Indagine su Gesù.

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Chi è Gesù? Perché nessuno, dopo duemila anni, si sottrae al suo fascino? Anche i “lontani” non sanno nascondere lo stupore, l’ammirazione e l’incanto per quest’uomo misterioso, potente e buono, unico al mondo, “il più bello fra i figli degli uomini”: da Marx a Renan, da Rousseau a Nietzsche, da Borges a Kafka, da Camus a Salvemini, da Kerouac a Pasolini, da un “persecutore” come Napoleone a una personalità come Gandhi, fino al libro dell’islam, il corano.
Come e perché in soli tre anni di vita pubblica egli ha potuto capovolgere la storia umana? Lo affermano anche pensatori laici come Benedetto croce: “il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto”. Ha portato nel mondo la libertà, la dignità di ogni persona (a partire dai più derelitti), le nozioni di diritti dell’uomo e di progresso, un oceano di carità. Ha spazzato via la schiavitù, ha salvato la cultura antica, ha dato nobiltà al lavoro ricostruendo un’Europa devastata, inventando la tecnologia, le università, la scienza, gli ospedali, l’economia, l’arte, la musica.

Il libro di Antonio Socci ricostruisce questa straordinaria rivoluzione e indaga sul mistero di Gesù, preceduto da duemila anni di attesa e seguito da altrettanti di amore. circa trecento profezie messianiche, nelle Sacre Scritture, con secoli di anticipo hanno tracciato il suo perfetto identikit: data e luogo di nascita e di morte, le sue opere, addirittura il supplizio della crocifissione. infine si realizza sotto i nostri occhi la principale profezia fatta ad Abramo di una discendenza che abbraccia tutti i popoli. Uno studioso ebreo come Pinchas Lapide riconosce: “Gesù di Nazaret è diventato il salvatore dei gentili. Per questo non occorre una teologia. Per affermarlo occhi e orecchi mi bastano”. Ma soprattutto Socci affronta il più grande mistero di Gesù: la sua resurrezione. La scoperta delle prove antiche e di quelle attuali è un’avventura sorprendente. Un caso unico nella storia che non ha spiegazione umana.
Cari amici,
molti voi mi hanno scritto per saperne di più del mio libro “Indagine su Gesù” che la Rizzoli ha mandato in libreria dal 26 novembre. E’ un’impresa a cui lavoravo da anni così ho colto l’occasione anche per rispondere a tante corbellerie che in questi tempi sono state date alle stampe sull’argomento. Ma soprattutto, devo confessarvi, questo lavoro mi ha appassionato, entusiasmato, commosso perché mi ha fatto fissare lo sguardo sul più appassionante degli argomenti e dei volti: Gesù. E’ impossibile posare gli occhi e il pensiero su di lui senza restarne affascinati. Per chiunque. Del resto in uno dei primi capitoli del libro sono proprio andato alla ricerca dell’impatto che Gesù ebbe su personaggi a lui lontanissimi e nemici (da Marx e Nietzsche, per capirci) ed è stato sorprendente per me scoprire come tutti abbiano avvertito lo stupore di una presenza eccezionale. “Cristo me trae tutto, tanto è bello”, scriveva Jacopone da Todi.

A conclusione della mia indagine, che ho condotto come un “inquirente” obiettivo, con criteri giornalistici, laici, sul “caso Gesù”, sulla veridicità dei racconti evangelici, sui dati storici, sulle prove della sua divinità e della sua resurrezione, mi resta questa struggente sensazione di una bellezza incomparabile. Con cui si vorrebbe stare sempre. Ogni giorno, ogni istante.

Comprendo allora le parole di S. Agostino che, col pensiero di tutto il tempo perso dietro alle cose del mondo, guarda il suo Salvatore e scrive: “Tardi ti ho amato, o Bellezza, sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco tu eri dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo ed io nella mia deformità mi gettavo sulle cose ben fatte che tu avevi creato. Tu eri con me ed io non ero con te.

Quelle bellezze esteriori mi tenevano lontano da te e tuttavia se esse non fossero state in te non sarebbero affatto esistite.

