Montelepre:la processione dei “MISTERI”.


Montelepre è un piccolo comune dell’entroterra palermitano famoso in tutto il mondo per la vicenda del bandito Salvatore Giuliano e della sua banda che per circa un decennio(1943-1953/54)terrorizzarono tutto il territorio del partinicese di cui Montelepre fa parte.La nascita storica dell’attuale centro abitato e delle sue tradizioni è,però,legata al comune di Carini.Proprio a Carini,a metà del 1700,un farmacista,di origine palermitana,tale Luigi Sarmineto,compose un’opera teologico-misterica di natura strordinaria per vivere la fede cristiana ed in particolar modo la passione della settimana santa.Dunque il termine mistero non significa ciò di cui non si capisce nulla:tutt’altro!Nel significato teologico significa la presenza salvifica di Dio nella storia che ha trovato il suo momento culminante proprio nella Pasqua storica di Gesù-Cristo.Dio salva e salva chi a lui si affida,per mezzo del Figlio suo,nell’oggi della storia.Dunque l’opera teologica del farmacista carinese affonda le sue radici nel senso della “pietas” tipica del 1700:cioè creare un rapporto salvifico con Dio attraverso il dolore di Gesù e di Maria,nel momento della sua passione,e della sua resurrezione.Da quest’opera hanno avuto origine,in Sicilia,la nascita de:i “MISTERI“,cioè la rappresentazione,attraverso quadri viventi,dei momenti fondamentali della salvezza a Montelepre e a Marsala,e la rappresentazione dei momenti salienti della Via Crucis,attraverso gruppi statuari,a Trapani.Ogni anno a Montelepre,circa 400 figuranti,impersonano tutta la storia della salvezza, narrata dalla Bibbia a partire dalla creazione del mondo sino al Venerdì Santo.La processione,connotata non da elementi folcloristici ma di preghiera,silenzio,e meditazione,sfila per le strette vie del paese per circa quattro ore a partire dal primo pomeriggio del Venerdì Santo.Conclusa la quale,si prosegue con la processione dell’effige del Cristo morto dentro l’urna accompagnato da quella della Madre dei Dolori portate a spalla dai confrati dell’antica confraternita dei “Galantuomini”.La strordinarietà della processione dei Misteri di Montelepre,a differenza di quella di Trapani,è data dal fatto che essa conserva il suo spirito originario.

DOMENICA DELLE PALME(2010) A GANGI(PA).

San Giuseppe(2010):l’altare di Dattilo(TP).

Le “mense” di San Giuseppe(2010) a:Borgetto-Partinico-Santa Cristina Gela.

DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE.

Lentamente muore….

^ LENTAMENTE MUORE ^
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)

Gli “altari” di San Giuseppe (2010) nella valle del Belice.



SALAPARUTA:POGGIOREALE (TP).

