Cronaca del Parlamento Siciliano del 1668.


Cronaca del Parlamento Siciliano
svoltosi a Palermo
nell’anno 1668

introduzione
a cura di Giovanni Filingeri

In questo saggio si pubblica l’inedito manoscritto, del XVII secolo, dal titolo “Instrutione, pratica, e lucidatione delle funtioni, et osservanze ne Colloquij Generali in questo Regno di Sicilia”, recentemente rinvenuto nell’Archivio di Stato di Palermo.
L’incartamento fa parte del fondo archivistico della famiglia Dominici, i cui autorevoli rappresentanti ricoprirono cariche prestigiose nella Regia Corte del Regno di Sicilia. La sua stesura può essere attribuita a Giuseppe Dominici, in quel tempo avvocato fiscale del Tribunale della Regia Gran Corte e del Regio Patrimonio.
Il manoscritto è composto da 80 carte scritte da un’unica grafia ed è stato redatto nel 1668, anno in cui si svolse a Palermo una sessione del Parlamento siciliano guidata dal viceré Francesco Fernandez de la Cueva, duca di Alburquerque.
Il Parlamento siciliano si componeva di tre bracci: il Feudale o Militare, che comprendeva 56 nobili (i primi 10 erano pari del Regno); l’Ecclesiastico, con i suoi 63 componenti: Arcivescovi, Vescovi, Abati e Archimandriti (superiore di un monastero di rito greco) e, infine, il Demaniale, che associava i rappresentanti delle 42 città demaniali, le “Città del Re” (da un minimo di 36 nel 1556 a 44 nel 1810) . La suddivisione esprime, fondamentalmente, la struttura corporativa della società feudale isolana, essendo costituita da membri non eletti dal popolo.
L’importante istituzione politica siciliana aveva una limitata funzione legislativa e veniva convocato ogni tre anni, periodo che copriva i tempi della riscossione dei precedenti donativi. La convocazione dei bracci era regolarmente intimata nel mese di marzo, in largo anticipo sulla data prevista per la sessione parlamentare (generalmente dicembre). Il Protonotaro del Regno era l’ufficio preposto alla notifica delle convocazioni.
Le lettere d’invito, sottoscritte dal viceré e con il parere del Sacro Regio Consiglio, indicavano la data e il luogo dell’assise e sollecitavano i parlamentari “a mandare persona ben instrutta con procura ampla è libera di poter intendere, votare, et concludere in luoco loro”.
Negli atti di notifica, la particolarità formale, degna di nota, risiede nella differente formulazione degli inviti rivolta ai tre rami del Parlamento, forte espressione del prestigio e del ruolo politico acquisito dai vari bracci: s’adottava la formula “v’esortiamo per il brachio ecc.co, à quelle del militare si dice v’incarichiamo, et à quello del demaniale ve ordiniamo”. Ciò conferma il peso e la gerarchia del potere dei tre rami parlamentari nonché la stretta dipendenza del braccio demaniale dalla Corona.
Con lettera del 25 ottobre, il viceré Francesco Fernandez de la Cueva, Duca di Alburquerque, convocò il nuovo Parlamento siciliano per il 1 dicembre 1667, con sede a Palermo. Per tale occasione, il viceré concesse la consueta immunità a titolati e baroni, procrastinando gli eventuali mandati d’arresto e le cause giudiziarie pendenti dal giorno della notifica dell’invito a quindici giorni dopo lo svolgimento della sessione parlamentare .
Al che seguì il bando che invitava i parlamentari a far annotare gli eventuali atti di procura nel Rollo dell’ufficio del Protonotaro del Regno.
La data della sessione parlamentare veniva, spesso, differita a causa del mancato raggiungimento del quorum dei partecipanti; la cagione era quasi sempre da addebitare al braccio ecclesiastico, essendo le abbazie conferite a persone assenti dal Regno e con amministratori senza facoltà rappresentativa.
A causa del mancato numero legale la seduta del Parlamento del I dicembre 1667 slittò per diverse volte.
Un dei motivi fu la morte dell’arcivescovo di Palermo Pietro Martino Rubeo, capo del braccio ecclesiastico; al suo posto, il Duca di Alburquerque elesse l’arcivescovo di Monreale.
Alla seduta del Parlamento del 3 febbraio 1668 partecipò anche l’ambasciatore della città di Catania che, per antica osservanza, era ricevuto fuori della Porta Felice dai rappresentanti del Senato di Palermo. Egli era accolto ritualmente con una salve di mortaretti e, in base al cerimoniale, sedeva nella carrozza senatoriale a fianco del pretore e dell’edomadario. Il corteo transitava per il Cassaro fino al Palazzo Regio.
L’apertura dei lavori parlamentari, “introdotti …per anteporre il ben publico in ordine al servitio di Sua Maestà con il quale non si complisce mai, se non con la conservatione del Stato”, iniziava con la consueta relazione del viceré, nella quale venivano chiarite sia le motivazioni della convocazione sia le proposte avanzate dal monarca.
Le materie trattate nel corso dell’assise parlamentare erano regolarmente due: “la prima tocca l’offerte, ò confirme de’ donativi, che il Regno spontaneamente fà al [Rè n.ro Sig.re]. La seconda abbraccia la consideratione degli inconvenienti, e disordini che patisce il Regno per provedersi de’ convenienti Rimedii, chiedendoli à [S. M.ta] à nome di gratie”.
La deliberazione conclusiva, registrata dall’ufficio del Protonotaro del Regno, era regolarmente inviata in copia al Papa, “per la confirma dei donativi della contributione della sesta parte”, e al monarca spagnolo, “per vedere l’oblationi è donativi che il suo fedelissimo Regno gli hà fatto”.
A prima vista l’ordinamento, riportato dal nostro manoscritto, sembra una miscellanea confusa di atti di vario argomento, con una sequenza cronologica discontinua ed irregolare che va dal 1522 al 1668.