Tu mi hai chiamato e hai squarciato la mia sordità; tu hai brillato su di me e hai dissipato la mia cecità; tu hai emanato la tua fragranza e io ho sentito il tuo profumo e ora ti bramo; ho gustato e ora ho fame e sete; tu mi hai toccato e io bramo la tua pace”.

Spero di essere riuscito a fare un lavoro utile e bello. Sarò lieto di conoscere le vostre impressioni se vorrete scrivermele qui, al sito. Grazie.

Antonio Socci

Antonio Socci,Indagine su Gesù,Rizzoli,2008.

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Zapatero e il pensiero di Alice….

Spagna: Gustavo Bueno, filosofo ateo, afferma che il programma anticristiano di Zapatero è folle
Gustavo Bueno, Zapatero e il pensiero di Alice. Un presidente nel Paese delle Meraviglie.
Secondo Gustavo Bueno, in Spagna il potere ha indotto un conflitto tra la sinistra e la destra. «L’opposizione tra la sinistra e la destra è antecedente al XIX secolo. Non c’è tale distinzione in senso politico. La destra è divenuta socialista da molto tempo. Si è indirizzata alla questione sociale dai tempi di Maura e dopo ha proseguito con Primo de Rivera e Franco. La sinistra è rimasta senza programma».

«Dalla Transizione (periodo di passaggio dal regime franchista alla democrazia, ndr) e dalla Costituzione – ha detto ancora il filosofo – è stata superata la distinzione tra la sinistra e la destra. Ma dalla seconda vittoria di Aznar, quando la sinistra ha cominciato a temere di non tornare più al governo, ha reinventato il mito della destra e della sinistra, delle due Spagne di Machado (Poeta spagnolo che, con la proclamazione della Repubblica, parlò di una Spagna popolare viva e di una Spagna putrefatta legata al gesuitismo, ndr). In realtà si tratta di un meccanismo elettorale per identificare il Partito Popolare con Franco. È un conflitto indotto dal potere, che approfitta dell’ignoranza della gente che continua a leggere sempre meno».
http://centroculturalelugano.blogspot.com/2008/12/spagna-gustavo-bueno-filosofo-ateo.html

SPAGNA/ La storia della “guerra” che la sinistra di Zapatero ha innescato alla ricerca del potere

Fernando De Haro
mercoledì 17 dicembre 2008
Il filosofo Gustavo Bueno, che si dichiara ateo, sostiene che «è assurdo togliere i crocefissi». «Il crocefisso – afferma uno dei più autorevoli pensatori spagnoli – è un simbolo storico, teologico e artistico che fa parte della nostra cultura. Togliere il crocefisso è come togliersi un vestito. Chi sostiene questa battaglia manca di conoscenza. Basterebbe leggere Hegel, e non San Tommaso, per sapere che il crocefisso non si può togliere».

Il leader della scuola del materialismo filosofico ha anche sostenuto che «la Chiesa cattolica ha salvato la ragione nella storia dell’Europa. Di fronte all’Islam, che in realtà è un’eresia del cristianesimo, un’eresia ariana, e di fronte al gnosticismo, la Chiesa ha mantenuto i criteri della filosofia greca che ha incorporato nella teologia dogmatica».

Bueno ha inoltre assicurato che sono stati invertiti i termini: «La gente dice che non crede nella Chiesa, ma che crede in Dio. In verità la cosa è al contrario. Credere in Dio è qualcosa di metafisico, la Chiesa è qualcosa di storico. Bisogna stare nella realtà e sapere ciò che ha rappresentato la Chiesa nella storia».

Secondo Gustavo Bueno, in Spagna il potere ha indotto un conflitto tra la sinistra e la destra. «L’opposizione tra la sinistra e la destra è antecedente al XIX secolo. Non c’è tale distinzione in senso politico. La destra è divenuta socialista da molto tempo. Si è indirizzata alla questione sociale dai tempi di Maura e dopo ha proseguito con Primo de Rivera e Franco. La sinistra è rimasta senza programma».

