Sincretismo religioso cattolico….

      -Cristo Pantocratore,Duomo di Monreale-


    Gv 1,1In principio era il Verbo,
    il Verbo era presso Dio
    e il Verbo era Dio.
    2Egli era in principio presso Dio:
    3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
    e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
    esiste.
    4In lui era la vita
    e la vita era la luce degli uomini;
    5la luce splende nelle tenebre,
    ma le tenebre non l’hanno accolta…
    9Veniva nel mondo
    la luce vera,
    quella che illumina ogni uomo.
    10Egli era nel mondo,
    e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
    eppure il mondo non lo riconobbe.
    11Venne fra la sua gente,
    ma i suoi non l’hanno accolto.
    12A quanti però l’hanno accolto,
    ha dato potere di diventare figli di Dio:
    a quelli che credono nel suo nome,
    13i quali non da sangue,
    né da volere di carne,
    né da volere di uomo,
    ma da Dio sono stati generati.
    14E il Verbo si fece carne
    e venne ad abitare in mezzo a noi;
    e noi vedemmo la sua gloria,
    gloria come di unigenito dal Padre,
    pieno di grazia e di verità.

    15Giovanni gli rende testimonianza
    e grida: “Ecco l’uomo di cui io dissi:
    Colui che viene dopo di me
    mi è passato avanti,
    perché era prima di me”.
    16Dalla sua pienezza
    noi tutti abbiamo ricevuto
    e grazia su grazia.
    17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
    la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
    18Dio nessuno l’ha mai visto:
    proprio il Figlio unigenito,
    che è nel seno del Padre,
    lui lo ha rivelato.

    Inserisco,ben volentieri,un’ulteriore riflessione del Dott.Federico Lenchi atta a sviscerare quella “miniera inesauribile” che è il saggio del teologo Vito Mancuso:”L’anima e il suo destino”. Ringrazio il Dott.Lenchi per questo spirito di servizio alla Verità e all'”intellectus fidei”,ossia ad una fede pensata,spesso messa a repentaglio da forme subdole di sincretismo religioso atte a sminuire la portata delle grande verità del cristianesimo.L’opera del Dott.Lenchi è,altresì,meritoria perchè si inserisce in un contesto culturale,come quello odierno,caratterizzato anche dal relativismo religioso.

    Di Federico Lenchi

Lo spunto, oggi, Santo Stefano, mi è offerto ancora una volta da quella miniera inesauribile che è il saggio “L’anima e il suo destino” di Vito Mancuso.

Perché dico “miniera inesauribile”? Perché è fonte di continue discussioni non con chi si dice agnostico, non con chi si professa ateo ma, al contrario con chi frequenta la Chiesa e si accosta regolarmente ai sacramenti, in altre parole con chi si considera Cattolico a tutti gli effetti pur ritenendo il suo un cattolicesimo più maturo, più autentico, in altre parole, parafrasando Prodi, un cattolicesimo adulto.
Ora in cosa consista questa maggior maturità è presto detto, in quanto si articola in questi tre convincimenti presi, pari pari, dal libro in questione:
1) i dogmi sono un’invenzione della Chiesa, confezionati ad arte nel corso dei secoli;
2) la Chiesa medesima è un’invenzione umana alla cui costituzione Cristo non aveva mai pensato;
3) Cristo non ha mai affermato di essere Dio.
Parto da quest’ultima affermazione che risulta subito di facile contestazione in quanto è evidente che chi la sostiene ha fatto una lettura troppo affrettata e superficiale dei Vangeli.

Noi sappiamo infatti che quando Mosè chiede a Dio di rivelargli il suo nome per poterlo riferire agli Israeliti, Dio così gli risponde:

“Dirai agli Israeliti: Io sono mi ha mandato a voi” (Esodo, cap.III, vv.13-15).

Vediamo ora, nei Vangeli, come Gesù presenta sè stesso:

Fin d’ora ve lo dico prima che accada, affinche’, quando accadra’,crediate che Io sono” (Gv. 13,19-20) ;

“Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv.8,24);

“Quando avrete innalzato il figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono” (Gv. 8,28);

“ In verita’ vi dico prima che Abramo fosse, Io sono “ (Gv. (,58 );

“ Chi cercate?Gesu’ di Nazareth.Io sono. Appena disse Io sono indietreggiarono e caddero a terra” (Gv. 15, 5.6.8.).

Ma pure esaminando i Vangeli sinottici possiamo giungere alle stesse conclusioni ovvero che Gesu’ sapeva di avere oltre alla natura umana anche quella divina. Infatti e’inutile ricordare che il nome di Dio, e ce lo dice Lui stesso, e’ “Io sono colui che e’ “ ovvero, in forma breve, “ Io sono”.
Parlando in questo modo e con tale autorita’ Gesu’, senza alcun dubbio, asseriva la sua Divinita’
Questo, sempre che si voglia credere ai Vangeli ed agli evangelisti.
E’ opinione comune presso alcuni teologi, e tra questi naturalmente Mancuso, che il racconto della
Scrittura vada interpretato e quindi rivisto in maniera sostanziale.
Secondo tali Autori se essi, i Vangeli, vengono letti attentamente ci mostrano infatti un’interessante processo di idealizzazione dell’immagine di Gesù.
In altre parole, passando dal primo vangelo di Matteo all’ultimo di Giovanni, è possibile scorgere la trasformazione subita da quest’Ultimo, a opera degli evangelisti, che lo porta da anonimo carpentiere nazaretano a semidio in carne umana..
In altri termini, secondo tali studiosi, i vangeli sono un dono, ma anche un prodotto della Chiesa e per conoscerne e valutarne la portata, i reali contenuti e nello stesso tempo i limiti, le lacune o le carenze bisognerebbe sapere da quali preoccupazioni erano animate le comunità da cui sono sorti e gli intenti dei rispettivi autori che hanno curato i testi. Ecco allora affacciarsi il vero nodo della questione che possiamo definire come il “soggettivismo”degli autori sacri. Ecco il punto cui si vuole arrivare: Dio ha sì, ispirato gli Evangelisti, ma questi hanno rielaborato la rivelazione secondo le proprie convinzioni, le proprie aspettative, le proprie emozioni umane, il proprio carattere e
soprattutto le proprie convenienze. Verrebbe da dire: nulla di nuovo sotto il sole. Ecco che riaffiorano le teorie del modernismo del Loisy. Questi nella sua opera principale e più discussa “I Vangeli sinottici” (1907-1908), presenta i Vangeli come creazione della Chiesa, contestando a quest’ultima di aver voluto presentare la morte e la resurrezione di Cristo come fatto storico in realtà mai avvenuto per cui lo scopo del Vangelo è rimasto lo scopo della Chiesa di cui Gesù , si badi bene, non volle assolutamente essere il fondatore. L’esegesi biblica di Loisy si ispirava a criteri marcatamente razionalistici e conduceva inevitabilmente alla negazione del soprannaturale.
In ultima analisi i redattori dei Vangeli avrebbero operato una gigantesca trasformazione eliminando, completando, trasformando le fonti originarie e imprimendo in tal modo al racconto della vita del Messia ed alla formulazione del suo insegnamento il segno della dottrina paolina e della apologetica della primitiva comunità cristiana. Ora, alcuni di questi cosiddetti teologi, si spingono oltre, affermando che è molto probabile che Gesù fosse sposato perché tale era la condizione normale nella società giudaica e perché Gesù era un uomo con tutte le emozioni ed i sentimenti dei comuni mortali.
Solo successivamente, soprattutto in virtù della catechesi di Paolo si trovò sconveniente presentare Gesù come vittima della porneia e schiavo quindi dei sensi a cui il matrimonio era rimedio. Due erano fondamentalmente le categorie: quelle dei vergini, spiritualmente vicini agli angeli e quella degli sposati legati alla carne a cui, appunto, Gesù non poteva essere ricondotto. Da cui ne derivava una assoluta, necessaria negazione del suo stato matrimoniale cosa, per secoli, riuscita molto bene alla Chiesa. Se Gesù diceva infatti di essere venuto da Dio, si poteva legittimamente presentarlo come unito carnalmente con una donna?
Ma senza scomodare i teologici appartenenti a certi schieramenti vediamo cosa dice Dan Brown nel “Codice da Vinci”:
1) La Chiesa dei primi Concili avrebbe offerto, manipolandola, un’immagine di Gesù.
2) Discordante da quella testimoniata dalle fonti storiche originarie in questo sostenuta in modo decisivo dall’imperatore Costantino che puntò sul “cavallo più favorito” , il cristianesimo, per consolidare l’unità dell’impero.
3) Come conseguenza si arrivò ad una deificazione di Cristo che al contrario era visto dai suoi primi seguaci come un uomo grande e potente, ma pur sempre un profeta mortale.
4) Questa operazione teologica ne comportò un’altra nei confronti dei Vangeli in maniera da escludere dagli stessi gli aspetti prettamente umani per esaltare quelli esclusivamente divini.
5) Tra gli aspetti umani vi era certamente quello relativo al matrimonio con la Maddalena che non si limitò ad essere di tipo spirituale ma reale tanto da essere sancito persino da un figlio.
6) La Maddalena, in quanto sposa e madre di un figlio di Gesù, non poteva che far ombra alla gerarchia che si sentiva l’erede e la continuatrice dell’opera di Cristo.
7) Per queste considerazioni la gerarchia si sentì costretta a ricorrere al rimedio di etichettarla come prostituta cancellando altresì le prove del matrimonio con Gesù di cui appunto nei vangeli canonici non vi è accenno.
Fin qui Dan Brown.

