La “teologia del corpo”risposta agli squilibri sessuali del clero.

di Massimo Introvigne
Tratto da :La Bussola Quotidiana del 16-05-2011

Il 13 maggio Benedetto XVI ha ricevuto in udienza i partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia in occasione del trentesimo anniversario di fondazione dell’Istituto, che il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) volle creare contemporaneamente al Pontifico Consiglio per la Famiglia. Il Papa ha ricordato che all’Istituto il beato Giovanni Paolo II volle affidare «in particolare, per lo studio, la ricerca e la diffusione, le sue “Catechesi sull’amore umano”, che contengono una profonda riflessione sul corpo». Si tratta di una parte molto importante del Magistero del beato Papa Wojtyla, in una lunga serie di catechesi del mercoledì.

Rilette oggi, quelle catechesi si rivelano provvidenziali, anche se non furono da tutti comprese né – purtroppo – messe a frutto. Un inquadramento storico può aiutarci a comprenderne l’importanza, prima di ascoltare che cosa ne ha detto Benedetto XVI. L’atteggiamento cattolico nei confronti dei rapporti sessuali e del corpo – anche se con eccezioni – è sempre stato molto equilibrato. Lo stesso Medioevo, che gode sul punto di una cattiva fama, ci ha invece offerto trattazioni teologiche molto sobrie e prudenti. Al contrario, l’avversione per la sessualità in genere che talora coinvolge anche le donne, considerate principalmente come «occasioni prossime di peccato» per gli uomini e specialmente per i sacerdoti, assume profili di una durezza senza precedenti tra i protestanti, che penetrano anche tra i cattolici soprattutto attraverso il rapporto tra puritanesimo protestante e giansenismo cattolico: un rapporto complesso, ma comunque molto rilevante. Paradossalmente – ma non troppo – questa visione negativa della sessualità e delle donne ha come conseguenza una tolleranza – non teorica, perché in teoria l’opposizione è durissima, ma pratica – dell’omosessualità, e la formazione di circoli di pastori e preti omosessuali, rilevati e denunciati un po’ dovunque dalle cronache del XVII e XVIII secolo, dal New England puritano alla Francia giansenista.

L’eco del rigorismo giansenista – nonostante il successo della teologia morale di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), che riporta il rapporto con la sessualità nell’alveo di un sano equilibrio – continua a farsi sentire nei seminari e tra i sacerdoti per tutto il secolo XIX e fino al XX, insieme con le sue non volute ma da un certo punto di vista fatali conseguenze in ordine al formarsi di subculture omosessuali. Queste subculture, insieme ad altre distorsioni in materia di sessualità, non hanno un rapporto necessario con il celibato – tanto che esistono anche tra i pastori protestanti sposati – ma derivano da una visione distorta della sessualità, che non è a sua volta «tradizionale» o «medievale» ma è un frutto tipico del mondo moderno.

Quando si affrontano questioni relative a scandali che hanno coinvolto sacerdoti e seminaristi, non si può dimenticare che gli squilibri che si sono introdotti nell’accostamento alla sessualità anche nella formazione del clero e dei religiosi non sono solo quelli di origine recente e del dopo-1968, pure importantissimi. In parte sono antichi, derivano almeno dal giansenismo, e hanno avvelenato per secoli il pozzo cui si dovrebbe attingere l’acqua viva di una formazione equilibrata. Rimontare rispetto a questa situazione è certamente un’opera lunga e faticosa, che però può ora giovarsi di un Magistero recente particolarmente ampio, convincente ed esaustivo, che va appunto dalle catechesi del mercoledì del beato Giovanni Paolo II – senza dimenticare le opere dedicate al tema da Karol Wojtyla prima dell’elezione al soglio di Pietro, tra cui Amore e responsabilità (1960) – fino agli spunti dell’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est (2005).

Questo straordinario Magistero rimane ancora troppo poco conosciuto. Si può dire che contenga gran parte delle risposte alla crisi attuale. Si può raccomandare di farlo studiare sistematicamente anche nei noviziati e nei seminari, senza temere che l’analisi dell’amore tra gli sposi turbi i candidati agli ordini sacri, che nella società contemporanea sono comunque aggrediti da ogni parte – si pensi ai danni inflitti anche ai sacerdoti e ai seminaristi dalla pornografia via Internet – da tante voci distorte in tema di sessualità.