In realtà, un più accurato approfondimento chiarisce che il testo ha una sua coerenza esplicativa e la sua ragione d’essere, essendo concepito come una cronaca coeva ovvero un diario descrittivo e normativo di una seduta ordinaria del Parlamento siciliano. La sua particolarità, se così si può sintetizzare, risiede proprio nel fatto che, tra lo svolgimento dell’attività parlamentare e l’evolversi del cerimoniale, è richiamato un corpus di provvedimenti pregressi (18) che disciplina la conflittualità dei bracci del Regno in ordine a precedenze e prerogative nonché la materia giuridica e normativa riguardante dispense, procure, elezioni dei membri dei tre rami ed altro.
C’è soprattutto da notare la forte sensibilità dimostrata dal memorialista coevo, che ha redatto il tutto in forma di diario (allo scopo di conservazione pubblica o privata di fatti significativi sia per l’estensione di ricordi sia per una volontà coscientemente storicizzante), non solo per gli avvenimenti in se stessi, ma anche per l’accuratezza descrittiva dei dettagli cerimoniali e del loro rituale svolgimento, con una precisione ed un’attenzione che ritroviamo solo nel coevo “Ceremoniale delli signori Viceré” .
E’ dunque una meticolosa descrizione di un grande evento amministrativo che si perpetua da sempre con ieratica solennità ed assoluto rigore formale, ma non senza varianti, al fine di tramandare, in funzione normativa (protocollare) e didascalica, l’ordinamento di una sessione parlamentare ordinaria.
Da questo ampio stralcio di cronaca si coglie sia la forte sensibilità per le apparenze e le simbologie del potere, rilevabile dalla descrizione degli addobbi della sala dell’assise parlamentare, sia l’azione di disciplinamento dei vari bracci gerarchici e la loro “visibilità” ed auto-rappresentatività in occasione di una sessione del Parlamento, attraverso un dosaggio bilanciato di protocollo e di cerimonialità .
Nella fattispecie, la cerimonialità (che impone regola, forma, ordine ed estetica) assume la funzione fondamentale di strumento non solo di celebrazione, ma anche di sussistenza del potere viceregio e di collante in un campo di rappresentazione sociale eterogenea animato da soggetti, logiche e forze spesso concorrenti.
La vita del Parlamento siciliano è scandita da un rigido sistema di precedenze che fissa il rango e la posizione dei vari membri dei bracci nelle cerimonie, dando a questi il carattere di rappresentazioni rituali . Tali forme di manifestazioni vengono condizionate da regole codificate nel corso dei secoli, attraverso vere prescrizioni protocollari. Esse disciplinano l’attività di relazione formale e ufficiale fra il viceré, espressione della potestas reale, e la rappresentanza sociale del Parlamento siciliano nonché i rapporti intrinseci dei tre bracci che lo compongono. Pertanto, l’ordinamento del cerimoniale parlamentare, inteso quale complesso insieme di linguaggio, condotta e simboli attraverso il quale l’istituzione affronta le relazioni intersoggettive, ci rivela anche i rapporti di forza all’interno della rappresentanza del potere locale, spesso condizionati visibilmente dalla maggiore autorità locale.
La politica vicereale isolana (emanazione di quella sovrana), espressione ideale della giustizia distributiva, mira in ogni modo al giusto equilibrio tra i vari rami parlamentari, nel rispetto dello status e del grado sociale di ciascuno dei suoi autorevoli rappresentanti, per garantire un clima di pacificazione e l’assoluto predominio sulla composita realtà isolana: “il viceré si fa garante delle distinzioni imposte da un ordine sociale precostituito, retaggio di antico regime, che postula diversità fra gli individui e la detenzione di privilegi da parte di pochi ecclesiastici ed aristocratici”.
Confluendo nel testo la cerimonialità e la pratica di governo parlamentare, il manoscritto costituisce, nel suo complesso, una preziosa documentazione per la comprensione della storia istituzionale siciliana e dei rapporti tra i Viceré spagnoli e i bracci del Regno. Per la sua importanza ho ritenuto utile la sua pubblicazione integrale, soprattutto in una temperie culturale contemporanea in cui si infittiscono le ricerche sulle corti, sui cerimoniali e i rituali della regalità. L’augurio è che tale iniziativa possa giungere gradita ai cultori di storia siciliana.
1.La lingua più utilizzata nel testo è il volgare, seguita dal latino e da alcuni brani in spagnolo.
2.Sull’argomento cfr. “Parlamenti Generali ordinari e straordinarii celebrati nel regno di Sicilia dal 1494 fino al 1658 raccolti da Don Andrea Marchese, con l’aggiunta in questa nuova impressione di quelli del 1661 fino al 1714 dal dottor don Pietro Battaglia …, Palermo, MDCCXVIL.
3.Il beneficio dell’eccezione hostica.
4.Tale privilegio, come riporta il nostro manoscritto, non sempre era osservato dai vicerè.
5.E. Mazzarese Fardella, L. Fatta del Bosco, C. Barile Piaggia, a cura di, Ceremoniale de’ signori vicerè, in “Documenti per servire alla storia di Sicilia”, s. IV, vol. XVI, Società italiana di Storia Patria, Palermo 1976. A tal proposito segnalo anche il manoscritto inedito dal titolo “Ceremonial de las audencias en el virreinato de Sicilia”, stilato sotto il governo del Duca D’Ossuna.
6.Nel 1641, il “maestro di ceremonie” era Cristofaro Papè, protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia. Il rev. Rocco Pirri tentò invano di arrogarsi di tale prerogativa (Cfr. De Regni Protonotaro, ac Logotheta, pag. 9, 30 maggio 1640).
7.E’ significativo il paragrafo 17, “Forma del sedere nelle sessioni li deputati del Regno”, che regolamenta la distribuzione formale dei parlamentari dei tre bracci nell’assise parlamentare
Giovanni Filingeri
NB:Seguirà,per gentile concessione del Dott.Filingeri,la pubblicazione integrale del testo.

