“Guardatevi dagl’Idoli”.Lettura teologica del nostro tempo.

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di Felice Scalia

Qualche premessa

Il tema che mi è stato assegnato è la lettura teologica del nostro tempo. (…). In ogni caso non penso sia molto proficuo addentrarmi nella descrizione della situazione attuale. È sotto gli occhi di tutti. Siamo in uno stato di ingovernabile anarchia dove le armi e la prepotenza sembrano le uniche regole che governano il mondo. (…).

Colpa della globalizzazione, si dice, della “deregulation” economica, della “finanza creativa”, dell’avidità di gente spietata e potente. Faremo uso anche noi di questi parametri, ma forse dobbiamo chiederci, prima di tutto, qual è lo schema mentale che soggiace a chi provoca l’anarchia ed a chi la subisce. Se è vero che, sotto varie forme, il bellum omnium contra omnes percorre il pianeta, è plausibile che a dirigere i nostri rapporti interumani sia la percezione dell’altro come “nemico”.  L’altro come hostis potenziale, almeno. (…).

Non ci addentriamo ulteriormente in tali meandri. Questo è il mondo in cui viviamo. (…).

Ed ecco la domanda che ci riguarda: che lettura teologica fare di questa realtà? Stando ai fatti espliciti, che religione implicita qui si presuppone? Cioè: dando per scontato che la religione ha una sua ricaduta nel campo etico e comportamentale, quale religione effettiva sta alla base del nostro tempo? E ancora: se è vero che il mondo occidentale, responsabile dell’attuale ordinamento mondiale, è cristiano, di quale cristianesimo esso si nutre? (…).

La nostra tesi può essere così descritta: questo nostro mondo è radicalmente ateo, del tutto lontano dall’accoglienza della vita come dono di un Essere Supremo e benevolente. Se nutre atteggiamenti che una qualche antropologia potrebbe catalogare come “religiosi”, essi sono riferiti ad “idoli”, a divinità che un giorno furono dei “pagani”. Il cristianesimo si va spostando sempre più nella zona di un sistema di significati ufficiali, ma non reali, di valori formali non più condivisi e vissuti. Esso stesso ha dottrinalizzato l’evento (l’attesa e la costruzione del “regno”) organizzandosi come centro della verità su Dio, l’anima l’invisibile, l’interpretazione unica della morale naturale. Là dove il cristianesimo evangelico è vissuto, nascono dei martiri e degli esclusi. Dove invece si parla molto di Cristo ma svuotandone il messaggio, la religione cristiana acquista i caratteri di una “religione civile” in cui i valori del post-moderno (efficienza, forza, produttività, consumismo…) sono supportati da quelli religiosi. (…).

 Un’economia che governa il mondo

Il mondo intero è come sotto un unico sistema di governo universale. Neoliberismo, “pensiero unico”, globalizzazione costituiscono la nuova ideologia dopo la caduta del muro di Berlino. Sappiamo pure che questo sistema produce fame, miseria, disuguaglianze strutturali. 

Questo innegabile “fatto” può essere letto come un mero processo culturale. Dopo il tentativo socialista di fare uscire l’umanità dal capitalismo (con un costo spaventoso di vite umane), l’Occidente è ritornato al vecchio programma ottocentesco rifatto nuovo e radicalizzato. Il mercato dunque come inevitabile “sistema di pensiero”.

Ma c’è un’altra possibilità di lettura, ed è quella che qui ci interessa: il mercato come tradimento dell’identità cristiana, come sostituzione del vecchio monoteismo con uno nuovo, come apostasia collettiva dal Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù e dunque – più in generale – come abiura da ogni ricerca di interiorità, spiritualità, umanità integrale. Per dirla in termini biblici, il mercato come “unico pastore del popolo”.  Addirittura come finale scoperta dell’intima ed ultima verità della vita: siamo sotto il dominio ineliminabile delle “eterne leggi del mercato”. Il “mercato come idolo”, come nuova religione, come precomprensione effettiva di ogni scelta, quale che sia la religione ufficiale professata.

Noi ci muoveremo in quest’ultimo orizzonte. (…).

