Il Duomo di Monreale.Lo splendore dei mosaici.

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Testi di David Abulafia e di Massimo Naro.

Presentazione di Cataldo Naro

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David Abulafia-Massimo Naro,Il Duomo di Monreale.Lo splendore dei mosaici.Itaca libri.Marzo 2009.

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Il tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono…..di Maria Concetta Di Natale.

“In questa storia dell’oreficeria siciliana non vi fu mai sosta. Il genio decorativo dell’isola si espresse sempre nella materia aurea con voce costante. Nei tesori delle Madonie questa voce si ascolta chiara, limpida e alta”.

Mi piace aprire questa breve premessa al libro di Maria Concetta Di Natale, con le parole di Maria Accascina, una delle voci più significative della moderna storiografia artistica siciliana; sui cui solco, con i necessari aggiornamenti legati ai grandi passi in avanti fatti dagli studiosi siciliani negli ultimi trenta anni, si pone, io credo, l’autrice di questo lavoro. La passione e la serietà scientifica dell’Accascina, ispirata ad un approccio metodologico di chiara matrice crociana, corroborata da sicure conoscenze storiche e filologiche, si trasmettono in questo testo della Di Natale, la quale, a sua volta, arricchisce l’antica strumentazione per la conoscenza dell’oreficeria siciliana, di un approccio interpretativo che si avvale anche di criteri relativi al campo della museologia e della museografia. L’autrice imposta il suo lavoro anche alla luce dei più recenti orientamenti degli studi storico-artistici, che affiancano ormai da tempo e con grande convincimento al concetto di conoscenza, anche quelli di conservazione e valorizzazione. La Di Natale premette ad uno studio rigorosamente informato e coerente circa la formazione del tesoro della Matrice Nuova di Castelbuono, della sua committenza, dei caratteri stilistici e tecnici dei suoi manufatti, dell’orientamento di gusto degli artefici e del pubblico, una proposta di allestimento museale anche con aspetti virtuali mirante a far conoscere in modo più organico un incredibile tesoro, fatto di suppellettili liturgiche, paramenti sacri, dipinti devozionali, sculture lignee, gonfaloni processionali, tabernacoli, reliquiari, ex-voto, preziosi monili offerti dalle famiglie del luogo. L’autrice si sofferma con grande rigore storico e filologico a proporre un percorso espositivo volto a presentare questo incredibile patrimonio artistico anche sotto il profilo socio culturale, senza trascurare la componente demo-etno-antropologica che rende la devozione siciliana una componente irrinunciabile per la reale conoscenza dell’arte che la rappresenta.

Ci auguriamo che questa proposta possa coinvolgere adeguatamente la sensibilità delle Autorità ecclesiastiche e la comunità religiosa e scientifica siciliana, dando vita, io credo, ad una rete museale che possa servire sia alla storia dell’identità delle popolazioni locali, sia alla conoscenza e alla fruizione di un patrimonio artistico di una valenza estetica veramente unica al mondo.

Rosanna Cioffi.

Quest’opera della professoressa Maria Concetta Di Natale, sull’argenteria della Matrice Nuova, porta alla luce uno scorcio di storia culturale di Castelbuono.

Le opere d’arte, alle quali l’autrice ha dedicato la sua ricerca con competenza, sensibilità e passione, tutte fotografate con professionalità da Enzo Brai, costituiscono un frammento prezioso di testimonianza espressiva, comunicati- va, di grande valore culturale.

Esse sono un compendio del passato che rivive nel presente, e ci consente di contemplarne la bellezza e la professionalità del lavoro.

Lo studio della Di Natale, si propone l’obiettivo di illustrare attraverso gli oggetti, il legame tra Eucaristia e produzione artistica, e nello stesso tempo vuole essere una testimonianza di come l’arte e gli artisti, spesso anonimi, abbiano svolto il ruolo di servizio della fede ed abbiano saputo esprimere un collegamento fra lo spirito religioso e l’uomo. In queste opere sono presenti il ruolo culturale svolto dai sacerdoti nelle varie epoche ed il concorso generoso dei fedeli che ne hanno consentito la realizzazione, segno di una comunità ecclesiale che si edifica nella celebrazione eucaristica.

In ogni epoca l’opera d’arte esprime la realtà interiore e manifesta i ruoli e le funzioni.

L’arte sacra è adesione dell’uomo al divino, attraverso forme ed espressioni sensibili.

Don Antonino Di Giorgi.

Timothy Verdon:ATTRAVERSO IL VELO,Come leggere un’immagine sacra.

L’immagine sacra come incontro. Chi legge un’immagine sacra può penetrare “oltre il velo” costituito dallo stile o dal contenuto dell’opera per arrivare alla Persona che l’immagine rivela.

Da trent’anni l’autore scrive e pubblica testi d’interpretazione di complessi religiosi monumentali e di lettura d’immagini sacre:un campo piuttosto nuovo in Italia……Il presente volume si offre come saggio metodologico nell’esegesi dell’iconografia sacra.L’immagine sacra come incontro.

Duomo di Monreale:Cristo Pantocratore

“Sicilia,la Bellezza ti salverà”:lo splendore del Duomo di Monreale.

IL DUOMO:la storia.

All’ingresso nel Duomo di Monreale un’estasi di meraviglia e di stupore rapisce il visitatore che rimane senza fiato e quasi sopraffatto dal senso della grandiosità e della bellezza. La mole del Tempio, l’armonica disposizione delle linee architettoniche, la profusione del mosaico, il disegno iconografico, la ricca simbologia fanno di questo monumento uno degli edifici sacri più interessanti d’Italia.

