L’Inverno più lungo.1943-44:PioXII,Gli Ebrei e i Nazisti a Roma.Di Andrea Riccardi*

 

Ai tempi in cui Roma è città aperta e alla mercé dei tedeschi, tra le mura e i vicoli della città si consuma una guerra di fuggiaschi e nascondigli. E una guerra nascosta e cruenta che porta i civili in prima linea: cittadini, uomini e donne di Chiesa, Pio XII in persona. Né potrebbe essere diversamente visto che Roma, di fatto e per comune sentire, non è più la capitale dell’effimero regime fascista della Repubblica sociale ma in tutto e per tutto la città del papa. E come lui — caso unico e significativo di ‘resistenza alla guerra’ — non combatte l’occupazione ma nemmeno cede; resiste, si impegna a sopravvivere, aiuta i ricercati a nascondersi. Gli occupanti tedeschi lo avvertono e impongono il regime duro. In una Roma assediata dove le croci uncinate sostano sotto le finestre del papa, i nazisti catturano quasi duemila ebrei; muoiono nei campi di concentramento, alle Fosse Ardeatine. All’ incirca diecimila, invece, sopravvivono nascondendosi in case private, nei conventi e nelle parrocchie, negli ospedali, nelle istituzioni e nei territori della Santa Sede. Taluni di quelli che sono venuti in aiuto ai perseguitati sono stati riconosciuti come ‘giusti’. Di molti la maggioranza — si è persa ogni traccia. Lungo queste pagine Andrea Riccardi richiama dall’oblio la storia di uomini e donne comuni che, quando il male ha bussato alle loro porte, hanno mostrato un grande coraggio, hanno condotto una vita fuori dell’ordinario e sono poi tornati, semplicemente, a quella di ogni giorno.

 

QUESTA NON È SOLO STORIA

DEGLI EBREI

E DEI LORO PERSECUTORI A ROMA,

DALL’B SETTEMBRE 1943

AL 5 GIUGNO 1944

È STORIA DI UN MONDO

I COLLABORATORI DEI NAZISTI,

I TESTIMONI SILENZIOSI,

GLI SPAVENTATI,

I CORAGGIOSI,

LA CHIESA.

 

 

*Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è storico del mondo contemporaneo e in particolare del Cristianesimo. Nel 1984 con il volume Pio XII, da lui curato e pubblicato per i nostri tipi, ha posto tra i primi il problema di una rinnovata considerazione di quel pontificato. Ordinario all’Università di Roma Tre, per i nostri tipi ha pubblicato tra l’altro:

Le Chiese di Pio XII(a cura di, 1986); Il Vaticano e Mosca 1940-1990(1 993); Intransigenza e modernità. La Chiesa cattolica verso il terzo millennio (1996); Islam e Occidente. Riflessioni per la convivenza (con M Camdessus, J. Daniel, U. Eco, 2002) Pio XII e Alcide De Gasperi. Una storia segreta (2003); Convivere (2006).

INCHIESTA SUL CRISTIANESIMO,Come si costruisce una religione.Di Corrado Augias e Remo Cacitti.

Tutti i buchi dell’Inchiesta

di Massimo Introvigne (Avvenire, 24 settembre 2008)

La fede crede che Gesù sia risorto. La scienza sa che Gesù non è risorto, perché i morti non risorgono. La fede crede che i quattro Vangeli ci trasmettano il messaggio di Gesù Cristo. La scienza sa che non è così. La fede crede che la Chiesa ci permetta d’incontrare ancora oggi nella storia Gesù di Nazaret attraverso la continuità dell’istituzione da lui fondata. La scienza sa che Gesù non ha fondato nessuna istituzione, e che la Chiesa come la conosciamo semmai deriva dall’imperatore Costantino. Tesi che risalgono all’Illuminismo, e che riposano su una concezione assolutista della scienza definitivamente decostruita da Adorno e Horkheimer in poi, senza dimenticare la meta-scienza di Popper? Purtroppo no: lo scientismo è un passato che non vuole passare, come conferma un aspirante best seller in cerca di lettori, Inchiesta sul cristianesimo. Come si costruisce una religione (Mondadori, Milano 2008), confezionato sulla scia del successo del suo precedente Inchiesta su Gesù dal giornalista Corrado Augias, che questa volta intervista il professor Remo Cacitti, docente di Storia del cristianesimo antico all’Università di Milano.

