La mafia a Vallelunga Pratameno (CL).

Questa è una narrazione, per sommi capi, e tirata fuori dal cilindro dei miei ricordi.

Vallelunga Pratameno è un centro fondato a metà del 1600 dai Notarbartolo e dai Marino di Termini Imerese. Premesso che Vallelunga Pratameno è stato,ed è,un comune di gente laboriosa ed onesta,di coltivatori della terra,decimato,negli anni,dal triste fenomeno migratorio verso il nord Italia,la Germania e altri paesi europei,pur tuttavia,a Valleunga Pratameno, piccolo centro agricolo ricadente al centro della Sicilia,nel cosidetto “vallone”,la mafia è stata sempre di casa.Non fosse altro perchè vicino a due altri centri,Villalba e Mussomeli,che negli anni ’50 hanno segnato la storia della mafia con personaggi del calibro di Don Calò Vizzini e Genco Russo. Negli anni ’50 una feroce faida si scatenò tra due fazioni:i Trabona-Cammarata,con a capo Totò Trabona,detto “l’arracchiato”, e i Madonia con a capo il patriarca Francesco. Una scia di sangue e decine di cadaveri segnarono la storia della mafia “agraria” di Vallelunga. Successivamente,mentre i componenti della cosca Cammarata finirono o uccisi(Giovanni Cammarata fu ucciso la sera del Corpus Domini-“u Signuri”,nella piazza del paese) o in galera,i Madonia “emigrarono” verso Catania e Gela. Così Francesco Madonia incominciò a stringere rapporti con i boss del calibro di Di Cristina,di Riesi,e a controllare il territorio gelese.Erano gli anni del boom economico e della mafia del “cemento”.Francesco Madonia,detto Ciccio,strinse rapporti con i corleonesi che stavano conquistando Palermo, con la cosidetta “calata dei viddrani”. Ne divenne un fedele alleato e quando fu ucciso per opera del boss Di Cristina,quest’ultimo venne eliminato, dalla mano dei corleonesi, che non gli perdonarono lo “sgarro”. A prendere le redini della famiglia Madonia fu il figlio:Giuseppe detto Piddru. Piddru divenne subito un pezzo da 90 nel gotha mafioso regionale e continuò la sua alleanza con i corleonesi a Palermo e i Santapaola a Catania. Ma Piddru non dimenticò il suo paese d’origine:Vallelunga. Dove creò un legame tra la “vecchia” mafia,rappresentata da u zu Tanu Pacino (Gaetano Pacino),u zu Calogerinu Sinatra (Calogero Sinatra) e le nuove leve. Lo scettro del potere fu dato all’emergente Ciro Vara che si attorniò di altra gente. L’ascesa di Ciro Vara,divenenuto,nel frattempo, compare di Piddru, fu rapida e sanguinaria. Da bravissimo calciatore che portava il numero 10 dietro la maglia del Valleunga Calcio,passò a spietato e silenzioso killer di cosa nostra.Parecchi omicidi commessi(12 0 13) e tanti altri reati di cui lo stesso Vara si è autoaccusato,pendendosi.Nel frattempo,Piddru macinava affari con il cemento a Gela e Catania,soprattutto nella costruzione della diga Disueri.Trovò,sulla sua strada,ad opporvisi gli STIDDRARI,nati in opposizione a cosa nostra,e i morti a Gela e dintorni non si contarono più. In seguito  al pentimento di Vara,vi furono diverse operazioni di polizia con decine di arresti in tutto il vallone e non solo e diverse condanne. Tutto ciò,mentra a Vallelunga imperava la DC contrastata,solamente,dal coraggio di qualche comunista:Cosimo Anzaldi.

 

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La Bibbia nella letteratura italiana.Vol.II.

B

INTRODUZIONE

IL NOVECENTO E LA BIBBIA

Questo libro rappresenta l’ideale continuazione di quello sulla Bibbia nella letteratura italiana I. Dall’Illuminismo al Decadentismo. Come quello, non ha ambizione di sistematicità, poiché gli studiosi invitati a collaborare al volume hanno scelto in assoluta libertà gli autori o i personaggi su cui esercitare la loro attenzione. E tuttavia, anche in ragione del ventaglio relativamente ampio del volume, non paia troppo azzardato trarne alcune considerazioni d’assieme: sia pure un assieme non sistematico e neppure programmaticamente selettivo ma rapsodico e pressoché anarchico.

Nel tentarne il riassunto, ignoriamo un intento primario del nostro lavoro, quello cioè di esaminare modi e senso degli echi biblici: una verifica intertestuale che il lettore troverà applicata in varia misura all’interno dei singoli saggi. Uno sguardo a volo d’uccello lungo la pista, meglio il sentiero tratteggiato (molti vuoti intercedono la traccia) che va da D’Annunzio a Luzi, ed oltre, deve giustificare innanzitutto il punto di partenza. L’autore che chiude il segmento ottocentesco, Giovanni Pascoli, è poco più vecchio del suo «fratello maggiore e minore», Gabriele d’Annunzio che anzi, da fanciullo prodigio, lo precede nel debutto sulla ribalta letteraria, ma che gli sopravvive a lungo, facendo esperienza del Novecento fin quasi alle soglie della seconda guerra mondiale, dopo aver attraversato da prim’attore, e cantato da vate, il primo conflitto, la cui vista viene risparmiata agli occhi del poeta romagnolo, chiusi per sempre nel 1912 dopo un’agonia che ispira all’amico esule in Francia le pagine della Contemplazione della morre, una delle sue prose più belle, e in certo senso la più religiosa. Potrebbe sembrare dunque una forzatura porre lo spartiacque fra i due volumi separando quei due scrittori così vicini per età e le cui opere, pur diverse per timbro, si intrecciano strettamente al punto che D’Annunzio può dedicare a Pascoli il capolavoro dell’Alcyone (1903) con l’immagine di un unico monte cui l’ultimo figlio degli Elleni e l’ultimo figlio i Vergilio, ossia Gabriele e Giovanni, ascendono per opposte balze. Vero è che la cima agognata è quella della bellezza classica, dunque attinente piuttosto al Mito che alla Bibbia. Pure, ha per noi un senso emblematico chiudere il secolo col nome di chi negli splendidi Poemi conviviali attraversa la civiltà antica fino al suo crepuscolo coincidente con l’alba della civiltà nuova che sta per nascere con un bimbo a Betlemme; col poeta che nel Piccolo vangelo fa rivivere con spirito di profonda adesione quelle parabole che D’Annunzio invece oserà parodiare con taglio quasi blasfemo nel suo Vangelo secondo l’Avversario.

