Conversazioni notturne a Gerusalemme di Carlo Maria Martini e Georg Sporschill.

 

Nel nuovo libro «Conversazioni notturne a Gerusalemme» l‘ex arcivescovo di Milano risponde alle domande di un gesuita e affronta i temi della fede e della Chiesa. Con qualche risposta scomoda sulle difficoltà del Cattolicesimo e la morale sessuale.

«Conversazioni notturne a Gerusalemme» (Mondadori, in libreria dal 28 ottobre) è il titolo del volume che raccoglie il confronto sui temi del Cattolicesimo e della Chiesa fra il cardinale Carlo Maria Martini , ex arcivescovo di Milano e studioso della Bibbia di fama mondiale, e il gesuita Georg Sporschill.

Un dialogo franco, senza reticenze, in pagine che possono essere interpretate come il testamento spirituale di Martini.

A Vito Mancuso, autore del best-seller «L’anima e il suo destino» e docente di teologia all’ Università San Raffaele di Milano, ‘Panorama» ha chiesto di leggere il libro in anteprima.

 

 

Ecco il suo pensiero.

di VITO MANCUSO

 

perché il Cristianesimo non affascina più l’Occidente? Se lo sono chiesti due dotti gesuiti a Gerusalemme nelle loro «conversazioni notturne», e lo hanno fatto a partire dai giovani, visto che essi sono la cartina di tornasole del fascino spirituale di una dottrina o di un’istituzione. Alla Chiesa certo non basta celebrare ogni 4 anni un evento mediatico come la Giornata mondiale della gioventù per nascondere il problema.

La verità della vita infatti si misura nella quotidianità, non negli eventi speciali. e la quotidianità dice che i giovani sono molto distanti dalla Chiesa cattolica: in Italia i praticanti non superano il 10 per cento, in Europa ancora meno, e se poi in gioco è la morale sessuale si arriva a cifre con le quali oggi, se si trattasse di elezioni, non si entrerebbe in alcun parlamento.

Nell’affrontare il problema i due gesuiti hanno messo in campo quella «libertà interiore di cui godeva San Paolo» (per riprendere alcune parole di Benedetto XVI del 1° ottobre 2008), libertà che lo portò a opporsi a San Pietro, primo papa della storia. Benedetto XVI quindi dovrebbe essere il primo a rallegrarsi di un libro così, la cui principale caratteristica è l’onestà e il coraggio dell’analisi: pane al pane, crisi alla crisi, cose chiamate col proprio nome senza nascondere la testa dentro l’incenso delle liturgie. «Oggi in Europa la situazione della Chiesa esige delle decisioni. Vi sono comunità dove non troviamo più giovani. Soprattutto nelle grandi città bambini e ragazzi sono una presenza rara alla messa domenicale». Il risultato è allarmante: «Manca la prossima generazione»,

Nessuno sconforto però, perché «dove esistono conflitti lo Spirito Santo è all’opera». L’importante è non eludere i problemi facendo finta che non ci siano.

Il gesuita Georg Sporschill pone al confratello cardinale Carlo Maria Martini una domanda particolarmente provocatoria:

“Se Gesù vivesse adesso, tratterebbe l’attuale Chiesa cattolica come a quel tempo i farisei?”. Risposta: «Sì, scuoterebbe tutti i responsabili della Chiesa».

Chi è privo di un’adeguata conoscenza della profezia biblica potrebbe chiedersi come sia possibile che un cardinale parli così della gerarchia della Chiesa. In realtà si tratta di stabilire se la Chiesa sia in funzione del mondo oppure se, viceversa, il mondo sia in funzione della Chiesa. A chi spetta il primato?

Nella risposta a questa domanda si gioca la differenza che attraversa il Cattolicesimo contemporaneo (e forse quello di sempre), diviso tra chi ritiene che la Chiesa sia relativa al mondo e chi invece che il mondo sia relativo alla Chiesa. Il cardinale Martini è per la prima alternativa, ed è per questo che, per il bene del mondo, sferza la Chiesa.