L’idea è che si possa opporre alla fede – rappresentata per esempio da Benedetto XVI, oggetto di più di una battutina velenosa, e per definizione infondata e soggettiva – la Scienza storica con un’ideale S maiuscola, che sarebbe invece per definizione oggettiva, universale e certa. Cacitti cita l’archeologo e storico francese Salomon Reinach (1858-1932), che fornisce quello che può essere considerato il motto del libro: mentre la fede dice “io credo” la scienza della storia delle religioni, fondata su “fatti certi”, può dire con orgoglio “io so” (p. 265). Una volta entrati in questa logica, il gioco è fatto: a chiunque muovesse obiezioni in nome della religione o del semplice buon senso Augias e Cacitti potranno replicare che altra è la scienza storica, altra è la mera fede.

Intendiamoci: Augias fa il suo mestiere, che è quello del giornalista dissacrante e provocatore che tutti conosciamo. Né egli ha mai nascosto di essere uno scettico e un non credente. Anche il professor Cacitti fa il suo mestiere: corregge Augias quando esagera, e cerca di rimanere nell’ambito della storiografia accademica. Tuttavia, sia il lettore meno preparato rischia di rimanere sconcertato, sia le stesse conclusioni del professor Cacitti si prestano a qualche obiezione laddove sembrano implicare che la storia sia l’unica disciplina che ha titolo a pronunciarsi su come è “veramente” nato il cristianesimo. Colpisce, in particolare, l’assenza nel testo di qualunque riferimento alla sociologia delle religioni, una scienza il cui più noto esponente statunitense contemporaneo, Rodney Stark, ha dedicato una delle sue opere fondamentali precisamente alle origini del cristianesimo. Il testo, Ascesa e affermazione del cristianesimo, pubblicato in Italia da Lindau, è apparso in quattordici lingue; almeno nell’area di lingua inglese, è stato ben ricevuto anche dagli storici e ha dato origine a tutto un nuovo filone di ricerca. In particolare Stark sostiene che la versione del cristianesimo fondata su dogmi certi e su una Chiesa organizzativamente forte si è affermata, prevalendo sui sogni degli gnostici e sulle utopie di un cristianesimo non istituzionale e pacifista, non grazie al potere di Costantino (come il testo di Augias e Cacitti ripete) ma perché meccanismi sociologici all’opera anche oggi – e che spiegano perché certe forme religiose abbiano successo e altre declinino nel XXI secolo – rendevano sia comprensibile sia inevitabile che fosse così.

Anche la moderna sociologia della scienza può forse aiutare, con tutto il rispetto, a guardare con un certo sano scetticismo alle conclusioni di Cacitti. Tale sociologia sostiene infatti che la scienza, compresa quella storica, è raramente “neutra” e “oggettiva” (così che la sua pretesa di essere superiore, per esempio, alla teologia, è per certi versi ingenua) ma è sempre culturalmente condizionata, politicamente negoziata e socialmente costruita. E questo è vero anche per quella rispettabilissima scienza che è la storia del cristianesimo. A proposito dei Vangeli e delle lettere di Paolo, molti storici contemporanei – le cui idee Cacitti riassume fedelmente – spiegano che alcune affermazioni vanno intese come effettivo resoconto di fatti storicamente avvenuti, altre solo come metafore o descrizioni di esperienze spirituali a torto scambiate per realtà storiche o empiriche, altre ancora come affermazioni messe in bocca post factum a Gesù per giustificare interessi o posizioni della Chiesa nascente. Il controverso esegeta irlandese, residente negli Stati Uniti, John Dominic Crossan e il suo Jesus Seminar avevano prodotto addirittura un Vangelo “a colori” dove attribuivano colorazioni diverse a quanto, secondo loro, Gesù avrebbe detto per davvero e a quanto sarebbe stato inventato dagli evangelisti.

