LE COSE “ESSENZIALI”DELLA VITA….



Un professore stava davanti alla sua classe e aveva davanti
alcuni oggetti.

Quando la classe incominciò a zittirsi, prese un grande barattolo di
maionese vuoto e lo iniziò a riempire di palline da golf.

Chiese poi agli studenti se il barattolo fosse pieno e costoro risposero che
lo era.

Il professore allora prese un barattolo di ghiaia e la rovesciò nel
barattolo di maionese.Lo scosse leggermente e i sassolini si posizionarono

negli spazi vuoti, tra le palline da golf.

Chiese di nuovo agli studenti se il barattolo fosse pieno e questi
concordarono che lo era.

Il professore prese allora una scatola di sabbia e la rovesciò,
aggiungendola nel barattolo; ovviamente la sabbia si sparse ovunque
all’interno.

Chiese ancora una volta se il barattolo fosse pieno e gli studenti risposero
con un unanime ‘si’.

Il professore estrasse quindi due bicchieri di vino da sotto la cattedra e
aggiunse il loro intero contenuto nel barattolo, andando così effettivamente
a riempire gli spazi vuoti nella sabbia.

Gli studenti risero.

‘Ora’, disse il professore non appena la risata si fu placata, ‘voglio che
consideriate questo barattolo come la vostra vita.

Le palle da golf sono le cose importanti: la vostra famiglia, i vostri
bambini, la vostra salute, i vostri amici e le vostre passioni; le cose per
cui, se anche tutto il resto andasse perduto e solo queste rimanessero, la
vostra vita continuerebbe ad essere piena’.

I sassolini sono le altre cose che hanno importanza, come il vostro lavoro,
la casa, la macchina…

La sabbia è tutto il resto: le piccole cose.

Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima, non ci sarà spazio per la
ghiaia e nemmeno per le palle da golf.

Lo stesso vale per la vita: se spendete tutto il vostro tempo e le vostre
energie dietro le piccole cose, non avrete più spazio per le cose che sono
importanti per voi.

Prestate attenzione alle cose che sono indispensabili per la vostra
felicità:

giocate con i vostri bambini, godetevi la famiglia ed i genitori fin che ci
sono; portate il vostro compagno/a fuori a cena… e non solo nelle
occasioni importanti !

Dedicatevi a ciò che amate e alle passioni, tanto ci sarà sempre tempo per
pulire la casa o fissare gli appuntamenti.

Prendetevi cura per prima cosa delle palle da golf, le cose che contano
davvero.

Fissate le priorità… il resto è solo sabbia.’

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse il vino.

Il professore sorrise: ‘Sono felice che tu l’abbia chiesto.

Serve solo per mostrarvi che non importa quanto piena possa sembrare la
vostra vita: ci sarà sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un
amico’.

Condividete questo pensiero con un amico: io l’ ho appena fatto!

Annunci

RELIGIONE:L’ANTIDOPING DEL POPOLO 2.LA RIVOLTA DEL TIBET.

DI RICCARDO INCANDELA

Le immagini dei recenti fatti dell’insurrezione in Tibet hanno fatto il giro del mondo per diversi giorni nei maggiori media, scuotendo le coscienze di molti. Qualche mese fa è accaduto qualcosa di simile per la Birmania. E’ indubitabile che ci sia un messaggio chiaro del mondo buddista contro lo strapotere e l’arroganza del governo cinese e dei regimi comunisti e non. Lo stesso Dalai Lama ha molte volte accusato i leder cinesi di turno, mentre gli eccidi dei monaci e della popolazione birmana non avevano altri proclamatori che le crude immagini della repressione. Stavolta anche in Tibet abbiamo immagini sconvolgenti che testimoniano sia la rivolta che la repressione. Ma cerchiamo di capire cosa ha comportato l’invasione cinese del Tibet.