Che cosa lo preoccupa di più? «Mi angustiano le persone che non pensano… Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti». Ben lontano da ogni intellettualismo, qui appare che cosa significa vita spirituale:

significa pensare e poi decidere. Infatti«chi non prende decisioni si lascia sfuggire la vita», mentre «solo gli audaci cambiano il mondo».

Si prospetta una nuova figura di cristiano: non più la pecorella devota, ma uno «che vive con la Bibbia e trova risposte personali alle domande fondamentali». E allora la Chiesa? Essa è «un contesto che procura stimoli e supporto, non necessariamente un magistero da cui il cristiano dovrebbe dipendere». A chi sa pensare con la sua testa basta la Bibbia, «il miglior ausilio per formare la propria opinione e la coscienza».

A partire da questi principi Martini non teme di criticare l’enciclica Humanae vitae, con cui quarant’anni fa Paolo VI vietò la contraccezione: «L’enciclica ha contribuito a far sì che molti non prendessero più in seria considerazione la Chiesa come interlocutrice o maestra… Molte persone si sono allontanare dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone». Occorre cercare

«una via per discutere seriamente di matrimonio, controllo delle nascite, fecondazione artificiale e contraccezione», perché «saper ammettere gli errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza».

Su quale criterio debba essere decisivo per la morale sessuale non ci sono dubbi:

la coscienza del singolo. «La Chiesa dovrebbe sempre trattare le questioni di sessualità e famiglia in modo tale che alla responsabilità di chi ama spetti un ruolo portante e decisivo»,

Martini ricorda che durante il conclave tra cardinali si discusse dei problemi più urgenti, in primis «il rapporto con la sessualità e la comunione per divorziati e risposati», problemi cui il nuovo papa «avrebbe dovuto dare nuove risposte». Benedetto XVI non è venuto meno al suo compito: totale conferma dell’Humanae vitae e netto no ai divorziati risposati. Quanto a novità non c’è male,..

Nei frattempo il divario tra la Chiesa e il mondo occidentale cresce sempre più, tra l’indifferenza di gran parte dei giovani e il placido assopimento della Chiesa in cui, dice Martini, «regna troppa calma». E conclude: «Sento la nostalgia di Gesù di lanciare sulla Terra il fuoco ardente dell’entusiasmo». Ma chi, tra i pastori di questa Chiesa italiana, raccoglierà l’eredità di Carlo Maria Martini?

 

Tratto da Panorama del 30-10-2008 pp.217-218.

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3 Risposte

  1. Dio non è cattolico, parola di cardinale

    Carlo Maria Martini pubblica un libro “sul rischio della fede” e invita a diffidare delle definizioni dottrinali, perché Dio “è al di là”. Ma così il rischio è che svaniscano gli articoli del Credo, obietta il professor Pietro De Marco. E spiega perché

    di Sandro Magister

    ROMA, 12 novembre 2008 – L’ultimo libro del cardinale Carlo Maria Martini uscito in Italia, come già qualche mese fa in Germania e ora anche in Spagna, ha subito conquistato l’alta classifica dei più venduti. È intitolato “Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede”, ed è in forma di intervista, col gesuita tedesco Georg Sporschill.

    Le volte in cui Benedetto XVI ha parlato in pubblico del cardinale Martini – famoso biblista e arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002 – lo ha sempre elogiato come “un vero maestro della ‘lectio divina’, che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura”.

    In questo suo libro, però, il cardinale non appare altrettanto magnanimo, nel giudicare gli atti di governo e di magistero degli ultimi papi, da Paolo VI in poi.

    In un precedente servizio, http://www.chiesa ha già riferito dell’attacco frontale portato da Martini contro l’enciclica “Humanae Vitae”.