La prima esclamazione di meravigliata ammirazione la troviamo sulla bocca di papa Lucio III, esperto e lungimirante uomo politico e discepolo di Bernardo di Chiaravalle. Il re Guglielmo – egli dice in un suo documento del 1183, quando i lavori erano ancora in corso – con la sua costruzione ha tanto esaltato questo luogo che simile opera non è stata fatta da nessun Re, dai tempi antichi, da indurre alla meraviglia rutti coloro che ne vengono a conoscenza.

E la mirabile bellezza del Duomo è stata percepita fortemente lungo tutti gli Otto secoli di vita di questo monumento. Così si esprimeva Bartolo Sirilli, ad apertura della Historia della Chiesa di Monreale, pubblicata nel 1596 sotto il nome di Gian Luigi Lello, dal card. Ludovico li Torres, uomo tra i più colti del suo tempo, Bibliotecario di Santa Romana Chiesa ed Arcivescovo di Monreale:Il vago monte a cui real corona fa su bei marmi assiso un tempio d’oro che meraviglia ai riguardanti dona dell’opera non men che del tesoro…Qui infatti, alle pendici del monte Caputo, su una terrazza dominante la Conca d’Oro, che si iscrive tra una corona di monti ed il golfo di Palermo, si innalzano le armoniose strutture del Duomo di Monreale, che non si può esitare a definire uno dei più belli del mondo.

La sua costruzione ci porta al momento dell’apogeo della potenza del Regno normanno di Sicilia, cioè al regno di Guglielmo II(1172-1189). E comune giudizio degli storici che l’avvento dei Normanni in Sicilia e la conseguente formazione del Regno costituiscono il momento di inizio della storia moderna dell’isola, intesa come quel processo di avvenimenti che fecero del popolo siciliano una nazione con le sue peculiari caratteristiche.Uno dei frutti più significativi di questo momento è la fondazione del Duomo, dell’Abbazia dei benedettini ed il sorgere stesso della città di Monreale.

All’inizio del sec. XI i Normanni, ansiosi di conquiste, dirigono la loro attenzione verso l’Italia meridionale, che diviene ben presto oggetto dell’ultima invasione germanica, attuata però non con l’arrivo improvviso di una massa travolgente, ma con l’apparizione di piccoli gruppi di pellegrini o di soldati di ventura.

L’Italia meridionale, frazionata e discorde, presenta allora condizioni ideali per a loro penetrazione, né l’impero d’Oriente, debole e lontano, è in grado di difendere i suoi possedimenti.L’impero d’Occidente nell’affermarsi del nuovo Stato normanno nella Puglia e nella Calabria ad opera dei figli di Tancredi d’Altavilla, tra cui emerge Roberto il Guiscardo prima e Ruggero i poi, vede delinearsi una temibile potenza, alleata col Papato, che, avendo subito sconfitte dai Normanni, ne accetta l’alleanza per fronteggiare lo stesso impero.L’occupazione della Sicilia, durata circa 30 anni, ha inizio nel 1060 ad opera di Ruggero i, il Gran Conte, che mira alla creazione di uno Stato forte e solido. La sua politica viene proseguita dal figlio, Ruggero li, che, unificati i possedimenti normanni dell’Italia meridionale con la Sicilia, si fa coronare Re a Palermo nel 1130.Il nuovo Stato unitario, che sarà poi detto delle Due Sicilie, non sarà una creazione debole e passeggera, ma resisterà per secoli, dando a questa parte dell’Italia ed alla Sicilia in particolare un’impronta che ancor oggi non è cancellata.

Gli effetti della nuova sistemazione determinata dalla occupazione normanna sono immensi sotto tutti gli aspetti. La Sicilia viene recuperata all’area cristiano- occidentale ed ha così inizio una svolta nella vita civile e politica del mondo moderno europeo. La riscossa dell’Occidente cristiano contro i musulmani ha inizio qui. Mentre prima il Mediterraneo era sotto il pieno controllo degli Arabi, adesso la Cristianità occidentale dispone di una testa di ponte sul Mediterraneo dove comincia a riaffermare il proprio influsso. L’Occidente si rafforza anche contro l’impero d’Oriente che vede rapidamente diminuire il suo influsso sul piano religioso, nonché su quello economico, poiché gli operatori orientali perdono rapidamente l’accesso facile ad un mercato di approvvigionamento e di consumo che va invece orientandosi inevitabilmente verso i nuovi mercati dell’occidente.Questa trasformazione così profonda della Sicilia, cessato il duro trentennio della conquista, non si opera con l’urto e la violenza, tranne sporadici casi, ma in modo equilibrato ed armonico, per la sagacia politica e la mirabile capacità di assimilazione dimostrata dai Normanni. Scrive lo Smith L’arrivo dei Normanni trasformò l’isola in modo fondamentale. D’ora in poi essa sarebbe stata per la maggior parte romana nella religione, essenzialmente latina nel gruppo linguistico ed europeo occidentale nella cultura. Infatti le tre grandi forze che dominano il mondo di allora, cioè:

la civiltà occidentale latino germanica, quella orientale bizantina e quella arabo islamica si ritrovano qui. La politica dei normanni mira indubbiamente a favorire l’elemento latino germanico, ma non soffoca gli altri due, anzi, con un ammirevole spirito di tolleranza, utilizza ogni elemento, riuscendo a creare uno stabile equilibrio nel diritto, nell’amministrazione, nelle manifestazioni della vita e soprattutto nell’arte.In Sicilia la Monarchia riesce a polarizzare attorno a sé, come attorno ad un interesse comune, genti, leggi, costumi di tanto diversa origine.Uno degli aspetti più interessanti della politica interna dei Sovrani normanni è lo sforzo che essi fanno per consolidare la loro conquista. Mezzo principale è la restaurazione del cristianesimo. L’assoggettamento militare dell’isola era costato 30 anni di lotte, ma molto più lunga è l’opera di penetrazione civile, politica e religiosa, che non si esaurisce anzi sotto la dinastia normanna. Per attuare questa penetrazione, i Normanni favoriscono il prevalere dell’elemento latino e si servono della Chiesa come del migliore strumento. Nel campo ecclesiastico essi agiscono senza dipendenze vincolanti nei confronti del Papa, che nel 1098 aveva concesso a Ruggero la funzione di Legato Apostolico nei territori dipendenti dai Normanni. Al termine delle imprese Ruggero si dedica a fondare Chiese ed arricchire Vescovati, come fa per Troina e Patti. Ruggero li predilige Cefalù.