Nel 1950 l’Esercito di Liberazione Popolare entrò in Tibet frantumando l’esercito tibetano, quasi esclusivamente cerimoniale ed impedendo, di fatto, al Dalai Lama di governare. Il 23 maggio 1951 una delegazione tibetana, che era andata a Pechino per discutere sull’ invasione fu obbligata a firmare il cosiddetto “Accordo dei 17 punti” sulle misure per una pacifica liberazione del Tibet sotto minaccia di un aumento di azioni militari in Tibet. Dopo di allora la Cina usò questo documento per attuare il suo piano di trasformare il Tibet in una colonia cinese senza tenere alcun conto della forte resistenza da parte del popolo tibetano. Nel 1954 il Dalai Lama e il Panchen Lama invitati a Pechino furono accusati insieme al buddismo di essere un “veleno”. Nelle provincie di Amdo e Kham, le milizie comuniste avevano già cominciato a svuotare i monasteri ed a perseguitare il clero buddista. Repressione e arresti di massa scatenarono nel 1955 le prime fiammate di insurrezione armata, a cui partecipano i monaci buddisti. A quel punto, gli Stati Uniti, che avevano già combattuto direttamente contro i cinesi in Corea prese l’iniziativa, e la CIA venne incaricata di addestrare la resistenza tibetana. Nel 1956 i cinesi scatenarono una delle sue offensive più sanguinose, con 150.000 soldati e bombardamenti a tappeto. Qui, nel 1959, con il supporto della CIA, venne organizzata una rivolta che venne stroncata provocando decine di migliaia di morti. Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese in seguito alla fallimentare tragica esperienza del Grande balzo in avanti, il 10 marzo 1959, il movimento di resistenza tibetano, ormai esteso a tutto il paese, culminò con una sollevazione nazionale contro i cinesi che la repressero con forza spietata. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero massacrati nelle strade di Lhasa e in altri luoghi. Il 17 marzo 1959 il Dalai Lama abbandonò Lhasa per cercare asilo politico in India. Egli fu seguito da oltre 80.000 profughi tibetani. Mai prima nella loro lunga storia tanti tibetani sono stati costretti a lasciare lo loro patria in circostanze così difficili. Oggi ci sono circa 130.000 profughi tibetani dispersi in tutto il mondo. La sollevazione si stima abbia comportato una strage di almeno 65.000 persone. Il biennio 1966-1968 fu tragico per il Tibet. Durante la Grande rivoluzione culturale, i cinesi organizzarono campagne di vandalismo contro monasteri e siti simbolo della cultura tibetana. Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6.000, di cui molti secolari. Circa 1.200.000 tibetani vennero uccisi. Si tratta comunque di stime in quanto non furono diffusi rapporti ufficiali e i tibetani non erano in grado di potere verificare con esattezza il numero. Anche gli arrestati furono molte migliaia. Anche ad oggi si contano tibetani, soprattutto monaci e monache, nelle carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza. La nuova resistenza ha inizio nel 1977 e dura tuttora, dopo due dure repressioni, rispettivamente nel 1980 e nel 1989. Nel 1978, 1979, 1981, 1984 e 1991 la stampa mondiale si occupò del problema irrisolto tibetano. Il Governo tibetano in esilio denuncia la volontà del Governo Cinese di cancellare definitivamente la cultura del Tibet con la repressione, da una parte, e con una propaganda martellante sui mass media e per le strade. Inoltre le scuole non possono insegnare il tibetano oltre ad una certa età, mentre rimane il cinese la lingua ufficiale.Anche il Dalai Lama, in esilio, ormai non richiede più l’indipendenza del Tibet, ma una vera autodeterminazione che possa preservare ciò che è rimasto della sua cultura e che possa garantire ai tibetani i diritti umani fondamentali.

Il buddismo, è una tradizione religiosa plurimillenaria, che viene accusata di essere un veleno perché impedisce l’assimilazione culturale verso una retrograda forma di ideologia imperialista che non riconosce diritti, umani men che meno. La tradizione buddista pacifica nella sua anima, nel momento della difficile scelta, ha optato per la lotta, per la dignità della vita, per la ribellione contro chi voleva imporre la sua bieca cultura di morte. Difficile vedervi ancora l’oppio dei popoli, o il veleno del Tibet. In esso, nel suo sistema di valori profondamente umanizzante, e nel suo tentativo di ricerca del divino non possiamo non vedervi i moti dello Spirito che promuove la dignità umana e la relazione interiore che porta, a sua volta, alla scoperta della propria dignità e, accompagnata dalla rivelazione del Figlio, alla scoperta della propria figliolanza divina. Questi moti, anche se non si ritrovano pienamente nella tradizione buddista, conducono, nonostante tutto, ad una relazione spirituale con l’unico e vero Dio, e morale con gli uomini, testimoniando fortemente la capacità umana di scoprire infinite possibilità di relazioni autentiche con l’unico Dio. Noi in qualità di creature dello stesso Creatore, non possiamo non vivere la fratellanza con queste popolazioni oppresse e, senza dimenticare quella con gli oppressori, non possiamo far altro che pregare, e lottare con le armi politiche, e non, di cui disponiamo per aiutare i fratelli bisognosi e porre fine all’ingiustizia e alle atrocità. Ci dispiace solo che i monaci abbiano abbandonato le marce pacifiche per darsi alla rivolta vera e propria.