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Montelepre nel Medioevo.


La passione “innata” ed acquisita dello storico-documentarista è ricercare. Ossia avere la capacità di tirare fuori dall’oblio del tempo,dalla polvere dei secoli e dall’incuria dell’ignoranza umana i tesori nascosti nelle tante carte,documenti,siti archeologici e tanto altro,disseminati a destra e a manca.
Chi cerca trova! In forza di questa convinzione,il monteleprino Dott.Giovanni Filingeri,medico chirurgo,ha sviluppato nel tempo la capacità di saper usare bene il bisturi della ricerca storica con risultati eccellenti. Infatti,proprio in questi giorni,è stato dato alle stampe la sua ultima ricerca dal titolo:Montelepre nel Medioevo. Titolo alquanto curioso a prima vista,poiché-come sostiene lo stesso autore- “Montelepre è noto per essere una delle fondazioni tardive (scorcio del XVII secolo) che si colloca nel più vasto fenomeno colonizzatore e demografico che investe la Sicilia a cavallo del ‘500.” Ma l’arguzia storico-documetaristica del Filingeri consiste proprio nell’andare oltre le “colonne di Ercole”,inoltrandosi là dove nessuno vorrebbe andare:ossia nella ricerca storica mirante a far luce su ciò che c’era,nel territorio monteleprino,prima del ‘600-‘700 e che ha costituito le premesse per lo sviluppo urbano della Montelepre di ieri e di oggi. Dunque un “tuffo” nel passato remoto,quello di Filingeri,appunto nel Medioevo monteleprino. La caratteristica degli studi del Dott.Filingeri è connotata dalla intransigente ricerca storica:carta canta! Leggendo il presente volume,ancora una volta,il lettore si imbatterà in una serie di documenti di indiscutibile valore storico che l’autore ha portato alla luce e messo a disposizione di chi è convinto,ancora oggi,in un mondo di alienati, smemorati,alcolizzati che:”Historia magistra vitae est”!.

Introduzione
Una panoramica sugli aspetti storiografici di Montelepre mostra che l’attenzione degli studiosi, il cui riferimento è d’obbligo, si è rivolta prevalenza all’indagine storico-urbanistica della nostra cittadina, nel corso del XVII secolo, e al suo monumento più ragguardevole, la torre Ventimiglia (1433).
A ritroso nel tempo si constata, poi, un fitto mistero, reso più impenetrabile dalla mancanza di studi e ricerche.
Ciò, nel passato, ha indotto lo scrittore partinicese del XIX secolo, Stefano Marino, (che di certo non ignorava il sito archeologico Monte d’Oro) ad affemare che “…Montelepre non interessa quasi per l’antichità, quanto ci è prezioso, ci è caro per la bellezza che mostra il suo sito e per la vigoria della sua gente industre e laboriosa”, una notazione che certamente accogliamo parzialmente e non solo per spirito campanilistico.
Oggi, alla luce delle più recenti acquisizioni archivistiche ed archeologiche si rileva che, nella Sicilia occidentale, il territorio di Montelepre, dislocato tra tre ampie pianure, ha rivestito un ruolo strategico di tutto rilievo. L’ambito geografico nel quale ricade, rinomato per le bellezze paesaggistiche, mostra che attraverso di esso è passata la storia dell’uomo, lasciando tracce più o meno consistenti dell’altalenante frequentazione umana: un modesto territorio cui appartengono i non pochi siti archeologici, masserie ed edifici fortificati, che attende di essere indagato in egual misura per l’età medievale.
La ricognizione dei luoghi ha permesso di chiarire che nei siti archeologici finora individuati non vi è soluzione di ininterrotta continuità cuturale con il passato (indizio quindi di una rioccupazione autonoma del territorio); conseguentemente, la storia di Montelepre deve essere letta, tenendo in debito conto quei fattori ed avvenimenti che hanno disperso e poi fatto sviluppare, in diverse parti del territorio, quei nuclei insediativi che – a corona dell’originario sito (Hyccara?) – hanno continuato a svolgere la medesima funzione di punto di riferimento delle attività umane (lavorative e commerciali) del territorio. Solo in questa visione di persistenza abitativa in un ambito geografico ristretto, si può cogliere il filo conduttore che lega idealmente l’antica città di Monte D’Oro alla moderna Montelepre.
I primi riferimenti storici, già ampiamente noti, risalgono al primo trentennio del XIV secolo, cioè al periodo in cui il feudo di Munkilebi è già in possesso del monastero di S. Caterina del Cassaro di Palermo. Poi le cronache, molto scarne di particolari, illustrano che, nel corso del XV secolo, le monache concedono il feudo in enfiteusi alla Diocesi di Monreale, per l’annuo censo di dodici onze d’oro; dopo qualche anno, nel 1433, l’arcivescovo Giovanni Ventimiglia vi edifica una torre (donjon) con annessi magazzini, ed introduce l’olivicoltura intensiva. Da quel momento la storia di Montelepre si lega intimamente alle vicende della Chiesa di Monreale, che vi esercita anche il mero e misto imperio.
Nel quadro storico dei secoli successivi, Montelepre è noto per essere una delle fondazioni tardive (scorcio del XVII secolo) che si colloca nel più vasto fenomeno colonizzatore e demografico che investe la Sicilia a cavallo del ‘500.
In questa parte della Sicilia occidentale si fondano dei nuovi villaggi che, tranne qualche eccezione, sorgono a ridosso della fascia costiera o nell’immediato entroterra, situati in posizioni non elevate e dominanti zone vallive e linee di comunicazioni. Non è facile spiegare le motivazioni che hanno contribuito, caso per caso, alla creazione ex novo di questi centri abitati e a valutare le ragioni dei flussi migratori in territori di così modeste risorse ed estensioni, attorniati da realtà economiche e demografiche già ampiamente consolidate.
I recenti studi archivistici fanno in ogni modo emergere gli elementi generatori del nucleo urbano di Montelepre: la presenza dell’antica strada di collegamento Palermo-Trapani, l’abbondanza di sorgenti, la Quattrocentesca torre, lo sviluppo di importanti attività economiche (mulini, cartiere, risaie, concerie ecc.) e il contributo socio-economico del casato Bellacera-La Grua.
Pertanto spinti dalla necessità di ovviare a tale silenzio storiografico, abbiamo avviato una preliminare ricerca archivistica con l’intento di aprire nuove e stimolanti prospettive sulla conoscenza storica di Montelepre e del suo territorio, nel Medioevo.