    Ma nel libro c’è di più. C’è una ricorrente accusa alla Chiesa di “involuzione”. Mentre all’opposto Martini reclama una Chiesa “coraggiosa” e “aperta”, come dicono i titoli di due capitoli del libro.

    C’è soprattutto una descrizione di Gesù legata a un’ideale di giustizia molto terreno. La distanza tra questo Gesù e il “Gesù di Nazaret” del libro di Benedetto XVI è impressionante.

    Il quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”, nel dare notizia del libro di Martini in occasione del suo lancio alla Fiera del Libro di Francoforte, il 17 ottobre, ha scritto che “molte delle considerazioni ivi espresse, comprensibilmente, faranno discutere”.

    Ma non ha aggiunto altro. “Avvenire” non ha sinora recensito il libro e nessuno si aspetta che lo farà in futuro. Silenzio assoluto anche a “L’Osservatore Romano”.

    In privato, ai gradi alti della gerarchia, le critiche all’autore del libro sono severe e preoccupate. Ma in pubblico la regola è di tacere. Il timore è che contestare pubblicamente le tesi di questo libro aggiunga danno a danno.

    Ma qual è, più analiticamente, il “rischio della fede” che il cardinale Martini evoca?

    Pietro De Marco, professore all’Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, lo porta alla luce e lo sottopone a critica nel commento che segue.

    Per De Marco il messaggio del cardinale appare “reticente quanto a completezza della confessione di fede”. C’è in esso molta frequentazione delle Sacre Scritture, ma gli articoli del Credo “vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli”.

    Un’evanescenza dei fondamenti della dottrina che ha contrassegnato non solo il percorso di un grande leader di Chiesa come Martini, ma larga parte della Chiesa cattolica degli ultimi decenni.

    Osservazioni sulle “conversazioni notturne” di Carlo Maria Martini e Georg Sporschill

    di Pietro De Marco

    La forma di questo libro, una ben costruita intervista scandita in capitoli introdotti da brevi testi, spesso domande, di “giovani”, ne fa un testimone importante della mente del cardinale Carlo Maria Martini. E di quanti lo seguono dentro e fuori i confini ecclesiali.

    Del libro sottolineerò quello che non mi sento di approvare e specialmente quella che mi appare l’intima contraddizione, una contraddizione che segna forse l’intera vicenda pubblica del gesuita, già arcivescovo di Milano. Ma rendo omaggio, anche filiale, alla personalità grande che si rivela, ancora una volta, in queste pagine, scritte assieme a Georg Sporschill, anch’egli un religioso della Compagnia di Gesù.

    Parto dalla risposta del cardinale alla domanda: “come dovrebbe essere oggi l’educazione religiosa?” (p.19). Che equivale a: come educare qualcuno a essere un “buon cristiano”? Il cardinale aveva poco prima detto: un buon cristiano si distingue “perché crede in Dio, ha fiducia, conosce Cristo, impara a conoscerlo sempre meglio e lo ascolta”.

    Nello stile del libro, che sembra risolvere tutto nella dimensione quotidiana, nella verità dei “mondi vitali”, Martini inizia con l’evocare scene familiari e “semplici usanze”. Tra queste ultime fa impressione vedere indicati anche il Natale e la Pasqua. Ci tornerò su. L’educazione religiosa proposta dal cardinale è di “ascoltare le domande e le scoperte dei giovani e accettarle”, per arrivare al suo fondamento, la Bibbia: “Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi, non consentendoci di cogliere l’ampiezza della visione di Dio” (p.20).