Riccardo In candela in http://vapensiero.wordpress.com

SUB SPECIE TYPOGRAPHICA,Domande radicali negli scrittori siciliani del Novecento,a cura di MASSIMO NARO.

La letteratura italiana del Novecento ha avuto, tra i suoi migliori rappresentanti, non pochi autori siciliani. Non solo scrittori che hanno goduto di una notevole fortuna edi­toriale, come Vittorini e Sciascia, Brancati e Bufalino, Tornasi di Lampedusa e D’Arrigo, o i nobel letterari Pirandello e Quasimodo. E neppure soltanto quelli che, ancora viventi, più si sono fatti apprezzare dalla critica negli ultimi decenni, come Bonaviri, Consolo, Maraini. Insieme a questi anche uri nutrito gruppo di poeti e di narratori che sarebbe ingiusto, oltre che riduttivo, etichettare come minori: da Cattafì a Borgese, da Lanza a Savarese, da Piccolo a Fiore, da Patti a Vilardo e Addamo, fino a numerosi emergenti come Riotta, Calaciura e Alajmo e a tanti altri che qui sarebbe troppo lungo ricordare.

Tutti, infatti, possono essere considerati come i testimoni tanto estrosi quanto pensosi di quello che si potrebbe chiamare «pensiero meridiano»: un modo di ragionare con la passione e sulla passione del Sud mediterraneo. Un pensiero volutamente meno frene­tico di quello in forza di cui si sviluppa l’odierna civiltà industriale, cioè meno calcolan­te, più meditante e perciò costitutivamente poetico. Ma non per questo incapace di concentrarsi realisticamente sugli aspetti più problematici – e perciò più importanti -dell’esistenza umana. Nelle loro opere è seminato lo sforzo di decifrare l’universo, di capire se esso sia cosmo o caos, salute oppure metastasi, come ripetutamente si chiede­va Bufalino. E di ripensare ogni questione radicale sub specie typographica, al modo degli scrittori appunto, per capire se ciò che l’uomo sperimenta e incontra nella pro­pria esistenza sia definitivo o effimero, giusto, sbagliato o semplicemente illusorio: un punto, una virgola, al limite un punto interrogativo, ovvero un refuso o uno spazio bianco.

Introduzione

La letteratura italiana del Novecento ha avuto, tra i suoi mi­gliori rappresentanti, non pochi autori siciliani. Scrittori come Vittorini e Sciascia hanno goduto di una notevole fortuna editoria­le, spesso vedendo tradotte le loro opere in varie lingue straniere. Ugualmente è avvenuto, benché tardivamente, a Tornasi di Lampedusa. Così ancora succede ad altri scrittori siciliani tuttora vi­venti: basti citare il nome del quasi ottuagenario Bonaviri. Pirandello e Quasimodo sono stati persino insigniti del nobel per la let­teratura. Data la loro notorietà e la loro capacità di farsi com­prendere da lettori sparsi in tutto il mondo, di diverse nazionalità e perciò di differenti attese e sensibilità culturali – il teatro di Pirandello, per esempio, si recita anche al Cairo in arabo -, il fatto che essi siano siciliani potrebbe essere registrato come un mero da­to anagrafico, irrilevante per la loro tutt’altro che provinciale for­mazione intellettuale ed artistica. E, soprattutto, non sempre ri­levabile nei loro racconti o nei loro versi, talvolta ambientati in contesti geografici più neutri o destinati ad orizzonti antropolo­gici più generici e generali rispetto all’Isola mediterranea in cui pu­re hanno trascorso gran parte – ma non tutta e, alcuni, non la mi­glior parte – della loro vita.

