L’illuminazione dei Mosaici di Monreale.


Descrizione:
Il progetto di illuminazione degli interni del Duomo di Monreale ha posto questioni tecniche e concettuali di difficile soluzione; riuscire a contemperare alle esigenze della corretta illuminazione dei mosaici e della protezione degli stessi, alle necessità liturgiche e a quelle della fruizione culturale del monumento è stata una sfida professionale unica e stimolante.
L’iter progettuale è stato approfondito in tutte le sue fasi, da quella dell’analisi storico-morfologica dell’edificio, allo studio del comportamento ottico delle tessere musive fi no alla realizzazione di simulazioni digitali e di innumerevoli prove dal vero.
In tal modo si è ottenuto un risultato di altissimo livello, sicuramente ineccepibile dal punto di vista tecnico-normativo e di grande valore culturale.

Contenuto:

PREFAZIONE
– Riflessioni (Piero Castiglioni)

STORIA E ARCHITETTURA
– L’architettura del Duomo
– Storia del Duomo

CRITERI DI PROGETTAZIONE
– L’illuminazione dei luoghi di culto
– Valori di illuminamento

L’ILLUMINAZIONE DEI MOSAICI
– L’illuminazione di superfici musive
– Normativa sulla conservazione dei mosaici

IL PROGETTO PER MONREALE
– Storia della luce nel Duomo
– Le scelte progettuali
– I corpi illuminanti
– Le sorgenti luminose
– Elaborati grafici
– Calcoli illuminotecnici
– Immagini

APPROFONDIMENTI
Bibliografia
Sitografia

Emanuela Pulvirenti, architetto, si è laureata a Palermo nel 1998 con una tesi sull’illuminazione dei centri storici. Nel 1999 frequenta un Master in Light Design presso l’Accademia di Brera a Milano e nel 2001 fonda a Palermo lo Studio Triskeles Associato in cui si occupa di illuminotecnica e design di corpi illuminanti. Nel 2004 consegue il Dottorato di Ricerca in Fisica Tecnica Ambientale con una tesi sull’illuminazione urbana. Ha pubblicato decine di articoli sulle riviste di illuminotecnica Luce e Design, Flare e Luce e ha tenuto lezioni in ambito universitario, al Master in Light Design della Sapienza a Roma e all’Accademia di Brera e presso la Lighting Academy di Firenze. Dal 2004 al 2006 è stata docente di Light Design presso l’Istituto Europeo di Design di Milano; dal 2007 al 2008 ha insegnato Illuminotecnica presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Attualmente vive e lavora a Caltanissetta.
Emanuela Pulvirenti, L’illuminazione dei mosaici di Monreale,casa editrice Alinea.

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Il giorno della civetta…..


(Quadro denominato “Uomini,mezzi uomini, quaquaraquà”del pittore partinicese Gaetano Porcasi)
Incontro Sciascia

Il volto anticristiano di George Orwell.


