Sorpreso dal Signore….

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LA CROCE E LA MEZZALUNA.

 

Crux
di 

Alberto Leoni 

 Tra i commenti sui fatti dell’11 settembre 2001, il più noto è senz’altro quello dell’allora ministro degli Esteri Ruggiero: «Nulla sarà più come prima». Appare, senza dubbio alcuno, un giudizio realistico, ma che provoca qualche facile ironia non appena si guardi la reazione di tante persone intorno a noi. Per esse, l’11 settembre è accaduto un fatto che si è concluso poche ore dopo, senza eccessive ripercussioni sul proprio futuro: la guerra in Afghanistan, il timore di nuovi attentati, vengono vissuti come un sogno lontano che non riesce a scalfire il meccanismo quotidiano dell’esistenza.
Ci sono poi coloro che, invece, hanno reagito con ostilità: la violazione del loro normale stile di vita li ha spinti a usare toni esagitati contro i musulmani in generale, ma, alla distanza, sono ripiombati nella propria quotidiana atarassia. La rabbia, la paura, tuttavia, sottendono la loro esistenza, covano sotto la cenere della consuetudine e, quando un velivolo guidato, come sembra, da un bizzarro suicida, si schiantò a Milano contro il grattacielo Pirelli nell’aprile 2002, collera e sdegno ritornarono fuori per poi gradualmente acquietarsi col tempo. 

C’è infine una terza categoria di soggetti, per lo più di idee pacifiste à outrance, che hanno deciso di non scomporsi più di tanto e che reagiscono alla minaccia terroristica adoperando gli stessi strumenti interpretativi che hanno appreso nella prima gioventù: le sperequazioni economiche tra Nord e Sud, la globalizzazione, il problema dell’intolleranza religiosa, e via elencando. Posto che ogni idea è rispettabile, per lo meno nella misura in cui deve essere rispettata la persona che la esprime, la posizione di quest’ultima categoria è, paradossalmente, simile alle altre due, sebbene tale paragone possa sembrare offensivo a chi ritiene di avere una coscienza dei mali del mondo superiore alla media. 

Il punto è che, nel terzo caso come negli altri due, si riscontra un’impermeabilità mentale, un’incrollabile costanza nel mantenere giudizi inadeguati rispetto a una realtà effettiva che ne trascende la misura. Si tratta, in fondo, di una forma sottile di razzismo culturale, fondata sulla «accettazione del diverso», senza fare la fatica di capire quanto e come esso sia diverso. Ciò ingenera equivoci anche gravi, come è il caso di preghiere collettive del venerdì recitate in piazza Duomo a Milano o in parrocchie e centri missionari. Ciò che non si sa, o si finge di non sapere, è che il luogo di preghiera diventa proprietà dell’Islam e può essere rivendicato come tale in qualsiasi momento.
Che cos’è cambiato dunque, l’11 settembre 2001, per queste tre categorie di persone? Niente, tutto è rimasto come prima. La ragione? L’abitudine a una vita pacifica, fatto in sé altamente positivo, ne è una causa, forse la più importante. 
Il meccanismo perfettamente regolato dell’esistenza non tollera imprevisti e, in questa meccanicità, ci si sente come nell’universo cartesiano, perfettamente regolato dopo la prima spinta iniziale data da Dio. Diceva Pascal che, dopo questo primo impulso, Cartesio non ha più saputo che cosa farsene di Dio, e così noi, anche se il problema non è teologico, bensì di autocoscienza storica.

La pace che conosciamo e amiamo non è qualcosa di esistente da tempi immemorabili, ma è fenomeno relativamente recente e che trae origine da lotte sanguinose nelle quali l’Europa ha combattuto per la propria sopravvivenza. Le tre categorie di persone, sopra citate, certo non esaustive, costituiscono la grande maggioranza della popolazione italiana ed europea e vivono in una dimensione atemporale e antistorica: i reattivi antislamici dimenticano che musulmani e cristiani non sono sempre stati nemici e che l’Occidente, specialmente per quanto avvenuto nel periodo coloniale, ha molto da farsi perdonare. I pacifisti, invece, ignorano che l’Islam ha messo in pericolo le sorti dell’Europa cristiana per un periodo complessivo di circa sette secoli. Eppure, a fronte di tale complessità e vastità, l’immaginario collettivo si accende solo alla parola «Crociate»; un fenomeno durato duecento anni, ma che ebbe un impatto relativamente limitato, senz’altro minore rispetto a quello provocato dalla presenza turca in Europa.
È un’ignoranza colpevole? Se la colpa va commisurata all’importanza di ciò che si ignora, non conoscere la lotta degli Asburgo e di Venezia contro i turchi, non sapere nulla dell’assedio di Malta del 1565, ha lo stesso peso, lo stesso valore dell’ignorare le campagne militari di Ramesse II? Evidentemente no.
Il fatto è che, nel calendario liturgico, vi sono date che oggi non sappiamo più leggere, delle quali non conosciamo più il senso: il 6 agosto è una festa introdotta per celebrare la vittoria cristiana di Belgrado del 1456; il 12 settembre per quella di Vienna nel 1683; il 7 ottobre, infine, è la festa della Madonna del Rosario, per ricordare la giornata di Lepanto. Dei tanti pellegrini che, ogni anno, vanno al santuario di Loreto, quanti sanno che le cancellate delle cappelle interne sono ricavate dalle catene degli schiavi liberati, per l’appunto, a Lepanto?

