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LO SGUARDO DELL’AQUILA.Elementi biografici di Cataldo Naro Arcivescovo di Monreale.

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PresFirenzeBiografiaNaro

Cataldo Naro,un vescovo sulla scia del concilio.

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0. Estratto Naro – CredOggi 01-13

Sorprendersi dell’Uomo.Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura.

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Don Massimo Naro,giovane teologo della chiesa nissena,direttore del Centro Studi “A.Cammarata” di San Cataldo e docente presso la Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo,si propone con un nuovo ed interessante lavoro dal titolo:”Sorprendersi dell’Uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura”,edito dalla Cittadella editrice. I saggi raccolti in questo nuovo volume si propongono di attenzionare,in chiave teologica e ateologica,le domande radicali della letteratura contemporanea in relazione al senso dell’esistenza umana. Il libro raduna saggi dedicati a poeti e narratori che hanno cercato delle risposte alle cosi dette domande radicali. Nella presentazione al testo il Prof.Giulio Ferroni, docente alla Sapienza di Roma,dice che la “radicalità di queste domande è data proprio dal loro essere semplici,dal loro chiamare in causa l’esperienza di tutti quelli che vivono”.Interrogativi semplici, ma al contempo ultimativi, che vertono su questioni forti quali il perché “del vivere e del morire,sulla sete umana di verità e di giustizia,sulla meschine debolezze del potere,sul confronto tra Dio e il dolore innocente,sulla destinazione ultima e vera dell’uomo”.La tesi di fondo sostenuta dall’Autore è la seguente:”la letteratura,sia quella che parteggia per Dio sia quella che grida contro Dio,la letteratura esplicitamente religiosa ma anche quella ateologica,mostra di non poter rimanere senza Dio. Diventa, insomma, un discorso in cui Dio non è nominato esplicitamente e però rimane altrimenti invocato. Così la letteratura e le sue parole rinviano ad un orizzonte-altro, a cui l’uomo non può smettere di anelare”.Per dimostrare ciò,Naro interpella autori noti e meno noti della letteratura dell’otto-novecento che possono essere iscritti,a vario titolo,in ciò che l’autore definisce letteratura “meridiana”:ossia ciò che altrove è stato fatto da filosofi,soprattutto in Sicilia,è stato fatto da letterati.La lettura che Divo Barsotti fa di Leopardi  e quest’ultimo come testimone  della crisi spirituale moderna. La natura poetica della verità,ossia le questioni radicali nella scrittura letteraria dell’inglese John Henry Newman, probabilmente la vetta assoluta del pensiero cattolico post rivoluzione francese. Nato anglicano e convertitosi al cattolicesimo sino a diventare cardinale,Newman è un singolare miscuglio di teologia e letteratura. Per l’autore inglese,Don Massimo parla di autentica “poesia del pensiero” capace di esprimere nelle sue opere “un orizzonte misterioso sorprendentemente presagito oltre che acutamente interpretato,suggestivamente immaginato,ma anche lucidamente interpretato”.A fare da apri pista per gli autori siciliani è Pirandello con le sue  lanterninosofie,facendo reagire le dichiarazioni di fede dello scrittore isolano (“sento e penso Dio in tutto ciò che penso e sento”)con il suo pensiero scettico o di conclamato agnosticismo,lambendo in certi casi l’azzeramento di ogni fede. Prosegue con la  scrittrice, mistica palermitana, Angelina Lanza Damiani,prendendo in considerazione “la terza interpretazione della vita”.Le tematiche della tanatofilia e della tanatofobia,per dirla con Bufalino, attraversano il pensiero poetico siciliano e l’opera dello scrittore ateologo  Sebastiano Addamo e la verità insultante di Pippo Fava,ucciso da Cosa Nostra. L’Italia umile di Carlo Levi  e la poetica profetica di Mario Pomilio. Le domande radicali non si limitano alla sfera esistenziale e religiosa ma sfidano la stessa modernità facendo i conti con il “disinganno cosmico e religioso”,scrive Naro,che l’epoca moderna impone con prepotenza. Due interessanti capitoli conclusivi sono dedicati alla Bibbia come codice della cultura occidentale  e alla Bibbia musiva presente nei mosaici del duomo di Monreale riletta dal poeta Davide Maria Turoldo e dal teologo Romano Guardini.Scrive Naro “Per Turoldo il duomo di Monreale è un «Eden dell’Arte» e i suoi mosaici sono un «mirabile tesoro» che il popolo di Sicilia ha la responsabilità di «custodire» in forza di una vocazione consegnatagli attraverso una storia ormai plurisecolare e nonostante le ombre negative che smorzano lo splendore di questa stessa lunga e grandiosa storia. Si tratta certamente di una vocazione culturale. Ma non solo: il popolo di cui parla il poeta ha, in questi versi, un profilo ecclesiale e perciò la sua vocazione ha anche una ineliminabile qualità cristiana, dipendente proprio dal suo rapporto con il duomo e, nel duomo, con la Parola di Dio che riecheggia figurativamente nei mosaici. La «grazia» e la «virtù» di questo popolo, la sua nobiltà regale più forte di ogni pur suo infamante «crimine», consistono nel suo stare dentro la reggia – che è appunto la basilica costruita nel XII secolo da re Guglielmo II – e nel leggere, dentro la reggia, dentro la basilica, «le storie di Dio» che vi sono raffigurate su uno sfondo immenso di «pietruzze d’oro».