«Dalla Transizione (periodo di passaggio dal regime franchista alla democrazia, ndr) e dalla Costituzione – ha detto ancora il filosofo – è stata superata la distinzione tra la sinistra e la destra. Ma dalla seconda vittoria di Aznar, quando la sinistra ha cominciato a temere di non tornare più al governo, ha reinventato il mito della destra e della sinistra, delle due Spagne di Machado (Poeta spagnolo che, con la proclamazione della Repubblica, parlò di una Spagna popolare viva e di una Spagna putrefatta legata al gesuitismo, ndr). In realtà si tratta di un meccanismo elettorale per identificare il Partito Popolare con Franco. È un conflitto indotto dal potere, che approfitta dell’ignoranza della gente che continua a leggere sempre meno».
http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=10092

Messina 1908-2008 Un Terremoto Infinito….

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Prefazione
Con un racconto agile, denso di testimonianze, di cifre, di dettagli, Eleonora lannelli ricostruisce i cento anni dal grande terremoto di Messina. Un secolo di storia fluisce veloce in queste pagine. E nelle prime, ossessiva ritorna l’ora della catastrofe: quelle 5,21 di lunedì 28 dicembre che divisero la storia della città in un prima e in un dopo in cui nulla fu più uguale, segnando l’annientamento di quella che era stata per secoli una delle capitali più belle e vivaci della Sicilia.
Molte immagini s’imprimono nella memoria del lettore: i bambini rimasti orfani che il “Giornale di Sicilia” descrive mentre scendono smarriti dai treni alla stazione di Palermo, rischiando d’essere preda di «brutti ceffi»; la mano di donna che si sporge dalle macerie per chiedere aiuto e ha le dita troncate da uno sciacallo che le ruba gli anelli; il re Vittorio Emanuele, in visita alla città nell’aprile del 1909, che, turbato dalle lentezze della ricostruzione, ai cerimoniosi funzionari del Genio Civile intima rudemente «Andate a lavorare». Impressionante è il campionario di vergogne che segue al disastro, anticipo di altre vergogne che catastrofi più recenti ci hanno insegnato a conoscere: i ritardi e la confusione nei soccorsi, lo spreco delle donazioni internazionali, il losco frugare tra le macerie alla ricerca di tesori sepolti più che di vittime, le canaglierie e i soprusi di una burocrazia lenta, stupida e inetta.
Dalle lentezze, dagli imbrogli, dai pasticci della ricostruzione emerge la città delle baracche, che è il cuore di questo libro. La Messina che incantava i viaggiatori con la strepitosa invenzione urbanistica della Palazzata si trasforma nella miserabile città delle catapecchie. E come un malvagio incantesimo, quella forma degradata dell’abitare diventa una costante del paesaggio urbano, incancellabile, insuperabile.
Scrive l’autrice che un’unica baracca del dopo terremoto sopravvive ancora oggi, orribile cimelio di una provvisorietà che si ostina a durare, ma ben 3.016, costruite negli anni, costellano il territorio messinese, abitate da 15 mila persone. Come se il disastro, e l’estenuante dopo terremoto, col suo vischioso protrarsi, avessero fiaccato l’anima della città, sprofondandola in un attendismo rancoroso, sottraendole ogni desiderio di definitiva ricostruzione, oscurando ogni progetto di futuro.
Sulle ragioni di questo sprofondare Eleonora lannelli indaga interrogando storici, urbanisti, studiosi. Fino a evocare un’ipotesi di grande suggestione: un mutamento di codice genetico, innescato dall’azione invisibile di un gas, il radon. Liberato dalla potenza del sisma, quel gas avrebbe alterato per sempre il dna dei messinesi. Affascinante teoria, se non altro perché, come il terremoto, libera gli esseri umani dal dovere di costruirsi un destino, e di renderne conto.
                                                                                                  BIANCA STANCANELLI

Eleonora Iannelli,Messina 1908-2008 Un Terremoto Infinito. Storia di una città tornata alla vita ma rimasta incompiuta. Kalòs,2008.

Il Natale è per l’uomo.Di Enzo Bianchi.

