I Satanisti. Storia, Riti e Miti del Satanismo.


Recensione di Luigi Berzano (Religioni e Società. Rivista di scienze sociali della religione, anno XXV, n. 67, maggio-agosto 2010, pp. 109-110)

Di satanismo e di satanisti tutti ne parlano, anche in quest’epoca post-secolare. I giornali, i tribunali, gli uomini di chiesa … tutti sanno, dichiarano, spiegano, ripudiano. Ma la tendenza colta è oggi totalmente antisatanista, negazionista, esorcista. Tutti ne parlano, ma per negarne la presenza. In più, non si trova nessuna simpatia per la letteratura quale quella di Bernanos, che tratta della presenza e delle azioni dei demoni invisibili e delle loro possessioni. E così pure per gli inferni pittorici di Bosch e i suoi affreschi saturi di demoni in libertà. Ancor meno attuali sono i capitoli della Vida di Teresa di Gesù e le sue minuziose descrizioni dei luoghi infernali. Insomma, è lontana la stessa filosofia di Aristotele che considerava demoniaca la Natura. La demonologia contemporanea è oggi la scienza che tratta della non esistenza del diavolo e, spesso, che non prende sul serio lo stesso oggetto delle sue ricerche.
Davvero, non si può dire che Massimo Introvigne non “prenda sul serio” il fenomeno del satanismo e che tratti del diavolo senza erudizione demonologica. Questa espressione “prendere sul serio” fa ricordare una delle ultime uscite in pubblico del filosofo Ernst Bloch. In una delle periodiche riunioni delle facoltà teologiche di Tubinga il relatore era stato Herbert Haag che presentava la sua opera di demonologia Abschied vom Teuftel (1969) (La credenza nel diavolo, Mondadori, 1976). Di fronte alle attenuazioni, demitizzazioni e secolarizzazioni che riducevano quasi a nulla la portata biblica e dogmatica sul diavolo, Bloch si sentì tradito nell’animazione profonda del suo filosofare, tanto che, spazientito, si alzò e uscì apostrofando l’oratore con queste parole: “Qui il demonio non è preso sul serio”.
Introvigne, direttore del CESNUR e tra gli studiosi più noti a livello internazionale sul tema del satanismo e, più in generale, dei nuovi movimenti religiosi, ritorna ora su un tema che aveva già affrontato in passato con altri due enciclopedici volumi: nel 1990 Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo (Milano, SugarCo, 1990) e nel 1994 Indagine sul satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Settecento ai giorni nostri (Milano, Mondadori, 1994).
Il nuovo volume si presenta molto documentato, con oltre un migliaio di note di approfondimento, una nota bibliografica finale e indici di nomi che danno conto di tutta la letteratura esistente. Il tutto si riferisce al fenomeno del satanismo che l’Autore individua con una definizione storico-sociologica particolarmente esclusiva. “Il satanismo può essere definito come l’adorazione o la venerazione, da parte di gruppi organizzati in forma di movimento, tramite pratiche ripetute di tipo cultuale o liturgico, del personaggio chiamato Satana o Diavolo nella Bibbia, sia questo inteso come una persona o un mero simbolo” (p. 13). Così definito il satanismo nasce solo con l’età moderna. Il volume di Introvigne ne ricostruisce la storia, i miti e i riti attraverso tre periodi storici successivi.