Eppure la scomparsa della tradizione culturale di un popolo non è sentita come danno grave, anche e soprattutto ove si tratti di eventi militari, intrisi di sangue e di orrore, così scabrosi e poco piacevoli da ricordare. 
Si tratta, invece, di conoscere la propria storia, di guardare, come dice la Bibbia, «alla rupe da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (Is 51, 1). 
Conoscere la storia che ci costituisce offre un vantaggio innegabile, giacché possiamo possedere l’esperienza e l’esempio dei nostri predecessori: non certo per cercare vendette postume, non per riaccendere nel nostro animo un odio atavico come avvenuto nella ex Jugoslavia, ma per dare risposte articolate e flessibili ai problemi odierni.
Se ne abbia coscienza o no, la guerra del terrorismo contro l’Occidente è un fatto che nessuno, nemmeno l’uomo più «impermeabile», potrà negare e non vale nemmeno ipotizzare una propria inoffensività: la gran parte di coloro che sono rimasti per sempre sotto le macerie delle Torri Gemelle non sentiva di avere dei nemici. Se questa è una guerra, allora sarà opportuno vincerla, anche perché pochi occidentali saprebbero adattarsi alle conseguenze di una sconfitta. 
Come sarà illustrato nell’ultimo capitolo, si tratta di una guerra asimmetrica, combattuta non contro uno Stato, ma contro un agglomerato di idee e associazioni estremamente volatile. 
La lotta contro il terrorismo, compito dei governi e degli apparati a ciò preposti, è solo il vertice di una piramide alla cui base c’è la volontà di ogni nazione, di ogni individuo, di resistere alla minaccia che viene portata a ciò che abbiamo di più caro e che ci permette di essere smemorati o «impermeabili»: la nostra libertà. 
Qualora la nostra volontà di resistenza dovesse venir meno, anche i governi democratici dovrebbero arrendersi e le nostre addestratissime forze di sicurezza dovrebbero gettare le armi. Conoscere la propria storia, invece, guardare all’esempio di coloro che resistettero al di là di ogni speranza, non può alimentare l’odio nei confronti di un nemico, quanto far crescere l’amore per ciò che ci appartiene come legittima eredità: la nostra civiltà, con quanto di buono e di cattivo vi sia presente.
La storia militare si presta assai bene a questo scopo, in quanto scienza empirica, così esatta da tener conto (a posteriori) anche dell’imprevisto e del caso, ma anche così epica da emozionare e commuovere. 
Abbordaggi, assedi, duelli, bandiere al vento, eroismi e crudeltà; la storia militare è il più affascinante e brutale dei romanzi d’avventura e imprime nella nostra memoria emotiva gesta che non possono, non devono essere dimenticate. L’obiettivo della presente opera è, in fondo, proprio questo: fornire uno strumento per recuperare la memoria di ciò che siamo, così da prepararci ad affrontare le sfide che ci attendono, almeno con un barlume di serenità consapevole.
In conclusione, desidero ringraziare coloro che mi hanno aiutato in questa fatica e, tra tutti, i miei amici Teodor Nasi, senza il quale non avrei mai potuto scrivere le pagine sul suo connazionale Skanderbeg e l’accanito filobizantino e cesaropapista Giovanni Ferrandes, cui devo, oltre che lo sfruttamento della sua biblioteca, ricca di libri altrove irreperibili, anche la prima intuizione sul collegamento tra la cavalleria del tardo impero romano e la cavalleria medioevale.
Di ogni errore, nonostante l’inesausto apporto della redazione, sono totalmente responsabile, così come spero, immodestamente, di essere tra i responsabili di un rifiorire dell’affetto di tante persone verso la nostra storia, la nostra patria, la nostra civiltà fondata sull’amore di Cristo verso ognuno di noi.

Il Carciofo…..

IL Carciofo per tutti gli usi

C

 La parola carciofo procede dall’arabo al-kharshûf.

Documentazioni storiche, linguistiche e molecolari sembrano indicare che la domesticazione del carciofo (Cynara scolymus) dal suo progenitore selvatico (Cynara cardunculus) possa essere avvenuta in Sicilia, a partire dal I secolo circa.

La pianta chiamata Cynara era già conosciuta dai greci e dai romani, ma sicuramente si trattava di selvatico. A quanto sembra le si attribuivano poteri afrodisiaci, e prende il nome da una ragazza sedotta da Giove e quindi trasformata da questi in carciofo.

Nel secolo XV il carciofo era già consumato in Italia.Portato dagli Arabi in Sicilia, appare in Toscana verso il 1466. Nella pittura rinascimentale italiana, il carciofo è rappresentato in diversi quadri: “L’ortolana” di Vincenzo Campi, “L’estate” e “Vertumnus” di Arcimboldo.

La tradizione dice che fu introdotto in Francia da Caterina de’ Medici, la quale gustava volentieri i cuori di carciofo. Sarebbe stata costei che lo portò dall’Italia alla Francia quando si sposò con il re Enrico II di Francia. Luigi XIV era pure un gran consumatore di carciofi.