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Il Natale è per l’uomo
Il Natale, ormai, è una festa non solo riservata ai cristiani ma sempre più carica di una valenza antropologica. I valori della quotidianità, del tessuto della vita, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, la fraternità sono ormai legati a questo giorno al punto che anche là dove vi è contrapposizione tra credenti e non credenti, la festa rimane tale per tutti: magari, invece di «Buon Natale! » i non credenti si augurano un più generico «Buone Feste!», ma il clima dell’incontro, della gioia, dell’intimità è da tutti condiviso. Il Natale è un’autentica occasione per riaccendere una speranza che riguarda l’umanità intera; in questo senso tutti noi sappiamo benissimo «cos’è» il Natale.
Eppure ciascuno di noi ne ha un’immagine personalissima, legata ai ricordi d’infanzia e ai tanti Natali vissuti, a volti e parole di persone amate, a consuetudini che ha voluto conservare o ricreare, e ciascuno cerca di viverlo ogni anno secondo quell’immagine. Del resto, il porre l’accento sull’uno o sull’altro degli aspetti del mistero dell’incarnazione risale fino alle origini stesse della festa. E’ almeno dal IV secolo che i cristiani il 25 dicembre fanno memoria della nascita di Gesù Cristo a Betlemme di Giudea: una data scelta perché in quel giorno il mondo romano celebrava e festeggiava il «sole invitto», il sole che in quel giorno terminava il suo progressivo declinare all’orizzonte e ricominciava a salire in alto nel cielo, aumentando cosi la durata della luce offerta alla terra. La notte, che dal 24 giugno aveva sempre accresciuto le sue ore, cominciava ad arretrare davanti al sole vincitore che come un prode cresceva all’orizzonte. E siccome per i cristiani Gesù il Messia è il «sole di giustizia», la «luce vera», fu naturale collocare in quel giorno di festa pagana la celebrazione della natività del loro Signore. D’altronde la venuta del Messia era già stata salutata da Israele e dai profeti come «venuta, apparizione della luce», come «luce che risplende per quelli che stanno nelle tenebre».
Questa inculturazione del cristianesimo non è stata facile e forse il Natale dei cristiani conservò, almeno per i più, qualcosa di pagano, di estraneo alla fede se papa Leone Magno nel v secolo doveva biasimare «quei cristiani che prima di entrare nella basilica di San Pietro dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore si volgono verso il sole e piegano il capo in suo onore»! La meditazione cristiana faceva di quella festa il giorno dell’incarnazione di Dio, il giorno in cui è avvenuto uno scambio: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio».
Poi, nel II millennio, soprattutto in Occidente, la meditazione del Natale si è progressivamente concentrata sul «bambino Gesù», sulla sua umanità, sulla sua debolezza e sulla «novità ordinaria» costituita dal venire al mondo di un uomo: l’evento non fu più letto tanto come manifestazione, venuta di Dio, quanto come mistero della povertà, dell’umiltà, della debolezza di Dio.
Francesco d’Assisi seppe interpretare bene questo aspetto, creando il presepe di Greccio: una stalla, una mangiatoia, Maria, Giuseppe e il neonato, un asino e un bue, i pastori venuti ad adorare il bambino su invito dei messaggeri di Dio. Il presepe è la riproposizione iconica o scultorea di quell’evento umile e povero che, se ci pensiamo bene, è tra i più umani e quotidiani: una donna che partorisce un figlio. Scena oggi più rara in Occidente, e per lo più relegata negli ospedali, ma un tempo abituale anche nelle nostre famiglie. Si, una nascita, un essere umano che viene al mondo, è di per sé qualcosa che nella sua normalità stupisce: emerge il «terzo», appare il nuovo e lo si accoglie con gioia e con buona disposizione del cuore. E un evento di speranza: chi vi assiste, in particolare se ormai avanti negli anni, è abitato e consolato dal pensiero che il mondo va avanti, che la vita fiorisce e si moltiplica, che un futuro migliore è possibile, segno tangibile del nostro essere immessi in una catena di generazioni. Credo sia anche per questo che il presepe ha avuto tanta fortuna nell’Occidente cattolico, ma anche tanta narrazione iconografica nell’ Oriente ortodosso.
