, nome e cognome. E oggi , tra l’altro, ai Mario e alle Caterine si affiancano a ritmo vorticoso gli Allam e le Jamile.

La scuola italiana di origine gentiliana, espressione di una cultura fondata sull’idea della sintesi, si è rovesciata nel suo contrario: l’eccesso dell’analitico e la mancanza di punti di riferimento comuni. In questo guazzabuglio, nel quale l’insegnante talvolta si perde ed è tentato di gettare la spugna, ciò che resiste &e grave; l’idea che la professione docente poggia su una matrice che non deriva dall’organizzazione, ma da un impeto ideale. Si tratta di quella passione ad insegnare che si coglie a prima vista e per la quale il docente è attento non solo a ciò che comunica (abilità, saperi, competenze, ecc.) ma anche al perché lo comunica. La differenza non è da poco perché implica l’interesse profondo per la persona alla quale si insegna.

 

Il progessor Sergi, rammaricato, ha detto che si era preso cura altre volte di quell’alunno. E questo è indice di una passione educativa che dà forma e significato alla cultura disciplinare. Ma tutto, come abbiamo visto, si gioca poi nel campo dell’incontro tra persone e non nell’astratto del general-generico.

 

Insegnare educando è rischioso. Ne va della faccia propria (in senso letterale) che deve misurarsi con la libertà altrui. Il ragazzo la sua libertà l’ha usata: male, povero ragazzo. Sarà punito, com’è giusto che sia. Ma il professor Sergi non potrà mai più togliersi dalla testa l’impressione che il pugno sia stato una maldestra risposta individuale ad una sua richiesta. Insomma, se non si fosse imposto non sarebbe arrivato il pugno. Era bene non chiedere? Era giusto sottrarsi all’incontro-scontro? No, perché se non si chiede nulla e nulla si pretende, la scuola diventa il camposanto del le buone intenzioni e delle perfette programmazioni (inutili).

 

Non si scoraggi dunque, professore, lei ci ha insegnato che cosa vuol dire rischiare dentro un rapporto: vuol dire attendersi sempre una risposta. A volte negativa, ma tante volte spalancata alla bellezza della conoscenza.

Recuperi fiducia in questa professione e, se vuole, recuperi fiducia nella possibilità di quel ragazzo di ritrovare in lei un adulto capace di introdurlo nel mondo.

Magari tra qualche tempo.

 

Il tema della cittadinanza

attraversa in modo più o meno esplicito tutta la più recente produzione di documenti ministeriali inerenti a programmi o riforme della scuola italiana.

I Programmi didattici per la scuola elementare del 1985 recitavano in premessa che “la scuola elementare ha per suo fine la formazione dell’uomo e del cittadino”.

Le Indicazioni Nazionali del 2004 per la scuola primaria includevano l’educazione alla cittadinanza tra le espressioni della educazione alla convivenza civile (comprendente anche le educazioni: stradale, ambientale, alla salute) e articolavano questo obiettivo di apprendimento, da raggiungere in quinta classe, con una grande messe di dettagli che andavano dai vari tipi di cittadinanza e di governo, alla capacità di identificazione di situazioni di pace/guerra, sviluppo/regressione, cooperazione/individualismo, rispetto/violazione dei diritti umani, alla indicazione dell’utilità di impegnarsi personalmente in iniziative di solidarietà.

Le medesime Indicazioni Nazionali si occupavano di educazione alla cittadinanza anche per la scuola secondaria di primo grado: qui, accanto ai rimandi alla Costituzione e ai suoi principi, nonchè alle modifiche del Titolo V, compaiono suggerimenti come l’organizzazione di un consiglio comunale dei ragazzi o la visita guidata agli uffici comunali per risolvere problemi o utilizzare servizi.

Il decreto del 2005 (ancora inattuato), che riorganizzava il secondo ciclo della scuola italiana, si proponeva, all’art. 1, la formazione intellettuale, spirituale e morale degli alunni, “anche ispirata ai principi della Costituzione”.

Le “nuove” Indicazioni per il Curricolo del 2007 si lanciano, a proposito di cittadinanza (cui è dedicato un intero paragrafo introduttivo: “Per una nuova cittadinanza”), in elaborazioni impegnative. “Il sistema educativo – si sostiene – deve formare cittadini in grado di partecipare consapevolmente alla costruzione di collettività più ampie e composite, siano esse quella nazionale, quella europea, quella  mondiale… oggi può proporsi il compito di educare alla convivenza attraverso la valorizzazione delle diverse identità e radici culturali di ogni studente”.

A rafforzare questo taglio culturale, il “programma” di storia (siamo sempre dentro le Indicazioni del 2007) enuncia che “l’apprendimento della storia contribuisce all’educazione civica della nazione” poichè “la formazione di una società multietnica e multiculturale ha portato con se la tendenza a trasformare la storia da disciplina di studio a luogo di rappresentanza delle diverse identità”.

Non si può, infine, non ricordare la Raccomandazione del Parlamento Europeo del 2006 relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, tra le quali, al sesto posto su otto, compaiono le “competenze sociali e civiche” (sociali: essere costruttivi e  tolleranti; civiche: solidarietà e partecipazione). Essa fa da sfondo al documento annesso al Regolamento sul nuovo obbligo di istruzione (2007) in cui la competenza civica si risolve nel saper “collocare l’esperienza personale in un sistema di regole”.

In sintesi alcune notazioni:

– emergono dai testi citati quantomeno due concetti di cittadinanza che si intrecciano: quella attiva, che parte da ciò  che si è per costruire la comunità; quella passiva che tende ad adeguarsi alle forme assunte della società globale

– esistono due tipi di cittadino: chi ha un’identità da rafforzare ed esprimere nel dialogo con l’altro; chi assume a scopo dell’azione un sistema di regole condivise fissate dagli Stati.

Come dire: sul tema della cittadinanza si gioca una scelta culturale.

Il bene della persona e l’interesse dello Stato non sono proprio la stessa cosa.

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