Sorprendersi dell’Uomo.Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura.

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Don Massimo Naro,giovane teologo della chiesa nissena,direttore del Centro Studi “A.Cammarata” di San Cataldo e docente presso la Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo,si propone con un nuovo ed interessante lavoro dal titolo:”Sorprendersi dell’Uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura”,edito dalla Cittadella editrice. I saggi raccolti in questo nuovo volume si propongono di attenzionare,in chiave teologica e ateologica,le domande radicali della letteratura contemporanea in relazione al senso dell’esistenza umana. Il libro raduna saggi dedicati a poeti e narratori che hanno cercato delle risposte alle cosi dette domande radicali. Nella presentazione al testo il Prof.Giulio Ferroni, docente alla Sapienza di Roma,dice che la “radicalità di queste domande è data proprio dal loro essere semplici,dal loro chiamare in causa l’esperienza di tutti quelli che vivono”.Interrogativi semplici, ma al contempo ultimativi, che vertono su questioni forti quali il perché “del vivere e del morire,sulla sete umana di verità e di giustizia,sulla meschine debolezze del potere,sul confronto tra Dio e il dolore innocente,sulla destinazione ultima e vera dell’uomo”.La tesi di fondo sostenuta dall’Autore è la seguente:”la letteratura,sia quella che parteggia per Dio sia quella che grida contro Dio,la letteratura esplicitamente religiosa ma anche quella ateologica,mostra di non poter rimanere senza Dio. Diventa, insomma, un discorso in cui Dio non è nominato esplicitamente e però rimane altrimenti invocato. Così la letteratura e le sue parole rinviano ad un orizzonte-altro, a cui l’uomo non può smettere di anelare”.Per dimostrare ciò,Naro interpella autori noti e meno noti della letteratura dell’otto-novecento che possono essere iscritti,a vario titolo,in ciò che l’autore definisce letteratura “meridiana”:ossia ciò che altrove è stato fatto da filosofi,soprattutto in Sicilia,è stato fatto da letterati.La lettura che Divo Barsotti fa di Leopardi  e quest’ultimo come testimone  della crisi spirituale moderna. La natura poetica della verità,ossia le questioni radicali nella scrittura letteraria dell’inglese John Henry Newman, probabilmente la vetta assoluta del pensiero cattolico post rivoluzione francese. Nato anglicano e convertitosi al cattolicesimo sino a diventare cardinale,Newman è un singolare miscuglio di teologia e letteratura. Per l’autore inglese,Don Massimo parla di autentica “poesia del pensiero” capace di esprimere nelle sue opere “un orizzonte misterioso sorprendentemente presagito oltre che acutamente interpretato,suggestivamente immaginato,ma anche lucidamente interpretato”.A fare da apri pista per gli autori siciliani è Pirandello con le sue  lanterninosofie,facendo reagire le dichiarazioni di fede dello scrittore isolano (“sento e penso Dio in tutto ciò che penso e sento”)con il suo pensiero scettico o di conclamato agnosticismo,lambendo in certi casi l’azzeramento di ogni fede. Prosegue con la  scrittrice, mistica palermitana, Angelina Lanza Damiani,prendendo in considerazione “la terza interpretazione della vita”.Le tematiche della tanatofilia e della tanatofobia,per dirla con Bufalino, attraversano il pensiero poetico siciliano e l’opera dello scrittore ateologo  Sebastiano Addamo e la verità insultante di Pippo Fava,ucciso da Cosa Nostra. L’Italia umile di Carlo Levi  e la poetica profetica di Mario Pomilio. Le domande radicali non si limitano alla sfera esistenziale e religiosa ma sfidano la stessa modernità facendo i conti con il “disinganno cosmico e religioso”,scrive Naro,che l’epoca moderna impone con prepotenza. Due interessanti capitoli conclusivi sono dedicati alla Bibbia come codice della cultura occidentale  e alla Bibbia musiva presente nei mosaici del duomo di Monreale riletta dal poeta Davide Maria Turoldo e dal teologo Romano Guardini.Scrive Naro “Per Turoldo il duomo di Monreale è un «Eden dell’Arte» e i suoi mosaici sono un «mirabile tesoro» che il popolo di Sicilia ha la responsabilità di «custodire» in forza di una vocazione consegnatagli attraverso una storia ormai plurisecolare e nonostante le ombre negative che smorzano lo splendore di questa stessa lunga e grandiosa storia. Si tratta certamente di una vocazione culturale. Ma non solo: il popolo di cui parla il poeta ha, in questi versi, un profilo ecclesiale e perciò la sua vocazione ha anche una ineliminabile qualità cristiana, dipendente proprio dal suo rapporto con il duomo e, nel duomo, con la Parola di Dio che riecheggia figurativamente nei mosaici. La «grazia» e la «virtù» di questo popolo, la sua nobiltà regale più forte di ogni pur suo infamante «crimine», consistono nel suo stare dentro la reggia – che è appunto la basilica costruita nel XII secolo da re Guglielmo II – e nel leggere, dentro la reggia, dentro la basilica, «le storie di Dio» che vi sono raffigurate su uno sfondo immenso di «pietruzze d’oro».

Guardini,scrive Naro, giunse a Monreale nel pomeriggio del giovedì santo del 1929, mentre vi si stava svolgendo la celebrazione liturgica in coena Domini, e vi ritornò il sabato santo, per la messa pasquale. E perciò ebbe la provvidenziale opportunità di vederne lo splendore artistico non nella sua immobilità e intangibilità museale – come di solito accade al turista che vi si reca semplicemente come tale – bensì rivitalizzato dall’azione liturgica alla quale, sin dalla sua costruzione, era stato destinato. Guardini, dunque, non si limitò a visitare il duomo di Monreale. Più radicalmente: lo visse, ne fece esperienza. Percependolo non come cornice materiale ma come parte integrante di un mistero vivente, in cui – per il suo carattere metastorico – ugualmente sono coinvolti gli uomini di oggi insieme a quelli che li hanno preceduti ieri e che hanno loro tramandato il testimone della fede. I profeti biblici e i santi raffigurati negli immensi mosaici monrealesi sembrarono animarsi agli occhi di Guardini, risvegliati dal fruscio dei paramenti sacri e dai canti dell’assemblea, coinvolti nei ritmi della celebrazione, aggregati alla preghiera del vescovo e dei suoi assistenti. Ma, soprattutto, interpellati dallo sguardo dei fedeli, sguardo di contemplazione attraverso cui il mistero si lasciava raggiungere e si rendeva di nuovo presente. Ciò che colpì maggiormente Guardini, secondo la sua stessa testimonianza, fu appunto lo sguardo orante della gente riunita dentro il duomo. «Tutti vivevano nello sguardo» (Alle lebten im Blick), tutti erano protesi a contemplare, scrive affascinato Guardini, intuendo il valore metafisico di quel contemplare: quegli uomini e quelle donne, vivono – più assolutamente: sono – in quanto guardano, vivono e sono perché spalancano i loro occhi sul mistero.

Infine,l’immagine messa in copertina è tratta da una rivista tedesca, negli anni trenta, i terribili anni del nazismo, diretta da Romano Guardini (la rivista si intitolava “Die Schildgenossen”, che significa “gli scudieri”, i portatori di scudo…). L’immagine fu disegnata da Desiderius Lenz, e vuole indicare il modello dell’uomo nuovo, secondo una visione cristianamente ispirata, che la rivista si proponeva di propugnare tra i suoi lettori, docenti e studenti universitari anti-nazisti. Difatti il titolo dell’immagine è “Kanon des menschlichen Kopfes” (Canone del Capo umano, o del Volto umano).

M.Naro,Sorprendersi dell’Uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura,Cittadella Editrice,pp.392,euro 22,80.

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Un mese dedicato alla faccia delle donne.