Nel Nord invece, dove il sole non dà evidenti segni di vittoria nel gelido inverno, la festa è segnata da un albero, l’abete, evocazione dell’albero della vita: un albero che resta vivo e verde nel bianco della neve è il vincitore sul rigore del freddo nelle steppe brulle. Ecco allora l’albero vicino alle case e alle chiese o addirittura al loro interno, addobbato di colori e di luce, quasi obbligato a fiorire e risplendere al cuore della notte invernale. Se il modo di percepire e celebrare il Natale è cambiato nei secoli, i mutamenti si sono fatti più rapidi in questi ultimi decenni, al punto che chi è anziano può misurarli nell’arco della sua stessa esistenza. Un tempo, negli anni dell’immediato dopoguerra e fino al boom economico, periodo da me trascorso nella campagna monferrina, il Natale era davvero la festa più importante dell’anno e non certo per i regali, allora tali per modo di dire e ben scarsi. Alcune volte c’era qualcosa da donare ai figli, ma altre volte i genitori sconsolati dicevano con molta naturalezza che non c’era niente perché l’annata era stata cattiva. Quando c’erano, i regali erano frutta secca, cioccolatini, caramelle, il panettone oppure, se ci si scostava dai dolci, un quaderno più bello, una nuova penna, qualche matita colorata…
Eppure, si attendeva il Natale con ansia. Iniziata la novena di preparazione, noi bambini andavamo nei boschi a raccogliere il muschio, cercavamo carta da pacco che spruzzavamo con vari colori e poi l’accartocciavamo perché assumesse la forma di rocce, grotte, speroni di montagna. Quindi su un tavolo in cucina o nella sala si disponevano le statuine del presepe, cercando ogni anno che la composizione assumesse un aspetto diverso. Era davvero come allestire un dramma sacro: nella grotta si metteva la mangiatoia vuota, Maria e Giuseppe, l’asino e il bue; sulla soglia i pastori che adoravano e portavano i loro semplici doni; più sopra gli angeli sormontati dalla stella che brillava in alto luminosa (li venivano in aiuto le prime luminarie che cominciavano a diffondersi nei negozi e sulle bancarelle del mercato); attorno, la campagna riproduceva ambienti familiari: specchi d’acqua con le oche, prati con pecore, agnelli e asini, poi le case con la gente intenta ai propri mestieri: il mugnaio, il fabbro, il falegname… Lontano, ai margini, austero su una rocca, vi era il castello di Erode e lassù erano collocati i magi con i loro cammelli, che ogni giorno venivano spostati di qualche passettino in modo che giungessero alle soglie della grotta il giorno dell’Epifania. Noi bambini mettevamo tanta cura in quell’allestimento perché sentivamo di poter vivere dentro di noi quello che cercavamo di raffigurare. Mi ricordo che mi mettevo accanto al presepe con il Vangelo in mano e che, in base a quello che vi leggevo, disponevo e spostavo statuine e personaggi. Ero sorpreso di non trovare nel Vangelo l’asino e il bue, che pure mi erano così familiari e che consideravo necessari per riscaldare quel bambino che stava per venire «in una grotta al freddo e al gelo»! Il parroco mi aveva rassicurato dicendomi che il profeta Isaia aveva scritto che «il bue riconosce il suo Signore e l’asino riconosce la greppia del suo padrone» (Isaia 1.3). Questo mi aveva tranquillizzato e, poco alla volta, portato a capire che anche le povere bestie, cosi come i semplici pastori e i sapienti magi, avevano saputo riconoscere la venuta di Dio nel mondo, mentre invece re potenti, sacerdoti, scribi, uomini religiosi non se ne erano accorti. La vigilia di Natale, poi, si pregava tutti attorno al presepe: noi bambini contemplavamo quelle lucine che nella povertà del dopoguerra erano capaci di stupirci con i loro colori e il loro lampeggiare, ma nello stesso tempo eravamo attratti dal mistero di un infante deposto sulla paglia, incapace di parlare, eppure proprio quel bambino era il Dio per noi e tra di noi, il Dio che per amore nostro volle farsi uno di noi.
Qualcuno, invece del presepe, addobbava l’albero, anche se quest’usanza non era gradita al parroco, perché aveva un vago sapore «protestante», e l’ecumenismo doveva ancora trovare spazio nella chiesa. Io li preparavo entrambi, l’uno accanto all’altro, e quando mi mancava il pino, piantavo in un vaso una scopa di saggina capovolta, la scompigliavo e la addobbavo di luci e palle colorate. Si, nello stupore creativo di noi bambini anche la scopa, cosi umile e necessaria, a Natale conosceva il suo momento di gloria luminosa.