Eppure il loro esser-siciliani non si riduce mai ad una nota di colore che adorna o macchia semplicemente le loro pagine. Il lo­ro essere nati in Sicilia o da famiglia siciliana, l’avervi trascorso se non l’intera vita almeno gli anni dell’adolescenza e della prima gio­ventù o della vecchiaia, l’avervi soggiornato lungamente o anche soltanto periodicamente, si radica in un atteggiamento intellet­tuale di fondo. Più profondo rispetto alla dimensione anagrafica o etnica. L’esser-siciliani significa per loro ereditare modi antichi o di pensare il mondo a partire dalla Sicilia. E in vista di essa. Di sco­prire la vita, le sue forme, i suoi significati, le sue potenzialità e le sue aporie, sempre a partire dalla Sicilia. E sempre in riferimento ad essa. Non semplicemente la Sicilia in cui essi vivono più o me­no stabilmente; ma piuttosto la Sicilia che sopravvive dentro di lo­ro e che si portano appresso, come una cartina al tornasole me­diante cui valutare ogni altra loro esperienza di cosmopoliti.

Il mondo, del resto, nella prospettiva siciliana è come il mare degli eroi greci. O come il deserto dei beduini arabi. Con le sue ter­ribili onde e con le sue dune ingannatrici. E, nel mondo, la Sici­lia è scoglio ed oasi. Troppo asfittica perché lo scrittore vi trovi uno spazio tutto proprio, su cui attecchire, in cui prosperare. Ma pu­re troppo lontana e troppo diversa da ogni altra terraferma per non sentirne, dopo averla lasciata, la nostalgia. Sono questa lontanan­za e questa alterità — diffidenza verso i miraggi della modernizza-zione tecnocratica e ricerca di una traccia umanistica nella mo­dernità – che specificano la letteratura contemporanea prodotta dagli autori di origine siciliana. A tal punto che questi finiscono per proporsi come i testimoni tanto estrosi quanto pensosi di quello che è stato efficacemente chiamato da Franco Cassano il «pensiero meridiano»: un modo di ragionare – raziocinare, avreb­be detto Pirandello — con la passione e sulla passione del Sud me­diterraneo. Il cui ombelico è la Sicilia, appunto. Un pensiero volutamente più lento di quello in forza di cui si sviluppa l’odierna civiltà industriale, cioè più pacato, meno frenetico, meno calco­lante per dirla con Heidegger, più meditante e perciò costitutiva­mente poetico. Ma non per questo incapace di concentrarsi rea­listicamente sugli aspetti più problematici – e dunque più im­portanti — dell’esistenza umana. E sulle domande radicali che al­trove, nel resto d’Europa, di solito si sono posti e si pongono i fi­losofi: sul perché del vivere e del morire, sulla sete umana di verità e di giustizia, sulle meschine debolezze del potere, sul confronto tra Dio e il dolore innocente, sulla destinazione ultima e vera dell’uomo. Si tratta, per dirla con Bartolo Cattafi, di decifrare l’u­niverso, di capire se esso sia cosmo o caos, salute oppure metasta­si, come ripetutamente si chiedeva anche Gesualdo Bufalino. E di ripensare ogni questione — non solo quella teologica, come pure capitava allo stesso Bufalino — sub specie typographica, al modo degli scrittori appunto, per scoprire finalmente se ciò che l’uomo spe­rimenta e incontra nella propria esistenza sia definitivo o effime­ro, giusto, sbagliato o semplicemente illusorio: un punto, una virgola, al limite un punto interrogativo, ovvero un refuso o uno spazio bianco.

Proprio per decodificare l’indole interrogante della letteratura siciliana novecentesca, per cogliere le domande che più vi ricor­rono, per interpretare le risposte che le domande stesse evocano e invocano a volte ancora e soltanto implicitamente, il «Centro per lo studio della storia e della cultura di Sicilia», espressione della col­laborazione culturale tra la Facoltà teologica di Sicilia e l’Arci-confraternita Santa Maria Odigitria dei Siciliani, ha organizzato, presso la sede romana dell’Istituto Luigi Sturzo, il 21-22 maggio 2003, un convegno intitolato Scrittori siciliani del Novecento e do­mande radicali. Si è trattato della prosecuzione di una ricerca ini­ziata già nel gennaio 2002, con un analogo convegno dedicato al­l’ascolto degli interrogativi radicali nella produzione letteraria di al­cuni autori siciliani: Pirandello, Rosso di San Secondo, Tornasi di Lampedusa, Brancati, Quasimodo, Bufalino, Mignosi, Angelina Lanza Damiani, D’Arrigo, Sciascia e, tra i viventi, Bonaviri, Lau-retta, Battaglia, Scaldati. Di quel primo convegno sono stati già pubblicati gli atti nella stessa collana sciasciana in cui appare il pre­sente volume.