L’ingresso del vicerè Diego Enrìquez Guzmàn a Palermo,nel 1585.

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Il documentarista Dott. Giovanni Filingeri,in questo prezioso volume, ci fa rivivere la Palermo dei Vicerè di metà ’500 a partire dall’arrivo di Carlo V in città  a cui si legò una nuova architettura della città in netta contrapposizione con quella medievale di fattura normanna e sveva.

In questo saggio viene presa in esame la documentazione archivistica che riguarda l’allestimento dell’apparato effimero predisposto dal Senato di Palermo per l’accoglienza trionfale al vicerè Diego Enriquez Guzmàn (Gusmàn), conte di Alba de Liste,nell’agosto del 1585, XIII indizione.

Il nuovo rappresentante del monarca spagnolo, succeduto a Marco Antonio Colonna (1577-84), è eletto vicerè con real dispaccio del 26 gennaio 1585, emanato da Alcalà….

Per il Senato palermitano, l’insediamento d’un nuovo vicerè è l’occasione ideale per ribadire e sancire il ruolo indiscusso di Palermo quale capitale de facto della Sicilia, ma è anche la circostanza per riproporre l’uso di quelle forme di ricevimento già in voga nella tradizione rappresentativa locale. Ci si aspetta molto dal rappresentante reale e, la municipalità, pur in difficoltà economiche, si accolla nuovi debiti per organizzare l’allestimento per il solenne arrivo. Alla povertà dilagante, ai problemi legati alla carestia e alla sanità fa da contrasto l’affermazione del prestigio civico che ostenta l’opulenza e il fasto, retaggio di nostalgici emblemi dell’epoca svevo-normanna ed aragonese.

A redigere il progetto, su committenza della locale municipalità, è l’ingegnere senatorio (?) Vincenzo Jaconia….

La novità di rilievo è l’utilizzo del duplice arco di trionfo, l’uno nella versione che caratterizza il pontile trionfale, l’altro nella versione di porta cittadina dislocata nei pressi del varco d’accesso predisposto nella cinta muraria, proprio là dove è prevista la realizzazione della Porta Felice in muratura, promossa dal vicerè Marcantonio Colonna nel 1581 e, momentaneamente sospesa, a causa dell’indebitamento del Senato.

La realizzazione della porta lignea intitolata a donna Felice Orsini, consorte del Colonna, appare un omaggio alla fattiva politica del vicerè, politica che Palermo auspica dal nuovo rappresentante reale.

I primi archi trionfali, modesti in confronto a quelli realizzati in altre città, sono innalzati a Palermo nel 1535, in onore di Carlo V, reduce dalla vittoria di Tunisi contro i Turchi. Da quel momento, la presenza delle architetture effimere caratterizzerà la scenografia urbanistica delle feste palermitane sino alla seconda metà del XIX secolo….

L’introduzione architettonica del nuovo arco ligneo di Porta Felice, manufatto che si ispira all’interesse umanistico della romanità anche se con sfumature diverse, ha un triplice obiettivo: il primo è quello di far conseguire a Palermo il prestigio, l’approvazione e il consenso politico vicereale al fine di cementare i rapporti fra il nuovo governante e il popolo; il secondo è quello di ricoprire, anche se temporaneamente, lo squarcio artificiale delle mura; e, l’ultimo, non certo per importanza, è quello d’assicurare la sequenza prospettica ideale all’unione assiale fra le più importanti porte cittadine: Porta Nuova (1569-1584) e, per l’appunto, Porta Felice, secondo la maniera d’intendere lo spazio urbano promossa dalla monarchia….