Il Seicento e il Settecento rappresentano le origini del satanismo moderno, allorché compaiono i primi rituali satanici collettivi. Il primo vero episodio di satanismo – alla corte di Luigi XIV – è parallelo alle prime autentiche inquietudini della modernità. Il satanismo classico si estende dal 1821 al 1952, da quando cioè il fenomeno si concretizza quale vero e proprio movimento sociale, seppur esiguo, fino alla scomparsa della figura carismatica e scandalosa di Jack Parsons (1883-1952) e alla fine del suo “culto dell’Anticristo” in California. Il terzo periodo è quello del satanismo contemporaneo, dopo il 1952. In questa fase il fenomeno si intreccia con una branca ‘nera’ della controcultura e produce forme quali quelle del satanismo di LaVey ufficialmente disapprovate, ma in realtà tollerate dalla cultura dominante.
È nella terza fase del satanismo contemporaneo che l’autore presenta una tipologia di sei satanismi stravaganti, ma di attualità: scismatico, comunista, incendiario, goliardo, ‘alla bolognese’, assassino. Dietro a ognuno di questi satanismi si ritrovano vicende ben note, quali i Satanic Reds, le ondate del black metal, le città di Satana, i Bambini di Satana, le Bestie di Satana.
Nella ricostruzione di queste tre fasi, Introvigne dimostra una conoscenza sorprendente dei dati oggettivi del fenomeno, delle sue fonti e dei modelli interpretativi che si sono susseguiti tra gli studiosi. Si tratta di un metodo che si potrebbe definire storico-sistematico: storico perché ricostruisce le forme che il satanismo ha assunto in contesti temporali e sociali diversi; sistematico perché per ogni fase l’autore individua teorie, modelli interpretativi e ricerche che possono rappresentare ancora oggi categorie euristiche ed interpretative utili per le attuali ricerche.
Nelle conclusioni ci si chiede se ci saranno ancora satanisti nel 2050 e se il satanismo finirà con l’epoca post-moderna o con la globalizzazione. L’Autore propende a formulare ipotesi secondo le quali in tutte le epoche di crisi, fino a quella finanziaria del 2008, riemergono miti e riti attorno a Satana. Ma l’impostazione scientifica dell’opera di Introvigne non prevedeva tale approfondimento. Siamo infatti qui al problema più difficile, quello dell’ermeneutica dei dati, cioè dell’interpretazione dei fatti storici dietro ai quali individuare le forme post-moderne dei miti e dei riti del satanismo.
Introvigne termina con una domanda che pare rappresentare l’inizio di una nuova ricerca di sociologia del diavolo. La stessa domanda che si poneva già Agostino nelle Confessioni: Quarebam unde malum, et non erat exitus. Si tratterebbe di una classica ricerca di sociologia della conoscenza sulle dottrine, i saperi e le mitologie attraverso le quali l’intera vita individuale e collettiva ha fatto i conti con il malum. Tale ricerca potrebbe anche inserire la teoria dei Vangeli cristiani sulla radicale tolleranza del male. Si tratta della teoria già contenuta nella tradizione orale ebraica, che un antico midrash illustra così. Un rabbino incontra un demonio e lo rimprovera di tutte le sue azioni cattive, fino a che il demonio si rattrista e chiede che gli siano date delle regole. Il rabbino gli consente di proseguire le sue cattive azioni, ma solo due volte alla settimana, il martedì e il giovedì, e solo dalla sera all’alba.
L’uomo che vuole salvarsi dagli artigli demoniaci, sa quando deve restare a casa. È il fatalismo temperato ebraico e dei Vangeli sulla presenza del male. È pure la misura greca del “niente di troppo”.