Il convegno di quest’anno, ancora una volta organizzato dalla Facoltà teologica di Sicilia, ha mantenuto lo stesso intento. Che non è di avallare un’interpretazione credente dei letterati siciliani del Novecento e delle loro domande radicali, non sempre e non ne­cessariamente coincidenti con le istanze di carattere religioso, ben­ché sia proprio nell’ambito religioso che – come ha scritto Gio­vanni Paolo II nella sua Lettera agli artisti del 1999 — «si pongono le domande personali più importanti e si cercano le risposte esi­stenziali definitive». E neppure se ne vuole accreditare un’inter­pretazione laica. Ma piuttosto se ne tenta una lettura pluralistica. Pluralistica in un duplice senso: sia per valorizzare dialogicamen­te la pluralità delle ermeneutiche, per farle diventare capaci di in­contrarsi, di incrociarsi, di confrontarsi, pur criticamente; di dia-logare, insomma. Sia per stimolare il lettore laico a ipotizzarsi cre­dente e il lettore credente a ipotizzarsi laico, al fine di valutare la “qualità interrogante” della letteratura siciliana senza pre-comprensioni esasperate ed esclusivistiche, e dunque senza pregiudizi. Ecco perché a parlare degli scrittori siciliani del Novecento si so­no ritrovati insieme studiosi di teologia, docenti della Facoltà teo­logica di Sicilia e di altri centri accademici teologici dell’Isola, e stu­diosi di letteratura, critici, saggisti e docenti di varie università, ro­mane e siciliane.

Dall’insieme dei loro contributi, raccolti in questo volume, viene ribadita la peculiare problematicità della letteratura siciliana del Novecento, percorsa da importanti tematiche come l’antira-zionalistico tentativo d’interpretare il mondo al di là delle sue ap­parenze che si ritrova nella poesia di Bartolo Cattafì, come il dram­matico confronto tra opposte ideologie politiche, e tra certezza e dubbio, tra logica e sentimento nelle pagine di Giuseppe Antonio Borgese, come l’autodialettico e agonico psicodramma tra fede e follia, tra eresia e scandalo negli scritti di Angelo Fiore e di Lucio Piccolo, come la valorizzazione della sofferenza inerme e della sua umana dignità nell’opera di Elio Vittorini, come la ricerca grotte­scamente ironica o naturalmente religiosa del senso della vita ri­spettivamente in Francesco Lanza e in Nino Savarese, come il ri­cordo struggente di una felicità malintesa e perduta nei racconti brevi di Èrcole Patti, come il nichilismo esistenziale di Sebastiano Addamo e la connessa riflessione sulla feriale prolissità della mor­te, la quale a tutti ricorda continuamente la sua ineludibile pro­messa anticipandosi in mille dolorose premesse. O, nel caso di au­tori ancora viventi, come il dramma dell’emigrazione — forma proletaria del viaggio d’espatrio inevitabile però, in Sicilia, anche agli intellettuali – vissuto da tante generazioni di braccianti siciliani e ben tematizzato nella poesia cronachistica e popolare di Stefano Vilardo, come l’impegno pubblico nella cultura di un intellettua­le letterato qual è Vincenzo Consolo, come la resistenza-resa alle melliflue violenze del vivere quotidiano di cui metafora eloquen­te è il mutismo della giovane Marianna Ucrìa raccontata da Dacia Maraini, come il degrado sociale coniugato all’angoscia esistenziale che emergono ancora nella narrativa di scrittori emergenti quali

Gianni Riotta, Giosué Calaciura e Roberto Alajmo. Questi scrit­tori, insieme a quelli trattati già nel precedente convegno a cui s’è accennato sopra, rappresentano gran parte della letteratura siciliana novecentesca, anche se ancora rimangono da studiare numerosi al­tri autori, da Maria Messina a Carmelo Samonà, da Fortunato Pasqualino a Melo Freni, anch’essi molto interessanti dal punto di vi­sta delle cosiddette domande radicali.