Nonostante la “buon’anima” del defunto On.Bettino Craxi,abbia eliminato il 19 Marzo come giorno festivo in funzione anti-cristiana e in favore di una diffusione del concetto socialista di lavoro,(vedi la “trasformazione del 1 Maggio da giornata del ricordo di San Giuseppe lavoratore a festa del lavoro),la festa di San Giuseppe in Sicilia è rimasta forte, sentita e celebrata in tutta l’isola.Il culto a San Giuseppe,protettore dei falegnami,ebanisti,artigiani in genere,carpentieri,economi e senza tetto, è stato “rilanciato”,nella storia della Chiesa ,da Papa Leone XIII,sul finire del 1800,allorquando la Chiesa subiva attacchi da tutto un processo ideologico e storico,partito dalla rivoluzione francese,mirante a decretarne la sua fine. Così,in un momento drammatico,Papa Leone XIII, lo proclamò patrono della Chiesa universale e scrisse,in suo onore,una bellissima preghiera che a tutt’oggi si recita:”A te,o beato Giuseppe stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio…..”.La figura del Santo del lavoro umile e dignitoso,del silenzio,della dedizione alla famiglia di Nazareth,della grande fede nell’accettare il concepimento “anomalo” della sua promessa sposa,Maria,ha colpito la fede e la devozione del popolo cristiano,sin dagli albori del cristianesimo.
Poiché la fede cristiana si tramanda, da una generazione all’altra,anche attraverso il culto ai Santi e a tutti i segni e simboli ad essi legati,la festa di San Giuseppe,attraverso la creazione,in Sicilia,dei cosi detti “altari”-“mense”-“tavolate”(paese che vai dicitura che trovi),è,innanzitutto,un’attestazione della grande fede dei siciliani nel Santo della divina Provvidenza,dei poveri,dei lavoratori,degli ammalati,degli agonizzanti e dei moribondi. Nell’approssimarsi del giorno della festa,in Sicilia si mettono in moto,ad opera di intere comunità, tutta una serie di azioni liturgiche ed extraliturgiche,cioè di pietà popolare,miranti a celebrare San Giuseppe.Dalle novene cantate in dialetto siciliano,al rosario pregato dentro le abitazioni dove si trovano le mense-tavolate-altari. Quest’ultimi creati in onore del Santo per esprimergli devozione e per sciogliere un voto fatto in seguito ad una o più grazie ricevute. Qualcuno,probabilmente,leggendo tutto ciò, si metterà a ridere,pensando ad una Sicilia ferma a chissà quale fase buia del medio-evo. Proverò a dimostrare l’esatto contrario e cioè che il culto e la devozione a San Giuseppe,oltre all’aspetto propriamente cristiano,contengono alcuni elementi interessanti anche per il vissuto sociale delle nostre popolazioni. Farò ciò,brevemente,analizzando gli altari creati in alcuni comuni della valle del Belice, colpiti dal terribile terremoto del 1968 che rase al suolo comuni come Gibellina,Santa Ninfa,Salaparuta,Poggioreale, e ne danneggiò gravemente altri (Salemi,Vita ecc.ecc.),distruggendo la loro configurazione urbanistica tipica dell’isola e avviò la loro ricostruzione,ex novo,con una configurazione architettonica assolutamente atipica per il “topos” e più consona alle logiche anti sismiche:strade larghe e abitazioni basse. Arrivando,ad esempio,a Salaparuta, Poggioreale, si viene colti- è la mia sensazione- da un senso di profonda tristezza,sembra di essere usciti dalla Sicilia e di ritrovarsi altrove. In un paesaggio “lunare”,in territori privati della loro storia e della loro identità culturale. La valle del Belice,dopo il terremoto,si è svuotata e in tanti sono emigrati verso l’Australia,gli Usa,il nord Europa o Italia. Che c’entra tutto questo con San Giuseppe? A Salaparuta ho visitato alcuni altari. In uno di essi ho incontrato due signore,Anna e Caterina,entrambe native del luogo, ma vivono, da anni rispettivamente in Inghilterra e a Milano.Non hanno mai dimenticato il loro paese natio e vi ritornano proprio in prossimità della festa di San Giuseppe. Addirittura la signora Caterina è andata via prima del terremoto e aveva tanta nostalgia di ritornare per vedere gli altari in onore di San Giuseppe che ricordava da bambina. Entrambe le signore,che saluto affettuosamente,erano presenti presso un altare creato dentro una casa di riposo per anziani,la quale struttura è stata costruita grazie ad un lascito di un privato devoto di San Giuseppe. La casa di riposo è perfettamente funzionante e ospita tanti anziani bisognosi di assistenza. Ho avuto il piacere e l’onore di essere invitato a pranzo nel ruolo di “santo”(cioè persona prescelta per il pranzo rituale) e,udite udite,a rappresentare proprio San Giuseppe.Pranzare, seduto al tavolo con dei