 1. Il Mercato come “assoluto”

Che siamo in regime di mercato è perfino inutile ricordarlo. Qui però si vuole insistere su una caratteristica moderna: la sua assolutezza. Questa particolarità rende il regime di mercato una sorta di religione atea.

(…) La globalizzazione pone al suo vertice l’accumulo di Denaro, una sorta di “dio tra gli dei”. La sua presenza o assenza crea valore o disvalore in tutto ciò che costituisce la vita dell’uomo. L’uomo è se ha. L’uomo è niente se non ha niente. Il mercato e le sue leggi sono le uniche realtà che assicurano Denaro. Cioè denaro pregiato, “valore”: dollaro, euro, yen. Questi “valori” non conoscono il bene e il male, l’ingiusto ed il giusto. Solo la “quantità”, ed essa sola “giustifica”, rende “giusti” cioè veri uomini.

(…) Tale preminenza assoluta, cosa è se non esistenziale idolatria? Siamo in realtà di fronte ad una idolatria che prevede con lucido cinismo anche “sacrifici umani”, quasi di rito.

La globalizzazione ha la sua “etica”,  stabilita oltre due secoli fa da Adam Smith: ogni individuo sia implacabile nel suo egoismo – non badi al suo prossimo – la “mano invisibile” del mercato porterà prosperità a tutti.  Ha una sua “metafisica”: tutto è merce. (…).

Ha una sua ideologia: il neoliberismo del mercato globalizzato come sistema a cui tutti siamo soggetti ed a cui è impossibile sottrarci. Ha le sue vittime designate: al benessere della borsa si sacrificano milioni di persone, si gettano nella disperazione intere generazioni, si rende invivibile il pianeta, si distruggono specie animali e vegetali, interi popoli.  La globalizzazione ha perfino i suoi teologi.

(…) In questo contesto le grandi parole come onestà, libertà, pace, morale, gratuità, democrazia, diritto alla vita, sono sempre “cose che bisogna dire” in Tv e nei discorsi ufficiali. Parole che servono per mascherare la vera realtà. Parole a cui nessuna persona moderna e sensata deve credere.

Si badi al fatto che le grandi parole, le grandi promesse, i grandi valori siamo soliti sentirli in tempi di guerra, di terremoti, in un tempo di “menzogne” quasi obbligatorie, oppure in chiesa, dove tutto si consuma in un mezz’ora.

(…) Per noi la necessità di accesso e accumulo in esclusiva dei beni essenziali per il nostro benessere (dal petrolio al coltan, all’uranio…), l’acquisizione di vantaggi politici e militari, la sicurezza delle città come quella delle vie del commercio, la totale libertà di mercato, sono “assolute nostre necessità” che ci autorizzano – se necessario – a ridisegnare il mondo e a sterminare chi ci ostacola o non si piega ai nostri bisogni. Non ci vuole molto a concludere che la stiamo facendo da “dei”. Oppure che le nostre “assolute necessità” sono i nostri dei, i nostri idoli. Tanto cristianesimo oggi si ritiene “molto cattolico” perché difende il diritto a nascere dei nascituri ed il diritto alla cura estrema (fino all’accanimento?) anche dei morenti terminali. La cosa strana è che poi un tale cattolicesimo chiude un occhio sulla negazione del diritto di ogni uomo a mangiare, bere acqua potabile, curarsi, istruirsi, vivere in libertà e dignità. In situazioni simili è proprio difficile essere “testimoni del Dio vivente”. Perché è difficile “imboccare la via stretta che conduce alla vita”. Passeggiamo in carrozza “per la cruna dell’ago” e ci crediamo seguaci del Dio di Gesù. Duemila anni di cristianesimo non ci autorizzano a crederci al sicuro, radicati una volta per tutte nella fede in Dio. Il pericolo di un passaggio dalla vita alla morte, dal Dio vero agli idoli, è sempre di fronte a noi.

 2. Il posto del cristianesimo in questa assolutizzazione

Forse è doveroso chiederci che funzione ha avuto il cristianesimo nel sorgere e nell’affermarsi della centralità del denaro, del sistema mercatistico prima e globalizzato ora. Ci sarebbe anche da chiedersi che posto ha avuto nella concezione dell’“altro come nemico”.