Si noti però che queste sono teorie già fatte proprie da certa cultura massonica che sostiene Gesù essere stato discepolo Esseno, (e fin qui può essere, come ipotizza anche Benedetto XVI nel suo recente libro “Gesù di Nazaret”) sposato con la Maddalena nel cui ventre (Sacro Graal) fu generata una discendenza (stirpe reale francese dei Merovingi) e con la quale visse fino a tarda età, contraddicendo la leggenda che lo voleva morto in croce.
Quest’ultimo fondamentale punto lo ritroviamo anche nella religione musulmana, per non parlare dell’eresia marcionita, ecc…
Da queste premesse si sviluppa la seconda parte del saggio del teologo P. Ortensio da Spinetoli, noto per un commento al Vangelo di Luca, teso a dimostrare che il tentativo di Dan Brown di mostrarci “un Gesù più autentico, più vicino all’uomo che a Dio non è una colpa, ma sempre un merito” (sic, pag. 31).
Questo tentativo, giusto nella sostanza, è però, sempre secondo P.Ortensio, sbagliato nel metodo, in quanto si basa sui “vangeli apocrifi” spesso poco attendibili e non su quelli canonici, che meglio possono far luce sulla vita privata di Gesù (pag. 32 ).

Siamo così arrivati, partendo dal terzo, al primo punto di discussione, quello che vuole i dogmi un’invenzione della Chiesa e non invece un’illuminazione dello Spirito Santo.
I “cattolici adulti” grazie ai vari Mancuso,traggono linfa al loro convincimento che i dogmi siano in realtà invenzioni per le anime semplici, quelle intellettualmente e culturalmente meno dotate.
Come può, uno spirito intellettualmente libero, si chiedono, credere al diavolo, all’Inferno,alla verginità della Madonna, alla Transustanziazione. Passi la Consustanziazione ma la
Transustanziazione proprio no!
E in perfetta buona fede si credono Cattolici!.
Sono convinti che si debba vivere e predicare un Vangelo ripulito dai pregiudizi , dagli orpelli e dalle manipolazioni operate , a proprio vantaggio, dalla Chiesa Cattolica nel corso dei secoli.
Chiesa che sin dalle origini voleva un potere, inizialmente spirituale e poi anche temporale. Un Vangelo basato sull’essenziale e incentrato quasi esclusivamente sulla misericordia di Dio, ovvero il vero Vangelo di Gesù.
l resto, come ho già detto, in buona misura, invenzioni della gerarchia.
Ma questa Chiesa, alla fine, Gesù l’ha veramente voluta?
Siamo così arrivati all’ultimo punto.
E a proposito di chiesa come e’ sorta e su mandato di chi? Perche’ si dice che il Cristianesimo l’abbia fondato San Paolo e non Gesu’ medesimo?Questi, nel corso di tutta la sua vita, non si stancava di ripetere che Lui era la via che porta alla salvezza (non mi soffermo qui a riportare le varie citazioni che tutti conosciamo ) per cui se ci vole
va salvare bisognava passare attraverso la sua dottrina ed insegnamento.
Belle parole: ma Lui non scrisse nulla, ne’da vivo fece scriver nulla. Ha pero’ detto di andare a predicare e a diffondere il Vangelo:
“ chi ascolta voi ascolta me …” .
Ecco la nascita della Chiesa come Lui l’ha concepita e voluta;
tramandare il messaggio di salvezza attraverso la comunita’ dei fratelli suoi discepoli.
Ai tempi di Gesù, non c’erano i mezzi di comunicazione del giorno d’oggi. Se uno voleva comunicare qualcosa non aveva né telefono, né internet o televisione, nè satelliti.
L’UNICO MEZZO DI COMUNICAZIONE era prendere un uomo, che veniva chiamato “shalìah”, dargli le opportune istruzioni e comandi e mandarlo là dove si voleva che il messaggio giungesse.
Nel caso di un re, lo shalìah agiva con tutta l’autorità del re. Quello che diceva lui era come se ’avesse detto il re medesimo da cui il detto al tempo di Gesù: “Lo shalìah di un uomo è come l’uomo stesso”.
Ora la traduzione di “shalìah” è “apostolo”, più precisamente “plenipotenziario”, cioè colui che ha ricevuto la pienezza dei poteri.
E tale appaiono gli Apostoli.

Infatti Gesù da loro pieni poteri quando compare agli Apostoli la sera di Pasqua: “ Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” ( Gv 20,21) e ancora “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi, disprezza me” (Lc 10,16).
Fino ad arrivare al testo fondamentale “ E io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16 ss).
Quest’ultima affermazione offre lo spunto per un’ultima breve riflessione sul primato di Pietro.
Sarebbe lungo riportare tutti i brani in cui di fatto Gesù conferisce a Pietro l’incarico di rappresentarlo in terra quale vicario estendendo tale incarico anche ai suoi successori, i futuri Papi.
Mi limiterò però ad alcune brevi considerazioni sul riconoscimento che le varie Chiese che si andavano costituendo riconoscevano ai successori di Pietro.
Possediamo una lettera risalente al 95 dopo Cristo scritta dal papa S. Clemente Romano ai Corinzi.
Con tale lettera il papa vuole ristabilire la pace nella Chiesa di Corinto, fondata direttamente da San Paolo, ed ai tempi molto importante. Tale Chiesa era piu’ antica di quella romana e certamente alcuni suoi membri avevano conosciuto l’apostolo Paolo. Eppure si rivolgono al papa e chiedono che sia lui a dirimere la controversia. E si badi che Costantino ed il concilio di Nicea erano di la’ da venire.
In verita’, come scrive lo storico DUCHESNE “ la Chiesa di Roma si sentiva fin d’allora in possesso di quella autorita’ superiore e straordinaria che non cessera’ mai di rivendicare “.
San Clemente interviene un’altra volta in un’altra questione, ma non si limita a scrivere, manda anche suoi incaricati.
E come reagiscono queste Chiese? Tutte obbediscono. Nessuna protesta. Settant’anni dopo il vescovo di Corinto, scrivendo a papa Sotero, ricordera’ che la lettera di Clemente veniva ancora letta
con devozione nelle assemblee liturgiche.
I padri greci e latini hanno fatto numerose edizioni e traduzioni di questa lettera tanto che e’ stata addirittura inserita nel codice Alessandrino della Bibbia.
Per cui: 1) il vescovo di Roma era consapevole di avere autorita’ su tutta la Chiesa;

2) tutta le Chiese gli riconoscevano questa autorita’.

Abbiamo un’altra incredibile testimonianza, una lettera scritta verso il 107 da sant’Ignazio di Antiochia morto martire e destinata alla Chiesa di Roma. E’ un testo famoso in cui tra l’altro vi leggiamo: “… alla Chiesa che ha anche la presidenza nel luogo della regione dei Romani ( quae etiam praesidet in loco regionis Romanorum), degna di Dio, degna d’onore, degna di benedizione, degna di lode, degna di essere esaudita, adorna di candore, posta a presiedere alla carita’, depositaria della legge di Cristo, portante il nome del Padre…”
Con S. Ignazio siamo all’inizio del secondo secolo, neanche 100 dopo la morte di Gesu’, e gia’ cominciano i primi pellegrinaggi a Roma per attingere alle sorgenti di quella che era considerata la vera fede.
E via via, altre testimonianze che elevano Roma come la regola suprema della Chiesa universale per
cui essere d’accordo con la Chiesa di Roma e’ garanzia di verita’, essere in disaccordo sicuro segno d’errore.
Si veda, ad esempio , la lettera di S. Ireneo a papa Vittore e la testimonianza del vescovo Abercio.
Concludo con la consapevolezza di non aver detto quasi nulla sull’argomento.
Del resto stiamo riferendoci a 2000 anni di storia impossibili da delineare in poche pagine.
Come considerazione finale posso aggiungere che i più tenaci e subdoli nemici della Chiesa sono presenti proprio al suo interno.
Cosa aspettarci allora se il comandamento di Gesù di andare e predicare il vangelo sembra arrivato a un punto morto dato che esso, non solo non viene accettato dai popoli asiatici e da quelli di fede
musulmana, ma perfino rifiutato per non dire osteggiato da chi ha avuto la grande fortuna di averlo appreso sin da bambino?
In moltissimi paesi, lo sappiamo essere cristiani è un delitto e convertirsi al cristianesimo una colpa da punire con la pena di morte.
Pensare che queste popolazioni accettino di aderire alla fede in Cristo, è obiettivamente utopistico.
Ma quello che è impossibile all’uomo non è impossibile a Dio.
Forse, chi giunge nei nostri Paesi per trovare un lavoro e una vita più dignitosa, forse, un giorno roverà qualcosa di infinitamente più grande e importante.
Federico Lenchi

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L’anima e il suo destino:adversus Mancuso.