Massimo Introvigne, I satanisti. Storia, riti e miti del satanismo, Sugarco, Milano 2010

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Inculturare la fede con la scienza: nel IV centenario della morte di Matteo Ricci(1610-2010).


Nell’incontro tra il gesuita Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610) e la Cina dell’epoca Ming si attua una di quelle vicende storiche nelle quali l’Occidente cristiano si è trovato di fronte all’“altro assoluto”, alla diversità per eccellenza: occhi a mandorla, lingua incomprensibile, musica dissonante, pittura priva di prospettiva, religiosità priva di un Dio trascendente che governa l’Universo. In tale incontro straordinario si conferma una caratteristica specifica di alcuni ambienti intellettuali europei: la propensione a comprendere gli altri conducendoci in un mondo sconosciuto, distante dalle nostre assunzioni, intuizioni ed esperienze precedenti.
Matteo Ricci, con il nome cinese Li Madou, è senz’altro l’italiano più conosciuto in Cina. Capacità di adattamento e creatività intelligente furono per lui un’arte vera e propria, posta alla base di un comportamento tutto orientato all’interesse per l’altro, capace di giungere fino all’empatia, ad una sorta di identificazione. Tutto questo per meglio orientare ed annunciare Cristo, come si diceva una volta in partibus infidelium.
La prima giovinezza di Matteo trascorse nell’Italia della seconda metà del Cinquecento, in buona parte soggetta alla corona di Spagna con Filippo II, quando nel resto d’Europa dominavano anche Francia ed Inghilterra e la Chiesa vedeva assurgere al soglio pontificio prima Gregorio XIII (1572-1585) e poi il marchigiano Sisto V (1585-1590).
Li Madou visse nel Celeste Impero tra il 1583 ed il 1610 giungendo ad occupare un posto di primaria importanza nella storia della scienza cinese. Infatti, con la sua opera pionieristica di divulgazione delle conoscenze matematiche ed astronomiche europee, egli seppe aprire la strada agli altri gesuiti che dopo di lui giunsero in contatto con il Regno di Mezzo. Il 10 settembre 1583, a circa un anno da quel 24 febbraio 1582, data della promulgazione da parte del bolognese Gregorio XIII del calendario detto appunto “gregoriano”, padre Ricci ed il confratello Michele Ruggieri, pugliese di Spinazzola, sbarcarono nel Guandong, la provincia più meridionale della Cina e fecero il loro ingresso nella città di Zhaoqing.
Dopo dodici anni, nel 1595, lo Xitai Li Madou, il Maestro dell’Estremo Occidente, come veniva detto con soprannome onorifico pubblico, intraprese il suo viaggio lungo il Fiume Azzurro (Yangtze Kiang) per avvicinarsi fino al cuore del Regno, Nanchino. Il suo lavoro culturale fu davvero cospicuo: nel 1594 tradusse i Sishu (Quattro Libri) contenenti i fondamenti della dottrina confuciana; nel 1596 rielaborò in cinese, integrandolo con sentenze morali desunte dagli altri autori occidentali, il De amicitia di Cicerone (Jiaoyou lun) facendone dono ai propri amici e collaboratori cinesi. Un’impresa che gli valse un altro titolo onorifico, quello di Shengen (saggio ispirato, santo). Due anni dopo, nel 1598, il nostro gesuita fu invitato a Pechino, la mitica Kambaluc, fondata tre secoli prima dal mongolo Qubilai, che era stato amico dei veneziani della famiglia Polo.
Il ruolo di Matteo Ricci è stato così quello di essere il grande tramite di un fecondo scambio tra due civiltà, fino ad allora separate, e di esserlo stato proprio attraverso la sintesi tra la scienza e la fede. Formatosi presso il Collegio Romano, il Ricci ebbe come maestro Cristoforo Clavio (1538-1612) che gli diede, tra l’altro, un’ottima formazione matematica. Giunto in Cina nel 1583, Ricci si impegnò nella divulgazione delle conoscenze scientifiche occidentali con il preciso intento di utilizzarle come strumento di penetrazione culturale finalizzato a condurre i cinesi alla conoscenza di Dio. Ricordiamo che siamo al tempo della dinastia Ming (1368-1644) – fondata da Chu Yüan-chang, ex monaco buddhista che assunse il nome di Hong Wu – un’epoca nella quale il posto occupato dalle scienze era decisamente marginale. Matematica ed astronomia erano considerate discipline di secondo ordine e rappresentavano una parte irrilevante del programma per il superamento degli esami imperiali. I matematici non appartenevano alla classe dirigente, ma alla classe mercantile, anche se, nel corso della loro storia ultramillenaria, i cinesi erano pervenuti ad importanti scoperte scientifiche. Già intorno al 1200 le conoscenze astronomiche erano molto raffinate e all’avanguardia, se paragonate con quelle europee, come Ricci ebbe a constatare visitando l’osservatorio astronomico di Nanchino. Per i cinesi l’astronomia era sempre