Guglielmo Il accorda le sue preferenze a Monreale e ne fa la più grande signoria ecclesiastica del Regno. Ma mentre le due altre località sono dai Sovrani normanni potenziate e popolate allo scopo di giustificare l’istituzione del Vescovato, a Monreale il sorgere dell’Abbazia-Vescovato precede la formazione di un agglomerato urbano, anzi è il Vescovato con le sue particolari prerogative che dà origine al centro abitato.

AI tempo di Guglielmo Il la conversione e la sottomissione dei musulmani in Sicilia è ben lungi dall’essere compiuta. Per avviare a soluzione la questione musulmana, Guglielmo il Buono non ricorre ad una soluzione di forza, ma alla forza unificante della cultura, secondo un metodo tanto caro ai Sovrani normanni:

la fondazione di un’Abbazia ricca e potente, costituita da un monastero con un meraviglioso chiostro, con annessa una chiesa di eccezionale valore e ricchezza che superi ogni precedente costruzione e tale da lasciare attoniti i contemporanei ed i posteri; cinge infine l’insieme di mura e torri sì da costituire una fortezza inespugnabile in una posizione di grande importanza strategica alle spalle della capitale. Subito quindi il Re, profittando delle buone relazioni con la s. Sede, fa erigere l’Abbazia in Arcivescovato metropolitano e, con una serie di successivi privilegi, quali erano soliti accordare i Re normanni quando avevano una precisa finalità da raggiungere, pone le premesse per la formazione di un nuovo nucleo abitato. Non poca popolazione infatti affluirà subito sotto la signoria dell’Abate al quale spettava il governo religioso e civile della vasta zona concessa da Guglielmo II.

La creazione di Guglielmo li rappresenta il momento culminante e l’ultimo splendido atto di quella felice sintesi, attuata dai Normanni in Sicilia, fra le tre componenti latino-occidentale, bizantino-orientale e arabo- islamica. Scrive il Kroenig: tali componenti dovranno necessariamente essere esaminate e valutate in quest’ordine, stabilendo così nello stesso tempo anche un ordine d’importanza non fortuito e che non poteva essere diverso. Dal punto di vista politico come da quello ecclesiastico, lo Stato normanno apparteneva all’Occidente latino. Nella pianta e nella disposizione generale della chiesa e del convento tale appartenenza all’Occidente si manifesta chiaramente. Ed anche per l’architettura in generale vi è una predominanza di forme di base chiaramente occidentali, che acquistavano un ‘importanza così determinante da poter facilmente tollerare la vicinanza di singoli elementi di ispirazione diversa. Solo in tal modo si spiega la presenza di un elemento dell’importanza dell’arredo bizantino, che si fonde con il carattere latino della chiesa, nonché il fatto che nella disposizione architettonica vengono adottati elementi rilevanti, caratteristici dello schema cristiano orientale, senza che per questo si indebolisca il carattere tradizionale latino, storicamente fondato, ditale disposizione. La presenza di artigiani islamici nel complesso architettonico si manifesta sia nell’interno sia nell’esterno indubbiamente in molti dettagli. Ma il carattere della loro opera, la maniera con cui questi motivi is/amici vengono inseriti nel grande quadro d’insieme architettonico differiscono nettamente da quanto possiamo osservare nei castelli reali, di ispirazione completamente islamica in ogni particolare. Vorremmo servirci di una metafora per definire con maggiore chiarezza le varie componenti e il carattere della composizione stessa. Si potrebbe dire che nella composizione di Monreale grammatica e sintassi sono occidentali, mentre il vocabolario contiene numerosi singoli elementi islamici.

La costruzione di Guglielmo II si sviluppa accanto al palazzo reale normanno, al centro di un parco di caccia, creato dal grande Ruggero Il, in un contesto naturale che ne esaltava la maestosa imponenza.

Sorge per prima l’abbazia benedettina, dotata del favoloso chiostro, e poi il meraviglioso Duomo, grandiosi simboli del potere assoluto e della magnificenza della monarchia normanna.

Secondo una gentile leggenda, la Vergine avrebbe rivelato in sogno al giovane Sovrano, assopitosi ai piedi di un maestoso carrubo, l’esistenza in quel sito di un ricco tesoro, con l’impiego del quale, proprio in quel punto, egli avrebbe dovuto innalzare un tempio da dedicare a Lei.

Il legame col paesaggio è adesso meno leggibile che all’origine: del palazzo reale trasformato in Casa comunale ed in Seminario dei chierici, non rimangono che poche vestigia; dell’abbazia, completamente rifatta nel ‘700, non ci rimane che un muro del dormitono; della cinta muraria che proteggeva tutto il complesso non è rimasto quasi nulla; solo il Duomo ed il Chiostro si sono conservati quasi integralmente e ci offrono l’esempio della più alta sintesi visiva delle correnti culturali dell’epoca e, insieme con a coeva Cattedrale di Palermo, sono le ultime creazioni dei ciclo delle grandi costruzioni religiose del sec. XII in Sicilia.

Pur ispirandosi a modelli diversi, nordico-cluniacese quella di Palermo, latino-cassinese quella di Monreale, ambedue le costruzioni sono considerate il prodotto più maturo di quel sincretismo stilistico che si manifestò in architettura come effetto di quell’armonia politica che governava le diverse culture etniche della società del Regno normanno di Sicilia.