Contro la sterilità imperante. Dopo anni di maschilizzazione liberal

Onan è la pietra di paragone dell’indignazione. Disperde il proprio seme in terra piuttosto che inseminare la donna. Musil è la pietrificazione del risentimento. Disperde il proprio seme in ogni donna perché non vuole più perdonare la terra («non potrei più guardare una donna allo stesso modo se sapessi che è stata inseminata da un altro uomo»). Sade è puro e semplice onanismo assistito. Il razionalismo, come diceva il vecchio Diderot alla vista delle passeggiatrici, del «sono le idee le mie puttane». Altra forma di dispersione del seme (oltre che di anestesia, o privazione dell’estasi) è, per esempio, il “savianesimo”. Il quale rinvia all’efebìa ateniese. Efebo, “recluta”, l’adolescente a cui era richiesta una esibizione pubblica di adesione agli ideali della polis. Nella attuale variante trombona italiana, la prova pubblica di efebìa è il reclutamento antimafia (vedi in proposito la recente messa alla scuola di giornalismo di Perugia cantata da Avatar Al Gore e dal Tristano di Gomorra di famosa e delicata peluria; o si veda il rito mediatico officiato intorno all’albero di Falcone profanato e orbato dai disegni dei bambini antimafia).
Diversamente da questo maschilismo imperante – questo maschilismo che si esprime nelle narrazioni giornalistiche e nell’intrattenimento televisivo come seme disperso, risentimento, efebìa – Tempi rimane persuaso che tutto (nell’economia come nello spettacolo) e tutti (anche i leader dei partiti e quelli di Chiesa) starebbero meglio (e di conseguenza anche noi persone in società) se vi fosse occasione di lasciarsi educare dal talento femminile. Che, come scrisse Cesare Pavese, «è un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso». Nasce di qui l’idea di dedicare un maggio alla “faccia delle donne”. Non un’evasione civettuola dalla cronaca cicisbea (per esempio, non può essere che anche il siparietto, pericoloso per l’Italia, tra Fini e Berlusconi, abbia radici maschiliste?), ma un diverso abitare la cronaca. Tant’è che l’idea ci è venuta dalla solida provocazione della nostra amica Susanna Tamaro. Che dopo averci fatto l’onore di una visita in redazione, si è esibita sul Corriere della Sera in un bel tuffo nel femminismo italiano d’antan, riguardato dall’autrice di Anima mundi come “fallimento” (diverso, e forse meritorio di un’altra crime scene investigation, il caso del femminismo virago che ha messo radici in Nordeuropa e Nordamerica). Non staremo qui a discutere le tesi di Susanna (per altro già dibattute dagli interventi della Comencini, Rodotà e Terragni). Ma partendo da lei, prendendo le mosse da una questione che sembrava perduta nelle rughe de “l’utero è mio”, riprenderemo in chiave di grimaldello, di lettura dell’attualità, l’intuizione secondo cui «la donna concilia l’uomo e se stessa col mondo» (Pavese). Per esempio: come si concilia (si concilia?) la donna con il “manipulitismo”, cioè con quella forma di violento onanismo che a fronte delle continue “perdite” del reale, persegue la purità cercando di imporre (alle donne, alla politica, alle imprese, al calcio, alla Chiesa, eccetera) sistemi sempre più pazzeschi – o come li chiamano loro, “perfetti” – di purificazione e abluzione?
Proveremo a sondare il lato femminile della cronaca e a fare un mese di giornale femminile. Nonché – e questo è il punto – proveremo a capire se è proprio questo il lato della vicenda umana che decide di personalità e società aperta o chiusa; di giustizia matrigna o misericordiosa; di bellezza chirurgica-preservativa o di “cara Beltà-freschezza più cara” (e dire che Leopardi era un “materialista”, e dire che Gerald Manley Hopkins era un gesuita!). Insomma, poiché il tratto essenziale del femminile sulla terra non è il fatto che la donna dia la vita (è infatti possibile, in un futuro, che si avveri quella tremenda e schifosa cosa prometeica che è la riproduzione per via completamente artificiale) ma è l’atteggiamento originale insito nel suo dare la vita e, soprattutto, insito nella vita stessa (perfino Eugenio Scalfari sarà stato quell’urlo in utero, poi lo stupore di cose fuori di sé, poi lo stupore di sé, insomma il bambino che domanda e non chiude mai la porta al mondo), cercheremo la biblica “costola dell’uomo”. Che come ha notato il grande storico Jacques Le Goff è tutt’altro che la prima affermazione di un maschilismo ancestrale. Ma è la prima parola di uguaglianza uomo-donna che sia risuonata nella storia. Parola di liberazione, precisa l’agnostico Le Goff, quando tutte, ma proprio tutte, le radici non giudeo-cristiane del mondo (compresa l’attuale, liberal, occidentale, Homo Sapiens New York Times, come ci spiega in questo numero Irene Vilar) erano state e restano saldamente maschiliste.

http://www.tempi.it/editoriale/008950-un-mese-dedicato-alla-faccia-delle-donne-dopo-anni-di-maschilizzazione-liberal

Spagna:aborti con lo sconto!!!


Spagna, ora si offrono aborti con lo sconto

Quindici per cento di sconto su elettrodomestici, armadi a muro e aria condizionata; 20% su occhiali e lenti a contatto; 15% su manicure e pedicure e 20% per le interruzioni volontarie della gravidanza.
Sconti per abortire. Non è un macabro scherzo e neppure un errore. Nella lista dei servizi offerti da negozi e aziende private – convenzionati con la regione Andalusia – c’è anche l’aborto.
Una clinica di Almeria e un istituto di Siviglia offrono prezzi speciali per le ragazze che presenteranno il Carnet Joven: una “Carta Giovane” promossa dall’Istituto Andaluso della Gioventù, dipendente dal governo della regione.
«Usala per tutto», è lo slogan della tessera: apparentemente una fidelity card come tante altre in Europa (il modello è l’European Youth Card, recentemente estesa fino ai 30 anni). Ma in Andalusia sono andati ben oltre: nell’elenco dei servizi convenzion ati – accanto all’autoscuola, alle librerie e ai negozi di abbigliamento – ci sono anche le interruzioni volontarie di gravidanza.
La vicenda – denunciata dal quotidiano Abc – ha sollevato una valanga di polemiche in Spagna. La commercializzazione dell’aborto è esplicita. Gli sconti proposti da una clinica sivigliana, ad esempio, riguardano «visite e servizi diretti all’interruzione volontaria della gravidanza, ecografia, servizi di pianificazione familiare, visite ginecologiche, vasectomia» e altro.
I responsabili dell’istituto sivigliano non hanno smentito l’informazione, al contrario: fonti della clinica assicurano che esiste una regolare convenzione con la previdenza sociale e che è uno sconto come tanti altri, «come quelli che trova un ragazzo quando vuole andare al cinema, al teatro, o questo tipo di cose». Il 10% di riduzione viene applicato ai proprietari della Carta Giovane anche da alcune farmacie sui medicinali: s! econdo i l giornale Abc questo potrebbe riguardare pure la “pillola del giorno dopo”, che in Spagna può essere acquistata liberamente senza ricetta medica.
La polemica esplode in un momento critico: la riforma dell’aborto voluta dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero – approvata dal Senato a febbraio – entrerà in vigore fra pochi mesi. La nuova legge – che liberalizza l’aborto fino alla 14esima settimana di gestazione – permette alle minorenni di 16 e 17 anni di interrompere la gravidanza senza l’autorizzazione dei genitori. «L’ideologia del signor Zapatero non prevede una politica della salute per la donna, bensì una politica commerciale per l’industria abortista» è la denuncia della dottoressa Gador Joya, portavoce della piattaforma pro-life Diritto di vivere (Dav). Gli sconti «non possono sorprendere nessuno. È perfettamente coerente con il process o di imposizione della legge abortista più radicale d’Europa».
Per il direttore della Fondazione Vita, Manuel Cruz, è un problema di «banalizzazione» dell’aborto: «È vergognoso che si accompagnino praticamente per mano le donne ad uccidere un innocente, sovvenzionando delle imprese private, invece di usare quei fondi per aiutare le madri e lottare contro la crisi». Cruz accusa il governo andaluso (guidato dal Partito socialista, come l’esecutivo centrale) di «spingere la donna verso l’aborto senza riflettere, come se fosse un gioco», promuovendo un’«irresponsabilità sessuale» che rischia di trasformare l’interruzione della gravidanza in un metodo contraccettivo in più.
Michela Coricelli
avvenire.it
10 Aprile 2010