(…) In particolare il cristianesimo doveva “evangelizzare la cultura” facendola diventare più umana, portandola ad un livello superiore di pienezza non solo per tutto l’uomo ma anche per “ogni uomo”. Doveva annunziare ad ogni nato di donna che “ogni uomo è tuo fratello, è te; non un nemico. Doveva far sentire la voce dei poveri, delle “forze lavoro” sfruttate in fabbrica e lasciate marcire ai bordi della strada quando non erano più in grado di arare un campo o di stare alla catena di montaggio. Doveva gridare l’intangibilità della vita e libertà dei figli di Dio quando si intraprese il turpe mercato degli schiavi. Doveva parlare di una giustizia che è oltre la legalità stabilita dai potenti. Doveva stare sempre con chi lotta per la propria liberazione. Non doveva mai parlare di “guerra giusta”.

Per quest’opera il cristianesimo aveva luce in abbondanza. Ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto sempre. Non lo ha fatto osservando la realtà alla radice. Non lo ha fatto abbastanza. Ha creduto di potere benedire eserciti che andavano a depredare popoli inermi, con la scusa dell’evangelizzazio-ne. Non si è allontanato da teorie sul “diritto delle nazioni al grande spazio”. Ha anche ostacolato quanti per stare col vangelo si distanziavano dai potentati del tempo. Ha chiuso la bocca di quanti parlavano in nome dei poveri, in nome di Dio. Il cristianesimo si è lasciato mondanizzare dalla cultura corrente invece che evangelizzarla. Si è assimilato al “mondo” (nel senso giovanneo), all’Impero, al “sistema”, finendo per trasformare il Dio della vita in un idolo, o, comunque, elevando – senza accorgersene – a dio supremo il denaro ed il potere, al cui servizio doveva porsi anche il Dio del Signore Nostro Gesù.

(…) A questo punto non è una domanda retorica chiedersi di che Dio stiamo parlando nelle nostre assemblee liturgiche, così perfette, così spettacolari, ma anche così spesso prive di carica di vita nuova nello Spirito. E non è neppure retorico chiederci perfino se è vero che esistono oggi atei e credenti. Forse siamo tutti idolatri, e quindi tutti “credenti”, perché qualche dio, comunque lo si chiami (mercato o razza, etnia o religione, benessere o rassegnazione alla miseria, soldi o prestigio, vendetta o giustizia) lo abbiamo tutti. O forse siamo tutti atei in Occidente perché anche i cristiani pare che abbiano rinunziato da tempo ad adorare il Padre del loro Signore Gesù e si sono rifugiati in qualche “assoluto di sostituzione”, in un dio che non esiste. (…).

Se Dio è il nostro Principio e il nostro Fine, l’alfa e l’o-mega; se con la parola Dio intendiamo Colui che è verità ultima, principio portante di ogni nostra scelta etica, “fondo della nostra anima” – per dirla con Meister Eckhart – termine ultimo del cammino di umanizzazione; se Cristo è colui alla cui luce soltanto vogliamo vivere e morire; allora forse dobbiamo dircelo che nulla è più urgente nella Chiesa oggi del rimuovere ogni dubbio sulla purezza di una nostra fede nel Dio di Gesù. Sono tante le cose interessanti e all’ordine del giorno nella Chiesa (…), ma la questione delle questioni è “quale Dio”. Sarebbe devastante che qualcuno potesse ritenerci monoteisti mentre siamo solo volenterosi e lieti idolatri. (…).

 3. Dalla sequela alla “svendita” di Gesù

Certo è impressionante che l’Occidente cristiano sia approdato al culto della ricchezza. Che ne ha fatto dell’inse-gnamento di Gesù che condiziona la felicità alla povertà? Di quell’insegnamento che mette la tenerezza al primo posto? L’opposizione che Gesù crea tra ricchezza e fede nel Padre, costituisce una definitiva lettura del nostro tempo: chi sta col denaro ha perso Dio. Una società qualsiasi (anche religiosa) che è centrata sul denaro – perfino per portare l’an-nunzio della povertà liberante – ha perso Dio.

L’evangelista Luca che ci ha donato la “buona notizia” della misericordia, della tenerezza e della compassione di Dio, ci ha dato anche l’insegnamento su quanto distrugge la tenerezza tra noi, su quanto elimina Dio dal nostro orizzonte: l’avidità della ricchezza.