A cura del Dott.Federico Lenchi

PECCATO ORIGINALE

Continuando l’analisi teologica dell’Anima e il suo destino, invio una breve riflessione prendendo spunto da quanto affermato dal Prof. Mancuso a pag. 165 e più precisamente al paragrafo 59 con il sottotitolo: Due dogmi che fanno a pugni tra loro: origine dell’anima e peccato originale.
Mancuso scrive:” La fede cattolica ci obbliga (???) a ritenere che le anime vengono create direttamente da Dio, e nello stesso tempo assoggettarla alla corruzione e alla concupiscenza ponendola in uno stato di inimicizia con lui (scritto minuscolo, scusa la pignoleria) al punto che si deve parlare di “morte dell’anima”, come stabilito sempre dal Magistero nel Concilio di Trento (vedi DH 1512). E prosegue più oltre: “Se l’anima è partecipe della natura divina, non può essere corrotta; se invece è corrotta, non può essere partecipe della natura divina”.
Ora dato che -continua Mancuso- “neppure Agostino sapeva risolvere il problema di questo conflitto dogmatico…per risolverlo ci sono tre possibilità:
-si tiene il dato della creazione diretta dell’anima spirituale da parte di Dio;
-si tiene il dato dell’anima che nasce spiritualmente morta perchè soggetta al peccato originale;
-non si tiene nessuno dei due.
Mancuso afferma che le prime due ipotesi siano insostenibili per cui aderisce alla terza via e a conclusione del paragrafo ribadisce:” …è sulla base di Dio come Logos che si vede che il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”
(cfr.pp.165-167).
Riassumendo, secondo l’Autore:
1-l’anima non può essere creata da Dio in quanto corrotta;
2-e neppure nascere spiritualmente morta;
3- per i motivi suddetti le prime due ipotesi sono razionalmente insostenibili.
A mio giudizio, sempre razionalmente, la prima ipotesi è, contrariamente a quanto creduto da Mancuso, sostenibilissima alla luce della Rivelazione.
Infatti il peccato originale fu commesso non dal solo corpo o dalla sola anima dei progenitori ma dal concorso di entrambe secondo la concezione biblica, riaffermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica (1992, par.365) che considera l’uomo come unità di anima e corpo in maniera così profonda che si deve considerare l’anima come forma del corpo. Da cui ne deriva che lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte ma un’unica natura.
In altre parole, è Adamo inteso come “unica natura” che ha
peccato e noi, suoi discendenti , ereditiamo questa colpa solo all’atto del concepimento quando a nostra volta diventiamo un’ unità e acquisiamo la nostra identità di uomini, ovvero quando avviene la fusione tra il corpo materiale datoci dai genitori e l’anima creata da Dio.
Ma l’anima creata da Dio e da Lui donataci quale soffio vitale, è da ritenersi indenne da colpa fino a quando non diviene una sola sostanza col corpo dando origine ad una realtà unitaria, l’uomo.
Prima che ciò avvenga l’anima non ha colpe, esce pura, viva non morta dalle mani di Dio, in quanto non è ancora partecipe della creaturalità umana.
Mi sento quindi di rifiutare con decisione, l’affermazione di Mancuso secondo cui ” …il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”.
Ma capitolo dopo capitolo analizzeremo tutto il lavoro.
Su una cosa concordo pienamente con Mancuso quando dice che nei tempi andati le menti migliori si dedicavano alla teologia mentre oggi quelle stesse menti, si dedicano alla scienza o ad altre attività più remunerative.

GNOSI
Riconosco nel prof. Mancuso un anelito sincero, uno sforzo intellettuale non da poco nella ricerca dell’Assoluto,il grande merito di sollevare problemi e stimolare risposte ma pur riconoscendoli questi meriti non posso condividerne il pensiero.
A pag. 30 leggo:”Pubblico il libro con la speranza di venir confutato.” e più oltre ” il mio obiettivo non è la vittoria personale. Contro chi poi? Contro la Chiesa, la madre e la maestra alla quale devo la fede?”.
La Fede! questo è il problema a cui tutto va ricondotto!
Mancuso, sa che le fonti della teologia sono necessariamente due: la fides e la ratio.
La prima è la fonte dei suoi contenuti, la seconda è la fonte della loro comprensione. Ora come non rilevare che lui privilegia la seconda? Infatti leggo a pag. 29 del suo libro:” …ma come è possibile pensare che lo Spirito Santo non abbia sempre assistito la Chiesa quando era in gioco la formulazione del patrimonio dogmatico, il depositum fidei?
Per rispondere è sufficiente dare un’occhiata alla Bibbia. La riteniamo giustamente ispirata dallo Spirito Santo, ma alcune sue pagine, sia dell’Antico Testamento sia del Nuovo, contengono un grado di violenza e di odio difficilmente ascrivibili allo Spirito Santo. Vi è un salmo, molto noto per il suo lirismo spirituale, che si conclude invitando a prendere i neonati dei nemici e a massacrarli sfracellando il loro tenero cranio contro le pietre”.E dopo aver riportato altri passi ugualmente cruenti conclude:” Ora, siccome di pagine di questo genere nella Bibbia ve ne sono in certa quantità, traggo la conclusione che la Bibbia non abbia goduto di una ispirazione tale da parte dello Spirito Santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta (cfr. pp.29-30).FIN QUI Mancuso.
D’accordo che lui è un teologo e non un esegeta ma neppure io sono un esegeta e tanto meno un teologo ma un semplice credente che di professione fa il medico dentista. Eppure so che già, Clemente Alessandrino insegnava che” quasi tutta la Scrittura espone i suoi oracoli mediante espressioni enigmatiche”.
Clemente ripartisce gli insegnamenti scritturistici a due livelli, uno di immediata comprensione e uno invece espresso in forma oscura e coperta, che reca profitto solo a chi sa interpretarla(Pedagogo III, 12,27), ossia lo gnostico (il teologo)….Infatti nè i profeti nè il Signore stesso hanno enunciato i misteri divini in forma semplice che fosse accessibile a tutti , ma hanno parlato per parabole come gli stessi apostoli hanno constatato”.
Sarebbe molto lungo continuare per esporre per intero il suo pensiero. Quello che ho citato è solo per ricordare a Mancuso quello che già conosce e cioè che la Sacra Scrittura parla per allegorie e in questo senso va interpretata.
Ma questa è una difficoltà che già Sant’Agostino aveva incontrato prima della sua conversione dal manicheismo:” Il mio orgoglio rifuggiva da quella maniera di esprimersi e il mio acume non penetrava nel suo intimo. Essa era tale da crescere insieme ai piccoli ma io, gonfio di superbia, mi volevo credere grande, sdegnando essere ancora bambino”.
Vorrei arrivare subito alla conclusione ed esporre quelli che secondo me sono gli errori del pensiero teologico di Mancuso ma troppi sono gli adentellati che trovo nel percorso per cui mi fermo qui e rimando alla prossima volta l’addentrarmi nel cuore della sua teologia.

INFERNO
Esaminando “L’Anima e il suo Destino” di Vito Mancuso nel capitolo che tratta dell’inferno l’A. arriva ai seguenti risultati:
1-il diavolo non esiste concretamente come persona oppure se esiste sarà obbligato da Dio a una conversione forzata che lo costringerà a vedere le sue tenebre sbaragliate dall’irrompere della forza della luce divina ;
2-la punizione degli uomini abitati totalmente dal male, sarà o temporanea , e quindi non eterna oppure vi sarà una distruzione della personalità del peccatore in cui non si è trovato altro che odio.
Devo subito precisare che si tratta di antiche concezioni, elaborate fin dai primi tempi della Chiesa, come vedremo, atte a mettere in dubbio fino a rifiutarla l’inquietante rivelazione sull’inferno relativa alla sua eternità.
L’A. pertanto non dice nulla di nuovo ma ripropone quanto già detto a partire dal III secolo da Origene e dagli Origenisti (cfr.pp. 275-76).
Vediamo da subito come queste teorie siano in netto contrasto con quanto insegnato dal Magistero Cattolico che indica l’inferno, dal latino “luogo che sta sotto”, come uno stato o situazione di infinita sofferenza determinata dal rifiuto totale e definitivo di Dio, degli altri, di se stessi e del mondo, in contrasto con la vocazione di vivere in comunione.
La Bibbia, al fine di indurci ad opporci con tutte le forze al male, ci presenta la possibilità di dannazione con immagini di morte e di disperazione, immagini che vanno indubbiamente interpretate ma non sminuite (cfr. Mt. 10,28; I Cor. 3,17; Gal. 6,7; Fil. 3,19; Ap. 2,11; 20,6.14; 21,8).
La Bibbia altresì evidenzia con assoluta chiarezza i diversi aspetti della realtà del peccato:
-IDOLATRIA, Adamo ed Eva volevano essere come dei
-RIVENDICAZIONE DI ASSOLUTA AUTONOMIA MORALE, cioè decidere in modo autosufficiente ciò che è bene e ciò che è male;
-RIFIUTO DELLA CONDIZIONE CREATURALE, ovvero perdita della relazione vitale con
Dio. In altre parole la radice del peccato va rintracciata nel libero arbitrio dell’uomo, nella sua libertà di opporsi al suo progetto.
Per tali ragioni il peccato è descritto nell’Antico Testamento e confermato nel Nuovo, come, infedeltà, adulterio, fornicazione ossia come rinnegamento del patto di amore che Dio ha stipulato con l’uomo.