GEORGE ORWELL E I
«CATTOLICI ADULTI»
di Giovanni Romano

Un aspetto forse poco conosciuto ma niente affatto marginale nell’opera di George Orwell è la sua polemica antireligiosa. A differenza di un intellettuale laico della statura di Thomas Mann, egli non vide mai nel cristianesimo un antidoto o un argine alla marcia dei totalitarismi nel ventesimo secolo. Al contrario, lo considerò sempre qualcosa di alienante, una scappatoia mistica dai problemi di questo mondo, la consacrazione di rapporti sociali iniqui. Questa ostilità e incomprensione fu simboleggiata in modo memorabile dal personaggio del corvo Mosè nel suo capolavoro La fattoria degli animali, ma aveva radici assai più lontane. Già a diciassette anni, com’ebbe a scrivere molto tempo dopo, la lettura del libro di Winwood Reade The Martyrdom of Man1 lo influenzò profondamente in senso anticristiano, e lungo tutta la sua vita avrebbe continuato ad attaccare la religione fino a culminare in una sorta di drammatica «trilogia atea» in cui criticò in Swift il negatore della perfettibilità umana (Politics vs. Literature,1946), in Tolstoj il moralista (Lear, Tolstoj and The Fool, 1947) e il santo in Gandhi (Reflections on Gandhi, 1949).
Quanto al cattolicesimo, la sua ostilità era pressoché totale. Come per molti inglesi figli dello scisma anglicano, ai suoi occhi la Chiesa era una potenza straniera e pericolosa, covo della reazione, nemica della libertà di pensiero e alleata naturale delle dittature fasciste. Tale era la sua avversione che, quando andò a combattere in Spagna, assistette senza batter ciglio alla demolizione delle chiese di Barcellona e agli sfregi sulle tombe cristiane, non fece cenno alcuno all’eccidio di Barbastro dove pure si era recato più volte, e arrivò persino a protestare perché gli anarchici avevano deciso di risparmiare la Sagrada Familia di Gaudí2! I cattolici britannici erano guardati con profondo sospetto, considerati quasi un corpo estraneo alla nazione per la loro fedeltà «ultramontana», e più di una volta Orwell li assimilò tout court agli stalinisti tanto nei metodi quanto nella mentalità. Uno dei suoi bersagli preferiti era naturalmente Chesterton, al quale però riconosceva bravura e coraggio morale. A livello più propriamente letterario non risparmiò critiche a T.S. Eliot, tanto da insinuare che la conversione ne aveva sminuito i talenti artistici, e si permise di liquidare Assassinio nella Cattedrale come «un intrico di vermi vivi nelle budella delle donne di Canterbury».3

L’anima? Una struttura
Sarebbe ingiusto tuttavia pensare che Orwell fosse solo un laicista monomaniacale, incapace di apprezzare il valore delle opere letterarie che non collimassero col suo pensiero. Una delle sue poesie preferite, alla quale dedicò una splendida recensione, era Felix Randal di Gerald Manley Hopkins.4 Altrettanto fuorviante sarebbe ritenere che non si ponesse gli stessi interrogativi coi quali si confrontavano le coscienze religiose del suo tempo. È sua, anzi, l’immagine forse più potente che mai sia stata usata per descrivere la devastazione spirituale dell’uomo moderno:

Leggendo il libro brillante e deprimente di Malcolm Muggeridge Gli anni Trenta, mi sono ricordato di un tiro piuttosto crudele che una volta giocai a una vespa. Stava succhiando della marmellata dal mio piattino, e io la tagliai in due. Lei non se ne accorse, e continuò tranquillamente il suo pasto, mentre un rivoletto di marmellata le colava dall’esofago tagliato. Fu solo quando cercò di volare via che si rese conto della cosa spaventosa che le era accaduta. Lo stesso è accaduto all’uomo moderno: gli è stata asportata l’anima, e c’è stato un periodo – vent’anni, forse – in cui non se n’è accorto.5

Lo scontro con la religione non era nella diagnosi o nelle domande, ma nelle risposte. Per Orwell, l’asportazione dell’anima era un’operazione assolutamente necessaria, perché secondo lui era una sovrastruttura che mascherava i «reali» rapporti economici tra ricchi e poveri. Fu una delle poche volte in cui seguì ciecamente l’ortodossia marxista, anche se cercò di temperarla con un richiamo etico tanto nobile quanto insanabilmente contraddittorio: «Dobbiamo essere figli di Dio, anche se il Dio del Libro di Preghiere non esiste più6».
Uno scritto in cui Orwell portò alle estreme conseguenze il suo modo di pensare fu una disputa molto paradossale che ebbe a sostenere dalle colonne del Tribune con una lettrice che al giorno d’oggi si potrebbe grossomodo definire una «cattolica adulta». Ma lasciamo la parola all’Autore:

Qualche settimana fa, una lettrice cattolica del Tribune scrisse per protestare contro una recensione di Mr. Charles Hamblett. Lei obiettava contro le osservazioni a proposito di santa Teresa e san Giuseppe da Copertino, il santo che una volta volò intorno a una cattedrale portando un vescovo sulle spalle. Io risposi, difendendo Mr. Hamblett, e ho ricevuto un’altra lettera ancora più indignata. Questa lettera solleva delle questioni importanti, e almeno una di esse mi sembra meritevole di discussione. […].
La sostanza della lettera della mia corrispondente è che non importa se santa Teresa e il resto della compagnia volassero per l’aria o meno: quello che importa è che «la visione del mondo di santa Teresa ha cambiato il corso della storia». Questo sono disposto ad ammetterlo. Avendo vissuto in Oriente ho sviluppato una certa indifferenza ai miracoli, e so bene che avere delle fissazioni o anche essere pazzo nel senso letterale della frase è compatibile con quel che si può chiamare grossomodo il genio. William Blake, per esempio, secondo me era un pazzo. Giovanna d’Arco era probabilmente una pazza. Newton credeva nell’astrologia, Strindberg credeva nella magia. I miracoli dei santi, tuttavia, sono una questione secondaria. Dalla lettera della mia corrispondente è anche evidente che persino le dottrine più centrali della religione cristiana non devono essere accettate in senso letterale. Non ha importanza, per esempio, nemmeno se Gesù Cristo fosse esistito o meno. La figura di Cristo (mito, o uomo, o dio, non importa) trascende in tale misura tutto il resto che io vorrei soltanto che ognuno la prendesse in considerazione, prima di rifiutare quella impostazione di vita.7

Dura lezione di «realismo»
A parte il tono antipatico di degnazione verso i cristiani, equiparati a dei creduloni superstiziosi, tutto sembra procedere lungo i binari di un normale dibattito culturale tra un credente e un ateo. La lettrice cattolica – una donna presumibilmente colta, intelligente, «al passo coi tempi» – ha cercato di venire incontro il più possibile al suo interlocutore, mettendo in evidenza i «valori comuni» sui quali «non si può non essere tutti d’accordo». Ma sfortunatamente per lei si imbatterà in una delle più dure lezioni di realismo che un ateo abbia mai somministrato a certo cattolicesimo «spiritualista»:

Cristo, dunque, può essere un mito, o può essere stato soltanto un essere umano, o la versione che ne danno i vari Credi può essere vera. Così arriviamo a questa posizione: il Tribune non può prendersi gioco della religione cristiana, ma l’esistenza di Cristo, per aver negato la quale innumerevoli persone sono state bruciate, è una faccenda tutto sommato irrilevante.8

Contro l’ingenua astrattezza della sua interlocutrice, Orwell ripropone la questione in tutta la sua perentoria gravità. Solo un fatto può avere la dignità di stare dentro la storia come segno decisivo di contraddizione. E l’articolo prosegue implacabilmente:

Ora, è questa la dottrina cattolica ufficiale? La mia impressione è che non lo sia. […] Padre Knox9 definisce specificamente «orribile» l’idea che non importa se Cristo fosse realmente esistito o meno. Ma quello che la mia corrispondente dice troverebbe un’eco in molti intellettuali cattolici. Se parlate con un cristiano riflessivo, cattolico o anglicano, vi ride in faccia perché siete così ignoranti da supporre che qualcuno abbia mai preso alla lettera gli insegnamenti della Chiesa. Questi insegnamenti – vi vien detto – hanno un significato del tutto differente che voi siete troppo rozzi per capire.10

Pare di sognare: un ateo dichiarato che somministra lezioni di schietta ortodossia! È una pagina sulla quale dovrebbe riflettere seriamente più di un intellettuale cattolico oggi, specie quando si confonde il «dialogo» col mettere tra parentesi le proprie convinzioni, e ancor di più quando si toglie al cristianesimo il suo carattere peculiare di avvenimento. Fu facile a un realista come Orwell cogliere e smascherare questa inconsistenza. È significativo che le rare volte in cui egli assunse un tono cordiale e rispettoso verso la religione, fu perché si trovò di fronte a dei credenti per i quali la fede era un’evidenza che entrava tangibilmente nella vita. Un esempio è la già ricordata recensione a Felix Randal, ma un esempio ancora più importante è un appunto per il romanzo A Smoking-Room Story, rimasto incompiuto a causa della morte. La vicenda doveva essere ambientata tra i passeggeri a bordo di una nave britannica di ritorno dall’Estremo Oriente. Apparentemente si tratta di un ritorno a Burmese Days, la sua prima grande prova narrativa. Il protagonista introverso, riflessivo e disadattato, il rapporto di attrazione-repulsione con l’Oriente sono gli stessi, ma c’è un elemento nuovo, mai comparso prima nei suoi romanzi: la presenza di un gruppo di cattolici, per la precisione frati francescani di ritorno da una missione. È guardando a loro che al protagonista (e forse allo stesso Orwell) sfugge un’ammissione d’importanza capitale:

I suoi sentimenti nei confronti della Missione. Soprattutto, noia. Rifuggire dall’austerità. Ma sensazione immediata che in essa è presente qualcosa che mancava nella sua vita.11

Un’osservazione stupefacente
Per chi conosce l’opera di Orwell, che fino a pochi mesi prima della morte aveva pensato e in parte attuato una «controffensiva» contro gli scrittori cattolici attraverso la stroncatura del romanzo The Heart of the Matter di Graham Greene, che provava una tale repulsione verso Péguy da sentirsi fisicamente a disagio quando lo leggeva (segno tuttavia che qualcosa in lui lo colpiva profondamente), che irrise il cristianesimo come un pugnale nascosto dentro un crocifisso12, questa è un’osservazione a dir poco stupefacente. Era stato facile controbattere le ingenuità e le approssimazioni della lettrice cattolica del Tribune. A livello più alto, era stato altrettanto facile obiettare a Chesterton, Péguy, Greene. Ma non era possibile obiettare di fronte a un’evidenza che riguardava in modo così diretto e stringente la sua vita. Non sapremo mai come si sarebbe svolta questa intuizione nel corso del romanzo, se sarebbe stata mantenuta o confutata, ma il solo fatto di averla posta è significativo.
Orwell conobbe, o volle conoscere, il cristianesimo unicamente come dottrina e teoria, ma non ebbe mai la fortuna d’incontrarlo attraverso un’amicizia tangibile, testimoni in carne e ossa. Il soggettivismo protestante e lo scetticismo laico lo avevano tagliato fuori dalla concretezza dell’avvenimento cristiano. Quel frammento così importante rimase in fondo al cassetto, apparentemente senza eco. Di lui ci resta l’immagine di uno scrittore coraggioso e profondamente onesto, ma la sua onestà non fu sufficiente ad avvicinarlo al cuore della dimensione religiosa dell’esistenza. Mai questo intrepido difensore della libertà alzò la sua voce per difendere chi veniva perseguitato a causa della sua fede. Non si sa quanto fossero contenti i cristiani che soffrivano nei Gulag a vedersi paragonati al corvo Mosè.

Giovanni Romano

1 Cfr Review: The Martyrdom of Man by Winwoord Reade, 1946. In The Collected Essays, Journalism and Letters of George Orwell (d’ora in poi CE), volume IV, Harmondsworth 1984, p. 147.
2 Homage to Catatonia, Harmondsworth 1975, p. 52 e 203. Sugli sfregi alle tombe cristiane, si veda p. 79.
3 Cfr Review – Burnt Norton, East Cocker, The Dry Salvages by T.S. Eliot, 1942, CE II, pp. 273-274.
4 Cfr The Meaning of a Poem, 1941, CE II, p. 158s.
5 Notes on the Way, CE II, p. 30. Il corsivo è mio.
6 Ibidem, p. 33. Il riferimento è naturalmente al Book of Common Prayer.
7 As I Please, Tribune, 3 marzo 1944, CE III, p. 124s.
8 Ivi.
9 Ronald Knox (1888-1957) convertito dall’anglicanesimo, noto polemista e opinionista, fu sacerdote cattolico e cappellano all’Università di Oxford.
10 As I Please, cit., p. 125. Il corsivo è mio.
11 Frammenti del romanzo mai scritto, n. 21, in Orwell – Romanzi e saggi, Milano 2000 (a cura di Guido Bulla), p. 1.625. Il corsivo è mio.
12 Extracts from a Manuscript Note-Book, CE IV, senza data, p. 574.

Inculturare la fede con la scienza: nel IV centenario della morte di Matteo Ricci(1610-2010).