Questa nuova architettura di epoca normanna, che poi sarà detta arabo-normanna o siculo-normanna, ha la sua più profonda ispirazione nella volontà politica dei conquistatori normanni di far rientrare la Sicilia nell’area culturale latino occidentale, sottraendola non solo all’islam, ma anche all’influenza greco-bizantina, ancora notevole pur dopo tre secoli di dominazione araba. Questa architettura avrà dunque caratteristiche romaniche che però si inseriranno nell’asse portante islamico e bizantino della cultura siciliana.

Sono queste le premesse storico-politiche e culturali sulle quali si innesta il progetto assai ambizioso ed articolato del giovane re Guglielmo Il: egli vuole anzitutto superare, per splendore artistico, ogni altra opera della Sicilia normanna, come la Cappella palatina di Palermo o il Duomo di Cefalù, creare un centro di diffusione della cultura latina nella Sicilia occidentale (e per questo fa venire un folto stuolo di benedettini) e competere, per grandiosità e imponenza, con le più famose e importanti fondazioni imperiali a lui note, quali San Giovanni in Laterano di Roma e 5. Sofia di Costantinopoli. Infatti lo schema che guida la costruzione di Monreale è identico a quello delle due grandi capitali, dove la chiesa cattedrale era collegata con la reggia, sede del potere. Così San Giovanni in Laterano ed il palazzo lateranese, entrambi costruiti da Costantino nel IV secolo erano collegati fra di loro, come pure S. Sofia, eretta da Giustiniano nel VI secolo, era contigua al palazzo imperiale. Qui, a Monreale, questo concetto viene enfatizzato e potenziato: il Duomo non solo è collegato col Palazzo, ma ha una struttura talmente monumentale da potersi imporre, pur in un momento di particolare delicatezza per la situazione politica e religiosa dell’epoca, quale espressione di equilibrio fra i due poli di potenza, quella spirituale e quella secolare, unica in tutto l’Occidente, come si esprime W. Kroenig. Non potrebbe avere diversa spiegazione il fatto che proprio mentre le opere di decorazione erano ancora in corso, la chiesa viene elevata al rango arcivescovile, malgrado proprio in quegli anni l’Arcivescovo di Palermo, Gualtiero Offamilio, avesse fondato la sua Cattedrale, in opposizione aperta, a quel che sembra, con l’opera di Guglielmo. Ma in favore di questi pesava il ruolo che il Regno normanno si era assunto di difensore del Papato e, pertanto, poteva osare di glorificare sé stesso con imponenti opere architettoniche di grande significato religioso, attribuendosi privilegi che spettavano all’imperatore di Costantinopoli. Per questo, sia nella Martorana di Palermo, sia nel Duomo di Monreale, troviamo ancora la raffigurazione del Re coronato direttamente dal Cristo, che non compare più in altre chiese occidentali.

Il progetto polivalente di Guglielmo comprendeva anche la risposta ad esigenze strategiche di difesa della capitale Palermo dalle spalle, lungo la direttrice di collegamento con il Val di Mazara, popolato in massima parte da saraceni irrequieti. Inoltre, quale Cattedrale del Regno, il Duomo doveva costituire un imponente mausoleo per sé e per la dinastia.

L’esecuzione dell’opera ebbe tempi assai rapidi che vanno, almeno per la parte strutturale, dal 1172 al 1176, con l’impiego di manodopera numerosa e specializzata, di diversa estrazione, come può rilevarsi dalle molteplici componenti stilistiche, che caratterizzano l’insieme. Ma questa pluralità dovette essere guidata con abilità da una mente unica, straordinariamente vigile, fornita di eccezionali capacità di sintesi e in possesso di vaste conoscenze artistiche. Non conosciamo il nome di questo architetto, che doveva però essere un latino capace d’interpretare le ambiziose, e lungimiranti direttive dal Sovrano nonché i principi della teologia e che sapeva avvalersi armonicamente delle maestranze greche, arabe, romane, venete, provenzali, pugliesi e pisane. Ne è risultato un frutto unitario pur nella diversità degli elementi e degli stili.

Viste dall’esterno, le singole parti della struttura edilizia sembrano sovrapporsi l’una all’altra in un continuo crescendo: la navata centrale sovrasta quelle laterali, il tiburio sovrasta l’incrocio della navata centrale con il transetto. Il corpo delle absidi con il suo potente aggetto semicircolare e la sua ricchissima decorazione esalta la parte più nobile del tempio, cioè il Santuario, dove è situato l’altare.

Ma, a ben osservare, le masse esterne dell’edificio, le absidi, il presbiterio, le navate, le torri presentano, ognuna con grande chiarezza, individualità e compiutezza formale: sì da mostrare una evidente diversità derivante proprio dallo stile e dal metodo costruttivo seguiti dalle maestranze.

Le maestranze arabe realizzarono le absidi a oriente, verso cui è orientato il tempio, e proseguirono verso occidente con gli archi del presbiterio e poi con le murature sovrastanti gli archi della navata centrale eseguite in pietra di concia perfettamente tagliata. Maestranze latine intanto realizzavano le torri e, in continuazione, le murature esterne delle navate laterali e del presbiterio eseguite, come il primo ordine delle torri, in pietrame informe. Alle maestranze arabe si deve pure l’innalzamento degli ordini superiori della torre sud ed altre opere di ornamento degli stipiti delle finestre delle navate laterali.