L’aspetto più inquietante della rivelazione sull’inferno è, come abbiamo visto, quello della sua irreversibilità ed eternità. Per tale ragione già nei primi secoli presero corpo alcune teorie di cui le principali sono quelle relative all’Apocatàstasi e all’Annichilazione.
Fu Origene, soprannominato Adamanzio “uomo d’acciaio”(185?-250) che per primo, in ambito cristiano, sviluppò la teoria dell’Apocatàstasi.
Per valutare correttamente il suo pensiero teologico bisogna innanzi tutto tenere ben presente l’epoca in cui scrisse le sue opere.
Egli, nella ricerca della conoscenza esatta dei divini misteri, si incammina in territori sconosciuti ed inesplorati formulando ipotesi che non avevano la pretesa di soluzioni definitive e non potendo contare quindi, su quella grande “auctoritas”, strumento preziosissimo per il teologo, che è il Magistero della Chiesa che, con i grandi Concili del IV e V secolo, fisseranno con la Regula fidei, argini invalicabili per la ricerca teologica.
L’opera di Origene, tesa a rafforzare la fede con il ragionamento ma non in modo frammentario chiarendo quel particolare punto o mistero, ma cercando globalmente tutta l’economia della salvezza , inserendo tutte le vicende e tutti gli attori, oltre che per l’Apocatàstasi fu condannata più in generale per il pensiero ellenico che vi compariva anche se Origene scriveva, ben consapevole che la filosofia è un’arma a doppio taglio:” approfittano di questa conoscenza che hanno dell’ellenismo per generare dottrine eretiche e fabbricare, per così dire, vitelli d’oro a Bethel” ( I Principi).
Era però del parere che i barbari ( i cristiani) sono capaci di scoprire le dottrine ma che i greci sono più abili a giudicare, fondare e adattare alla pratica delle virtù le scoperte dei barbari per cui conclude che “chiunque arriva all’insegnamento cristiano dalle dottrine e dalle discipline dei greci, è in grado di giudicare della sua verità”, stabilendo in tal modo una certa affinità almeno propedeutica tra le due verità, quella ellenica e quella cristiana.
Senza addentrarmi nel pensiero di questo autentico genio creativo, grandissimo precursore della ricerca teologica, ricordo che la condanna formale di Origene avvenne con il V Concilio di Costantinopoli nel 553, voluto dall’imperatore “teologo” Giustiniano in cui furono pronunciati 15 anatematismi che lo riguardavano. La controversia sull’ortodossia del suo pensiero, fu iniziata nel 394 dal vescovo Epifanio di Salamina e portata a termine da Girolamo che in un primo momento ne era stato un convinto ammiratore.
Questo portò a una delle più aspre e meno edificanti polemiche tra Girolamo e il suo vecchio amico Rufino, controversia di cui parlò con grande avvilimento anche Agostino nei seguenti termini:” magnum et triste miraculum”.
Ma per tutto il secolo precedente i grandi Padri greci e latini, da Gregorio taumaturgo fino ad Ambrogio di Milano, avevano avuto parole di enorme elogio ed apprezzamento per il pensiero di Origene.
Gli anatematismi con cui fu condannato a posteriori, riportano passi presi dalle opere di Evagrio e non da quelle di Origene.
In tutto il pensiero di Origene è sempre presente un vero spirito ecclesiale, tanto che volle sempre servire esclusivamente la sua Chiesa e fu sempre pronto a sottomettersi al suo giudizio: “ Se io che porto il nome di presbitero e che ho annunciato la parola di Dio, tradissi mai la dottrina della Chiesa e la regola del Vangelo, cosicché a te, Chiesa, fossi motivo di scandalo, possa l’intera Chiesa con unanime decisione, mozzare e gettare via me, sua destra”.
Tali parole avrebbero dovuto impedire che Origene fosse annoverato tra gli eretici e l’intera sua opera proscritta:
Ben diverse quelle del modernista Loisy che riporto a memoria:” non è in me la facoltà di cancellare il frutto delle mie ricerche”.
RITENGO AUSPICABILE CHE LA CHIESA, CHE TANTO DEVE AD ORIGENE, RIVEDA LA CONDANNA; A SUO TEMPO TROPPO AFFRETTATAMENTE ESPRESSA.
Alle ipotesi sull’inferno di Origene e della sua scuola che Mancuso ha fatto proprie, esporrò quella che potrebbe essere un’altra ipotesi che non è in contrasto con le Scritture e che concilia meglio l’infinita Giustizia di Dio con la sua altrettanto infinita misericordia.
Ma prima di farlo continuiamo il discorso sull’Inferno e vediamo come Mancuso oltre all’apocatàstasi
prenda in considerazione l’annichilazione ovvero la riduzione al niente del dannato.
Ma né l’apocatàstasi,né tanto meno l’annichilazione trovano alcun fondamento nella Scrittura.
D’altro canto, Le due lettere cui si fa riferimento per giustificare tali teorie e cioè, la lettera ai Corinzi (I, 15-18) che afferma che alla fine del mondo, Dio sarà tutto in tutti, e quella ai Colossesi (I,20) secondo cui Dio in Cristo ha voluto riconciliare a sé tutte le cose, vanno lette ed interpretate nella loro interezza, non limitandosi a queste due affermazioni.
L’ ipotesi dell’apocatàstasi, va contro ogni logica, perché:
1- non rispetta la serietà e l’impegno della vita terrena che in tal modo assumerebbe le fattezze di una colossale commedia giocata sulla pelle degli uomini,
2- negherebbe la gravità del peccato, per cui nulla farebbe più la differenza tra un agire retto e un agire all’insegna del male,
3- toglierebbe poi significato al libero arbitrio umano e degli angeli decaduti e
4- svuoterebbe di ogni significato di redenzione l’altissimo prezzo pagato da Cristo in croce.
Parimenti l’annichilazione non rispetterebbe la scelta dei perduti che ostinatamente hanno rifiutato Dio e renderebbe lo stesso Dio artefice di un progetto di distruzione delle creature da Lui create.
Fermo restando che io ritengo come assoluta verità, quella insegnata dalla “nostra” Chiesa, mi sembrerebbe più logico pensare che:

Dio nella sua infinita misericordia abbia stabilito che chi, con assoluta ostinazione libera volontà e piena coscienza, abbia rotto il suo rapporto con Lui trasgredendo le sue leggi per perseguire pervicacemente il male, verrà posto, per l’eternità, in una terra d’oblio, di tenebre e di silenzio come si legge in Dt (32, 22) e in Gb (26,5; 36, 16-17) ovvero una terra di ombre.
Questa visione non sarebbe in contrasto con l’A.T. e concilierebbe la Giustizia con la Misericordia.

L’anima e il suo destino.

Anima

 di

Vito Mancuso

“Il libro incontrerà opposizioni e critiche, ma sarà difficile parlare di questi argomenti senza tenerne conto”, scrive nella prefazione al volume il cardinale Martini. Gli argomenti sono i più classici, l’esistenza e l’immortalità dell’anima, il suo destino di salvezza o perdizione. Del tutto nuova è invece la trattazione, in cui scienza e filosofia assumono il ruolo di interlocutori privilegiati della teologia, configurando una fondazione del concetto di anima immortale di fronte alla coscienza laica. Criticando alcuni dogmi consolidati, il libro affronta l’interrogativo fondamentale che da sempre inquieta la mente degli uomini: se esiste e come sarà la vita dopo la morte.

 Commento 

a cura di

Giuseppe

Artino Innaria

 La Chiesa Cattolica ormai ha da tempo perso quel primato culturale detenuto nella nostra civiltà per secoli. Eppure, per nostra fortuna, nella comunità ecclesiale contemporanea non mancano voci affascinanti, capaci di incantare anche i non credenti, soprattutto quegli “atei devoti” sensibili al richiamo delle sirene dello Spirito ed inquieti nella inesausta ricerca di una sfuggente Verità.

Nel panorama culturale cattolico italiano una attenzione di rilievo merita Vito Mancuso, docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. “L’anima e il suo destino”, un tema avvincente quanto impervio, è il titolo del suo ultimo libro.

Già, l’anima – questa dimensione impalpabile ancorché viva ed essenziale, oggi sempre più smarrita e confusa, dell’esistenza di ogni uomo -, alla ricerca della quale si era cimentato già, in un viaggio di straordinaria ricchezza di riferimenti culturali e di entusiasmante stimolo intellettuale, Monsignor Gianfranco Ravasi, biblista e oggi Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nel suo “Breve storia dell’anima” (2003, Arnoldo Mondadori Editore, pagine 341).

E, sopra ogni altra cosa, il suo destino finale, intorno al quale si gioca l’intera posta della fede.

L’opera di Mancuso è una coraggiosa avventura teologica, in cui egli chiama a compagna ed interlocutrice la coscienza laica (“quella parte della coscienza, presente in ogni uomo, credente o non credente, che cerca la verità per se stessa e non per appartenere a un’istituzione; quella parte della coscienza che vuole aderire alla verità, ma vuole farlo senza alcuna forzatura ideologica, di nessun tipo, e se accetta una cosa, lo fa perché ne è profondamente convinta, e non perché l’abbia detto uno dei numerosi papi, o uno degli altrettanti numerosi antipapi della cultura laicista”: “L’anima e il suo destino”, pag. 1), per fondare una teologia che non arretri di fronte ai risultati della scienza e al metodo critico della filosofia, e che sappia unificare i contenuti dell’una e dell’altra in un sapere unitario costruito con un discorso razionale e teso alla conquista della verità. Compito non facile, specie se impone addirittura la rivisitazione e la messa in discussione di non pochi profili dogmatici e cardinali della dottrina della Chiesa e a farne le spese è, innanzitutto, una impalcatura concettuale eretta sulle fondamenta della pesante eredità del pensiero di Sant’Agostino.