stata una scienza fondamentale: l’Universo era concepito come uno scambio di influssi tra il Cielo e la Terra ed ogni vita particolare ne costituiva un aspetto ed un momento. L’esistenza umana andava dispiegandosi nel “vuoto mediano”, in questo spazio formato dal congiungersi di sei Soffi (i quattro punti cardinali più le direzioni Alto e Basso) che delimitavano il luogo dove si svolgeva la vita. Nella medicina tradizionale cinese, poi, ci sono continui richiami all’astronomia, al calendario, alla meteorologia, alla geografia, alla mineralogia. Astronomia e astrologia coincidevano ed erano tenute in grande considerazione perché grazie all’osservazione dei fenomeni astronomici i burocrati addetti a stilare il calendario informavano e consigliavano l’Imperatore, Tian Zi. L’Imperatore, il Figlio del Cielo, era considerato il privilegiato intermediario tra cielo e terra e, nel caso in cui gli astronomi imperiali avessero sbagliato nell’osservazione, si sarebbe potuta compromettere la suprema autorità. La grandezza di Matteo Ricci consistette anche nella sua capacità di mettere in pratica, in maniera originale, l’insegnamento del fondatore del suo Ordine, Ignazio di Loyola. Come il nostro scriveva nel 1584: «In questo principio è necessario andar molto soavemente con questa gente e non muoversi con fervori indiscreti»; e trattare soavemente i cinesi significava anzitutto parlarne in modo corretto la lingua, cosa che il gesuita apprese a fare molto bene nel corso di quasi trenta anni di vita in Cina. E procedere soavemente significò anche imparare a vestirsi come i letterati confuciani, come egli stesso documenta: «ci eravamo vestiti tutti al modo della Cina lasciandoci la berretta quadra per memoria della croce; quest’anno anco di questo mi sono spropriato; così vestii una berretta assai stravagante, acuta come quella dei vescovi, per totalmente farmi Cino».
A Nanchino Matteo Ricci tenne la cattedra di astronomia: si trattava di una scienza sperimentale che rendeva impossibili le falsificazioni. E le scienze occidentali si dimostrarono superiori a quelle cinesi, tanto che i notabili che intrattennero rapporti con Li Madou ne ammirarono tutti la grande sapienza, come rispettarono e stimarono anche la religione che egli praticava.
Il “Grande Mappamondo dei Mondi e dei Mari” (Shanhai yuoli quantu) tracciato in Zhaoqing era giunto a Nanchino ed i notabili della città si recavano dal “saggio dell’Occidente” a discutere di astronomia e geografia. In Cina era credenza diffusa che la volta celeste fosse tonda e la Terra quadrata, che il Sole e la Luna sorgessero a oriente e tramontassero ad occidente e che girassero intorno alla Terra e che le eclissi di sole e di luna fossero una iattura per il mondo. Matteo Ricci insegnava, invece, che la Terra era rotonda e pendeva in mezzo al vuoto e che gli uomini la abitavano sia sopra che sotto. E mostrava ai cinesi i suoi strumenti: sfere armillari, globi terrestri, sestanti e quadranti, non osando, però, mai mostrarsi come l’unico sapiente. Tanto è vero che, a Nanchino, egli volle visitare il Padiglione del Polo Nord dove era conservata la strumentazione astronomica prodotta in Cina. Successivamente avrebbe osservato a Pechino anche altri strumenti astronomici. Erano tutti oggetti fabbricati con grande perizia ed il gesuita si rese conto che l’artefice di tale strumentazione era sempre lo stesso e doveva essere stato un astronomo; e che, in seguito, tali strumenti, erano stati utilizzati da persone ignare di astronomia tanto da averne sbagliato anche la collocazione. Questa strumentazione che il Ricci osservò nelle due capitali risaliva all’epoca dei Mongoli ed era stata fabbricata da Guo Shoujing.
La traduzione in cinese di parte delle opere di Euclide e la creazione di un lessico geometrico e matematico in lingua cinese (ancora oggi i termini matematici da lui coniati vengono utilizzati) fanno di Matteo Ricci il mediatore culturale e scientifico ante litteram tra Occidente ed Oriente. Il riconoscimento dell’importanza del grande gesuita di Macerata è ancora oggi indiscusso in Cina. Lo documenta, ad esempio, il fatto che, nell’ottobre del 2009, all’Università del Popolo di Pechino, Matteo Ricci è stato celebrato dagli studiosi che hanno partecipato ad una grande conferenza internazionale di sinologia, promossa da Yang Huilin, vicerettore della medesima Università e grande esperto della diffusione del cristianesimo in Cina.
L’infaticabile opera di Matteo Ricci, uomo di scienza, di cultura e di evangelizzazione ne ha fatto l’iniziatore della sinologia e insieme il grande “Apostolo della Cina”, offrendoci un luminoso esempio di inculturazione del Vangelo e di unità teorica e pratica tra scienza e fede.