Chiudere un secolo con l’irenico Giovanni per aprirne uno nuovo col superomista Gabriele vale, se non altro, a ricordare che nella storia dello spirito nessun traguardo è definitivo. Quello del Pascoli è un approdo alla fede, in linea con l’immagine che Mariù ci lascia del fratello morente, o piuttosto un’ansia, una trepida speranza di fede? Non spetta a noi, e neppur forse al biografo, sentenziare sulle conversioni o presumere di giudicare della sincerità o profondità di un trasporto religioso: perché questo libro si colloca entro i confini della critica e della storiografia letteraria. Ma proprio entro questo disegno assume un valore emblematico fissare l’incipit del secolo nuovo in quel D’Annunzio che passa dal naturalismo all’estetismo decadente, simbolista o classicheggiante, facendosi per molti aspetti apripista del Novecento ma trascinandosi intatta la sua formazione positivistica e ghibellina tutta ottocentesca. Sicché, quella stessa Contemplazione della morte ritmata sulla doppia agonia di Bermond e di Pascoli, del sant’uomo che lo ospita ad Arcachon e del poeta che si spegne a Bologna, si chiude in realtà con l’immagine del parto di una levriera, di un «mutamento» senza «patimento», che traduce in termini profani l’idea di una rigenerazione o redenzione senza Passione. Di più, proprio nelle poesie e nelle prose di guerra, il Poeta-soldato rivestirà il valore essenzialmente profano della patria con i panni del linguaggio sacro e dell’immaginario liturgico, attingendo a piene mani da fonti e modelli biblici e cristiani. Non dunque un ritorno al sacro, ma una secolarizzazione, se non una profanazione, del sacro.

E non si avverte forse l’eredità del Risorgimento laicista nel primo Trilussa? Egli non risparmia strali al Vaticano e alla condotta dei clericali, ma spesso anche alla dottrina morale della Chiesa. Poi con Benedetto XV, col papa cioè che si prodiga invano per evitare l’«inutile strage» del 1914-18 le cose cambiano, come cambiano le sue letture, prima inclini all’esoterismo così di moda da Capuana a Pirandello, ora volte ai testi religiosi seri. E se Belli ha rivisitato nei suoi frizzanti sonetti la Bibbia, con lo spirito critico di un cattolico rigoroso e razionalista, anche Trilussa rilegge e verseggia, con un suo sorriso pensoso, la Creazione, il Diluvio, i Novissimi.

Il passaggio di testimone fra due secoli non del tutto l’un contro l’altro armati, almeno fino alla belle époque, non avviene però solo all’ombra del nazionalismo laico e sacralizzato del Vate o dello scetticismo ironico del suo amico romanesco. Ombra grigia, se non nera (nessuno dei due invero fu fascista). C’è anche l’ombra rossa degli ideali di cui si tingono le poesie della «maestrina socialista» Ada Negri, che nelle sue ultime raccolte manifesta con vigore e chiarezza l’anelito cristiano. Non si tratta di una brusca svolta, ma piuttosto di un’evoluzione che muove da un socialismo sentito come ribellione morale dall’ingiustizia, dunque già potenzialmente evangelico. Se in Tempeste (1895) Cristo assomiglia a un laico arringatore, con Maternità (1904) i riferimenti alla Bibbia sono più espliciti; Dal profondo (1910) segna la conversione contemplativa, e il dialogo con Dio si fa straziante. Nelle ultime raccolte come Vespertina (1931) l’itinerarium mentis in deum si perfeziona, approdando a un personale panteismo cristiano (Il Dono, 1936).

Ada Negri è la prima di una folta schiera di donne che interiorizza- no i testi sacri ed orientano la loro ricerca espressiva e spirituale verso il religioso, e nella forma della poesia: una schiera folta che sarebbe arduo trovare in epoche precedenti, in cui per ragioni storiche e culturali la forte propensione religiosa femminile si esplicava nella preghiera e nella vita pratica più che nella scrittura, anche se dalla setacciatura casuale di questo volume restano escluse voci di rilievo (si pensi solo a Margherita Guidacci).

Ecco dunque Lina Galli, con il suo cattolicesimo praticato e le forti suggestioni di Rilke, progettare una storia-antologia della letteratura religiosa italiana e trarre lei stessa poesia dal suo continuo interrogarsi sul senso della vita. Ne nasce un dialogo continuo con la Madonna vista come confidente e madre di tutti i credenti (Domande a Maria, 1959).

Meno confessionalmente definita, ma non meno intensa la ricerca dell’oltre in Antonia Pozzi. Nella sua breve esperienza di vita, tragicamente conclusa nel 1938 (le poesie uscirono postume), vibra un’ansia d’infinito che fa di ogni esperienza un viaggio alla ricerca di un approdo. La poesia la rende con l’immagine dominante della montagna, rifugio dalle contrarietà dell’esistenza, mèta di un’ascesa che si fa ascesi. Nell’estenuante contatto con il divino, si avverte anche la paura di restare senza Dio, mentre la poesia si fa sempre più preghiera. Una vera e propria metanoia caratterizza la carriera spirituale e poetica di Cristina Campo, che la registra in un verso memorabile della sua prima raccolta, Passo d’addio (1956): «Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere». Certo è che la sua vocazione cristocentrica resta affidata inizialmente a tracce delicate (lo pseudonimo assunto, la cangiante sovrapponibilità tra amor profano e amor sacro che si registra nei versi suoi o in quelli del prediletto e tradotto John Donne); o versi successivi alla raccolta edita segnano una vera epifania del religioso, anzi del liturgico: considerate finora come note disperse di un canto più devozionale che ispirato, quelle poesie dovevano confluire in una raccolta organica, Le temps revient (1957). Le cinque parti costruite di quel progettato edificio segnano una tappa ulteriore verso la conquista della quiete spirituale, e si infittiscono di riferimenti liturgici e biblici, specie ai passi dei Vangeli e di san Paolo.

Con la sua poesia, prossima nei toni alla tradizione classica cristiana, Alda Merini rilegge i Vangeli dando corpo e voce umanissima ai suoi personaggi. Essa risuona nella trilogia formata da Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (2001), da Magniflcat. Un incontro con Maria (2002) e dal Poema della croce (2004). Centrale il rapporto tra figlio e madre, vista come una donna comune cui viene strappato il figlio dalle braccia; e basta pensare alla dolorosa vicenda biografica della poetessa per capire perché questo motivo percorra gran parte dell’intera sua opera.

Lungo e lineare il cammino euristico di Arturo Onofri. Se in Miracieli (1920), dal significativo sottotitolo Storia dell’uomo nuovo, il poeta affermava di aver già scoperto la presenza del divino, e se già prima guardava alla Bibbia anche come modello formale, il nuovo corso di Onofri comincia con Le trombe d’argento (1924), libro dettato da una visione spiritualista della storia umana. Il cristianesimo è per lui come energia che trasforma la coscienza dell’uomo fino a fargli scoprire la presenza del divino in lui, a fargli raggiungere la pienezza della libertà. D’ora in poi la poesia è per Onofri un inno continuo al verbo creatore.