È noto che Gesù conosce due nomi di Dio: “Abbà” e “Mammona”. Il primo appartiene al “Padre suo”, il secondo si erige come anti-dio che tende a distruggere ogni amore. Così egli mette in guardia contro “Mammona”.

Il termine “Mammona”, stando alla radice ebraica, significa “sicurezza”. Mammona dunque è il dio della certezze, delle sicurezze; il dio che fonda e dona, o presiede alla distribuzione di ciò su cui si può contare. Ora nel mondo la cosa su cui si può contare, ciò che dà sicurezza e infonde fiducia, ciò che dà splendore di potere, e dunque, ancora una volta, sicurezza, è fondamentalmente l’accumulo dei beni. Così il termine “Mammona”, significa ricchezza, accumulo dei beni, ostentazione di forza e di potere.

All’epoca di Gesù i rabbini distinguevano tra “Mammona di giustizia” e “Mammona di iniquità”. Noi oggi diremmo tra “ricchezza” onesta e ricchezza disonesta. Gesù dirà che Mammona è sempre di “iniquità”, sempre – alla lettera – “ingiusto”. (…).

La volontà di Dio è che l’uomo stia bene. Ma se questa è la volontà di Dio per l’uomo, se il benessere è positivo, lo deve essere per tutti. Il benessere diventa negativo quando appartiene soltanto ad una piccola parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza ne è priva. Comprendiamo ora perché la “ricchezza è ingiusta”, perché, in qualche maniera, chi accumula, immancabilmente sottrae agli altri.

E chi è ricco, che deve farne della ricchezza?

Gesù – al termine della parabola sull’amministratore infedele, Lc 16,1ss – propone di usare i beni che si possiedono per farsi degli “amici”. Quindi il denaro, la ricchezza, il benessere vanno usati per farsi degli amici, per creare rapporti d’amore, relazioni, legami di fraternità perché la vita superi ogni morte.

Chi sono questi “amici”, è facile dirlo. Tutti coloro che non sono nel benessere, e dunque che si trovano in stato di bisogno. “Procuratevi amici con i beni che avete”, significa: i capitali che avete, le somme che avete, non tratteneteli per voi, ma fateli circolare, fate in modo che il denaro porti vita, lavoro, speranza. Solo così vi farete degli amici, “Perché quand’essa (la ricchezza) verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne”. (…).

 4. Siamo in un sistema sostanzialmente ateo

(…) È ragionevole pensare che un cristiano di fronte al sistema globalizzato avrebbe dovuto sentirsi a disagio, avrebbe dovuto intuire in un mondo di benessere per alcuni e di abiezione per moltitudini, qualcosa di estremamente avverso ai piani di Dio. Forse avremmo avuto lo stesso il capitalismo selvaggio dei nostri giorni, ma “non in nostro nome” e, tanto meno, in nome di Gesù. E invece siamo stati fedeli sudditi della globalizzazione, anzi volenterosi creatori.

Possiamo tranquillamente affermarlo: i cristiani, storicamente, non si sono sottratti per nulla al fascino di Mammona. Hanno optato per Abbà nelle preghiere ufficiali dentro gli edifici sacri, ma hanno finito per adorare Mammona nella vita di ogni giorno. Così hanno reso muto e sterile lo stesso Vangelo. Con ricadute inimmaginabili.

Le vicende del cristianesimo storico, a partire da oltre un millennio, sono quanto mai ambigue e conturbanti. Già nel IV secolo il Crocifisso diventa minaccia di morte per pagani ed ebrei. La religione di Stato impone le conversioni, e dall’alto dell’Impero piove il comando di trasformare la religione del Galileo crocifisso in elemento di novità e coesione per tutti i sudditi ed i cittadini romani. Il vangelo si trasforma in “religione civile” carica di onori, basiliche sontuose, possedimenti, forza. I cristiani volevano uscire dalle catacombe, e ne uscirono. Ma a quale prezzo? Cosa succede se il Crocifisso diventa un crocifissore e il Padre della vita un idolo di morte?

(…) A buoni conti, se il vangelo rimane ancora una fonte di valori ufficiali, i valori reali nella comune mentalità dei cristiani, sono ben altri, sono smaccatamente pagani.