Benedetto XVI ha presentato l’insegnamento sul punto del beato Giovanni Paolo II come uno sforzo di «coniugare la teologia del corpo con quella dell’amore per trovare l’unità del cammino dell’uomo». Il Papa ha voluto raccontare un episodio che risale agli anni 1560, cioè – osservo – precisamente quando idee protestanti cominciavano a penetrare anche nel mondo cattolico. «Poco dopo la morte di Michelangelo [1475-1564], Paolo Veronese [1528-1588] fu chiamato davanti all’Inquisizione, con l’accusa di aver dipinto figure inappropriate intorno all’Ultima Cena. Il pittore rispose che anche nella Cappella Sistina i corpi erano rappresentati nudi, con poca riverenza. Fu proprio l’inquisitore che prese la difesa di Michelangelo con una risposta diventata famosa: “Non sai che in queste figure non vi è cosa se non di spirito?”».

Non senza avere rilevato che «proprio l’inquisitore» si dimostra più equilibrato dell’opinione pubblica dell’epoca, il Papa osserva che «da moderni facciamo fatica a capire queste parole, perché il corpo ci appare come materia inerte, pesante, opposta alla conoscenza e alla libertà proprie dello spirito. Ma i corpi dipinti da Michelangelo sono abitati da luce, vita, splendore. Voleva mostrare così che i nostri corpi nascondono un mistero. In essi lo spirito si manifesta e opera. Sono chiamati ad essere corpi spirituali, come dice san Paolo (cfr 1Cor 15,44)». Nessun disprezzo del corpo, dunque, ma riflessione teologica sul suo significato e sul suo destino. «Ci possiamo allora chiedere: può questo destino del corpo illuminare le tappe del suo cammino? Se il nostro corpo è chiamato ad essere spirituale, non dovrà essere la sua storia quella dell’alleanza tra corpo e spirito? Infatti, lungi dall’opporsi allo spirito, il corpo è il luogo dove lo spirito può abitare. Alla luce di questo è possibile capire che i nostri corpi non sono materia inerte, pesante, ma parlano, se sappiamo ascoltare, il linguaggio dell’amore vero».

Il beato Giovanni Paolo II impostò il suo grande ciclo di catechesi sulla «teologia del corpo» facendo riferimento all’Antico Testamento e al racconto biblico della creazione dell’uomo. «Il corpo – insegnava Papa Wojtyla e ribadisce Benedetto XVI – ci parla di un’origine che noi non abbiamo conferito a noi stessi. “Mi hai tessuto nel seno di mia madre”, dice il Salmista al Signore (Sal 139,13). Possiamo affermare che il corpo, nel rivelarci l’Origine, porta in sé un significato filiale, perché ci ricorda la nostra generazione, che attinge, tramite i nostri genitori che ci hanno trasmesso la vita, a Dio Creatore».

Anche la creazione della donna fu oggetto di profonde riflessioni da parte del beato Giovanni Paolo II. «Alla creazione di Adamo segue quella di Eva. La carne, ricevuta da Dio, è chiamata a rendere possibile l’unione di amore tra l’uomo e la donna e trasmettere la vita. I corpi di Adamo ed Eva appaiono, prima della Caduta, in perfetta armonia. C’è in essi un linguaggio che non hanno creato, un eros radicato nella loro natura, che li invita a riceversi mutuamente dal Creatore, per potersi così donare. Comprendiamo allora che, nell’amore, l’uomo è “ricreato”. Incipit vita nova, diceva Dante [1265-1321] (Vita Nuova I,1), la vita della nuova unità dei due in una carne». Contro ogni svalutazione puritana, ma anche contro ogni esaltazione degradata, «il vero fascino della sessualità nasce dalla grandezza di questo orizzonte che schiude: la bellezza integrale, l’universo dell’altra persona e del “noi” che nasce nell’unione, la promessa di comunione che vi si nasconde, la fecondità nuova, il cammino che l’amore apre verso Dio, fonte dell’amore. L’unione in una sola carne si fa allora unione di tutta la vita, finché uomo e donna diventano anche un solo spirito. Si apre così un cammino in cui il corpo ci insegna il valore del tempo, della lenta maturazione nell’amore».

La Chiesa non ha mai smesso d’insegnare la castità, ma anche su questa si è insinuata la distorsione puritana. Invece l’insegnamento del beato Giovanni Paolo II si presenta come una «luce» in cui «la virtù della castità riceve nuovo senso. Non è un “no” ai piaceri e alla gioia della vita, ma il grande “sí” all’amore come comunicazione profonda tra le persone, che richiede il tempo e il rispetto, come cammino insieme verso la pienezza e come amore che diventa capace di generare vita e di accogliere generosamente la vita nuova che nasce».