Guardini,scrive Naro, giunse a Monreale nel pomeriggio del giovedì santo del 1929, mentre vi si stava svolgendo la celebrazione liturgica in coena Domini, e vi ritornò il sabato santo, per la messa pasquale. E perciò ebbe la provvidenziale opportunità di vederne lo splendore artistico non nella sua immobilità e intangibilità museale – come di solito accade al turista che vi si reca semplicemente come tale – bensì rivitalizzato dall’azione liturgica alla quale, sin dalla sua costruzione, era stato destinato. Guardini, dunque, non si limitò a visitare il duomo di Monreale. Più radicalmente: lo visse, ne fece esperienza. Percependolo non come cornice materiale ma come parte integrante di un mistero vivente, in cui – per il suo carattere metastorico – ugualmente sono coinvolti gli uomini di oggi insieme a quelli che li hanno preceduti ieri e che hanno loro tramandato il testimone della fede. I profeti biblici e i santi raffigurati negli immensi mosaici monrealesi sembrarono animarsi agli occhi di Guardini, risvegliati dal fruscio dei paramenti sacri e dai canti dell’assemblea, coinvolti nei ritmi della celebrazione, aggregati alla preghiera del vescovo e dei suoi assistenti. Ma, soprattutto, interpellati dallo sguardo dei fedeli, sguardo di contemplazione attraverso cui il mistero si lasciava raggiungere e si rendeva di nuovo presente. Ciò che colpì maggiormente Guardini, secondo la sua stessa testimonianza, fu appunto lo sguardo orante della gente riunita dentro il duomo. «Tutti vivevano nello sguardo» (Alle lebten im Blick), tutti erano protesi a contemplare, scrive affascinato Guardini, intuendo il valore metafisico di quel contemplare: quegli uomini e quelle donne, vivono – più assolutamente: sono – in quanto guardano, vivono e sono perché spalancano i loro occhi sul mistero.

Infine,l’immagine messa in copertina è tratta da una rivista tedesca, negli anni trenta, i terribili anni del nazismo, diretta da Romano Guardini (la rivista si intitolava “Die Schildgenossen”, che significa “gli scudieri”, i portatori di scudo…). L’immagine fu disegnata da Desiderius Lenz, e vuole indicare il modello dell’uomo nuovo, secondo una visione cristianamente ispirata, che la rivista si proponeva di propugnare tra i suoi lettori, docenti e studenti universitari anti-nazisti. Difatti il titolo dell’immagine è “Kanon des menschlichen Kopfes” (Canone del Capo umano, o del Volto umano).

M.Naro,Sorprendersi dell’Uomo. Domande radicali ed ermeneutica cristiana della letteratura,Cittadella Editrice,pp.392,euro 22,80.

RIANIMARE I MOSAICI ASSOPITI.


di CIRO LO MONTE con un inedito di MARCEL PROUST
COVILE_575
Tratto da:Il Covile,N 575 Anno X,27 Febbraio 2010.

Quasi sottotraccia….