Gli olandesi introdussero i carciofi in Inghilterra: abbiamo notizie che nel 1530 venivano coltivati nel Newhall nell’orto di Enrico VIII.

I colonizzatori spagnoli e francesi dell’America introdussero il carciofo in questo continente nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana Oggi in California i cardi sono diventati un’autentica piaga, esempio tipico di pianta invadente di un habitt in cui non si trovava precedentemente.

C1Generalmente si pensa al carciofo come a un’ottima verdura dal gusto ( particolare. in realtà, il carciofo è pianta dai vari utilizzi. I garden designer la prediligono come pianta decorativa per le sue belle foglie, grandi e argentate, che si prestano a creare macchie di colore nei cosiddetti bordi misti a fioriture continue e nei “giardorti”, gli orti disegnati oltre che per un uso alimentare anche per un uso estetico.

I fioristi usano invece spesso il carciofo come fiore protagonista, di dimensioni notevoli e di lunga durata: in pratica, il carciofo per fini estetici è lasciato maturare con il gambo in acqua al punto da aprirsi ed emettere una bellissima infiorescenza blu violacea; dei vegetale originario, rimangono le foglie esterne e il gambo. In erboristeria, invece, il carciofo è considerato un grande amico del fegato, un alleato della salute per le sue virtù depurative e per le sue proprietà anticolesterolo.

 Il carciofo nell’orto e non solo

La pianta cresce spontaneamente nei climi mediterranei, dove è praticamente perenne. Ha radice fittonante, foglie di colore grigio-verde dal cui centro parte un fusto ramificato che termina, a ogni diramazione, con un capolino fioraie, cioé la parte commestibile dell’ortaggio, con o senza spine a seconda della varietà. Tra le diverse varietà, il carciofo più indicato da mangiare crudo è lo spinoso della Liguria.

La pianta del carciofo, il cui nome latino è cynara scolymus, si può coltivare per la raccolta dei frutti, ma anche per la sua bellezza e per il colore particolare delle foglie. In terra o in un vaso profondo, ben concimato, la pianta di carciofo svetta imponente per oltre tre mesi.

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Terreno, semina e concime

Il carciofo ama un clima temperato o caldo, non umido, ma si adatta facilmente a qualsiasi tipo di terreno purché senza ristagni. Un esempio ne è il carciofo violetto di Chioggia che vegeta addirittura in terreno salmastro. Il carciofo non si semina perché produrrebbe carciofi piccoli e spinosi ma si impianta per mezzo di “carducci”: verso la fine del ciclo produttivo la pianta emette dal basso gemme che, alla ripresa vegetativa, si sviluppano con foglie, i carducci appunto; questi, recisi al piede, si ripiantano moltiplicando così la pianta. Per un raccolto primaverile, si staccano i carducci in ottobre e si interrano in buche profonde 30 cm, distanti fra loro circa i metro, rincalzandoli in inverno, mentre per il raccolto autunnale si prelevano i carducci in primavera e si ripiantano cimando leggermente le foglie. Esistono anche cultivar rifiorenti che producono due volte all’anno, da aprile a giugno, da agosto ai geli. Il terreno deve essere ben concimato.

Irrigazione e lavori colturali

Le irrigazioni devono essere abbondanti sia all’impianto che alla ripresa vegetativa. I lavori più importanti sono: rincalzare con terra o letame non maturo da copertura durante l’inverno, sarchiare il terreno in primavera per incorporare il letame, diradare i carducci alla base della pianta per non toglierle vigore, eliminare via via le parti secche.

Idee con i carciofi

Carciofi per la salute

Il carciofo è ricco di sali minerali, di potassio e di vitamine, mentre fornisce scarso apporto calorico ed è per questo particolarmente indicato in caso di diete. Per il suo gusto amaro, è sconsigliato alle donne che allattano, ma è assai utile per tutti per depurare l’organismo. Il carciofo infatti, sia consumandone le foglie che la parte interna del gambo, stimola l’attività biliare ed epatica; inoltre, rende inattivi i grassi nocivi cioè svolge una sicura azione anticolesterolo e antitrigliceridi. Poiché il processo di cottura neutralizza molti principi attivi del carciofo, è meglio consumarlo crudo: ne trarranno particolare giovamento le persone debilitate o anemiche. In periodi di stravizi alimentari o di piccoli problemi legati all’alimentazione, quali alitosi, cattiva digestione, sonnolenza a fine pasto, il carciofo svolge un’eccellente funzione depurativa per l’organismo. Oltre al carciofo fresco, si può beneficiare delle sue virtù anche grazie a tisane o infusi utilizzando i succhi già preparati e reperibili in erboristeria o le foglie secche. Anche la radice ha particolari funzioni terapeutiche: è infatti un buon rimedio contro artriti e reumatismi.