Ci sono idee che possono trovare condivisioni o bocciature clamorose, perché dipendono dalla sensibilità personale, dalla cultura acquisita, dall’ambiente che si è frequentato, dall’esperienza o dal naturale disincanto di fronte agli uomini e alle cose.
Ci sono poi valori non negoziabili, ovvero capisaldi nella nostra esistenza quotidiana, fattori imprescindibili dal nostro essere e dal nostro operare perché parte integrante della nostra storia. Uno di questi valori è il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale.
Negare ciò è assurdo e inconcepibile. Negare che il diritto alla vita (dal concepimento alla morte naturale) sia un valore non negoziabile è un controsenso per chi la vita l’ha ricevuta.
Come può un uomo negare la vita ad un altro uomo? Può non accoglierlo, può stabilire di non curarsi di lui, magari perché e un diversamente abile, o perché non ha risorse per farlo, o perché è frutto di una violenza subita, o anche perché semplicemente necessita di tempo e amore che si sceglie di non dare.
Al di la dell’abito che si è deciso di indossare in società, del suo colore e della sua fattura, c’è una consistenza intrinseca all’uomo che non si può trascurare: anche lo spirito più libero e laico, prima o poi, deve fare i conti con se stesso.
Nel corso della passata campagna elettorale sono venute fuori posizioni ideali forti e coraggiose, che, se non hanno trovato immediato riscontro nell’elettorato (per la logica del ‘voto utile’? per posizioni ideologiche incancrenite?) hanno tuttavia smosso numerose coscienze e, soprattutto, hanno portato alla luce un numero incredibile di persone che ancora credono nel valore della vita, nella forza della famiglia, in una società più matura e consapevole.
Proponiamo in queste pagine i contributi più significativi che sono emersi sulla stampa negli ultimi due mesi. Vogliamo suscitare reazioni finalizzate ad un dibattito costruttivo con quanti avranno voglia di misurarsi con temi come questi.
L’auspicio è offrire al dibattito politico attuale temi forti a favore della persona. L’auspicio è che le fila di persone convinte che valga la pena di lottare per la vita, cresca in maniera esponenziale. L’auspicio è arrivare a far sentire la nostra voce nelle sedi competenti.
Giovanni Salizzoni

Testamento biologico: ragioni, nodi critici e prospettive.