Di

    Massimo Naro

(Docente di Teologia Dogmatica presso al Facoltà Teologica di Sicilia e Direttore del Centro Studi “A.Cammarata” di San Cataldo).
Dovresti piangere, perché il minareto delle nostre moschee scrive sopra le città il nome di Allah, il campanile delle chiese scrive quello di Cristo”:così Jean Marie Roger Tillard, teologo domenicano morte qualche anno fa, si sentì apostrofare da un suo amico musulmano il giorno in cui insieme assistettero alla demolizione del campanile di un convento ceduto ad un’impresa edile dai frati ormai troppo anziani e sparuti per potersene prendere cura. Tillard, a partire da quel fatto, rifletteva poi sul dibattito che divide ancor oggi chi auspica la tenuta del cristianesimo ecclesiale quello “confessionalmente” credente – e chi invece s’accontenta dell’importanza, implicitamente ed esclusivamente culturale, del cristianesimo. Questo non avrebbe più bisogno delle espressioni visibili della fede ricevuta dalle generazioni passate da trasmettere a quelle future dato che i suoi valori etici – il rispetto per la dignità di tutti, l’impegno per la giustizia e per il bene comune, la solidarietà verso i deboli – sarebbero ormai stati assimilati dal sentire diffuso della gente che vive in terre di antica cristianizzazione come la nostra Europa, causandone l’irreversibile evoluzione morale.
Continuare a faticare per trasmettere la fede cristiana di generazione in generazione, oggi, sarebbe dunque tempo sprecato, perché il fine intrinseco al sorgere del cristianesimo stesso sarebbe stato già raggiunto: la totale umanizzazione del Dio incarnatosi in Gesù, vale a dire l’assimilazione dell’idea suprema del bene all’interno della coscienza degli uomini dei nostro tempo.
Le recenti notizie elvetiche sui minareti vietati curiosamente concomitanti con quelle che in Italia promettono la svendita dei siti chiesastici chiusi al culto, fanne sospettare che, in realtà, scomparendo i segni visibili della fede cristiana si affievoliscono rapidamente, nella coscienza della gente, anche le sue tracce più profonde. E fanne perciò sentire il bisogno di rivitalizzare la dinamica delta trasmissione della fede, che storicamente ha avuto una sua sintassi comunicativa ben precisa.
Emile Poulat ha individuato le forme più emblematiche di tale sintassi: la dottrina certamente, ma anche e soprattutto la testimonianza e il simbolo,
La fede cristiana, infatti, non è arrivata a noi solamente nelle formule del dogma e attraverso la tematizzazione teologica degli interrogativi sull’identità di Cristo e del Dio da lui predicato. La fede cristiana è giunta sino a noi innanzitutto in forza delta testimonianza di coloro che hanno sperimentato l’incontro con Cristo e hanno appreso da lui a ricomprendere e a rivivere il loro rapporto con Dio. All’inizio si trattò della testimonianza dei primi compagni di viaggio del Maestro dì Nazareth, dei pescatori di Galilea, e della testimonianza di coloro che accettarono di essere compagni di viaggio del Risorto di due anonimi discepoli lungo la via dì Emmaus, di Paolo lungo la via di Damasco, Poi è venuta la testimonianza di quelli che come Paolo hanno potuto affermate: “non io, ma Cristo in me”; è la testimonianza dei santi, che trasmette, in una sorta di vivificante “contagio”come ha scritto Yyves Congar, il nucleo principiale del credente cristiano cioè la disponibilità a riconoscersi in Cristo come uomini che ne condividono il rapporto con Dio ch’egli chiamava Padre suo. La fede cristiana,inoltre,è giunta sino a noi grazie alla forza dei simboli,cioè delle celebrazioni e della raffigurazioni capaci di dire la contemporaneità di Cristo ad ogni generazione di credenti. Si tratta dei segni liturgici che permettono di ricevere continuamente ciò che i primi discepoli ebbero in dono e trasmisero cioè l’annuncio evangelico della Pasqua, “in memoria” di Cristo, come accade nella celebrazione eucaristica sin dal tempo di Paolo.
Ma si tratta anche di ciò che fa da contesto all’azione liturgica.