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 Il carciofo in tavola

Portiamo in tavola senza paura di pungerci i frutti e i fiori con le spine, belli e di gran carattere. C’è grande libertà di espressione nella decorazione floreale. Quindi non esitate a utilizzare verdure, rami di legno, conchiglie o qualsiasi materiale vi suggerisca la fantasia. Sorprende trovare in questa composizione dei carciofi vicino alle delicate rose color ruggine, così come è inconsueto il ciuffo di saggina abbinato al fiore del luppolo: la nostra proposta non è che un’idea della grande varietà delle creazioni che si possono realizzare con elementi naturali.

Per realizzare la bella composizione fotografata qui a fianco bagnate la spugna da fiori, quindi rivestitela con due grandi foglie di aspidistria (tenete da parte i grossi steli); fissatele con un punto metallico. Inserite nell’ordine i carciofi, direttamente con i loro gambi, le rose, le piante grasse, i gambi di aspidistria, le bacche di rosa canina e di lentaggine. Per riempire i buchi, avvolgete il lungo ramo rampicante del luppolo in fiore. Per ultimo, prendete il ciuffo di saggina, apritelo a metà e inseritelo nella composizione lasciando il gambo esterno alla spugna come se fosse un fiocco.

Per realizzare invece la foto in apertura, che utilizza il carciofo lasciato in acqua con il gambo fino alla fioritura completa, prendete come base la classica spugna imbibita d’acqua, inseritela all’interno del cestino intrecciato in rami di castagno, quindi inserite rami di eucalipto, semi di fior di loto, rami di fico selvatico con i piccoli frutti attaccati, una celosia rossa, dei rami con i kumquat (i mandarini cinesi) e un grosso carciofo al quale spunteranno nel giro di due giorni i bellissimi petali viola.

 Carciofi ripieni alla romana

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 Gli ingredienti per 4 persone

 8 carciofi romani senza spine

50 g di prezzemolo

2 spicchi d’aglio

100 g di ricotta stagionata

olio d’oliva extravergine

menta

sale e pepe

 Preparate un trito con prezzemolo, foglioline di menta, 2 spicchi d’aglio e mettetelo in una scodella con 2 cucchiai d’olio, la ricotta grattugiata, sale e pepe.

Staccate le prime foglie dei carciofi, tagliate la parte superiore e il gambo a 2 cm di lunghezza. Pulite bene all’interno e all’esterno e riempite con il trito, dopo avere allargato un po’ l’apertura dei carciofi per poter togliere la barba dal cuore. Sistemateli capovolti con il gambo rivolto verso l’alto in una pirofila dove andrà messa una parte d’acqua e 2 parti d’olio sino a ricoprire i carciofi quasi per intero.

Mettete in forno caldo a 17000 per circa 1 ora e, a metà cottura, rigirateli con il ripieno verso l’alto cospargendoli con una parte del liquido di cottura. Terminata la cottura, servite i carciofi ripieni ben caldi.

30 minuti-60 minuti

Il Gattopardo,la “quarume” e il contrabbando del vino…..

Così va la storia…..

Aveva ragione Tomasi di Lampedusa a scrivere che in Sicilia

SI CAMBIA TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA!

Cambiamenti “gattopardeschi” per l’appunto. Il Principe di Salina, i Borboni e i garibaldini. Lo status quo,lo status ante quo, e la voglia di cambiamento.

Il Gatt.

Alla fine,la voglia di cambiare si riduce sempre ad una solita farsa, dove si preferisce salvare, solamente, la FACCIATA e non la SOSTANZA delle cose.

Bisogna tirare avanti…..che importa al principe di Salina se i Borboni continuano a saccheggiare l’isola? Egli,tranquillo,se ne va in giro sulla sua carrozza,

Carrozza

tirata a lucido,cocchiere, accompagnatore di turno,e,ovviamente,regali a “tinchitè” meglio se in busta. Il principe gradisce regali in busta……!!! Va e viene da Baaria….A casa sua maggiordomi,cammareri (camerieri) e lustrascarpe.

Ovviamente,in tutto questo contesto gattopardesco, non possono essere assenti anche i LUSTRINI  di turno, I LACCHE’ che fanno il gioco di confermare che tutto sta cambiando.

Sciascia li chiama ne “Il giorno della civetta” i QUAQUARAQUA’.Qualche altro autore della latinità classica li ha chiamati SERVI SCIOCCHI,ma la sostanza è sempre la stessa…..cambiano i nomi,ma non la realtà delle cose da loro indicati.

Nel frattempo certi sudditi del principe di dimenano a mangiare e ad ingozzarsi di “quarume e stigghiole”,ossia le interiore dei bovini,puliti e poi cucinati. Cibo per la plebaglia,frattaglie, ma ai sudditi che devono mantenere il gioco al principe, piace e come se piace…..

Privi di dignità ,si ingozzano e gozzovigliano. Mangiano,bevono,banchettando tra “caligni e matielli” come se nulla fosse…..Intanto,il contrabbando del vino,ha fatto strada….è arrivato alla corte del principe di Salina ;ovviamente avendo la testa piena di alcool e fumi,

il contrabbando è arrivato……

Osteria

Però, è pur vero che certi sudditi meritano questo,meritano di avere il principe di Salina,la quarume e,soprattutto,il contrabbando di vino; testimone,quest’ultimo,del CARPE DIEM e del CARPE VITAM che regnano alla corte del Principe, allorquando le idee non sono né “chiare” né “distinte”.

