Bariona o il figlio del tuono: Il natale di J.P. Sartre

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Racconto scritto e rappresentato da Sartre nel Natale del 1940 per i suoi compagni di prigionia nel campo di Treviri. La storia ruota intorno alla figura di Bariona, capo di un villaggio vicino a Betlemme, ed è ambientata nell’epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. Il testo si offre al lettore come l’immagine di un’esperienza religiosa che raggiunge il suo apice nella descrizione del rapporto di intimità che lega la Madonna al Bambino, e nel contempo come esperienza politica che, nella chiara allusione alla Francia occupata dai nazisti, vuole creare aggregazione e solidarietà tra i prigionieri, credenti e non credenti, e sollecitarli alla resistenza contro gli invasori.
Bariona,dunque, è un originalissimo testo teatrale poiché Sartre ebbe modo allora di conversare a lungo con i preti detenuti, discutendo in fraterna sincerità di fede e teologia. E’ alla luce di questa esperienza che Sartre scrive un testo teatrale sul mistero del Natale. Lo compone in sei settimane, sceglie gli attori, assiste alle prove, crea la messa in scena ed i costumi lui stesso. Vi partecipa come attore nella parte del Re Magio Baldassarre.
Il racconto ruota intorno alla figura di Bariona (dal curioso soprannome di “figlio del tuono”), capo di un villaggio vicino a Betlemme. La storia è ambientata nell’epoca in cui la Giudea era oppressa dai Romani e vessata da continue richieste di tributi. All’annuncio della nascita di Gesù Bambino Bariona abbandona ogni diffidenza e si apre alla speranza. Il testo si offre allo spettatore come l’immagine di un’esperienza religiosa e raggiunge il suo apice nella descrizione poetica del rapporto di intimità che lega la Madonna al Bambino. Disse una volta Sartre: “Ho sempre avuto un rapporto difficile ed impossibile con Dio”. Oggi, la visione di quest’opera, offre l’occasione di ripensare l’ateismo di Sartre e la sua filosofia dell’esistenza.

Jean-Paul Sartre, Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per Cristiani e non credenti, Cristian Marinotti Editore, Milano 2003
di Cristina Ficorilli

Treviri, Notte di Natale 1940.

Si chiude il sipario.
«Madeleine Chapsal. — Non è uno “ strano” mestiere quello di scrittore ? Esso esige, certamente, dell’energia, ma non riposa anche su una sorta di debolezza?
Jean-Paul Sartre. — Personalmente, io, lo ho scelto contro la morte e perché non avevo la fede: ciò rappresenta effettivamente una sorta di debolezza …Il cristiano, in linea di massima non teme la morte poiché per lui è necessario morire per cominciare la vera vita. La vita terrestre rappresenta un periodo di prova per meritare la vita celeste. Questa implica degli obblighi precisi, dei riti da osservare ed include anche dei voti : obbedienza, castità, povertà. Io prendevo tutto questo e lo trasponevo in termini di letteratura : potrei non essere riconosciuto per la mia vita terrena, ma meriterei la vita eterna per la mia dedizione alla scrittura e per la mia integrità professionale…» [J.-P.Sartre, Sur moi-même. « Les écrivains en personne », in Situations,IX, Mélanges,1972, p.32. La traduzione è la mia]
Terra e cielo, reale e immaginario, uomo e donna, nascita e morte, passione e lotta, dolore e assenza, fine e inizio, amore e pietà, onore e disonore fuoriescono dal grido disperante di Bariona. E’ uno strepito, un tuono in cui riluce il bagliore dell’anelito ad un “non”, ad un “no” contro il mero “non esser nato che per esser nato” della realtà umana.
E’ un “non” che trova la sua massima espressione nella negazione e nell’interdizione, da parte del capo di un villaggio fantasma alle pendici del dramma dell’infertilità e dell’oppressione, a perseverare la vita.
Il comando di Bariona è l’ingiunzione al suicidio dell’avvenire, d’ogni futuro umano e dono di vita. E’ un appello al silenzio che si spegne pian piano per mancanza di voci, è la rivolta del nulla contro l’essere, contro l’obbedienza ad un “si” estorto di necessità all’uomo una volta che la vita ha preso possesso di lui. E’ la rinuncia ad “un oltre” che è solo prolungamento di sofferta ripetizione, è il rifiuto di ciò che Bariona sente inesorabilmente di essere, è il diniego della scintilla che l’uomo guarda nel fondo degli occhi di un uomo, di ciò che Bariona troverà negli occhi di Giuseppe dove il faro della vita illumina altra vita, dove futuro, presente e passato indicano ancora quel “poter essere” che l’uomo interpreta.
All’interno di quel “non” risuona al tempo stesso la complessità del “non” del non-essere di L’être et le néant che Sartre di lì a pochi anni scriverà, in cui il “non” viene a sciogliersi nel “per” di un “per-sé”, libero progetto di esistere. …Ed ecco… , infatti,…..appare… Re Baldassarre, personaggio che “nei panni di Sartre”, interpreta, in unicum, proprio quel “per” del “non essere” che Bariona in quanto uomo è.
In uno: speranza e disperazione, nascita e morte progetto e situazione, scacco e ripresa di sé, autenticità e malafede. E’ il valore della congiunzione “e” che sartrianamente unisce Bariona e Baldassarre, credenti e non credenti, a far sì che Bariona o il figlio del tuono possa essere, come sottotitola la Christian Marinotti Edizioni, un “Racconto di Natale per cristiani e non credenti”.
E’ l’e che rende il teatro, in quanto specchio dell’umano, la doppia faccia di una medaglia che, orientata in duplice prospettiva, lascia scorgere un “teatro in situazione” e un “teatro di libertà”.
“Se è vero che l’uomo è libero in una situazione data e che si sceglie libero in una situazione data e che sceglie se stesso in essa e attraverso essa, allora bisogna mettere sulla scena situazioni semplici e umane e libertà che si scelgono in queste situazioni…Un carattere del suo farsi è quanto di più commovente possa mostrare il teatro, ossia il momento della scelta, della libera decisione che impegna una morale e tutta una vita. E poiché non si fa teatro se non si attua l’unità di tutti gli spettatori, bisogna trovare situazioni tanto generali da poter essere comuni a tutti. Non sono pochi i nostri problemi: quello del fine e dei mezzi, della legittimità della violenza, il problema delle conseguenze dell’azione, quello dei rapporti tra l’individuo e la collettività, tra l’impresa individuale e le costanti storiche, e cento altri ancora. Ora a me sembra che il compito del drammaturgo sia quello di scegliere, tra queste situazioni-limite, quella che esprime meglio i suoi problemi e di presentarla al pubblico come l’istanza che si pone a determinate libertà”.
[J.P.Sartre, in F. Jeanson, Sartre, 1995; tr.it. Sartre. Teatro e filosofia,1996, pp.3-4; corsivo mio]
Credenti e non credenti, oltre ad essere un epiteto rappresentativo dell’umano appare qui emblematico della realtà del campo di detenzione per prigionieri di guerra in cui Sartre insieme a molti si trova rinchiuso sotto l’oppressione tedesca, ed i cui membri assistono uniti, nella notte di natale del 1940, allo spettacolo del mistero della vita e della nascita, arcano che al di là del bene e del male accomuna l’intera umanità.
“Se ho preso il mio soggetto nella mitologia del Cristianesimo, ciò non significa che la direzione del mio pensiero sia cambiata, fu un momento, durante la cattività. Si tentava semplicemente d’accordo con i preti prigionieri, di trovare un soggetto che potesse realizzare, in quella sera di Natale, l’unione più vasta di cristiani e non credenti.” [p.1.]