ragazzini del quartiere(gli altri “santi”),probabilmente provenienti da famiglie con delle difficoltà economiche, è stata una grande emozione. Dunque l’attenzione ai più bisognosi, è un leit-motiv della giornata di San Giuseppe in tutta l’isola. Da sempre è presente la carità amorevole dei credenti,anche dopo la nascita del concetto di stato sociale, che,ovviamente,non si riduce a un giorno all’anno. Sempre a Salaparuta,ho assistito alla consegna di centinaia di pasti a persone anziane,sole o ammalate, che vivono nel quartiere. La festa religiosa come momento di cementificazione sociale,di assistenza ai più bisognosi,di riscoperta delle proprie origini e della propria identità. La festa religiosa che tiene ben salde le proprie radici pur vivendo a migliaia di chilometri di distanza. Da Salaparuta a Poggioreale,tra gli altari, ve ne erano due creati uno dalla locale pro-loco e uno dalla Chiesa madre del paese. Cioè,la festa di San Giuseppe dice che istituzioni laiche,come la pro-loco, e religiose come la parrocchia,possono,anzi devono,collaborare a servizio del territorio e delle fasce più deboli e indifese delle nostre popolazioni. E’ il concetto di fondo della laicità dello Stato moderno,il quale non si oppone ai vissuti religiosi,ma li riconosce e vi collabora. A Poggioreale,mi ha colpito,altresì,un altare, creato da privati cittadini devoti al Santo, nel quale gli uomini hanno costruito la struttura,le donne gli addobbi e il cibo rituale. Così si continua a tramandare un modello di famiglia di stampo islamico:agli uomini i lavori più pesanti e,di norma, fuori di casa,alle donne il dominio della gestione della casa. La famiglia naturale ,nonostante tutto,dalle nostre parti è un valore a cui si tiene tanto anche se liberarsi da certi retaggi,che la storia ha “imposto” al dna dei siciliani, è davvero dura. Inoltre,che dire del senso di ospitalità delle persone che hanno creato gli altari?Alla visita di ogni altare un invito a rimanere a pranzo,un pane in dono e dei dolci da assaggiare sul momento. A Poggioreale,”i santi” sono tredici a rappresentare i 12 apostoli e Gesù,una sorta di ultima cena. Altrove sono tre:la sacra famiglia,oppure quattro:la sacra famiglia e un angelo.In questi due comuni è tradizione che per il giorno del Santo non si preparano cibi né a base di carne né di pesce. Sul significato del cibo sacro degli altari e delle mense dirò in un successivo post. In un altro comune della valle,Vita,quest’anno è stato creato un solo altare, presso la sede del centro sociale per anziani del comune. L’altare è nato grazie al lavoro delle tante donne che frequentano il centro e al fatto che si sono auto-tassate per poterlo realizzare .Le donne di Vita sono abilissime a lavorare ,con le loro straordinarie mani, il cibo più importante degli altari e delle mense:il pane. Dopo la celebrazione della santa messa,inizia il pranzo rituale. A mangiare per primi sono “i santi”,serviti di tutto punto,poi si associano tutti i presenti ed anche chi,per quel giorno,passasse da quelle parti.Anche su questo punto un grande insegnamento:il forestiero va accolto,aiutato e mai disprezzato.
Infatti,come il popolo siciliano potrebbe essere xenofobo o razzista data la sua cultura e la sua storia?
La visita degli altari e delle mense è uno straordinario viaggio alla scoperta di odori, sapori,volti e situazioni che si imprimono in una sorta di memoria indelebile. Non è un caso raro che visitando gli altari si entri in una sorta di viaggio a ritroso,alla ricerca di tanta identità e sana cultura perduti o coperti dalla tanta polvere dell’omologazione di massa e può capitare che ci si lasci trascinare negli spazi della nostalgia e,qualche volta,della malinconia per un proprio passato esistenziale,personale e comunitario,che rischia di perdersi irrimediabilmente.La contemplazione nostalgica dei “tempi andati” può evitare di provocare passività e indolenza solamente se di essi è possibile declinare,nuovamente,i loro contenuti specifici e renderli attuali nel mondo di oggi.Le tavolate,gli altari,le mense in onore di San Giuseppe,vogliono essere un contributo,oltre che alla “traditio fidei”cioè alla trasmissione della fede alle giovani generazioni,a ciò.
Un ringraziamento sentito e doveroso alla signora Palermo per il materiale cartaceo donatomi.Alle signore Anna e Caterina a tutte le volontarie,lavoratori (cuoco in testa!) e lavoratrici della casa di riposo per l’accoglienza e l’ospitalità.Agli amici di Poggioreale un saluto affettuoso e un arrivederci a presto.
Michele Vilardo.

