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“SICILIA,LA BELLEZZA TI SALVERA'”(Davide Maria Turoldo)

Prefazione di

Salvatore Leonarda

Non mancano le guide che danno un primo orientamento al visitatore o le pubblicazioni che, in maniera monografica, illustrano i diversi aspetti del monumento; se D. B. Gravina offre gli elementi essenziali della storia del duomo, con splendide tavole che presentano la complessa articolazione della costruzione; e E. Kitzinger evidenzia la peculiaritò siculo-bizantina dei mosaici di Monreale, nati dalla collaborazione di maestranze greche e siciliane; altre pubblicazioni sottolineano il caratterizzarsi del duomo di Monreale all ‘interno dell ‘architettura normanna (W Kronig), o propongono letture analitiche di singoli elementi: la porta di Bonanno Pisano (W Melczer, il chiostro (R. Salvini), il rapporto scrittura-immagine (S. Leonarda, A. Lipari,); per non dire delle ricerche che, soprattutto in ambito universitario, hanno evidenziato la qualità estetica o gli aspetti di cultura materiale e così via. Nonostante l‘ampiezza della produzione e la varietà dei contributi, ci permettiamo di evidenziare che al momento sentiamo il bisogno di una lettura complessiva, che ripercorra le date più significative della fabbrica, faccia emergere le scelte progettuali della costruzione con particolare attenzione al funzionamento ed alla simbolica della luce, ed il programma iconografico sotteso alla narrazione.

Il volume Architetture di luce e icona intende contribuire al suddetto approccio complessivo che aiuti il visitatore ad orientarsi, sul piano storico, nell’individuare le trasformazioni significative subite dal duomo nel corso dei secoli; sul piano architettonico. nel cogliere lo strutturarsi della costruzione secondo 1 ‘orientamento esterno ed interno verso la luce solare; sul piano iconografico, nell’individuare la logica (teo-logica,) sottesa allo splendore di tutto il manto musivo, che nel Pantokrator trova il suo punto principiante alpha e ricapitolativi ornega; tutto questo viene offerto al fine di superare la lettura “casuale” del visitatore (spesso disorientato dentro l ‘esplosione di luce e di immagini) e di accompagnare il suo sguardo dentro il coerente movimento della costruzione.

 

a. Il primo contributo evidenzia le tappe più importanti che hanno segnato la fabbrica dal suo sorgere, per iniziativa del re Guglielmo II e la collaborazione dei cento monaci benedettini venuti da Cava dei Tirreni, con gli interventi successivi, alcuni dei quali hanno stravolto l’immagine originaria del duomo (la rimozione del portico esterno e della cappella interna del Battista col battistero e l’ambone…); il tutto viene presentato con rigoroso apparato documentario nel prezioso saggio di A. Belfiore; l’autore, dopo anni di ricerca, può finalmente offrire al lettori la messa a punto della storia della fabbrica, in continuità e sviluppo delle acquisizioni storiche precedenti.

 

b. L’organizzazione di tutta la costruzione risponde ad una rigorosa organizzazione della spazialità secondo geometrie ad ascendenza “celeste “; il suo orientamento ad est, connotato cristologicamente, viene ulteriormente specificato con gli orientamenti. delle pietre angolari ai punti di levata delle principali feste della Madonna e di S. Giovanni Battista; ciò avviene facendo tesoro della cultura costruttiva della grande tradizione antica della gnomonica (rito di fondazione e Analemma di Vitruvio); l’illuminazione interna della chiesa segue i corrispondenti momenti dell’anno liturgico. Il saggio di A. Di Bennardo, con competenza e puntiglio, porta alla luce, per la prima volta, tutto questo intreccio tra spazialità, orientamento e luce.

 

c. Una logica stringente presiede al grandioso programma iconografico che, in una sorta di microcosmo interpretato salvificamente, riesce a coniugare narrazione biblica e visione estetica . Il rivestimento musivo prende il via dal Pantocratore, che costituisce il punto alpha e omega di tutta la storia sacra; nel duplice movimento orizzontale e verticale, il tutto trova la sua ricapitolazione nella persona di Gesò Cristo, Dio e uomo nel quale si congiungono indissolubilmente, nel sigillo del mistero e della bellezza, la natura, la storia, la grazia. Il saggio di C. Scordato, con pertinenza teologica, privilegia l’ermeneutica biblico-liturgica, che consente di cogliere il principio ispiratore ed unificante che presiede a tutta la costruzione, ma anche la diversa articolazione di tutti gli elementi compositivi.

 

d. Il volume è arricchito dalla Pianta, che riproduce il complesso guglielmino nell ‘anno 1590; G. Schirò, che l’aveva rinvenuta casualmente nella Biblioteca Vaticana, finalmente la presenta con tutto il suo apparato critico e proponendo la trascrizione delle informazioni ivi presenti.