Carlo Marino

Fuggita da Satana….

Fuggita da Satana. La mia lotta per scappare dall’inferno

Al culmine di una carriera professionale coronata di successo e ricchezza, la ricerca di nuove esperienze porta Michela a incontrare un gruppo esoterico, che le promette emozioni e felicità. Dall’esoterismo all’ingresso in una setta satanica il passo è breve. È l’inizio di un’esperienza sconvolgente, che la porta – ammette lei – a fare di tutto, tranne l’omicidio: messe nere, riti di iniziazione, sacrifici a Satana si susseguono in un vortice di pratiche diaboliche in cui, costantemente sotto l’effetto di stupefacenti, il contatto con la realtà si perde a poco a poco. Saliti a uno a uno i gradini della gerarchia interna alla setta, si trova infine incaricata di eliminare la fondatrice dell’Associazione “Nuovi Orizzonti”. È a quel punto che capisce che non può andare oltre e, aggrappandosi alle ultime forze della volontà, decide di fuggire, trovando riparo proprio in una comunità di accoglienza di “Nuovi Orizzonti”. Sconvolgenti sono le testimonianze di questo periodo: dal parlare lingue sconosciute al trovarsi in possesso di una forza sovrumana, dal non sentire alcun dolore fisico fino al camminare su pareti e soffitti. Tutti segni della presenza diabolica che la possiede. Fino a quando, dopo un intenso periodo di accompagnamento psicologico-spirituale e di esorcismi viene finalmente liberata dal maligno. A condizione di mantenere l’anonimato per non essere identificata – il nome fittizio di Michela è un omaggio a San Michele Arcangelo – ha accettato di raccontare tutta la sua storia.

Michela,Fuggita da Satana. La mia lotta per scappare dall’inferno,
Editore Piemme Pagine 168, 2009

Ugualmente Diversi.


E’ il primo libro specifico che viene pubblicato in Italia sul tema dell’ IRC per gli alunni diversamente abili, scritto da una persona con una grande competenza in materia.

Descrizione dell’opera
Dalla sua esperienza trentennale come docente, un terzo della quale vissuta come insegnante di sostegno avendo scelto di lavorare con ragazzi in situazione di handicap, l’autrice propone un percorso formativo volto a sostenere chi opera per realizzare l’integrazione degli alunni “speciali”, come lei stessa li definisce, nelle classi.
Nella prima parte del volume viene approfondita la ‘crisi’ che può verificarsi quando si lavora con studenti diversamente abili con i quali portare a compimento l’integrazione.

Nella seconda parte l’autrice, che da vent’anni svolge anche attività di volontariato come formatrice di famiglie con figli in situazione di handicap, propone alcuni suggerimenti – rivolti a insegnanti di religione “specialisti” e non – per attività concrete che si possono svolgere nei vari gradi scolastici dell’obbligo, al fine di rendere possibile l’IRC ad alunni con caratteristiche diverse dai compagni, ma con gli stessi diritti.

Infine fornisce utili indicazioni per libri, film, siti internet, per aiutare gli insegnanti nell’ideazione del progetto didattico, fa un panorama dell’attuale legislazione in materia e offre un breve vocabolario medico, il tutto anche per stimolare ulteriori approfondimenti.

«La scuola, integrando obbligatoriamente questi alunni ‘speciali’ nelle classi, regala a tutti, grandi e piccoli, il meraviglioso dono di lasciarsi beneficamente contaminare dalle diversità e dalle differenze. Un obbligo liberante, maturante… per debellare le tante barriere fisiche e psicologiche, concrete e immaginarie, emotive e sociali che si frappongono tra diversi, tra sani e malati».

Sommario

Prefazione. I. Alunni diversamente speciali. 1. Non figli di un Dio minore. 2. Crisi crisalide. 3. IRC: un diritto per tutti. II. IRC per alunni speciali nella scuola dell’obbligo. 1. IRC nella scuola dell’infanzia. 2. IRC nella scuola primaria. 3. IRC nella scuola secondaria di primo grado. III. Strumenti. Libri. Video. Internet. Legislazione. Piccolo vocabolario medico.

Note sull’autrice

Daniela Panero tiene corsi per la formazione dei docenti. Ha insegnato religione per più di vent’anni nella scuola elementare; dal 2000 è insegnante comandata dal Ministero dell’Istruzione presso il Gruppo Abele di Torino. Psicopedagogista, specializzata nell’insegnamento ad alunni disabili, si occupa della formazione dei docenti e di didattica in campo sociale e pastorale. Insieme a S. Bocchini, ha pubblicato presso le EDB Didattica cre-attiva. Idee, spunti, sussidi e tecniche per l’IRC: dall’infanzia alla secondaria (2008).

Daniela Panero, UGUALMENTE DIVERSI. Insegnare religione agli alunni in situazione di handicap nella scuola”, EDB, Bologna 2010

Preti pedofili.