Il problema però è chi e come decide quali parole e fatti attribuiti a Gesù sono autentici e quali sono inventati. Dichiariamo autentici i testi che pensiamo di poter considerare più antichi? Non è proprio così: Cacitti lealmente riconosce che le affermazioni più chiare sul fatto che Gesù sia fisicamente risorto dai morti sono in testi di san Paolo “vicini all’evento, ovvero databili agli anni Trenta del I secolo” (p. 28). Eppure secondo lo storico italiano è “evidente” che si tratta di “una prospettiva religiosa, non storica” (ibid.). E perché è “evidente”? Cacitti ha il merito di dirlo in modo molto più sfumato, mentre Augias lo afferma più brutalmente: perché nel XXI secolo “alla resurrezione dei morti oggi nessuno crederebbe” (p. 72). A parte la solita mancanza di sociologia – uno sguardo alle Indagini mondiali sui valori convincerebbe gli autori che la maggioranza assoluta dei nordamericani e dei sudamericani, e un buon terzo degli europei, crede in pieno XXI secolo che Gesù sia risorto – la formula sembra precisamente quella rimproverata al Jesus Seminar: consideriamo autentici solo gli eventi e gli insegnamenti riportati nei Vangeli che risultano accettabili ai contemporanei, anzi a quella minoranza di contemporanei che in nome dello scientismo non crede ai miracoli. Così le affermazioni sul primato di Pietro e tutto quanto fonda un cristianesimo che non sia puro insegnamento morale sulla povertà e la pace “devono” essere aggiunte posteriori e non possono fare parte dell’insegnamento autentico di Gesù Cristo: il quale, diversamente, assomiglierebbe troppo a quello di Benedetto XVI, che non è simpatico ad Augias e sembra di capire neppure a Cacitti.

Che le cose stiano così sembra confermato dalle incursioni degli autori su temi diversi da quelli delle origini cristiane. Per esempio, in tema di apparizioni della Madonna, Cacitti afferma ripetutamente che “non hanno assolutamente nulla di religioso” (p. 149). Ci si chiede tuttavia come è stato previamente definita la nozione di “religioso”. Avendo a suo tempo partecipato (unico studioso italiano invitato) al progetto europeo LISOR sulla definizione di religione, penso di avere qualche elemento per dire che nel messaggio di Fatima o nelle parole della Vergine a Lourdes, per tacere dell’esperienza dei fedeli e dei pellegrini nei rispettivi santuari, tutto è religioso secondo una qualunque delle maggiori nozioni di religione utilizzate nella sociologia contemporanea.

Così pure rimango perplesso quando Cacitti definisce “chierici franchisti” i sacerdoti e religiosi uccisi durante la guerra di Spagna e a suo avviso inopportunamente canonizzati (p. 210: molti di loro non erano certamente “franchisti” e furono uccisi per la loro fede, non per le loro idee politiche), e quando sembra confondere, tra i documenti del Vaticano II, la Nostra Aetate (che non è il testo “che apre alla libertà religiosa”, p. 246) con la Dignitatis humanae. E sono ancora più perplesso quando lo storico di Milano attacca “l’oscena strumentalizzazione di certi passi del Corano, operata da truci cristiani, per i quali sarebbe quel testo sacro a fomentare la violenza e il terrorismo islamici”: una posizione che “certo non è vera” (p. 66). Il maggiore sostenitore accademico contemporaneo della tesi secondo cui le giustificazioni di una certa violenza islamica si trovano in alcune sure del Corano, l’islamologo della Rice University David Cook, il quale offre argomenti molto seri e tutt’altro che facili da smontare, sarà forse “truce”, ma certamente non è un cristiano. C’è da chiedersi se in certi ambienti, anche autorevoli, l’islam non goda oggi di un pregiudizio favorevole che si nega alla Chiesa Cattolica.

Lo ha ribadito Benedetto XVI a Parigi: tutti i contributi delle scienze alla migliore comprensione del cristianesimo e della sua storia sono i benvenuti. Ma squalificare come non razionale e non scientifica la comprensione che i credenti hanno di Cristo e della Chiesa, pretendendo che una certa storiografia accademica sia detentrice per definizione di un sapere superiore e più “obiettivo”, fa invece parte di quella muraglia cinese eretta dalla modernità fra fede e ragione che Benedetto XVI sta cercando dall’inizio del suo pontificato di smantellare: in nome non solo della fede ma anche di una nozione più serena e prudente di ragione.

