LA CROCE E LA MEZZALUNA.

 

Crux
di 

Alberto Leoni 

 Tra i commenti sui fatti dell’11 settembre 2001, il più noto è senz’altro quello dell’allora ministro degli Esteri Ruggiero: «Nulla sarà più come prima». Appare, senza dubbio alcuno, un giudizio realistico, ma che provoca qualche facile ironia non appena si guardi la reazione di tante persone intorno a noi. Per esse, l’11 settembre è accaduto un fatto che si è concluso poche ore dopo, senza eccessive ripercussioni sul proprio futuro: la guerra in Afghanistan, il timore di nuovi attentati, vengono vissuti come un sogno lontano che non riesce a scalfire il meccanismo quotidiano dell’esistenza.
Ci sono poi coloro che, invece, hanno reagito con ostilità: la violazione del loro normale stile di vita li ha spinti a usare toni esagitati contro i musulmani in generale, ma, alla distanza, sono ripiombati nella propria quotidiana atarassia. La rabbia, la paura, tuttavia, sottendono la loro esistenza, covano sotto la cenere della consuetudine e, quando un velivolo guidato, come sembra, da un bizzarro suicida, si schiantò a Milano contro il grattacielo Pirelli nell’aprile 2002, collera e sdegno ritornarono fuori per poi gradualmente acquietarsi col tempo. 

C’è infine una terza categoria di soggetti, per lo più di idee pacifiste à outrance, che hanno deciso di non scomporsi più di tanto e che reagiscono alla minaccia terroristica adoperando gli stessi strumenti interpretativi che hanno appreso nella prima gioventù: le sperequazioni economiche tra Nord e Sud, la globalizzazione, il problema dell’intolleranza religiosa, e via elencando. Posto che ogni idea è rispettabile, per lo meno nella misura in cui deve essere rispettata la persona che la esprime, la posizione di quest’ultima categoria è, paradossalmente, simile alle altre due, sebbene tale paragone possa sembrare offensivo a chi ritiene di avere una coscienza dei mali del mondo superiore alla media. 

Il punto è che, nel terzo caso come negli altri due, si riscontra un’impermeabilità mentale, un’incrollabile costanza nel mantenere giudizi inadeguati rispetto a una realtà effettiva che ne trascende la misura. Si tratta, in fondo, di una forma sottile di razzismo culturale, fondata sulla «accettazione del diverso», senza fare la fatica di capire quanto e come esso sia diverso. Ciò ingenera equivoci anche gravi, come è il caso di preghiere collettive del venerdì recitate in piazza Duomo a Milano o in parrocchie e centri missionari. Ciò che non si sa, o si finge di non sapere, è che il luogo di preghiera diventa proprietà dell’Islam e può essere rivendicato come tale in qualsiasi momento.
Che cos’è cambiato dunque, l’11 settembre 2001, per queste tre categorie di persone? Niente, tutto è rimasto come prima. La ragione? L’abitudine a una vita pacifica, fatto in sé altamente positivo, ne è una causa, forse la più importante. 
Il meccanismo perfettamente regolato dell’esistenza non tollera imprevisti e, in questa meccanicità, ci si sente come nell’universo cartesiano, perfettamente regolato dopo la prima spinta iniziale data da Dio. Diceva Pascal che, dopo questo primo impulso, Cartesio non ha più saputo che cosa farsene di Dio, e così noi, anche se il problema non è teologico, bensì di autocoscienza storica.

La pace che conosciamo e amiamo non è qualcosa di esistente da tempi immemorabili, ma è fenomeno relativamente recente e che trae origine da lotte sanguinose nelle quali l’Europa ha combattuto per la propria sopravvivenza. Le tre categorie di persone, sopra citate, certo non esaustive, costituiscono la grande maggioranza della popolazione italiana ed europea e vivono in una dimensione atemporale e antistorica: i reattivi antislamici dimenticano che musulmani e cristiani non sono sempre stati nemici e che l’Occidente, specialmente per quanto avvenuto nel periodo coloniale, ha molto da farsi perdonare. I pacifisti, invece, ignorano che l’Islam ha messo in pericolo le sorti dell’Europa cristiana per un periodo complessivo di circa sette secoli. Eppure, a fronte di tale complessità e vastità, l’immaginario collettivo si accende solo alla parola «Crociate»; un fenomeno durato duecento anni, ma che ebbe un impatto relativamente limitato, senz’altro minore rispetto a quello provocato dalla presenza turca in Europa.
È un’ignoranza colpevole? Se la colpa va commisurata all’importanza di ciò che si ignora, non conoscere la lotta degli Asburgo e di Venezia contro i turchi, non sapere nulla dell’assedio di Malta del 1565, ha lo stesso peso, lo stesso valore dell’ignorare le campagne militari di Ramesse II? Evidentemente no.
Il fatto è che, nel calendario liturgico, vi sono date che oggi non sappiamo più leggere, delle quali non conosciamo più il senso: il 6 agosto è una festa introdotta per celebrare la vittoria cristiana di Belgrado del 1456; il 12 settembre per quella di Vienna nel 1683; il 7 ottobre, infine, è la festa della Madonna del Rosario, per ricordare la giornata di Lepanto. Dei tanti pellegrini che, ogni anno, vanno al santuario di Loreto, quanti sanno che le cancellate delle cappelle interne sono ricavate dalle catene degli schiavi liberati, per l’appunto, a Lepanto?