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 A cura di

Giannino Piana 

La questione del testamento biologico è divenuta, in questi ultimi anni, di grande attualità anche nel nostro Paese, a seguito soprattutto dell’esplosione di casi, come quelli di Welby e della Englaro, che hanno scosso profondamente l’opinione pubblica. Non si può sottovalutare, tuttavia, il rischio che, proprio per questo motivo, le reazioni emotive prevalgano sulle argomentazioni razionali, favorendo pronunciamenti affrettati e improduttivi. A questo genere di pronunciamenti va ascritto anche il testo relativo alle «dichiarazioni anticipate di trattamento», approvato dal Senato il 26 marzo dell’anno in corso e ripreso (e ci auguriamo largamente rivisto) dalla Camera probabilmente nel prossimo autunno. 
La riflessione sul testamento biologico riveste – va detto fin dall’inizio – particolare importanza sul piano etico soprattutto per la varietà dei temi che attorno ad esso si condensano e che hanno a che fare con le frontiere della vita e della morte: dall’autodeterminazione del paziente nei confronti delle cure al ruolo del medico (e del personale sanitario in genere), dalle cure palliative alla terapia del dolore, dall’eutanasia all’accanimento terapeutico. Si tratta di una sorta di crocevia, in cui convergono i più significativi nodi critici riguardanti le situazioni esistenziali di fine-vita. Le rapide note, che qui svilupperemo, prendono anzitutto avvio da una sintetica rilevazione delle ragioni strutturali e culturali, che hanno fatto emergere in questi anni, in termini sempre più insistiti, la richiesta di dare statuto giuridico al testamento biologico; per mettere, successivamente, in evidenza le problematiche più rilevanti legate alla sua stesura e alla sua applicazione; e delineare, infine, alcuni orientamenti volti a favorirne una corretta utilizzazione. Alla base della richiesta di legalizzazione del testamento biologico, in quanto strumento destinato a far valere le proprie volontà circa i trattamenti cui essere o non essere sottoposti nella fase di fine,vita qualora ci si trovi in stato di incoscienza, vi è senz’altro l’accresciuta consapevolezza della dignità della persona, e dunque del rispetto dei diritti che ad essa fanno capo lungo l’intero arco della sua esistenza. La modernità è infatti coincisa con lo sviluppo della civiltà dei diritti, il cui raggio di esercizio è venuto progressivamente dilatandosi, soprattutto a partire dall’ultimo dopoguerra. Le Costituzioni degli Stati democratici e le Carte delle istituzioni internazionali – è sufficiente ricordare qui la Carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948  hanno assunto, come perno della vita collettiva e come limite all’intervento degli Stati, la salvaguardia dell’autonomia della persona e il riconoscimento (nonché la possibilità di espressione) dei suoi fondamentali diritti. In questo contesto deve essere dunque inserito il «diritto a morire 
dignitosamente», diritto che implica particolare attenzione alla qualità del morire in quanto momento supremo dell’esistere. E, in questo contesto, acquista soprattutto sempre maggiore consistenza il bisogno di decidere, in modo autonomo, a quali cure si desidera essere o non essere sottoposti. ambivalenza del progresso tecnico.
A sollecitare tale attenzione e tale bisogno hanno contribuito, in misura determinante, gli sviluppi della tecnologia in campo biomedico; essa, accanto ad esiti altamente positivi – si pensi ai grandi successi ottenuti in campo terapeutico con la sconfitta di malattie un tempo letali fa registrare l’emergenza di nuovi rischi, primo fra tutti quello dell’accanimento terapeutico. La possibilità di prolungare oltre misura la vita biologica, mediante interventi sempre più sofisticati e pervasivi, provoca spesso la dequalificazione della vita personale con grave attentato alla dignità umana. E ciò soprattutto in presenza di una cultura, nella quale l’enorme successo della tecnica alimenta la tentazione del tecnicismo abusivo; mentre, a sua volta, il dilagare della mentalità scientista spinge a coltivare una concezione rigidamente «biologica» della vita. Si afferma così una forma di prometeismo, che ritiene eticamente legittimo (considerandolo umanizzante) tutto quanto è tecnicamente possibile, e che considera positivo ogni prolungamento artificiale della vita, prescindendo dalle pesanti ricadute che spesso l’accompagnano sul piano umano. Il confronto quotidiano con casi, che rivelano la disumanità di alcuni trattamenti sanitari, rende trasparente l’ambivalenza del progresso tecnico, e concorre ad accentuare il bisogno di esternare la propria volontà circa le cure nel momento in cui ci si venisse a trovare nell’impossibilità di farlo direttamente, rimozione della morte .
Accanto a queste motivazioni di grande rilievo sul piano umano va tuttavia aggiunto – e costituisce un elemento tutt’altro che secondario – l’atteggiamento disturbato con cui si vive oggi il rapporto con la morte. Ad avere il sopravvento è infatti la rimozione della morte, causata da un insieme di fattori, quali la sua radicale separazione dalla vita – si muore sempre più in ospizi ed ospedali, al di fuori cioè dei luoghi nei quali si svolge l’ordinaria esistenza –, la sua spettacolarizzazione  la televisione e internet ci mettono ogni giorno di fronte ad episodi di morte, ma si tratta di eventi spersonalizzati, che determinano scarso coinvolgimento e producono assuefazione  e infine la perdita del simbolismo, sia religioso che laico, che in passato contribuiva, in qualche misura, a riscattarla. Rimozione e perdita di significati sono poi ulteriormente accentuati dalla presunzione dell’uomo di aver raggiunto il controllo e il dominio di tutti gli ambiti della realtà con la conseguente percezione della morte come scacco insopportabile, come l’irruzione del non controllabile o del non dominabile; in una parola, di ciò che non può essere razionalizzato. Da questo punto di vista, eutanasia ed accanimento terapeutico, pur rimanendo fenomeni di segno opposto, possono venire ricondotti a una identica matrice: la volontà dell’uomo di esercitare la propria signoria sulla morte, trasformandola da evento «naturale», di fronte al quale egli risulta del tutto impotente, in evento «culturale» sottoposto alla propria volontà: nel primo caso – quello dell’eutanasia – dandosi la morte, scegliendo cioè il tempo e il modo secondo cui morire; nel secondo – quello dell’accanimento terapeutico – prolungando in maniera illimitata la vita nella (illusoria) speranza di poter vincere la morte. 
Paura e rimozione finiscono così per sostenersi reciprocamente, entrando in una sorta di spirale o di circolo vizioso: la paura alimenta infatti la rimozione, la quale, a sua volta, non fa che accentuare la paura. Se questo rende, da un lato, ragione della richiesta insistita di dare forma legislativa al testamento biologico come tutela della persona, spiega tuttavia, dall’altro, perché dove esso è già stato da tempo introdotto venga scarsamente utilizzato – la percentuale di chi se ne serve si aggira attorno al 10-20% – prevalendo la tendenza, psicologicamente comprensibile ma accentuata dal disagio ricordato, ad allontanare il più possibile il pensiero della propria morte. i fondamentali nodi critici di ordine etico 
Le questioni di carattere etico che affiorano in riferimento al testamento biologico sono molte e di diversa consistenza: tre ci sembrano tuttavia quelle di maggiore importanza sulle quali è opportuno soffermarsi,autodeterminazione ma non solo.
La prima riguarda anzitutto il principio di autodeterminazione, che è il presupposto in base al quale viene rivendicata l’istituzione del testamento biologico. L’affermazione di tale principio ha trovato, nell’ambito della bioetica, concreta espressione nel «consenso informato», di cui il testamento biologico altro non è che il logico prolungamento in situazioni nelle quali il paziente si trova a vivere in stato di incoscienza. Il principio di autodeterminazione è senza dubbio un principio fondamentale di riferimento per affrontare le questioni della bioetica, ma – è importante sottolinearlo – non può essere assunto come criterio esclusivo. Esistono infatti altri principi – quello di non maleficità, quello di beneficità e quello di giustizia o di equità sociale – ai quali ispirare l’attività di cura. La tutela dell’autonomia del paziente non può pertanto prescindere dalla ricerca del suo bene, che costituisce l’obiettivo dell’attività del medico, e dall’attenzione al contesto sociale, essendo le risorse a disposizione limitate e dovendole perciò ripartire equamente. Si tratta, in altri termini, di mediare la libertà con il bene e con la giustizia, pervenendo a scelte, che spettano in ultima analisi al paziente (sia direttamente che attraverso il proprio fiduciario nel caso del testamento biologico) e che devono avere di mira il bene del singolo e quello della collettività. 
L’interpretazione rigidamente individualista che talora si dà del principio di autodeterminazione è frutto di una visione liberista, derivante da un contesto come quello degli Usa dove – è bene non dimenticarlo – circa cinquanta milioni di persone sono tuttora escluse da qualsiasi forma di assistenza sanitaria. 
Chi per me? La seconda questione ha come oggetto la gestione del testamento biologico, cioè le concrete modalità della sua esecuzione. Vi è, al riguardo, chi ritiene che esso abbia un preciso valore giuridico, e vada pertanto eseguito alla lettera, senza alcuna possibilità di mediazione, escludendo di conseguenza ogni spazio di intervento del medico. E vi è chi, invece, ritiene che si tratti di indicazioni da tenere in seria considerazione, che vanno tuttavia fatte oggetto di ulteriore valutazione tra il medico e il fiduciario designato dal paziente. In realtà tanto la stesura del testamento biologico quanto la sua esecuzione non sono (o non dovrebbero essere) atti puramente individuali, ma espressione di un processo che coinvolge il paziente (o chi lo rappresenta), in quanto portatore di bisogni e di diritti, e il medico in ragione della sua specifica competenza. Il modello cui ispirare la condotta ci sembra possa essere dunque quello della «alleanza terapeutica» la cui attuazione comporta l’instaurarsi di un rapporto di reciproca fiducia, che sfocia nella volontà di collaborare alla comune ricerca del bene del paziente. La giustificata reazione all’atteggiamento paternalistico del passato si traduce oggi spesso – per reazione – nell’opposta tendenza a fare del medico un mero esecutore tecnico della volontà del paziente, impedendogli di mettere a frutto la propria competenza con conseguente danno per lo stesso paziente. La mutua cooperazione, oltre ad evitare l’estensione (altrimenti inevitabile) dell’obiezione di coscienza dei medici, consente di verificare con maggiore precisione la reale situazione, prendendo in considerazione le novità nel 
frattempo intervenute in campo terapeutico e interpretando la volontà del paziente anche in relazione a questi cambiamenti. nutrizione e idratazione 
Infine la terza e ultima questione (non ultima in ordine di importanza) concerne il significato che si attribuisce alla nutrizione e all’idratazione, e perciò la possibilità o meno di deciderne la sospensione in alcune situazioni particolari. Il dibattito, che si è sviluppato, in questo ultimo anno 
nel nostro Paese (in occasione soprattutto della vicenda di Eluana Englaro) ha visto la discesa in campo di due posizioni contrapposte, con punte a volte di forte tensione ideologica. Da una parte, vi era chi sosteneva che nutrizione e idratazione in quanto «sostegni vitali» devono essere comunque sempre somministrate; dall’altra, chi, insistendo sulle modalità con cui la somministrazione avviene, riteneva che nutrizione e idratazione possano essere incluse nell’attività di «cura», e debbano pertanto essere in molti casi sospese. 
Questa contrapposizione, soprattutto se radicalizzata, risulta, per molti aspetti, artificiosa. È difficile infatti negare che nutrizione e idratazione siano, in senso antropologico, «sostegno vitale»; ma è altrettanto difficile misconoscere che, in alcune circostanze, siano a tutti gli effetti, per il modo con cui la somministrazione si realizza (intervento chirurgico e preparazione di sostanze chimiche) «atto medico » (e dunque curativo anche se non direttamente terapeutico). Forse, per affrontare correttamente il problema, bisogna collocarlo in quella area di questioni di frontiera, che stanno sul crinale tra omissione di soccorso (in passato si diceva «eutanasia passiva») e accanimento terapeutico. Questo implica che si debba di volta in volta decidere, tenendo conto della concretezza delle situazioni, con la consapevolezza che lo stesso intervento può, in taluni casi, se evitato, risultare omissione di soccorso; in altri casi, se effettuato, può invece comportare accanimento terapeutico. In questa ottica, nutrizione e idratazione devono essere valutate caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del paziente. L’inserimento del loro rifiuto nel testamento biologico implicherebbe perciò la circoscrizione entro una casistica dettagliata non facilmente definibile a priori; ma (forse) potrebbe bastare – ci sembra questa la via più praticabile, in linea del resto con quella forma di «diritto mite» da molti auspicato – l’espressione da parte del paziente di una generica volontà di rifiuto, che andrebbe poi verificata nella sua applicabilità mediante il confronto tra il proprio fiduciario e il medico.  orientamenti per una corretta utilizzazione .
L’acquisizione del significato proprio del testamento biologico e la disponibilità al suo corretto utilizzo esigono l’adempimento di alcune condizioni, che costituiscono la cornice entro cui il testamento va collocato. La prima di tali condizioni consiste nel farsi strada di una concezione relazionale dell’umano. Si è già detto dei rischi che si corrono quando ci si muove entro un orizzonte radicalmente individualista. Ogni atto umano si sviluppa all’interno di una rete di relazioni, ed implica pertanto il ricorso a una condivisione di responsabilità che non può essere elusa. Anche il testamento biologico, tanto nella fase di stesura che in quella esecutiva, comporta il concorso di altri soggetti (il medico di base o quello curante e successivamente il fiduciario) ed esige la convergenza di tutti attorno al bene del paziente. 
La seconda condizione è costituita da una sempre maggiore estensione, a tutti i livelli, del concetto di cura proporzionata; concetto che laddove viene praticato, rappresenta il miglior antidoto tanto nei confronti dell’eutanasia che dell’accanimento terapeutico. Da questo punto di vista, è importante 
che si potenzino, anche nel nostro Paese, le cosiddette «cure palliative», il cui obiettivo è quello di «prendersi cura» della persona nella sua globalità, offrendole i necessari supporti fisici – si pensi alla terapia del dolore – e psicologici per vivere anche i momenti più drammatici di avvicinamento 
alla morte con la maggiore serenità possibile. 
Infine, la terza (e ultima) condizione è costituita dall’esigenza di dare vita a una nuova «cultura della morte», che ne faccia riscoprire il profondo legame con la vita e, pur senza rinnegare il carattere di tragicità che inevitabilmente la connota, non rinunci a renderne trasparente il significato 
di compimento dell’esistenza e, per chi crede, di «realtà penultima», che prelude – è questo il senso della speranza cristiana – a una vita che non ha termine. L’adempimento di queste condizioni è la via per accedere a una visione più umanizzata della malattia e della morte e per togliere al 
testamento biologico il carattere, oggi prevalente, di strumento difensivo o rivendicativo dei diritti soggettivi, trasformandolo in un vero esercizio di collaborazione all’azione medica, che è tanto più corretta ed efficace quanto più è rispettosa della volontà dei pazienti e quanto più tende, nel 
contempo, a salvaguardarne, in tutte le fasi della malattia, la dignità umana.

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Vita, testamento biologico, eutanasia: quale responsabilità?

lunedì 9 Marzo 2009 – ore 20:30

Vita, testamento biologico, eutanasia: quale responsabilità?

