UN OMAGGIO A GAETANO PORCASI


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i 841.jpgdi Pverro_grande.jpg75-borsellino.jpg58-scudo-crociato.jpg67-dalla-chiesa.jpg66-mattarella.jpg65-francese.jpgalermo, Sezione Pittura, ; Dopo aver studiato con i maggiori artisti riconosciuti in campo

Nato a Partinico (PA) nel 1965, diplomato presso l’Istituto Statale d’Arte per il Mosaico di Monreale, ne! 1991 ha conseguito ì! Diploma di Laurea con 110 e lode presso l’Accademia dele

Belle Arti di Palermo, Sezione Pittura, ; Dopo aver studiato con i maggiori artisti riconosciuti in campo nazionale ed interna­zionale, quali Salvatore Provino,. Salvatore Modica, Di Raco ecc, intraprende l’attività di insegnamento presso l’Istituto Stataie d’Arte dì Sassari, il Liceo Artistico di Tempio Pausania SS, l’Istituto Statale d’Arte di Alghero ed ha insegnato discipline pìttoriche presso l’Istituto Stataie d’Arte “M. D’Aie©” di Monreale, attualmente è impegnato in attività di docenza presso ii Liceo Scientifico “S. Savarino” di Partinico, Ha partecipato a diverse mostre personali e collettive ad Alghero, Milano, Sassari, Oibia, Roma, Palermo e Partinico dove vive ed opera, ottenendo significativi riconoscimenti. Ha partecipato alla realizzazione di un murales a tema religioso presso i! Palazzo Ducale di Maddaloni (CE), ha restaurato ie volte delia Chiesa Madre di Termini Imerese e della Chiesa di Torretta, si è occupato de! restauro delia Via Crucis all’interno deiia Chiesa Madre di Trappeto, Alcune sue opere si trovano in collezioni private oltre che in Italia -anche JieLpaesi d’oltralpe in special modo in gran parte dell’Europa e negli U.S.A.

Quando si guarda un’opera d’arte di un pittore,più o meno famoso,di solito ci si trova a vedere tematiche di varia natura,dalla “Vucciria” di guttusiana memoria ai quadri surrealisti di Picasso e Dalì e si rimane incantati per la loro sovrumana bellezza. Se guardi,invece,uno o più quadri dell’artista partinicese Gaetano Porcasi, a primo acchito ti chiedi:ma cosa sono queste rappresentazioni? Infatti le opere di Porcasi hanno come oggetto un tema desueto cioè quello della pittura storica. Non di una storia comune e ordinaria bensì straordinaria poiché rappresenta fatti e personaggi che si preferirebbe rimuovere,quanto prima possibile,dalla memoria collettiva. Fatti e personaggi,quelli dipinti dal Porcasi,che al vederli su tela non possono non inquietare le coscienze civili per il forte potere evocativo e di denuncia che essi assumono. La denuncia pittorica del Porcasi però non è fine a se stessa, ma funge da leva per sollevare in chi guarda il mondo dei ricordi e della memoria. Scrive il Porcasi:” so bene,in qualità di artista che le tradizioni non muoiono mai se affidate alla forza dell’immagine che le fissa cogliendo momenti di vita destinati altrimenti ad essere fagocitati dal tempo”. Inoltre,altra tematica interessante nella pittura di Gaetano è quella di rappresentare la “sicilianità” ossia scene e particolari che sfuggono all’uomo moderno.Si può applicare alla pittura storica di Porcasi quanto dice uno storico francese,il De Certò,che per vivere il presente bisogna seppellire il passato non nel senso di obliarlo ma di metabolizzarlo. Il nostro presente è legato al passato solamente nella misura in cui esso diventa parte viva della nostra storia attuale. Il tutto utilizzando colori vivaci e attraenti che vogliono comunicare una precisa identità:quella siciliana,connotata dalla triste dialettica vita-morte, bellezza-bruttezza del crimine,santi e mafiosi,uomini del vero onore e quelli del verissimo disonore. Ma il Porcasi si serve della sua pittura anche per avvalorare il percorso della solidarietà.

Traccerò,se pur brevemente, un profilo di queste tre caratteristiche del pittore partinicese.

La pittura storica.

Le tele del Porcasi rappresentano eventi storici che vanno dallo sbarco degli americani in Sicilia sino alla cattura di Binnu Provenzano. Cinquant’anni di storia siciliana connotata da una “politica” stragista, a partire da Portella della ginestra,considerata non a caso la madre di tutte le stragi dell’era repubblicana,posta in essere dal triste connubio tra la mafia,la politica servile ad essa e i poteri devianti. A Porcasi non manca dunque la materia prima per la sua pittura di fatti tragici e dolorosi. Alcune di queste opere fanno parte dell’interessante volume “la Sicilia delle Stragi” a cura di Giuseppe Carlo Marino,in libreria da pochi giorni. Due di esse mi hanno particolarmente colpito poiché sono un omaggio a due persone uccise dalla mafia e ancora poco conosciute:il quadro dedicato al sindaco di Cattolica Eraclea,Giuseppe Spagnolo,ucciso nella notte tra il 13-14 agosto del 1955 e quello dedicato a Rita Atria,una ragazza di Partanna,figlia di una famiglia di mafiosi che rinnega la sua appartenenza e decide di collaborare con il giudice Borsellino. Ma Gaetano Porcasi sembra avere la passione per i personaggi,vittime di mafia,cosiddetti “minori” nel senso che non facilmente assurgono agli onori delle cronache e non c’è il regista di turno che attenzioni il loro sacrificio. Intendo riferirmi ai quadri che rappresentano tre partinicesi uccisi in epoche diverse:i sindacalisti Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono uccisi dalla mafia la sera del 22 giugno del 1947 presso la sede della camera del lavoro di Partinico,tramite il lancio di una bomba, e l’avvocato Giuseppe La Franca ucciso il 9-01-1997 ,dai Vitale-Fardazza di Partinico, perché voleva proteggere le sue proprietà terriere dall’invadenza di quest’ultimi. Dunque una visione della storia,quella di Porcasi,che non trascura i cosiddetti “ultimi”,quelli che non hanno voce. Inoltre è da sottolineare come la pittura di Porcasi ha voluto ritrarre un momento fondamentale del triste rapporto tra la mafia e la chiesa in Sicilia,ossia l’uccisione di padre Puglisi. L’uccisione di don Pino,avvenuto il 15 settembre del 1992, seguì alle durissime parole pronunciate, lo stesso anno nel mese di maggio,nella valle dei templi di Agrigento da Papa Giovanni Paolo II contro i Mafiosi:”convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”. L’assassinio di Pugliesi non può che essere letto come la risposta della Mafia alla Chiesa che,finalmente,aveva deciso di prenderne le distanza. Con il martirio di Don Puglisi,inizia,finalmente, un distacco della religione cattolica dalla “religione “mafia e un cammino di elaborazione di un percorso di purificazione e di resistenza alla mafia compiuto con le categorie proprie del cristianesimo,quelli del Vangelo e della tradizione della Chiesa con i Santi in prima linea come modelli da imitare.In stretta collaborazione con l’impegno della società civile contro il male comune:la mafia. Purtroppo,nei decenni passati,parecchi sono stati i sacerdoti uccisi in Sicilia nei primi decenni del 1900 poichè creatori delle prime casse rurali per sottrarre i contadini alla feroce piaga dei tassi usurai. Di alcuni di essi(don Stella di Santa Caterina Villarmosa,Don Cananella di Mussomeli) ad oggi si conosce poco o nulla, e non regge il confronto con i pochi e indegni servitori “in nigris” della mafia,da don Teotista Panzeca,arciprete di Caccamo al partinicese Padre Agostino Coppola che sposò Riina in clandestinità. Qualcuno di essi,tutt’ora vivo e vegeto, non contento di essere stato un catorcio del malaffare per parecchi decenni ,servo indegno della mafia e della truffa e mercenario del Vangelo,si sta organizzando per festeggiare il suo peccaminoso servilismo a Cosa Nostra insieme a chi, dopo aver passato una vita nell’illegalità e nel latrocinio sistematico, usando la pubblica amministrazione, ha deciso di vendere i “pizzini della legalità”:per rifarsi la “verginità”?. Il giorno della Giustizia di Dio,però, non è poi così lontano!

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La Sicilianità. A far da contrappunto alle opere pittoriche che raccontano gli assassini di Mafia,così come scrive Cosmo Di Carlo,i paesaggi di una Sicilia solare con i fichi d’India, agavi,ginestre,ulivi,arance e limoni patrimonio di una terra baciata da Dio e calpestata dagli uomini. A ciò si uniscono le tele raffiguranti i contadini e le donne siciliani. I contadini a simboleggiare il lavoro onesto e duro dei campi;le donne che,in Sicilia,sono l’anima del focolare domestico ma che negli anni passati non hanno disdegnato di aiutare i loro mariti nel duro lavoro della terra.

Inoltre Porcasi sottolinea un grande valore cui le donne siciliane sono particolarmente attaccate:la maternità. Le tele del Porcasi veicolano i veri valori dell’identità siciliana:il lavoro onesto,la famiglia e i figli,la fede,il rispetto della dignità della persona umana,delle donne,degli anziani e soprattutto dei bambini verso cui il siciliano stravede al punto tale da chiamare figli e nipoti non con il loro nome ma “sangu meu” e “vita mea”(sangue mio e vita mia!). Veicolano anche alcuni disvalori come l’omicidio,l’uccisione di donne e bambini,l’uccisione di rappresentanti delle istituzioni. Espressione non della vera identità del siciliano,che ama la vita,ma della devianza sociale che i mafiosi hanno scelto come loro percorso di vita. Ma i mafiosi non rappresentano i Siciliani e la Sicilianità!

Su questa scelta della rappresentazione della vera identità siciliana,vanno inserite anche le opere che il Porcasi ha realizzato in difesa dall’inquinamento dell’aria,del suolo e delle falde acquifere che tormentano ad oggi Partinico.

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Il percorso della Solidarietà. Alcune tele sono state dedicate ad illustrare realtà della vita africana e sono state donate per un progetto di sviluppo e di solidarietà che la Facoltà di Agraria di Palermo sta portando avanti in uno dei paese del centro Africa. Un grande insegnamento per chi si dimena,da queste parti, come un coccodrillo affamato,cercando di “sbranare” più tasche possibili per aiutare l’Africa: pretestuosamente o realmente?.

Un grazie sentito all’amico e collega “Tanuzzu” per il suo impegno in favore della sana denuncia,della voglia di non-dimenticare le tante vittime della mafia e di consegnare alle generazioni future la vera identità siciliana.

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“INCATENATI”IN CERCA DI GIUSTIZIA

Ricevo dall’amico Pippo Di Vita*

Cari Amici,

dalle ore 19,00 di giovedì 15 Novembre, io e Lucia, insieme ad altri familiari di vittime uccise dalla mafia, ci siamo “virtualmente” incatenati ai cancelli della Prefettura di Palermo. Il gesto, dall’evidente carattere simbolico, è stato il frutto di una sofferta decisione, che scaturisce dalla volontà di contestare un grave provvedimento legislativo, inserito nell’attuale finanziaria, che discrimina le vittime della mafia rispetto alle vittime del terrorismo.

Soprattutto a partire dagli eccidi di Falcone e Borsellino, nella società civile si è diffusa la giusta consuetudine di parlare di antimafia e di legalità . Sono nati i cortei, “le lenzuola”, le marce, i concerti, le navi e tutte le scuole hanno in qualche modo partecipato o manifestato la propria solidarietà. In una di queste occasioni sono stato personalmente testimone di un fatto,a mio parere, estremamente grave. Nel chiedere a due ragazzi di circa 16/17 anni se conoscessero gli uomini che hanno combattuto la mafia, mi sono sentito rispondere con piglio deciso: “Certo, Falcone e Borsellino”. La loro risposta è stata agghiacciante proprio per la sua ingenuità e semplicità: questi giovani sono prigionieri di una voragine di oblio, da cui i loro adulti di riferimento non li aiutano certo ad uscire. Decine di uomini (civili e militari) sono stati cancellati dalla memoria storica di questa città e di questa regione e, nell’immaginario collettivo dei giovani e degli adulti, solo raramente è presente qualche traccia del contesto che ha preparato ed ha circondato il lavoro dei due magistrati sopra citati. Decine di libri di storia della mafia ricordano che,a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, centinaia sono state le persone uccise dalla mafia; dal 1977 al 1992 (epoca delle stragi Falcone e Borsellino) tanti uomini e donne sono morti o per affermare i valori della legalità e della democrazia o per essere divenuti casualmente vittime di vendette o strategie del terrore. Eppure, quando si parla di vittime della mafia o di lotta alla mafia, pochi nomi vengono ricordati ed esaltati.