Secondo Benedetto XVI la tragedia dei preti pedofili ha fatto più danni alla Chiesa delle grandi persecuzioni, di cui pure la storia è piena. La colpa, anzitutto, è degli stessi preti pedofili, «vergogna e disonore» per la Chiesa secondo le parole del papa. Sulla base della Lettera ai cattolici dell’Irlanda di Benedetto XVI, riprodotta in appendice, e di anni di ricerche sociologiche sul tema Massimo Introvigne si chiede come una simile sconcertante vicenda sia stata possibile nella Chiesa, e concentra la sua attenzione sulla rivoluzione e la contestazione contro la morale degli anni 1960 all’esterno e all’interno del mondo cattolico. Dalla triste realtà dei preti pedofili Introvigne distingue però l’amplificazione del loro numero attraverso statistiche fasulle, e il sospetto generalizzato ingiustamente gettato sui sacerdoti nel loro insieme, sulla Chiesa e su Benedetto XVI da una lobby laicista, i cui argomenti sono sistematicamente smontati con il rigore del sociologo e la passione del cattolico che si sente vicino a un papa addolorato e calunniato.

MASSIMO INTROVIGNE, sociologo che ha al suo attivo trent’anni di studi e oltre quaranta volumi dedicati in particolare al pluralismo religioso e ai casi di violenza collegati alla religione, dirige a Torino il CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), una delle maggiori istituzioni mondiali che si occupano di rilevare e descrivere i fenomeni religiosi in Italia e nel mondo. È vice-presidente dell’APSOR (Associazione Piemontese di Sociologia delle Religioni) e vice-responsabile nazionale di Alleanza Cattolica.

Un mese dedicato alla faccia delle donne.

Contro la sterilità imperante. Dopo anni di maschilizzazione liberal

Onan è la pietra di paragone dell’indignazione. Disperde il proprio seme in terra piuttosto che inseminare la donna. Musil è la pietrificazione del risentimento. Disperde il proprio seme in ogni donna perché non vuole più perdonare la terra («non potrei più guardare una donna allo stesso modo se sapessi che è stata inseminata da un altro uomo»). Sade è puro e semplice onanismo assistito. Il razionalismo, come diceva il vecchio Diderot alla vista delle passeggiatrici, del «sono le idee le mie puttane». Altra forma di dispersione del seme (oltre che di anestesia, o privazione dell’estasi) è, per esempio, il “savianesimo”. Il quale rinvia all’efebìa ateniese. Efebo, “recluta”, l’adolescente a cui era richiesta una esibizione pubblica di adesione agli ideali della polis. Nella attuale variante trombona italiana, la prova pubblica di efebìa è il reclutamento antimafia (vedi in proposito la recente messa alla scuola di giornalismo di Perugia cantata da Avatar Al Gore e dal Tristano di Gomorra di famosa e delicata peluria; o si veda il rito mediatico officiato intorno all’albero di Falcone profanato e orbato dai disegni dei bambini antimafia).
Diversamente da questo maschilismo imperante – questo maschilismo che si esprime nelle narrazioni giornalistiche e nell’intrattenimento televisivo come seme disperso, risentimento, efebìa – Tempi rimane persuaso che tutto (nell’economia come nello spettacolo) e tutti (anche i leader dei partiti e quelli di Chiesa) starebbero meglio (e di conseguenza anche noi persone in società) se vi fosse occasione di lasciarsi educare dal talento femminile. Che, come scrisse Cesare Pavese, «è un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso». Nasce di qui l’idea di dedicare un maggio alla “faccia delle donne”. Non un’evasione civettuola dalla cronaca cicisbea (per esempio, non può essere che anche il siparietto, pericoloso per l’Italia, tra Fini e Berlusconi, abbia radici maschiliste?), ma un diverso abitare la cronaca. Tant’è che l’idea ci è venuta dalla solida provocazione della nostra amica Susanna Tamaro. Che dopo averci fatto l’onore di una visita in redazione, si è esibita sul Corriere della Sera in un bel tuffo nel femminismo italiano d’antan, riguardato dall’autrice di Anima mundi come “fallimento” (diverso, e forse meritorio di un’altra crime scene investigation, il caso del femminismo virago che ha messo radici in Nordeuropa e Nordamerica). Non staremo qui a discutere le tesi di Susanna (per altro già dibattute dagli interventi della Comencini, Rodotà e Terragni). Ma partendo da lei, prendendo le mosse da una questione che sembrava perduta nelle rughe de “l’utero è mio”, riprenderemo in chiave di grimaldello, di lettura dell’attualità, l’intuizione secondo cui «la donna concilia l’uomo e se stessa col mondo» (Pavese). Per esempio: come si concilia (si concilia?) la donna con il “manipulitismo”, cioè con quella forma di violento onanismo che a fronte delle continue “perdite” del reale, persegue la purità cercando di imporre (alle donne, alla politica, alle imprese, al calcio, alla Chiesa, eccetera) sistemi sempre più pazzeschi – o come li chiamano loro, “perfetti” – di purificazione e abluzione?
Proveremo a sondare il lato femminile della cronaca e a fare un mese di giornale femminile. Nonché – e questo è il punto – proveremo a capire se è proprio questo il lato della vicenda umana che decide di personalità e società aperta o chiusa; di giustizia matrigna o misericordiosa; di bellezza chirurgica-preservativa o di “cara Beltà-freschezza più cara” (e dire che Leopardi era un “materialista”, e dire che Gerald Manley Hopkins era un gesuita!). Insomma, poiché il tratto essenziale del femminile sulla terra non è il fatto che la donna dia la vita (è infatti possibile, in un futuro, che si avveri quella tremenda e schifosa cosa prometeica che è la riproduzione per via completamente artificiale) ma è l’atteggiamento originale insito nel suo dare la vita e, soprattutto, insito nella vita stessa (perfino Eugenio Scalfari sarà stato quell’urlo in utero, poi lo stupore di cose fuori di sé, poi lo stupore di sé, insomma il bambino che domanda e non chiude mai la porta al mondo), cercheremo la biblica “costola dell’uomo”. Che come ha notato il grande storico Jacques Le Goff è tutt’altro che la prima affermazione di un maschilismo ancestrale. Ma è la prima parola di uguaglianza uomo-donna che sia risuonata nella storia. Parola di liberazione, precisa l’agnostico Le Goff, quando tutte, ma proprio tutte, le radici non giudeo-cristiane del mondo (compresa l’attuale, liberal, occidentale, Homo Sapiens New York Times, come ci spiega in questo numero Irene Vilar) erano state e restano saldamente maschiliste.