San Giovanni in Persiceto (BO)
Sala dell’Affresco – Chiostro di San Francesco – p.zza Carducci, 9

Interverranno:

Sen. Laura Bianconi, Senatore della Repubblica, Popolo della Libertà

On. Paola Binetti, Deputato al Parlamento, Partito Democratico

Padre Giorgio Carbone O.P., Docente di bioetica e teologia morale, Facoltà di Teologia dell’Emilia-Romagna

In collaborazione con: Associazione Culturale il Mascellaro

 

Il grande sofisma sulla fine della vita. Ogni libertà anche nella morte non può svendere la sua identità

di  Francesco D’Agostino

«Perché vuoi impedirmi di decidere per la mia vita? Tu sei libero di scegliere quello che vuoi, e perché io non posso farlo?». Sembra­no domande ingenue, ma lo sono solo in appa­renza. È con domande di questo tipo che è stata attivata in Italia, ormai da mesi e mesi, un’aspra battaglia politica, giuridica e morale.

Si osservi: questa battaglia è abbastanza diversa da quelle che favorirono l’introduzione di leggi euta­nasiche, in Olanda prima, in Belgio e in Lussem­burgo poi. Nell’uno come negli altri casi a fonda­mento di tali leggi stava un antichissimo argo­mento: è giusto e umano dare una morte pietosa a pazienti terminali, colpiti da malattie tali da at­tivare terribili sofferenze. Se questa è la volontà del paziente, è giusto aiutarlo a morire serena­mente. Che si trattasse di un sofisma, lo dimostra la stessa esperienza olandese, che progressiva­mente ha allargato l’ambito di applicazione della normativa ai pazienti psichiatrici prima e ai mi­nori poi, a soggetti, cioè, palesemente incapaci di formulare un valido consenso. Ma, in linea di prin­cipio, resta il fatto che nel Benelux per accedere al­l’eutanasia legalizzata n on basta che essa sia ri­chiesta dal malato: è necessario che questa prati­ca venga obiettivamente riconosciuta come ‘pie­tosa’, come l’unico modo di fronteggiare situa­zioni atroci. E qui si pone il primo paradosso: se ci si attesta su questa linea, i fautori dell’eutanasia dovreb­bero, per onestà intellettuale, riconoscere che or­mai «l’eutanasia è sorpassata». Questo era il fa­moso titolo di un articolo, apparso qualche an­no fa su Le Monde, in cui si denunciava in modo freddamente impeccabile come i progressi straordinari della medicina palliativa avessero svuotato di senso il presupposto stesso delle leg­gi a favore dell’eutanasia: infatti, per fortuna di tutti noi, non esistono più situazioni di dolori ter­minali che la medicina non sia in grado di ren­dere sopportabili. Il contesto del dibattito è però ormai definitiva­mente mutato. I fautori dell’eutanasia non fan­no più appello alla pietà, ma alla libertà. Siamo gli unici padroni della nostra vita e dobbiamo ri­vendicare il pieno diritto di disporre di essa. «Per­ché vuoi impedirmi di decidere per la mia vita? Tu sei libero di scegliere quello che vuoi, e per­ché io non posso farlo?». Ecco il sofisma. Come smascherarlo?

Un tempo i giuristi avrebbero pazientemente spie­gato che esistono diritti e beni personalissimi e nello stesso tempo «indisponibili», quale appun­to la vita, ma non la vita soltanto: non posso di­sporre della mia libertà (vendendo, ad esempio, il mio voto) o dei miei ruoli familiari (non posso di­sporre dei miei «diritti coniugali» e della mia po­testà sui figli, trasferendola ad altri soggetti pur se consenzienti). Non posso disporre del mio corpo, vendendo il sangue o i miei organi al miglior offe­rente. Non posso disporre della mia cittadinanza, né posso usare la mia libertà per rinunciare a nes­suno dei miei diritti umani fondamentali. Agli oc­chi dei giuristi di un tempo, tutto questo sembra­va evidente. Oggi non più. Poter disporre insin­dacabilmente di sé: questo è lo slogan che emer­ge ormai con i ncredibile monotonia in tutti i di­battiti sull’eutanasia. È incredibile dover prende­re atto di come anche tanti giuristi si siano impa­droniti di tale slogan, nella più beata inconsape­volezza di cosa comporti accettarlo, e quasi esso possedesse una forza irresistibile.

Lo slogan nasconde dunque un sofisma, infinite volte denunciato e infine volte riproposto. È legitti­mo, anzi prezioso, ogni esercizio di libertà che con­fermi o potenzi la mia identità. È invece illegittimo e vituperabile ogni esercizio di libertà che porti al­la negazione o all’umiliazione, in tutto o in parte, del­la mia identità. Vendere il voto è biasimevole, non perché possa fruttarmi un indebito lucro, ma per­ché vendendo il voto dimostro di non dare credito ai miei diritti di cittadino libero, consapevole e re­sponsabile. Se dispongo lucidamente, razional­mente, freddamente della mia vita, quindi non per amore dell’altro (ad esempio, per salvare la vita di una persona che si trova in mortale pericolo), ma per chiusura egocentrica nella mia soggettività, di­mostro la mia povertà umana ed esiste nziale: in questo senso ogni suicidio (non indotto da malat­tia mentale) è prova di un tragico fallimento rela­zionale. Si dirà: ma non è questo il caso! Qui si par­la di autodeterminazione si parla di persone che soffrono e che per questo chiedono di morire. Ma allora, lasciamo cadere i sofismi: chi soffre va aiu­tato a sconfiggere la sua sofferenza, la sua dispera­zione, il senso di abbandono che lo pervade; va aiu­tato a vivere e non a morire. Nessuno, che non si tro­vi in stato di abbandono, sceglie liberamente la mor­te. L’eutanasia, l’uccisione pietosa, è sorpassata.

 

Appello alla ragione.
“Fine vita”, documento del Mpv per i senatori

di Carlo Casini

Il Movimento per la vita italiano ha annunciato il proposito di seguire passo passo i lavori sulla legge relativa al «fine-vita» con documenti, denominati «appello alla ragione», trasmessi a tutti i parlamentari ai quali già è stato inviato il volume «Eluana è tutti noi». Pubblichiamo il primo documento.

Una interpretazione non corretta dell’articolo 32 della Costituzione è continuamente proposta per sostenere la doverosità costituzionale del «Testamento Biologico» inteso come vincolante per il medico in qualsiasi caso, anche riguardo alla alimentazione e alla idratazione ed anche se il paziente risulti attualmente incapace di esprimere una libera decisione. Conseguentemente si sostiene che il «testo Calabrò» contrasterebbe nel suo impianto con la Costituzione.

Ma un sereno esame dell’articolo 32 della Costituzione mostra che tale interpretazione è forzata e del tutto inesatta.

L’art. 32 consta di tre parti: 1) il diritto alla salute; 2) la riserva di legge sull’obbligo di trattamenti terapeutici; 3) il rispetto della persona umana.

Ciascun punto deve essere esaminato separatamente.

Il diritto alla salute

Il primo comma dell’articolo 32 della Costituzione stabilisce che: la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo a interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti.

a) Occorre capire cosa si debba intendere per salute. La prima evidenza è che la morte è la condizione radicalmente contraria alla salute. Chi è morto non ha più salute. Chi lotta per la salute cerca di mantenersi in vita.

La seconda evidenza è che vi sono diversi gradi di salute. Vi può essere un completo stato di benessere fisico e psichico, ma vi possono essere anche vari gradi di malattia e quindi di diminuzione della salute. La totale perdita della salute è la morte. Ma tra questo limite estremo e la salute in senso pieno e totale vi sono livelli intermedi il cui mantenimento o miglioramento fa parte del diritto alla salute. È certo, invece, che il preteso diritto alla morte non è compreso nel diritto alla salute ed anzi è con esso in radicale antitesi.

Al contrario il diritto alla salute costituisce una conseguenza del diritto alla vita affermato dall’art. 2 con il richiamo ai diritti dell’uomo inviolabili a cui servizio si pongono gli  inderogabili doveri di solidarietà sociale.

 L’interesse della collettività

b) L’articolo 32 della Costituzione presenta il diritto alla salute come
fondamentale,
tanto da costituire un interesse della collettività. Ciò significa, evidentemente, che le Istituzioni devono, quanto meno, fare tutto il possibile affinché la salute di ogni singolo, nel senso sopra indicato, sia protetta. Ciò è tanto vero che la Costituzione impegna lo Stato a provvedere alla cura degli indigenti ponendone l’onere a carico della collettività. Ne derivano alcune ovvie conseguenze: salvo quanto diremo commentando gli altri due punti, deve riconoscersi l’esistenza di un principio di preferenza per la cura, piuttosto che per la non cura; l’esistenza di un dovere morale (o civico), anche se non coercibile, del singolo di curarsi; l’esistenza, nei casi dubbi, di una presunzione che il malato desideri curarsi piuttosto che non curarsi. Una prova della validità di questi tre corollari si ricava dal comune atteggiamento rispetto al malato che non si vuol curare, diverso da quello comunemente tenuto rispetto al paziente che chiede la cura. Nel primo caso tutti si fanno in quattro per consigliare la terapia, anzi, per spingere con ogni mezzo ad utilizzarla.