Al contrario, la ricerca veritativa di Umberto Saba non può dirsi rettilinea, né chiaro il suo approdo. Il rapporto con il giudaismo e il cristianesimo è marcato all’inizio dalla lacerazione freudiana tra la figura della madre ebrea e della balia cattolica (Versi militari, 1908), poi si svilupperà all’ombra di due “cattivi maestri” più tardi ripudiati; a differenza di Freud, Weininger con i suoi pregiudizi antisemiti, e Nietzsche con la sua morale superomistica e anticristiana. Ma mentre anche nel poeta maturo resta ferma l’avversione alla Chiesa, frettolosamente identificata con il clericalismo, differente è l’atteggiamento verso Gesù, che affiora anche in lettere della vecchiaia.

Formatosi in un ambiente di laica moralità, Clemente Rebora sperimenta l’impatto di una conversione che gli fa scegliere, dopo l’esperienza del mondo e quella cruda della guerra, la via del sacerdozio. La tendenza costante alla citazione biblica aumenta vistosamente a partire dal 1929 (l’anno in cui riceve comunione e cresima). Il dialogo con Maria, figura centrale e simbolo della femminilità, permette al poeta di riappacificarsi col mondo degli affetti. La poesia è per lui concilia zione tra Cielo e terra, dove ogni cosa reca l’orma del Creatore. Se nelle lettere emerge frequente il richiamo al buio e al peccato, la poesia si fa soprattutto testimone del vissuto personale, che trova il culmine della propria aspirazione nell’unione mistica (Poesie religiose, 1936-1947). Costante è la presenza del sacro anche in Giuseppe Ungaretti con la sua poesia che spesso si fa preghiera. Se in Porto Sepolto (1915- I ) 16), il dialogo si limita a due soli tentativi, è con Sentimento del tempo (1919-1935) che la ricerca spirituale si fa più intensa. Ora infatti le immagini religiose sono costanti e testimoniano l’adesione al divinoo da parte del poeta: i versi della Pietà, vera e propria preghiera al Creatore, sono la testimonianza poetica della conversione. Nelle raccolte successive la tensione verso il divino sembra attenuarsi ma in realtà è sempre presente il rifiuto della dimensione puramente mondana e l’aspirazione all’Oltre. Significativi in tal senso sono i versi dell’Apocalissi (1961) che racchiudono l’angoscia dell’uomo e del poeta di fronte all’impossibilità di avere un contatto stabile con il divino, una sete per un inafferrabile “oltre” che ha caratterizzato tutta la vita dell’uomo Ungaretti.

Importante ma essenzialmente episodico parrebbe invece il rapporto di Salvatore Quasimodo con i testi sacri. Nel 1946 il poeta siciliano traduce il Vangelo secondo Giovanni, ma è soprattutto nelle poesie disperse appartenenti al periodo di Acque e terre (1930), non più ripubblicate dal poeta, che pullulano i riferimenti a luoghi, avvenimenti e personaggiaggi evangelici: Betlemme, il Calvario, la croce, la preghiera, Gesù, il Padre, Giuda Iscariota, la Maddalena… La risposta al perché il poeta abbia poi relegato nel limbo delle extravaganti queste liriche va probabilmente cercata nell’evoluzione ideologica subita dal futuro Premio Nobel, alla luce della quale il recupero di quei testi poteva non apparire opportuno.

Fin qui abbiamo sottolineato i nuclei tematici dei poeti che nei loro versi facevano rivivere echi e motivi delle sacre scritture, o ne facevano strumento di una strenua tensione spirituale (ripetiamo che solo all’interno dei singoli saggi il lettore potrà verificare il contatto intertestuale più o meno stretto tra fonte biblica e creazione letteraria). Una considerazione linguistica s’impone però gettando lo sguardo al saggio dedicato a uno dei più rigogliosi fenomeni del nostro Novecento letterario: la fioritura della poesia dialettale. Cos’è infatti il dialetto se non il sermo humilis da sempre raccomandato agli scrittori cristiani? Ai divulgatori di quel verbo che si rivolgeva soprattutto ai poveri, ai semplici, ai negletti? Rimossa ormai la pregiudiziale comica e bozzettistica che gravava ancora in buona parte sugli Ottocentisti, i poeti del nuovo secolo fanno del dialetto lo strumento ideale per esprimere la voce più profonda del proprio intimo (dialetto lingua della fanciullezza e degli oggetti) e farne insieme uno strumento corale (dialetto lingua della comunità). Ognuno tocca quelle corde a modo suo: per Delio Tessa (L’è el dì di mort, alegher!, 1932), la religione appare come un bene ormai perduto dall’umanità e dallo stesso poeta; invece, tutta la lirica di Biagio Marin, è pervasa dal soffio di un Dio misterioso e insondabile, e la poesia gli appare quale forma di preghiera (El fogo del ponente, 1959). Anche il Dio di Giacomo Noventa, sotteso al suo sincretismo socialista-liberal-cristiano, pervade tutti gli aspetti del vivere e si effonde discretamente nei suoi versi (Dio è con noi, 1960). Ecco poi l’approccio critico di Ernesto Calzavara, attento soprattutto all’Antico testamento (Ombre sui veri, 1946-1987), mentre Eugenio Tomiolo introietta la lettura dei Salmi (Oseo gemo, 1984). Da parte sua Albino Pierro recupera il cristianesimo come mezzo per evadere dal mondo e cercare una via salvifica (‘A terra d’u ricorde, 1960). Nei suoi versi friulani Pier Paolo Pasolini (attento al sacro anche nel resto della sua poliedrica produzione) vede Cristo come figura tragica e redentrice (Poesie a Casarsa, 1942). Quanto amara e intensa, poi, l’interrogazione inevasa o delusa che nel Vangelo secondo Mario dell’Arco (1983) il lirico romanesco rivolge al testo sacro! In Franco Loi, invece, religiosa è quella rivelazione tutta interiore che già consente una redenzione (Aria della memoria, 1973 -2002).

Poesia, umile o sublime, poesia come ricerca o poesia come preghiera: ma c’è spazio, per gli affioramenti del sacro, anche nella prosa narrativa? Le sorprese non mancano, a partire dal sanguigno e bizzarro Federico Tozzi, lettore consentaneo di santa Caterina, la mistica conterranea. Ma anche in un romanzo che parrebbe lontano da ogni atmosfera religiosa, l’icona sacra sia pur desacralizzata dalla brutale realtà quotidiana, vive nella doppia faccia di Ghìsola che appare al protagonista nei tratti contraddittori della madre mariana e della fanciulla seduttrice, con uno sdoppiamento che nel saggio viene ricondotto alla schizoide visione della donna elaborata dal pensiero maschile occidentale e penetrato nell’immaginario cattolico del passato (Con gli occhi chiusi, 1919).