La costatazione della differenza di esecuzione indusse l’abate Domenico Benedetto Gravina (1807-1886), il più grande studioso del Duomo del secolo scorso, a ritenere che la costruzione appartenesse a due epoche, la prima al sec. VII quale costruzione benedettina risalente a Gregorio Magno, e l’altra al sec.XII trovando una illusoria conferma alla sua tesi circa a preminenza dei benedettini sul clero secolare Poca- a dovuta per la priorità del tempo.

Malgrado queste diversità, l’insieme rivela una sua unità semplice e possente nell’articolazione delle sue masse volumetriche, nella sua solenne e avvincente spazialità, da far sentire l’edificio come un corpo via’-te unitario. Gli artisti che nel corso dei secoli vi hanno lavorato, hanno rispettato questa solenne armonia senza spezzarla, limitandosi ad aggiungere corpi all’ esterno, ma adeguandosi a quella grandiosità. Così a stato per Biagio Timpanella, il progettista del portico settentrionale, realizzato dai Gagini nel 1547; per il progettista della cappella di san Castrense, realizzata a alla fine del ‘500 con fine gusto rinascimentale; per i grandi artisti della cappella barocca del Crocifisso costruita alla fine del ‘600 e per l’architetto Antonio Romano, cui si deve il settecentesco portico della porta maggiore, ricostruito nel 1770.

Questo ritmo architettonico caratterizza anche l’iterno che, con i suoi 102 metri di lunghezza, appare grandioso. La navata centrale, immensa, tre volte più ampia delle navate laterali, si prolunga nel transetto, largo quanto le campate che precedono le absidi. Nel rispetto di rigorose regole di simmetria e di proporzioni vi è un crescendo che culmina nel grande arco trionfale trasverso, che precede il presbiterio e sembra far da cornice al vasto catino dell’abside principale, il quale così acquista un maggiore risalto.

Quattro archi ogivali, due trasversi e due longitudinali delimitano il transetto. L’abside maggiore è coperta da una breve volta ogivale, le altre da una semi cupola ed una volta a botte e due a crociera.

Nel resto della chiesa soffitti lignei policromi poggiano sulle alte mura. La varietà dei tipi di copertura usati nella stessa chiesa (a capriata, a crociera, a cupola a volta) nell’architettura medievale era voluta apposta per mettere in risalto le parti più nobili dell’edificio e qui a Monreale la copertura mostra una ricchezza di forme, che va aumentando quando si passa dalla navaata centrale verso l’abside.

Tutta la copertura della chiesa è stata rifatta pochi anni dopo il 1811 quando un disastroso incendio devastò la copertura del presbiterio. Ma si ebbe cura di

rispettare il precedente disegno, pur se in epoche precedenti il tetto aveva subito vari rifacimenti. I soffitti della navata centrale del transetto sono i più sontuosi con piccoli motivi a stalattite assai elaborati e con splendide dorature a rialzo. Troviamo le stalattiti, elemento di chiara ispirazione islamica, nella Cappella Palatina, alla Zisa alla Cuba, perché facevano parte del linguaggio dell’ architettura siculo-normanna.

La zona orientale della chiesa è in diretto rapporto da n lato, a nord, col palazzo reale e dall’altro, a sud, col convento e la residenza arcivescovile. A questi collegamenti corrispondono i due troni, quello regale e quello arcivescovile, addossati ai due pilastroni orientali del transetto.

Il trono regale è più riccamente ornato, in posizione rialzata, sovrastato dagli stemmi di Guglielmo II e dal mosaico dove è raffigurato il Re, in piedi, coronato da Cristo.

Il crescendo architettonico e decorativo doveva servire a dare la sensazione di elevarsi con lo sguardo verso l’Altissimo. Infatti lo sguardo è attratto con prepotenza verso la maestosa immagine musiva del Cristo Pantocratore (= onnipotente) benedicente, che domina onnipresente dal catino dell’abside maggiore e sembra porre il sigillo definitivo dell’unità dell’insieme.

Ma, sotto il profilo architettonico, l’unità è risultata assai sofferta. Già fin dal primo momento della concezione dell’opera l’unità di tempo è infranta quando si decide di utilizzare colonne e capitelli di templi dell’antichità classica. Non si trattava qui di impiegare resti di antiche rovine trovate sul posto, ma di farvi arrivare elementi da posti lontani, più probabilmente dalla Campania e non dall’Africa, come alcuni hanno detto. E forse neanche si trattava di servirsi di rovine, ma di smontare altri edifici, come sembrano attestare le differenze delle colonne e dei capitelli ed il perfetto stato di conservazione, pur dopo un trasporto lungo e pieno di rischi.

L’uso di questi elementi pagani, oltre ad esprimere un apprezzamento del valore storico artistico dei prodotti dell’architettura classica, sembra denotare l’intento di assoggettare al cristianesimo quella cultura e di superare così ogni barriera divisoria nel nome dell’arte.

I capitelli vennero rimontati a coppie e le colonne di maggiore diametro vennero poste nella parte centrale della navata per creare un piacevole effetto prospettico.

Tutte le colonne sono di granito, tranne una che è di marmo verde cipollino, come a Cefalù. Forse questa colonna stava a significare la fede, sostegno della Chiesa. Essa era collocata al secondo posto a destra entrando fino al 1837 quando, con immenso sforzo tecnico, venne trasferita al primo posto per ragioni di stabilità.

La morte prematura di Guglielmo II, avvenuta quando egli aveva appena 36 anni, lascia incompleta la torre nord, la decorazione esterna della navata centrale ed il pavimento.

La tentazione del completamento affiora di tanto in tanto lungo il corso dei secoli, fin quasi ai nostri giorni, ma gli artisti che lavorano al Duomo non si sottraggono al criterio dell’adeguamento, come quelli che alla metà del ‘500 realizzarono il pavimento della navata centrale, sotto il card. Alessandro Farnese junior e quello delle navate laterali sotto il card. Ludovico Il Torres.