Più d’ogni altra caratteristica di tipo estetico-formale, quel che davvero caratterizza la letteratura siciliana contemporanea è, difatti, l’inclinazione ad indugiare e ad attardarsi su ciò che nella vita del­l’uomo costituisce problema. Per chiederne conto e ragione. Tra­gicamente, e tuttavia non tristemente, come afferma a mo’ di con­clusione del volume Marco Guzzi, l’unico non-siciliano tra gli studiosi che qui scrivono sulla letteratura siciliana.

Massimo Naro

Indice generale

Introduzione

Lia Fava Guzzetta

Dalle domande della scrittura alle domande sulla scrittura.

La coscienza letteraria dei siciliani

Rino La Delfa

«Come una piuma bianca in un gorgo buio e senza fondo».

Francesco Lanza e l’ironia poetica del grottesco

1. Interrogare la fantasia

2. Il mondo poetico di Lanza

3. Paesaggio e poesia

4. La visione cristiana della vita denudata della formalità sacrale

5. La frontiera della morte

6. Conclusione

Maria Trigila

Nino Savarese tra ricerca di senso e dimensione religiosa

1. Cantare un pensiero inappagato

2. Un trittico di significati esistenziali: il tempo, la vita, il dolore

2.1. Il tempo interiore della coscienza

2.2. \latelier della vita

2.3. Il dolore come ricerca della verità eterna

3. Una dimensione religiosa striata di pessimismo

3.1. I motivi religiosi ne //capopopolo

3.2. La dimensione religiosa come habitus: tre livelli

5.Conclusione

Ida Rampolla del Tindaro

La malattia di vivere « nel Rubé di Giuseppe Antonio Borgese

Maurizio Aliotta

L’io estraneo. La “conversazione”di Elio Vittorini sulla malattia

1. Per una lettura “pregiudiziale” della letteratura

2. Il contesto letterario: il viaggio come metafora della vita

3. Il contesto antropologico

4. Conclusione

Filippo Santi Cucinotta Lucio Piccolo, «un osso troppo duro»

1. Esistenza e scrittura

2. Elementi per un profilo biografico

2.1. Decadono i pianeti e finiscono le famiglie

4. Tra domande radicali e risposte inquietanti

4.1. Le domande a Lucio Piccolo

4.2. Le domande di Lucio Piccolo

5. Conclusione

Italo Spada

Èrcole Patti alla ricerca della felicità perduta

1. La felicità perduta nelle pagine del Diario siciliano

2. La felicità nella comunità

3. La felicità nella roba

4. La felicità nella natura

5. La felicità nel ricordo

2.2. Tra un «Vecchiaccio», una «Gatta» assassina e un «Mostro»

3. La produzione

Antonio Spadaro

Dall’altra parte il vero disegno. La poesia di Bartolo Cattafi

1. Interrogarsi poetando

2. Una vocazione poetica

3. Le mosche del meriggio

4. L’osso, l’anima

5. L’aria secca del fuoco

6. La discesa al trono e Marzo e le sue idi

7. L’allodola ottobrina

8. Nell’Oltre la risposta radicale

Antonio Di Grado

Tutto e grazia. Angelo Fiore tra fede e follia

Massimo Naro

Tutto rotola. L’annichilimento della vita

nella scrittura di Sebastiano Addamo

1. Una scrittura ad alto tasso filosofico

2. Vecchie e nuove domande

3. Sorprendersi dell’uomo

4. Il tizio che non c’è

5. La disponibilità al niente

6. Conclusione

Salvatore Privitera

Stefano Vilardo: il diario collettivo

di sfortunate memorie personali

1. Un diario collettivo di memorie personali

2. La triste memoria della propria sfortuna

3. La triste memoria della propria onestà

4. La povera lingua colorata della memoria collettiva

5. Le dolorose tematiche di una triste memoria

6. La schizofrenia geografica della memoria

7. Il mestiere dell’emigrato

8. Le trazzere siciliane come metafora

Giuseppe Bellia

L’obliquo percorso della memoria.

La scrittura di Vincenzo Consolo tra storia, ritualità e sdegno

1. Della radicalità e dell’episteme

2. La ricerca estetica come impegno etico

3. Il recupero rischioso della memoria

4. La ferita di tutti e di sempre

5. Per concludere

6. E per continuare

Cosimo Scordato Marianna, un corpo senza parola.