Nell’incontro tra il gesuita Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610) e la Cina dell’epoca Ming si attua una di quelle vicende storiche nelle quali l’Occidente cristiano si è trovato di fronte all’“altro assoluto”, alla diversità per eccellenza: occhi a mandorla, lingua incomprensibile, musica dissonante, pittura priva di prospettiva, religiosità priva di un Dio trascendente che governa l’Universo. In tale incontro straordinario si conferma una caratteristica specifica di alcuni ambienti intellettuali europei: la propensione a comprendere gli altri conducendoci in un mondo sconosciuto, distante dalle nostre assunzioni, intuizioni ed esperienze precedenti.
Matteo Ricci, con il nome cinese Li Madou, è senz’altro l’italiano più conosciuto in Cina. Capacità di adattamento e creatività intelligente furono per lui un’arte vera e propria, posta alla base di un comportamento tutto orientato all’interesse per l’altro, capace di giungere fino all’empatia, ad una sorta di identificazione. Tutto questo per meglio orientare ed annunciare Cristo, come si diceva una volta in partibus infidelium.
La prima giovinezza di Matteo trascorse nell’Italia della seconda metà del Cinquecento, in buona parte soggetta alla corona di Spagna con Filippo II, quando nel resto d’Europa dominavano anche Francia ed Inghilterra e la Chiesa vedeva assurgere al soglio pontificio prima Gregorio XIII (1572-1585) e poi il marchigiano Sisto V (1585-1590).
Li Madou visse nel Celeste Impero tra il 1583 ed il 1610 giungendo ad occupare un posto di primaria importanza nella storia della scienza cinese. Infatti, con la sua opera pionieristica di divulgazione delle conoscenze matematiche ed astronomiche europee, egli seppe aprire la strada agli altri gesuiti che dopo di lui giunsero in contatto con il Regno di Mezzo. Il 10 settembre 1583, a circa un anno da quel 24 febbraio 1582, data della promulgazione da parte del bolognese Gregorio XIII del calendario detto appunto “gregoriano”, padre Ricci ed il confratello Michele Ruggieri, pugliese di Spinazzola, sbarcarono nel Guandong, la provincia più meridionale della Cina e fecero il loro ingresso nella città di Zhaoqing.
Dopo dodici anni, nel 1595, lo Xitai Li Madou, il Maestro dell’Estremo Occidente, come veniva detto con soprannome onorifico pubblico, intraprese il suo viaggio lungo il Fiume Azzurro (Yangtze Kiang) per avvicinarsi fino al cuore del Regno, Nanchino. Il suo lavoro culturale fu davvero cospicuo: nel 1594 tradusse i Sishu (Quattro Libri) contenenti i fondamenti della dottrina confuciana; nel 1596 rielaborò in cinese, integrandolo con sentenze morali desunte dagli altri autori occidentali, il De amicitia di Cicerone (Jiaoyou lun) facendone dono ai propri amici e collaboratori cinesi. Un’impresa che gli valse un altro titolo onorifico, quello di Shengen (saggio ispirato, santo). Due anni dopo, nel 1598, il nostro gesuita fu invitato a Pechino, la mitica Kambaluc, fondata tre secoli prima dal mongolo Qubilai, che era stato amico dei veneziani della famiglia Polo.
Il ruolo di Matteo Ricci è stato così quello di essere il grande tramite di un fecondo scambio tra due civiltà, fino ad allora separate, e di esserlo stato proprio attraverso la sintesi tra la scienza e la fede. Formatosi presso il Collegio Romano, il Ricci ebbe come maestro Cristoforo Clavio (1538-1612) che gli diede, tra l’altro, un’ottima formazione matematica. Giunto in Cina nel 1583, Ricci si impegnò nella divulgazione delle conoscenze scientifiche occidentali con il preciso intento di utilizzarle come strumento di penetrazione culturale finalizzato a condurre i cinesi alla conoscenza di Dio. Ricordiamo che siamo al tempo della dinastia Ming (1368-1644) – fondata da Chu Yüan-chang, ex monaco buddhista che assunse il nome di Hong Wu – un’epoca nella quale il posto occupato dalle scienze era decisamente marginale. Matematica ed astronomia erano considerate discipline di secondo ordine e rappresentavano una parte irrilevante del programma per il superamento degli esami imperiali. I matematici non appartenevano alla classe dirigente, ma alla classe mercantile, anche se, nel corso della loro storia ultramillenaria, i cinesi erano pervenuti ad importanti scoperte scientifiche. Già intorno al 1200 le conoscenze astronomiche erano molto raffinate e all’avanguardia, se paragonate con quelle europee, come Ricci ebbe a constatare visitando l’osservatorio astronomico di Nanchino. Per i cinesi l’astronomia era sempre stata una scienza fondamentale: l’Universo era concepito come uno scambio di influssi tra il Cielo e la Terra ed ogni