Le più vistose trasformazioni della Cattedrale furono quelle eseguite nel 1658 dal card. Alfonso Los Cameros, che eliminò il muro che separava la navata dal presbiterio, secondo la liturgia bizantina; mise i vetri alle finestre, eliminando i piombi traforati che tenevano l’interno nella penombra, intonacò tutto l’esterno, eccetto le absidi.

Il tempio venne spoetizzato, come dice il Gravina, e, certo, si perdette anche il vero senso di quell’impostazione liturgica che aveva guidato il progettista. L’operazione fu avvolta da arroventate polemiche, ma essa rispondeva certamente alle nuove esigenze liturgiche ed al desiderio di esaltare mediante la luminosità esterna Io scintillio dell’oro del mosaico e a grandiosità della concezione architettonica.

Il presbiterio liberato dalle strutture bizantine apparve in contatto diretto con la grande navata, ma l’originaria struttura e l’originaria decorazione non hanno mai subìto sostanziali mutamenti, a riprova appunto di quel possente fascino che il monumento esercita. Gli interventi si sono limitati a infiltrazioni di lieve entità, come le decorazioni barocche delle due absidi laterali, alla fine del ‘600, in occasione della costruzione della cappella del Crocifisso. Nel 1773, ad opera del grande arcivescovo Francesco Testa, viene collocato un nuovo altare maggiore, splendida opera in argento eseguita a Roma da Luigi Valadier. Malgrado l’appartenenza al tardo barocco romano essa, per le sue linee semplici e per il colore, si inserisce assai bene nella cornice medievale dell’abside.

Dopo questa brevissima sintesi sulle vicende del tempio, occorre fare ancora alcune altre considerazioni sulla evoluzione nei secoli del complesso monumentale voluto da Guglielmo Il e sull’influsso che il Duomo ed il Chiostro hanno avuto nella vita deila città di Monreale, nella cultura e nell’arte.

Questo complesso infatti non può certo chiamarsi una cattedrale nel deserto, ma è stato la sede di varie istituzioni, non sempre vissute in armonia fra loro, ma che lo hanno considerato la sede propria e hanno in- fluito sulla sua struttura. La prematura morte di Guglielmo Il, avvenuta il 18 novembre 1189 quando egli aveva appena 36 anni, non interrompe totalmente il suo sogno politico e culturale, ma certamente ne rende più difficile l’attuazione. L’Abbazia dei benedettini infatti perde notevole parte della sua vitalità e non appare più quel centro di diffusione della civiltà latino occidentale quale Guglielmo l’aveva sognata. Il caos politico in cui piomba la Sicilia nella seconda metà del ‘200 e in tutto il ‘300 oscura anche l’Arcivescovado, che rimane nella sua funzione d’appannaggio delle famiglie più nobili italiane e spagnole. Il Duomo risente gli effetti della trascuratezza e cade nel degrado. Solo nel ‘500 le sue sorti sono prese in considerazione. Si risveglia la coscienza del suo valore: l’ammirazione, mai spenta per un così importante monumento alza la sua voce per attirare l’attenzione sulla necessità dei restauri: nel 1498 il viceré Giovanni de La Muta, per conto di Re Ferdinando II scrive al Vicario Generale dell’Arcivescovo Cardinale Giovanni Borgia intendendo Sua Altezza la ecclesia di dicto archiepiscopatu di Morreali opera sumptuosissima quasi singulari in tutti li parti di lu mundu…

E stato certamente questa meraviglia e questo stupore che hanno conservato intatta la struttura e la decorazione del Duomo, mentre le altre parti del complesso monumentale sono state travolte e trasformate dalle esigenze del quotidiano. Ne hanno subìto l’effetto il Palazzo Reale ed il Monastero dei benedettini. Verso la metà del ‘500, l’Arcivescovo card. Alessandro Farnese destina una parte d’esso alla costruzione della casa comunale, dove ancor oggi esiste e che ha subito molte trasformazioni ed interventi da allora in poi. Nel 1590, l’Arcivescovo card. Ludovico Il Torres destina la parte rimanente dello stesso palazzo, già adibita a magazzino arcivescovile ed a banca, all’istituzione del Seminario dei chierici, dove ancor oggi si vede. Quello ed i successivi interventi cancellarono i resti dell’antico Palazzo Reale, di cui però alcune tracce sono tornate alla luce nel 1923.

L’Abbazia dei benedettini, non sempre in armonia con l’Arcivescovato, dopo un lungo periodo di decadenza, rifiorisce dal sec. XVI in poi. L’antica costruzione, eccetto il chiostro ed il muro del dormitorio che ancor oggi si ammirano, viene trasformata e riedificata quasi interamente nel ‘700. Del contrasto tra le due istituzioni sono effetto la Cappella di s. Castrense nel Duomo, volute dal card. Ludovico Il Torres, e la Cappella di s. Benedetto, voluta dai benedettini.

Lo stupore e la meraviglia ha riempito gli occhi ed il cuore delle migliaia e migliaia di viaggiatori che incessantemente, dalle origini, hanno visitato il Duomo ed il Chiostro, specie dal ‘700 in poi, quando il neoclassicismo ed il romanticismo spingono archeologi, scienziati e ricercatori sulle impervie strade della Sicilia, alla ricerca dei monumenti dell’antichità. Il barone tedesco Von Riedesel, nel 1 767, il medico inglese Patrick Brydone, nel 1773, il dotto inglese Hanry Swinburne nel 1777, il grande viaggiatore tedesco Friedrich Munter, nel 1784, il francese Dominique Vivant De Non, alla fine dello stesso secolo, comunicano ai propri connazionali le loro espressioni d’entusiastica ammirazione per la visita del Duomo e del Chiostro. E un coro che continua ancora nell’800 con altri famosi viaggiatori: il conte Luigi de Forbin, Maior Light, Gonzalve de Nervo, il De La Salle, il Francis, il De Sivry, il Bartlett, il Baedeker, il Lambelin, il Vuillier, lo Sladen, il Paton e gli italiani, come il Chiesi.