Se Tozzi può apparire un cattolico malgré-lui che cita la fonte sacra inconsciamente e/o con intenti dissacranti, con Luigi Santucci, scrittore d’altra generazione, ci troviamo di fronte a un autore di fede professata. La sua rilettura dei luoghi agiografici (Il cuore dell’inverno, 1992) nasce dall’urgenza di vedere, rappresentare e far propria l’esperienza di Gesù, dei Santi e della Vergine. Tema ricorrente è il Natale visto come tempo di riscatto. Intensa anche la devozione alla Vergine, nata dalla profonda attenzione che lo scrittore dedica al rapporto tra madre e figlio. Nella rilettura e riscrittura dei Salmi, si avverte la lezione esercitata da padre Turoldo. Soprattutto, Santucci si sofferma a esaminare i singoli momenti dell’esistenza terrena di Gesù per attualizzarli, confrontandoli continuamente con i problemi della società.

Chi, del resto, più attualizzante di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale militante costantemente teso a un bruciante confronto critico col proprio tempo? Pur dichiarandosi non credente, Pasolini orienta tutta la sua opera poliedrica a una ostinata ricerca del sacro eclissato, la cui epifania appare un antidoto o una resistenza all’avanzare di una società mercificante e disumanizzante. A ragione dunque poté dire: «La mia visione del mondo è sempre nel suo fondo di tipo epico-religioso». Ecco i motivi evangelici nella prima stagione poetica, dalle Poesie a Casarsa (1942) all’Usignolo della Chiesa Cattolica (1958), alle Ceneri di Gramsci (1957). Dalla cosmica religione rurale passa a un cristianesimo radicalmente schierato con gli umili (La ricotta, 1963, Il Vangelo secondo Matteo, 1964), quegli umili ancor capaci di sentire il mistero cui la società tecnologica rende sordi. Un primitivo resistente se non salvifico che può trovarsi nel mondo antico (Medea, 1969), nel Terzo mondo o nell’anima pura di una povera serva (Teorema, 1968). Diviso tra adesione al messianesimo rivoluzionario e l’ostilità alla Chiesa come istituzione complice del potere. Pasolini compendia il suo atteggiamento nella sceneggiatura per un film incompiuto su San Paolo, uomo dal doppio volto, quello spirituale del santo e quello arcigno del prete, fatto rivivere fra nazismo e dopoguerra, fra Parigi e New York.

Se il dialogo di Santucci e di Pasolini concerne essenzialmente i Vangeli, è all’Antico testamento che guarda Primo Levi. Il libro di Giobbe è, in effetti, il testo più citato dai testimoni della shoàh. L’autore di Se questo è un uomo (1946) depura dal suo linguaggio il pathos proprio della vittima e del vendicatore. Anziché comprendere la Creazione, Levi vuole spiegare l’immane Distruzione; dallo scrittore, non-credente, la Genesi è vista come vicenda conflittuale, perché narra una storia che deve essere ricominciata con una nuova creazione, dopo i campi di sterminio. Tema rilevante della sua mente e della sua opera, tesa a una laicizzazione del sacro, è dunque quella del Nuovo Inizio.

Costante è il rapporto col testo sacro nell’opera di Beppe Fenoglio, affascinato dal Dio che crea e che punisce. Agostino, protagonista della Malora (1954), può essere visto come riflesso della vicenda biblica dell’allontanamento dell’uomo dal paradiso terrestre. Il partigiano Johnny (uscito postumo nel 1968) apparenta l’animus del resistente e del predicatore: entrambi si impegnano a diffondere la testimonianza di qualcosa d’impalpabile. Nell’opera di Fenoglio, insomma, spira l’andito ad una religione pura e indissoluta.

Una figura che sembra aver attratto particolarmente l’attenzione degli scrittori novecenteschi è quella di Giuda, qui seguita nella narrativa e nel teatro. Volta per volta gli autori illuminano una faccia diversa del poliedrico personaggio, enigmatico e drammatico e dunque esemplarmente vicino al nostro tempo. Per Giovanni Papini (Storia di Cristo, 1921) l’errore di Giuda non cessa di perpetuarsi nella storia; Federico Valerio Ratti riscatta la figura dell’iscariota presentandolo come un perseguitato (Giuda, 1923); Ferruccio Parazzoli si astiene dal condannare l’apostolo traditore (Vita di Gesù, 1935); il Giuda (1938) di Giuseppe Lanza del Vasto è un illuso che non ha compreso il significato delle parole di Cristo; Luigi Santucci vi si immedesima per cercare di comprenderne i pensieri e i turbamenti e conclude che è in mezzo a noi, poiché l’infedeltà e la menzogna abitano i nostri cuori (Volete andarvene anche voi?, 1969); Giuseppe Berto, infine, tende a scagionarlo: Giuda non è un traditore ma uno che ha accettato di collaborare col suo gesto al compimento del disegno provvidenziale (La gloria, 1978).

Ma non è altrettanto viva, per la sensibilità moderna, la figura della Maddalena? Mescolate fin dal medioevo, le Maddalene dei Vangeli si fondono in un personaggio unico lacerato fra peccato e redenzione. Il saggio a lei dedicato ne segue gli sviluppi anche nelle letterature straniere, con deroga ai confini italiani del volume (ma un che di trasgressivo non si confà alla donna dalle lunghe chiome?). Si passa dalla poesia civile di Anna Achmàtova (Requiem, 1939) al dialogo più religioso di Boris Pasternak (Maddalena e Orto del Getsemani, 1937), dalla peccatrice pentita di Max Jacob (Santa Maria Maddalena), alle varianti declinate da Rainer Maria Rilke (Crocifissione, 1908) o da Yves Bonnefoy (Noli me tangere, 1987), toccando talora la sponda italiana col Compianto (2004) di Davide Rondoni, ispirato alla scultura quattrocentesca di un Niccolò dell’Arca.

Libro poetico per eccellenza, i Salmi sono anche il libro che più accomuna in concordia di emozione e d’interpretazione le religioni dei figli d’Abramo. Ed è quella la fonte e il modello del possente salmista del Novecento, David Maria Turoldo. Poeta-profeta, padre Turoldo ha cantato nelle sue opere l’intera Bibbia, dalla Genesi fino all’Apocalisse. Mentre uno dei due saggi a lui dedicati scruta l’ampio orizzonte dei suoi temi, l’altro si concentra sull’immagine di Maria come icona della femminilità ideale di cui padre David ha visto però parziali ma concrete incarnazioni nella sua esperienza di vita: da donna madre e virginalmente pura, umile e segretamente alta (O sensi miei.. .,1993; Canti ultimi, 1991 e Mie notti con Qohèlet, 1992).

Con la sua poesia in forma di preghiera (per lo più velata), Luzi merita di essere posto come termine ideale di questo libro, che pur contiene delle pagine su qualche scrittore anagraficamente più giovane. Dichiaratamente prossimo al Nuovo più che all’Antico testamento (con l’eccezione dei libri profetici, di Giobbe, dei Salmi) il poeta fiorentino guarda al mistero gaudioso oltre che al doloroso; cerca l’infinito nel finito; riconosce la grazia divina nella bellezza del mondo. Di qui approda al mistero glorioso, alla contemplazione della luce che corona il suo viaggio di poeta e quasi mistico pellegrino, guidato anziché smarrito dinanzi al silenzio di Maria (La barca, 1946).