L’idea su cui si basa quest’ultimo progetto, si inserisce nel disegno di riqualificazione urbanistica messo in atto dai vicerè e dall’Universitas, sin dalla prima metà del ‘500, per realizzare un impianto urbano più regolare caratterizzato da un asse primario che, attraversando l’intera città, unisca in tempi più brevi il retroterra alla marina. L’articolato progetto risponde a un idoneo programma di potenziamento strategico-difensivo del sito che è possibile ottenere attraverso un più razionale

collegamento dei luoghi strategici della città. Si intuisce la volontà di destinare le due maggiori piazze cittadine, Piano del Palazzo Reale e Piazza Marina-Cala (sede del potere giudiziario dell’Inquisizione) a polo d’attrazione dell’intero assetto urbano, sul cui asse d’unione verticale devono insistere gli emblemi del potere civile e religioso, nonché le architetture più prestigiose della città. Scopo dell’intervento è anche quello di superare la difformità estetica di vaste aree edilizie, in forte degrado per la presenza di edifici fatiscenti.

La politica urbanistica della monarchia spagnola rifiuta il modulo medievale dell’antica città ed adotta, in armonia con la tesi rinascimentale dei rettifili, il collegamento tra le nuove emergenze. In questo modo, l’innovata viabilità risponde alla logica della mediazione fra città e porto.

La svolta epocale si attua con l’ingresso di Carlo V e costituisce l’inizio d’un rapporto preferenziale,ma complesso,tra Palermo e il regno ispanico, di cui sono espressione significativa il potenziamento del sistema difensivo della città, la costruzione del nuovo molo, il restauro del Palazzo Reale, la realizzazione di infrastrutture pubbliche….

Ferrante Gonzaga, vicerè dal 1535 al 1546, affida la progettualità e la realizzazione delle opere difensive all’ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino. E nell’arco d’un trentennio che Palermo, circondata da una cinta bastionata, assumerà quella forma “quadrata” che sarà fissata per sempre nella sua cultura e nella sua iconografia, corrispondente agli obiettivi d’assetto mìlitare dell’ideale città cinquecentesca….

Con il vicerè Garcia di Toledo prende il via il progetto di rinnovamento urbanistico mediante l’allargamento e la rettifica del “cassaro” sino a Sant’Antonio (e Porto Salvo), secondo una più moderna visione suggerita dalle esperienze militari. Nasce così il grande asse di Via Toledo su cui si aprono, tangenzialmente, tre ampi slarghi, emblemi del potere cittadino: quello religioso antistante la Cattedrale, quello civico di fronte al Palazzo Pretorio e, infine, quello del baronaggio, colto ed elitario, nel piano Bologna, sede prestigiosa delle più importanti famiglie palermitane.

Con l’arrivo del Colonna (1577-1584) si realizza la Porta Nuova (1582-87) e il prolungamento del Cassaro (Via Toledo), dalla chiesa di S. Maria di Porto Salvo alla Porta Felice (1581-1637). Nelle fonti di quei tempi, il nuovo asse viario ha l’appellativo di “strada d’Austria” che, come vedremo in seguito, si articolerà in diversi spazi scenici (Piazza Marina ecc.) da destinare alle diverse forme di spettacolarità urbana.

Nello stesso periodo, si avvia la sistemazione dello spazio antistante la fascia costiera (Foro Italico), recuperato dal ritiro del mare.

Di notevole interesse è la scoperta del Filingeri,secondo cui i quattro manufatti lapidei ,assieme alla sovrastante aquila e lapide dedicatoria di porta Nuova,furono scolpiti da Vincenzo Gagini (1527-95) su committenza del senato palermitano. I cosidetti “Talamoni” si trovano anche nella parte esterna di porta Felice rivolti verso il mare. La lettura che il Filingeri da dei talamoni è si ordine storico,cioè a dire sarebbero delle costruzioni architettoniche poste all’esterno delle porte d’ingresso nella città per ricordare che il pericolo del tempo erano proprio i turchi .Vero è che il modello architettonico delle porte  è attinto dalla tradizione  classica romana, ma è pur vero che l’ornamento scultoreo dei talamoni riecheggianti appunto i Mori,nella Sicilia di metà ‘500 non può essere considerato solamente un ornamento architettonico. Infatti in Sicilia,più che altrove,la derisione del nemico non cristiano è uno degli eventi che,dal punto di vista della psicologia di massa,assume un significato catartico che rimanda non solo al ricordo storico della dominazione musulmana dell’isola e alla liberazione della stessa ad opera dei Normanni, ma soprattutto al fatto che nel ‘400 e nel ‘500 il pericolo si chiama ancora Turco e che può spuntare ,da un momento all’altro,proprio dal mare. La Sicilia quale frontiera più avanzata dell’impero spagnolo nel mediterraneo,funge da base logistica per le iniziative  di carattere sociale,culturale e strategico-militare contro i Turchi a difesa della cristianità. Allora i talamoni rappresentano due cose significative:

1-la metafora dello scontro ancora in atto,all’epoca,tra mondo cristiano e Turchi ( cfr. battaglia di Lepanto);

2- feticci che assumono un valore apotropaico.