E l’influsso del Duomo è vivo e operante nella vita della popolazione di Monreale, che ha chiamato il Duomo la Matrice e che l’ha sempre considerato il bene più prezioso da essa posseduto. Gli artisti che nei secoli passati costruivano o rifacevano le chiese di cui Monreale è costellata, specie nel ‘600 e nel ‘700, si ispiravano alla Matrice di cui quelle chiese erano figlie, e così pure nell’eseguire quadri o palliotti per gli altari o gonfaloni per le Confraternite. L’influsso del Duomo e della solenne lezione della decorazione musiva è leggibile nei temi scelti dagli artisti, nelle loro movenze, nei colori, nello stile. Non per caso a Monreale hanno avuto maggiore sviluppo l’architettura, la pittura, il mosaico, la ceramica, anziché la scultura.

L’evento più disastroso nella storia del Duomo è certamente l’incendio del 1811 sviluppatosi da un ambiente sottostante all’antico organo, a sinistra del presbiterio, e propagatosi ben presto al tetto del presbiterio ed a quello della protesi e del diaconico, ai lati, e che provocarono la distruzione del coro e altri gravissimi danni. Pochi anni dopo nel 1817, il re Ferdinando Borbone istituì una Deputazione per i restauri, per gestire i fondi straordinari destinati all’eccezionale restauro. La Deputazione rifece interamente tetti del Duomo e restaurò tutti danni subiti dai mosaici nella zona superiore delle pareti del presbiterio e gli altri danni ai pavimenti, all’altare maggiore, alle tombe reali e rifece interamente il coro. Della Deputazione fecero parte studiosi architetti e artisti famosi, come Antonio Salinas e Giuseppe Patricolo e in essa si confrontarono anche vivamente le varie teorie del restauro.

Ma pur in mezzo alle polemiche e malgrado la vastità degli interventi della Deputazione, il Duomo ha conservato integra la sua identità. Dopo la soppressione della Deputazione avvenuta nel 1925, l’antica Fabbriceria o maramma ha continuato a curarne la manutenzione, avvalendosi di fondi statali e regionali. Recentemente leggi speciali, varate dal Parlamento nazionale, e provvedimenti regionali hanno consentito importanti restauri nei mosaici. Altre opere più impegnative sono state eseguite per salvare le strutture lignee dall’invasione delle termiti, scoperte nel 1978 e che hanno fatto temere prossimo il crollo di tutta la copertura. Ma anche in queste opere è stato usato il massimo rispetto delle strutture e delle decorazioni, attuando un complessivo sforzo intelligente e articolato per conservare un monumento di così grande significato.(Testo del Prof.Giuseppe Schirò)

Guglielmo II consegna il Duomo alla Vergine Maria.

ARTE SACRA,LITURGIA,MISTAGOGIA E OMILETICA

L’Arte cristiana parla a tutti gli uomini da circa 2000 anni.

Da 1500 anni il popolo cristiano recepisce le letture dell’anno liturgico con l’ausilio dell’arte, e questa fa parte ormai del processo d’ascolto da cui scaturiscono la fede e le opere dei credenti.

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E’ uscito in Italia un libro che ridà vita proprio a questa tradizione. È un commento al lezionario delle messe festive dell’anno A – perché poi seguiranno i volumi per l’anno B e l’anno C – fatto con le immagini della grande arte cristiana. Immagini più eloquenti di tante parole.

Ne è autore Timothy Verdon, storico dell’arte, sacerdote, professore alla Stanford University, direttore a Firenze dell’ufficio diocesano per la catechesi attraverso l’arte e autore di libri importanti sull’arte cristiana e sul ruolo dell’arte nella vita della Chiesa.
L’idea di questo libro è venuta a Verdon dal sinodo dei vescovi del 2005 sull’eucaristia, al quale egli partecipò come esperto, chiamato da Benedetto XVI.
Nell’esortazione postsinodale “Sacramentum caritatis”, papa Joseph Ratzinger dedicò un paragrafo, il 41, all’iconografia religiosa, la quale – scrisse – “deve essere orientata alla mistagogia sacramentale”, all’iniziazione al mistero cristiano attraverso la liturgia.
Il libro è precisamente l’attuazione di questa consegna. Per ogni domenica e festa dell’anno liturgico Verdon sceglie un capolavoro dell’arte cristiana legato al Vangelo del giorno. È l’arte a guidare l’ingresso nel mistero proclamato e celebrato.
Per presentare il libro al pubblico, Verdon ha chiamato un sacerdote più che mai in sintonia con questo orientamento: Massimo Naro, teologo, rettore del seminario della diocesi di Caltanissetta e fratello minore di Cataldo Naro, vescovo di Monreale fino alla sua prematura morte, un anno fa.


La cattedrale di Monreale, in Sicilia, con l’interno interamente rivestito di mosaici del XII secolo, è un capolavoro assoluto dell’arte cristiana. Il Cristo Pantocratore sopra riprodotto ne domina l’abside.
Ma l’arte cristiana vive nella liturgia e per la liturgia. E il suo linguaggio è il vedere, il contemplare. È quello che capì il teologo italo-tedesco Romano Guardini, grande maestro dell’attuale papa, visitando la cattedrale di Monreale nella settimana santa del 1929.
Guardini raccontò quella sua visita. Osservando gli uomini e le donne che gremivano il duomo di Monreale e partecipavano alla liturgia pasquale, scrisse:

“Tutti vivevano nello sguardo [nell’originale tedesco: Alle lebten im Blick], tutti erano protesi a contemplare”.