Quando nel 2004 Maria, una donna milanese rifiutò di farsi amputare il piede in cancrena, pur sapendo di rischiare la morte (poi avvenuta), non solo i privati, ma anche le istituzioni fecero di tutto per convincere la donna ad accettare l’intervento chirurgico. Immaginiamo una situazione opposta, che, cioè, la donna volesse l’amputazione: come giudicheremmo le pressioni pubbliche e private affinché ella si lasciasse piuttosto morire? Né si tratta soltanto di un dato di fatto: pressioni forti affinché venga rifiutata una cura salva vita, potrebbero probabilmente, dopo una concreta valutazione delle circostanze, configurare il delitto di istigazione al suicidio. (art. 580 c.p.)

Il trattamento terapeutico

La prima parte del 2° comma dell’articolo 32 della Costituzione stabilisce:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento terapeutico se non per disposizione di
legge.

Anche a questo proposito occorre, prima di tutto, verificare il senso delle parole. Che cosa costituisce trattamento terapeutico? Che significa obbligo di legge? In che modo o forma la legge può rendere obbligatorioun determinato trattamento terapeutico?

a) Al primo quesito la risposta è già data dalla riflessione sul termine salute.

È terapia ogni pratica che serve a guadagnare o mantenere la salute, quale che sia il livello di essa. Non è terapia ciò che danneggia la salute o addirittura determina la morte.

La presenza di un medico non garantisce affatto la terapeuticità di un trattamento. Qualcuno potrebbe farsi togliere un dente o tagliare un dito per ottenere truffaldinamente un più elevato risarcimento del danno da una compagnia di assicurazione, oppure, essendo militare, per sottrarsi ad una missione ritenuta pericolosa. Nessuno potrebbe qualificare come terapeutico l’intervento del medico.

Queste generali considerazioni già consentono di prendere posizione sulla rimozione di ausili (ad esempio pacemaker, cristallino, denti impiantati o simili) già applicati ad un paziente e sulla sospensione del loro uso. Un conto è la rimozione e sospensione perché c’è un deterioramento della strumentazione che va rinnovata oppure perché le condizioni del malato sono tali da renderle inutili, (ad esempio la morte imminente e/o incapacità di assorbire cibo e acqua), un conto è che la rimozione – sospensione siano dirette a cagionare la morte. In questo ultimo caso non si può certo parlare di trattamento terapeutico.

L’idratazione e l’alimentazione

Questa osservazione generale comprende il tema della idratazione e della alimentazione, per le quali si pongono, giustamente, quesiti più specifici, sui quali, peraltro, non ci soffermiamo perché già ampiamente sviscerati nel dibattito in corso a livello parlamentare e di media. Ci limitiamo a chiedere: le particolari modalità di dare da bere e da mangiarepossono considerarsi terapie?
(Per una più ampia trattazione dell’argomento v. il volume di C. Casini , M. Casini , M.L. Di Pietro: Eluana è tutti noi, Società Editrice Fiorentina, 2008, pagg. 46 e seg; 176 3 seg).

b) La legge può obbligare in vario modo: prevedendo la coercibilità del comportamento dovuto,ovvero stabilendo sanzioni per il caso di mancato adempimento, ovvero, infine, limitandosi a stabilire un dovere giuridico con il precetto senza sanzioni (legge c.d. men che perfetta). Anche nell’ultimo caso non mancano conseguenze, ma sono solo indirette, perché operano o sul piano civilistico (validità o invalidità degli atti, risarcimento del danno), oppure perché riguardano i soggetti che possono favorire il comportamento che la legge valuta negativamente (esempi sono ricavabili dalla disciplina della prostituzione e dell’uso di sostanze stupefacenti).

L’indisponibilità della vita umana

A questo riguardo l’indagine sulla esistenza nel nostro ordinamento giuridico positivo del principio di indisponibilità della vita umana è rilevante. Se possiamo stabilire che la legge vieta la possibilità di disporre della propria vita, allora se ne può dedurre la doverosità, per legge, delle cure salva vita, esclusa la loro coercibilità e la sanzionabilità fatto sempre salvo il rispetto della dignità umana, come stabilito dalla 2° parte del 2° comma dell’art. 32 Cost.

Orbene: la indisponibilità della vita umana risulta chiaramente dalle norme penali che puniscono l’omicidio del consenziente (art. 589 c.p.) e l’istigazione o aiuto al suicidio (art. 580 c.p.); dall’art. 5 del codice civile sulla invalidità degli atti di disposizione del proprio corpo che ne diminuiscono in modo permanente la integrità; da talune norme in materia di circolazione stradale (obbligo del casco per i motociclisti e della cintura di sicurezza per gli automo-bilisti), contro gli infortuni sul lavoro (che si applicano anche ai datori di lavoro, non solo ai dipendenti), sui trapianti di organo (che non consentano la donazione da vivo che comporti la morte del donatore).

Chi sostiene il diritto di rifiutare la cura salva vita, come aspetto di un diritto di autodeterminazione che dovrebbe prevalere sul principio di indisponibilità della vita è in difficoltà quando si chiede di ragionare sul suicidio. Nessuna dichiarazione di volontà è più chiara e forte di quella di chi si butta dalla finestra, si getta nel fiume, inserisce il collo in un cappio, si punta alla tempia una pistola, ingurgita veleno. Talora il suicidio è la conseguenza di un disordine mentale, ma a volte è la conclusione di un lucido e maturo ragionamento sul senso della propria vita. Ma, in ogni caso, chi interviene e salva l’aspirante suicida contrastandone la volontà, non commette alcuna violazione della altrui libertà, tanto meno il reato di violenza privata e – se nel caso – di sequestro di persona. Anzi: spesso riceve le lodi ed ono rificenze civili.
(per una più ampia riflessione v. Eluana è tutti noi cit. pagg. 54, 55.
  138, 139).

Nella legge c’è l’obbligo di non distruggere la vita umana

La conclusione è che nella nostra legge è già scritto l’obbligo (si ripete: non coercibile, né sanzionato) di non distruggere la propria vita e quindi di compiere tutto ciò che è ragionevolmente possibile per preservarla.

La seconda parte del 2° comma dell’articolo 32 della Costituzione stabilisce che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Per comprendere bene il senso di questa disposizione, scritta in verità, per contrastare l’esperienza storica, allora recentissima, degli esperimenti scientifici effettuati sui prigionieri nei campi nazisti (per una documentazione su questo v. Eluana è tutti noi art. pag. 148 e seg.), si può riflettere sulla differenza tra il condurre a forza in ospedale un paziente che lo rifiuta e legarlo al letto, e lo sciogliere una sostanza salva vita rifiutata dal paziente (magari la moglie, il marito) nei liquidi da lui bevuti. Nel primo caso l’uso della violenza implica una violazione del rispetto dovuto alla dignità umana, vietata sicuramente dall’articolo 32 della Costituzione; nel secondo caso, in presenza di una improcrastinabile urgenza di salvare la vita, la illiceità del comportamento salvavita è quantomeno dubbio. Questa considerazione diviene particola rmente stringente nel caso di paziente incapace di intendere e di volere, specialmente se in stato di coma.

L’attualità del consenso

Alla distanza cronologica tra il momento delle eventuali dichiarazioni anticipate e il momento della decisione sulla scelta terapeutica si aggiunge una più grave discontinuità.

Il paziente in coma non è in grado di cambiare la sua eventuale precedente manifestazione di desiderio, come invece può fare il paziente competente. Ciò non può non avere un effetto specialmente riguardo a cure salva vita non particolarmente invasive, in presenza di un contesto interpretativo dell’articolo 32 della Costituzione che riconosce la presunzione di voler vivere come condizione normale del malato, che solo una dichiarata volontà attuale ragionevolmente vince. Questa interpretazione è stata fatta proprio dalla Cassazione, riguardo ai Testimoni di Geova, nella Sentenza 4211 del 23 febbraio 2007 e più recentemente (in contrasto con la sentenza 21748 del 17 ottobre 2007 sul caso Englaro), nella Sentenza n. 23676 del 15 settembre 2008 dove si legge che il dissenso deve essere oggetto di una manifestazione espressa, attuale, informata, de ve cioè esprimere una volontà non astrattamente ipotetica ma concretamente accertata; un’intenzione non meramente programmatica ma affatto specifica; una cognizione dei fatti non soltanto «ideologica », ma frutto di informazioni specifiche in ordine alla propria situazione sanitaria; un giudizio e non una «precomprensione»: in definitiva, un dissenso che segua e non preceda l’informazione avente ad oggetto la rappresentazione di un pericolo di vita imminente e non altrimenti evitabile, un dissenso che suoni attuale e non preventivo, un rifiuto ex post e non ex ante, in mancanza di qualsivoglia consapevolezza della gravità attuale delle proprie condizioni di salute. (…) Altra è l’espressione di un generico dissenso ad un trattamento in condizioni di piena salute, altra è riaffermarlo puntualmente in una situazione di pericolo di vita. (Sul punto vedere anche Eluana è tutt i noi, cit. pag. 160 e segg.).