Per Mancuso il cosmo è un trattato su Dio al pari delle Sacre Scritture. Grazie ai contributi della scienza, l’uomo è in grado di rintracciare il Principio Ordinatore, il Logos che regge la natura secondo una logica di incremento della complessità e dell’informazione, l’ordine che dà forma all’energia alla base dell’essere, in una linea di evoluzione che dalla materia inerte porta alla vita e man mano alla comparsa degli esseri intelligenti e allo sviluppo della morale e della spiritualità. Questa saggezza basata sull’osservazione della natura ci dà conferma del messaggio cristiano, perché il principio fondamentale dell’essere come energia non è altro che la relazione, che produce armonia e contrasta la deriva entropica dell’universo. Il Logos, quindi, è relazione, che, attraverso i legami, crea sostanza nuova, in un incessante riprodursi di energia su livelli qualitativi sempre superiori. Ma se il Logos è relazione, allora è l’amore l’attuazione perfetta del Logos, in quanto relazione perfetta tra gli esseri.

L’immortalità dell’anima non è una chimera, ma non è nemmeno la graziosa elargizione di una divinità imperscrutabile che dispensa la Grazia secondo disegni oscuri. Essa è il frutto del lavoro spirituale, della capacità dell’individuo di realizzare dentro e fuori di sé l’ordine relazionale in cui si sostanzia il Logos, permettendo a quel sovrappiù di energia che è l’anima di sopravvivere al corpo nel dare vita ad una ulteriore rottura ontologica, in cui l’energia si incrementa al punto da farsi puro spirito a prescindere da un supporto materiale.

Dio, il Principio Primo, su cui si fonda il Principio Ordinatore, per l’autore del libro, rimane personale, per quanto trascendente rispetto al Mondo, che governa per mezzo della legge impersonale del Logos. La trascendenza di Dio rispetto al Mondo spiega la distanza che può porsi tra i due termini, il cuneo di libertà che Mancuso chiama “il peccato del mondo” nel tentativo di rileggere il dogma del peccato originale.

Il rapporto tra libertà e Dio è delicato, tanto più che esso coinvolge anche l’opposizione tra una concezione personale della divinità e quella teologia negativa, per la quale di Dio si può solo dire, con Meister Eckhart, che è “negazione della negazione”.

Se la libertà fa parte dello statuto ontologico della divinità, forse, non è la libertà il vero “peccato del mondo”, come ritiene Mancuso, perché la libertà del mondo rispecchia quella di Dio tanto quanto il Logos. Forse il vero peccato del mondo è la distanza ontologica da Dio.

Se il mondo viene da Dio, viene come emanazione di una energia traboccante, che, tuttavia, nel manifestarsi si allontana dall’origine, ed è in questo distacco che risiede il rischio di perdizione. Nell’ottica del ritorno a Dio, l’amore dell’uomo per Dio è essenziale tanto quanto l’amore di Dio per l’uomo e per tutto il creato. Ma il rischio di perdizione probabilmente è solo apparente, perché nella logica dell’essere tutto non può che reintegrarsi nell’origine ed è questo il vero significato della redenzione (il pensiero corre a quelle teorie sull’universo che ipotizzano una fase di espansione ed una di concentrazione dell’energia e della materia).

Mancuso, in maniera condivisibile, ha il merito, dal nostro punto di vista, di recuperare la dottrina dell’apocatastasi, della reintegrazione di tutte le cose in Dio, rifacendosi ad uno dei padri della Chiesa, Origene, osteggiato da Agostino, per il quale, invece, la massa umana, segnata dal marchio del peccato originale, è dannata, predestinata alla perdizione eterna, tranne nei pochi eletti dalla Grazia.

L’opera di Mancuso contiene enormi aperture non solo verso la laicità, ma soprattutto verso il pluralismo religioso in nome del carattere universale della verità. Nell’ammettere che è possibile salvarsi anche senza aver conosciuto il messaggio evangelico, la Chiesa ha superato l’antico principio “extra ecclesiam nulla salus”. Nondimeno, il grande interrogativo che giriamo all’autore del libro, è: si può costruire una teologia universale rimanendo cristiani? È la medesima domanda che si pone il sociologo francese Frederic Lenoir in “Le Metamorfosi di Dio. La nuova spiritualità occidentale” (Garzanti, 2005, pagg. 326 ss.). Gesù costituisce il fulcro centrale del Cristianesimo principalmente perché la sua venuta, la sua opera di redenzione, il suo sacrificio sulla croce rappresentano eventi unici, irripetibili nella storia dell’umanità. Lenoir segnala il pericolo di come questa posizione possa finire per emarginare il cristianesimo nella modernità: “Il quesito cruciale che la modernità pone alla teologia cristiana è quello di una possibilità di mantenere la propria unità, coerenza e identità, facendo nel contempo evolvere la propria teologia cristologica ed ecclesiologica in una direzione che gli permetta di prendere in considerazione il pluralismo religioso. In altri termini, il cristianesimo può rimanere sé stesso, rinunciando a dichiararsi depositario della verità ultima, nonché a ritenere che tutte le religioni dell’umanità sono solo vie imperfette di salvezza?”.

Infine, una rimeditazione del senso della teologia cristiana non può non passare attraverso la consapevolezza che la verità può essere attinta per diverse vie e in diversi gradi. Uno dei limiti del cattolicesimo è quello di non distinguere una dimensione esoterica da quella essoterica. Certi dogmi che la razionalità teologica smonta, per contro, hanno conservato per secoli una utilità dimostrativa essenziale per gli spiriti semplici. Quegli stessi dogmi, ciononostante, non possono risultare appaganti per gli intelletti bramosi di possedere la verità per mezzo di una fede, non concepita come credenza senza spiegazioni, come fiducia cieca nel magistero dell’autorità ecclesiale o come pragmatica scommessa alla Pascal, bensì come convincimento conquistato con la conoscenza. Il riconoscimento di stadi e modalità diverse della rivelazione potrebbe portare ad una nuova maturità del pensiero teologico.

L’ANIMA E IL SUO DESTINO Autore: Vito Mancuso. Pagine: 323. Anno: 2007. Editore: Raffaello Cortina Editore.

Controrepliche all’opera del Prof.Vito Mancuso

a cura del

Dott.

FEDERICO LENCHI

(Prima parte)

Esaminando “L’Anima e il suo Destino” nel capitolo che tratta dell’inferno l’A. arriva ai seguenti risultati:
1-il diavolo non esiste concretamente come persona oppure se esiste sarà obbligato da Dio a una conversione forzata che lo costringerà a vedere le sue tenebre sbaragliate dall’irrompere della forza della luce divina ;
2-la punizione degli uomini abitati totalmente dal male, sarà o temporanea , e quindi non eterna , oppure vi sarà una distruzione della personalità del peccatore in cui non si è trovato altro che odio.
Devo subito precisare che si tratta di antiche concezioni, elaborate fin dai primi tempi della Chiesa, come vedremo, atte a mettere in dubbio fino a rifiutarla l’inquietante rivelazione sull’inferno relativa alla sua eternità.
L’A. pertanto non dice nulla di nuovo ma ripropone quanto già detto a partire dal III secolo da Origene e dagli Origenisti. (cfr.pp. 275-76)

Vediamo da subito come queste teorie siano in netto contrasto con quanto insegnato dal Magistero Cattolico che indica l’inferno, dal latino “luogo che sta sotto”, come uno stato o situazione di infinita sofferenza determinata dal rifiuto totale e definitivo di Dio, degli altri, di se stessi e del mondo, in contrasto con la vocazione di vivere in comunione.
La Bibbia, al fine di indurci ad opporci con tutte le forze al male, ci presenta la possibilità di dannazione con immagini di morte e di disperazione, immagini che vanno indubbiamente interpretate ma non sminuite (cfr. Mt. 10,28; I Cor. 3,17; Gal. 6,7; Fil. 3,19; Ap. 2,11; 20,6.14;21,8).
La Bibbia altresì evidenzia con assoluta chiarezza i diversi aspetti della realtà del peccato:
-IDOLATRIA Adamo ed Eva volevano essere come dei
-RIVENDICAZIONE DI ASSOLUTA AUTONOMIA MORALE, cioè decidere in modo autosufficiente ciò che è bene e ciò che è male;
-RIFIUTO DELLA CONDIZIONE CREATURALE, ovvero perdita della relazione vitale con
Dio. In altre parole la radice del peccato va rintracciata nel libero arbitrio dell’uomo, nella sua
libertà di opporsi al suo progetto.
Per tali ragioni il peccato è descritto nell’Antico Testamento e confermato nel nuovo, come, infedeltà, adulterio, fornicazione ossia come rinnegamento del patto di amore che Dio ha stipulato con l’uomo.