La pedagogia della lumaca…..di Gianfranco Zavalloni.

INTRODUZIONE

 

di Gianfranco Zavalloni*

 

A scuola di lentezza

 

In questi tempi è di gran moda, nelle case di campagna nabitate dai cittadini, avere un ulivo secolare in giardino. Peccato che dove oggi si costruiscono ville, un tempo non c’erano uliveti. Se si piantassero piccole pianticelle di ulivo ci vorrebbero anni per avere una bella pianta. Allora esistono ditte specializzate che espiantano ulivi secolari e li ripiantono anche a pochi metri dalla porta di casa. Nessuno ha più il tempo di attendere? Oggi si vuole tutto velocemente. Grazie alla televisone prima, e alle reti telematiche ora, è di gran voga la somministrazione di notizie “in tempo reale”, “in diretta”. Si è cioè convinti di potere di più se si è “in rete” con tutto il mondo attraverso un computer, un telefono o un monitor. A cosa serve tutto questo? Spesso non si sa. Si sa solo di essere collegati con tutto il mondo. Forse si ottiene un grande senso di sicurezza, di protezione, rispetto alla sensazione di “esser soli”. Si vive con il mito incalzante del tempo reale e si sta perdendo la capacità di saper attendere. Chi ha più il tempo di aspettare l’arrivo di una lettera? Oggi è possibile alzare la cornetta e sentire la persona con cui si vuoi comunicare in pochi secondi. Che vantaggio c’è nello scrivere delle lettere? Se tutto va per il giusto verso c’è da attendere una settimana. Molto meglio il telefono, la posta elettronica, la chat. Alcuni anni fa, quando ancora non esisteva Internet, Jeremy Rifkin ci ricordava che “… la razza umana si è basata, nel corso della storia, su quattro dispositivi fondamentali di assegnazione del tempo: i rituali vitali, i calendari astronomici, le campane e gli orari, e ora i programmi dei calcolatori. Con l’introduzione di ogni nuovo dispositivo, la razza umana si è staccata sempre più dai ritmi biologici e fisici del pianeta. Siamo passati da una stretta partecipazione ai ritmi della natura all’isolamento pressoché totale dai ritmi della terra…”.

Siamo nell’epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro modo di vivere. Non abbiamo più il tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo “tutto e subito” in tempo reale. Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti risieda nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (“tutto e subito”), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani). Mi sembra che oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivano esattamente come i bambini secondo le modalità del “voglio tutto e subito”. Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare? Si tratta di intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori. insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.

 

 

*Gianfranco Zavalloni è dirigente scolastico, dopo aver fatto per 16 anni il maestro di scuola materna. Vive da sempre in campagna, a Cesena. Ama dipingere e disegnare. Recita nella compagnia Baracca & Burattini e anima l’associazione di volontariato Ecoistituto di Cesena. È l’estensore del manifesto I diritti naturali di bimbi e bimbe e curatore del sito wwwscuolacreativa. it

 

TEOLOGIA DELLE RELIGIONI La questione del metodo.Mariano Crociata (ed.)

TEOLOGIA DELLE RELIGIONI

la questione del metodo

Mariano Crociata (ed.)

La questione del metodo è un segno inequivocabile degli sviluppi che la teologia delle religioni sta conoscendo. Essa entra in gioco con lo stesso porsi del problema teologico del pluralismo religioso: infatti, riflettere teologicamente significa già cercare e cominciare a trovare il percorso più adeguato per procedere e progredire nella intelligenza credente; fare teologia è già sempre praticare un metodo, anche se la sua elaborazione come riflessione critica giunge in seconda battuta, abbracciando insieme ripresa del percorso svolto e anticipazione di tracciati possibili.

Il metodo impegna innanzitutto un modello di pensiero, una impostazione di fondo, una visione d’insieme — per la teologia nella luce della fede — capace di condurre in maniera coerente e ordinata alla cognizione critica della verità.

La coscienza raggiunta oggi del fenomeno del pluralismo religioso lancia alla teologia una sfida che non può essere aggirata, che non le consente di condursi come se il problema non esistesse.