Questa ideologizzazione di Dio, rischia di coinvolgere anche la Chiesa ed i suoi capi. Cosa significa quella corrente ecclesiocentrica che determina secoli di pratica, diciamo, pastorale? Come se Gesù fosse venuto a fondare la Chiesa e non ad annunziare il “regno di Dio”. E che vuol dire, per lunghi secoli, l’appellativo di “Alter Christus”, “Summus sacerdos” che il papa si attribuisce mentre pone sul suo capo il “triregno”? Il fenomeno della “papolatria” è così diffuso anche oggi da costringere “Civiltà Cattolica” a diversi editoriali in merito attorno al 1985. Tutto ciò appare con estrema chiarezza quando i papi si vestono d’oro come gli idoli, si ammantano di tessuti e pietre preziose, magari mentre parlano di “povertà” evangelica. Diventa anche idolo la “dottrina cristiana”, dove le consuetudini umane, anche in stridente contrasto col vangelo, vengono erette ad infallibili pronunciamenti di fede.

(…) Certamente il peggio avviene quando la Chiesa si scorge “potere” e crede che questo le si addica per motivi teologici. Allora passa di categoria, cambia orizzonte. Senza neppure volerlo si situa accanto alla logica di tutti i poteri laici o religiosi (o perfino malavitosi) che siano. (…).

È un miracolo che questo stravolgimento, anche se ufficializzato, non giunga mai a sovvertire la Chiesa ed a trasformarla in cenacolo dell’Anticristo. Il popolo di Dio continua a credere nell’utopia del Figlio di Dio, nel vangelo. Lo vive o lo incarna in modo spesso commovente. (…)

 3. Il Dio di Bush

Abbiamo notato all’inizio che forse la forma di cristianesimo più in sintonia con l’ideologia della globalizzazione e del mercato, è quella offerta da certe sette avventiste-millenariste che prosperano negli Stati Uniti. (…). Bush è un “ideologo”, non nel senso intellettuale della parola, ma in un senso molto più importante: per la capacità di personalizzare la metafora fondazionale degli USA, e perché si sintonizza con la massa di quanti “contano”. Del resto quello che Bush ha detto non solo è compatibile con il sistema ancora intatto, ma è precisamente l’espressione delle forze che hanno costruito il sistema. Per questo motivo è un errore credere che la sua ideologia su Dio e la religione civile scompariranno ora che il suo mito è tramontato.

L’impostazione della setta a cui aderisce Bush  è semplice: il dovere della lotta tra buoni e cattivi, tra bianco e nero. (…) Il merito dell’équipe di Bush, in un momento in cui, dopo la Guerra Fredda non vi era nessun nemico visibile che potesse far fronte agli Stati Uniti, il merito dunque è quello di aver trovato questo nemico in un elemento diffuso, il terrorismo, che permette di attuare, con questa scusa, in qualsiasi parte del mondo, nel nome di Dio, una guerra santa. Questo fu il regalo che ricevette l’amministrazione dall’11 settembre 2001.

Il Dio di Bush, è un Dio che abbandona le creature alla loro rovina, che guarda impassibile come, a causa delle leggi immutabili dell’economia, due terzi del mondo vive con meno di due dollari al giorno, che non sa compatire. È un Dio vincolato a una determinata teologia del potere.

 (…) Ci si chiede come mai si giunge a tanto da parte di uomini che hanno sempre in mano la Scrittura e si dicono cristiani. La storia è lunga. Possiamo ripetere che noi tutti siamo responsabili della perdita del Dio di Gesù.

Probabilmente in modo impercettibile, a partire dal secolo IV, il cristianesimo cominciò ad assumere come base della sua visione del mondo la filosofia greca e il pensiero giuridico del Diritto Romano, che pensano l’essere umano a partire dal potere. (…).

