Il carretto siciliano.Di Giuseppe Capitò.

Chi arti strana ch’è lu carritteri,
passa la vita mmenzu li vadduna,
mmenzu li campi e mmenzu li stratuna,
espostu sugnu mmenzuli latruna.

 Trotta cavaddu, trotta cu primura,
nta n’ura l’àmu a fari sti muntati,
nta n’ura l’àmu a fari sti muntati,
àgghiunciri nPalermu a la citati

 

 

 

 

(Calogero Vara,di Vallelunga)

Il carretto siciliano è diventato un pò il simbolo della Sicilia nel mondo. Forse per i suoi colori, che ricordano quelli del sole, forse perché ricordano quella attitudine, tutta siciliana, di attribuire molta importanza al proprio mezzo di trasporto… Ancora oggi possiamo incontrare delle semplici vetture motorizzate da piccolo trasporto, decorate ed abbellite proprio come dei carretti siciliani! Le motivazioni, che spinsero a creare il “carretto siciliano” sono quindi ancora vive in una parte della popolazione, perché esso fa parte della identità isolana. Il carretto siciliano è quindi associabile nell’immaginario collettivo alla Sicilia perché non ne esprime solamente un elemento di folklore, ma ne esemplifica un carattere.
Il carretto, è ricco di decorazioni …il legno di cui è fatto diventa mezzo espressivo attraverso i dipinti che ne invadono letteralmente la forma e che raccontano, quelle pagine di storia della Sicilia, rimaste più impresse nella memoria popolare e riportano spesso raffigurazioni sacre. Il legno in realtà era di diverse qualità in relazione al pezzo da realizzare: frassino, noce ed abete, na anche faggio ed olmo.
Oggi la costruzione dei carretti e l’esecuzione dei caratteristici dipinti è continuata con passione solo da pochi maestri “carradori” (carrozzieri), che hanno deciso di trasmettere alle future generazioni l’arte di costruire i carretti, insegnando in alcune scuole per far sì che questa forma d’arte non muoia con loro.
I tipi di carretto siciliano sono essenzialmente quattro e differiscono tra loro per alcuni particolari. Il tipo Palermitano; il tipo Trapanese con delle ruote più grandi, quello di Castevetrano e ed infine quello Catanese, di dimensioni generalmente più piccole. Il carretto si può definire un’opera d’arte collettiva, in quanto diverse figure contribuivano a realizzarlo. La costruzione e la scultura di alcuni pezzi del carro erano prerogativa dei mastri d’ascia – che potevano essere mastri d’ascia di opera grossa e di opera fina, ossia gli intagliatori-. Le parti in ferro, siano esse di carattere strutturale che ornamentale, erano pertinenza dei fabbri ferrai (‘u firraru). Infine la decorazione eseguita con dipinti era eseguita dai pittori di carretto. Da non trascurare l’apporto di coloro i quali erano preposti alla realizzazione di ricche bardature, come i finimenti ed i pennacchi, che conferiscono al carretto un arricchimento notevole sotto il punto di vista scenografico.
Strutturalmente esso è costituito da la “cassa”, dalle “ruote” e dal piano di carico, o fondo della cassa, formato da tavole di legno montate su dei travetti trasversali. Il piano era circondato da portelli, e  collegato alle “stanghe” che permettevano l’attacco con l’animale che lo trainava. Generalmente trainato da un mulo, poteva essere trainato anche da un asino o da un cavallo. Nella prima metà dell’800, fu avviato un programma che prevedeva la costruzione di strade, come quella denominata: Palermo-Messina Montagne, che giungeva fino a Catania. La dipintura del carretto, oltre ad avere una funzione apotropaica, era demandata anche a proteggere il legno di cui esso era costituito. Il pittore eseguiva le decorazioni stendendo dapprima una mano d’olio sul legno grezzo. Successivamente stendeva uno stucco realizzato a base di creta lipotone e olio di lino, sulle superfici piane e intagliate del carretto. In tal modo le parti erano preparate per essere dipinte e venivano colorate dapprima uniformemente di bianco, e poi di giallo. Il disegno pi veniva generalmente effettuato trasferendolo a ricalco dalla velina. La “figurazione del carretto avveniva con alcuni colori fondamentali: il bianco, il giallo il rosso il blu il verde ed infine il nero che veniva usato per definire i contorni, una volta definita la figurazione.

 

 Fin dall’antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell’isola. Dalla caduta dell’impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l’assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l’uso del carro, lasciando così ai “vurdumara”, mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli. La più antica forma di carro in Sicilia è lo “stràscinu” o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell’interno dell’isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Èrcole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica “Strada di Agrigentum”. Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, ” il carramattu ” ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.