Le opere d’arte cristiana, per esempio. specialmente quelle destinate a costituire, oltre che ad adornare, i luoghi in cui si celebra la liturgia sono sempre state come delle traduzioni figurali del messaggio biblico proclamato all’interno della liturgia stessa, leggere il racconto genesiaco della creazione del mondo e dell’uomo o rievocare le vicende dei patriarchi d’Israele narrare i miracoli compiuti da Gesù e proclamare la memoria evangelica della sua Pasqua in una chiesa come la cattedrale di Monreale,i cui interni sono ricoperti da mosaici che illustrano le pagine della Scrittore sacra, significa partecipare di una formidabile riscrittura del messaggio biblico-cristiano che interpella il fedele e accanto a lui ormai anche il turista, mentre essi se ne stanno lì ad ascoltare ma pure a guardare l’annuncio evangelico.
Oggi, pero, i canali catechistici – che traducono in termini culturali correnti il profilo dottrinale della fede cristiana – sembrano non essere più né efficienti né efficaci. E anche i registri simbolici – liturgici ed artistici – sembrano non avere più la loro antica capacità comunicativa, mentre l’indole testimoniale del cristianesimo rimane spesso sotto traccia, sepolta tra le polemiche attorno alla sua (ir)rilevanza pubblica. L’appello conciliare al rinnovamento talvolta è stato disatteso e talvolta persino frainteso e ha portato a scelte pratiche nella liturgia, nella catechesi, nella pastorale – arbitrarie rispetto a quelle decise dal Vaticano II – che non sempre risultano congeniali alla trasmissione della fede.
Per superare questa “impasse” non basta tentare il ritorno al passato. La trasmissione della fede non consiste nel restaurare il passato dottrinale, simbolico e spirituale del cristianesimo, ma nell’ attualizzarlo. La tradizione ecclesiale stessa non è una specie di archivio o di museo della Chiesa. Prima e più che uno scrigno contenente bellezze e simboli antichi, essa e’ un’azione vitale, tramite cui si realizza il rapporto fra le generazioni dei credenti. Essa è l’atto stesso del trasmettersi credente da una generazione all’ altra. Ciò avviene veramente se la generazione che riceve il messaggio cristiano lo fa radicalmente proprio, apprendendolo di nuovo senza limitarsi a replicare la comprensione che ne ebbe la generazione precedente ma reinterpretandolo profondamente. C’è, nella tradizione ecclesiale, un sottofondo di continuità: è il vangelo di Cristo ad essere di volta in volta ricevuto e trasmesso: è lo Spirito che pervade quell’unico vangelo a prolungare la sua eco lungo i secoli. Ma c’è anche l’irrompere della discontinuità: quel vangelo eterno dev’essere ascoltato con le orecchie dell’epoca in cui esso va risuonando. Questa irrinunciabile novità è la conversione cui tutte le generazioni cristiane sono chiamate, quell’intimo cambiamento spirituale che porta i credenti a immedesimarsi nel Cristo narrato dai vangeli, finendo per iò per incarnare a loro volta l’avventura e diventando altrettanti “evangeli”. La fede è veramente tale se creduta, cioè se è vissuta in personale responsabilità: all’oggettività della fede deve corrispondere la soggettività del credente, Cristiani non si nasce ma si diventa affermava già nel III secolo Tertulliano.
In questo senso la trasmissione della fede è un permanente concepimento, una gestazione, un dare alla luce, un allevare le nuove generazioni di credenti. La Chiesa – con le sue guide pastorali, con i suoi fedeli, con le sue varie articolazioni – e per questo come una famiglia, il cui compito più necessario è quello di curare, in modi adeguati alle cangianti situazioni, l’educazione alla Fede, Da questa dipende non soltanto la corretta ed efficace trasmissione della lede alle nuove generazioni, ma anche lo stimolo a maturare una qualità alta della vita credente, E un compito performativo: illustrare ai nostri giovani il mistero ecclesiale e testimoniare loro il vangelo in maniera tale che essi possano entrarvi e possano viverlo Oggi più che mai dobbiamo sentite la responsabilità di diventate maestri capaci d’essere ancor prima e ancor più testimoni di ciò che insegniamo.