Nell’epoca dei “testimonial”, stranamente ci si dimentica di cercare e di dare voce ai testimoni di questa guerra della mafia contro lo stato, ci si dimentica di interpellare i familiari delle vittime della mafia. Vi assicuro che, se qualcuno intendesse farlo, si troverebbe di fronte alla difficoltà di individuarli tutti e di avere tutto il tempo necessario per farli parlare tutti. Nelle manifestazioni antimafia, al massimo si rammentano i nomi di alcune vittime, ma non si chiede di guardare in faccia e di ascoltare le loro famiglie. La credibilità degli “esperti di mafia”andrebbe sostenuta e rafforzata dalla presenza di chi ha vissuto la mafia sulla sua pelle ed è stato costretto -spesso da solo- a tollerare la vicinanza e la “boria” dei mafiosi in una stessa aula di tribunale. La nascita delle diverse associazioni antimafia e antiracket non è servita a contrastare l’idea che ci siano vittime di mafia di serie A, di serie B e, talora, anche di serie D. Questa colpevole ed ingiustificabile discriminazione, che finora è stata propagandata e diffusa a livello mediatico e giornalistico, adesso è divenuta realtà anche livello legislativo. Uomini del Parlamento, del Senato e del Governo, rappresentanti dei cittadini democraticamente eletti, hanno sancito e sottoscritto questa vergognosa distinzione, senza avere neppure il coraggio di dare una plausibile motivazione del loro operato. Noi familiari delle vittime della mafia non intendiamo accettare questa discriminazione e la combattiamo davanti agli occhi della società civile perchè sia chiaro a tutti che coloro che sono morti per servire e difendere lo Stato sono e devono essere considerati uguali. Dall’attuale Finaziaria è stato stralciato un emendamento, che equipara le vittime del terrorismo alle vittime della mafia. Tutto ciò è avvenuto in silenzio, senza spiegazioni e motivazioni, usando la tattica della “sparizione”, che è senz’altro prova dell’imbarazzo in cui numerosi politici si trovano nel dovere “inventare” qualche strana ragione che possa giustificare questa scelta politica.

Cari amici, non pensiate che si tratti di una questione di soldi; è una questione di dignità e di giustizia. Piuttosto che subire quest’onta, preferiamo che sia negato a tutti qualunque tipo di beneficio.

D giovedì stazioniamo davnti alla Prefettura ed abbiamo ricevuto la solidarietà del Prefetto, del SIULP, di Ammazzatecitutti, degli Onorevoli Lumia e Dioguardi, della Protezione civile (Bertolaso in persona); abbiamo incontrato Marco Travaglio ed i giornalisti di Anno Zero. Ma nessuno della società civile, neanche dell’Antimafia, si è fatto vivo. L’On. Rita Borsellino ci ha fatto una breve visita ed ha tenuto a precisare che “è una come noi”.

Dove sono gli altri, dove siete tutti voi che riempite cortei e manifestazioni antimafia?

Ieri “La Repubblica” ha pubblicato la foto di alcuni di noi incatenati, sovrastata da un titolo a caratteri cubitali, che faceva riferimento alla Finanziaria ed ai precari; l’impostazione grafica e mediatica sembrava assimilarci a questa categoria e nel corpo dell’articolo poche righe (peraltro non ben esplicative) richiamavano la nostra vicenda; un lettore distratto o culturalmente poco attrezzato, con grande facilità, avrebbe potuto identificarci con “senza tetto” o disoccupati.

Era necessario che vi chiarissi lo stato reale della questione. Lascio a voi le opportune valutazioni e le conseguenti decisioni.

Informazione sullo stato delle cose.

– Ieri, domenica 18 Novembre, Domenica In, nella persona di Simona Izzo, con l’autorizzazione del capo struttura di Rai1, ha dato la notizia delle trenta famiglie incatenate alla Prefettura di Palermo.

– La prefettura di Palermo ha dato iol massimo appoggio psicologico e logistico ai familiari delle vittime della mafia.

– Il Signor Ferdico ha fornito appoggio personale.

 

Oggi 19 Novembre

– Incontro con il Presidente della Regione Cuffaro che ha garantito appoggio politico e legislativo per la soluzione della questione.

– Riunione con Rita Borsellino sulle strategie future. L’On. Borsellino, che si è riconosciuta “una di noi”, ha aderito alla nascita della Associazione delle famiglie delle vittime e dei superstiti della mafia.

– Incontro con varie testate giornalistiche.

– L’On Orlando ha dato il suo Pieno appoggio.

Pippo Di Vita *
genero del Maresciallo dei Carabinieri Vito Ievolella ucciso dalla Mafia

“La libertà religiosa pietra miliare della nuova Europa”.

Intervento del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, in occasione di un convegno organizzato dall’Istituto Superiore di Studi Religiosi-Fondazione Ambrosiana Paolo VI sul tema “La libertà religiosa pietra miliare della nuova Europa”. L’incontro si è svolto il 19 ottobre scorso presso il Centro Convegno Villa Gagnola di Gazzada (Varese), a conclusione delle celebrazioni per il 60° della donazione di Villa Gagnola alla Santa Sede e per il 30° della Fondazione Ambrosiana Paolo VI.

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CONVEGNO ORGANIZZATO DALL’ISTITUTO SUPERIORE
DI STUDI RELIGIOSI – FONDAZIONE AMBROSIANA PAOLO VI
SU “LA LIBERTÀ RELIGIOSA PIETRA MILIARE DELLA NUOVA EUROPA”

DISCORSO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

Centro Convegno Villa Gagnola
(Gazzada – Varese)

Venerdì, 19 ottobre 2007

 

Eccellenze,
Illustri Autorità,
Distinti Signore e Signori,

Sono lieto d’intervenire a questo Convegno, su: La libertà religiosa, pietra miliare della nuova Europa, per celebrare due anniversari che hanno unito in modo particolare la storia di Villa Cagnola a quella della Sede Apostolica: il 60° della donazione della stessa villa alla Santa Sede ed il 30° della Fondazione Ambrosiana Paolo VI. Ringrazio, pertanto, Mons. Mistò ed i Presuli lombardi per il cortese invito, saluto con deferenza le illustri Personalità e tutti i presenti.

1) La libertà religiosa nel Magistero della Chiesa e nel panorama europeo

Con la Dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, il Magistero ecclesiale ha messo in nuova luce il tema della libertà religiosa. In realtà, non si è trattato di “rivoluzionare” – e nemmeno di correggere l’insegnamento precedente – ma piuttosto di svilupparlo. Già nel 300 d.C., infatti, Lattanzio affermava: Religio sola est, in qua libertas domicilium conlocavit (1) ed il Codice di Diritto Canonico del 1917 dettava lapidariamente: ad amplexandam fidem catholicam nemo invitus cogatur (can. 1351).

So che, più tardi, sarà Mons. Mistò a soffermarsi sulla Dichiarazione Dignitatis Humanae. Pertanto, mi limito a ricordare che essa sottolinea come la libertà religiosa si radichi nella dignità e, quindi, nella natura stessa della persona umana (2). Di conseguenza, è un diritto soggettivo insopprimibile, inalienabile ed inviolabile, con una dimensione privata ed un’altra pubblica; una individuale, un’altra collettiva ed una anche istituzionale (3).

Desidero poi sottolineare come la libertà religiosa non sia soltanto uno dei diritti umani fondamentali; ben di più, essa è preminente fra tali diritti. Preminente perché, come ricordò Papa Giovanni Paolo II l’11 ottobre 2003 (4), la sua difesa è la cartina di tornasole per verificare il rispetto di tutti gli altri; preminente perché storicamente è stato fra i primi diritti umani ad essere rivendicato; preminente, infine, perché altri fondamentali diritti sono ad esso connessi in modo singolare. Dove la libertà religiosa fiorisce, germogliano e si sviluppano anche tutti gli altri diritti; quando è in pericolo, anch’essi vacillano. Proprio per questo, essa dovrebbe essere, per antonomasia, una pietra miliare della nuova Europa!

Quest’ultima, ha vissuto trasformazioni di grande portata: il crollo dei regimi comunisti, la crescita dell’immigrazione e l’accentuazione della multiculturalità, l’indebolimento dei sistemi di previdenza sociale, il tramonto di stili di vita e di modelli culturali consolidati sotto l’impatto della globalizzazione e del confronto con un mondo “a reti”, fatto cioè di interdipendenze, integrazioni e interazioni che legano i diversi sistemi in un mosaico globale.

A livello comunitario, la libertà religiosa è riconosciuta dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e dalla Carta dei Diritti Fondamentali. Sotto il profilo istituzionale, le relazioni tra Stati e confessioni religiose si fondano sul presupposto, reso esplicito in alcuni testi normativi e nel futuro “Trattato di Riforma” dell’Unione Europea, che dette relazioni sono di competenza dei singoli Stati. La situazione europea, del resto, è assai variegata: dalla Chiesa di stato dell’ortodossia greca alle Chiese “stabilite” di alcuni Paesi nordici, dal “separatismo” francese ai sistemi concordatari e pattizi di numerosi Stati, fra cui quelli latini. Ciò non vuol dire che nella normativa e nella giurisprudenza europea non si rinvengano prese di posizione che interessano la libertà religiosa. Attualmente, ciò avviene soprattutto in alcuni ambiti eticamente sensibili, dove il Cristianesimo propone comportamenti diversi da quelli prescritti o ammessi dalle trasformazioni del sistema giuridico europeo. In linea generale, pertanto, nella disciplina europea della libertà religiosa non mancano ferite da sanare, incrostazioni da togliere e garanzie da estendere: la promozione di questo diritto fondamentale va ancora affinata, consolidata e potenziata.

In tale prospettiva, credo utile soffermarmi su alcune sfide, di maggiore portata.

2) Apertura alla trascendenza

La sfida forse più radicale, consiste nella negazione del fondamento stesso della libertà religiosa, ossia dell’apertura della persona alla trascendenza. La cultura contemporanea è solita considerare il bisogno di libertà come quello fondamentale per l’uomo; di conseguenza, la cultura si è costruita più su rivendicazioni di libertà, che di verità e di giustizia. Tuttavia, si fa sempre più evidente come la soluzione kantiana di garantire a tutti pari libertà, a condizione che non si rechi danno all’altro, è una clausola insufficiente e vaga, perché diventa sempre più controverso ed arduo stabilire chi sia l'”altro”, oppure lo diventa chi si stabilisce che sia tale.

La libertà, pertanto, ha bisogno di un fondamento, che le permetta di svilupparsi, senza tuttavia mettere a rischio la dignità umana e la coesione sociale. Tale fondamento non può che essere trascendente, perché soltanto esso è così “alto” da consentire alla libertà di espandersi al massimo e, contemporaneamente, così “saldo” da poterla orientare e qualificare in qualunque circostanza. Laddove, invece, la trascendenza è negata o relativizzata – quando cioè Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte in nome di valori erroneamente considerati più importanti – allora falliscono proprio questi presunti valori più importanti. Lo dimostra l’esito tragico delle ideologie politiche del secolo scorso, che, negando Dio, hanno oltraggiato la verità dell’uomo e hanno “incatenato” la sua libertà.

Spesso, però, Dio non viene negato in modo diretto, ma in nome di una concezione assoluta della tolleranza, oppure di una visone privatistica della libertà religiosa o, ancora, congedando la religione dalla ragione e relegando la prima esclusivamente nel mondo dei sentimenti. Di conseguenza, stimo utile spendere qualche parola anche su tali sfide.