    Va certamente apprezzato tale fiducioso e ragionato primato dato alla Scrittura, in anni in cui c’è chi propone nel cristianesimo una “religione della ragione”, ovvero una ricerca di Dio che elimina la Bibbia quale coacervo di falsità. Ma quando il cardinale va a spiegare in che cosa si esprime la “ampiezza della visione di Dio” dischiusa dalla Scrittura, la indica in Gesù che si meraviglia della fede dei pagani e accoglie in cielo il ladrone, o in Dio che protegge Caino che ha ucciso il fratello. “Nella Bibbia Dio ama gli stranieri, aiuta i deboli”, prosegue il cardinale. E con ciò slitta nel troppo detto, nel sermone, che prosegue nella risposta alla domanda successiva: “Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell’essere cattolico. E dobbiamo imparare a conoscere gli altri. […] Per proteggere questa immensità non conosco modo migliore che continuare sempre a leggere la Bibbia. […] Se ascoltiamo Gesù e guardiamo i poveri, gli oppressi, i malati, […] Dio ci conduce fuori, nell’immensità. Ci insegna a pensare in modo aperto”. Si coglie qui un compendio di pensiero che merita un commento.

    Intanto, se la fede/fiducia in Dio e la conoscenza/ascolto di Cristo sono l’essenza della condizione cristiana, questa bella formula non può essere usata come già per sé sufficiente. Il solo rimando a un leggere/pensare biblico e ad una “apertura” di cuore resta del tutto indeterminato. L’unica, minima determinatezza nelle parole del cardinale è quella che procede dalla “apertura agli altri” alla Scrittura, per ritrovare in questa quella medesima apertura. Una simile circolarità, per quanto importante, è veramente poco rispetto all’immensità del tesoro scritturistico. Che ne è della conoscenza delle cose divine? Del timore e dell’amor di Dio? Della economia trinitaria? Se la Rivelazione ci trasforma è perché essa implica “infinitamente” di più che un pensare “in modo aperto” alla maniera dei moderni; un “aperto” che si oppone a ciò che Sporschill liquida come “mentalità ristretta”.

    Questo orizzonte, che tanto piace all’intelligencija laica e cattolica, spiega anche la riduzione che Martini fa delle grandi festività dell’anno liturgico a “semplici usanze”. Riduzione forse involontaria, eppure rivelatrice. Quando mai nel pensoso e spesso profondo ragionare del cardinale si intravvedono la “lex orandi” e la pienezza del mistero liturgico? A lui sfugge il legame tra l’immensità del “pensare in modo biblico” e l’immensità del culto cristiano che davvero ci apre a una liturgia cosmica, anche se non siamo né diventiamo per questo degli “spiriti aperti” alla maniera moderna. Non è questione da poco né recente. I cattolici e ancor più gli ortodossi sono in questo su sponde opposte rispetto alle comunità protestanti, alle quali non è bastato, per far fronte alla modernità, il frequentare la Scrittura e “pensare in modo biblico”.

    Il “vivere la vastità dell’essere cattolico” non si compie neppure nel guardare “i poveri, gli oppressi, i malati”. Quello che il cardinale chiama il “rischio” della Chiesa di porsi come un assoluto non mi pare evocato in maniera pertinente. L’assolutezza della incarnazione del Logos nel cosmo e nella storia non è un “rischio” ma è il fondamento di quella “vastità”, è ciò che davvero ci fa “aperti”.

    Senza sottovalutare i “mondi vitali” che il cardinale predilige, è nell’assolutezza che si radicano da sempre universalità e responsabilità cristiane. Solo qualche pensatore laico insiste ancora, specialmente in Italia, sull’equazione tra “pretesa di verità” e “chiusura” intellettuale e morale. Mi preoccupa il passaggio in cui Martini dice: “Gli uomini si allontanano dai […] dieci comandamenti e si costruiscono una propria religione; questo rischio esiste anche per noi. Non puoi rendere Dio cattolico. Dio è al di là dei limiti e delle definizioni che noi stabiliamo. Nella vita ne abbiamo bisogno, è ovvio, ma non dobbiamo confonderli con Dio”. Mi preoccupa perché è rischiosissima l’idea che una religione positiva sia in sé allontanamento da un fondamento indeterminato che la precede e le è superiore. Anche dal punto di vista della scienza delle religioni non sussiste per sé un religioso indeterminato, comune e primario. Solo le religioni sono religione.