Ed il campo di prigionia si trova trasposto scenicamente nelle vicende dell’impervio villaggio di Béthaur, in Giudea, a 25 miglia da Betlemme al tempo della nascita di Gesù. Béthaur è un villaggio che sanguina, è una muraglia di terra abitata da uomini vecchi e da magri pascoli, corroso dalle imposte che la dominazione romana esige dall’alto del suo potere.
Di fronte ad un’ulteriore richiesta d’innalzamento delle tasse – cui “Roma si trova costretta”- da parte di un funzionario dell’impero, la cui venuta al villaggio rappresenta l’incipit dell’azione teatrale e l’inizio della catastrofe di Béthaur, già caduta in rovina, Sartre affronta con tenore emotivo alto e temperato di lucidità, il tema della filiazione. Tema che prende vita da diversi orizzonti di trattazione: la luce della pittura, dall’annunciazione alla natività, fa da strada al racconto; attraverso l’oscurità degli occhi privi di vista del narratore d’immagini, preposto a prologo della pièce, procede l’intreccio narrativo in sette quadri: la buona novella perduta in Maria, signora delle madri, “come un viaggiatore si perde nei boschi”, l’assenso materno al destino del proprio ventre e ad una nuova vita convivono con la religione del nulla professata da Bariona, colui che, contestualmente all’atto d’affermazione del proprio credo, pone un veto alla nascita ventura del proprio bambino, lottando per l’estinzione d’ogni figlio dell’avvenire e d’“ogni nuova edizione del mondo”. [p.1 e p.36]