3) Il concetto di tolleranza

Ciò che conferisce alla tolleranza il suo valore è la sacralità della coscienza. Questa tende sempre al bene ed alla verità, rispetto ai quali è, pertanto, un valore secondario. Se, invece, la tolleranza diventa il valore supremo, allora ogni convinzione autenticamente veritativa, che escluda le altre, è intolleranza. Per giunta, se ogni convinzione è altrettanto buona di un’altra, si finisce per essere tolleranti anche nei confronti dell’immoralità. Portando all’estremo quest’aporia, Engelshardt è giunto a denunciare il seguente paradosso: “se non si riesce a dimostrare l’immoralità di certe linee di condotta, allora l’assistenza sanitaria fornita da Albert Schweitzer e quella prestata nei campi di concentramento nazisti saranno ugualmente difendibili […] il comportamento degli individui moralmente repellenti sarà giustificabile o ingiustificabile, né più ne meno di quello dei santi” (5).

La dignità dell’uomo si fonda sulla sua capacità di verità. Assolutizzare la tolleranza è, invece, ritirarsi davanti a tale dignità. Laddove le convinzioni sono proscritte e chi ne possiede e non è pronto a trasformarle in semplici ipotesi viene considerato inabile al dialogo, allora quest’ultimo diventa impossibile. Esso, infatti, non può avvenire ed essere efficace nella rinuncia o nella relativizzazione della verità, in nome di un presunto rispetto delle convinzioni altrui. La rinuncia alla verità ed alla convinzione non unisce e non innalza l’uomo, ma lo consegna al calcolo dell’utile o dell’immediato, privandolo della sua grandezza.

Il dialogo interreligioso, pertanto, dovrà incoraggiare il rispetto profondo per la fede dell’altro e la disponibilità a cercare, in ciò che s’incontra come estraneo, la verità che può aiutare ogni persona a progredire. D’altra parte, non può consistere nell’aiutarsi reciprocamente a divenire migliori Cristiani, Ebrei, Musulmani, Induisti o Buddisti. Questa sarebbe la più completa assenza di convinzioni, in cui – con il pretesto di convalidare ciò che ciascuno ha di meglio – non prenderemmo sul serio né noi né gli altri e rinunceremmo definitivamente alla verità (6).

4) Il dialogo con la ragione

La più alta tolleranza consiste, pertanto, nel rispetto della verità; fondandosi su tale rispetto, la libertà religiosa si apre alle esigenze della ragione umana, che è, appunto, capace di verità. La libertà religiosa esige allora discernimento: sia fra le forme di religione, per identificare quelle che rispondono pienamente alla sete di verità di ogni persona, sia all’interno stesso della religione, in direzione della sua altezza più vera. Non bisogna, infatti, nascondersi che l’uomo contemporaneo, spesso, non segue la ragione, ma vive di istinti. Ciò rappresenta una sfida per ogni religione, perché potrebbe indurla a cedere a tali debolezze, per soddisfare i capricci o, peggio, gli egoismi dei suoi fedeli. Una religione “secolarizzata”, però, finisce per avere un “volto” così solcato dalle “rughe” delle incoerenze umane, da non riuscire più a far trasparire il divino.

In linea generale, pertanto, i protagonisti della nuova Europa e tutti i suoi cittadini dovrebbero considerare la religione per ciò che è, evitando le pressioni volte a trasformarla in “religione civile”, oppure a ridurre le Chiese a semplici agenzie di solidarietà sociale. Solov’ëv attribuisce all’Anticristo un libro, La via aperta alla pace ed al benessere del mondo, che ha come contenuto essenziale l’adorazione del benessere e della pianificazione razionale. La religione certamente non può non svolgere una funzione sociale. Tuttavia, ciò avviene, anzitutto, tenendo vivo il senso di Dio e della trascendenza. La solidarietà, l’accoglienza ed i valori civili sono cioè fattori essenziali, che la religione da sempre promuove, proprio perché vive del senso di Dio. Riferendosi alla Chiesa Cattolica, Papa Benedetto XVI ha scritto: La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile (…) Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare (7).

5) La dimensione pubblica della libertà religiosa

Tale contributo della religione, presuppone ovviamente il riconoscimento della dimensione pubblica della libertà religiosa. Al riguardo, negli ultimi anni i Sommi Pontefici ed i loro Collaboratori, come pure autorevoli pensatori, anche non credenti, si sono soffermati più volte.

Una sana laicità comporta la distinzione tra religione e politica, tra Chiesa e Stato, senza che ciò renda Dio un’ipotesi privata, o escluda la religione e la comunità ecclesiale dalla vita pubblica. Una sana laicità, pertanto, non procede sistematicamente, a livello pubblico, etsi Deus non daretur. Al contrario, come ha suggerito più volte l’allora Card. Ratzinger, sarebbe più razionale che si configurasse etsi Deus daretur. All’epoca dell’Illuminismo, si cercò di assicurare le basi della convivenza tenendo i valori essenziali della morale indipendenti dalla religione. Ciò sembrava realizzabile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal Cristianesimo resistevano e parevano innegabili. Ma non è più così. Per giunta, la ricerca di una certezza che rimanesse incontestata al di là delle convinzioni religiose, è fallita.

Pertanto, nella celebre Conferenza tenuta a Subiaco alla vigilia della morte del Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, il Card. Ratzinger disse: “Il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita “veluti si Deus daretur”, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così tutte le nostre cose troverebbero un sostegno ed un criterio di cui hanno urgentemente bisogno” (8).

In un recente Simposio della Società Italiana di Filosofia Politica, su “Religione e politica nella società post-secolare”, anche il noto filosofo Habermas ha sottolineato come sia errato scambiare la tendenza a privatizzare il fatto religioso per una perdita di rilevanza e di influenza del medesimo, sia nell’arena politica e nella cultura di una società, sia nella condotta personale.

Va poi aggiunto che il criterio di uguaglianza civile non è rispettato, laddove ai credenti s’impone l’onere aggiuntivo di argomentare etsi Deus non daretur. Mentre le ragioni teiste non potrebbero essere invocate pubblicamente, lo potrebbero gli argomenti razionalisti e secolari, con chiara violazione del criterio di eguaglianza e di reciprocità che sta alla base del concetto di giustizia politica.

In senso positivo, mi pare che una concezione più aperta e moderna di laicità, inclusiva e rispettosa di tutte le istanze, sia espressa dall’art. 52 del trattato costituzionale europeo, conservato nell’attuale “Trattato di Riforma” dell’Unione Europea. Tale disposizione prevede un dialogo costante fra le istituzioni di Bruxelles e le comunità religiose, riconoscendo l’identità ed il contributo specifico di queste ultime. Tale dialogo è necessario, tra l’altro, per rispettare i principi di un autentico pluralismo e per costruire una vera democrazia. Del resto, non fu de Tocqueville a sottolineare che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì? (9). Per salvaguardare l’apertura del citato articolo al ruolo delle confessioni religiose, sarà ovviamente importante che esse continuino a presentare anche individualmente le proprie posizioni alle istituzioni comunitarie. Inoltre, bisognerà tenere in adeguata considerazione la loro diversa consistenza, analogamente a come si tiene conto delle differenze fra i Paesi dell’Unione, nel sistema di voto delle istituzioni.

6) La libertà di educazione

In merito al contributo sociale della religione, desidero poi accennare al tema dell’educazione, sul quale ci si sofferma anche in questo Convegno. La concezione privatistica della libertà religiosa spiega, almeno in parte, l’ostilità di alcune correnti del pensiero laico nei confronti delle istituzioni scolastiche dei Cattolici, considerate uno strumento con cui la Chiesa manterrebbe la sua influenza nella società. Tale ostilità, in realtà, non ha vere ragioni dalla sua parte, soprattutto dopo che la rete scolastica si è molto estesa, in tutti i Paesi europei, e dopo che essi hanno stabilito norme generali a cui debbono adeguarsi le scuole pubbliche non statali e, pertanto, anche le scuole cattoliche, per essere equiparate a quelle statali.

La concezione privatistica della libertà religiosa influisce, inoltre, sull’ostilità verso l’insegnamento religioso nella scuola pubblica statale, nonostante esso sia impartito nel rispetto della volontà delle famiglie e dei ragazzi (10). Se, tuttavia, si considera l’educazione come capacità di mettere la persona in relazione consapevole con la realtà, ossia come “provocazione” della libertà con la verità, allora risulta chiaro che la libertà di educazione è irrinunciabile, sia per una società realmente libera, sia per le istituzioni religiose, le quali, per antonomasia, manifestano una visione complessiva e trascendente della realtà.

7) La multiculturalità

Fra i fenomeni che, oggi, mettono in difficoltà la concezione privatistica della libertà religiosa va annoverata, infine, la cosiddetta multiculturalità.

È noto che la globalizzazione spinge gli uomini ad avvicinarsi e ad amalgamarsi. L’Europa, in particolare, è terra d’incontro di diverse culture e religioni e ciò costituisce una nuova sfida anche per la libertà religiosa. Questo continente deve infatti evitare che si formino comunità di fede nelle quali si entra ma da dove non si può uscire, e deve impedire che soltanto alcune religioni si diffondano liberamente, mentre ad altre non vengono riconosciuti pari diritti. Qualsiasi tradizione religiosa solida esige l’esibizione della propria identità; non vuole, cioè, restare nascosta o essere mimetizzata. D’altra parte, il volto migliore della laicità sa accogliere e tutelare il patrimonio di spiritualità e di umanesimo presente nelle varie religioni, respingendo quanto in esse dovesse essere in contrasto con la dignità umana.

La nuova Europa, pertanto, deve distinguere con chiarezza i necessari provvedimenti di accoglienza degli immigrati e di pieno rispetto per l’esercizio della loro libertà religiosa, dalle ingiustificate concessioni che mettono a rischio l’identità culturale e religiosa delle società che li ricevono. Sarebbe infatti strano e contraddittorio esigere visibilità per simboli e pratiche di religioni minoritarie e, al contempo, cercare di nascondere o relativizzare i simboli e le pratiche del Cristianesimo, che è la religione maggioritaria e tradizionale di questo continente.

Desidero poi aggiungere che, senza società plurali e coesi al loro interno, in forza di una sana laicità, intere fasce di popolazione potrebbero convincersi che non esista alternativa efficace al conflitto di civiltà. La salvaguardia della libertà religiosa, invece, è garanzia di pace e premessa di sviluppo solidale: essa, infatti, depotenzia la logica dello scontro promuovendo il dialogo e, prima ancora, il rispetto di ogni persona e delle sue convinzioni religiose.

8) Il Cristianesimo e la nuova Europa

Concludendo, desidero riferirmi alla convinzione di alcuni cittadini europei, per i quali la Chiesa cattolica, con la sua pretesa di verità, sarebbe incapace di dialogo e, persino, caratterizzata da una certa dose di fanatismo. In realtà, la Chiesa è ferma sui principi, perché crede; nella pratica è sempre tollerante e benevola, perché, nonostante i difetti dei suoi membri, ama ogni persona. Viceversa, gli accoliti della secolarizzazione sono spesso tolleranti per principio, perché non credono a valori irrinunciabili; d’altra parte, capita che siano incoerenti nella pratica, perché non sanno sempre amare.

Se i cittadini della nuova Europa vogliono vivere in modo responsabile, non dovranno sottrarsi allo sforzo di cercare la verità: in particolare la verità su se stessi e, quindi, su Dio, quale fine ultimo dell’esistenza. Fin dai suoi albori il Cristianesimo ha assunto, elaborato ed approfondito il meglio della sapienza greca e romana, presentandosi proprio come la vittoria del pensiero umano sul mondo delle mitologie e dei fanatismi religiosi. In un certo senso, pertanto, nel Cristianesimo la razionalità è divenuta religione: Dio non ha respinto la conoscenza filosofica, ma la ha assunta. S. Giustino, per esempio, dopo aver studiato tutti i sistemi di pensiero, aveva riconosciuto nel Cristianesimo la vera philosophia. Era convinto che, diventando cristiano, non aveva rinnegato la filosofia, ma anzi, soltanto allora era diventato pienamente filosofo. La forza che ha trasformato il Cristianesimo in una religione mondiale sta proprio nella sua sintesi fra ragione, fede e vita. Questa combinazione, così potente da rendere vera la religione che la manifesta, è anche quella che può consentire alla verità del Cristianesimo di risplendere, non soltanto nella nuova Europa, ma – più in generale – nell’odierno mondo globalizzato.