Insomma, la Sicilia risorgimentale,straordinariamente “dipinta”dalla mano di Tomasi di Lampedusa nel romanzo “Il Gattopardo”, è uno spaccato,un paradigma che dice come andavano e come vanno le cose ancora oggi.Non solo il cambiamento fittizio,ma paradossalmente,il cambiamento di male in peggio:”dal censo alla funnaria”(dalla padella alla brace)!!

Che dire? Il cambiamento fittizio  c’è,la “quarume” pure e visto l’arrivo del contrabbando di vino, l’osteria continua…..oste, portaci del buon vino!!!

Dunque:”bibite frates”!!!!

Vino

Il Caso della Baronessa di Carini….

BA

Chi fù la Baronessa di Carini?Personaggio femmineo realmente esistito,Laura Lanza di Trabia,il suo “mito” vive, imperituro, da circa 500 anni. La Baronessa fa,ancora oggi,parlare di sé. Perché? Perché è diventata,nell’immaginario collettivo siculo,l’archetipo del tradimento,dell’amore consumato in gran segreto,contro la volontà del “padre-padrone”.Dunque, amante ideale che volle pagare le sue pulsioni erotiche(per dirla con Freud) con il sacrificio della sua giovane vita. Perchè,dunque,non ricordarla oltre il tempo? Infatti,la storia della avvenente Laura Lanza è stata oggetto di studi e di ricerche,di canzoni popolari,di folclore,di romanzi. E lo sarà ancora…

La storia di Laura ha colpito,è colpisce ancora-come non potrebbe?-perché essa è divenuta il simbolo di un amore “impossibile”.Già,il mito del frutto proibito!Eros e Thanatos,Amore e Morte….Chissà se Freud ha conosciuto la storia della Baronessa…..poichè,essa,si presta molto all’analisi degli amori “proibiti”,a tratti “platonici” e,a tratti terribilmente erotici….di un erotismo fugace,ma intenso. A tratti angelicata,quasi fosse una stella proibita,a tratti donna passionale che non accetta la “ragion di stato” (di machiavelliana memoria)impostale dal padre-padrone.”Sa da fare”,insomma,proprio contro la ragion di stato! Così la Baronessa visse la sua giovane vita dimenandosi tra la ragion di stato del padre-padrone,contro la sua coscienza,e la trasgressione…..

Eppure una domanda sorge spontanea:ad oggi,quante “baronesse” ci sono ancora in giro? Cioè quante donne passionali  che coltivano amori “proibiti”,pur fingendosi,abilmente,donne angelicate e  sostenitrici del puro amore platonico e sempre disposte ad immolarsi per la ragion di stato che il “Papi-padrone”, di turno,chiederà? Insomma,uno spunto per riflettere sul fatto che un briciolo di correttezza,onestà e  dignità non guasta…..!!!

A riproporci tutto ciò il bel romanzo di Mariano Di Giovanni dal titolo emblematico:Il caso della Baronessa di Carini.Laura Lanza di Trabia.

 Interessante il commento,che vi propongo di seguito, di Lelio Rossi.

 La Baronessa di Carini, l’eroina del «Caso», non è soltanto per Mariano Di Giovanni il personaggio del suo romanzo; ma è anche il centro di appassionati studi sul fatto particolare, sulla storia del periodo in cui esso si svolse e sul folclore siciliano.

Il romanzo è un amaro commovente dramma d’amore, in cui due giovani innamorati. Laura Lanza di Trabia e Ludovico Vernagallo, sono inesorabilmente separati dalla volontà del padre di lei, Don Cesare, ligio interprete della legge feudale: Laura è obbligata a sposare il barone di Carini, don Vincenzo La Grua, e Ludovico, prode e leale cavaliere, a spasimare d’amore per Lei, cercando fugaci incontri o un impossibile oblio in qualche avventuroso viaggio. Ma Laura e Ludovico non sono soltanto due tenerissimi amanti; sono anche due spiriti eletti, alieni da ogni viltà e perciò condannati a soffrire ed a soccombere al tradimento altrui. Laura cade trucidata dal padre, Ludovico si lascia trafiggere da un sicario di don Vincenzo La Grua.

La natura della vicenda ed il carattere dei personaggi danno al romanzo un tono tutto particolare, a cui il Di Giovanni ha certamente dato l’accento. Laura e Ludovico sono nella fantasia dell’artista le forze del bene, incapaci di sopravvivere nella lotta che debbono sostenere contro quelle del Male.

Il loro linguaggio è sempre pervaso di questa loro fedeltà al Bene che, dopo tutto, coincide col loro amore; poche volte esprime un proposito di lotta o di reazione; invoca sempre la morte liberatrice. Da questo deriva un carattere di costante ed estrema delicatezza che si palesa soprattutto nel dialogo fra i due amanti, che è sempre musica, talvolta elegiaca, ma sempre legata ad uno stato d’animo sospeso tra il cielo e la terra, tra il sogno e la realtà.

Se la ricostruzione storica del «Caso» è molto vicina alla verità, bisogna dire che la ricostruzione fantastica, fatta dal Di Giovanni, è un grande atto di amore verso i valori che in essa intese onorare.