La via della Bellezza!

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La dimensione estetica è essenziale nella vita umana. A detta di Dostoevskij (I demoni), la bellezza è «il vero frutto dell’umanità intera e, forse, il frutto più alto che mai possa essere». «Quale bellezza salverà il mondo?», si chiede allora lo scrittore russo nell’Idiota.
Charles Moeller in Saggezza greca e paradosso cristiano dice: la bellezza dell’arte su questa Terra è superata dalla bellezza dei santi, quindi dell’uomo, che di Dio è immagine. «La gloria di Dio è l’uomo vivente», aveva affermato prima di lui icasticamente sant’Ireneo.
Tutto ciò non può che aiutarci ad apriare gli occhi su quel brutto a cui ci siamo abituati e che sta diventando categoria di giudizio per venire, pian piano, istradati dentro quella via pulchritudinis che davvero rappresenta l’urgenza educativa del nostro tempo».

In questo contesto si inserisce il Duomo di Monreale con lo splendore incomparabile dei suoi mosaici. Il duomo di Monreale è una delle testimonianze più impressionanti di quella stagione artistica straordinaria che la Sicilia visse nel XII secolo.
Sulle pareti del duomo si snoda un ciclo musivo, conservatosi pressoché intatto, che racconta la storia della salvezza, dalla creazione del mondo alla resurrezione di Cristo, in un percorso che ha alle sue estremità le due figure imponenti del Cristo pantocratore dell’abside, le cui braccia si aprono in un abbraccio commovente che accoglie il fedele lasciandolo senza parole, e della Vergine nella controfacciata, la cui maternità è segno perenne del rinnovarsi della presenza di Cristo che accompagna la vita degli uomini, posto genialmente sopra la porta attraverso la quale i fedeli lasciano la basilica per portare nel mondo la loro speranza.
Oltre alla sequenza narrativa vetero e neotestamentaria, le pareti della basilica ospitano una impressionante serie di ritratti di santi, testimonianze perenni della vita della Chiesa. Anche in questo caso, la loro collocazione rivela un progetto geniale:
se infatti le absidi laterali ospitano i due capisaldi della fede cristiana, Pietro e Paolo, lungo le pareti del presbiterio e nei sottarchi delle navate si susseguono figure intere, busti e volti di monaci, vescovi, laici, eremiti, uomini e donne che hanno testimoniato la loro fede, chiesa trionfante sempre più vicina alla chiesa militante che affolla ogni giorno la chiesa, per concludersi nella controfacciata, accanto alla figura di Maria, con gli esempi più vicini alla gente di Monreale, Cassio, Casto e Castrense, i “loro” santi.
Il ciclo musivo di Monreale dispiega così un inno alla Chiesa di eccezionale bellezza.

Un patrimonio artistico di eccezionale bellezza mai documentato prima d’ora con tale ampiezza di immagini, realizzate mediante una apposita campagna fotografica e strumenti tecnici all’avanguardia.

«Il duomo di Monreale mostra tutta la sua bellezza quando vi si celebra la liturgia. È stato costruito per la liturgia. E per una liturgia regalmente solenne. È nel momento liturgico che esso appare davvero una reggia, una bellissima reggia, una regale casa di Dio, in cui si celebrano i divini misteri e sulle cui pareti si leggono i racconti della Bibbia, le storie di Dio. Tutto vi dice la presenza del Cristo risorto. Tutto aiuta a farsi presenti alla Divina Presenza. Il mondo di Dio e il mondo degli uomini vi appaiono contigui. Chi lo progettò e ne ideò i cicli musivi aveva molto vivo il senso della trascendenza di Dio e, insieme, della regalità divina di Gesù Cristo, il Figlio eterno di Dio fattosi uomo e morto e risorto per la nostra salvezza.»
S.E. Mons. Cataldo Naro

Testi di David Abulafia e Massimo Naro
Presentazione di Cataldo Naro
Curatore campagna fotografica: Giovanni Chiaramonte
Fotografi: Daniele De Lonti, Santo Eduardo Di Miceli, Jurij Gallegra
Coedizione Itaca – Libreria Editrice Vaticana

Il duomo di Monreale – Recensioni
Per chi… cerca Dio nel bello. «Il duomo di Monreale»,
«Famiglia Cristiana», n. 50, 13 dicembre 2009
Duomo_Monreale-FC50-2009.pdf (265,6 KB)