Il vescovo Cataldo Naro riprodusse l’intera pagina di Guardini nella sua ultima lettera pastorale ai fedeli, per guidarli a contemplare ed amare la Chiesa.
E suo fratello Massimo l’ha di nuovo citata nel presentare al pubblico il libro di Verdon. Proseguendo così:

“Non solo si deve credere, confessare, professare, si deve anche ‘guardare’ la fede. Gesù è colui che ha ‘visto e udito’ il Padre suo. In lui c’è l’unione di parola e immagine, è Logos ed Eikon (cfr. Colossesi 1,15). Non è un caso che, sin dal IV-V secolo, si sia affermata nella Chiesa antica la leggenda secondo cui l’evangelista Luca fu anche pittore. A questa leggenda si ricollega l’anatema del secondo concilio di Nicea, secondo cui ‘se qualcuno non ammette le narrazioni evangeliche fatte con stilo di pittore, sia scomunicato’. Dipingere il volto di Cristo, di Maria, dei santi è un altro modo di scrivere il Vangelo, e perciò di tramandarlo, di proclamarlo, di permetterne la lettura e, quindi, la meditazione e la conoscenza da parte dei fedeli. A Nicea, nel 787, il dogma incorpora la leggenda e le dà dignità dottrinale, include nel deposito della tradizione non solo la tradizione scritta e orale ma anche quella dipinta, non solo gli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento e i libri dei Padri della Chiesa ma anche le immagini che traducono in colori l’inchiostro degli scrittori sacri”.

Le opere d’arte scelte da Verdon per illustrare le letture della messa dell’anno A sono presenti in chiese e musei di tutto il mondo. Un buon numero si trovano in Italia e alcune di esse a Firenze, per cui un parroco fiorentino avrebbe buon gioco nell’uso di questo commentario.
Ma l’importante è il metodo, che vale per tutti. Il libro di Verdon educa a una lettura “artistica” dei testi biblici della liturgia. Restituisce a sacerdoti e fedeli i frutti di una “predicazione per immagini” sviluppatasi nella Chiesa per un millennio e mezzo e oggi a rischio di deperire.

Perché tra arte cristiana, teologia, liturgia, il nesso è inscindibile. Come la resurrezione e la croce sono al principio della composizione dei Vangeli e del Nuovo Testamento, e come la Pasqua è al principio dell’intero anno liturgico, così il Risorto e il Crocifisso sono al principio dell’arte cristiana.
Massimo Naro, nel presentare il libro di Verdon, ha detto d’aver capito la “principialità della resurrezione per l’arte cristiana” proprio osservando i mosaici della cattedrale di Monreale di cui suo fratello fu vescovo. E l’ha spiegato così:

“Me ne sono convinto da quando ho visto, al vertice dell’arco dirimpetto al grande catino absidale in cui campeggia il Cristo Pantocratore, la raffigurazione a mosaico del Mandylion, messo in simmetrica corrispondenza con il volto del Pantocratore, quasi a dire che lo splendido e glorioso Pantocratore è lo sviluppo di un ‘negativo’ del volto del Crocifisso.

“Il Mandylion, secondo antiche leggende risalenti ai secc. VIII e IX, fu un telo su cui rimase impresso il volto di Gesù, insanguinato dalle percosse inflittegli durante la sua passione.

“Secondo alcuni il Mandylion fu il fazzoletto che la Veronica gli passò sul viso lungo la strada del Calvario (cfr. Luca 23,27-28).

“Secondo altri fu il sudario trovato da Pietro dentro il sepolcro ormai vuoto, al mattino di Pasqua (cfr. Giovanni 20,7).

“In questo caso si sarebbe trattato di un’immagine di Gesù ‘non fatta da mani d’uomo’ ma per intervento divino: l’impronta sul sudario del volto del Crocifisso, che nella luce pasquale si rialza come il Risorto.

“Quest’immagine di luce è dunque, secondo la leggenda del Mandylion, la vera icona di Cristo, l’archetipo di ogni immagine e di ogni produzione artistica cristiana.

“In questa prospettiva, è la luce della resurrezione che rende raffigurabile il Crocifisso del Golgota e, in Lui, Dio stesso. Solo alla luce della resurrezione Colui che era stato violentemente privato di ogni sembianza umana rimane per sempre come la vera e unica immagine di Dio.

“È in questo senso che la resurrezione sta all’inizio dell’iconografia e dell’arte cristiane. Ogni produzione iconografica peculiarmente cristiana non può perciò prescindere dall’evento capitale che ha trasformato la creazione e ha redento la storia”.

Il presente Lezionario Illustrato è dedicato all’Anno A del ciclo liturgico e vuole rinverdire questo storico rapporto tra parole ed immagini. L’autore commenta i testi biblici di tutte le domeniche di diversi tempi liturgici (Avvento, Natale, Quaresima, Triduo Pasquale, Pasqua e Tempo Ordinario) e le feste e solennità facendo precedere al testo scritto una tavola a colori che riproduce un’opera d’arte che diviene essa stessa commento ai testi. Inoltre, all’inizio di ogni tempo liturgico, viene proposta una introduzione che iuta il lettore a comprendere il mistero dell’anno liturgico.

Timothy Verdon, statunitense, è lo studioso di arte sacra più conosciuto nel nostro Paese. Sacerdote, vive da molti anni a Firenze. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Maria nell’arte europea (Electa, 2004), Vedere il mistero (Mondadori, 2003), Arte sacra in Italia (Mondadori, 2001). Per San Paolo ha pubblicato L’arte cristiana in Italia. Tre volumi (I. Origini e Medioevo, 2006; II. Rinascimento, 2006; III. Età Moderna, 2007).

La Bellezza nella Parola, Timothy Verdon, Euro 43,00

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