L’insegnamento del beato Giovanni Paolo II in nessun modo va inteso come qualcosa che attenuerebbe la vigilanza nei confronti del peccato. Al contrario, nota Benedetto XVI, «è certo che il corpo contiene anche un linguaggio negativo: ci parla di oppressione dell’altro, del desiderio di possedere e sfruttare». Tuttavia, «sappiamo che questo linguaggio non appartiene al disegno originario di Dio, ma è frutto del peccato. Quando lo si stacca dal suo senso filiale, dalla sua connessione con il Creatore, il corpo si ribella contro l’uomo, perde la sua capacità di far trasparire la comunione e diventa terreno di appropriazione dell’altro. Non è forse questo il dramma della sessualità, che oggi rimane rinchiusa nel cerchio ristretto del proprio corpo e nell’emotività, ma che in realtà può compiersi solo nella chiamata a qualcosa di più grande?».

Ma questo dramma si può superare, e «a questo riguardo Giovanni Paolo II parlava dell’umiltà del corpo. Un personaggio di [Paul] Claudel [1868-1955] dice al suo amato: “la promessa che il mio corpo ti fece, io sono incapace di compiere”; a cui segue la risposta: “il corpo si rompe, ma non la promessa…” (Le soulier de satin, Giorno III, Scena XIII). La forza di questa promessa spiega come la Caduta non sia l’ultima parola sul corpo nella storia della salvezza». Anche dal peccato sessuale si può trovare una via di redenzione. «Dio offre all’uomo anche un cammino di redenzione del corpo, il cui linguaggio viene preservato nella famiglia. Se dopo la Caduta Eva riceve questo nome, Madre dei viventi, ciò testimonia che la forza del peccato non riesce a cancellare il linguaggio originario del corpo, la benedizione di vita che Dio continua a offrire quando uomo e donna si uniscono in una sola carne».

Il luogo deputato a redimere l’uso del corpo dalla sua pesantezza che rischia di trascinare verso il peccato è la famiglia. «La famiglia – esclama il Papa –, ecco il luogo dove la teologia del corpo e la teologia dell’amore si intrecciano. Qui si impara la bontà del corpo, la sua testimonianza di un’origine buona, nell’esperienza di amore che riceviamo dai genitori. Qui si vive il dono di sé in una sola carne, nella carità coniugale che congiunge gli sposi. Qui si sperimenta la fecondità dell’amore, e la vita s’intreccia a quella di altre generazioni. E’ nella famiglia che l’uomo scopre la sua relazionalità, non come individuo autonomo che si autorealizza, ma come figlio, sposo, genitore, la cui identità si fonda nell’essere chiamato all’amore, a riceversi da altri e a donarsi ad altri».

Lo studio del corpo del beato Giovanni Paolo II nasce in una dimensione antropologica, ma non si ferma lì. È autentica teologia. Mostra che il «cammino dalla creazione trova la sua pienezza con l’Incarnazione, con la venuta di Cristo. Dio ha assunto il corpo, si è rivelato in esso. Il movimento del corpo verso l’alto viene qui integrato in un altro movimento più originario, il movimento umile di Dio che si abbassa verso il corpo, per poi elevarlo verso di sé. Come Figlio, ha ricevuto il corpo filiale nella gratitudine e nell’ascolto del Padre e ha donato questo corpo per noi, per generare così il corpo nuovo della Chiesa. La liturgia dell’Ascensione canta questa storia della carne, peccatrice in Adamo, assunta e redenta da Cristo. È una carne che diventa sempre più piena di luce e di Spirito, piena di Dio». Dio stesso è venuto a consacrare il ruolo del corpo assumendolo nell’Incarnazione.

Considerare «la profondità della teologia del corpo» del beato Giovanni Paolo II significa interpretarla secondo quell’ermeneutica della riforma nella continuità che Benedetto XVI applica non solo ai testi del Concilio Ecumenico Vaticano II ma anche al Magistero dei pontefici post-conciliari. Dunque anche la catechesi sul corpo del beato Giovanni Paolo II va «letta nell’insieme della tradizione». Solo questa lettura, infatti, «evita il rischio di superficialità e consente di cogliere la grandezza della vocazione all’amore, che è una chiamata alla comunione delle persone nella duplice forma di vita della verginità e del matrimonio».

Un modo sicuro per leggere la teologia del corpo del beato Giovanni Paolo II «nell’insieme della tradizione» è non dimenticare il ruolo centrare che anche in questo percorso ha per Papa Wojtyla la Madonna. «Di Maria – ha ricordato Benedetto XVI – disse Dante parole illuminanti per una teologia del corpo: “nel ventre tuo si raccese l’amore” (Paradiso XXXIII, 7). Nel suo corpo di donna ha preso corpo quell’Amore che genera la Chiesa».

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