L’amata scrittura di Dacia Maraini

1. L’intreccio tra istanza letteraria e istanza socio-antropologica

2. La letteratura: dare la parola al corpo e dare un corpo alla parola

3. Il corpo della storia e la storia del corpo

4. Marianna, un corpo senza parola

4.1. Restare senza parole: apofatismo dinanzi

all’indecenza umana

4.2. La parola scritta alla ricerca del corpo perduto

4.3. Se la Parola si fa carne e la carne è abitata dalla Parola

5. Conclusione

Salvatore Feruta

danni Riotta, Roberto Alajmo, Giosué Calaciura:

la recente narrativa siciliana contemporanea

tra inquietudine e nichilismo imperante

1. Pensiero meridiano nella recente narrativa siciliana

2. La geenna meridionale di Calaciura

3. La scrittura provocatoria più che interrogante di Alajmo

4. Pastoie storiche e nostalgia metafisica nelle pagine di Riotta

Indice generale

Marco Guzzi

Per una poetica della gioia

1. L’eredità poetica del XX secolo

2. Quattro tesori per ridare inizio al mondo

2.1. L’annuncio

2.2. Il rinnovamento

2.3. La morte come porta aperta

2.4. La gioia

3. Conclusione

Indice dei nomi di persona

Maurizio Aliotta, Studio teologico “San Paolo”, Catania; Giuseppe Bellia, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Filippo Santi Cucinotta, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; ANTONIO Di Grado, Università di Catania; LlA FAVA GUZZETTA, Lumsa, Roma; SALVATORE FERUTA, criti­co letterario, Palermo; MARCO Guzzi, poeta e saggista, Roma; RlNO La Delfa, Facoltà teologi­ca di Sicilia, Palermo; MASSIMO Naro, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; SALVATORE PRTVITERA, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Ida Rampolla DEL TlNDARO, critico letterario, Palermo; COSIMO SCORDATO, Facoltà teologica di Sicilia, Palermo; Italo Spada, Pontifìcia Università “Seraphicum”, Roma; ANTONIO Spadaro, scrittore de “La Civiltà Cattolica”, Roma; Maria TRIGILA, Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium”, Roma.

CONVEGNO SUL TRATTAMENTO DELLA TOSSICODIPENDENZA in AFRICA.

vsorce.jpgsolidar4.jpgsolidar2.jpgricordo_mons_naro.jpg

Casa Famiglia Rosetta – Dipartimento di Stato USA

Training on Drug Abuse Treatment: parte la formazione al trattamento della tossicodipendenza in favore di cinque Paesi Africani

droga-3.jpgdroga-2.jpgdroga-1.jpg


A seguito dell’accordo siglato il 30 ottobre 2007 tra il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, l’Associazione Casa Famiglia Rosetta e la Social Solutions Inc., prende l’avvio il prossimo sei aprile l’attività formativa dal titolo “Training On Drug Abuse Treatment articolata in due sessioni, in favore di operatori alle tossicodipendenze provenienti da cinque Paesi africani.

Il nuovo progetto formativo vede ancora una volta Casa Famiglia Rosetta nella veste di Ente Attuatore e partner dell’INL (International Narcotics and Law Enforcement Affairs), settore del Dipartimento di Stato USA che si occupa di prevenzione, trattamento e contrasto dell’uso di sostanze in tutto il mondo.

L’attività formativa prevista si configura come naturale prosieguo del “Forum for Africa” sulla prevenzione e cura dell’AIDS che l’Associazione organizzò e condusse a Palermo nel Maggio 2006, al quale parteciparono delegazioni provenienti da Angola, Benin, Botswana, Costa d’Avorio, Kenya, Mozambico, Namibia, Nigeria, Tanzania.

Ma essa è anche il risultato dell’esperienza maturata da Casa Famiglia Rosetta sin dagli anni ’90, quando lo stesso Dipartimento di Stato USA e l’ONU affidarono all’Associazione il compito di formare centinaia di operatori alle tossicodipendenze provenienti da Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Russia, Bielorussia e Moldavia.

Dunque, una collaborazione di successo che continua, e che in questi anni ha visto Casa Rosetta restituire alla Sicilia, crocevia del Mediterraneo e porta naturale verso l’Africa e l’Est Europeo, il suo ruolo centrale nella diffusione della cultura, del sostegno e dei servizi in favore delle popolazioni in via di sviluppo.