LELIO ROSSI

Testamento biologico: ragioni, nodi critici e prospettive.

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 A cura di

Giannino Piana 

La questione del testamento biologico è divenuta, in questi ultimi anni, di grande attualità anche nel nostro Paese, a seguito soprattutto dell’esplosione di casi, come quelli di Welby e della Englaro, che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Non si può sottovalutare, tuttavia, il rischio che, proprio per questo motivo, le reazioni emotive prevalgano sulle argomentazioni razionali, favorendo pronunciamenti affrettati e improduttivi. A questo genere di pronunciamenti va ascritto anche il testo relativo alle «dichiarazioni anticipate di trattamento», approvato dal Senato il 26 marzo dell’anno in corso e ripreso (e ci auguriamo largamente rivisto) dalla Camera probabilmente nel prossimo autunno. 
La riflessione sul testamento biologico riveste – va detto fin dall’inizio – particolare importanza sul piano etico soprattutto per la varietà dei temi che attorno ad esso si condensano e che hanno a che fare con le frontiere della vita e della morte: dall’autodeterminazione del paziente nei confronti delle cure al ruolo del medico (e del personale sanitario in genere), dalle cure palliative alla terapia del dolore, dall’eutanasia all’accanimento terapeutico. Si tratta di una sorta di crocevia, in cui convergono i più significativi nodi critici riguardanti le situazioni esistenziali di fine-vita. Le rapide note, che qui svilupperemo, prendono anzitutto avvio da una sintetica rilevazione delle ragioni strutturali e culturali, che hanno fatto emergere in questi anni, in termini sempre più insistiti, la richiesta di dare statuto giuridico al testamento biologico; per mettere, successivamente, in evidenza le problematiche più rilevanti legate alla sua stesura e alla sua applicazione; e delineare, infine, alcuni orientamenti volti a favorirne una corretta utilizzazione. Alla base della richiesta di legalizzazione del testamento biologico, in quanto strumento destinato a far valere le proprie volontà circa i trattamenti cui essere o non essere sottoposti nella fase di fine,vita qualora ci si trovi in stato di incoscienza, vi è senz’altro l’accresciuta consapevolezza della dignità della persona, e dunque del rispetto dei diritti che ad essa fanno capo lungo l’intero arco della sua esistenza. La modernità è infatti coincisa con lo sviluppo della civiltà dei diritti, il cui raggio di esercizio è venuto progressivamente dilatandosi, soprattutto a partire dall’ultimo dopoguerra. Le Costituzioni degli Stati democratici e le Carte delle istituzioni internazionali – è sufficiente ricordare qui la Carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948  hanno assunto, come perno della vita collettiva e come limite all’intervento degli Stati, la salvaguardia dell’autonomia della persona e il riconoscimento (nonché la possibilità di espressione) dei suoi fondamentali diritti. In questo contesto deve essere dunque inserito il «diritto a morire 
dignitosamente», diritto che implica particolare attenzione alla qualità del morire in quanto momento supremo dell’esistere. E, in questo contesto, acquista soprattutto sempre maggiore consistenza il bisogno di decidere, in modo autonomo, a quali cure si desidera essere o non essere sottoposti. ambivalenza del progresso tecnico.
A sollecitare tale attenzione e tale bisogno hanno contribuito, in misura determinante, gli sviluppi della tecnologia in campo biomedico; essa, accanto ad esiti altamente positivi – si pensi ai grandi successi ottenuti in campo terapeutico con la sconfitta di malattie un tempo letali fa registrare l’emergenza di nuovi rischi, primo fra tutti quello dell’accanimento terapeutico. La possibilità di prolungare oltre misura la vita biologica, mediante interventi sempre più sofisticati e pervasivi, provoca spesso la dequalificazione della vita personale con grave attentato alla dignità umana. E ciò soprattutto in presenza di una cultura, nella quale l’enorme successo della tecnica alimenta la tentazione del tecnicismo abusivo; mentre, a sua volta, il dilagare della mentalità scientista spinge a coltivare una concezione rigidamente «biologica» della vita. Si afferma così una forma di prometeismo, che ritiene eticamente legittimo (considerandolo umanizzante) tutto quanto è tecnicamente possibile, e che considera positivo ogni prolungamento artificiale della vita, prescindendo dalle pesanti ricadute che spesso l’accompagnano sul piano umano. Il confronto quotidiano con casi, che rivelano la disumanità di alcuni trattamenti sanitari, rende trasparente l’ambivalenza del progresso tecnico, e concorre ad accentuare il bisogno di esternare la propria volontà circa le cure nel momento in cui ci si venisse a trovare nell’impossibilità di farlo direttamente, rimozione della morte .