Eppure la scomparsa della tradizione culturale di un popolo non è sentita come danno grave, anche e soprattutto ove si tratti di eventi militari, intrisi di sangue e di orrore, così scabrosi e poco piacevoli da ricordare. 
Si tratta, invece, di conoscere la propria storia, di guardare, come dice la Bibbia, «alla rupe da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (Is 51, 1). 
Conoscere la storia che ci costituisce offre un vantaggio innegabile, giacché possiamo possedere l’esperienza e l’esempio dei nostri predecessori: non certo per cercare vendette postume, non per riaccendere nel nostro animo un odio atavico come avvenuto nella ex Jugoslavia, ma per dare risposte articolate e flessibili ai problemi odierni.
Se ne abbia coscienza o no, la guerra del terrorismo contro l’Occidente è un fatto che nessuno, nemmeno l’uomo più «impermeabile», potrà negare e non vale nemmeno ipotizzare una propria inoffensività: la gran parte di coloro che sono rimasti per sempre sotto le macerie delle Torri Gemelle non sentiva di avere dei nemici. Se questa è una guerra, allora sarà opportuno vincerla, anche perché pochi occidentali saprebbero adattarsi alle conseguenze di una sconfitta. 
Come sarà illustrato nell’ultimo capitolo, si tratta di una guerra asimmetrica, combattuta non contro uno Stato, ma contro un agglomerato di idee e associazioni estremamente volatile. 
La lotta contro il terrorismo, compito dei governi e degli apparati a ciò preposti, è solo il vertice di una piramide alla cui base c’è la volontà di ogni nazione, di ogni individuo, di resistere alla minaccia che viene portata a ciò che abbiamo di più caro e che ci permette di essere smemorati o «impermeabili»: la nostra libertà. 
Qualora la nostra volontà di resistenza dovesse venir meno, anche i governi democratici dovrebbero arrendersi e le nostre addestratissime forze di sicurezza dovrebbero gettare le armi. Conoscere la propria storia, invece, guardare all’esempio di coloro che resistettero al di là di ogni speranza, non può alimentare l’odio nei confronti di un nemico, quanto far crescere l’amore per ciò che ci appartiene come legittima eredità: la nostra civiltà, con quanto di buono e di cattivo vi sia presente.
La storia militare si presta assai bene a questo scopo, in quanto scienza empirica, così esatta da tener conto (a posteriori) anche dell’imprevisto e del caso, ma anche così epica da emozionare e commuovere. 
Abbordaggi, assedi, duelli, bandiere al vento, eroismi e crudeltà; la storia militare è il più affascinante e brutale dei romanzi d’avventura e imprime nella nostra memoria emotiva gesta che non possono, non devono essere dimenticate. L’obiettivo della presente opera è, in fondo, proprio questo: fornire uno strumento per recuperare la memoria di ciò che siamo, così da prepararci ad affrontare le sfide che ci attendono, almeno con un barlume di serenità consapevole.
In conclusione, desidero ringraziare coloro che mi hanno aiutato in questa fatica e, tra tutti, i miei amici Teodor Nasi, senza il quale non avrei mai potuto scrivere le pagine sul suo connazionale Skanderbeg e l’accanito filobizantino e cesaropapista Giovanni Ferrandes, cui devo, oltre che lo sfruttamento della sua biblioteca, ricca di libri altrove irreperibili, anche la prima intuizione sul collegamento tra la cavalleria del tardo impero romano e la cavalleria medioevale.
Di ogni errore, nonostante l’inesausto apporto della redazione, sono totalmente responsabile, così come spero, immodestamente, di essere tra i responsabili di un rifiorire dell’affetto di tante persone verso la nostra storia, la nostra patria, la nostra civiltà fondata sull’amore di Cristo verso ognuno di noi.

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