Un filo mariano si svolge anche nell’arcolaio di Marco Beck, poeta per il quale si può parlare di realismo cristiano. Ricorrente in lui, e motivo d’ispirazione, è infatti l’incontro quotidiano con i segni del divino, ma la sua poesia nasce anche dalle parole dei testi sacri. Pur nel solco del filone mariano, Beck punta alla dimensione interiore e soggettiva del lettore, ma invita altresì l’uomo contemporaneo a far colli- mare il proprio destino con quello di Maria (Il pane sulle acque, 2000).

E proprio a Maria è dedicato lo scritto che chiude il volume: una lunga carrellata tra i poeti che hanno dedicato versi alla Madonna.

Comincia da Domenico Giuliotti (Poesie, 1932) e da Giovanni Papini (Preghiera alla vergine, 1958), e di poeta in poeta emerge ora l’uno ora l’altro tratto della prismatica figura: in Carlo Betocchi, ad esempio, spicca l’umiltà e l’umanità della Vergine (Dell’ave Maria, 1947), mentre in Lino Angiuli la donna prevale sulla madre (Per Maria, 2006). Maria ispira versi a poeti di costante vocazione religiosa, come Antonio Barolini (L’angelo attento, 1968), ma anche in autori di netta impostazione laica, come Attilio Bertolucci (La camera da letto, 1964). In quasi tutti prevale un tono colloquiale, con una Maria umanissima, calda d’affetti, materna o sororale.

Da quest’ultimo rilievo potremmo trarre spunto per dar voce a un’impressione unitaria scaturita alla fine della lettura del volume, per quanto possa essere unitaria un’impressione suscitata da studiosi diversi per inclinazioni personali, materia scelta, formazione di scuola, orientamenti ideologici o spirituali, esperienza generazionale. Non solo: occorre ribadire chiaramente che l’impressione d’assieme affacciata è suscitata da un libro privo d’ambizione sistematica, che coprendo l’arco novecentesco a macchia di leopardo non può in alcun modo pretendere di definire i caratteri dominanti di un secolo letterario particolarmente ricco, complesso, dispersivo. E tuttavia l’umanizzazione del divino sembra candidarsi come marca prevalente nella rivisitazione letteraria del testo sacro operata dagli autori contemporanei. Se in larga parte della tradizione culturale giudaica e poi cristiana ha visto prevalere il moto verticale ascendente, uno sguardo levato verso l’Altissimo, l’Oltre, il Mistero insondabile, qui il moto verticale sembra piuttosto discendente, teso cioè a calare il divino nell’umano, a cercare il disvelamento del Dieu caché dentro le pieghe dell’anima, a cercare il Cristo nel volto sofferente del prossimo. Si supplica il Dio misericordioso, più che il Dio giusto, perché guardi all’umanità, e più spesso si chiede all’umanità sentimenti di misericordia e gesti di giustizia che vincano la base ferma dell’uomo, ne liberino la scintilla divina e con quella il riscatto dalla disperazione, dall’insensatezza di un vivere puramente biologico, utilitario. Un moto verticale che s’incrocia con quello orizzontale della comprensione, della tolleranza, della carità. Moto ecumenico, allargato ai non credenti, ai lontani: è questo, mi pare, il leit-motiv più percepibile nel coro armonioso o dissonante, sommesso o vociante e comunque folto che levano le voci di tanti poeti e scrittori novecenteschi: cercare il divino sulla base di una comune humanitas (il termine cui s’intitola la rivista dell’editrice Morcelliana e ne riassume il pensiero-guida). E proprio questa sete di umanità, questo bisogno di ‘far carne’ della parola poetica come del Verbo cristiano rappresenta un innovativo ricorrente in tanti saggi: e fa rimpiangere l’assenza di uno studio specificamente consacrato al Quinto evangelio (1975) di Mario Pomilio, quel romanzo-saggio che chiudeva la lunga quète alla ricerca del vangelo perduto con la scoperta ch’esso altro non era che la somma dei quattro vangeli trasferiti dalla carta alla vita, vissuti con calore e coerenza. Coro, dicevamo: ma nella consapevolezza che come in poesia ogni voce ha un timbro inconfondibile, così anche il dialogo con lo spirito vive in modi personali nell’intimo di ciascuna anima1.

Pietro Gibellini e Nicola Di Nino

 1 Questo volume è stato coordinato e seguito da entrambi i curatori, ma in particolare Pietro Gibellini ha curato da p. 5 a p. 254 e Nicola di Nino da p. 255 a p. 557. Gli indici dei nomi e dei passi biblici sono stati invece elaborati congiuntamente.

Pietro Gibellini (Ed.),La Bibbia nella letteratura italiana,II,l’età contemporanea,Morcelliana,2009,pp.583

La Bibbia nella letteratura italiana:vol.I.

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PREFAZIONE

DAL MITO ALLA SACRA SCRITTURA

Questo volume sulla Bibbia nella letteratura italiana del Sette-Ottocento, come quello che appare nella stessa collana a sondare echi e motivi scritturali nei nostri autori del Novecento, ha alle spalle una storia breve e una lunga preistoria. Breve è il tempo trascorso tra l’approvazione di un Progetto di ricerca d’ interesse nazionale (PRIN, nel gergo accademico-ministeriale) legato alle Riscritture del Sacro, elaborato nel 2005, e la raccolta dei risultati affidati ai due corposi volumi della “Biblioteca” Morcelliana. Lunga ne è la preistoria, avviata all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso grazie all’incoraggiamento della stessa casa editrice e poi al sostegno di vari PRIN. Ne nacque un’indagine collettiva sulle riprese della mitologia classica nella nostra letteratura, sfociata prima in un volumetto dell’Arcadia (Mito e letteratura dall’Arcadia al Romanticismo, 1993), poi in tre numeri monografici di «Humanitas» (Il mito nèlla letteratura italiana moderna, 1996; Fedra:un mito dall’antico al moderno, 1997 e Il mito nella letteratura italiana del ‘900, 1999), infine nell’opera sistematica realizzata presso la stessa editrice bresciana (Il mito nella letteratura italiana, voll. 1-1V, 2005-2007, vol. v in corso di stampa). Ai primi fascicoli, cartoni preparatori del futuro affresco, avevano partecipato colleghi e amici in buona parte gravitanti attorno agli atenei in cui allora insegnavo, l’Università di Trieste e la Cattolica di Brescia; per l’opera sistematica la cerchia si era allargata, partendo dalle università aggregate nel PRIN (Venezia, divenuta nel frattempo mia sede di lavoro e centro coordinatore del progetto, Trieste, Verona, Lecce) ma arruolando man mano, come nella favola degli allegri suonatori di Brema, studiosi di diverse generazioni e di diversi atenei, italiani e stranieri, senza contare ricercatori free-lance, forti solo della loro competenza e passione.