Accanto a queste motivazioni di grande rilievo sul piano umano va tuttavia aggiunto – e costituisce un elemento tutt’altro che secondario – l’atteggiamento disturbato con cui si vive oggi il rapporto con la morte. Ad avere il sopravvento è infatti la rimozione della morte, causata da un insieme di fattori, quali la sua radicale separazione dalla vita – si muore sempre più in ospizi ed ospedali, al di fuori cioè dei luoghi nei quali si svolge l’ordinaria esistenza –, la sua spettacolarizzazione  la televisione e internet ci mettono ogni giorno di fronte ad episodi di morte, ma si tratta di eventi spersonalizzati, che determinano scarso coinvolgimento e producono assuefazione  e infine la perdita del simbolismo, sia religioso che laico, che in passato contribuiva, in qualche misura, a riscattarla. Rimozione e perdita di significati sono poi ulteriormente accentuati dalla presunzione dell’uomo di aver raggiunto il controllo e il dominio di tutti gli ambiti della realtà con la conseguente percezione della morte come scacco insopportabile, come l’irruzione del non controllabile o del non dominabile; in una parola, di ciò che non può essere razionalizzato. Da questo punto di vista, eutanasia ed accanimento terapeutico, pur rimanendo fenomeni di segno opposto, possono venire ricondotti a una identica matrice: la volontà dell’uomo di esercitare la propria signoria sulla morte, trasformandola da evento «naturale», di fronte al quale egli risulta del tutto impotente, in evento «culturale» sottoposto alla propria volontà: nel primo caso – quello dell’eutanasia – dandosi la morte, scegliendo cioè il tempo e il modo secondo cui morire; nel secondo – quello dell’accanimento terapeutico – prolungando in maniera illimitata la vita nella (illusoria) speranza di poter vincere la morte. 
Paura e rimozione finiscono così per sostenersi reciprocamente, entrando in una sorta di spirale o di circolo vizioso: la paura alimenta infatti la rimozione, la quale, a sua volta, non fa che accentuare la paura. Se questo rende, da un lato, ragione della richiesta insistita di dare forma legislativa al testamento biologico come tutela della persona, spiega tuttavia, dall’altro, perché dove esso è già stato da tempo introdotto venga scarsamente utilizzato – la percentuale di chi se ne serve si aggira attorno al 10-20% – prevalendo la tendenza, psicologicamente comprensibile ma accentuata dal disagio ricordato, ad allontanare il più possibile il pensiero della propria morte. i fondamentali nodi critici di ordine etico 
Le questioni di carattere etico che affiorano in riferimento al testamento biologico sono molte e di diversa consistenza: tre ci sembrano tuttavia quelle di maggiore importanza sulle quali è opportuno soffermarsi,autodeterminazione ma non solo.
La prima riguarda anzitutto il principio di autodeterminazione, che è il presupposto in base al quale viene rivendicata l’istituzione del testamento biologico. L’affermazione di tale principio ha trovato, nell’ambito della bioetica, concreta espressione nel «consenso informato», di cui il testamento biologico altro non è che il logico prolungamento in situazioni nelle quali il paziente si trova a vivere in stato di incoscienza. Il principio di autodeterminazione è senza dubbio un principio fondamentale di riferimento per affrontare le questioni della bioetica, ma – è importante sottolinearlo – non può essere assunto come criterio esclusivo. Esistono infatti altri principi – quello di non maleficità, quello di beneficità e quello di giustizia o di equità sociale – ai quali ispirare l’attività di cura. La tutela dell’autonomia del paziente non può pertanto prescindere dalla ricerca del suo bene, che costituisce l’obiettivo dell’attività del medico, e dall’attenzione al contesto sociale, essendo le risorse a disposizione limitate e dovendole perciò ripartire equamente. Si tratta, in altri termini, di mediare la libertà con il bene e con la giustizia, pervenendo a scelte, che spettano in ultima analisi al paziente (sia direttamente che attraverso il proprio fiduciario nel caso del testamento biologico) e che devono avere di mira il bene del singolo e quello della collettività. 
L’interpretazione rigidamente individualista che talora si dà del principio di autodeterminazione è frutto di una visione liberista, derivante da un contesto come quello degli Usa dove – è bene non dimenticarlo – circa cinquanta milioni di persone sono tuttora escluse da qualsiasi forma di assistenza sanitaria. 
Chi per me? La seconda questione ha come oggetto la gestione del testamento biologico, cioè le concrete modalità della sua esecuzione. Vi è, al riguardo, chi ritiene che esso abbia un preciso valore giuridico, e vada pertanto eseguito alla lettera, senza alcuna possibilità di mediazione, escludendo di conseguenza ogni spazio di intervento del medico. E vi è chi, invece, ritiene che si tratti di indicazioni da tenere in seria considerazione, che vanno tuttavia fatte oggetto di ulteriore valutazione tra il medico e il fiduciario designato dal paziente. In realtà tanto la stesura del testamento biologico quanto la sua esecuzione non sono (o non dovrebbero essere) atti puramente individuali, ma espressione di un processo che coinvolge il paziente (o chi lo rappresenta), in quanto portatore di bisogni e di diritti, e il medico in ragione della sua specifica competenza. Il modello cui ispirare la condotta ci sembra possa essere dunque quello della «alleanza terapeutica» la cui attuazione comporta l’instaurarsi di un rapporto di reciproca fiducia, che sfocia nella volontà di collaborare alla comune ricerca del bene del paziente. La giustificata reazione all’atteggiamento paternalistico del passato si traduce oggi spesso – per reazione – nell’opposta tendenza a fare del medico un mero esecutore tecnico della volontà del paziente, impedendogli di mettere a frutto la propria competenza con conseguente danno per lo stesso paziente. La mutua cooperazione, oltre ad evitare l’estensione (altrimenti inevitabile) dell’obiezione di coscienza dei medici, consente di verificare con maggiore precisione la reale situazione, prendendo in considerazione le novità nel 