Il Cristianesimo, infatti, non si accontenta di mostrare “quella parte della faccia che Dio tiene rivolta verso l’Europa”; non si considera, cioè, la “religione degli Europei”, ma del mondo, perché risponde perfettamente al desiderio di verità che alberga nel cuore di ogni uomo, a prescindere dalla latitudine in cui vive. Non soltanto, quindi, la libertà religiosa è la “pietra miliare” della nuova Europa: voglio concludere, aggiungendo che il Cristianesimo è la “via” lungo la quale l’Europa può diventare veramente “nuova”. Il Cristianesimo, infatti, ha proposto all’Europa la promozione della libertà religiosa come misura di civiltà e sviluppo, capace di sottrarre il nostro amato continente ad una “giungla” di egoismi pressoché inestricabile, perché impenetrabile alla luce della dignità umana. Il “cammino” cristiano, dunque, garantisce il rispetto della libertà religiosa ed aiuta a costruire una nuova Europa.


 


Note:

1) Lattanzio, Epitome Divinarum Institutionum, 54.

2) Cfr Concilio Vaticano II, Dichiarazione Dignitatis Humanae, n. 2.

3) Cfr Concilio Vaticano II, Dichiarazione Dignitatis Humanae, nn. 3 e 4.

4) Giovanni Paolo II, Udienza ai Membri dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, 11 ottobre 2003.

5) H.T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Milano 1999, p. 22.

6) J. Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Ed. San Paolo 2000, pag. 73.

7) Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, n. 28.

8) Joseph Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, Subiaco, 1° aprile 2005.

9) Cfr Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, I, 9.

10) Cfr Carlo Cardia, Le sfide della laicità, pagg. 92-100.

“SE NON VI CONVERTIRETE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO”

“SE NON VI CONVERTIRETE, PERIRETE TUTTI ALLO STESSO MODO”

A CURA DELLA

Conferenza episcopale calabra

 

L’annuncio del Vangelo, fonte di vita

II Vangelo della vita costituisce il cuore dell’annuncio cristiano (Gv 1,1-4). Lo proclamiamo con forza e gaudio nella domenica in cui la Chiesa celebra Cristo Re, il “Verbo della vita”, il vivente e il Risorto che porta nel suo corpo glorioso i segni dell’amore, memoria del dono della sua vita sulla croce, perché noi avessimo la vita, insieme con il perdono dei peccati.

Accolto dalla Chiesa con amore, il Vangelo della vita va annunciato e testimoniato con fedeltà, come buona novella, in questa nostra Regione afflitta dal doloroso e triste fenomeno della ‘ndrangheta.

Come Vescovi e Pastori della Chiesa di Dio in terra calabra, avvertiamo l’urgenza di incoraggiare tutti ad operare per un’autentica rinascita morale, sociale ed economica. Il nostro intervento, riflessione ad alta voce sul tema, offerta all’attenzione ed al cuore dei calabresi, è segno tangibile della manifestazione dell’identità cristiana, che nel suo essere esprime rispetto delle leggi, capacità di perdono, propensione al dialogo, costante impegno per il trionfo del bene comune, fiducia nella solidarietà sincera. Non esistono altre vie per vivere in terra e ascendere ai cieli della salvezza: in un mondo di tante presunte verità, “la verità cristiana può ancora inghiottire tutte le mezze verità del mondo” (Sergio Quinzio, La gola del leone, 91).

Un cuore che vede: la pervasività della ‘ndrangheta

Ad una criminalità dai tratti violenti, nascosti e pervasivi, tesa ad assoggettare risorse economiche, relazionali e sociali, opporremo la cultura della vita e della legalità. In questa sfida, nulla sarà d’aiuto più che la riscoperta della fede nel Figlio di Dio, che si è fatto uomo ed è venuto tra gli uomini “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Contro un potere mafioso che permea di sé sia i singoli sia le istituzioni, deve nascere e diffondersi un senso critico capace di discernere i valori e le autentiche esigenze evangeliche. Se da un lato inquietano certe accuse di connivenza tra settori della criminalità organizzata e responsabili della cosa pubblica ai vari livelli, dall’altro risalta, specialmente per il cristiano, la necessità dell’impegno nella polis, come espressione della carità e dell’amore che il credente vive in Cristo. La carità politica, appunto, e i frequenti casi di corruzione ci spingono non solo a sollecitare la politica al recupero del valore di servizio, ma ancor più ad esortare i cristiani a non disertare questo servizio, pur quando esso significhi sacrificio e rischio per la propria vita.

La priorità della conversione

“Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13, 5). Gesù, commentando episodi di cronaca avvenuti a Gerusalemme, rimanda alla radice di tutti i mali: la peccaminosità dell’uomo, la potenziale connivenza con la violenza che si annida nel cuore umano in ogni tempo. Il suo è un chiaro invito a cercare, anzitutto dentro di noi, i segni della complicità con il peccato.

Il primo passo, quindi, è la conversione personale e comunitaria, grazie ad un cambio di mentalità nel cuore e nella vita di ogni uomo e donna, di ogni famiglia, gruppo e istituzione, che permetta di rimuovere le forme di collusione con l’ingiustizia e respingere l’ingannevole fascino del peccato. Attrazione, questa, che avvolge anche le nostre comunità ecclesiali, inducendo a minimizzare la realtà del male o ad assumere un atteggiamento fatalistico di rinuncia. Così anche per la tentazione di rifugiarsi nel privato, separando fede e prassi, o di limitarsi alla denuncia: nel male vi è una responsabilità che è propria non solo “di chi genera e favorisce l’iniquità e la sfrutta”, ma anche “di chi, potendo fare qualcosa per evitare, eliminare o almeno limitare certi mali sociali, omette di farlo per pigrizia, per paura e omertà, per mascherata complicità o per indifferenza; di chi cerca rifugio nella presunta impossibilità di cambiare il mondo; ed anche di chi pretende di estraniarsi dalla fatica e dal sacrificio, accampando ragioni di ordine superiore” (RP 16).

Richiamo alla vita coerente

Il popolo di Dio è chiamato a custodire, vivere e rilanciare l’originalità, unica ed universale, della speranza cristiana. Al riguardo, sia di stimolo l’insegnamento di papa Giovanni Paolo II: “Urge una generale mobilitazione per costruire una nuova cultura della vita (Evangelium vitae, punto 95)”. Seguendo l’unica strada percorribile, ovvero quella dell’esperienza credente, mobilitiamoci traendo dal Vangelo l’esempio cui improntare la nostra quotidianità per riaffermare, nel solco della testimonianza che diviene anima e sostanza dell’identità cristiana, il diritto alla vita. Dinanzi alla progressiva perdita dei valori di solidarietà, facciamoci strumenti di lotta ai mercanti di morte, ovunque essi si annidino e qualunque panni indossino: siano essi mafiosi o detrattori della vita, che sono negazione di Dio e dell’uomo, piaga sanguinante del corpo della Chiesa amante della vita. Al contempo, rinnoviamo l’attenzione agli ultimi ed agli emarginati, aiutando le Chiese locali a rafforzare le proprie capacità profetiche ed a porre al centro delle attività della comunità ecclesiale l’attenzione preferenziale al povero ed al suo senso sacramentale.

Ecco, allora, delinearsi la nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di risolvere i problemi che investono il nostro territorio; nuova, perché fatta propria, con più salda e operosa convinzione, da tutti i credenti; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutte le componenti della società che, nel suo senso più diffuso e nelle forme più o meno istituzionalizzate dell’in-tervento sociale, è la sola che possa prosciugare la linfa vitale delle organizzazioni mafiose.

È in tale ottica che collochiamo l’agire delle nostre Chiese particolari: dobbiamo dimostrarci capaci di costruire modelli culturali alternativi. Con la forza del Vangelo, potenza d’amore e annuncio di speranza, si deve agire per favorire una rottura con la cultura mafiosa, con perseveranza e pazienza, attraverso il coraggio della coerenza, della testimonianza e della speranza. Una simile rigenerazione delle coscienze deve cominciare dalle nostre comunità cristiane: troppi credenti, anche tra quanti partecipano attivamente alla vita ecclesiale, corrono il rischio d’una dissociazione tra la fede professata e l’etica che ne deriva e da attualizzare, giungendo spesso a comportamenti compromissori che contraddicono la verità del Vangelo (cf. EV 95). Dobbiamo interrogarci con lucidità sul tipo di cultura della vita e della legalità oggi percepita dai cristiani, dalle famiglie, dai gruppi e dalle comunità parrocchiali. Con altrettanta lucidità, dobbiamo individuare i passi da compiere per costruire una società più giusta e solidale, tale proprio perché finalmente sciolta dalle catene del peccato e del male imposte dalle organizzazioni criminali.

Un cuore che agisce: operiamo insieme

Un impegno consapevole è richiesto innanzitutto ai Vescovi, ai Presbiteri, ai consacrati ed a tutti gli operatori pastorali. È indispensabile, infatti, maturare una profonda coscienza della responsabilità che ci è stata affidata nel ministero dell’annuncio e dei sacramenti, ma anche nel compito di guide ed educatori, coltivando una vita di preghiera e carità e coniugando per primi, nel nostro quotidiano, autenticità, coerenza, amore per il prossimo, giustizia e legalità.

Non dimenticando, sulla scorta del documento Chiesa italiana e mezzogiorno, che “la carenza della famiglia, talvolta la connivenza o peggio l’incoraggiamento della famiglia, alimentano le faide e altre forme di devianza criminosa”, ribadiamo la centralità della pastorale familiare. E se da un lato assistiamo ad un processo di disgregazione e di crisi della famiglia, che tocca purtroppo anche la nostra regione, dall’altro abbiamo il dovere di non rimanere a guardare, sospinti dalla certezza che, ben evangelizzata e curata, la famiglia possa ancora essere lievito di una società rinnovata.

Un impegno altrettanto forte chiediamo alla scuola, laboratorio democratico di convivenza e di formazione dei cittadini di domani. La comunità scolastica si riappropri della sua peculiare funzione educatrice, coltivando negli studenti la volontà di resistere ai soprusi, alle ingiustizie e ad ogni forma di illegalità, anche strisciante, e sviluppando nei giovani il senso della responsabilità nella difesa dei diritti fondamentali e del rispetto per ogni uomo, vero antidoto alla violenza.

Chiediamo al Signore di far emergere dal popolo, in piena libertà, persone sagge che assommino in sé passione, senso di responsabilità e lungimiranza e che, al di là dell’ap-partenenza ai diversi schieramenti politici, sappiano elaborare percorsi legislativi e di amministrazione della cosa pubblica in grado di contrastare l’espansione del fenomeno mafioso, non precludendosi alcun tipo di intervento, quali ad esempio la confisca dei beni e la garanzia della certezza della pena, che mini alla base l’iscrizione e l’appartenenza mafiosa. Alle istituzioni indichiamo l’esempio di Cristo, venuto non per essere servito, ma per servire. Sollecitiamo i cittadini amministrati ad essere vigili, ma collaborativi con le istituzioni, giacché il fine comune è creare una civitas humana che attui il piano del Creatore, per il quale “la società umana è per l’uomo, non viceversa (Enciclica Divini Redemptoris, Pio XI, 1937)”.

A quanti, in particolare nella Magistratura e tra le forze dell’Ordine, sono chiamati a contrastare la mafia in campo aperto, esprimiamo vicinanza ed un plauso per l’impegno costante della loro opera, spesso nascosta o travisata, e per una dedizione che non di rado li porta a mettere a repentaglio la propria vita. Pur coscienti dei limiti umani, esortiamo la nostra gente ad avere fiducia in questa mediazione così delicata della propria sicurezza da parte di istituzioni che rappresentano, fisicamente, il presidio della legalità dello Stato.

Testimoniamo la nostra vicinanza anche agli imprenditori, perché investano con fiducia, vincendo la tentazione del puro profitto e adottando logiche solidali con le legittime aspettative di occupazione e giusta retribuzione. Invocando la tutela legislativa ed istituzionale, sosteniamo quelli che, speriamo sempre più numerosi, scelgono di difendere il loro onesto operato senza cedere a ricatti, denunziando anzi richieste di “pizzo” in cambio di protezione o invocando il rispetto della legge di fronte all’assalto di chi vorrebbe sottomettere al giogo dell’usura l’economia calabrese. Essi sappiano che non saranno abbandonati a se stessi, ma potranno contare sull’appoggio a tutto tondo dei pastori e della comunità cristiana, per garantire il quale ognuno, a cominciare dagli organi statali, farà la sua parte.