In definitiva appare irrazionale ritenere che l’articolo 32 della Costituzione contrasti con una disciplina sul fine vita ispirata al principio di indisponibilità della vita umana e, quindi uguale o simile nel suo impianto fondamentale, al testo unificato in esame attualmente al Senato.

Occorre interpretare correttamente l’art. 32 della Costituzione sul diritto alla salute.
 
Il diritto alla morte è la sua negazione


Cordiali saluti

Massimo Zambelli

 

Ci alzeremo…..

 

elu

 

Ci alzeremo in piedi ogni volta che

la vita umana viene minacciata…

 

Ci alzeremo ogni volta che

 la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita

 

Ci alzeremo e proclameremo che

nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata…

 

Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso

o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione

e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio…

 

Ci alzeremo quando l’istituzione del matrimonio

viene abbandonata all’egoismo umano…

e affermeremo l’indissolubilità del vincolo coniugale..

 

Ci alzeremo quando il valore della famiglia

è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche…

e riaffermeremo che la famiglia è necessaria

non solo per il bene dell’individuo

ma anche per quello della società…

 

Ci alzeremo quando la libertà

viene usata per dominare i deboli,

per dissipare le risorse naturali e l’energia

e per negare i bisogni fondamentali alle persone

e reclameremo giustizia…

 

Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti

vengono abbandonati in solitudine

e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto

GIOVANNI PAOLO II

Caso Englaro:tre opinioni a confronto.

IL CASO ENGLARO
 

 

La natura e il suo corso

di Ernesto Galli Della Loggia

 

 

egdl

E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro. È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto. Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.

E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato. Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità. Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale. A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.

L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni).

Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ». Dunque si proceda pure alla sua eliminazione. Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ». C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».

Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane. Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa. Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.

È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi. Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi. Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore. Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.

Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione. Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione. Togliere invece ogni medicamento. Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.

Corriere della Sera 07 febbraio 2009

 

«E’ un omicidio, quel decreto è un dovere»   
«Lo Stato ha il diritto di proteggere la vita di ogni suo cittadino» 
Intervista al cardinale Camillo Ruini

di Aldo Cazzullo

cr

 Cardinal Ruini, quali sono i suoi sentimenti in queste ore decisive per la sorte di Eluana Englaro?
«Sofferenza. Non ho mai conosciuto Eluana, ma prego per lei ogni giorno. Preoccupazione. Speranza. E impegno a fare tutto il possibile. Innanzitutto, per far sapere quali sono le sue reali condizioni: chi è informato bene, di solito non ha più dubbi. È stato importante che la suora che l’ha assistita sia andata in tv a raccontare la sua esperienza con Eluana. Non ha senso attribuire all’Eluana di oggi, dopo quel tragico incidente, le aspirazioni e i desideri di prima. Eluana è stata sfortunata. Ha perduto molto. Ora ha bisogno di poco, è protesa verso quel poco, con poco può vivere senza soffrire. Non colpiamola una seconda volta. Non togliamole anche questo poco».
Lasciarla morire equivale a un omicidio?
«Lasciarla morire, o più esattamente — per chiamare le cose con il loro nome — farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l’uccisione di un essere umano. Un omicidio. Purtroppo inferto in maniera terribile, senza che nessuno possa essere certo che Eluana non soffrirà».

È giusto che il governo sia intervenuto con un decreto? E il capo dello Stato avrebbe dovuto firmarlo?
«Non ho ancora avuto modo di conoscere il testo del decreto del governo e della lettera del capo dello Stato, ma conosco le obiezioni secondo le quali questo decreto sarebbe una prevaricazione nei rapporti tra i poteri dello Stato. Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte. A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana. Ad ogni modo, ritengo che lo Stato abbia il diritto, e aggiungerei il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino».

Una legge sul testamento biologico ora è necessaria? E come andrebbe impostata?
«Preferisco parlare di legge sulla fine della vita. La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto, non è un appartamento o una somma di denaro. La legge dovrebbe evitare sia l’eutanasia sia l’accanimento terapeutico. Ma è ovvio che la nutrizione e l’idratazione non possono essere lasciate alla decisione dei singoli, perché toglierle significa provocare la morte. Se eutanasia significa morte “dolce”, “buona”, la fine di Eluana sarebbe peggio dell’eutanasia: Eluana morirebbe di fame e di sete. La sua sarebbe una morte pessima».

Il padre, Beppino Englaro, ha avuto parole dure su quella che considera un’ingerenza della Chiesa. Ha torto?
«Il rispetto è dovuto a tutti, ma il rispetto massimo è dovuto al signor Englaro, che vive questa terribile esperienza di persona. Nessuno di noi può sindacare su come reagiscono i genitori toccati così profondamente dal dolore. Ho conosciuto genitori che si ribellavano di fronte a quella che ritenevano un’ingiustizia divina, e altri che la accettavano. Ricorderò sempre il giorno in cui fui testimone di un incidente stradale a Regnano, sulle colline di Reggio Emilia. Stavo guidando. Davanti a me, un giovane cadde dalla moto. Non andava forte, ma c’era ghiaia sulla strada e perse il controllo, la moto gli cadde addosso. Mi fermai, gli diedi l’estrema unzione, ma era già morto. Gli abitanti del paese mi dissero: la madre è malata di cuore, vada lei a darle la notizia. Mi feci carico del duro compito. Quella donna, una contadina, rimase a lungo in silenzio. Poi mi guardò e disse: “La Madonna ha sofferto di più”…». (Il cardinale si interrompe, commosso).

Parlavamo dell’ingerenza.
«Non ingerenza, ma adempimento della missione della Chiesa. Come ha detto con una formula molto efficace Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptor hominis, “sulla via che conduce da Cristo all’uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno”. Ogni essere umano è degno di rispetto e amore; tanto più gli innocenti, gli inconsapevoli, i colpiti dal destino».

L’ha colpita il gesto delle suore che erano pronte ad accogliere Eluana e occuparsi di lei negli anni a venire?
«Mi ha toccato profondamente, ma non mi ha sorpreso. Ho avuto molte esperienze in merito. Penso alle suore delle case di carità di Reggio Emilia, che ora sono anche qui a Roma. Donne che accolgono persone in condizioni gravissime e le accudiscono con dedizione totale e con gioia. E molti sono i volontari che le affiancano».

Quali casi ha conosciuto di persona?
«Ad esempio, famiglie che hanno figli cerebrolesi dalla nascita, incoscienti eppure non indifferenti, perché in modo istintivo percepiscono le correnti di affetto. Ci sono genitori che rifiutano figli così, ma ci sono altri che li accettano. La vita di quei ragazzi, che talora ho visto diventare adulti, non è meno preziosa. Non posso accettare l’idea che la loro vita valga meno della mia o di qualsiasi altra».

Quali sensibilità ha colto sulla vicenda nell’opinione pubblica, credente o non credente? I sondaggi indicano che in molti sostengono le ragioni di Beppino Englaro.
«Io non ho fatto sondaggi, ma ho discusso in varie occasioni con la gente comune. All’inizio l’interesse era minore, e in tanti consideravano giusto che fosse il padre a decidere. Ma non appena vengono informati sulle reali condizioni di Eluana, in pochissimi restano favorevoli a lasciarla morire. Uno dei miei interlocutori si è proprio arrabbiato: “Ma perché i giornali non scrivono queste cose?”».

E lei come ha trovato i giornali?
«In buona parte schierati. Mentre le tv lo sono state meno, hanno dato spazio anche alle nostre ragioni, come già accadde per il referendum sulla procreazione assistita».

Diceva delle sue discussioni con la gente comune.
«Il fattore che la orienta non è tanto quello religioso. Non ci sono i credenti di qua e i non credenti di là. L’impressione è che ci siano piuttosto gli informati e i non informati. L’esperienza mi ha insegnato inoltre che i malati, per quanto gravi, sperano sempre di continuare a vivere».