frattempo intervenute in campo terapeutico e interpretando la volontà del paziente anche in relazione a questi cambiamenti. nutrizione e idratazione 
Infine la terza e ultima questione (non ultima in ordine di importanza) concerne il significato che si attribuisce alla nutrizione e all’idratazione, e perciò la possibilità o meno di deciderne la sospensione in alcune situazioni particolari. Il dibattito, che si è sviluppato, in questo ultimo anno 
nel nostro Paese (in occasione soprattutto della vicenda di Eluana Englaro) ha visto la discesa in campo di due posizioni contrapposte, con punte a volte di forte tensione ideologica. Da una parte, vi era chi sosteneva che nutrizione e idratazione in quanto «sostegni vitali» devono essere comunque sempre somministrate; dall’altra, chi, insistendo sulle modalità con cui la somministrazione avviene, riteneva che nutrizione e idratazione possano essere incluse nell’attività di «cura», e debbano pertanto essere in molti casi sospese. 
Questa contrapposizione, soprattutto se radicalizzata, risulta, per molti aspetti, artificiosa. È difficile infatti negare che nutrizione e idratazione siano, in senso antropologico, «sostegno vitale»; ma è altrettanto difficile misconoscere che, in alcune circostanze, siano a tutti gli effetti, per il modo con cui la somministrazione si realizza (intervento chirurgico e preparazione di sostanze chimiche) «atto medico » (e dunque curativo anche se non direttamente terapeutico). Forse, per affrontare correttamente il problema, bisogna collocarlo in quella area di questioni di frontiera, che stanno sul crinale tra omissione di soccorso (in passato si diceva «eutanasia passiva») e accanimento terapeutico. Questo implica che si debba di volta in volta decidere, tenendo conto della concretezza delle situazioni, con la consapevolezza che lo stesso intervento può, in taluni casi, se evitato, risultare omissione di soccorso; in altri casi, se effettuato, può invece comportare accanimento terapeutico. In questa ottica, nutrizione e idratazione devono essere valutate caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del paziente. L’inserimento del loro rifiuto nel testamento biologico implicherebbe perciò la circoscrizione entro una casistica dettagliata non facilmente definibile a priori; ma (forse) potrebbe bastare – ci sembra questa la via più praticabile, in linea del resto con quella forma di «diritto mite» da molti auspicato – l’espressione da parte del paziente di una generica volontà di rifiuto, che andrebbe poi verificata nella sua applicabilità mediante il confronto tra il proprio fiduciario e il medico.  orientamenti per una corretta utilizzazione .
L’acquisizione del significato proprio del testamento biologico e la disponibilità al suo corretto utilizzo esigono l’adempimento di alcune condizioni, che costituiscono la cornice entro cui il testamento va collocato. La prima di tali condizioni consiste nel farsi strada di una concezione relazionale dell’umano. Si è già detto dei rischi che si corrono quando ci si muove entro un orizzonte radicalmente individualista. Ogni atto umano si sviluppa all’interno di una rete di relazioni, ed implica pertanto il ricorso a una condivisione di responsabilità che non può essere elusa. Anche il testamento biologico, tanto nella fase di stesura che in quella esecutiva, comporta il concorso di altri soggetti (il medico di base o quello curante e successivamente il fiduciario) ed esige la convergenza di tutti attorno al bene del paziente. 
La seconda condizione è costituita da una sempre maggiore estensione, a tutti i livelli, del concetto di cura proporzionata; concetto che laddove viene praticato, rappresenta il miglior antidoto tanto nei confronti dell’eutanasia che dell’accanimento terapeutico. Da questo punto di vista, è importante 
che si potenzino, anche nel nostro Paese, le cosiddette «cure palliative», il cui obiettivo è quello di «prendersi cura» della persona nella sua globalità, offrendole i necessari supporti fisici – si pensi alla terapia del dolore – e psicologici per vivere anche i momenti più drammatici di avvicinamento 
alla morte con la maggiore serenità possibile. 
Infine, la terza (e ultima) condizione è costituita dall’esigenza di dare vita a una nuova «cultura della morte», che ne faccia riscoprire il profondo legame con la vita e, pur senza rinnegare il carattere di tragicità che inevitabilmente la connota, non rinunci a renderne trasparente il significato 
di compimento dell’esistenza e, per chi crede, di «realtà penultima», che prelude – è questo il senso della speranza cristiana – a una vita che non ha termine. L’adempimento di queste condizioni è la via per accedere a una visione più umanizzata della malattia e della morte e per togliere al 
testamento biologico il carattere, oggi prevalente, di strumento difensivo o rivendicativo dei diritti soggettivi, trasformandolo in un vero esercizio di collaborazione all’azione medica, che è tanto più corretta ed efficace quanto più è rispettosa della volontà dei pazienti e quanto più tende, nel 
contempo, a salvaguardarne, in tutte le fasi della malattia, la dignità umana.

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