Manipolazione del corpo e mutilazioni genitali femminili.

Botti

Le mutilazioni genitali femminili costituiscono nei paesi d’origine una pratica identitaria di carattere culturale o rispondono a prescrizioni di carattere religioso? Hanno un’origine unica o non, piuttosto, un’origine policentrica? Esse vengono riscoperte in occidente nelle comunità migranti come una forma di rispetto delle tradizioni e riproposte come pratiche attraverso le quali mantenere l’identità? In che misura le mgf sono (o sono state) solo un fenomeno afro-asiatico e non piuttosto una pratica anche occidentale di controllo della sessualità della donna? Quale rapporto c’è tra la tendenza della componente maschile a stabilire delle forme di controllo del corpo femminile, della sua sessualità e queste pratiche? Qual è il rapporto tra le mgf e le moderne pratiche di manipolazione del corpo femminile? Quale efficacia ha avuto la lotta delle donne negli organismi internazionali e nei paesi africani? Di quale legislazione e di quali strumenti giuridici si sono dotati questi ultimi per contrastare la pratica delle mgf ? Quali sono l’efficacia e le caratteristiche della legge italiana sulle mgf e i rapporti con la legislazione generale relativa all’emigrazione?
A queste domande risponde in modo documentato e puntuale questo volume.

Indice:

Introduzione, di Francesco Onida p.7

Introduzione

Nell’affannosa ricerca di motivi razionali che valgano a spiegare, giustificare, rafforzare l’avversione nazionale nei confronti della forte incessante immigrazione, ora proveniente soprattutto da paesi africani, riuscendo tuttavia a salvaguardare l’autostima degli italiani come popolo generoso e non razzista, sono state individuate alcune caratteristiche di vita così profondamente lontane dalla cultura italiana da risultare al tempo stesso inaccettabili e irrecuperabili. Tra queste occupano una posizione di primissimo piano le mutilazioni genitali femminili, presto seguite dall’uso del velo: l’una e l’altro inoltre evidenzianti ai nostri occhi una posizione sociale di assoluta subordinazione della donna. Ma perché il contrasto con i valori della nostra civiltà appaia insuperabile è ancora necessario che quei comportamenti non siano sentiti come volontari e liberi, e dunque liberamente rinunciabili, bensì imposti da un’autorità suprema, o almeno superiore. Facile ed utile a questo punto individuare tale autorità nella religione islamica, facendo così intravedere altri temuti motivi di contrasto pronti a scendere in campo, forse fino a dar luogo a un compiuto scontro di civiltà: poligamia contro monogamia, libertà e uguaglianza contro inferiorità e subordinazione della donna, accettazione contro criminalizzazione dell’omosessualità, laicità dello stato contro fondamentalismo religioso sono soltanto alcuni tra i paventati punti di contrasto che fanno gridare allo scandalo di una possibile perdita di identità per un paese democratico, laico e cristiano.
Evidentemente è essenziale per potersi muovere con consapevolezza in tal materia – qualunque posizione politica e sociale si voglia assumere – sapere se e fino a che punto i comportamenti in questione siano davvero così comuni e quasi imprescindibili presso quelle popolazioni, nonché conoscere le tante differenze che sicuramente li caratterizzano al loro interno, e soprattutto comprenderne il reale rapporto con i pretesi fondamenti religiosi e culturali. Né basta. Rimane poi da sapere, e da capire, in qual modo, misura e direzione l’immersione in una cultura e in una realtà giuridica e sociale profondamente diversa possa provocare nelle comunità degl’immigrati modificazioni anche importanti del loro rapporto di dipendenza dalla tradizione originaria, e ciò sia nel senso di un suo affievolimento – specialmente per le seconde generazioni – sia, all’opposto, nel senso di un irrigidimento difensivo dei vincoli identitari.
Molti degli indicati aspetti problematici hanno già sollecitato l’attenzione dei media e degli studiosi in occasione di concreti episodi apparsi confliggenti con il diritto o almeno con i costumi italiani ed europei. Tra questi, specialmente le ripugnanti mutilazioni genitali femminili (la circoncisione maschile, presente in Europa da sempre tramite la religione ebraica, viene presa in considerazione soltanto per necessità di completezza delle argomentazioni), additate al grosso pubblico come volute o ispirate dalla religione islamica e pertanto riflettenti direttamente su quest’ultima il biasimo ch’esse suscitano. Mancava però – ed è il contributo che si propone di apportare lo studio della Botti – una ricostruzione completa e possibilmente organica di quel fenomeno; una ricostruzione che accantonando la problematica, vicina ma non strettamente connessa, del velo islamico, si concentrasse piuttosto sulle tante e diverse fonti che stanno a fondamento dei vari tipi di Mgf nonché sulle tante iniziative che in Africa e fuori combattono il fenomeno e in qualche misura lo modificano.
Il dato che subito e chiaramente emerge da questo studio è la natura non islamica e forse neanche religiosa ma di tradizione antichissima delle Mgf. O meglio, probabilmente, una loro origine policentrica, che non esclude oggi una certa corresponsabilità islamica nel mantenimento di quella pratica però la ridimensiona in misura rilevantissima e soprattutto la riorienta – per quanto riguarda la problematica dei mussulmani immigrati in Europa – in funzione di salvaguardia identitaria. Si tratta di una correzione/precisazione non nuovissima in sé, ma resa nuova e convincente in quanto inserita in un contesto organico aggiornato che sullo sfondo presenta l’impostazione della bioetica, mentre guarda il problema della sessualità femminile e del suo controllo da parte della componente maschile della comunità da una angolazione limpidamente femminile alla luce di un faro oggi indiscutibile qual è il principio di uguaglianza.
Questo primo risultato della netta attenuazione della natura religiosa islamica della pratica delle mutilazioni genitali femminili consente, anzi impone, di procedere con modalità nuove – meno condizionate e più efficaci – nel tentativo di ridurre e sconfiggere quella pratica nei paesi d’origine e al tempo stesso dare una risposta giuridica coerente, più consapevole ed utile, quando essa si verifica in Italia.
In quest’ottica è sicuramente apprezzabile la mancanza di qualsiasi sensazione di generale superiorità occidentale. Il problema delle Mgf è – a mio avviso giustamente – affrontato in maniera assolutamente specifica e puntuale, anche perché da un paese africano all’altro, da una particolare comunità all’altra muta di molto la frequenza, il tipo e la gravità delle Mgf e muta l’atteggiamento che nei loro confronti assume il diritto penale dello stato. Bisogna lasciarsi guidare ad osservare l’evoluzione di quei diritti, e quindi di quei costumi tradizionali, in vario modo spronati dai movimenti delle donne e dalle iniziative internazionali. Colpisce favorevolmente notare l’umiltà intelligente di iniziative concrete come quella consistente nell’assumere al lavoro quali propagatrici dell’idea anti-Mgf (dopo averle addestrate a tale scopo) le stesse donne che prima nei villaggi traevano il loro sostentamento proprio dal praticare le mutilazioni genitali.
Da tempo si sentiva il bisogno di una conoscenza meno generica e giornalistica della situazione normativa di quei paesi in tal materia. Poter contare su dati normativi affidabili relativamente ai paesi di provenienza è anche – o almeno lo sarebbe se si volesse attuare una politica silenziosa ma concretamente efficace piuttosto che una gridata ma di pura apparenza – utilissimo, se non indispensabile, al fine di riuscire ad impostare un’azione anti-Mgf nel nostro paese ed in Europa. Persino nei paesi d’origine vediamo che talvolta può avere successo la trasformazione di una pratica cruenta in una essenzialmente simbolica. Forse in una materia così individualmente pregnante bisognerebbe, all’inizio e per un po’ di tempo, abbandonare le questioni di principio che salvano l’anima e l’identità comunitaria a scapito delle persone concrete e cercare piuttosto la salvezza di quest’ultime. Del resto la problematica relativa ai reati c.d. culturalmente orientati, contrapposta alla semplicistica linea di politica criminale che confida che ad aumento di pena corrisponda diminuzione dei reati, mette bene a nudo la confusione del legislatore italiano al riguardo. È questa una valutazione che la Botti si astiene dall’esprimere ma che mi pare emerga dall’insieme dei dati ch’ella ci fornisce.
Firenze, 27 febbraio 2009 Francesco Onida