A partire dalle quattro sedi alleate nella mitica impresa, cui si è aggiunta l’équipe dell’università di Pisa, buona parte di quella numerosa squadra, corroborata da forze nuove specialmente giovanili, si è poi ritrovata nell’avviare il PRIN “Riscritture del sacro” su echi e motivi biblici e cristiani nei nostri scrittori moderni e contemporanei.

Il lavoro corale, scandito da momenti di confronto quali seminari privati o convegni pubblici, come quelli tenuti a Portogruaro nel 2006 e a Brescia nel 2007, sfocia ora nei due volumi, questo e il suo compagno novecentesco.

Ora, parlare di continuità fra un’opera destinata agli “dèi falsi e bugiardi” e questa dedicata alla Sacra scrittura potrebbe parere a qualcuno un giudizio forzato, per legittimare l’atto sconveniente di mescolare il diavolo con l’acqua santa (nel Medioevo qualcuno volle vedere nelle divinità pagane nient’altro che dèmoni camuffati). L’obiezione virtuale invita a ribadire un’idea che fino a tempi recenti sarebbe parsa pleonastica: e cioè che questa ricerca, come ogni ricerca degna di tal nome, non ha pregiudizi ideologici o confessionali, perché la cultura è sempre laica, come si suole ripetere in quella casa editrice di ispirazione cattolica che, come osservava con giusto orgoglio Stefano Minelli, poteva dirsi conciliare prima del Concilio, aperta com’è sempre stata non solo al dialogo ecumenico (specie con la cultura ebraica e protestante) ma anche al fitto, osmotico colloquio con gli intellettuali razionalisti, laici, compresi quei “lontani” ai quali, pionieristicamente, dedicò la collana dei compagni di Ulisse. Che poi alcuni degli autori abbiano nei confronti della Bibbia un interesse che non si limita al solo taglio letterario, questo appartiene ai loro liberi percorsi mentali e spirituali. Queste premesse, che solo ieri sembravano scontate, ci sono suggerite dalla situazione dell’oggi, che merita anche un’altra osservazione: la capacità di aver attratto l’interesse dei nostri italianisti prima sull’eredità mitologica e poi su quella biblica nasce forse dall’agnizione delle due inestricabili radici della identità culturale europea oggi sollecitata dal confronto con le ondate migratorie del cosiddetto mondo globale: quella classico-razionalista e quella giudaico-cristiana. Due modelli di riferimento, con i loro patrimoni verbali e mentali, che hanno conosciuto anche fasi di convivenza agonistica e duramente polemica, ma anche fasi di conciliazione, dialogo e cooperazione: modo che ora appare davvero dominante, come riconosce ogni onesto studioso, non accecato dall’ignoranza né chiuso nella gabbia arrugginita del pregiudizio ideologico. A dissipare le diffidenze anco ieri tangibili (ma non nei dintorni della casa editrice che intitolò alla humanitas la sua rivista, improntata ai valori dell’umanesimo cristiano, nella linea Erasmo-Thomas More, e che come i Padri illuminati considerava il tesoro della sapienza greco-latina come l’altro Testamento antico) basterebbe la valanga di firma raccolte recentemente dall’associazione aconfessionale “Biblia” per promuovere la conoscenza della Sacra scrittura nella scuola del nostro Paese, cui viene tradizionalmente imputata una scarsa conoscenza del Testo Sacro, nonostante o (secondo taluno) a causa della sua tradizione cattolica. E quanto a ciò, sat prata biberunt.

Vero è, invece, che anche nel dominio di nostra spettanza, cioè nel campo degli studi letterari, il peso di passate tensioni fra laicismo e integralismo ha determinato lacune negli studi. La storiografia letteraria anche recente, debitrice nonostante tutto del modello liberai-risorgimentale del De Sanctis, piegato poi spesso a storicismo marxista, ha confinato la letteratura religiosa entro lo steccato di uno specifico genere letterario o para-letterario, delimitato nel tempo: dal Medioevo al nascente Umanesimo, con tutt’al più un revival nell’età della Controriforma e del Barocco. Restavano così in ombra larghe zone di letteratura sacra o di poesia-preghiera, salvo qualche punta di iceberg emergente qua e là (le canzoncine di Sant’Alfonso de’ Liguori, le visioni varaniane echeggiate da Monti, l’innografia di Manzoni). Accanto alle manchevolezze della linea storiografica, l’ignoranza dell’intertesto biblico condiziona la piena intelligenza critica dell’opera non solo di autori quali Dante o Manzoni, che al Libro sacro guardano come a una viva fonte spirituale, ma anche ad autori che avevano orientato verso altri orizzonti il loro pensiero: sarebbe lo stesso, il Principe di Machiavelli, amputato dell’exemplum di Mosè? E i Canti di Leopardi, privati degli echi di Qohélet?

Nella biblioteca paterna di Recanati, dunque nella provincia dello Stato pontificio, il conte Giacomo poteva trovare molti libri intrisi di quel secolare sapere, molti dei quali peraltro mediavano anche le idee dei tempi nuovi, maturate nel chiarore dei lumi di Francia o fra le brume nordiche. E proprio dagli anni in cui si verificava e consolidava la grande svolta della Rivoluzione francese prende le mosse questo volume, i cui primi saggi riguardano appunto il protoromantico Alfieri, i neoclassici Monti e Foscolo: da lì lo sguardo percorre, nei due volumi, l’arco di duecento e più anni, nel quale la cultura secolarizzata è divenuta egemone, e si rivela palpabile anche in autori di esplicito orientamento cristiano, da Tommaseo a Fogazzaro: tanto più sollecitante, dunque, verificare le tracce indelebili lasciate dall’Antico e dal Nuovo Testamento nel linguaggio e nel pensiero di scrittori dell’Otto e del Novecento.

I frutti che se ne colgono nei due volumi incoraggiano a proseguire nell’impresa, a volgere cioè lo sguardo anche ai secoli precedenti, dove la messe si promette abbondante: al ciel piacendo, e con la generosa collaborazione di tanti studiosi amici, aggiungeremo altri volumi. Basti, per ora, questo primo torno, per il quale possiamo dire, come gli antichi copisti, e nel senso più pieno: explicit, deo gratias.(Pietro Gibellini)

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Cose nostre….

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Questo libro nasce dalle sollecitazioni finali del prof. Michele A. Crociata, ordinario di storia negli istituti superiori che, in occasione della presentazione del libro precedente “Banditismo, Mafia e Politica “, così si era espresso:« Su “Banditismo, Mafia e Politica in Sicilia molto di vero e di falso è stato detto e scritto da siciliani, da italiani ed anche da stranieri. Lo studio del Prof. Giuseppe Mazzola, però, ha un taglio del tutto particolare perché, parlando della “Banda Giuliano “, mette bene in evidenza tanti aspetti della storia più recente della nostra isola, della mentalità e dei costumi propri del suo paese natio: Montelepre.

Anche se ancora ragazzo, egli, infatti, ha visto, ha sentito, ha vissuto ed ha impresso nella sua memoria e nel suo essere quello che ora, uomo maturo, ci racconta e ci commenta con un periodare fluido e con stile accattivante, semplice, da innamorato della sua terra ubertosa e piena di poesia.