La presente pubblicazione vuole sollecitare e convogliare una riflessione su tale insieme di problemi da differenti versanti scientifici e disciplinari. Non solo dunque la teologia non può più fare a meno di occuparsi di religioni ma, occupandosene, essa ha visto già generarsi una pluralità di approcci teologici al problema religioni e relativi metodi. Tutto ciò postula un dialogo metodologico all’interno della stessa teologia cristiana. TI dialogo, si potrebbe allora dire, è la forma metodologica generale o l’orizzonte formale di una teologia delle religioni, poiché avviene ai diversi livelli della riflessione e della ricerca teologica nella circolarità dei saperi e degli incontri, nel contesto del dialogo più vasto che si intreccia con l’incontro e la convivenza: dialogo all’interno della stessa teologia, con la filosofia e le scienze, con le religioni stesse, con gli uomini e le donne delle altre religioni.

 

ELENCO DEGLI AUTORI

 

CALOGERO CALTAGIRONE – Libera Università

Maria SS. Assunta (LUMSA), Roma – Facoltà

Teologica di Sicilia, Caltanissetta

NUNZIO CAPIZZI – Studio Teologico “San Paolo”, Catania

GIANNI COLZANI – Pontificia Università Urbaniana, Roma

MARIANO CROCIATA – Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo

MARCELLO DI TORA – Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo

MICHAEL FUSS – Pontificia Università Gregoriana, Roma

GERHARD GADE – Pontificio Ateneo “Sant’Anselmo” e Pontificia Università Urbaniana, Roma

CLAUDE GEFFRÈ – Institut Catholique, Paris

MASSIMO NARO – Facoltà Teologica di Sicilia, Palermo

GIUSEPPE NICOLACI – Università degli Studi, Palermo

GIUSEPPE RIZZARDI – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, Milano

GIOVANNI RIZZI – Pontificia Università Urbaniana, Roma

SERGIO UBBIALI – Facoltà Teologica dell’italia Settentrionale, Milano

CARMEL0 VIGNA – Ca’ Foscari, Venezia

Gerhard Gäde,”ADORANO CON NOI IL DIO UNICO”,per una comprensione cristiana della fede islamica.

GERHARD GÄDE, nato nel 1950 a Brema, sacerdote, è Professore di Teologia Dogmatica e di Teologia delle Religioni presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma e presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo). Ha pubblicato parecchi contributi su temi teologici e pastorali in Germania e in Italia. La teologia delle religioni costituisce l’interesse principale dei suoi studi e del suo insegnamento.

Il presente studio fa parte di un progetto di ricerca della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia ”S.Giovanni Evangelista”.Il volume è stato presentato presso la predetta facoltà dal gesuita napoletano Gamberoni,dall’islamologo Borrmans e dalla principessa Vittoria Alliata traduttrice dal’arabo.Il Libro è stato commissionato all’autore dal Vescovo di Noto Mons.Mariano Crociata. Queste pagine vorrebbero contribuire a comprendere la fede islamica nello Spirito in cui Gesù ha compreso la propria religione ebraica e ha imparato a valorizzare anche la fede di gente di altra religione. Questo appartiene alla novità del suo messaggio. In questa scia, il Concilio Vaticano II ci ha indicato la direzione di un percorso per il nostro tempo. Questo libro si colloca nel quadro dell’insegnamento conciliare e vorrebbe tracciare alcune linee per un’ermeneutica cristiana delle religioni non-cristiane e in particolare dell’islam. In sostanza, si tratta di imparare a percepire la Parola di Dio anche dalle Scritture sacre di altre religioni, ad esempio dal Corano, e di scoprire la realtà del Cristo al di là dei confini della cristianità. In base a una tale comprensione forse ci sarà possibile dialogare con l’islam valorizzando il suo Corano come una testimonianza che Dio non ha abbandonato l’umanità alla propria sorte.