Il messaggio di Gesù, concepito a partire dalle prospettive delle vittime, e compreso dai primi cristiani come un messaggio per la liberazione di ogni tipo di schiavitù, si andò convertendo in un messaggio di potere, del Dio che castiga con la morte qualsiasi deviazione. Dio potrà essere concepito come un Dio di morte, che conduce Gesù verso la morte per espiare i peccati di tutti, invece di un Dio della vita e di un Gesù che si sottomette alla morte, contro la sua volontà, per liberarci dal potere di qualsiasi legge di morte. La salvezza non è concepita come liberazione, vita, speranza, ribellione a favore della vita, ma a partire da una teologia che parla di sacrificio, morte, peccato, colpa e castigo. A partire da una teologia, che parla il linguaggio di Mel Gibson nella pellicola La Passione o quello di Anselmo d’Aosta nella teoria satisfactoria.

(…) Il problema della fame e della sete di giustizia come problema di Dio, cioè, il problema della giustizia di Dio, è sostituito dal problema antropologico della colpa.

(…) Il Dio di Bush è un Dio che si esprime anche attraverso il castigo, che si mostra nella scena mondiale sotto l’aspetto dell’esercito americano e nella scena nazionale sotto l’aspetto della pena di morte. Nelle sue espressioni religiose sembra  l’immagine speculare in chiave occidentale di quel Dio pieno di rancori e vendicativo di Komeini. L’Amministrazione repubblicana di Bush ha giocato il ruolo di “sceriffo” del mondo. Ha preteso di dettare giustizia nella lotta tra il Bene ed il Male, considerandosi lo strumento del giusto castigo.

(…) Secondo la teologia di Bush, non è possibile nascondere la relazione tra guerra, politica, religione e natura umana. È il fondamentalismo. Se alla visione politica e strategica si aggiunge la concezione del “Popolo Eletto”, facilmente si giungerà alla giustificazione teologica della “guerra preventiva” o alla possibilità di progettare, per esempio, di attaccare il mondo arabo come un atto di omaggio a Dio. (…).

Si tratta di una interpretazione globale della storia nella quale i nemici del Popolo di Dio, quelli che hanno posto difficoltà nella costruzione dell’Israele della Promessa, sono pure nemici di Dio. La storia comporta il confronto continuo tra Yhwh e le forze del Male. Il male sarà vinto e il “serpente”, incarnazione di Satana, sarà annientato. (…).

 4. Uscire dall’Occidente? Un “Mondo altro” è possibile?

 (…) Credo che una domanda fondamentale dei cristiani di oggi, almeno di quelli “svegli” sia: “Che cosa dobbiamo all’uomo di oggi, che doveri abbiamo verso la storia, noi che crediamo di avere il privilegio di essere stati toccati dalla Grazia e risanati dal Maestro?”.

Alcune cose ci sembrano prioritarie.

– Renderci conto, con estrema lucidità, della situazione a cui ci ha condotto l’annacquamento del vangelo e l’avere trasformato la fede dei poveri nella religione dei vittoriosi crocifissori di popoli e nazioni.

– Delineare un nuovo modello di santità cristiana collettiva che ha come fulcro il rapporto coi beni della terra (e dunque col denaro ed il potere) e con i diseredati di tutti i Continenti, con gli impoveriti e gli schiavi vecchi e nuovi, con gli immigrati che cercano vita in questa nostra terra che ha disimparato la vita e l’amore. Abbiamo il dovere di riscoprire la “Chiesa dei poveri” che cammina con essi, che ad essi è mandata. E tutto ciò lasciando che gli innamorati dello splendore e del potere religioso se ne pascano a volontà. Anche in questo campo ha valore la massima “lascia che i morti seppelliscano i morti”.

– Restituire all’amore la sua centralità, credere nei fatti che Dio è Amore, che la persona vale sempre più delle cose. Anche la persona degli “esuberi”, dei clandestini, degli sconfitti.

