«IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

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La narrazione degli avvenimenti storici si configura di frequente come vera e propria falsificazione del passato, intesa ad accreditare determinate visioni del mondo e della società o anche a legittimare partiti e movimenti emersi vincitori nella lotta per la conquista del potere. Una inclinazione della storiografia, questa, che pur rintracciabile nell’antichità, s’è venuta accentuando nel corso dell’età moderna e contemporanea, in ordine soprattutto agli accadimenti del ventesimo secolo segnati dal protagonismo delle masse. In queste pagine Sandro Fontana ripercorre alcuni episodi della storia del Novecento, intenzionalmente distorti da una certa storiografia «militante» per immediate finalità ideologico-politiche. Si fa così luce sul mito della vittoria mutilata nel 1918 e sulla favola di Aldo Moro alleato dei comunisti; viene erosa se non demolita l’epopea della Rivoluzione d’Ottobre al pari della Resistenza tradita; dalle forze moderate; si ridimensiona la segreteria Berlinguer e si mostra l’assoluta banalità della sua cosiddetta «terza via»; si denuncia la congenita doppiezza del pacifismo e viene ricostruita nella sua realtà la strage di Marzabotto senza indulgere a strumentalizzazioni. Questo un compendio dei principali argomenti che intessono il libro. Ma, al di là di letture del passato parziali o non pienamente conformi a criteri di scientificità, nelle pagine di Fontana si sottolinea la responsabilità morale dello storico nei confronti della società in cui opera, contribuendo la storiografia in modo eminente a formare il senso comune di un Paese, a definire l’antropologia di un popoli orientandolo alle scelte per l’avvenire. Ne consegue che, come la moneta falsa progressivamente dissolve ogni ordine economico, allo stesso modo una storiografia intrisa di menzogne corrode i fondamenti etici della società consegnandola irrimediabilmente al conflitto e alla disunione. È infine da segnalare che, in appendice a ciascun capitolo, figura una bibliografia essenziale, utile a ulteriori approfondimenti dei temi trattati.  

 «IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

 Ciò che più colpisce gli studiosi che hanno esaminato con attenzione i regimi comunisti non è tanto l’entità e la mostruosità dei crimini commessi, quanto la vastità delle complicità e delle omertà che essi sono sempre riusciti a trovare nei Paesi occidentali. Eppure non era necessario attendere la caduta del Muro nel novembre 1989 per conoscere la tragica realtà dei Paesi sfortunati che avevano subito il comunismo, tante e tali erano le testimonianze rilasciate in Occidente non solo dai visitatori occasionali ma anche dai protagonisti di quei crimini. 
In un recente libro di Renzo Foa, che è stato anche direttore de l’Unità organo del Pci, vengono dedicate pagine illuminanti all’opera autobiografica di un alto esponente del comunismo sovietico Victor Kravchenko dal titolo Ho scelto la libertà, che venne pubblicato negli Usa nel 1946 e che fu tra i libri più venduti in America e nei Paesi dove venne tradotto. La testimonianza di Kravchenko era molto attenta e fedele non solo perché egli aveva scalato tutti i gradini della nomenklatura sovietica, dirigendo fabbriche e grandi complessi industriali, ma anche perché aveva vissuto sul terreno, in Ucraina, prima la collettivizzazione forzata delle terre, con la carestie nelle campagne, e poi le «grandi purghe». 