L’aspetto più inquietante della rivelazione sull’inferno è, come abbiamo visto, quello della sua irreversibilità ed eternità. Per tale ragione già nei primi secoli presero corpo alcune teorie di cui le principali sono quelle relative all’Apocatastasi e all’Annichilazione.
Fu Origene, soprannominato Adamanzio “uomo d’acciaio”(185?-250) che per primo, in ambito cristiano, sviluppò la teoria dell’Apocatastasi.
Per valutare correttamente il suo pensiero teologico bisogna innanzi tutto tenere ben presente l’epoca in cui scrisse le sue opere.
Egli nella ricerca della conoscenza esatta dei divini misteri si incammina in territori sconosciuti ed inesplorati formulando ipotesi che non avevano la pretesa di soluzioni definitive e non potendo contare quindi, su quella grande auctoritas, strumento preziosissimo per il teologo, che è il Magistero della Chiesa che, con i grandi Concili del IV e V secolo, fisseranno con la Regula fidei argini invalicabili per la ricerca teologica.
L’opera di Origene, tesa a rafforzare la fede con il ragionamento ma non in modo frammentario chiarendo quel particolare punto o mistero, ma cercando globalmente tutta l’economia della salvezza , inserendo tutte le vicende e tutti gli attori, oltre che per l’Apocatastasi fu condannata più in generale per il pensiero ellenico che vi compariva anche se scriveva, ben consapevole che la filosofia è un’arma a doppio taglio:” approfittano di questa conoscenza che hanno dell’ellenismo per generare dottrine eretiche e fabbricare, per così dire, vitelli d’oro a Betel” ( I Principi).
Era però del parere che i barbari ( i cristiani) sono capaci di scoprire le dottrine ma che i greci sono più abili a giudicare, fondare e adattare alla pratica delle virtù le scoperte dei barbari per cui conclude che “chiunque arriva all’insegnamento cristiano delle dottrine dalle dottrine e dalle discipline dei greci, è in grado di giudicare della sua verità” stabilendo in tal modo una certa affinità almeno propedeutica tra le due verità: quella ellenica e quella cristiana.
Senza addentrarmi nel pensiero di questo autentico genio creativo, grandissimo precursore della ricerca teologica, ricordo che la condanna formale di Origene avvenne con il V Concilio di Costantinopoli nel 553, voluto dall’imperatore “teologo” Giustiniano in cui furono pronunciati 15 anatematismi che lo riguardavano. La controversia sull’ortodossia del suo pensiero, fu iniziata nel 394 dal vescovo Epifanio di Salamina e portata a termine da Girolamo che in un primo momento ne era stato un convinto ammiratore.
Questo portò a una delle più aspre e meno edificanti polemiche tra Girolamo e il suo vecchio amico Rufino di cui parlò anche Agostino nei seguenti e sconsolati termini:” magnum et triste miraculum”.
Ma per tutto il secolo precedente i grandi Padri greci e latini, da Gregorio taumaturgo fino ad Ambrogio di Milano avevano avuto parole di grande elogio ed apprezzamento.
Ma gli anatematismi con cui fu condannato a posteriori, riportano passi presi dalle opere di Evagrio e non da quelle di Origene.
In tutto il pensiero di Origene è sempre presente un vero spirito ecclesiale, tanto che volle sempre servire esclusivamente la sua Chiesa e fu sempre pronto a sottomettersi al suo giudizio: “ Se io che porto il nome di presbitero e che ho annunciato la parola di Dio, tradissi mai la dottrina sella Chiesa e la regola del Vangelo, cosicché a te, Chiesa, fossi motivo di scandalo, possa l’intera Chiesa con unanime decisione, mozzare e gettare via me, sua destra”.
Tali parole avrebbero dovuto impedire che Origene fosse annoverato tra gli eretici e l’intera sua opera proscritta:
Ben diverse quelle del modernista Loisy che riporto a memoria:” non è in me la facoltà di cancellare il frutto delle mie ricerche”.

RITENGO AUSPICABILE CHE LA CHIESA, CHE TANTO DEVE AD ORIGENE; RIVEDA LA CONDANNA, A SUO TEMPO TROPPO AFFRETTATAMENTE ESPRESSA.

Continuando il discorso sull’Inferno vediamo come Mancuso, oltre all’apocatàstasi, prenda in considerazione l’annichilazione ovvero la riduzione al niente del dannato.
Ma né l’apocatàstasi,né tanto meno l’annichilazione trovano alcun fondamento nella Scrittura.
D’altro canto, Le due lettere cui si fa riferimento per giustificare tali teorie e cioè, la lettera ai Corinzi (I, 15-18) che afferma che alla fine del mondo, Dio sarà tutto in tutti, e quella ai Colossesi (I,20) secondo cui Dio in Cristo ha voluto riconciliare a sé tutte le cose, vanno lette ed interpretate nella loro interezza, non limitandosi a queste due affermazioni.
L’ ipotesi dell’apocatàstasi, va contro ogni logica, perché non rispetta la serietà e l’impegno della vita terrena che in tal modo assumerebbe le fattezze di una colossale commedia giocata sulla pelle degli uomini, negherebbe la gravità del peccato, per cui nulla farebbe più la differenza tra un agire retto e un agire all’insegna del male, toglierebbe poi significato al libero arbitrio umano e degli angeli decaduti e svuoterebbe di ogni significato di redenzione l’altissimo prezzo pagato da Cristo in croce.
Parimenti l’annichilazione non rispetterebbe la scelta dei perduti che ostinatamente hanno rifiutato Dio e renderebbe lo stesso Dio artefice di un progetto di distruzione delle creature da Lui create.
Fermo restando che io ritengo come assoluta verità, quella insegnata dalla “mia” Chiesa mi sembrerebbe più logico pensare che:

Dio nella sua infinita misericordia abbia stabilito che chi, con assoluta ostinazione libera volontà e piena coscienza, abbia rotto il suo rapporto con Lui trasgredendo le sue leggi per perseguire pervicacemente il male, verrà posto, per l’eternità, in una terra d’oblio, di tenebre e di silenzio come si legge in Dt (32, 22) e in Gb (26,5; 36, 16-17) ovvero una terra di ombre.
Questa visione non sarebbe in contrasto con l’A.T. e concilierebbe la Giustizia con la Misericordia.

Continuando l’analisi teologica dell’Anima e il suo destino, ti invio una breve riflessione prendendo spunto da quanto affermato dal Prof. Mancuso a pag. 165 e più precisamente al paragrafo 59 con il sottotitolo: Due dogmi che fanno a pugni tra loro: origine dell’anima e peccato originale.
Mancuso scrive:” La fede cattolica ci obbliga (???) a ritenere che le anime vengono create direttamente da Dio, e nello stesso tempo assoggettarla alla corruzione e alla concupiscenza ponendola in uno stato di inimicizia con lui (scritto minuscolo, scusa la pignoleria) al punto che si deve parlare di “morte dell’anima”, come stabilito sempre dal Magistero nel Concilio di Trento (vedi DH 1512). E prosegue più oltre: “Se l’anima è partecipe della natura divina, non può essere corrotta; se invece è corrotta, non può essere partecipe della natura divina”.
Ora dato che -continua Mancuso- “neppure Agostino sapeva risolvere il problema di questo conflitto dogmatico…per risolverlo ci sono tre possibilità:
-si tiene il dato della creazione diretta dell’anima spirituale da parte di Dio;
-si tiene il dato dell’anima che nasce spiritualmente morta perchè soggetta al peccato originale;
-non si tiene nessuno dei due.
Mancuso afferma che le prime due ipotesi siano insostenibili per cui aderisce alla terza via e a conclusione del paragrafo ribadisce:” …è sulla base di Dio come Logos che si vede che il dogma del peccato originale, così com’è non tiene” (cfr.pp.165-167).
Riassumendo, secondo l’Autore:
1-l’anima non può essere creata da Dio in quanto corrotta;
2-e neppure nascere spiritualmente morta;
3- per i motivi suddetti le prime due ipotesi sono razionalmente insostenibili.
A mio giudizio, sempre razionalmente, la prima ipotesi è, contrariamente a quanto creduto da Mancuso, sostenibilissima alla luce della Rivelazione.
Infatti il peccato originale fu commesso non dal solo corpo o dalla sola anima dei progenitori ma dal concorso di entrambe secondo la concezione biblica, riaffermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica (1992, par.365) che considera l’uomo come unità di anima e corpo in maniera così profonda che si deve considerare l’anima come forma del corpo. Da cui ne deriva che lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte ma un’unica natura.
In altre parole, è Adamo inteso come “unica natura” che ha peccato e noi, suoi discendenti , ereditiamo questa colpa solo all’atto del concepimento quando a nostra volta diventiamo un’ unità e acquisiamo la nostra identità di uomini, ovvero quando avviene la fusione tra il corpo materiale datoci dai genitori e l’anima creata da Dio.
Ma l’anima creata da Dio e da Lui donataci quale soffio vitale, è da ritenersi indenne da colpa fino a quando non diviene una sola sostanza col corpo dando origine ad una realtà unitaria, l’uomo.
Prima che ciò avvenga l’anima non ha colpe, esce pura, viva non morta dalle mani di Dio, in quanto non è ancora partecipe della creaturalità umana.
Mi sento quindi di rifiutare con decisione, l’affermazione di Mancuso secondo cui ” …il dogma del peccato originale, così com’è non tiene”.
Ma capitolo dopo capitolo analizzeremo tutto il lavoro.
Su una cosa concordo pienamente con Mancuso quando dice che nei tempi andati le menti migliori si dedicavano alla teologia mentre oggi quelle stesse menti, si dedicano alla scienza o ad altre attività più remunerative.