La storia del carretto siciliano risale ai primi dell’ottocento, infatti, fino al ‘700, lo scarso sviluppo delle strade nell’isola aveva limitati i trasporti al dorso degli animali. Antonio Daneu (critico d’arte palermitano), in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia del ‘700 non hanno mai accennato al carretto siciliano perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva perché non c’erano le strade e tutti i commerci e i trasporti nell’isola avvenivano via mare. E’ solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia. Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette “regie trazzere”, non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari. La prima di queste “regie tazzere” fu la” regia strada Palermo-Messina montagne” che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania. Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle “trazzere”.

La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio. Egli è il primo viaggiatore che racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate recavano l’immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia. Così dice: ” Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l’immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati”, porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso”. I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.

Un’altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l’eruzione dell’Etna: “A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d’arte. La cassa del veicolo posa sopra un’asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant’Agata…..”.

Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce ” un rebus che cammina ” per il valore degli elementi decorativi. ” Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena….Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l’occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere”. Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano, da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.

http://www.palermoweb.com/cittadelsole/usiecost/storia.htm

Il carretto siciliano

nasce nella seconda metà circa del 1800, al fine di trasportare merci e oggetti non eccessivamente pesanti dalle campagne alle città, dalla costa all’entroterra della Sicilia.La diffusione di tale mezzo si ha con l’intensificarsi delle comunicazioni tra campagne e centri cittadini. Solo più tardi si comincia a dipingere il carretto, perchè ci si rende conto che è necessario proteggerlo dal sole e dalla pioggia sia durante i viaggi, sia quando viene lasciato fermo fuori casa.

Il carretto è principalmente costituito da una piattaforma con due sole sponde, e due grandi ruote alle quali sono attaccate due aste che vengono poi legate all’animale da traino.

All’inizio del 1900 la manifattura del carretto siciliano diviene lavoro di squadra di 6 artigiani: il carradore, l’intagliatore, il tornitore, il fabbro, “u’ usciularu”, il pittore. Tutto ciò però dura poco… difatti, con l’uso sempre più diffuso dell’automobile, il carretto siciliano scompare quasi del tutto.

I nomi delle diverse parti del carretto derivano dai nomi (in dialetto siciliano) di alcune parti del corpo umano. Le parti che compongono il carretto siciliano vengono lavorate, perfezionate e assemblate in modo esclusivamente artigianale, e possono essere ricavate dai seguenti tipi di legno:
noce: per la corona, il mozzo delle ruote, le sponde ed i travetti;
frassino: per i pioli;
faggio: per le mensole e le stanche;
abete: per tutto il resto.

Il “classico” carretto siciliano è sempre dipinto con colori accesi come il giallo, il rosso, il verde, l’arancione, l’oro e l’argento, ed è decorato con disegni che possono rappresentare scene dalla tradizione dei Paladini di Francia, dalla storia in generale, dalla cronaca, dalla mitologia, caratteristiche figure siciliane, paesaggi e simboli della stessa Sicilia. Il quadrupede che traina il carretto è addobbato a festa, ornato di piume, pennacchi, frange rosse e gingilli dorati, campanacci argentati, corone, tessuti dai colori sgargianti.

Ora troviamo i carretti siciliani solo nei musei, nelle sfilate delle sagre paesane, nei negozi di souvenir, ed è sempre più raro poterne vedere uno originariamente artigianale, perché oggi sono veramente pochi i maestri artigiani che continuano questo lavoro, e lo fanno per un pubblico di nicchia. Qualche sponda adorna i salotti o le bancarelle delle feste. Il carretto siciliano, dunque, è semplicemente relegato ad una funzione decorativa, ma è comunque uno dei più significativi ed espliciti simboli della terra di Sicilia.

 

 

http://www.icarrettisiciliani.com/storia.html

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5 Risposte

  1. ciao, grazie per l’esistenza di questi siti, per che ha avuto come me un passato con un papà che da giovane ha fatto il carrettiere e che mi ha trasmeso questa passione vi chiedo se voi avete la possibilità di avere dei canti tipic in dialetto che si cantavano sopra i carretti. Fatemi sapere GRAZIE

  2. Egregio Matteo,grazie di avere scritto su Terra mia! Il mondo del carretto è ora mai solo folclore e nulla di più. I canti tipici dialettali li trovi nel volume del Dott. Giuseppe Capitò dal titolo “Il carretto siciliano” che puoi trovare o nelle tante librerie di Palermo oppure ordinare on line.
    Cordiali saluti.
    Michele Vilardo.

  3. salve volevo sapere dove posso comprare dei carrettini siciliani per una lunghezza di 50 cm…….me ne servirebbero un 500 carrettini…grazie

  4. Egregio Massimo,
    proverò a chiedere a qualche negoziante su Palermo,ma a Settembre!Cordiali saluti.

  5. Buon giorno,premesso che i nostri carrettini sono realizzati tutti a mano con pitture tradizionali e no calcomania,possiamo realizzare benissomo dei carretini di tale misura.
    Saluti Giuseppe

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