Preti pedofili:un panico morale.

Di Massimo Introvigne

Perché si ritorna a parlare di preti pedofili, con accuse che si riferiscono alla Germania, a persone vicine al Papa e ormai anche al Papa stesso? La sociologia ha qualche cosa da dire o deve lasciare libero il campo ai soli giornalisti? Credo che la sociologia abbia molto da dire, e che non debba tacere per il timore di scontentare qualcuno. La discussione attuale sui preti pedofili – considerata dal punto di vista del sociologo – rappresenta un esempio tipico di “panico morale”. Il concetto è nato negli anni 1970 per spiegare come alcuni problemi siano oggetto di una “ipercostruzione sociale”. Più precisamente, i panici morali sono stati definiti come problemi socialmente costruiti caratterizzati da una amplificazione sistematica dei dati reali, sia nella rappresentazione mediatica sia nella discussione politica. Altre due caratteristiche sono state citate come tipiche dei panici morali. In primo luogo, problemi sociali che esistono da decenni sono ricostruiti nelle narrative mediatiche e politiche come “nuovi”, o come oggetto di una presunta e drammatica crescita recente. In secondo luogo, la loro incidenza è esagerata da statistiche folkloriche che, benché non confermate da studi accademici, sono ripetute da un mezzo di comunicazione all’altro e possono ispirare campagne mediatiche persistenti. Philip Jenkins ha sottolineato il ruolo nella creazione e gestione dei panici di “imprenditori morali” le cui agende non sono sempre dichiarate. I panici morali non fanno bene a nessuno. Distorcono la percezione dei problemi e compromettono l’efficacia delle misure che dovrebbero risolverli. A una cattiva analisi non può che seguire un cattivo intervento.

Intediamoci: i panici morali hanno ai loro inizi condizioni obiettive e pericoli reali. Non inventano l’esistenza di un problema, ma ne esagerano le dimensioni statistiche. In una serie di pregevoli studi lo stesso Jenkins ha mostrato come la questione dei preti pedofili sia forse l’esempio più tipico di un panico morale. Sono presenti infatti i due elementi caratteristici: un dato reale di partenza, e un’esagerazione di questo dato ad opera di ambigui “imprenditori morali”.

Anzitutto, il dato reale di partenza. Esistono preti pedofili. Alcuni casi sono insieme sconvolgenti e disgustosi, hanno portato a condanne definitive e gli stessi accusati non si sono mai proclamati innocenti. Questi casi – negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia – spiegano le severe parole del Papa e la sua richiesta di perdono alle vittime. Anche se i casi fossero solo due – e purtroppo sono di più – sarebbero sempre due casi di troppo. Dal momento però che chiedere perdono – per quanto sia nobile e opportuno – non basta, ma occorre evitare che i casi si ripetano, non è indifferente sapere se i casi sono due, duecento o ventimila. E non è neppure irrilevante sapere se il numero di casi è più o meno numeroso tra i sacerdoti e i religiosi cattolici di quanto sia in altre categorie di persone. I sociologi sono spesso accusati di lavorare sui freddi numeri dimenticando che dietro ogni numero c’è un caso umano. Ma i numeri, per quanto non siano sufficienti, sono necessari. Sono il presupposto di ogni analisi adeguata.

Per capire come da un dato tragicamente reale si è passati a un panico morale è allora necessario chiedersi quanti sono i preti pedofili. I dati più ampi sono stati raccolti negli Stati Uniti, dove nel 2004 la Conferenza Episcopale ha commissionato uno studio indipendente al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York, che non è un’università cattolica ed è unanimemente riconosciuta come la più autorevole istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia. Questo studio ci dice che dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani (su oltre 109.000) sono stati accusati di relazioni sessuali con minorenni. Di questi poco più di un centinaio sono stati condannati da tribunali civili. Il basso numero di condanne da parte dello Stato deriva da diversi fattori. In alcuni casi le vere o presunte vittime hanno denunciato sacerdoti già defunti, o sono scattati i termini della prescrizione. In altri, all’accusa e anche alla condanna canonica non corrisponde la violazione di alcuna legge civile: è il caso, per esempio, in diversi Stati americani del sacerdote che abbia una relazione con una – o anche un – minorenne maggiore di sedici anni e consenziente. Ma ci sono anche stati molti casi clamorosi di sacerdoti innocenti accusati. Questi casi si sono anzi moltiplicati negli anni 1990, quando alcuni studi legali hanno capito di poter strappare transazioni milionarie anche sulla base di semplici sospetti. Gli appelli alla “tolleranza zero” sono giustificati, ma non ci dovrebbe essere nessuna tolleranza neanche per chi calunnia sacerdoti innocenti. Aggiungo che per gli Stati Uniti le cifre non cambierebbero in modo significativo se si aggiungesse il periodo 2002-2010, perché già lo studio del John Jay College notava il “declino notevolissimo” dei casi negli anni 2000. Le nuove inchieste sono state poche, e le condanne pochissime, a causa di misure rigorose introdotte sia dai vescovi statunitensi sia dalla Santa Sede.