Un grazie sentito all’amico Dott.Filingeri per la sua grande capacità di ritrovare documenti inediti e sepolti dal tempo e dall’oblio degli uomini e ridare loro voce e nuova linfa,per una comprensione sempre più autentica e veritiera della nostra storia,avendo dato un contributo storico-documentario, innovativo,sulle antiche porte di Palermo. Carta canta!

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 Premessa

Fra i molteplici temi attinenti il patrimonio storico-artistico e architettonico dell’Isola che potevano essere oggetto d’una attività di ricerca, la scelta è caduta sugli effimeri apparati trionfali e su alcune porte di Palermo, costruite nella seconda metà del Cinquecento.

Questa correlazione tematica costituisce una modalità d’indagine complessa, ma non inconsueta, essendo stata affrontata in varie riprese dalla recente storiografia. Tra la cultura dell’effimero importata dalla Rinascenza e l’architettura permanente coeva, esiste un legame profondo che ambisce alla contestuale definizione dello spazio scenico e rappresentativo urbano.

La rinnovata attenzione nasce, in realtà, dal rinvenimento, presso l’Archivio di Stato di Palermo, di documenti inediti che aprono nuove prospettive d’interpretazione e di ricerca su tendenze ed eventi particolarmente intrecciati.

Nel corso del Cinquecento, sotto il regime spagnolo, Palermo e Messina si contendono il ruolo di capitale del Regnum Siciliae.

L’ambizione della città dello Stretto a essere la capitale di fatto avvalorata, oltre che dalla politica filo-governativa, anche dalla supremazia imprenditoriale, commerciale e culturale, suffragate dalla presenza dei più grandi cantieri navali siciliani, dal monopolio nella produzione e manifattura della seta, dall’ideale posizione logistica sulle rotte commerciali europee, dall’emergere d’una classe politica e dirigenziale compatta e dinamica.

Nell’accesa disputa, emerge prepotente l’orgoglio municipalista dell’aristocrazia palermitana, poco incline ad accettare con inerzia le decisioni, spesso irrevocabili, del monarca. Il Senato locale si scuote dal torpore e inventa di tutto per alimentare il prestigio della città.

 Nella capitale si ricorre all’uso di tendenze scenografiche, statiche e dinamiche, tramite l’esuberante ornamentazione urbana (porte, fontane, ottangoli). In questo rinnovato fervore artistico e culturale, ogni evento di carattere religioso, festivo o encomiastico, diventa l’occasione per far sfoggio di manifesta superiorità; ed anche l’uso degli apparati effimeri, inizia ad avere

ruolo preminente nella disputa municipalista.

L’effimero è notoriamente ritenuto il campo dello sperimentalismo nell’ architettura e nell’arredamento urbano; e, in quanto tale, permette di anticipare e visualizzare le nuove tendenze artistiche e monumentali. Di esso, si esalta spesso il carattere innovativo e la tendenza agli azzardi propri del provvisorio, volti a raggiungere l’effetto del meraviglioso scenico.

Per cogliere questi aspetti, introduciamo il lettore nel mondo degli allestimenti effimeri predisposti dal Senato di Palermo in occasione dell’ingresso solenne del vicerè Guzman, argomento finora poco discusso dalla recente storiografia.

L’interesse per un qualcosa che non ha lasciato traccia materiale, eccezion fatta per i pochi ragguagli dei cronisti di quei tempi, sembra superfluo, se non addirittura anacronistico; peraltro essendo fugace finzione, non tutti riconoscono l’importanza di questi apparati che, ridotti spesso a valore puramente descrittivo, visivo e scenografico urbano, vengono spogliati della loro dignità di “architetture” o dell’intrinseca accezione artistica e figurativa. Tuttavia, come avremo modo di chiarire, la descrizione dell’apparato effimero del 1585, conserva intatto il suo fascino e, non solo perché anticipa la lunga tradizione dello spettacolo palermitano, ma per le relazioni che consente di stabilire con la coeva architettura permanente.

In Sicilia, anche se con un ritardo di circa mezzo secolo, viene recepita la cultura rinascimentale italiana. Una folta schiera d’ operatori, scultori architetti e scalpellini-architetti peninsulari, soprattutto toscani, si riversa nell’Isola per monopolizzare la locale cantieristica civile, religiosa e militare. La loro attività è intensa poiché non vi è centro urbano che non attinge ai nuovi fermenti artistici e architettonici. Ed è proprio sulla scia di questa nuova tendenza culturale che si affermano gl’indizi del coevo linguaggio manierista, che avranno notevole influenza sull’architettura di cui tratteremo in seguito.

La presente ricerca intende quindi fornire spunti e formulare ipotesi di lavoro sullo “stato dell’arte” e sulle tendenze effimere che le conoscenze attuali sembrano accreditare al Cinquecento palermitano.

 

 

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Giovanni Filingeri,L’ingresso solenne del vicerè Diego Enrìquez Guzmàn a Palermo,nel 1585. Contributo Storico-documentario sulle antiche porte di Palermo. Associazione Culturale ” Historia Magistra Vitae”,2008.

Carini nel cinquecento….di Giovanni Filingeri.

 

Premessa

 

La storia di Carini mostra larghe zone d’ombra, spazi non sufficientemente indagati e comunque ricostruzioni non suffragate da meticolose ricerche documentarie. Si è reso, pertanto, necessario l’allargamento della ricerca verso ambiti meno studiati o forse involontariamente trascurati dagli storici.