Ma è soprattutto ai giovani, futuro della nostra terra, che volgiamo lo sguardo: in famiglia, a scuola, nello sport ma pure nella ricerca di un lavoro ed in ogni occasione e giorno della vita, non perdano l’entusiasmo e neppure il generoso altruismo. Mentre ci impegniamo a tenere alta la tensione educativa e l’ascolto delle loro esigenze incentivando la pastorale giovanile, li invitiamo a lasciarsi contagiare dalla freschezza del Vangelo, a divenire protagonisti della carità e della promozione umana, coltivando valori di onestà, giustizia e legalità, per costruire assieme quel futuro che appartiene a tutti, ma specialmente a loro.

Infine, a tutti i credenti, agli uomini ed alle donne di buona volontà, diciamo apertamente che abbracciare o anche solo simpatizzare con una concezione dei valori della vita quale quella mafiosa è contrario al Vangelo ed al bene della società e dell’uomo, perché l’appartenenza o la vicinanza ai clan non sono un titolo di vanto o di forza, bensì di disonore e debolezza. Esortiamo perciò il popolo di Dio a compiere ogni sforzo per rinunciare ad atteggiamenti che possano alimentare il fenomeno mafioso. E ciò non solo mediante la condanna di tutte le forme di violenza, ma anche avendo sempre presente che la risoluzione dei problemi personali non va affidata al “padrino” di turno, ma a chi è a ciò preposto dall’Autorità dello Stato.

Conclusioni

Le mafie, di cui la ‘ndrangheta è oggi la faccia più visibile e pericolosa, costituiscono un nemico per il presente e l’avve-nire della nostra Calabria. Noi dobbiamo contrastarle, perché nemiche del Vangelo e della comunità umana. In nome del Vangelo, dobbiamo tracciare il cammino sicuro ai figli fedeli e recuperare i figli appartenenti alla mafia. Tale strada indichiamo nella Luce che da Dio promana. Egli rivela il Suo potere nella misericordia e nel perdono. L’amore è il Suo regno. È per mezzo dell’amore che costruiamo e rendiamo presente il regno di Dio in questo mondo. A Lui, fonte di speranza e verità che ci guida tra le tenebre lungo i sentieri della vita, rivolgiamo la nostra preghiera: “Tu con olio di esultanza hai consacrato Sacerdote eterno e Re dell’universo il tuo unico Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Egli, sacrificando se stesso, immacolata vittima di pace sull’altare della Croce, operò il mistero dell’umana redenzione; assoggettate al suo potere tutte le creature, offrì alla tua maestà infinita il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. Sostienici e guidaci perché anche noi, seguendo il Suo esempio, possiamo concorrere quotidianamente all’opera di redenzione e salvezza nostra, dei nostri fratelli e del mondo intero, combattendo con la forza della fede le armate del diavolo e spezzando le catene del peccato. Amen”.

Da http://www.adista.it

 

LA MAFIA E’ ANCHE “COSA NOSTRA”

Se è vero che tra uno o due anni si tratterà di fare il nuovo arcivescovo di Reggio Calabria, che è la città attualmente più al centro delle questioni di mafia e di mafiologia, più di Palermo o di Napoli e se è vero,così come è vero,che Mons. Bregantini è attualmente il vescovo, pur non calabrese e non meridionale, che parla di più e più efficacemente sul problema mafia.,si potrebbe pensare ad un trasferimento per non farlo Arcivescovo a Reggio Calabria? Forse hanno preferito spostarlo in tempo utile a Campobasso, che è una diocesi calma e tranquilla, a quanto si dice……

L’ALLONTANAMENTO DI MONS. BREGANTINI,
UN ALTRO SCHIAFFO ALLA CALABRIA. REAZIONI E COMMENTI

DOC-1925. ROMA-ADISTA. “Dev’essere misterioso davvero il disegno di Dio – scrive sul Manifesto l’antropologo Vito Teti -, se è ad esso che dobbiamo” l’allontanamento di mons. Giancarlo Bregantini dalla Locride: “il migliore regalo alla ‘ndrangheta che poteva essere pensato”, aggiunge sul Trentino Piergiorgio Cattani. Perché ha veramente dell’incredibile la vicenda della “promozione” del vescovo all’arcidiocesi di Cambobasso (v. Adista n. 79/07), e non farebbe differenza alcuna se, anziché di trasferimento ad una diocesi più piccola e meno popolata di quella di Locri, e di sicuro strategicamente assai meno importante, si trattasse della promozione “senza virgolette perché senza ironia” di cui parla l’Avvenire. Tanto più che il concetto stesso di promozione, vera o fasulla che sia, stride violentemente con quella che dovrebbe essere la missione di un vescovo: non a caso, come scrive a mons. Bregantini il prete genovese Paolo Farinella, lo spostamento “è pensato e letto con categorie pagane e atee: ‘è promosso’; Campobasso è più importante di Locri; fa carriera; diventa metropolita, ecc. Come siamo distanti – commenta – dal Vangelo che non ci ha mandato a cercare o realizzare carriere, ma a morire in croce per quella porzione di ‘mondo’ a cui siamo mandati”.

Pertanto, se anche non vi fosse alcun “oscuro disegno”, come insiste il quotidiano della Cei e come sostiene nel suo “doloroso e piangente saluto di congedo” alla diocesi di Locri lo stesso Bregantini (accreditando erroneamente l’ipotesi che il suo nome sia stato indicato dai vescovi dell’Abruzzo e del Molise e poi inserito nella terna di nomi presentata al papa), nessuna giustificazione potrebbe comunque darsi al fatto che una terra povera, dimenticata, malata, devastata dai tanti tradimenti e dai ripetuti abbandoni dello Stato – e di una Chiesa che troppo spesso ha fatto di silenzi ed omissioni, e di pesanti compromissioni, la sua linea di condotta – abbia subìto l’ennesima ferita, perdendo il simbolo di quella “Calabria nuova, fattiva, civile, propositiva” di cui parla Teti, la voce più tonante, tra tanti silenzi o sussurri, della resistenza e del riscatto. “Chi è agitato si rilassi”, invita Dino Boffo dalle pagine dell’Avvenire. Ma a non volersi affatto rilassare sono in tanti, dentro e fuori la Calabria, come indica la rassegna stampa che qui di seguito riportiamo, seguita da diversi comunicati di solidarietà a mons. Bregantini e preceduta da stralci del messaggio del vescovo alla diocesi di Locri, l’8 novembre scorso. (c. f.)

LA MAFIA È ANCHE “COSA NOSTRA”. ISPIRATA DA MONS. BREGANTINI
LA DENUNCIA ANTIMAFIA DEI VESCOVI CALABRESI

DOC-1924. CATANZARO-ADISTA. Il vero saluto di commiato di mons. Giancarlo Bregantini alla Calabria – ‘promosso’ dalla diocesi di Locri all’arcidiocesi di Campobasso (v. Adista n. 79/07 e documenti seguenti) – è la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta, intitolata Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo, appena emessa dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) ma che ha nel vescovo di Locri il suo principale ispiratore. Il documento, infatti, nonostante il valzer di date che lo accompagna, è l’esito del Convegno della Caritas regionale del 26-27 gennaio 2007 e rimanda direttamente alla relazione su Mafia e pastorale che lo stesso mons. Bregantini tenne in quell’occasione.

“Da tempo la Conferenza episcopale calabra aveva manifestato la volontà di pubblicare, dopo il Convegno della Caritas regionale sulla mafia in Calabria del gennaio scorso, un documento che in realtà ha anche preparato”, scrive nella presentazione alla Nota il presidente della Cec mons. Vittorio Mondello. Poi, prosegue, “dopo l’ultimo Consiglio Permanente della Conferenza episcopale italiana, nel quale il presidente Bagnasco ha mostrato l’intenzione di riprendere il Documento della Cei sul Mezzogiorno d’Italia, la Cec ha ritenuto più opportuno non pubblicare tale Documento che avrebbe potuto intralciare il lavoro della Cei e limitarsi, perciò, ad una semplice Nota”.

La Nota della Cec porta come data il 17 ottobre 2007. Proprio il giorno successivo, il 18, mons. Giuseppe Bertello, nunzio apostolico in Italia, convoca mons. Bregantini per comunicargli il suo imminente trasferimento a Campobasso. Il testo rimane segreto fino al 12 novembre quando il vescovo di Cosenza, mons. Salvatore Nunnari, durante la Settimana diocesana di formazione biblica, lo distribuisce ai partecipanti, avvertendo però che “ufficialmente dovrà essere consegnata alle parrocchie il giorno di Cristo Re, domenica 25 novembre”.

Ma il ‘padre’ della Nota pastorale della Cec – che Adista pubblica integralmente di seguito – è mons. Bregantini, che ne aveva ispirato i contenuti nella sua relazione al Convegno della Caritas dello scorso gennaio. Un intervento che affrontava il “rapporto tra ‘ndrangheta e pastorale” e che, come il documento della Cec, era strutturato attorno alle parole-chiave “denunciare, annunciare, rinunciare”. La mafia “è una nemica mortale della nostra terra – scriveva Bregantini nella sua relazione –, perché chiude ogni speranza e taglia le ali al futuro. Schiavizza ogni rapporto, viola ogni convivenza, distrugge il nostro territorio”. “La mafia però è anche un fenomeno che dipende, in parte, dai nostri peccati e limiti. Un peccato sociale, nel quale anche noi siamo immersi e del quale siamo in parte corresponsabili, per una serie di carenze nell’annuncio del Vangelo. È anche cosa nostra, per nostra responsabilità diretta ed indiretta. La mafia, quindi, impone un chiaro esame di coscienza!”. Pertanto la mafia, proseguiva, è “una aperta sfida, per tutti noi, per le nostre comunità cristiane, per un Vangelo più autentico, per preti più poveri ed esemplari, punti chiari di riferimento. Così il tessuto mafioso spinge i nostri consacrati e consacrate ad essere più testimonianti ed alternativi, i laici ad essere più coraggiosi, i politici più liberi, il volontariato più generoso, le scuole più qualificate, i giovani più protagonisti, questa nostra terra più amata”. (luca kocci)

Adista anno 2007Adista Documenti N°82

Antonio Rosmini proclamato beato a NOVARA


Il teologo e filosofo Antonio Rosmini è stato proclamato beato con una cerimonia seguita da 8.000 persone a Novara. A celebrare il rito è stato il cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle cause dei santi. Tra i fedeli c’erano il presidente del Senato Franco Marini, il ministro Arturo Parisi, in rappresentanza del governo, il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro. La cerimonia si è svolta nel nuovo palasport di Novara, trasformato per l’occasione in luogo di culto.

In tal modo si conclude positivamente il lungo iter della causa di beatificazione che ha proceduto parallelamente alla complessa riabilitazione di Rosmini, ”assertore convinto del binomio fede-ragione”, come sottolinea oggi Gianfranco Ravasi sulle pagine del domenicale de ‘Il Sole 24 Ore’. Uomo dell’800 aperto al nuovo, Rosmini chiedeva il rinnovamento della Chiesa guardando con fiducia al processo di unificazione risorgimentale.

Nel 1882 ebbe inizio la raccolta di testimonianze utili per la causa, ma il processo non venne aperto. In quel periodo, infatti, il Sant’Uffizio stava compiendo un’analisi delle opere di Rosmini, culminata nel 1887 con la condanna Post obitum (pubblicata soltanto il 7 luglio 1888) di 40 proposizioni rosminiane ritenute erronee. In particolare fu il volume ‘Delle cinque piaghe della Santa Chiesa’ a finire nell’Indice dei libri proibiti nel 1849 (insieme a ‘La costituzione civile secondo la giustizia sociale’), per poi essere prosciolata nel 1854 dalla stessa Congregazione dell’Indice con il decreto ‘Dimittantur’.

Nell’opera Rosmini faceva una lucida disamina dei mali che affliggevano la Chiesa cattolica già nella prima metà del XIX secolo: ”la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto”; ”la insufficiente educazione del clero”; ”la disunione dei vescovi”; ”la nomina dei vescovi abbandonata al potere del clero”; e ”la servitù dei beni ecclesiastici”.