Le attività formative del nuovo progetto saranno rivolte a 22 partecipanti provenienti dai seguenti Paesi: Costa d’Avorio, Kenya, Mozambico, Nigeria, Tanzania, che apprenderanno tecniche e metodi terapeutici per il trattamento della tossicodipendenza secondo il modello proposto presso le strutture dell’Associazione.

Casa Rosetta ha selezionato i candidati, predisposto il piano formativo, individuato i docenti formatori e fornirà assistenza e supporto logistico presso il suo Centro di Formazione “Istituto S. Pio X” a Partinico.

Il Training, la cui cerimonia ufficiale di apertura si svolgerà lunedì 7 Aprile alle ore 9.00, sarà articolato in quattro settimane: la prima sessione si svolgerà dal 6 al 20 Aprile, la seconda dall’11 al 25 maggio.

Tutti i candidati, perlopiù medici, psicologi, psichiatri, sono stati selezionati sulla scorta dei curricula e delle competenze professionali, provengono da strutture socio-sanitarie pubbliche e private dei rispettivi Paesi e costituiscono una vera e propria risorsa da potenziare e valorizzare in vista dell’implementazione di efficaci politiche di contrasto all’uso di sostanze nel continente africano.

I docenti formatori provengono da tutti gli Enti coinvolti nel progetto nonché dall’ambiente Universitario e dalla Sanità Pubblica: Gilberto Gerra e Stefano Berterame dall’ONU, Jenny Karp, Susanna Nemes e Derrick Crim dalla Social Solutions Inc., Don Vincenzo Sorce, Presidente di Casa Rosetta, Daniele La Barbera, psichiatra e docente presso il Policlinico Universitario di Palermo, Salvino Leone, medico e Presidente dell’Istituto Siciliano di Bioetica, Giuseppe Lombardo, Psicologo e responsabile dell’Unità Operativa di Educazione alla Salute dell’ASL 2 di Caltanissetta, Umberto Nizzoli, Psicologo, Responsabile del Programma di Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’ASL di Reggio Emilia, Fabiola Safonte, esperta in Statistica e docente LUMSA.

Inoltre, una nutrita schiera di operatori del settore tossicodipendenze dell’Associazione si occuperà di trattare temi e modelli di trattamento.

Com’è evidente, un impegno significativo di aiuto concreto a Paesi presso i quali il problema della dipendenza da sostanze e della diffusione dell’AIDS è divenuto un allarme sociale sempre più incalzante. Paesi che, a tutt’oggi, non dispongono di adeguati strumenti e idonee risorse a contrasto dell’uso di droghe.

Ancora una volta, dunque, è l’Africa il nuovo orizzonte di Casa Famiglia Rosetta.

Un orizzonte verso il quale Don Sorce ha iniziato a scorgere un nuovo sentiero di servizio, una chiamata missionaria, già alcuni anni fa, quando non esitò a dare la disponibilità dell’Associazione perché venissero accolti a Caltanissetta bambini disabili, insieme alle loro famiglie, provenienti dalla Libia e bisognevoli di essere sottoposti a trattamento riabilitativo.

Successivamente, fu la volta del Progetto di formazione per venti operatori alle tossicodipendenze, condotto con sessioni in Sicilia e in Libia, in collaborazione con la Gheddafi Foundation, la Caritas Internazionale, l’ENI.

Ancora, nel novembre 2006, lo stesso Don Sorce, accompagnò una delegazione di medici specialisti e psicologi di Casa Rosetta chiamati a partecipare in veste di relatori alla 5° Conferenza Pediatrica annuale svoltasi a Tripoli.

E non bisogna dimenticare il piccolo grande progetto che da tre anni Casa Rosetta ha istituito a Tanga, in Tanzania: venti bambini sieropositivi o ammalati di aids vivono ormai stabilmente nella “Casa delle Speranze” intitolata a Mons, Cataldo Naro, mentre più di cento adolescenti e giovani del territorio circostante sono assistiti sono il profilo sanitario, dei bisogni di base, dell’alimentazione e anche dell’istruzione, grazie ad un progetto di adozione a distanza.

Africa: un nuovo fronte di servizio, una nuova avventura in risposta ai più deboli.