    Trovo infelice anche la formula del “Dio cattolico”, quasi che le teologie su Dio della “Catholica Ecclesia” rappresentino un’indebita appropriazione e perdita del divino, invece che l’amorosa e gelosa sollecitudine spirituale e gerarchica per quanto è rivelato in Cristo. Certamente Dio è al di là delle nostre definizioni; ma non è “per la vita”, cioè per motivi di praticità, che noi stabiliamo delle “definizioni”; infatti è molto più pratico non definire, come preferiscono tanti moderni e postmoderni. La mirabile teologia trinitaria dei concili e le “summae” teologiche sono più e altro che contingenze. Sono monumenti di lode al Dio di Gesù Cristo eretti dalla ragione cristiana. Forse è difficile per l’esegeta moderno, anche cattolico e della generazione di Martini, capirlo.

    Tutto il percorso di queste conversazioni notturne nasconde molti passaggi rischiosi. Forse l’antica perizia da rocciatore di Martini li predilige, li cerca. Per restare nel capitolo primo, a p. 18 il cardinale dice: “Gesù si è battuto in nome di Dio perché viviamo secondo giustizia”. E a p. 24: “Gesù ha osato intervenire e mostrare che l’amore di Dio deve cambiare il mondo e i suoi conflitti. Per questo ha rischiato la vita, sacrificandola infine sulla croce. La sua abnegazione, però, la vediamo già in precedenza. […] Credo che questo sia il suo amore, che sento nella comunione, nella preghiera, con i miei amici, nella mia missione”. Non ho alcun timore di impopolarità nel dire che questa cristologia di taglio liberazionista sarà anche pastoralmente utile con alcuni giovani aperti al progresso, ma mi appare seriamente lacunosa. È inutile che io ricordi a un grande conoscitore dei testi del Nuovo Testamento quanto sia criticamente infondato, oltre che profondamente riduttivo del significato della Rivelazione, affermare che Gesù “si è battuto in nome di Dio” come uno dei tanti ribelli religiosi, ed è morto sulla croce per cambiare il mondo secondo le contingenti istanze del mondo (pace e giustizia secondo chi e per chi?). Ammettiamo che la lettura che Martini fa di Gesù implichi un antagonismo più spirituale e meno “politico”; non vi scorgo, comunque, quasi niente della tradizione trinitaria e cristologica. Tradizione che innerva invece profondamente il “Gesù di Nazaret” di Joseph Ratzinger, sul quale il padre Sporschill ironizza (“il buon Gesù di Ratzinger”) con scarsa intelligenza.

    Inappropriati sul terreno ecclesiologico sono, poi, diversi passaggi del capitolo quinto dedicato all’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae”, che hanno naturalmente fatto scalpore. Anche il sincero dispiacere che il cardinale mostra per quella che egli considera una disavventura nel pontificato di papa Montini finisce con una coda polemica. Il papa pubblicò l’enciclica “con un solitario senso del dovere e mosso da profonda convinzione personale”, dice Martini, marcandone fortemente il volontario isolamento. Ma ci si domanda: di chi Paolo VI poteva fidarsi, fuori di Roma, nel 1968? Di episcopati travolti dalle crisi del postconcilio? O di teologi trasformati in intelligencija ribelle? Appare poco accorto anche lasciar scrivere provocatoriamente a padre Sporschill: “Supponiamo che Benedetto XVI si scusi e ritiri l’enciclica Humanae Vitae”. Sbaglia Martini a coprire con la sua autorità la propensione di correnti ecclesiali a “chiedere scusa”, naturalmente non dei propri errori ma di quelli della gerarchia: uno sport irresponsabile e senza discernimento.