Nella turbolenta stagione del 1848 erano state poi le riflessioni politico-ecclesiastiche di Rosmini e il suo entusiasmo per le nascenti democrazie liberali a catalizzare l’attenzione e a destare timori fra coloro che vedevano nella dottrina di Rosmini il pericolo per uno stravolgimento del dogma cattolico e il tentativo di introdurre la democrazia nella Chiesa. Neppure la scomparsa nel 1855 del filosofo di Rovereto pose fine alle polemiche sulla sua opera, tanto che lo scontro tra sostenitori e detrattori tornò a inasprirsi.

Nel 1928, padre Bernardino Balsari, il Superiore Generale dell’Istituto della Carità, fondato da Rosmini, ritenne opportuno provare a dare inizio alla causa. Ricorreva quell’anno il centenario della fondazione dell’Istituto, si erano verificate guarigioni miracolose ricondotte all’intercessione del futuro beato e non si volevano perdere le testimonianze di chi lo aveva conosciuto.Tuttavia il processo si arrestò. Dal pontificato di Giovanni XXIII in poi però le cose, sia pure gradualmente, cominciarono a cambiare.

E’ stato infine il cardinale Joseph Ratzinger a sbloccare la causa di beatificazione di don Antonio Rosmini , fondatore di due ordini religiosi, amico del Manzoni e del Tommaseo, espressione del cattolicesimo liberale nel nostro Risorgimento e antesignano di riforme della Chiesa che trovarono attuazione nel Concilio Vaticano II.

Fra l’altro ha trovato conferma nel corso della causa la notizia circa il possibile avvelenamento del religioso da parte di alcuni suoi familiari, della nobile famiglia Bossi Fedrigotti, legata agli austriaci.

ROSMINI/ NAPOLITANO: APERTURA E TOLLERANZA SONO IL SUO MESSAGGIO

Roma, 18 nov. (Apcom) – Antonio Rosmini ha rappresentato “una figura di indubbio spessore e rilievo” nel “panorama e nella storia del cattolicesimo e della cultura filosofica italiana dell’ottocento”. Lo scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della cerimonia di beatificazione di Antonio Rosmini, che si terrà questo pomeriggio a Novara.

Nel messaggio inviato a monsignor Renato Corti, vescovo di Novara, il capo dello Stato ha sottolineato che “il pensiero di Rosmini, che si collega alla grande tradizione cattolica, si confronta in un’impegnativa discussione con le correnti filosofiche europee del Settecento: nella filosofia morale e politica – sottolinea- le riflessioni di Rosmini, ampiamente dibattute sia nel corso della sua vita sia negli anni successivi alla sua morte, hanno contribuito a diffondere un messaggio di apertura e tolleranza, incarnando per il nostro paese, nell’epoca del Risorgimento e dei primi passi verso la costruzione di uno Stato italiano, le migliori tendenze del cattolicesimo liberale”.

“Non minore rilevanza – prosegue Napolitano – hanno avuto l’influenza e l’attenzione di Rosmini verso gli aspetti educativi e di diffusione del messaggio cristiano, testimoniate, oltre che dalla sua vita, anche dalla fondazione e dall’attività dell’Istituto della carità e delle suore della provvidenza. La beatificazione di questo importante pensatore italiano dell’Ottocento, che giunge dopo lunghe e travagliate vicende – conclude il capo dello Stato – sarà anche l’occasione per mettere in luce e valorizzare il senso della sua presenza storica e per approfondire gli apporti della sua opera alla migliore comprensione dei difficili problemi posti di fronte all’uomo contemporaneo”.

ROSMINI/ CATTOLICI DISSIDENTI: CHIESA LO BEATIFICA,SERVE…

Il movimento cattolico dissidente ‘Noi Siamo Chiesa’ ritiene che”, per essere credibile”, la beatificazione di Antonio Rosmini “esiga riflessioni autocritiche ed impegni riformatori da parte della Chiesa italiana oggi”.

“La beatificazione di Antonio Rosmini raccoglie consensi tra i cattolici di base che si ispirano al Concilio anche se sono in radicale disaccordo col vigente sistema delle canonizzazioni e con gli abusi che di esso sono stati fatti, soprattutto negli ultimi anni”, precisa il portavoce, Vittorio Bellavite, in un comunicato.

“Rosmini fu la massima espressione di quei cattolici che si impegnarono per una soluzione non traumatica del rapporto tra il potere temporale della Chiesa e la nascente nazione italiana. Il suo intervento si fondava su principi di democrazia e di laicità che sorprendono per la loro attualità e che, se fossero stati praticati, avrebbero potuto cambiare nel nostro paese la storia della Chiesa e dello Stato. Molte delle sue proposte per una radicale riforma della Chiesa cattolica furono alla base di orientamenti e decisioni del Concilio Vaticano II”. Per questo motivo ‘Noi siamo chiesa, auspica che quella di domani non sia una “beatificazione solo d’immagine senza alcuna riflessione autocritica”.

NOVARA, MARTINS: ROSMINI ECO MODERNA DEI GRANDI PADRI DELLA CHIESA

Le parole di Antonio Rosmini come un’eco moderna di quella dei grandi Padri della Chiesa. Così si è espresso il prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi José Saraiva Martins durante l’Omelia per la beatificazione di Rosmini. “La voce del Rosmini è un’eco moderna di quella dei grandi Padri della Chiesa a cui può essere tranquillamente affiancato, per l’acutezza e la vastità degli interessi speculativi, ben sposati con l’ardore evangelico dei pastori d’anime…In Antonio Rosmini si trova il filosofo, il pedagogo, il teorico della politica, l’apostolo della fede, il profeta, il gigante della cultura…La Chiesa oggi proclama beato questo sacerdote perché ha riconosciuto nella sua operosa esistenza i segni della virtù, che egli praticò in modo eroico…Nel novello Beato si riscontra un costante filo unificatore fra il suo pensare, il suo credere e il vissuto quotidiano. Ne risulta una testimonianza di vita all’insegna di codesta unità che è ascesi, mistica, santità. L’abate Rosmini visse una vita teologale, in cui la fede implicava la speranza e la carità, con quel dialogo di amore confidente nella Provvidenza, tale da portarlo a non intraprendere nulla, nel grande e nel piccolo ‘se non vi siamo come tirati dalla Provvidenza’”.

Martins ha anche ricordato un passo dell’Enciclica “Fides et Ratio” di Giovanni Paolo II, nel quale il Rosmini veniva citato: “Il fecondo rapporto tra filosofia e parola di Dio si manifesta anche nella ricerca coraggiosa condotta da pensatori più recenti, tra i quali mi piace menzionare, per l’ambito occidentale, personalità come John Henry Newman, Antonio Rosmini, Jacques Maritain, Etienne Gilson, Edith Stein”.

MAFIA STRUTTURA DI PECCATO

 

 

Mafia, “struttura di peccato”

 

Maffia, “struttura di peccato”?

GIAMPIERO TRE RE*

Pubblicato per la prima volta, con il titolo Mafia, “struttura di peccato”? in S. DIPRIMA (a cura di), Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia. Le categorie teologico-morali di “struttura di peccato” e “peccato sociale”, Studi del Centro “A. Cammarata”, Collana diretta da C. Naro, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma, 1995, 21-35.

L’espressione «strutture di peccato» nasce nel contesto della “teologia della liberazione”1 e successivamente fu accolta nel frasario della dottrina sociale della Chiesa2. L’origine sudamericana del termine sembra confermata dai documenti prodotti dalla III conferenza generale dell’episcopato latino americano (Puebla, 1979)3. Lo stesso Giovanni Paolo II, proprio in quei giorni, nell’omelia tenuta nel santuario di Nostra Signora dell’Immacolata concezione di Zapopán (Messico), aveva fatto uso della formula:

«[La Vergine Maria] ci permette di superare le molteplici “strutture di peccato” in cui è avvolta la nostra vita personale, familiare e sociale. Ci permette di ottenere la grazia della vera liberazione, con quella libertà con cui il Cristo ha liberato ogni uomo»4.

Non è un caso che il contesto faccia ricorso a concetti cari alla teologia della liberazione, anche se emerge la preoccupazione di dare di essi una lettura “autentica”, rivendicandone la paternità ad una cristologia di stampo più tradizionale.
Altri documenti ecclesiastici nei quali compaiono i termini di peccato o ingiustizia “strutturale”, “situazione di peccato” o “peccato sociale” sono Reconciliatio et paenitentia, 165; e Libertatis conscientia, 426. Ma è nella lettera enciclica di Giovanni Paolo II Sollicitudo Rei Socialis (30.12.1987) che la categoria «struttura di peccato» è stata più diffusamente applicata:

«”Peccato” e “strutture di peccato” sono categorie che non sono spesso applicate alla situazione del mondo contemporaneo. Non si arriva, però, facilmente alla comprensione profonda della realtà quale si presenta ai nostri occhi, senza dare un nome alla radice dei mali che ci affliggono[…] La vera natura del male a cui ci si trova di fronte nella questione dello “sviluppo dei popoli” [ è ] un male morale, frutto di molti peccati, che portano a strutture di peccato»7;

La più recente sintesi del magisteriale imperniata sulla formula di «peccato sociale» si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1992):

«Il peccato è un atto personale. Inoltre abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:
-prendendovi parte direttamente e volontariamente
-comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;
-non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;
-proteggendo coloro che commettono il male;

Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare fra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali ed istituzioni contrarie alla Bontà divina. Le «strutture di peccato» sono l’espressione e l’effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un “peccato sociale”»8.

Già da tempo intellettuali cattolici riferiscono la categoria al fenomeno maffioso9; non senza problemi di ordine teoretico, come vedremo, dal momento che l’applicazione classica è riservata ai problemi macroeconomici e socio-politici.
Quello che forse è meno noto è che Giovanni Paolo stesso ha già in qualche modo applicato il concetto alla maffia:

«esistono purtroppo fenomeni aberranti ormai secolari. Si tratta della mentalità o struttura cosiddetta mafiosa che crea a vari livelli e con diverse manifestazioni, misfatti deleteri per il buon nome stesso della Sicilia e della sua gente»10.

La dimensione cosmica e dinamica del peccato.

Offriamo qui di seguito una rapida ricognizione biblica e una breve indagine etico-teologica che possano servire per la fondazione di un discorso cristiano di resistenza alla maffia. Lo scopo è quello di isolare gli elementi essenziali del pensiero cristiano intorno alla dimensione sociale e storica del male morale.

Potenza del peccato e mistero dell’iniquità.

Data l’ampiezza dell’insegnamento scritturistico sulla realtà del peccato non possiamo che limitarci qui al solo contributo che è possibile recepire dalle cristologie riflessive del Nuovo Testamento.
Nelle opere che la tradizione attribuisce a S. Giovanni troviamo una lettura piuttosto omogenea del peccato. Secondo Giovanni il peccato si situa a vari livelli di profondità, il che ne fa una realtà complessa. Egli preferisce parlare del peccato piuttosto che dei peccati, essendovi «un peccato che conduce alla morte» da distinguere da quello che non vi conduce (1Gv 5,16s). Nel suo vangelo il peccato è, tipicamente, quello dei “giudei” (Gv 8,21-59) ossia l’ostinata e pervicace chiusura a Cristo. Questa radicale mancanza di fede è il “peccato del mondo” (Gv 1,10; 14,17; 17,11.14.25; 1Gv 3,1), da cui perfino la comunità appare minacciata (1Gv 2,15ss; 4,3ss; cfr. anche Rm 1,24-31; 1Cor, 6,9; Gal 5,21; Ef 5,5).
Anche l’autore della lettera agli Ebrei distingue nettamente da tutti gli altri il peccato di apostasia, che egli considera gravissimo, fino al punto da ritenerne impossibile il perdono (Eb 6,4ss; 10,26ss).
Paolo matura la svolta fondamentale del proprio pensiero teologico nel quadro del contrasto tra pagani e giudeo-cristiani e nel contesto della problematica del rapporto tra fede cristiana e legge di Mosè. Per l’Apostolo, pagani e giudei condividono la medesima condizione di creaturalità e la stessa situazione esistenziale di radicale peccaminosità (Rm 2,17-23; 5,12ss). Secondo Paolo esiste una «legge scritta nel cuore», la quale vige in quanto coincide con la stessa condizione ontologica dell’immagine di Dio impressa nelle strutture spirituali e morali della persona umana mediante l’atto creativo. Questa legge morale interiore svolge per i pagani, ed ogni essere umano, la stessa funzione che la Torah riveste limitatamente al giudeo. Una rivelazione di questa legge non scritta sotto forma di norme positive, ossia la legge di Mosè, si è però resa storicamente indispensabile a causa della minaccia portata al successo dell’originario piano salvifico della creazione dal progresso storico della situazione di peccato in cui l’intera umanità si trova esistenzialmente rinchiusa (Rm 11,32).