Ma ciò che faceva percepire a tutti la gioia del Natale erano i preparativi per il pranzo, anche nelle famiglie più povere: le pentole che bollivano con il cappone, le donne che si riunivano per preparare insieme i ravioli e predisporre le sette portate «canoniche», indispensabili perché il pranzo fosse «il pranzo di Natale», un unicum in tutto l’anno. Gli uomini invece cercavano il ceppo da mettere nel camino: non la solita legna, ma un ceppo nodoso e grande, che durasse dalla sera fino al ritorno dalla messa di mezzanotte, quando si rientrava a casa intirizziti dal freddo, perché la chiesa non era riscaldata e per molti il tragitto fino a casa era lungo. E a quella messa andavano tutti, anche quelli che durante l’anno non si facevano mai vedere in chiesa:
l’umile semplicità del Figlio di Dio, che appariva come il figlio di una coppia di poveri in viaggio, inteneriva anche i cuori più duri.
Il parroco dal canto suo sapeva cogliere quell’opportunità unica, sapeva far valere la sua autorità che stava tutta in una parola franca, schietta, nel suo sapersi fare eco della buona notizia del Natale. Cosi, semplicemente, chiedeva a tutti di essere più buoni, di riconciliarsi con coloro con i quali si era in lite, di perdonare le offese. Non chiedeva altro, perché nel suo sapiente discernimento sapeva che per quei contadini che uscivano dal paese solo per andare al mercato nella città vicina, ciò che condizionava la loro vita e la loro felicità, oltre al pane, la casa e il vestito, erano i rapporti quotidiani con gli altri: parenti, vicini, conoscenti. Si, pace, concordia, armonia erano capite cosi: la pace, quella che era sperimentata con il finire della guerra, era percepita come una «grazia»: «Questo non è più un Natale di guerra, — dicevano, — siamo contenti e ringraziamo Dio». Con la consapevolezza cioè che quel tipo di pace non dipendesse da loro, ma dai potenti che decidevano le sorti della pace e della guerra. Mentre la pace quotidiana, l’armonia nella vita familiare e nei rapporti sociali, quella si che dipendeva da ciascuno custodirla e farla vivere. Cosi il parroco non dedicava parole e pensieri ai grandi del mondo, ma esortava con voce accorata quelli che lo ascoltavano anche solo in quell’occasione affinché coltivassero durante tutto l’anno quel desiderio di armonia e concordia sperimentato nella notte di Natale.
Così, anche il Dio che a volte nelle parole del parroco era il Dio irato che mandava la grandine sulla vigna di quelli che lavoravano alla domenica o che bestemmiavano, tornava al suo volto autentico: un Dio buono, che capiva gli uomini e chiedeva loro solo di essere buoni, sull’esempio di suo Figlio, Gesù. E quest’immagine di un Dio umanissimo riaccendeva la speranza di una vita migliore anche in quegli uomini rudi, che silenziosi si mettevano in fila come bambini per baciare il piedino di quella che era si solo una statua, ma capace di rievocare tutta l’inerme innocenza di un neonato.
Oggi queste usanze, cose legate a una vita contadina e a un mondo più semplice e più povero che in Occidente non conosciamo più, sono scomparse, e i cristiani scoprono di non essere più «padroni» del Natale, una festa ormai strappata loro di mano. Tuttavia sta proprio a loro, con la loro «differenza» nel vivere il Natale, essere i custodi del senso profondo della festa e i testimoni della speranza che celebrano: «l’uomo è un animale chiamato a diventare Dio». Si, attraverso un’umanizzazione della loro vita, della vita con gli altri, della vita nella polis, i cristiani saranno più fedeli che mai alla loro identità mentre coloro che cristiani non sono potranno solo beneficiare del servizio per una migliore qualità della vita offerto dai cristiani. Non si celebra la venuta di Cristo nella carne contrapponendosi agli altri, mostrandosi angosciati e cinici e limitandosi a demonizzare quanti non vivono il Natale da cristiani perché non hanno la fede. «Non di tutti è la fede», ci ricorda sempre l’apostolo Paolo, ma tra tutti è possibile tessere cammini di pace, di giustizia, di perdono, di ascolto reciproco.