vita particolare ne costituiva un aspetto ed un momento. L’esistenza umana andava dispiegandosi nel “vuoto mediano”, in questo spazio formato dal congiungersi di sei Soffi (i quattro punti cardinali più le direzioni Alto e Basso) che delimitavano il luogo dove si svolgeva la vita. Nella medicina tradizionale cinese, poi, ci sono continui richiami all’astronomia, al calendario, alla meteorologia, alla geografia, alla mineralogia. Astronomia e astrologia coincidevano ed erano tenute in grande considerazione perché grazie all’osservazione dei fenomeni astronomici i burocrati addetti a stilare il calendario informavano e consigliavano l’Imperatore, Tian Zi. L’Imperatore, il Figlio del Cielo, era considerato il privilegiato intermediario tra cielo e terra e, nel caso in cui gli astronomi imperiali avessero sbagliato nell’osservazione, si sarebbe potuta compromettere la suprema autorità. La grandezza di Matteo Ricci consistette anche nella sua capacità di mettere in pratica, in maniera originale, l’insegnamento del fondatore del suo Ordine, Ignazio di Loyola. Come il nostro scriveva nel 1584: «In questo principio è necessario andar molto soavemente con questa gente e non muoversi con fervori indiscreti»; e trattare soavemente i cinesi significava anzitutto parlarne in modo corretto la lingua, cosa che il gesuita apprese a fare molto bene nel corso di quasi trenta anni di vita in Cina. E procedere soavemente significò anche imparare a vestirsi come i letterati confuciani, come egli stesso documenta: «ci eravamo vestiti tutti al modo della Cina lasciandoci la berretta quadra per memoria della croce; quest’anno anco di questo mi sono spropriato; così vestii una berretta assai stravagante, acuta come quella dei vescovi, per totalmente farmi Cino».
A Nanchino Matteo Ricci tenne la cattedra di astronomia: si trattava di una scienza sperimentale che rendeva impossibili le falsificazioni. E le scienze occidentali si dimostrarono superiori a quelle cinesi, tanto che i notabili che intrattennero rapporti con Li Madou ne ammirarono tutti la grande sapienza, come rispettarono e stimarono anche la religione che egli praticava.
Il “Grande Mappamondo dei Mondi e dei Mari” (Shanhai yuoli quantu) tracciato in Zhaoqing era giunto a Nanchino ed i notabili della città si recavano dal “saggio dell’Occidente” a discutere di astronomia e geografia. In Cina era credenza diffusa che la volta celeste fosse tonda e la Terra quadrata, che il Sole e la Luna sorgessero a oriente e tramontassero ad occidente e che girassero intorno alla Terra e che le eclissi di sole e di luna fossero una iattura per il mondo. Matteo Ricci insegnava, invece, che la Terra era rotonda e pendeva in mezzo al vuoto e che gli uomini la abitavano sia sopra che sotto. E mostrava ai cinesi i suoi strumenti: sfere armillari, globi terrestri, sestanti e quadranti, non osando, però, mai mostrarsi come l’unico sapiente. Tanto è vero che, a Nanchino, egli volle visitare il Padiglione del Polo Nord dove era conservata la strumentazione astronomica prodotta in Cina. Successivamente avrebbe osservato a Pechino anche altri strumenti astronomici. Erano tutti oggetti fabbricati con grande perizia ed il gesuita si rese conto che l’artefice di tale strumentazione era sempre lo stesso e doveva essere stato un astronomo; e che, in seguito, tali strumenti, erano stati utilizzati da persone ignare di astronomia tanto da averne sbagliato anche la collocazione. Questa strumentazione che il Ricci osservò nelle due capitali risaliva all’epoca dei Mongoli ed era stata fabbricata da Guo Shoujing.
La traduzione in cinese di parte delle opere di Euclide e la creazione di un lessico geometrico e matematico in lingua cinese (ancora oggi i termini matematici da lui coniati vengono utilizzati) fanno di Matteo Ricci il mediatore culturale e scientifico ante litteram tra Occidente ed Oriente. Il riconoscimento dell’importanza del grande gesuita di Macerata è ancora oggi indiscusso in Cina. Lo documenta, ad esempio, il fatto che, nell’ottobre del 2009, all’Università del Popolo di Pechino, Matteo Ricci è stato celebrato dagli studiosi che hanno partecipato ad una grande conferenza internazionale di sinologia, promossa da Yang Huilin, vicerettore della medesima Università e grande esperto della diffusione del cristianesimo in Cina.
L’infaticabile opera di Matteo Ricci, uomo di scienza, di cultura e di evangelizzazione ne ha fatto l’iniziatore della sinologia e insieme il grande “Apostolo della Cina”, offrendoci un luminoso esempio di inculturazione del Vangelo e di unità teorica e pratica tra scienza e fede.