“Più bambini. …Non vogliamo più perpetuare la vita, né prolungare le sofferenze della nostra razza…Il villaggio agonizza da quando i Romani sono entrati in Palestina e quello che tra noi procrea è colpevole poiché prolunga questa agonia…il mondo non è che una caduta interminabile e molle…Gente e cose appaiono improvvisi in un punto della caduta e appena apparsi, sono presi da questa caduta universale; si mettono a cadere, si disgregano e si disfano…tutto è capitato sempre molto male e la più grande follia della terra, è la speranza. …Osereste dunque creare giovani vite con il vostro sangue marcio? Volete rinnovare con uomini nuovi l’interminabile agonia del mondo? [pp. 27-30.]
Ragione sociale e lume più intimo della ragione individuale convergono nell’invettiva di Bariona; lo spettro di un futuro senza avvenire, di un aldilà che è giro di vite attorno ad una libertà oramai velata, conduce Bariona ad assumere su di sé, in “malafede”, direbbe L’etre et le néant, la responsabilità del non riconoscimento del proprio del volto umano.
La scelta di Bariona è un abdicare alla necessità, è un rendere necessario un possibile, è “essere” e subire piuttosto che “far essere”, è sfuggire quel “sé-come-essere-in-sé-mancato” che dà senso alla realtà umana. Il progetto di Bariona si colloca fra le note di una musica che l’uomo non può suonare, è il frutto dell’illusione che vuole l’uomo come un superamento continuo di sé volto al raggiungimento di una coincidenza con sé, che invece, seguendo Sartre, non è mai data.
E’ altro ciò che l’uomo può fare: contro l’illusoria speranza in un mito che non è popolato di gesta umane, la pièce teatrale di Sartre apre il sipario sulla speranza autentica nel radicale trascendere dell’esistere della realtà umana che procede cristallina, indissolubilmente ancorata all’accettazione d’ogni espressione di lutto che accompagna dal suo sorgere l’esistere, quell’ingiustificata presenza al mondo che la coscienza trasparente del per-sé deve elevare all’esistenza nella sua libera spontaneità.
In tal senso opera il dire di Re Baldassarre quando, nel narrare le parole della creazione, sottolinea la consustanzialità tra realtà umana e la sua condizione di “speranza e preoccupazione…poiché l’uomo è sempre molto di più di quel che è…ovunque sia un uomo…è sempre altrove ” [p.69]
L’uomo non è ciò che è, ed è ciò che non è: egli esiste e nel valore della negazione che egli stesso esprime si concentra il senso del suo far-esistere tutto ciò che egli è nel modo del non esserlo, vale a dire la responsabilità del progetto che estaticamente egli dà di se stesso per la costituzione protenzionale e progettuale di una coscienza, i cui momenti si rivelano come una incessante “invenzione” di un nuovo inizio.
Tale scissiparità della coscienza e desolidarizzazione da sé, tale idea di “una serie unitaria d’acquisizione-rifiuti” [ J.-P. Sartre, L’Être et le néant, Paris, 1943; tr.it. L’essere e il nulla, Milano, 1997;.p.189.” ] che rappresenta una coscienza concepita come “il suo superamento” [ibidem.] costituisce — per il configurarsi della temporalità estatica del per-sé come qualcosa in cui una nuova scelta è un nuovo inizio e un nuovo fine — il leit-motiv che attraversa l’evolversi del pensare sartriano e l’oggetto tematico di ciò che Sartre in L’Esistenzialismo è un Umanismo definisce il “rigore ottimista” del proprio filosofare. [J.-P. Sartre, L’Existentialisme est un humanisme, Paris, 1946 ; tr.it., L’Esistenzialismo è un Umanismo, Milano, p.57.]
” …l’idea che io non ho mai cessato di sviluppare è che, in fin dei conti, ciascuno è sempre responsabile di ciò che si è fatto di lui- anche se egli non potesse far niente di più che assumere questa responsabilità. Io credo che l’uomo può sempre fare qualcosa di ciò che si è fatto di lui. E’ questa la definizione che io darei oggi della libertà: quel piccolo movimento che rende un essere sociale totalmente condizionato una persona che non restituisce in toto ciò che ha ricevuto dal proprio condizionamento.” [J.-P. Sartre, Sur moi-même…,op.cit p.101. La traduzione è mia]

La stessa irruzione del magico, l’apparizione dell’angelo, l’epifania del divino e la mirabile descrizione che Sartre ne fa assumono i tratti di una aderenza del tutto incondizionata al carattere coerente del libero progetto d’esistere del trascendere della coscienza, la quale assume l’incantatorio incontro col magico come l’innesto per una nuova condotta umana che cambia i suoi rapporti col mondo in un mondo che cambia le sue qualità, il cui linguaggio ed i cui codici permettono alla coscienza di credere al mondo cui si riferisce esattamente così come essa lo sente. E’ questo il varco aperto dai gesti della speranza che accompagna lo “scacco” della condizione umana.
Benny Lévy — Ed è inevitabile questo scacco ?
Jean-Paul Sartre — io ho pensato sempre di più – ed attualmente lo penso in modo assoluto – che una caratteristica essenziale dell’agire umano…sia la speranza. E la speranza implica che io non possa intraprendere un’azione senza contare che la realizzerò. Io non ritengo… che questa speranza sia un’illusione lirica, essa è nella natura stessa dell’azione… e nella speranza vi è anche una sorta di necessità. L’idea dello scacco non trova in me, in questo momento, un fondamento profondo: al contrario è la speranza- in quanto rapporto dell’uomo al proprio fine, rapporto che esiste anche se il fine non è raggiunto- ciò che dimora nei miei pensieri. [J.-P. Sartre-Benny Lévy, L’espoir maintenant. Les entretiens de 1980, Verdier, 1991, p.25. .La traduzione è la mia]
Si apre il sipario…

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