In un’intervista a Giacomo Galeazzi della «Stampa», l’arcivescovo Casale, schierandosi con papà Englaro, dice: «Anche Giovanni Paolo II ha richiesto di non insistere con interventi terapeutici inutili».
«Penso di aver conosciuto bene Giovanni Paolo II, e ho vissuto quei giorni in stretto contatto con il suo segretario Don Stanislao Dziwisz, mio carissimo amico. So bene dunque il senso delle ultime parole del Papa, “lasciatemi andare”. Quando non c’è più niente da fare, il credente sa che, con la morte, per lui la vita non finisce, ma in un certo senso comincia. Sia credenti sia non credenti possono dire “lasciatemi andare” in modo eticamente legittimo, ma per un credente queste parole indicano anche una speranza, significano “lasciatemi tornare alla casa del Padre”. Chi ha un’esperienza anche piccola del modo in cui Giovanni Paolo II viveva il suo rapporto con Dio non ha dubbi al riguardo».

Lei era capo dei vescovi quando si visse il dramma di Piergiorgio Welby. Diverso da quello di Eluana perché il malato era cosciente e aveva chiesto di morire. Ripensandoci oggi, non era possibile un atteggiamento diverso da parte della Chiesa? Ad esempio concedere i funerali?
«È vero, quel caso era molto diverso. Non solo Welby era cosciente; era molto più dipendente dalla tecnologia per continuare a vivere. Nel mezzo della prova, lui scelse di porre fine alla sua vita. Una scelta che Eluana non ha mai fatto. Quanto alla mia decisione, la Chiesa non può consentire — tanto più quando un caso ha rilevanza pubblica — che si rivendichi nello stesso tempo l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia nel decidere sulla propria vita. Non si può dire: “Io sono cattolico, e decido io”».

Può un cattolico, tanto più un vescovo, negare la Shoah? È una semplice opinione personale in contrasto con quanto sostiene la Chiesa, o è un dato incompatibile con la presenza della Chiesa stessa?
«A questa domanda ha già risposto la Santa Sede, con la nota della Segreteria di Stato pubblicata sull’Osservatore Romano secondo la quale, per essere ammesso alle funzioni episcopali, Williamson deve “prendere in modo inequivocabile e pubblico le distanze dalla sua posizione sulla Shoah”. Se non lo fa, non può fare il vescovo».

Come giudica l’invito del cancelliere Angela Merkel al Papa a fare chiarezza sul negazionismo dei lefebvriani?
«Quanto meno superfluo. Basta ricordare o rileggere quanto disse Benedetto XVI ad Auschwitz, domenica 28 maggio 2006, con parole che toccarono profondamente tutti i presenti, me compreso».

La vicenda Englaro le pare collegata alla denuncia del vuoto di valori e del relativismo etico, temi-chiave del pontificato di Ratzinger?
«Uno dei caratteri del magistero di Benedetto XVI e della teologia di Joseph Ratzinger è la denuncia del relativismo etico o, per usare la formula da lui coniata, della dittatura del relativismo. In Italia, e ancor più in altri Paesi dell’Occidente, esiste un’emergenza educativa, che rappresenta un’ipoteca sul nostro futuro e ha le sue radici nella mentalità diffusa, secondo la quale non esistono più punti di riferimento che precedano e possano illuminare le nostre scelte. Quando non siamo più d’accordo su cos’è l’uomo, quando l’uomo viene ricondotto totalmente ed esclusivamente alla natura, salta ogni differenza qualitativa, viene meno lo specifico umano, cadono o cambiano radicalmente i parametri educativi. Si aprono così le porte al nichilismo, che nasce, come ha spiegato bene il suo primo sostenitore, Federico Nietzsche, con la “morte di Dio”. La Chiesa italiana è pronta a un grande sforzo sull’educazione, collaborando con altri soggetti per il futuro del Paese, e pubblicherà in merito un “rapporto-proposta”. Stiamo lavorando inoltre ad un grande evento internazionale per il dicembre prossimo a Roma, dove arriveranno alcuni tra i più importanti studiosi del mondo a confrontarsi sul tema di Dio e del suo significato per la nostra vita, anche in rapporto con la scienza». 

Corriere della sera 07 febbraio 2009

 

 Giovanni Reale: «Farla sopravvivere è andare contro natura»

Il filosofo cattolico: la Chiesa e il governo politicizzano una cosa metapolitica

di Daniela Monti

 

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«Ma ancora non c’è nulla di deciso, vero?», chiede Giovanni Reale. «Il decreto del governo è un errore, si oppone all’idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell’uomo. E lo dico da cattolico». «Napolitano ha fatto il suo dovere di Presidente, ha richiamato l’attenzione sulla sostanza della Costituzione. Un uomo saggio. Almeno uno».

«Sopravvivenza a prezzo di vita». Quando entra nel merito della vicenda di Eluana Englaro, cita il francese Jean Baudrillard. Da 17 anni, per Reale, Eluana Englaro sopravvive a prezzo della vita. «La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta — dice il filosofo —. Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura. Si è perduta la saggezza della giusta misura. La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante». Racconta di sua madre. «Era all’ospedale con il cancro, i medici volevano riempirla di tubi. “Potremmo prolungarle la vita di qualche mese”, dicevano. Io ero frastornato. È stata lei a decidere: lasciatemi morire a casa, nel mio letto. In quel periodo stavo traducendo il Fedone di Platone e anche lì, con parole diverse, ho ritrovato il senso di quel desiderio di mia madre. Quando Socrate deve bere la cicuta, qualcuno gli suggerisce: “C’è ancora qualche ora, attendi finché il sole non sia tramontato”. Ma non ha senso aggrapparsi alla vita quando ormai non ce n’è più». Se mi trovassi nella condizione di non aver più speranze di guarigione, aggiunge Reale, «non avrei dubbi su cosa scegliere».

Anche la Chiesa condanna l’accanimento terapeutico. Ma un sondino per l’alimentazione è accanimento terapeutico? Su questo ci si divide. «La Chiesa dice molte cose sagge. Per esempio: si può rinunciare all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c’è stata proporzione e non c’è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?». Reale, da credente, rivendica la libertà di coscienza dei cattolici sul caso di Eluana. Di più: dice che la libertà di coscienza «è un preciso dovere morale» e si affida a un’altra citazione, questa volta un aforisma di Gomez Davila: «Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse». «Ecco — riprende — molte critiche che vengono dall’interno sono costruttive. Io critico il paradigma culturale che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura, e la fede con questo non ha nulla a che fare, la fede è al di sopra della cultura, il suo compito è fecondare la cultura stessa».

Se il diritto alla vita perde la precedenza su tutti gli altri valori, sa anche lei quale potrebbe essere il prossimo passo: parlare in termini meno ideologici di eutanasia. «Errore. Io non lascio aperto nessuno spiraglio all’eutanasia. Non dico: fammi morire. Ma: lasciami morire come ha stabilito la natura. Né io, né tu. La natura. Prendiamo il caso di Piergiorgio Welby, che ho seguito da vicino. Welby sostanzialmente non disse: staccate la spina. Ma: lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un’affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre. Il secondo aveva fede, il primo no. Per Welby era andare nella notte assoluta, per il Papa nella vita. Ma dal punto di vista umano è la stessa condivisibile richiesta». A complicare il caso di Eluana c’è la questione della ricostruzione della sua volontà presunta. «Chi più del padre e della madre ama quella ragazza? Mi sembra che nessuno più di loro abbia il diritto di dire che cosa avrebbe voluto fare la figlia, ora che lei non è più in grado di esprimersi».

Giovanni Reale in più occasioni, durante questa intervista, usa il «noi»: «Noi pensiamo che la vita di Eluana sia artificiale». «Secondo noi questo sistema che si è sostituito alla natura per un tempo così spaventosamente lungo è aberrante». Reale parla per sé, ma la sua non è una voce isolata. Attorno al diritto all’autodeterminazione e all’idea di libertà di coscienza dei cattolici si è costituito un gruppo di filosofi: da Vito Mancuso a Roberta De Monticelli, da Vittorio Possenti a, appunto, Giovanni Reale, le «intelligenze più acute del cattolicesimo italiano», come li ha definiti Luigi Manconi su L’Unità. Che succede ora: nella Chiesa si arriverà a una sintesi? «Gettiamo semi, non tocca a noi raccogliere frutti. Speriamo li diano. Ma l’errore che con Eluana stanno facendo religiosi e uomini di governo è di cadere nella politicizzazione di qualcosa che con la politica non c’entra niente, che è metapolitico».

Corriere della Sera 07 febbraio 2009

 

 

 

http://www.rivistadireligione.it/rivista/articolo.aspx?search=TG4evq3eYMJQs48v8bQuHbd4YAm0utNQ