Il professore teologo,ha riflettuto sulla reale possibilità di dialogo interreligioso tra cristianesimo ed islam.Nell’ottica del suo ragionamento,il cristianesimo è il punto di vista formale,l’islam l’oggetto guardato.Il teologo,sostiene infatti che l’interiorismo è un modo di definire il rapporto della fede cristiana con le altre religioni,un modo che supera i modi abituali di definire lo stesso rapporto. E spiega che questi modi abituali si chiamano “esclusivismo,inclusivismo e pluralismo”. L’esclusivismo,dice il Prof.,ha dominato per secoli il pensiero cristiano:esso parte dal presupposto che se una religione è vera tutte le altre devono essere false. E dunque esclude le altre religioni dalla verità e dalla salvezza “extra ecclesia nulla salus”. Esso è frutto della paura e anche della incertezza della propria fede,in quanto vede in un’altra religione una minaccia alla propria verità. L’inclusivismo invece rappresenta un grande passo avanti compiuto da concilio Vaticano II:include,cioè vede nelle altre religioni una certa partecipazione imperfetta alla propria verità,riuscendo a dare una relativa valorizzazione alle altre religioni. Però,malgrado questa apertura,l’inclusivismo non potrà a lunga scadenza reggere più di tanto. Il Pluralismo è un modello recente-sostiene il teologo tedesco- elaborato in ambito anglo-americano come forma di insoddisfazione verso l’inclusivismo.Il pluralismo vorrebbe vedere in tutte le religioni,compresa la propria,autentiche esperienze di una comune realtà trascendente che si è manifestata nelle varie esperienze religiose. Solo il modello del pluralismo riesce a valorizzare le altre religioni “relativizzando” la propria. L’interiorismo si porrebbe,a detta del teologo tedesco,come l’unica valida alternativa ai predetti tre modelli.Infatti,grazie all’interiorismo il cristianesimo ha istaurato,sin dall’inizio,un discorso con la religione d’Israele,assumendo nel canone biblico la completa scrittura di un’altra religione,proclamandola Parola di Dio.Cosicchè l’interiorismo supera rendendole vecchie le prime tre categorie,divenendo il modello paradigmatico e insostituibile per definire il rapporto con le altre religioni.Del resto,conclude,il primo interiorista è Gesù, e se noi cristiani possiamo dire che la religione ebraica è una verità insuperabile,allora possiamo dirlo anche per le altre religioni,dal momento che esse comunicano agli uomini una realtà che,se è vera,solo Dio può comunicare.Il teologo tedesco confida di avere trovato a Palermo “un ambiente aperto,ma più dal punto di vista culturale che ecclesiale”. Di avere conosciuto Vescovi illuminati come Cataldo Naro e preti impegnati nell’incontro interculturale.Ma sul fronte del dialogo interreligioso Palermo e la Sicilia possono e devono ancora crescere.Avere la capacità di sapersi sempre confrontare e superare tanti falsi pregiudizi che ci portano indietro nel tempo.

 


Adorano con noi il Dio unico, Gerhard Gäde, Euro 30,50

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“SICILIA,LA BELLEZZA TI SALVERA'”(Davide Maria Turoldo)

Prefazione di

Salvatore Leonarda

Non mancano le guide che danno un primo orientamento al visitatore o le pubblicazioni che, in maniera monografica, illustrano i diversi aspetti del monumento; se D. B. Gravina offre gli elementi essenziali della storia del duomo, con splendide tavole che presentano la complessa articolazione della costruzione; e E. Kitzinger evidenzia la peculiaritò siculo-bizantina dei mosaici di Monreale, nati dalla collaborazione di maestranze greche e siciliane; altre pubblicazioni sottolineano il caratterizzarsi del duomo di Monreale all ‘interno dell ‘architettura normanna (W Kronig), o propongono letture analitiche di singoli elementi: la porta di Bonanno Pisano (W Melczer, il chiostro (R. Salvini), il rapporto scrittura-immagine (S. Leonarda, A. Lipari,); per non dire delle ricerche che, soprattutto in ambito universitario, hanno evidenziato la qualità estetica o gli aspetti di cultura materiale e così via. Nonostante l‘ampiezza della produzione e la varietà dei contributi, ci permettiamo di evidenziare che al momento sentiamo il bisogno di una lettura complessiva, che ripercorra le date più significative della fabbrica, faccia emergere le scelte progettuali della costruzione con particolare attenzione al funzionamento ed alla simbolica della luce, ed il programma iconografico sotteso alla narrazione.