Ps.Questo non significa che l’anima sia preesistente al corpo ma solo che all’atto della sua creazione, nel momento in cui viene creata, questa è sola con Dio e quindi pura.
Questo in virtù del fatto che il concetto di tempo non si applica all’Essere Supremo.
Ma il Dio ipotizzato da Mancuso è vicino all’uomo, capisce la sua fragilità, partecipa ai suoi dolori?
Io ritengo di no. Mi sembra un Dio frutto di una eccessiva razionalità, non sua, ma di Mancuso.
Cercherò di spiegare più avanti perchè.

Riconosco nel prof. Mancuso un anelito sincero, uno sforzo intellettuale non da poco nella ricerca dell’Assoluto,il grande merito di sollevare problemi e stimolare risposte ma pur riconoscendoli questi meriti non posso condividerne il pensiero.
A pag. 30 leggo:”Publico il libro con la speranza di venir confutato.” e più oltre ” il mio obietTivo non è la vittoria personale.Contro chi poi? Contro la Chiesa, la madre e la maestra alla quale devo la fede?”.
La Fede! questo è il problema a cui tutto va ricondotto!
Mancuso, sa che le fonti della teologia sono necessariamente due: la fides e la ratio.
La prima è la fonte dei suoi contenuti, la seconda è la fonte della loro comprensione. Ora come non rilevare una certa sua Mancanza nell’interpretarne i contenuti? Infatti leggo a pag. 29 del suo libro:” …ma come è possibile pensare che lo Spirito Santo non abbia sempre assistito la Chiesa quando era in gioco la formulazione del patrimonio dogmatico, il depositum fidei?
Per rispondere è sufficiente dare un’occhiata alla Bibbia. La riteniamo giustamente ispirata dallo Spirito Santo, ma alcune sue pagine, sia dell’Antico Testamento sia del Nuovo, contengono un grado di violenza e di odio difficilmente ascrivibili allo Spirito Santo. Vi è un salmo, molto noto per il suo lirismo spirituale, che si conclude invitando a prendere i neonati dei nemici e a massacrarli sfracellando il loro tenero cranio contro le pietre”.E dopo aver riportato altri passi ugualmente cruenti conclude:” Ora, siccome di pagine di questo genere nella Bibbia ve ne sono in certa quantità, traggo la conclusione che la Bibbia non abbia goduto di una ispirazione tale da parte dello Spirito Santo da essere concepibile come garanzia di ogni parola in essa contenuta (cfr. pp.29-30).Fin qui Mancuso.
D’accordo che lui è un teologo e non un esegeta ma neppure io sono un esegeta e tanto meno un teologo ma un semplice credente che di professione fa il medico dentista. Eppure so che già, Clemente Alessandrino, maestro di Origene e padre della teologia scientifica insegnava che” quasi tutta la Scrittura espone i suoi oracoli mediante espressioni enigmatiche”.
Clemente ripartisce gli insegnamenti scritturistici a due livelli, uno di immediata comprensione e uno invece espresso in forma oscura e coperta, che reca profitto solo a chi sa interpretarla(Pedagogo III, 12,27), ossia lo gnostico (il teologo). “…Infatti nè i profeti nè il Signore stesso hanno enunciato i misteri divini in forma semplice che fosse accessibile a tutti , ma hanno parlato per parabole come gli stessi apostoli hanno constatato”.
Sarebbe molto lungo continuare ad esporre per intero il suo pensiero. Quello che ho citato è solo per ricordare a Mancuso quello che già conosce e cioè che la Sacra Scrittura parla per allegorie e in questo senso va interpretata.
Ma questa è una difficoltà che già Sant’Agostino aveva incontrato prima della sua conversione dal manicheismo:” Il mio orgoglio rifuggiva da quella maniera di esprimersi e il mio acume non penetrava nel suo intimo (la Bibbia). Essa era tale da crescere insieme ai piccoli ma io, gonfio di superbia, mi volevo credere grande, sdegnando essere ancora bambino”.
Vorrei arrivare subito alla conclusione ed esporre quelli che secondo me sono gli errori del pensiero teologico di Mancuso ma troppi sono i rimandi che trovo lungo il percorso per cui mi fermo qui e rimando alla prossima volta l’addentrarmi nel cuore della sua teologia.

Egr. Signor Pandiani. la ringrazio per le spiegazioni sull’A.T. relative ai versetti che sono stati motivo di inciampo per il Prof. Mancuso. Evidentemente lei è uno specialista di cui in questo dibattito si sentiva la mancanza e della cui presenza pertanto mi rallegro. Ero rimasto solo nella difesa dell’ortodossia. Oltre a quello che lei così autorevolmente ha spiegato aggiungerò qualcosa sulla Parusia.
Credo di aver capito che tutto l’impianto speculativo del prof. Mancuso sia partito dal tentativo di giustificare il male e la sofferenza nel mondo, problema che già aveva angustiato Sant’Agostino.
Per farlo ha teorizzato un Dio per così dire lontano, che agisce per interposto Principio Ordinatore Impersonale cui ha demandato il governo del mondo, non privilegiando l’uomo ma agendo indifferentemente in favore di tutte le cose.
Nel suo ragionamento si avventura in conclusioni aberranti da un punto di vista cattolico:
1)l’ anima come surplus di un’energia non meglio definita ma comunque di tipo fisico e come tale non creata da Dio ma mutuata dai genitori;
2) uomo che si salva indipendentemente dalla Grazia ma per esclusivo merito personale raggiunto con la “capacità di riprodurre in sè e fuori di sè la logica generale della natura physis”(già sentito da Pelagio anche se questi non parlava di natura physis) (cfr. pp. 306-307);
3)negazione dell’opera redentrice di Cristo al punto che”… l’immortalità non viene legata a un singolo evento del passato quale la risurrezione di Cristo, nè ricondotta a un atto divino unilaterale …” (cfr. pp. 307-308)e ancora:” Non è la risurrezione di Cristo, che per prima, vince la morte, ogni volta che è morto un uomo giusto, è già stata possibile mediante le leggi divine che governano il processo cosmico”:
4) rifiuto dei dogmi (già teorizzato dalla New-age e dalla Massoneria:
5) Negazione del diavolo e dell’inferno (dopo aver banalizzato il peccato si nega che il commetterlo coscentemente e pervicacemente, rifiutando fino all’ultimo il pentimento e la conversione a Dio possa comportare una pena.
Mi fermo qui reputando che ce n’è abbastanza per provare disagio nei confronti di uno studioso che si definisce cattolico e che definisce formali e non sostanziali le differenze tra il suo pensiero e quello della dottrina cattolica!!!
Ma anche il Peccato originale e la risurrezione della carne sono per lui dottrine senza fondamento.
Ripeto ce n’è abbastanza per provare sofferenza nei confronti di un fratello in grave crisi di fede.
Vediamo ora quali alibi invoca a sostegno delle sue tesi.
Quello della Sacra Scrittura e più precisamente quei passi dell’A.T. che l’amico Pandiani ha così magistralmente spiegato nel loro corretto significato e in quelli della Parusia predicata da San Paolo che a mia volta cercherò di spiegare come meglio potrò;poi l’alibi degli antichi Padri incorsi in errori che avevano una spiegazione nell’ essere loro i primi esploratori di una teologia cristiana ancora agli albori, inesplorata e pertanto privi di quell’aiuto fondamentale che è l’auctoritas della Chiesa che verrà solo successivamente con i vari Concili. Infine altro alibi il primato della sua ragione impossibilitata ad accettare le dottrine suddette.
Come possa un cattolico, che si dice grato alle suore e ai sacerdoti dell’oratorio per avergli fatto apprendere la fondamentale consuetudine alla preghiera, essere attore di tali e tante eresie da lui definite eufemisticamente “libertà di pensiero teologico” mi risulta non solo doloroso ma anche del tutto incomprensibile.
Vista l’ora devo rimandare la discussione sulla Parusia a domani sperando che il signor Pandiani continui a seguirci.
Egr.. Signor Pandiani,
solo ora leggo le precisazioni da lei fornite riguardo il battesimo. Nel ringraziarla, ancora mi complimento per la grande cultura che dimostra di possedere e che mi è di stimolo ed insegnamento.
In attesa di riprendere l’argomento devo però fornire qualche spiegazione sulla Parusia che lei è già fin d’ora è pregato di ampliare.