http://www.tempi.it/editoriale/008950-un-mese-dedicato-alla-faccia-delle-donne-dopo-anni-di-maschilizzazione-liberal

La lampada sopra il moggio…..


Dagli eccidi della Rivoluzione francese ai totalitarismi del XX secolo; dalle persecuzioni anticristiane alla vicenda di Eluana Englaro, attraverso la crisi delle ideologie: Vincenzo Merlo ripercorre con il rigore dello storico e la convinzione del credente alcuni passaggi chiave degli ultimi due secoli, mettendo in luce mediante l’analisi puntuale delle grandi encicliche della Chiesa cattolica le ragioni dell’umanesimo cristiano, contro i guasti della modernità laicista che si adopera, oggi come ieri, per estirpare Dio dall’orizzonte dell’uomo.
Le persecuzioni contro i battezzati,le scelte etiche,i massacri delle rivoluzioni e i totalitarismi del ‘900.
Il pantano odierno è la conseguenza di una serie di errori commessi tutti a danno dell’uomo, scrive Rosa Alberoni nella Prefazione, perché, con le parole di Henri De Lubac, «non è vero che l’uomo non possa organizzare la terra senza Dio. Quel che è vero è che, senza Dio, egli non può in fin dei conti che organizzarla contro l’uomo».
Il titolo stesso ribadisce che il Vangelo e la tradizione cristiana rimangono riferimenti certi, fari luminosi per chi ha smarrito la via nella notte del mondo.

Vincenzo Merlo è nato a Brescia nel 1962. Dal 2001 è docente di ruolo di Discipline giuridiche ed economiche nella Scuola secondaria superiore. Collaboratore della rivista on-line Ragionpolitica.it (fondata da don Gianni Baget Bozzo) e de Il Conciliatore nuovo, è autore del libro Politicamente scorretto…! Considerazioni di un professore cattolico moderatamente tradizionalista (Bietti Media 2008).

Vincenzo Merlo,La lampada sopra il moggio.Le ragioni della Chiesa nei secoli della modernità.pp. 320 Ed.Ares,2010