    Anche la metafora dei quarant’anni trascorsi dopo la “Humanae Vitae”, da intendere come i quarant’anni di Israele nel deserto (p. 93), è ambigua. Chi avrebbe guidato chi, in questa traversata costellata di infedeltà? Pensa il cardinale Martini, come si pensa negli sparsi focolai della contestazione, che sia il popolo di Dio a guidare alla Terra Promessa una gerarchia resistente al richiamo dello Spirito? O riconosce che è avvenuto il contrario: la profonda conferma della insostituibilità della Chiesa “madre e maestra”? Il coraggio di Paolo VI, fondato nella sua coscienza del ruolo di Pietro, fu enorme e, nella lunga durata della sollecitudine della Chiesa per l’uomo, salutare, come possiamo valutare oggi, dopo decenni di disorientamento e presunzione modernizzante.

    Insomma, anche apprezzando in queste pagine tante osservazioni misurate e di grande delicatezza pastorale, trovo nel cardinale una troppo debole consapevolezza di ciò che è in gioco nell’attuale passaggio di civiltà. Prevale in lui l’ascolto delle opinioni, delle preoccupazioni e delle proteste, interne ed esterne alla Chiesa, e una programmatica sintonia con esse, tipica dell’intellettuale. Valga la considerazione, davvero eccessiva, che riserva alle tesi del filosofo tedesco Herbert Schnädelbach in un saggio del 2000 sulle “colpe del cristianesimo”.

    Trovo rivelatrice anche la risposta di Martini alla domanda se ha mai avuto paura di prendere decisioni sbagliate (p. 64): “Per paura delle decisioni ci si può lasciar sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. […] Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano. […] Vorrei individui pensanti. […] Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti. Chi riflette sarà guidato nel suo cammino. Ho fiducia in questo”.

    Intravedo in queste formule un metodo talvolta adottato da uomini di Chiesa e in particolare dalla Compagnia di Gesù: attrarre le persone che pensano, non importa se credenti; non smarrirsi per le passate o presenti defezioni dall’istituzione; avere fiducia nella guida e nella correzione di Dio in questo genere di impresa. Questo coraggio spesso appare efficace, anche se non sappiamo cosa ne scaturirà di più profondo e decisivo per la formazione alla fede e per la Chiesa stessa. Ma c’è qualcosa di essenziale che sfugge. Chi giudica delle “persone pensanti”? E pensanti che cosa? Cosa intende esattamente il cardinale, se andiamo oltre le generali e generose formule educative ed entriamo nel cuore dell’istruzione cristiana?

    È evidente che quella espressa dal cardinale è stata anche la scommessa di parte della Chiesa nella lunga crisi di uomini e di fede del postconcilio. È evidente anche l’ottimismo che regge una simile pedagogia della provvidenziale realizzazione di sé nella libertà. Così, però, si è sottovalutata e alla fine favorita la falcidie degli uomini dell’istituzione, del clero. Non era difficile, in anni ancora vicini a noi, sentir dire dai pastoralisti che la mancanza di clero è un falso problema ed è anzi una chance per il rinnovamento della trasmissione della fede e per la sua purificazione, naturalmente in senso “non clericale”.

    L’ottimismo che accompagna la conversazione notturna del cardinale Martini non può essere, dunque, proposto semplicemente alla futura sperimentazione. Ha già segnato pratiche del passato. E i risultati di questo ottimismo sono sotto il giudizio di tutti. Si può sospettare che, dietro il fascino delle formule e il consenso di tanti amici non credenti, tale ottimismo abbia alimentato quell’intima contraddizione di cui il cardinale appare portatore: da un lato una visibilità cristiana dotata di un profilo “aperto”, dall’altro un messaggio reticente quanto a completezza della confessione di fede. Nel suo modello pedagogico, tra frequentazione della Bibbia e confidenza con gli articoli del Credo lo squilibrio è vistoso: uno squilibrio in cui la Tradizione e il Credo vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli.