CAPITOLO I LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI TRA PLURALISMO CULTURALE E BIODIRITTO
1. Sviluppi normativi dell’eugenetica e della ricerca scientifica e medica, rielaborazione dei principi etici e nascita della bioetica p.11
2. Il diritto nelle società multiculturali: dall’etica condivisa alla sanzione giuridica dei comportamenti e delle pratiche di vita. Il caso delle mutilazioni genitali femminili p.29
3. Sessualità, mutilazioni genitali femminili, emancipazione femminile. implicazioni religiose del fenomeno p.43
4. Le mutilazioni genitali femminili: un fatto culturale?p.53

CAPITOLO II LE MGF IN AFRICA: PROFILI STORICI, ANTROPOLOGICI, CULTURALI E GIURIDICI
1. Alle origini delle mutilazioni genitali femminili in Africa. Elementi a favore di un’origine policentrica p.71
2. Le prime politiche contro le mutilazioni genitali femminili in Africa nel periodo della colonizzazione p.88
3. La lotta internazionale contro le Mgf e il ruolo delle donne p.104
4. La Conferenza di Pechino e le attuali iniziative internazionali contro le Mgf p.119

CAPITOLO III LA LEGISLAZIONE DEGLI STATI NAZIONALI AFRICANI SULLE MGF
1. La legislazione degli Stati dell’Africa occidentale sulle Mgf p.129
2. Le politiche dell’Egitto e dei Paesi del Corno d’Africa sulle Mgf p.142
3. Gli Stati dell’Africa centrale verso una nuova legislazione in materia di Mgf p.155
4. La tutela delle donne e dei bambini in Africa e le sanzioni penali delle Mgf p.172

CAPITOLO IV LA LEGISLAZIONE ITALIANA IN MATERIA DI MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
1. Le Mgf: un reato culturalmente orientato? p.181
2. Dimensione individuale e collettiva dei riti simbolici e atti di disponibilità del proprio corpo p.191
Prevenzione e repressione delle mutilazioni genitali femminili: possibilità e limiti delle norme civili e penali p.203
4. La legge 9 gennaio 2006, n. 7. Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile p.217

BIBLIOGRAFIA p.231

F. Botti,Manipolazioni del corpo e mutilazioni genitali femminili
pp. 263, €25,00
88-7395-436-1
Bononia University press, Bologna, 2009.

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