Egli cioè era stato uno dei grandi protagonisti d’una immane tragedia, che s’era conclusa con lo sterminio di oltre venti milioni di contadini. La sua fu una descrizione spietata e terribile delle carestie provocate artificialmente da Stalin per piegare con ogni mezzo la resistenza dei contadini, che per sopravvivere erano costretti a regredire nel cannibalismo, scrivendo testualmente: «Per impedire ai contadini disperati di mangiare il grano ancora verde, perché i colcos non finissero sotto cattive gestioni e per lottare contro i nemici della collettivizzazione, nei villaggi furono create speciali sezioni politiche, poste sotto l’autorità di uomini di fiducia del partito. Fu allora mobilitato un vero e proprio esercito di centomila uomini che era composto da militari, uomini della polizia segreta, studenti e funzionari considerati fedeli e risoluti, i quali vennero inviati nei territori sottomessi al collettivismo». Egli costatò che in quelle campagne desolate non si parlava altro che di carestia, di tifo endemico e di atti di cannibalismo. Kravchenko si accorse che le prigioni e le stazioni di polizia «rigurgitavano di contadini incarcerati per aver falciato i loro campi senza autorizzazione, per aver sabotato o rubato a danno dello Stato». Il primo giorno trovò un villaggio «immerso in un anomalo silenzio» e gli venne spiegato che «sono stati mangiati tutti i cani» e che, «se non vedete nessuno per strada, è perché la gente non cammina più, non ne ha più la forza». In quei giorni e mesi terribili i contadini ridotti a larve gli raccontarono che «ogni tanto un carro percorre il paese e raccoglie i cadaveri», che «abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, cani, topi, uccelli», che «domattina quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia: abbiamo mangiato anche quella» e «perfino il letame dei cavalli».
E tutto ciò perché, secondo il parere del potente segretario del partito comunista ucraino, «le autorità locali dovevano conoscere la vera potenza bolscevica: era perciò necessario schiacciare gli agenti dei kulaki ovunque avessero sollevato la testa e ottenere la consegna del grano a qualsiasi prezzo». L’ordine era: «Strappate il frumento a quella gente, dovunque sia nascosto, nelle stufe, sotto i letti, nelle cantine o nei nascondigli scavati nelle aie. Non abbiate paura di ricorrere a misure estreme». Al termine dell’operazione, durata un intero biennio, il segretario del partito comunista ucraino poteva affermare con fierezza: «L’anno appena finito ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo Paese. La collettivizzazione è costata milioni di vite, ma ora è saldamente radicata». Insomma, fin dal febbraio del 1946, quando cioè venne pubblicata l’autobiografia di Kravchenko, il mondo occidentale conosceva l’orrore dei regimi comunisti. Ma allora perché si è taciuto così a lungo? Perché nel frattempo, non sono stati denunciati e impediti altri crimini ed altri orrori? Perché, per conoscere la verità, abbiamo dovuto attendere il crollo del Muro?

Certo, il Partito comunista sovietico disponeva, all’interno di ogni Paese occidentale, di numerosi partiti fedeli che venivano, come ha dimostrato Valerio Riva, non solo finanziati, ma anche collegati in organismi internazionali come il Comintern o il Cominform, e quindi trasformati in strumenti formidabili di propaganda e di difesa del mito sovietico. Tutto ciò è vero, ma secondo gli storici non è ancora sufficiente per spiegare la persistenza della menzogna. È necessario perciò esaminare almeno due cause che hanno operato nel lungo periodo.

La prima riguarda il famigerato processo sui crimini di guerra di Norimberga del 1945-’46, nel quale, come scrisse allora Piero Calamandrei, tutti gli imputati appartenevano alle nazioni sconfitte, mentre tutti i giudici vennero scelti tra i vincitori. E poiché la Russia di Stalin faceva parte di questi ultimi, venne operata una colossale amnistia nei confronti di tutti i suoi crimini, compreso lo sterminio di 4.500 ufficiali polacchi, cioè della futura classe dirigente della Polonia, a Katyn nel 1940.
La seconda causa va ricercata nella guerra fredda, durante la quale tra i due schieramenti contrapposti venne stabilita una sorta di turpe e reciproca omertà, per cui tutto ciò che, sul piano dei diritti umani, poteva compromettere la stabilità complessiva venne sistematicamente ignorato o rimosso per lunghi decenni.