    Una contraddizione simile segna paradossalmente anche le pagine di Carlo Maria Martini sugli esercizi spirituali di sant’Ignazio. Essi sono per il cardinale “esercizi pratici e semplici che mantengono vivo l’amore. È un po’ come nella vita familiare […]. Anche l’amore per Gesù e l’intimità con Dio vivono di una condotta quotidiana. Non riesco ad immaginare la mia vita senza l’acquasanta ecc.”. Accolgo queste formule delicate, e alla base di esse la distinzione tra gli esercizi “nella loro forma completa, solo per pochi”, e i “numerosi esercizi facili” per tutti (p. 88). Però perché riservare ai semplici la prima settimana, dedicata (dico per semplicità) all’esame di coscienza, e non farli accedere almeno alla seconda? Nel testo italiano del 1555, che traduce la cosiddetta “vulgata”, si legge: “La seconda settimana è contemplare il regno di Iesù Christo per similitudine de uno re terreno il quale chiama li suoi soldati alla guerra”. L’autografo di Ignazio è più secco: “El llamamiento del rey temporal ayuda a contemplar la vida del rey eternal”, ma non muta la sostanza. La regalità di Cristo e la sua chiamata sono forse irrilevanti per il “buon cristiano” e per la sua vita di fede?

    Evidentemente per il cardinale Martini non è essenziale, anzi è imbarazzante “considerare Christum vocantem omnes suos sub vexillum suum”, salvo forse in una versione tutta spirituale. Ma credo che anche parte della Chiesa abbia troppo offuscato i propri “vexilla” e si sia autolimitata al domestico, sia familiare sia comunitario. Ne hanno sofferto i suoi necessari profili universali e pubblici. Ne ha sofferto la sua stessa dedizione e chiamata alla Verità; poiché se a una famiglia possono bastare la consuetudine privata del Pater Noster e la lettura dei Vangeli o dei Salmi, questo non basta alla fede e alla missione. Né può bastare, penso, alla Compagnia di Gesù, ai suoi uomini, alla sua ragione di vita.

    È stato necessario che fosse la cattedra di Pietro a fare attiva e autorevole memoria di tutto questo, negli ultimi decenni.

  2. Caro Pietro De Marco,

    se lei è prete, visto che nè Avvenire nè l’Osservatore pare abbiano recensito, dopo la prova della sua grande ortodossia, sarà certamente collocatoi tra candidati all’episcopato.

    Se invece lei è un laico, si potrebbe fare uno strappo: concederle la berretta cardinalizia.

    Finalmente la Chiesa avrà il sospirato uomo per le future sperimentazioni, visto che il successore della cattedra che fu di Ambrogio. è soltanto un “gesuita” come il suo collega Georg…un binomio di “imbarazzati”.

    Bontà sua, quindi, se, dopo la forbita analisi critica, non li ha candidati entrambi alla sospesione “a divinis”, dal momento che ” nel suo [loro] modello pedagogico, tra frequentazione della Bibbia e confidenza con gli articoli del Credo lo squilibrio è vistoso: uno squilibrio in cui la Tradizione e il Credo vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli”.

    Tutte le volte che ho partecipato alla Messa del Cardinale, non ho mai avuto l’impressione che, una volta intonato il Credo, si voltasse dall’altra parte per soffiarsi il naso, in attesa che il Popolo di Dio finisse di dare pubblicamente la sua adesione di fede al mistero trinitario e alla Chiesa Cattolica.

    Perché non ha preferito anche lei starsene in silenzio e farsi pensoso su quanto l’ Arcivescovo, dopo una vita spesa al servizio della Chiesa, ha sentito il bisogno di esternare come un padre che sa di dover lasciare presto dei figli in difficoltà non indifferenti?

  3. Gent.le Angelo,
    benvenuto su Terramia. Il Prof.De Marco è uno storico e un credente laico.
    Cordiali saluti.

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