Lo studio del John Jay College ci dice, come si legge spesso, che il quattro per cento dei sacerdoti americani sono “pedofili”? Niente affatto. Secondo quella ricerca il 78,2% delle accuse si riferisce a minorenni che hanno superato la pubertà. Avere rapporti sessuali con una diciassettenne non è certamente una bella cosa, tanto meno per un prete: ma non si tratta di pedofilia. Dunque i sacerdoti accusati di effettiva pedofilia negli Stati Uniti sono 958 in cinquantadue anni, diciotto all’anno. Le condanne sono state 54, poco più di una all’anno.

Il numero di condanne penali di sacerdoti e religiosi in altri Paesi è simile a quello degli Stati Uniti, anche se per nessun Paese si dispone di uno studio completo come quello del John Jay College. Si citano spesso una serie di rapporti governativi in Irlanda che definiscono “endemica” la presenza di abusi nei collegi e negli orfanatrofi (maschili) gestiti da alcune diocesi e ordini religiosi, e non vi è dubbio che casi di abusi sessuali su minori anche molto gravi in questo Paese vi siano stati. Lo spoglio sistematico di questi rapporti mostra peraltro come molte accuse riguardino l’uso di mezzi di correzione eccessivi o violenti. Il cosiddetto rapporto Ryan del 2009 – che usa un linguaggio molto duro nei confronti della Chiesa Cattolica – su 25.000 allievi di collegi, riformatori e orfanatrofi nel periodo che esamina riporta 253 accuse di abusi sessuali da parte di ragazzi e 128 da parte di ragazze, non tutte attribuite a sacerdoti, religiosi o religiose, di diversa natura e gravità, raramente riferite a bambini prepuberi e che ancor più raramente hanno condotto a condanne.

Le polemiche di queste ultime settimane sulla Germania e l’Austria mostrano una caratteristica tipica dei panici morali: si presentano come “nuovi” fatti risalenti a molti anni or sono, in alcuni casi a oltre trent’anni fa, in parte già noti. Il fatto che – con una particolare insistenza su quanto tocca l’area geografica bavarese, da cui viene il Papa – siano presentati sulle prime pagine dei giornali avvenimenti degli anni 1980 come se fossero avvenuti ieri, e che ne nascano furibonde polemiche, con un attacco concentrico che ogni giorno annuncia in stile urlato nuove “scoperte” mostra bene come il panico morale sia promosso da “imprenditori morali” in modo organizzato e sistematico. Il caso che – come alcuni giornali hanno titolato – “coinvolge il Papa” è a suo modo da manuale. Si riferisce a un episodio di abusi nell’Arcidiocesi di Monaco di Baviera e Frisinga, di cui era arcivescovo l’attuale Pontefice, che risale al 1980. Il caso è emerso nel 1985 ed è stato giudicato da un tribunale tedesco nel 1986, accertando tra l’altro che la decisione di accogliere nell’arcidiocesi il sacerdote in questione non era stata presa dal cardinale Ratzinger e non gli era neppure nota, il che non è strano in una grande diocesi con una complessa burocrazia. Perché un quotidiano tedesco decida di riesumare questo caso e sbatterlo in prima pagina ventiquattro anni dopo la sentenza dovrebbe essere la vera questione.