Dalla prima all’ultima pagina di questo libro c’è infatti, un lodevole e crescente sforzo per ridare ai suoi concittadini la verità dopo tante denigrazioni, sofferenze, soprusi, calunnie, fango, umiliazioni.

La figura di suo padre – galantuomo, anche se ritenuto mafioso e, per questo, vessato in vario modo alla ricerca di qualche reato concretamente imputabile e torturato fisicamente e psicologicamente – emerge da tutto il racconto come quella di un uomo saggio e forte, stimato da tutte le parti, anche le più ostili. Fra le righe si nota sempre la grande ammirazione e il grande affetto del figlio per un uomo considerato eccezionale e impegnato nella quotidiana e titanica lotta contro i malvagi. Proprio al padre – “che non avrebbe approvato “, dice – egli dedica questo libro, oggi alla sua seconda edizione.

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 Trovo l’opera interessante anche per i tanti e dotti richiami all’archeologia e alla storia locale e regionale; perle puntuali annotazioni su costumi, usi, tradizioni, proverbi popolari, sacralità e centralità della famiglia, evoluzione della mentalità, dell’urbanistica e della religiositàdi Montelepre. Apprezzabili sono pure le battute, le citazioni ed una poesia (pag 147) nella colorita lingua siciliana.Si nota subito che l’autore è anche uno studioso, uno psicologo e un sociologo convincente, attento al rispetto della persona e della legalità.

Non mancano, infatti, neanche le pagine che evidenziano – senza reticenze, eufemismi o moralismi – le connessioni sfacciate tra i vari poteri, una certa sorda lotta tra polizia e carabinieri, i vecchi e, purtroppo, mai del tutto abbandonati sistemi polizieschi intenti ad estorcere con le torture anche testimonianze fasulle, la mafia del primo e del secondo dopoguerra, le cause e le devastanti ed imprevedibili conseguenze dell’uragano – banditismo, la “misteriosa” strage di Portella della Ginestra, la messinscena del conflitto a fuoco a Castelvetrano e la morte di Giuliano; l’intervento dèl vescovo di Monreale a difesa di un paese angariato e demonizzato, specialmente dopo il caotico sfascio dell’ultimo dopoguerra, quando si lottava per sopravvivere; la dilagante ingiustizia e l’altrettanto dilagante corruzione in una regione sempre predata e mal governata; l’eredità di cultura d’ingegno e anche di litigiosità dei Greci antichi; la radicata diffidenza verso lo Stato e le istituzioni, che spingono a cercare protezione nei privati; la vita d’inferno del mafioso tra incertezze, precarietà, apprensioni, preoccupazioni ecc. ecc.

A mio parere, è bene che questo libro ricco anche di un repertorio fotografico ampio e spesso ancora inedito, sia messo in mano ai giovani per non dimenticare il passato e per migliorare il presente; nelle mani degli amministratori e dei politici per non ricadere nei vecchi detestabili errori; nelle mani di quanti cercano la verità e lottano per la giustizia e per il bene del nostro popolo.Mille volte grazie, dunque, al Prof. Giuseppe Mazzola ed auguri per eventuali nuove fatiche di questo e di altro tipo a vantaggio della nostra storia locale, di Montelepre e della Sicilia».

Prof Don Michele A. Crociata

La coesistenza religiosa:nuova sfida per lo Stato laico.

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Il presente volume, frutto di uno scambio di conoscenze fra studiosi del mondo universitario e operatori della pubblica amministrazione, attenti alla realtà culturale del diritto e volti a recepire gli stimoli presenti nella società, si propone di recare un contributo alla comprensione del fattore religioso nello spazio euromediterraneo e alle rinnovate dinamiche conflittuali tra monismo islamico e dualismo cristiano. 
In particolare, il tema della riflessione è focalizzato sul rapporto tra Stato laico e coesistenze religiose, così come viene evidenziandosi dopo l’11 settembre; tema che si rinnova continuamente e si presenta con fattispecie diverse che vedono intrecciarsi globalizzazione, grandi processi migratori, terrorismo. Il punto di osservazione parte da Genova, capitale del Mediterraneo, dove oriente e occidente rappresentano le due rive di un unico specchio d’acqua che è luogo d’incontro nella storia dei popoli e della cultura greco-romana, ebraica e araba, come pure delle tre grandi religioni del libro, che insistono nel medesimo contesto geografico. 
Pur osservando che l’integrazione delle comunità musulmane nella società italiana è oggetto di problematiche non previste dal legislatore dello Stato, e come tale lacuna, determina per reazione forme di integralismo confessionale. Non si può non riconoscere a tutte le religioni praticate con fede sincera un valore di civiltà e un elemento di elevazione spirituale nella loro funzione di collegamento tra il finito dell’uomo e l’assoluto di Dio. 


Indice:

Premessa del Curatore p. 5 

Adriana Gardino 
Democrazia e religione nel sistema della Convenzione europea 
dei diritti dell’uomo p. 13 

Massimo Campanini 
La percezione del rapporto tra islam e occidente p. 23 

Giovanni B. Varnier 
Libertà, sicurezza e dialogo culturale come coordinate 
del rapporto tra islam e occidente p. 27 

Giulio Gavotti 
Condizioni per la cittadinanza agli stranieri p. 65 

Alessandro Albisetti 
Osservazioni sul matrimonio islamico p. 69 

Ugo Taucer 
Immigrazione e sicurezza p. 75 

Giuseppe Rivetti 
Migrazione e fenomeno religioso: problemi (opportunità) 
e prospettive p. 109 

Gli Autori p. 127 

 

G.B. Varnier (a cura di) La coesistenza religiosa: nuova sfida per lo Stato laico
Rubbettino Editore, Soveria Manneli (CZ), 2008
€ 8,00, pp. 130

Lo “schiticchio”.A tavola con il Padrino!

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Avete mai assaggiato i “cannoli dei boss?” oppure la “caponatina alla Al Capone?”;vi siete mai cimentati in cucina con gli “agnelli sacrificali?”, “il silenzio delle sarde al linguate?”.Sapete che cos’è la “latitanza del macco?” e la “la norma della legge?”. A farvelo sapere ci ha provato,egregiamente,Guido Guidi Guerrera* ponendo in essere un volume che ruota attorno al cibo,di matrice sicula, e all’uso che ne fanno i Padrini di Cosa Nostra. Un invito,intriso di ironia, per provare a stare “A tavola con il Padrino” per farsi uno “schiticchio”!

Lo schiticchio in siciliano significa “abbuffata”. Il termine indica per antonomasia, e secondo una tradizione consolidata, il tipico banchetto dei mafiosi e della gente di malaffare in genere. Guido Guidi Guerrera, una delle firme più brillanti e sarcastiche della stampa italiana, ci invita a tavola con il Padrino. Un invito che non si può rifiutare.