Il volume Architetture di luce e icona intende contribuire al suddetto approccio complessivo che aiuti il visitatore ad orientarsi, sul piano storico, nell’individuare le trasformazioni significative subite dal duomo nel corso dei secoli; sul piano architettonico. nel cogliere lo strutturarsi della costruzione secondo 1 ‘orientamento esterno ed interno verso la luce solare; sul piano iconografico, nell’individuare la logica (teo-logica,) sottesa allo splendore di tutto il manto musivo, che nel Pantokrator trova il suo punto principiante alpha e ricapitolativi ornega; tutto questo viene offerto al fine di superare la lettura “casuale” del visitatore (spesso disorientato dentro l ‘esplosione di luce e di immagini) e di accompagnare il suo sguardo dentro il coerente movimento della costruzione.

 

a. Il primo contributo evidenzia le tappe più importanti che hanno segnato la fabbrica dal suo sorgere, per iniziativa del re Guglielmo II e la collaborazione dei cento monaci benedettini venuti da Cava dei Tirreni, con gli interventi successivi, alcuni dei quali hanno stravolto l’immagine originaria del duomo (la rimozione del portico esterno e della cappella interna del Battista col battistero e l’ambone…); il tutto viene presentato con rigoroso apparato documentario nel prezioso saggio di A. Belfiore; l’autore, dopo anni di ricerca, può finalmente offrire al lettori la messa a punto della storia della fabbrica, in continuità e sviluppo delle acquisizioni storiche precedenti.

 

b. L’organizzazione di tutta la costruzione risponde ad una rigorosa organizzazione della spazialità secondo geometrie ad ascendenza “celeste “; il suo orientamento ad est, connotato cristologicamente, viene ulteriormente specificato con gli orientamenti. delle pietre angolari ai punti di levata delle principali feste della Madonna e di S. Giovanni Battista; ciò avviene facendo tesoro della cultura costruttiva della grande tradizione antica della gnomonica (rito di fondazione e Analemma di Vitruvio); l’illuminazione interna della chiesa segue i corrispondenti momenti dell’anno liturgico. Il saggio di A. Di Bennardo, con competenza e puntiglio, porta alla luce, per la prima volta, tutto questo intreccio tra spazialità, orientamento e luce.

 

c. Una logica stringente presiede al grandioso programma iconografico che, in una sorta di microcosmo interpretato salvificamente, riesce a coniugare narrazione biblica e visione estetica . Il rivestimento musivo prende il via dal Pantocratore, che costituisce il punto alpha e omega di tutta la storia sacra; nel duplice movimento orizzontale e verticale, il tutto trova la sua ricapitolazione nella persona di Gesò Cristo, Dio e uomo nel quale si congiungono indissolubilmente, nel sigillo del mistero e della bellezza, la natura, la storia, la grazia. Il saggio di C. Scordato, con pertinenza teologica, privilegia l’ermeneutica biblico-liturgica, che consente di cogliere il principio ispiratore ed unificante che presiede a tutta la costruzione, ma anche la diversa articolazione di tutti gli elementi compositivi.

 

d. Il volume è arricchito dalla Pianta, che riproduce il complesso guglielmino nell ‘anno 1590; G. Schirò, che l’aveva rinvenuta casualmente nella Biblioteca Vaticana, finalmente la presenta con tutto il suo apparato critico e proponendo la trascrizione delle informazioni ivi presenti.

La complessità costruttiva del duomo trova, però, la sua risoluzione più illuminante nella connotazione liturgica del luogo di culto; la chiesa è stata costruita per la celebrazione del mistero della salvezza, sperimentata nell ‘azione sacramentale e nella celebrazione dell ‘ufficio divino monastico; da questo punto di vista può essere colta la circolarità tra le circostanze storiche della costruzione il dato costruttivo e l‘avvenimento liturgico; in questo orizzonte interpretativo la storia rivive nella pietra e nell’oro, la bellezza dei mosaici offre immagini e splendore alla celebrazione e la celebrazione dà contenuto salvifico alla narrazione biblica ed all’esperienza della bellezza!

Con piacere presentiamo questo libro, che, aprendoci gli occhi e il cuore su uno dei monumenti più belli dell‘arte cristiana, non può che portare lustro ulteriore alla nostra collana; mi felicito con gli Autori così precisi e attenti… nel far parlare le pietre!

San Martino delle Scale

15 agosto 2004