A queste cause di lungo periodo vanno aggiunte cause specifiche che riguardano l’atteggiamento assunto nei vari Paesi, prima e dopo il conflitto mondiale, nei confronti del comunismo sovietico. Per esempio, quando negli Usa uscì la denuncia di Kravchenko, l’opinione pubblica del più grande Paese antagonista della Russia venne fortemente influenzata da un altro libro, Missione a Mosca, che divenne subito un best-seller e che era stato scritto da Joseph Davies, ambasciatore di Roosevelt in Unione Sovietica tra la fine del 1936 e il 1938, cioè nel periodo famigerato delle «grandi purghe» con cui Stalin, attraverso processi-farsa, veniva eliminando migliaia di oppositori interni. Davies credette ciecamente alla propaganda comunista e si schierò apertamente dalla parte di Stalin, che accusava gli avversari interni di collaborare con i servizi segreti tedeschi e giapponesi. In un suo rapporto inviato a Washington, l’ambasciatore americano scriveva infatti: «Debbo confessare che ero prevenuto contro l’attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L’unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subita con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma, giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l’esistenza di una estesa cospirazione a danno del governo sovietico». Giustamente Renzo Foa ha ricordato che, nel 1943, da Missione a Mosca venne anche ricavato un film, prodotto a Hollywood dalla Warner Bros, come omaggio diretto di Roosevelt all’alleato russo. Naturalmente anche nel film la vita quotidiana sovietica veniva descritta in maniera idilliaca.

Lo stesso discorso può essere fatto anche a proposito dell’Italia, dove s’era affermato, nel secolo scorso, dal 1921 al 1989, il più grande partito comunista occidentale. Qui la presenza di un intellettuale e di un martire del comunismo come Antonio Gramsci, aveva consentito a Togliatti di sviluppare una strategia avvolgente e penetrante in ogni settore e àmbito della società italiana senza mai venir meno alla tradizionale fedeltà nei confronti dell’Unione Sovietica: al punto che, quando nel 1989 è crollato l’impero sovietico, non sono stati tanto i comunisti italiani ad abbandonare l’Urss quanto quest’ultima, con la sua rovinosa caduta, ad abbandonarli, lasciandoli orfani e disperati. Di qui le reticenze, le amnesie, le titubanze che ancor oggi caratterizzano l’atteggiamento degli intellettuali e degli storici ex comunisti di fronte alla storia del comunismo e che impediscono di conoscere la verità non solo sulla settantennale dipendenza del Pci da Mosca, ma anche sulla stessa storia dell’Unione Sovietica. Non a caso in un convegno tenutosi a Milano dal 3 al 4 novembre 2003, dedicato al Comunismo nella storia del Novecento e organizzato dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dalla Regione Lombardia, tutti gli storici marxisti invitati – da Aldo Agosti a Francesco Barbagallo, da Sandro Bellassai a Luciano Canfora, da Anna Di Biagio a Renzo Martinelli, da Silvio Pons a Massimo L. Salvadori e Giuseppe Vacca – si sono con varie scuse rifiutati di partecipare. Intervenendo allo stesso convegno e partendo dall’osservatorio privilegiato dell’Archivio Centrale dello Stato, Aldo G. Ricci ha dimostrato come gli anni Novanta abbiano registrato, nonostante l’apertura degli archivi sovietici e italiani, un calo netto, rispetto al periodo precedente, di studi e tesi di laurea dedicati alla storia del Pci. Il fatto è che le varie ricerche storiche sul Pci e sull’Unione Sovietica, non avendo più il pubblico né le finalità agiografiche d’un tempo, quanto più appaiono criticamente approfondite, tanto più rischiano di essere politicamente dannose per la carriera presente e futura dei leader e degli storici postcomunisti. Di qui l’abbandono della ricerca storica da parte di tanti intellettuali di sinistra, i quali hanno finito col regredire al livello di quei teologi oscurantisti che, ai tempi di Galileo, si rifiutavano di guardare nel cannocchiale per non dover rinnegare i loro pregiudizi tolemaici.

Bibliografia essenziale

Sui crimini del comunismo nei Paesi dove ha conquistato il potere, si veda Il libro nero del comunismo (a cura di Stéphane Courtois), Mondadori, Milano 1998. Per i rapporti politici e finanziari tra l’Unione Sovietica e i partiti comunisti occidentali, si veda Valerio Riva, Oro di Mosca, Mondadori Milano 1999. Sulla letteratura dedicata in Occidente ai crimini comunisti, si veda Renzo Foa, In cattiva compagnia, Liberal, Roma 2007. Per conoscere la propaganda pacifista e antiamericana del Pci in Italia, si veda Andrea Guiso, La colomba e la spada, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per possedere una visione storica complessiva del comunismo sovietico e italiano del Novecento, si rinvia a Il comunismo nella storia del Novecento: il caso sovietico e quello italiano (a cura di Sandro Fontana), Marsilio, Venezia 2005.

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