– “Dobbiamo radicalizzare la ricerca della giustizia e della pace, della dignità umana e dell’uguaglianza nell’alterità, del vero progresso nell’ecologia profonda, bisogna impiantare la libertà nel cuore stesso dell’uguaglianza; oggi con una visione ed un’azione di dimensioni mondiali. È l’altra globalizzazione, quella che rivendicano i nostri pensatori, i nostri militanti, i nostri martiri, i nostri affamati”. Così Mons. Pedro Casaldáliga

(…) Non ci è facile uscire dalla presunzione che noi cristiani (soprattutto se ecclesiastici) sappiamo tutto, fin nei minimi particolari, su Dio, sugli uomini, sul destino umano, che dunque abbiamo il diritto e il dovere di ingabbiare la realtà negli schemi nostri, elaborati magari a fin di bene, ma senza quella umiltà che ci farebbe sempre attenti osservatori della Vita, quasi perpetuamente sulla soglia per ascoltare i gemiti dello Spirito nella realtà storica e nel cuore umano. (…) Siamo così feriti dagli “altri” che stentiamo a pensare che ci occorra svestire armature e deporre armi. Se qualcuno si chiede il perché di questa resistenza, rifletta sul fatto che l’interesse dell’etica cristiana è stato sempre per quello individuale, quasi mai per quello sociale. Il presunto diritto di proprietà, che la Chiesa ha sempre legato con la libertà personale, e per cui si è battuta lungo più di cento anni contro il comunismo, era fondato sull’“io” non sul “noi”. (…). 

Non ci è facile ripudiare un cammino che ha visto lo sviluppo dell’Occidente plasmato da due fattori congiunti: l’utilitarismo assoluto ed il senso religioso del dovere. (…). Detto in altri termini: la cultura corrente, quella nata dal ca-pitalismo e dall’utilitarismo etico, è stata accolta dai cristiani che, per così dire, si sono fatti evangelizzare da essa – lo abbiamo ricordato – invece di evangelizzarla in nome della dignità e dei diritti di ogni uomo. Così oggi non abbiamo la minima coscienza né della nostra ipocrisia né, tanto meno, della nostra apostasia. Quanto di orribile abbiamo prodotto e produciamo, la propaganda ce lo mostra come “naturale” ed ineluttabile.

(…) A chiare lettere: non ci è facile rinunziare a Mammona per scegliere Abbà, anzi – parola del Cristo – questo è “impossibile agli uomini, ma non a Dio”. Ed allora abbiamo bisogno di profezia.

Non è solo la Chiesa-istituzione, è la mentalità popolare dei battezzati ormai abbastanza idolatrica, ad impedirci di uscire da questa apostasia e da un sistema che attenta alla vita.

(…) La proposta di Gesù è nella fiducia tra le mani del Padre di cui siamo “figli amati”. Forse la profezia più difficile per il cristiano sta qui: nel dire e testimoniare che una uscita, un esodo dalla illusione, è possibile, una strada verso la vera sicurezza nell’abbandono di amore è in attesa della nostra conversione. Perché la radice del “regno” annunziato da Gesù è questa fiducia nel Padre e nei fratelli, nostri compagni di cammino e destino. Lo sappiamo bene che sembra assurda questa proposta agli occhi dell’uomo contemporaneo. E proprio in questo sta l’urgenza di un atteggiamento profetico nel cristiano e nella Chiesa: non solo dare fiducia e coraggio, non solo indicare l’abisso verso cui ci incamminiamo, ma testimoniare che “un altro mondo è possibile”, un “uomo altro”, una società più degna dei figli di Dio.

(…) Concludendo, una sorta di confessione. Forse qui siamo in troppi ad avere ferite appena rimarginate, a contare speranze deluse. Forse abbiamo visto che chi ci doveva appoggiare ci ha osteggiato, chi doveva incoraggiarci a predicare il Vangelo ci ha messo il bastone tra le ruote. Ma non siamo forse neppure in pochi a poter dire che tutte le volte che abbiamo camminato coi poveri – e dunque col “Povero” – tutte le volte che abbiamo osato avere parole di speranza, in quelle occasioni chi credevamo un “nemico” si è rivelato compagno di cammino e si è aperto ad una “speranza appena nata”. (…).

Oggi le nostre speranze sembrano sconfitte, siamo dei “perdenti” secondo gli uomini, ma chi sa, questo nucleo di “marginali” custodisce un segreto, un grumo splendido di fede, una ricetta di felicità, lanciata 2000 anni fa sul “monte delle beatitudini” dall’Amico della “gente di cattiva reputazione”, ed ancora intatta. Quella esperienza che ha riempito la nostra vita e le ha dato un senso indimenticabile, è l’unica leva da cui il mondo e la chiesa devono ripartire se vogliono essere custodi del futuro.

http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=45570

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