Don Saro Partinico da Montelepre, capofamiglia e uomo d’onore, attorno al quale ruota una folla di comprimari e di comparse, è il protagonista indiscusso di questo libro giocato sul filo dell’ironia ma anche dell’analisi, insieme a un comprimario di straordinaria potenza evocativa: il cibo.

Lo schiticchio diventa dunque la metafora di ogni possibile appetito: i mafiosi, afflitti da una voracità declinata in tutti i generi possibili, ridono e si abbracciano, mangiano e parlano di cose sconce, ma nello stesso istante, e continuando a usare identiche forme lessicali, senza neppure mutare l’espressione del volto, con l’aria di non finire mai di scherzare, progettano omicidi e forse stragi. La tavola è il momento della celebrazione di un potere visibile proprio nell’eccesso, come accadeva per gli antichi imperatori, o al giorno d’oggi per ogni dittatore.

Eppure, ogni cibo amato dai padrini è anche sinonimo di un modo semplice se non dialettale di concepire la cucina, che è sempre quella delle madri e delle nonne. Un mangiare “di casa”, sempre preferibile a ogni latitudine a qualsiasi altra raffinatezza troppo distante dai ricordi più cari.

Un libro intriso di atmosfere siciliane alla Puzo, della lingua di Camilleri, di immagini alla Coppola.

Per scoprire, insieme alle ricette di ogni piatto, che lo schiticchio siciliano aveva anche altri significati.

«Se dobbiamo sopportare che Adonis andasse pazzo per la pasta alla norma e Al Capone da tacchino vanitoso per la caponatina, sopportiamolo, anzi: in questo caso non resta altro da fare che associarci. In fondo si tratta di farsi un ottimo schiticchio e, in nome della cucina siciliana, che mi fa battere il cuore allo stesso movimento di quel mare, ci posso stare».(Nino Frassica)

A tavola con il padrino:un invito che non si può rifiutare se è vero che:

  • “ Una goccia di vino dell’Etna è per l’uomo d’onore gradevole quanto una goccia del sangue del suo nemico”( Don Vito Cascio Ferro)
  • “Mi piace la pasta con le sarde,ma sinceramente le preferisco con l’olio che faceva papà” (Michael Corleone)

Un volume da “assaporare” per esportare sempre più la sana e ottima cucina siciliana e,sempre meno, la criminalità mafiosa che ha infangato,oltremodo,questa bellissima isola.

 *Guido Guidi Guerrera scrittore e giornalista per «QN». Tra i massimi esperti di Hemingway in Italia, ha pubblicato, tra gli altri, A spasso con papa Hemingway(Todaro, 2002), Battiato another link (Verdechiaro, 2006), A tavola con Maigret(IL Leone Verde, 2007) e Vivere alla grande (Aliberti, 2008).

Misteri d’Italia:da Salvatore Giuliano a Paolo Borsellino….

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 A 17 anni dalla strage di via D’Amelio,in cui furono trucidati il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta,si stanno aprendo nuovi scenari investigativi circa i mandanti dell’eccidio. Infatti la procura nissena indaga sulla sparizione della famosa “agenda rossa” ,che il giudice portava sempre con sè, e su un personaggio misterioso che avrebbe avuto un ruolo chiave nell’organizzazione e nella realizzazione della strage. Pensando a tutto ciò,soprattutto nel ricordo affettuoso dei caduti,vorrei proporvi una breve recensione di un “volumetto”,da poco dato alle stampe,che prova a rivangare un altro grande mistero d’Italia:ossia la figura di Salvatore Giuliano,bandito di Montelepre, che ha reso questo piccolo paese dell’entroterra palermitano tristemente famoso in tutto il mondo a partire dal 1943,anno dell’inizio della latitanza di Giuliano,sino ad oggi,passando per il 1950,anno della sua morte. A porre in essere l’ultimo contributo,in ordine di tempo,sulla vicenda Giuliano è Salvatore Badalamenti,nato e cresciuto a Montelepre,ma attualmente vive e lavora a Palermo. Il suo interessante studio è intriso di ricordi d’infanzia , di testimonianze acquisite nella sua giovinezza dagli anziani del paese, di fonti storichee mira a dimostrare che,ad oggi,sulla vicenda Giuliano,così come su tanti altri misteri d’Italia,purtroppo dolorosi, esiste una verità “ufficiale” e una “popolare”. Ad esempio circa la fine del bandito,la verità ufficiale dice che fu ucciso in un conflitto a fuoco a Castelvetrano,quella popolare che è stato ucciso,a Montelepre,dal cugino Gaspare Pisciotta, (a sua volta poi ucciso, a suon di strichinina, dentro il carcere borbonico dell’Ucciardone),poi trasportato a Castelvetrano dove sarebbe stato inscenato il conflitto a fuoco:da un lato i carabinieri e dall’altro Giuliano già morto! Eppure,come dice il detto,non c’è due senza tre,ossia:Giuliano è,davvero, morto nel 1950 e a Montelepre-Casteletrano? E se fosse morto molto tempo dopo,di morte naturale? E quale sarebbe il nesso tra il Mistero,o i misteri, che avvolgono ad oggi la strage di via D’Amelio e la vicenda della fine,o presunta tale, del bandito Salvatore Giuliano? Il mistero di Giuliano sarebbe quello circa la sua vera fine:quando è morto e dov’è morto Giuliano? Siamo certi che,circa la fine di Giuliano,sia stata  la verità ufficiale che quella popolare, dicano la verità?Ossia che sia realmente morto? Vedendo e leggendo il libro di Badalamenti,mi è venuto in mente un fatto successomi alcuni anni fa. Mi trovavo a Montelepre e parlando con una persona addentro alle segrete cose,circa la vicenda Giuliano,ebbi a chiedergli:”Giuliano è sepolto nel cimitero di Montelepre”? Risposta secca del mio interlocutore:”Forse”! Io non replicai,ma quella risposta mi lascio di sasso,come “forse” dissi fra me e me….Quella risposta,negli anni successivi,avrebbe avuto altre conferme circa la sopravvivenza di Giuliano sino ad un paio di anni fa,in America e sotto falso nome. Se così fosse,(basterebbe una semplice ricognizione cadaverica del corpo mai fatta), sarebbe probabilmente vero il fatto che Giuliano avrebbe accettato un salvacondotto,solo per lui,offertogli, a suo tempo, dal cardinale di Palermo Ernesto Ruffini? E se Giuliano fosse,davvero,andato in America,chi c’è sepolto, al suo posto, nel cimitero di Montelepre? Sarei curioso di saperlo! Intanto un filo sottile di MISTERI,attraversa la storia dell’Italia Repubblicana, dalla strage di Portella delle Ginestre,passando per la presunta fine del bandito di Montelepre,per arrivare a quella di via D’Amelio.Misteri dolorosi che aspettano di ricevere una risposta corrispondente a Verità:quella vera….possibilmente!

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Salvatore Badalamenti,Montelepre,il dopoguerra e i misteri di Giuliano,La Zisa,2009,pp.157