Carlo Marino

I PRETI E I MAFIOSI.STORIA DEI RAPPORTI TRA MAFIE E CHIESA CATTOLICA.


Il 2 Luglio del 1960,veniva ordinato sacerdote, dall’allora Arcivescovo di Palermo,Cardinale Ernesto Ruffini,don Pino Puglisi.Oggi compirebbe 50 anni di sacerdozio se la mano armata di Salvatore Grigoli non avesse fermato,barbaramente,la sua vita terrena il 15 settembre del 1993.L’omicidio Puglisi ha scosso fortemente le coscienze non fosse altro perché la mafia alzava il tiro contro la Chiesa. Lo stesso delitto Puglisi non può non essere letto come un giudizio di Dio sulla chiesa palermitana in primis e sulle chiese del sud Italia in relazione proprio al lungo legame tra la Chiesa,parte della gerarchia e la mafia. Proprio a questo argomento è dedicata l’ultima fatica editoriale del Prof. On.Isaia Sales dal titolo:”I preti e i mafiosi. Storia dei rapporti tra mafie e chiesa cattolica”.L’interessante ed avvincente volume affronta il tema delle responsabilità della chiesa cattolica nell’affermazione delle organizzazioni mafiose,esaminando l’apporto culturale che direttamente o indirettamente la dottrina della Chiesa ha fornito al loro apparato ideologico. Come spiegare il fatto,si chiede l’autore,che in quattro “cattolicissime”regioni meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo?Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste organizzazioni criminali, con la patente di spietati assassini, si dichiarino cattolici osservanti?Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e quella cattolica?Perchè questo rapporto non è mai stato indagato in sede storica e,invece, è stato sempre smentito o sottovalutato?Fino a pochi anni fa la Chiesa ha taciuto sulle mafie e non le ha mai considerate nemici ideologici. Personaggi come Don Ciro Vittozzi,Don Stilo,Don Agostino Coppola,Fra Giacinto sono stati fortemente collusi con essa. E ancora l’attentato a Mons.Peruzzo,l’eremo di Tagliavia,il santuario di Polsi,i frati di Mazzarino:luoghi ed ecclesiastici avvezzi a complicità e compiacenze. Dopo l’assassinio di Don Puglisi il silenzio è stato,in parte,interrotto. Il volume parla di tutto questo senza intenti scandalistici nella forte convinzione dell’autore che senza il sostegno culturale della Chiesa le mafie non si sarebbero potute radicare così profondamente nel sud del paese. Il successo delle organizzazioni mafiose rappresenta un insuccesso della Chiesa cattolica,ma,al tempo stesso,senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa la lotta per la sconfitta definitiva delle mafie sarà ancora lunga.Don Pino Puglisi,sacerdote secondo il cuore di Dio e della Chiesa,ha aperto la strada per un cammino di vera conversione e di rescissione dei legami tra Chiesa e mafie:quanti sono disposti a seguirne l’esempio?

Isaia Sales,I PRETI E I MAFIOSI.STORIA DEI RAPPORTI TRA MAFIE E CHIESA CATTOLICA.Saggi B.C.Dalai editore,pp.367.2010.