Condizionamenti e limiti della libertà.

Dall’analisi sin qui condotta si evince il ruolo fondamentale della libertà nel peccato: «non v’è né vi può essere colpa personale davanti a Dio che sia inconscia e non libera»11. In quanto è atto personale il peccato suppone sempre un soggetto capace di attribuirsi responsabilmente un grado proporzionato di libertà d’azione. Paradossalmente il carattere personale e libero del peccato solleva un problema teoretico di una certa entità in ordine a categorie concettuali come “struttura di peccato” e “peccato sociale”. Tali concetti, infatti, non solo indicano entità intersoggettive, ma furono elaborati proprio per denunciare l’alto grado di efficienza che certe realtà mondane esprimono nell’imporre limiti e condizionamenti alla libertà morale degl’individui che vi partecipano.
Bisogna chiedersi dunque, innanzi tutto, se vi sia e donde provenga la possibilità di un indebolimento della libertà morale.
All’interno della sfera degli atteggiamenti morali, in quel livello, cioè, nel quale la persona dispone di sé come un tutto e si determina liberamente davanti a Dio, non è certamente pensabile un effettivo condizionamento esterno alla libertà stessa. Dobbiamo pertanto escludere la sfera degli atteggiamenti, quell’”area” nella quale la libertà fondamentale può essere esercitata senza alcun condizionamento, giacché essa rimane inaccessibile a qualsiasi categorizzazione, perfino concettuale12.
Per quanto riguarda i singoli concreti comportamenti le cose stanno diversamente13. Occorre considerare la costituzione storico-esistenziale della persona. A causa di questa sua strutturazione mondana, pur senza mai esaurirsi in essi, l’uomo non può non oggettivarsi nel corpo e nell’azione. Questa sua attuazione nel mezzo terrestre è «segno costitutivo» della persona. Ma questo mezzo terrestre è anche il medium della forza esercitata dal mondo sulla persona14.
La «costituzione concupiscente»15 dell’individuo e l’«oggettivazione» dei comportamenti peccaminosi nelle strutture mondane possono seriamente influire sulla libertà del comportamento16.
Oggi la teologia accentua la drammaticità di questi aspetti del peccato, sulla scorta della psicologia, della psichiatria e della sociologia, che hanno messo in luce vari modi in cui le situazioni “esterne” esercitano pressioni sull’individuo. Sviluppi psicologici errati17, convinzioni, opinioni e norme socialmente condizionate18 sono altrettanti condizionamenti che condeterminano la vita spirituale dell’uomo, così come le «cosiddette situazioni ingiuste», quali la sperequazione economica, sociale, culturale19. Ma l’influenza della situazione peccaminosa del mondo sul soggetto umano -e viceversa!- non è sfuggita neppure alla teologia del passato, specialmente nel campo dei comportamenti sociali20.

Peccato individuale e peccato formale.

Il fluire dell’esistenza credente può essere descritta come una dinamica esistenziale-teologale il cui sviluppo è la «vita nello Spirito». Il cuore di questo cammino iniziatico è il mistero pasquale di Cristo, in cui l’umanità penetra sempre più intimamente e dal quale sempre più intimamente è penetrata. Tuttavia esiste un avanzamento eversivo rispetto all’affermarsi nel mondo del mistero pasquale. Si tratta del progresso del peccato che si manifesta nel vissuto violento di una collettività umana. Le varie tappe e le svolte della storia della salvezza e, in particolare, la forma storica della morte di Dio, assunta dal Cristo sul Golgota, oltre a sancire ogni volta un’alleanza più stretta tra l’uomo e Dio, nello stesso tempo smaschera una condizione esistenziale di radicale alienazione della persona umana da Dio. Ciò vuol dire che anche il male ha una sua storia ed è pertanto una presenza misteriosa nella vicenda umana, drammatica ma proprio per questo non ineluttabile.
Così pur se dietro un peccato in senso proprio e formale non può che esserci un esplicito attuarsi della persona come tale, ciò non obbliga affatto a concepire il peccato formale esclusivamente nella figura del singolo atto esteriore e di un atto necessariamente individuale. Il peccato ha un suo modo d’essere che trascende il limitato raggio dell’agire individuale. Esso è dotato di una sua potenza che si materializza, nella misura di quanto gli è consentito da condizioni storico-culturali più o meno favorevoli, in quelle che possiamo chiamare “oggettivazioni della colpa”: strutture di peccato e peccati sociali. Perciò esso è in grado di crescere in una maniera che non risulta dalla mera somma delle colpe individuali, vuoi perché il vissuto collettivo di violenza condiziona e modella le istituzioni del vivere comune, che sono a loro volta una delle condizioni del nostro essere situati storicamente nel mondo (peccato sociale); vuoi perché il peccato personale formale tende ad esprimersi ed attuarsi nelle modalità della vita associata (struttura di peccato). Anche il peccato cresce dunque in una maniera “organica”, in un modo cioè che facilita fino a rendere spontaneo e far apparire come indispensabile l’uso di altra violenza21 .
Il progresso del mistero pasquale nel mondo conosce arresti ed involuzioni non solo a causa dell’intrinseco funzionamento delle strutture antropologiche ma soprattutto per la resistenza opposta dalla potenza del peccato.

L’impatto del fenomeno maffioso: strutture di peccato in senso proprio.

L’applicazione della formula di «struttura di peccato» al fenomeno maffioso è problematica e contestata sotto vari aspetti.
Da una parte, infatti, la dottrina dell’imputabilità personale della colpa conduce a sostenere che nessuna istituzione o realtà collettiva può rendersi responsabile di male morale; per cui si conclude che nessuna struttura può essere in sé buona o cattiva. Ciò tuttavia contrasta con l’intrinseca malizia che la ragione morale e la coscienza cristiana istintivamente scorgono22 nella specificità della struttura maffiosa come tale.
D’altra parte alcuni osservano acutamente che denominare la maffia, in maniera fin troppo facile, “struttura di peccato” rischia di dissolvere la carica drammatica della violenza maffiosa in un’impalpabile colpevolezza corporativa, la quale in sostanza impedirà di collegare la gravità morale del fenomeno alle precise cause storiche che lo determinano.
Chi vuol continuare a sostenere che la maffia sia effettivamente una struttura di peccato si vede pertanto obbligato ad una più accurata messa a punto del concetto, sviluppando la distinzione, non ignota alla teologia morale23, tra strutture di peccato in senso proprio e in senso ampio.
Sono da considerare strutture di peccato in senso largo strutture e istituzioni del vivere umano associato moralmente condizionate e condizionanti in senso indiretto, cioè attraverso la mediazione della sfera dei comportamenti. Sono peccaminose in senso proprio invece quelle strutture, direttamente condizionate dall’agire peccaminoso degli individui che ne fanno parte attraverso la sfera degli atteggiamenti, o disposizioni cattive, e di una opzione fondamentale per il male.
Nel primo caso l’uso cattivo della struttura è sempre un uso strumentale, che ne sfrutta gli inevitabili limiti, difetti e imperfezioni piegandoli ai propri scopi. Si pensi, ad esempio, ai massimi sistemi economici, capitalistico e collettivistico. Strutture del genere esisterebbero probabilmente anche a prescindere del cattivo comportamento di chi ne abusa, mentre la capacità di condizionare al male, a sua volta esercitata da parte di tale struttura, è pur sempre un condizionamento materiale, che inclina il soggetto che ne fa parte a compiere il male e ne indebolisce la responsabilità ma non giunge a determinare per ciò stesso il consenso al male, che è l’elemento formale del peccato.
Nel caso di una struttura propriamente peccaminosa, la struttura è di per sé creata e finalizzata in vista di un male morale, realizza in sé il potere di attuare un male morale ed è scelta sempre in senso proprio per i vantaggi procurati da una struttura di potere illegittimo. Una simile entità è intrinsecamente cattiva nel senso che chi ne partecipa si rende formalmente responsabile del male prodotto dall’esistenza stessa della struttura. L’aspetto più grave di una tale situazione e il suo potere moralmente devastante sta nel fatto che la struttura non può esistere senza la cooperazione formale di chi partecipa alle sue finalità malvage.
Perché si possa dire di trovarci di fronte una vera struttura di peccato non basta che essa coinvolga più di una persona, né che occasionalmente produca le sue conseguenze negative o che non produca mai altri effetti materiali se non quelli negativi, ma occorre che il peccato che la qualifica sia culturalmente strutturato24. In altre parole, in quanto è il prodotto dello strutturarsi di molte opzioni fondamentali negative e di un atteggiamento immorale collettivo, occorre che la struttura di peccato in senso proprio preveda una certa definitività del proprio universo di senso e una stabilità dei suoi codici comportamentali; che sia capace di strutturare e condizionare codici comportamentali al di fuori di essa e tenda ad affermarsi ed a crescere fino ad occupare l’intero orizzonte culturale di un determinato gruppo umano.
Naturalmente stiamo pensando alla maffia, alla sua presenza pervasiva fin dentro le istituzioni, alla sua capacità di insediamento culturale, alla volontà di proporsi come alternativa al potere legittimo delle istituzioni naturali e politiche.

Tensione escatologica, non violenza e resistenza cristiana.

La Chiesa accusa oggi un indubbio ritardo culturale sul fenomeno maffioso. Dopo la fase della denuncia all’epoca dei grandi delitti eccellenti, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli ‘80, la chiesa siciliana sembrò tornare, fino alla vigilia del martirio di Pino Puglisi, alla vecchia difesa apologetica di una astratta sicilianità, alla retorica del “siciliano onesto” di quando la gerarchia ecclesiastica siciliana, e in particolare il Card. E. Ruffini, nutriva il fondato sospetto che dietro l’uso strumentale dell’argomento-maffia si celasse un cavallo di battaglia dell’armamentario ideologico anticlericale. Così si è nuovamente instaurata, negli ambienti ecclesiastici, la tendenza a trattare Cosa Nostra come fenomeno marginale, epidemico, della società siciliana, una organizzazione criminale ed un problema tra i tanti, proprio mentre altre istituzioni e intellettuali di estrazione non cattolica, che pure in altri tempi avevano condiviso la stessa deleteria approssimazione minimalista25, compivano decisivi passi avanti nella lotta alla maffia anche sul piano dell’approfondimento teorico, cogliendo la specificità del crimine di associazione maffiosa.
Al di là delle molte precisazioni che possono aggiungersi, va detto innanzi tutto che il nostro ritardo culturale consiste proprio nella difficoltà di cogliere il carattere strutturale della devianza maffiosa. Occorre convincersi che la maffia non è solo un effetto ma principalmente una causa dei mali, anche morali, della Sicilia. Dal punto di vista teologico ciò significherebbe rendersi conto che Cosa Nostra è una forma di apostasia che persegue un progetto diametralmente opposto a quello che Cristo affida alla comunità ecclesiale.
Per un discorso di resistenza cristiana alla maffia la scelta preferenziale dei poveri26 è condizione necessaria ma non sufficiente. Occorre fare riferimento all’intera prassi di liberazione di Gesù, sull’ispirazione delle richieste avanzate da Cristo nel Discorso della Montagna. La violenza, infatti, come si è visto, è l’aspetto macroscopico del dinamismo del peccato presente nella costruzione umana del mondo. La scelta della più radicale non violenza deve mostrare con chiarezza la sua spinta propulsiva escatologica, deve saper mostrare di provenire dall’interno stesso dello sviluppo ecclesiale, vale a dire di quel progetto di convivenza umana sanata alla radice dalla presenza di Gesù Cristo. Riguardo al fenomeno maffioso, il compito dei cristiani è quello di destrutturare gradualmente la sua natura peccaminosa, facendo leva appunto sulla sua radice umana deviata, risanandola. Un lavoro assai complesso che prevede l’elaborazione di una completa strategia: lo sviluppo di tutta una cultura della responsabilità politica dei cristiani, l’elaborazione di pedagogie, metodi di lotta e persino linguaggi radicalmente liberati da ogni ombra di violenza.