Il capitolo 15 della 1 Corinzi è estremamente denso e complesso.
L’occasione viene posta a Paolo dall’obiezione sollevata da alcuni, presenti nella comunità, tesa a negare la risurrezione dei morti. Problema molto grave che poteva minare dalle fondamenta l’essenza stessa della fede.
Paolo infatti aveva portato l’annuncio della risurrezione a tutte le comunità che aveva fondato.
Si trattava di un annuncio sconvolgente che meritava, prestandosi a fraintendimenti, un ulteriore approfondimento teologico.
Iniziamo confrontando il suo pensiero sulla risurrezione quale emerge nella 1 Tess. 4, 13-18 per giungere poi alla posizione assunta in 1 Cor. 15.
Tra questi due scritti intercorrono circa 5 anni essendo la 1 Tessalonicesi del 50-51 e la 1 Cor. del 54-55.
La risurrezione è trattata in maniera molto diversa nelle due lettere poichè era premura di Paolo rispondere ai bisogni concreti delle comunità cui erano indirizzati.
Quella dei Tessalonicesi era una comunità formata da non pochi cristiani provenienti dal giudaismo, e il giudaismo concepiva la salvezza in chiave esclusivamente escatologica per cui l’attesa della fine dei tempi e della storia era il tema teologico dominante.
Ne consegue che una volta convertiti al cristianesimo, la loro attesa si concentrò tutta sul ritorno di Cristo che avrebbe segnato l’inizio di un mondo nuovo.
Ma nel frattempo alcuni cristiani erano morti per cui la domanda che sorgeva era se questi sarebbero stati esclusi dalla partecipazione dell’incontro con il Signore.
Quindi:
1) nessuno a Tessalonica aveva messo in dubbio la predicazione Paolina circa la seconda venuta del Signore;
2) ma ci si chiedeva quale sorte sarebbe toccata a quanti erano o sarebbero morti prima della realizzazione di tale evento.
In risposta a questo dubbio, Paolo scrive preoccupandosi di confortare la giovane comunità cristiana:” Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perchè non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato:; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con Lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti…Confortatevi dunque a vicenda con queste parole”.
Il ritorno di Cristo è descritto con due schemi diversi: quello giudaico con l’immagine della tromba, dell’arcangelo, delle nubi ovvero con quello tipico degli scritti apocalittici sulla fine, e quello ellenistico rappresentato dal corteo, dell’arrivo del Signore e l’ascesa con Lui verso il cielo.
Da notare che in questo capitolo Paolo non affronta il problema dei non credenti o dei nemici della fede, non parla di Giudizio e non affronta il problema dei peccati, è convinto dell’imminente ritorno del Signore verso cui con una visione cristocentrica tutto converge.
In questa fase della riflessione paolina resta in ombra il valore proprio della risurrezione finalizzata esclusivamente alla Parusia: Cristo deve tornare per prendere con se tutti i credenti.
A sua volta la risurrezione non è molto importante per i Tessalonicesi che serve solo per coloro che al ritorno di Cristo sono già morti.
Il proseguimento di questa analisi lo completerò appena mi sarà possibile e cioè compatibilmente con le mie disponibilità di tempo.
Mi scuso se per ragioni di fretta posso aver commesso qualche errore. A volte, come in questo caso, invio senza neanche rileggere quello che ho scritto.
Invito il signor Pandiani ad aggiungere qualcosa che posso aver dimenticato o ignorato.
Continua…

Conversazioni notturne a Gerusalemme di Carlo Maria Martini e Georg Sporschill.

 

Nel nuovo libro «Conversazioni notturne a Gerusalemme» l‘ex arcivescovo di Milano risponde alle domande di un gesuita e affronta i temi della fede e della Chiesa. Con qualche risposta scomoda sulle difficoltà del Cattolicesimo e la morale sessuale.

«Conversazioni notturne a Gerusalemme» (Mondadori, in libreria dal 28 ottobre) è il titolo del volume che raccoglie il confronto sui temi del Cattolicesimo e della Chiesa fra il cardinale Carlo Maria Martini , ex arcivescovo di Milano e studioso della Bibbia di fama mondiale, e il gesuita Georg Sporschill.

Un dialogo franco, senza reticenze, in pagine che possono essere interpretate come il testamento spirituale di Martini.

A Vito Mancuso, autore del best-seller «L’anima e il suo destino» e docente di teologia all’ Università San Raffaele di Milano, ‘Panorama» ha chiesto di leggere il libro in anteprima.

 

 

Ecco il suo pensiero.

di VITO MANCUSO

 

perché il Cristianesimo non affascina più l’Occidente? Se lo sono chiesti due dotti gesuiti a Gerusalemme nelle loro «conversazioni notturne», e lo hanno fatto a partire dai giovani, visto che essi sono la cartina di tornasole del fascino spirituale di una dottrina o di un’istituzione. Alla Chiesa certo non basta celebrare ogni 4 anni un evento mediatico come la Giornata mondiale della gioventù per nascondere il problema.

La verità della vita infatti si misura nella quotidianità, non negli eventi speciali. e la quotidianità dice che i giovani sono molto distanti dalla Chiesa cattolica: in Italia i praticanti non superano il 10 per cento, in Europa ancora meno, e se poi in gioco è la morale sessuale si arriva a cifre con le quali oggi, se si trattasse di elezioni, non si entrerebbe in alcun parlamento.

Nell’affrontare il problema i due gesuiti hanno messo in campo quella «libertà interiore di cui godeva San Paolo» (per riprendere alcune parole di Benedetto XVI del 1° ottobre 2008), libertà che lo portò a opporsi a San Pietro, primo papa della storia. Benedetto XVI quindi dovrebbe essere il primo a rallegrarsi di un libro così, la cui principale caratteristica è l’onestà e il coraggio dell’analisi: pane al pane, crisi alla crisi, cose chiamate col proprio nome senza nascondere la testa dentro l’incenso delle liturgie. «Oggi in Europa la situazione della Chiesa esige delle decisioni. Vi sono comunità dove non troviamo più giovani. Soprattutto nelle grandi città bambini e ragazzi sono una presenza rara alla messa domenicale». Il risultato è allarmante: «Manca la prossima generazione»,

Nessuno sconforto però, perché «dove esistono conflitti lo Spirito Santo è all’opera». L’importante è non eludere i problemi facendo finta che non ci siano.

Il gesuita Georg Sporschill pone al confratello cardinale Carlo Maria Martini una domanda particolarmente provocatoria:

“Se Gesù vivesse adesso, tratterebbe l’attuale Chiesa cattolica come a quel tempo i farisei?”. Risposta: «Sì, scuoterebbe tutti i responsabili della Chiesa».

Chi è privo di un’adeguata conoscenza della profezia biblica potrebbe chiedersi come sia possibile che un cardinale parli così della gerarchia della Chiesa. In realtà si tratta di stabilire se la Chiesa sia in funzione del mondo oppure se, viceversa, il mondo sia in funzione della Chiesa. A chi spetta il primato?

Nella risposta a questa domanda si gioca la differenza che attraversa il Cattolicesimo contemporaneo (e forse quello di sempre), diviso tra chi ritiene che la Chiesa sia relativa al mondo e chi invece che il mondo sia relativo alla Chiesa. Il cardinale Martini è per la prima alternativa, ed è per questo che, per il bene del mondo, sferza la Chiesa.

Che cosa lo preoccupa di più? «Mi angustiano le persone che non pensano… Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti». Ben lontano da ogni intellettualismo, qui appare che cosa significa vita spirituale:

significa pensare e poi decidere. Infatti«chi non prende decisioni si lascia sfuggire la vita», mentre «solo gli audaci cambiano il mondo».

Si prospetta una nuova figura di cristiano: non più la pecorella devota, ma uno «che vive con la Bibbia e trova risposte personali alle domande fondamentali». E allora la Chiesa? Essa è «un contesto che procura stimoli e supporto, non necessariamente un magistero da cui il cristiano dovrebbe dipendere». A chi sa pensare con la sua testa basta la Bibbia, «il miglior ausilio per formare la propria opinione e la coscienza».

A partire da questi principi Martini non teme di criticare l’enciclica Humanae vitae, con cui quarant’anni fa Paolo VI vietò la contraccezione: «L’enciclica ha contribuito a far sì che molti non prendessero più in seria considerazione la Chiesa come interlocutrice o maestra… Molte persone si sono allontanare dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone». Occorre cercare

«una via per discutere seriamente di matrimonio, controllo delle nascite, fecondazione artificiale e contraccezione», perché «saper ammettere gli errori e la limitatezza delle proprie vedute di ieri è segno di grandezza d’animo e di sicurezza».

Su quale criterio debba essere decisivo per la morale sessuale non ci sono dubbi:

la coscienza del singolo. «La Chiesa dovrebbe sempre trattare le questioni di sessualità e famiglia in modo tale che alla responsabilità di chi ama spetti un ruolo portante e decisivo»,

Martini ricorda che durante il conclave tra cardinali si discusse dei problemi più urgenti, in primis «il rapporto con la sessualità e la comunione per divorziati e risposati», problemi cui il nuovo papa «avrebbe dovuto dare nuove risposte». Benedetto XVI non è venuto meno al suo compito: totale conferma dell’Humanae vitae e netto no ai divorziati risposati. Quanto a novità non c’è male,..

Nei frattempo il divario tra la Chiesa e il mondo occidentale cresce sempre più, tra l’indifferenza di gran parte dei giovani e il placido assopimento della Chiesa in cui, dice Martini, «regna troppa calma». E conclude: «Sento la nostalgia di Gesù di lanciare sulla Terra il fuoco ardente dell’entusiasmo». Ma chi, tra i pastori di questa Chiesa italiana, raccoglierà l’eredità di Carlo Maria Martini?

 

Tratto da Panorama del 30-10-2008 pp.217-218.