Il saggio, che qui si presenta, è la sintesi di un approfondimento archivistico durato circa un biennio. Esso si sofferma a “fotografare” l’immagine urbana di Carini nel Cinquecento e le sue impareggiabili emergenze architettoniche. Una descrizione scarna che coglie, fuggevolmente, i fatti più salienti della vita urbana e la sua evoluzione tangibile, in un humus sociale complesso che necessita di approfondimenti per poterne recepire gli ultimi esiti. Si scopre, così, la straordinaria bellezza di monumenti che la storia locale ignora del tutto o quasi. Si abbozza l’immagine di una città viva e genuina che si ricompone, come le tessere di un mosaico, attraverso l’approfondimento della sua cultura artistica e materiale, nelle sue varie forme espressive, permeata dalla primordiale vocazione agricola e pre-industriale. Si rivelano, altresì, le intenzioni, gli scenari operativi, le connessioni tra gli uomini del mondo religioso, economico e culturale che tale patrimonio hanno costruito e prodotto.

La loro conoscenza ci riporta alle radici umane e all’identità culturale del popolo carinese che, sedimentate nel corso dei secoli, vanno riconosciute, riappropriate e tutelate dall’intera collettività. Sappiamo, infatti, che l‘appropriazione della memoria storica collettiva, in un’ottica sociale, stimola positivamente la diffusione e la produzione di una nuova cultura che può farsi interprete dei bisogni della comunità, attraverso un uso dinamico ed intelligente delle risorse locali (ambientali, beni culturali ecc.). Inoltre, la ricerca, nella città del passato o nel passato della città, di quei modelli di vita, di cultura e di storia, vivi ed eterni, ci può aiutare a comprendere il presente in cui viviamo, il senso e le possibilità delle sue trasformazioni.

A tal proposito ci è sembrato opportuno offrire in visione all’attento lettore o studioso il materiale documentaristico, cioè le imprescindibili fonti primarie attraverso le quali poter correlare ed interpretare quel complesso di eventi, dati e segni che, spesso, vengono forniti dal territorio in maniera anonima ed indistinta. Pertanto, l’approccio e gli itinerari di ricerca conservano (intenzionalmente) il carattere di chi vuol dare al testo la veste documentaria rigorosamente locale, con pochi richiami di carattere storico generale. E, quasi certamente, con la raccolta e il riordino sistematico di fonti, più o meno inedite, si può già definire una griglia di informazioni e di conoscenze di base, utile a ricostruire la storia di Carini e del suo territorio.

Il ricorso frequente alla notazione ha il duplice obiettivo di colmare la carenza di citazioni di fonti da parte della storiografia locale e, al tempo stesso, quello di rendere il lettore partecipe e critico della documentazione di riferimento. A tal fine, il testo è indenne da paludamenti accademici, accompagnandosi ad un serie di dati ed illustrazioni. L’uso indiscriminato del presente storico serve, poi, a descrivere con maggior vivacità gli episodi e le citazioni archivistiche coeve.

La nostra ricerca, oltre della rassegna delle chiese preceduta da alcune puntualizzazioni in merito al loro inserimento nel tessuto urbano in continua evoluzione e di cui costituiscono presenza significante, si occupa degli aspetti iconografici e devozionali dei luoghi di culto e della fervida religiosità popolare che ha fatto germogliare le numerose confraternite carinesi; maggior spazio dedica alla ricostruzione della viabilità generale e delle sue intrinseche connessioni con le principali direttrici d’espansione dell’urbano carinese.

A tal proposito, è opportuno chiarire che l’evoluzione del tessuto urbano dei secoli XII-XV, basandosi su fonti frammentarie che datano dal 1270 al 1547 e dagli spunti tratti sul campo, è meritevole di ulteriori indagini ed approfondimenti. E’ difficile ricostruire la dimensione urbana di una comunità riproducendone tutti gli aspetti, quasi come una serie di istantanee, in specie quando mancano le fonti o queste non sono tempestivamente consultabili’. Peraltro, è innegabile, e certamente non giova all’economia di questo studio, che le vicende relative alla genesi urbanistica di Carini siano state del tutto trascurate dagli esperti di storia medievale.

Oltre della dimensione urbana, il saggio si occupa di rievocare un evento che ha dato popolarità e spessore alla storia di Carini negli ultimi cinquecento anni, appassionando intere generazioni. Si tratta del “caso” della baronessa di Carini, il triste epilogo di una tragica ed inquietante vicenda familiare, che ha alimentato molto la fantasia popolare.

Pertanto, con un approccio che si propone di essere efficace e coinvolgente perché l’amore per la storia sia sempre più diffusa, ne scaturisce un percorso che – spero – possa condurre il lettore ad addentrarsi nel contesto storico e culturale della cittadina: una completezza di visione ed interessi che può qualificare il lavoro per se stesso come fatto di ricerca e soprattutto per gli aspetti documentaristici.

Resta una serie d’interrogativi, volontariamente introdotti nella stesura del testo, con il proposito di innescare una continuità d’interesse e suscitare la maturazione d’altre proposizioni e ricerche.

Un ringraziamento particolare va all’Amministrazione Comunale di Carini e all’Unione dei Comuni della Baronia Carini Giardinello, che hanno accolto con entusiasmo e disponibilità la divulgazione di questo saggio.

Tommaso Fazello,un pioniere dell’editoria siciliana del ‘500. Di Giovanni Filingeri.