Tratto da:Enzo Bianchi,Il Pane di Ieri,Einaudi,Torino,2008,pp.79-86.

Hanno sloggiato Gesù. Di Chiara Lubich.

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Hanno sloggiato Gesù

S’avvicina Natale e le vie della città s’ammantano di luci.

Una fila interminabile di negozi, una ricchezza senza fine, ma esorbitante.

A sinistra della nostra macchina ecco una serie di vetrine che si fanno notare. Al di là del vetro nevica graziosamente:

illusione ottica.

Poi bambini e bambine su slitte trainate da renne e animaletti waltdisneyani.

E ancora slitte e babbo-Natale e cerbiatti, porcellini, lepri, rane burattine e nani rossi. Tutto si muove con garbo.

Ah! Ecco gli angioletti…

Macché!

Sono fatine, inventate di recente,

quali addobbi al paesaggio bianco.

Un bambino coi genitori si leva

sulle punte dei piedini e osserva, ammaliato.

Ma nel mio cuore l’incredulità e

poi quasi la ribellione: questo mondo ricco

si è “accalappiato” il Natale e tutto il suo contorno,

e hanno sloggiato Gesù!

Ama del Natale la poesia, l’ambiente,

l’amicizia che suscita, i regali che suggerisce,

le luci, le stelle, i canti.

Punta sul Natale per il guadagno migliore dell’anno.

Ma a Gesù non pensa.

“Non c’era posto per lui nell’albergo”…

Nemmeno a Natale.

Stanotte non ho dormito.

Questo pensiero mi ha tenuta sveglia.

Se rinascessi farei tante cose.

Se non avessi fondato l’Opera di Maria,

ne fonderei una che serve i Natali degli uomini sulla terra.

Stamperei le più belle cartoline del mondo.

Sfornerei statue e statuette coll’arte più pregiata.

Inciderei poesie, canzoni passate e presenti,

illustrerei libri per piccoli e adulti

su questo “mistero d’amore”,

stenderei canovacci per rappresentazioni e film.

Non so quel che farei…

“Venne fra i suoi e non lo ricevettero…”

Oggi ringrazio la Chiesa che ha salvato le immagini.

Quando sono stata, venticinque anni fa,

in una terra in cui dominava l’ateismo,

un sacerdote scolpiva statue d’angeli

per ricordare il Cielo alla gente. Oggi lo capisco di più.

Lo esige l’ateismo pratico

che ora invade il mondo dappertutto.

Certo che questo tenersi il Natale e

bandire invece il Neonato è

qualche cosa che addolora.

Che almeno in tutte le nostre case

si gridi Chi è nato, facendogli festa come non mai.

Chiara Lubich

L’emozione non ha voce di Adriano Celentano

 

Io non so parlar d’amore 
l’emozione non ha voce 
E mi manca un po’ il respiro 
se ci sei c’è troppa luce 
La mia anima si spande 
come musica d’estate 
poi la voglia sai mi prende 
e mi accende con i baci tuoi 

Io con te sarò sincero 
resterò quel che sono 
disonesto mai lo giuro 
ma se tradisci non perdono 

Ti sarò per sempre amico 
pur geloso come sai 
io lo so mi contraddico 
ma preziosa sei tu per me 

Tra le mie braccia dormirai 
serena..mente 
ed è importante questo sai 
per sentirci pienamente noi 

Un’altra vita mi darai 
che io non conosco 
la mia compagna tu sarai 
fino a quando so che lo vorrai 

Due caratteri diversi 
prendon fuoco facilmente 
ma divisi siamo persi 
ci sentiamo quasi niente 
Siamo due legati dentro 
da un amore che ci dà 
la profonda convinzione 
che nessuno ci dividerà 
Tra le mie braccia dormirai 
serenamente 
ed è importante questo sai 
per sentirci pienamente noi 

Un’altra vita mi darai 
che io non conosco 
la mia compagna tu sarai 
fino a quando lo vorrai 

poi vivremo come sai 
solo di sincerità 
di amore e di fiducia 
poi sarà quel che sarà 

Tra le mie braccia dormirai 
serenamente 
ed è importante questo sai 
per sentirci pienamente noi 
pienamente noi uhu uhu 

Vieni….

vieni