Una domanda sgradevole – perché il semplice porla sembra difensivo, e non consola le vittime – ma importante è se essere un prete cattolico sia una condizione che comporta un rischio di diventare pedofilo o di abusare sessualmente di minori – le due cose, come si è visto, non coincidono perché chi abusa di una sedicenne non è un pedofilo – più elevato rispetto al resto della popolazione. Rispondere a questa domanda è fondamentale per scoprire le cause del fenomeno e quindi per prevenirlo. Secondo gli studi di Jenkins se si paragona la Chiesa Cattolica degli Stati Uniti alle principali denominazioni protestanti si scopre che la presenza di pedofili è – a seconda delle denominazioni – da due a dieci volte più altra tra i pastori protestanti rispetto ai preti cattolici. La questione è rilevante perché mostra che il problema non è il celibato: la maggior parte dei pastori protestanti è sposata. Nello stesso periodo in cui un centinaio di sacerdoti americani era condannato per abusi sessuali su minori, il numero professori di ginnastica e allenatori di squadre sportive giovanili – anche questi in grande maggioranza sposati – giudicato colpevole dello stesso reato dai tribunali statunitensi sfiorava i seimila. Gli esempi potrebbero continuare, non solo negli Stati Uniti. E soprattutto secondo i periodici rapporti del governo americano due terzi circa delle molestie sessuali su minori non vengono da estranei o da educatori – preti e pastori protestanti compresi – ma da familiari: patrigni, zii, cugini, fratelli e purtroppo anche genitori. Dati simili esistono per numerosi altri Paesi.

Per quanto sia poco politicamente corretto dirlo, c’è un dato che è assai più significativo: per oltre l’ottanta per cento i pedofili sono omosessuali, maschi che abusano di altri maschi. E – per citare ancora una volta Jenkins – oltre il novanta per cento dei sacerdoti cattolici condannati per abusi sessuali su minori e pedofilia è omosessuale. Se nella Chiesa Cattolica c’è stato effettivamente un problema, questo non è stato il celibato ma una certa tolleranza dell’omosessualità nei seminari particolarmente negli anni 1970, quando è stata ordinata la grande maggioranza di sacerdoti poi condannati per gli abusi. È un problema che Benedetto XVI sta vigorosamente correggendo. Più in generale il ritorno alla morale, alla disciplina ascetica, alla meditazione sulla vera, grande natura del sacerdozio sono l’antidoto ultimo alle tragedie vere della pedofilia. Anche a questo deve servire l’Anno Sacerdotale.

Rispetto al 2006 – quando la BBC mandò in onda il documentario-spazzatura del parlamentare irlandese e attivista omosessuale Colm O’Gorman – e al 2007 – quando Santoro ne propose la versione italiana su Annozero – non c’è, in realtà, molto di nuovo, salva l’accresciuta severità e vigilanza della Chiesa. I casi dolorosi di cui più si parla in queste settimane non sono sempre inventati, ma risalgono a venti o anche a trent’anni fa.

O, forse, qualche cosa di nuovo c’è. Perché riesumare nel 2010 casi vecchi o molto spesso già noti, al ritmo di uno al giorno, attaccando sempre più direttamente il Papa – un attacco, per di più, paradossale se si considera la grandissima severità del cardinale Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi su questo tema? Gli “imprenditori morali” che organizzano il panico hanno un’agenda che emerge sempre più chiaramente, e che non ha veramente al suo centro la protezione dei bambini. La lettura di certi articoli ci mostra come – alla vigilia di scelte politiche, giuridiche e anche elettorali che un po’ dovunque in Europa e nel mondo mettono in questione la somministrazione della pillola RU486, l’eutanasia, il riconoscimento delle unioni omosessuali, in cui quasi solo la voce della Chiesa e del Papa si leva a difendere la vita e la famiglia – lobby molto potenti cercano di squalificare preventivamente questa voce con l’accusa più infamante e oggi purtroppo anche più facile, quella di favorire o tollerare la pedofilia. Queste lobby più o meno massoniche manifestano il sinistro potere della tecnocrazia evocato dallo stesso Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate e la denuncia di Giovanni Paolo II, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1985 (dell’8-12-1984), a proposito di “disegni nascosti” – accanto ad altri “apertamente propagandati” – “miranti a soggiogare tutti i popoli a regimi in cui Dio non conta”.

Davvero è questa un’ora di tenebre, che riporta alla mente la profezia di un grande pensatore cattolico del XIX secolo, il vercellese Emiliano Avogadro della Motta (1798-1865), secondo cui alle rovine arrecate dalle ideologie laiciste avrebbe fatto seguito un’autentica “demonolatria” che si sarebbe manifestata particolarmente nell’attacco alla famiglia e alla vera nozione del matrimonio. Ristabilire la verità sociologica sui panici morali in tema di preti e pedofilia di per sé non risolve i problemi e non ferma le lobby, ma può costituire almeno un piccolo e doveroso omaggio alla grandezza di un Pontefice e di una Chiesa feriti e calunniati perché sulla vita e la famiglia non si rassegnano a tacere.