INTRODUZIONE

Circa quattrocentocinquanta anni fa, tra il settembre del 1557 e i primi mesi dell’anno successivo, con la pubblicazione del De rebus Siculis, Decades Duae di Tommaso Fazello si compie per la Sicilia una delle pagine più significative delle sue vicende letterario-tipografiche, destinata a far progredire quella storiografia coeva che salderà indissolubilmente l’isola al continente,

Di questo inedito avvenimento editoriale restano tracce indelebili in alcuni rogiti del notaio Nicolò Castruccio, fonti insostituibili e di considerevole valore per chiarire il travaglio di un’opera prestigiosa ed aprire le nuove prospettive di ricerca sull’editoria siciliana nel XVI secolo.

Dall’analisi critica degli atti, infatti, si ricompone l’esperienza editoriale più intrigante e bizzarra di un’epoca, che si vuole appunto approfondire in questo saggio. L’evento rappresenta, probabilmente, un unicum nel panorama letterario-tipografico isolano, finora venuto alla luce, e obbliga, per l’importanza e per l’abbondante contenuto informativo, alla sua valorizzazione scientifica.

L’opera vede la luce dall’apporto di più personalità, di formazione e cultura diversa che, seppur con intenti diversi, cooperano in favore di uno straordinario arricchimento culturale; e delle loro indubbie capacità avremo modo di occuparci nel corso della nostra esposizione, che ci auguriamo sia, in ogni caso, da stimolo agli “addetti ai lavori”.

L’approfondimento dell’incartamento notarile mette in risalto, oltre l’intreccio di interessi economici, il coinvolgimento di diverse persone che entrano a vario titolo nel vivo dell’affare, seguendo direttamente la pubblicazione con le proprie competenze filologiche ed erudite nella cura, nella revisione e nella correzione del testo, all’interno di un’operazione che ha come principale obiettivo la diffusione del libro. Tra di esse, s’inseriscono gli stampatori, altre figure spesso anonime, la cui professionalità ha un ruolo determinante non solo per assicurare la qualità della stampa, ma anche per “istruire” gli interlocutori sulle procedure di stampa nonché sul coordinamento delle varie fasi tipografiche.

Il De rebus Siculis nasce dall’ingegno di Tommaso Fazello da Sciacca; ma l’edizione dell’opera, così materialmente concepita, appare sintesi sapienzale di un crogiolo di “etnie” e di culture diverse, di cui la Sicilia, invero, non è stata mai indenne, essendo da sempre al centro del Mediterraneo, dispensatrice di esperienze e di novità tecnologiche di indubbia valenza culturale. Tali relazioni si stabiliscono a Palermo in forma, per così dire, sincretica, sulla base di un disegno organico gestito dal Fazello e reinterpretato dagli altri interlocutori. E non a caso ciò accade in Sicilia, una straordinaria terra dove da sempre si produce dovizia di esperienze singolari e di fenomeni scollati dalla dimensione sopranazionale.

Pertanto, crediamo che l’importanza dell’evento culturale, legata all’editoria fazelliana, non debba unicamente addebitarsi alla valenza storiografica dell’opera, peraltro incontestabile, quanto alla geniale interazione di vari operatori esterni al contesto isolano. Il loro contributo va inteso sotto il duplice aspetto di pratica industriale e di organizzazione del lavoro e, al tempo stesso, di apporto concreto di risorse umane ed economiche.

La pianificazione editoriale delle Decadi si avvale, quindi, di una realtà imprenditoriale nordica, dinamica e industriosa, di cui il Fazello sente di non poter fare a meno per assicurare alla propria opera una dignità estetica ed una prospettiva editoriale.

Il dato emerso è significativo per orientare la riflessione sulle vicende tipografico-letterarie palermitane da un piano astratto ad uno supportato da concreti dati di fatto, sicuramente sufficienti per comprendere meglio, da un’ottica esterna, le dinamiche editoriali e culturali che agitano l’ambiente locale nel Cinquecento. E certamente, l’analisi di questi pochi atti, seppur esaminati da uno studioso sprovvisto del bagaglio culturale e dell’ottica propri dello storico di professione, possono costituire un evento importante per la storia dell’editoria siciliana del XVI secolo.

In tal senso, partendo da queste considerazioni, ci si immerge nel complesso meccanismo dell’editoria fazelliana, analizzandone con cura le peculiarità: sviluppo dell’iter editoriale, mutamento dei rapporti fra i vari protagonisti nella realizzazione del progetto, qui indagati con cura, e le fasi propedeutiche alla stampa dell’opera.

L’analisi può anche mancare di altri dati, ma non certo di quelli necessari alla ricomposizione di un lucido compendio di tecno-pratica tipografica e di gestione editoriale. Essa si muove su due piani distinti: il primo sulla ricostruzione dei fatti, il secondo sull’interpretazione, certamente suscettibile di ulteriori verifiche e integrazioni.

Introdurre le risultanze dì questo approfondimento nel mondo culturale odierno, ad oltre quattro secoli di distanza dall’evento, significa riaffermare un’identità non più appannata o negata e riproporre a un pubblico sensibilizzato e scaltrito le tante tessere di un mosaico, in gran parte ancora sommerso nei fondi di archivi e biblioteche: tessere in grado di restituire all’immaginario collettivo la dimensione tipografica ed editoriale del Cinquecento siciliano

Giovanni Filingeri,medico monteleprino,con la grande passione per i documenti storici e gli archivi pubblici e privati. “Cercatore” attento di documenti inediti e preziosi che riporta alla luce,grazie alla sua grande passione, e offre ad un vasto pubblico la possibilità di conoscere.