1Cfr. G. GUTIERREZ, Teologia della liberazione. Prospettive, tr. it., Brescia 1972, 180-184; L. BOFF, Chiesa: carisma e potere. Saggio di ecclesiologia militante, tr. it., Roma 19842, 34-36. E’ da sottolineare tuttavia che il concetto è espresso in modi equivalenti già in opere di teologi degli anni ‘60; cfr. ad esempio, J. M. GONZÁLEZ RUIZ, Pobreza evangelica y promoción humana, Barcelona 1966, 29 e già nei documenti della II conferenza del CELAM (cfr. «Paz», Medellin 1969, 65), ove compaiono formule come: «situazione di peccato», applicate alle strutture economiche e altre realtà collettive.
2«Ci rallegra […] che l’evangelizzazione venga beneficiando degli aspetti costruttivi di una riflessione teologica sulla liberazione, come accadde a Medellin» (Puebla. L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, Puebla de los Angeles, 27.1-13.2.1979, 343; tr. it., EMI, Bologna 1979; la citazione è tratta da L. ACCATTOLI, Le conclusioni di Puebla, in Il Regno-attualità, n. 393, 6/ XXIV (15 marzo 1979), 104). A causa dell’esplicito riferimento alla teologia della liberazione, l’unico sopravvissuto nella redazione finale, il testo citato ebbe vita travagliata sin dalla sua prima stesura in commissione e fu inserito nel documento conclusivo, dopo due votazioni a larga maggioranza, con 126 suffragi favorevoli contro 52. Si tenga presente che il documento votato a Puebla gode di una esplicita approvazione del papa. L’accenno alla teologia della liberazione rimanda comunque al principio teoretico, «Jesucristo liberador», sul quale si sviluppa tutta la riflessione pastorale dei vescovi di Medellin e Puebla. Sul concetto di “peccato strutturale”, elaborato dalla teologia della liberazione, e sulle necessarie correzioni da apportare a tale dottrina si pronunzia anche il prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, J. RATZINGER, Alcuni aspetti della «teologia della liberazione» (Libertatis Nuntius), in Enchiridion Vaticanum,. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 9 (25.1.83-14.12.85), Bologna 1987, n. 899 e Prooemium, Ibid, n. 866.
3«Lo sviluppo del concetto di “peccato sociale” e di quello di “situazione di peccato”, nell’insieme del documento [che raccoglie gli atti della conferenza di Puebla], meriterebbe una ricerca a parte. “La realtà latino-americana ci fa sperimentare amaramente, fino a limiti estremi, questa forza del peccato, flagrante contraddizione del piano divino”, si legge nel paragrafo 101. Cf. anche 17 (è peccato sociale la «distanza tra ricchi e poveri»), 38, 40, 115, 166 (il «mistero dell’iniquità» opera «mediante fatti o strutture che impediscono una partecipazione più fraterna nella costruzione della società e nel godimento di beni che Dio creò per tutti», 180 (i segni del peccato nelle «strutture create dagli uomini»), 225, 836, 882 («oggettivazioni del peccato in campo economico, sociale, politico e ideologico culturale»), 1019 (L. ACCATTOLI, op. cit., 103, nota 19). Cfr. anche il Documento di consultazione in preparazione dei testi di Medellin e Puebla: «Per la Chiesa è motivo di gioia l’aumento di sensibilità di fronte ai mali sociali e alle strutture di peccato» (449); «Il peccato […] ostacolerà senza posa la crescita nell’amore e nella comunione, sia nel cuore degli uomini, sia nelle diverse strutture da essi create, nelle quali il peccato dei loro autori ha impresso la propria impronta distruttrice» (281); in G. P. SALVINI, Questioni circa l’economia, in S. BASTIANEL (ed.), Strutture di peccato. Una sfida teologica e pastorale, Casale Monferrato, 1989, 53.
4In Osservatore Romano, 1.2.1979, 5.
5Esortazione apostolica, 2.12.1984; in Enchiridion Vaticanum. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 9, cit., n. 1118.
6CONGREGAZIONE DELLA FEDE, 22.3.1986, in Enchiridion Vaticanum. Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 10 (1986-1987), Bologna 1989, n. 248.
7Sollicitudo Rei Socialis, 36-37 passim in Enchiridion Vaticanum Documenti ufficiali della Santa Sede, vol. 10 , cit., nn. 2639-2645; cfr. anche Sollicitudo Rei Socialis, 46 in Enchiridion Vaticanum, cit., nn. 2692-2695
8Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, 1992, nn. 1868-1869; cfr. anche n. 408.
9Cfr., a mero titolo di esempio, l’intero fascicolo di Segno, XIX (1993) n. 150; cfr. spec. E. CHIAVACCI, Mafia e responsabilità della chiesa, 12.
10Ad Siciliae episcopos occasione oblata «ad Limina» visitationis coram admissos, (11.12.1981) in Acta Apostolicae Sedis. Commentarium officiale, LXXIV (1982) 240; anche in A. CHILLURA, La posizione delle comunità ecclesiali siciliane nei confronti della mafia, in AA. VV., Mafia, politica, affari. Rapporto 1992, Palermo, 1992, 308.
11K. RAHNER, Colpa, remissione, conversione nella fede, in A. GÖRRES- K. RAHNER, Il male. Le risposte della psicoterapia e del cristianesimo, tr. it., Milano 19872, 150.
12Questa zona è inaccessibile alla riflessione concettuale sia pure dell’io: nella concettualizzazione infatti verrebbe a stabilirsi una distanza tra l’io riflettente e l’io oggettivato, cosa chiaramente contraddittoria (cfr. J. FUCHS, Peccato e conversione, in Sussidi 1980 per lo studio della teologia morale fondamentale, Roma 1980, 152-153; K. RAHNER, Verità dimenticate intorno al sacramento della penitenza, in ID., La penitenza cristiana, tr. it., Roma 1968, 164; ID., Conversione, in Sacramentum Mundi. Enciclopedia teologica, tr. it., vol. II, Brescia 1974, 623; ID., Colpa, remissione…, op. cit., 228; F. BÖCKLE, I concetti fondamentali della morale, tr. it., Brescia 19818, 118, 122).
13«E’ assai problematico se si possano distinguere tanto semplicemente gli oggetti della volontà in liberi e non liberi, o se questi due predicati, per quanto in maniere sempre diverse, non convengano ad ognuno di tali oggetti, anche se nell’atto vero e proprio della libertà l’uomo dispone di sé come di un tutto» (K. RAHNER, Verità dimenticate..,, op. cit., 231).
14K. RAHNER, Verità dimenticate…, op. cit., 158-159; cfr. anche ID., Colpa, remissione…, op. cit., 235. Anche F. Böckle sostiene qualcosa di simile: le nostre decisioni si attuano per mezzo della nostra corporalità e stanno per conseguenza in una ambiguità di natura (cfr. I concetti fondamentali…, op. cit., 122).
15J. FUCHS, Etica cristiana in una società secolarizzata, tr. it., Roma 1984, 101.
16Cfr. G. TRE RE, Profetismo, in S. LEONE – S. PRIVITERA (edd.), Dizionario di bioetica, Acireale – Bologna 1994, 765.
17B. Kiely richiama l’attenzione sulla psicologia dell’età evolutiva, sostenendo che limitazioni della libertà si possono avere per effetto delle disfunzioni psicologiche risalenti alla «memoria affettiva», che è formata per lo più nell’infanzia; agli stimoli cognitivi; alle difficoltà del rapporto genitori-figli… (B. KIELY, Psicologia e teologia morale. Linee di convergenza, tr. it, Casale Monferrato 1982, 285-286).
18K. RAHNER, Colpa, remissione…, op. cit., 227.
19J. FUCHS, Etica cristiana…, op. cit., 100.
20Ibid., 93-96.
21Così, senza voler dirimere la questione se il “peccato del mondo” sia da identificare o meno col peccato originale (Cfr. P. SCHOONENBERG, L’uomo nel peccato, in Misterium Salutis. Nuovo corso di dogmatica come teologia della storia della salvezza, tr. it., Brescia 1970, vol. IV, La storia della salvezza prima di Cristo, 701-715), possiamo condividere le conclusioni di J. Fuchs: «Il peccato del mondo libera la concupiscenza che rende poi necessari specifici ordinamenti ed istituzioni in una umanità caratterizzata dalla concupiscenza. Ma tramite gli uomini costituiti come concupiscenti, esso realizza anche delle oggettivazioni di se stesso: comportamenti e situazioni istituzionalizzati e non, che da parte loro in certi casi condizionano un comportamento ad essi “adattato”» (J. FUCHS, Etica cristiana…, op. cit., 97). Cfr. anche K. Rahner: «La “peccaminosità fondamentale anonima” […] quella che la tradizione chiama concupiscenza […] non appartiene semplicemente di per sé alla natura umana, bensì può essere incrementata da precedenti atti colpevoli» (Colpa, remissione…, op. cit., 238; cfr. anche ID., Verità dimenticate…, op. cit., 151).
22Sull’«istinto morale» della ragione naturale e della fede come fonte di conoscenza morale cfr. K. RAHNER, La manipolazione genetica, in ID., Nuovi saggi III, tr. it., Roma 1969 tr. it., 360-373; G. TRE RE, Ingegneria genetica: aspetti tecnici, valutazione etica, in Bioetica e cultura I (1992) 1, 81-82; ID., Conversione, in S. LEONE – S. PRIVITERA (edd.), op. cit., 191.
23Cfr. S. BASTIANEL, Strutture di peccato. Riflessione teologico-morale, in ID. (ed.), Strutture di peccato. Una sfida…, op. cit., 31-32.
24Non è senza importanza per il teologo il fatto che i più seri studiosi del fenomeno criminale in Sicilia indichino oggi tra gli aspetti peculiari nella struttura materiale dell’atto di omicidio a Palermo l’associazionismo e dunque anche la premeditazione: cfr. G. CHINNICI, Processi per omicidio a Palermo, in G. CHINNICI – U. SANTINO – G. LA FIURA – U. ADRAGNA, Gabbie vuote. Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Milano 1992, 15-96). Il grado di associazionismo, cioè il rapporto del numero di autori (mandanti, fiancheggiatori, esecutori) per singolo omicidio, è significativamente più alto a Palermo (9,8 autori per omicidio) che, per esempio, a Genova (1,27). L’omicidio a Palermo è un fenomeno così statisticamente d’eccezione da potersi spiegare solo riconoscendo che quest’insieme di dati incorpora una massa di fatti non attribuibili alla criminalità comune, ma da ricondurre all’attività e alla capillare presenza della maffia. Per calcolarne esattamente l’incidenza, Chinnici si serve del concetto di «matrice», da lui stesso elaborato in studi precedenti. Quasi la metà degli omicidi attuati a Palermo (il 45,5%) risulta così essere di matrice maffiosa, mentre solo il 28% è da addebitare alla criminalità comune.
25«Fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni ‘62-’63, gli organismi responsabili e i mezzi d’informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno mafioso». Queste parole di Giovanni Falcone, riportate da S. LODATO, Dieci anni di mafia, Milano 1990, 7-8, confermano, ad anni di distanza, quanto il card. Ruffini l’11 agosto del 1963, significava nella sua lettera di risposta al card. Dell’Acqua, allora segretario di Stato: «Un alto funzionario della polizia ben addentro alle segrete cose e abilissimo proponeva il dubbio: che cosa si dovesse intendere per mafia, e rispondeva egli stesso che trattasi di delinquenza comune e non di associazione a largo raggio».
26B. SORGE, Solidarietà e sviluppo, in S. BASTIANEL, Strutture di peccato. Una sfida…, op. cit., 62-63.

*GIAMPIERO TRE RE:Docente di filosofia, psicologia e scienze sociali, è dottore di ricerca in Diritti dell’Uomo presso l’Università di Palermo e licenziato in Teologia morale presso l’Università Gregoriana di Roma. Specialista di bioetica è autore di vari articoli e saggi tra cui Terra di nessuno. Bioetica dei diritti dell’embrione umano, Palermo 1999.