La complessità costruttiva del duomo trova, però, la sua risoluzione più illuminante nella connotazione liturgica del luogo di culto; la chiesa è stata costruita per la celebrazione del mistero della salvezza, sperimentata nell ‘azione sacramentale e nella celebrazione dell ‘ufficio divino monastico; da questo punto di vista può essere colta la circolarità tra le circostanze storiche della costruzione il dato costruttivo e l‘avvenimento liturgico; in questo orizzonte interpretativo la storia rivive nella pietra e nell’oro, la bellezza dei mosaici offre immagini e splendore alla celebrazione e la celebrazione dà contenuto salvifico alla narrazione biblica ed all’esperienza della bellezza!

Con piacere presentiamo questo libro, che, aprendoci gli occhi e il cuore su uno dei monumenti più belli dell‘arte cristiana, non può che portare lustro ulteriore alla nostra collana; mi felicito con gli Autori così precisi e attenti… nel far parlare le pietre!

San Martino delle Scale

15 agosto 2004

ARTE SACRA,LITURGIA,MISTAGOGIA E OMILETICA

L’Arte cristiana parla a tutti gli uomini da circa 2000 anni.

Da 1500 anni il popolo cristiano recepisce le letture dell’anno liturgico con l’ausilio dell’arte, e questa fa parte ormai del processo d’ascolto da cui scaturiscono la fede e le opere dei credenti.

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E’ uscito in Italia un libro che ridà vita proprio a questa tradizione. È un commento al lezionario delle messe festive dell’anno A – perché poi seguiranno i volumi per l’anno B e l’anno C – fatto con le immagini della grande arte cristiana. Immagini più eloquenti di tante parole.

Ne è autore Timothy Verdon, storico dell’arte, sacerdote, professore alla Stanford University, direttore a Firenze dell’ufficio diocesano per la catechesi attraverso l’arte e autore di libri importanti sull’arte cristiana e sul ruolo dell’arte nella vita della Chiesa.
L’idea di questo libro è venuta a Verdon dal sinodo dei vescovi del 2005 sull’eucaristia, al quale egli partecipò come esperto, chiamato da Benedetto XVI.
Nell’esortazione postsinodale “Sacramentum caritatis”, papa Joseph Ratzinger dedicò un paragrafo, il 41, all’iconografia religiosa, la quale – scrisse – “deve essere orientata alla mistagogia sacramentale”, all’iniziazione al mistero cristiano attraverso la liturgia.
Il libro è precisamente l’attuazione di questa consegna. Per ogni domenica e festa dell’anno liturgico Verdon sceglie un capolavoro dell’arte cristiana legato al Vangelo del giorno. È l’arte a guidare l’ingresso nel mistero proclamato e celebrato.
Per presentare il libro al pubblico, Verdon ha chiamato un sacerdote più che mai in sintonia con questo orientamento: Massimo Naro, teologo, rettore del seminario della diocesi di Caltanissetta e fratello minore di Cataldo Naro, vescovo di Monreale fino alla sua prematura morte, un anno fa.


La cattedrale di Monreale, in Sicilia, con l’interno interamente rivestito di mosaici del XII secolo, è un capolavoro assoluto dell’arte cristiana. Il Cristo Pantocratore sopra riprodotto ne domina l’abside.
Ma l’arte cristiana vive nella liturgia e per la liturgia. E il suo linguaggio è il vedere, il contemplare. È quello che capì il teologo italo-tedesco Romano Guardini, grande maestro dell’attuale papa, visitando la cattedrale di Monreale nella settimana santa del 1929.
Guardini raccontò quella sua visita. Osservando gli uomini e le donne che gremivano il duomo di Monreale e partecipavano alla liturgia pasquale, scrisse:

“Tutti vivevano nello sguardo [nell’originale tedesco: Alle lebten im Blick], tutti erano protesi a contemplare”.

Il vescovo Cataldo Naro riprodusse l’intera pagina di Guardini nella sua ultima lettera pastorale ai fedeli, per guidarli a contemplare ed amare la Chiesa.
E suo fratello Massimo l’ha di nuovo citata nel presentare al pubblico il libro di Verdon. Proseguendo così:

“Non solo si deve credere, confessare, professare, si deve anche ‘guardare’ la fede. Gesù è colui che ha ‘visto e udito’ il Padre suo. In lui c’è l’unione di parola e immagine, è Logos ed Eikon (cfr. Colossesi 1,15). Non è un caso che, sin dal IV-V secolo, si sia affermata nella Chiesa antica la leggenda secondo cui l’evangelista Luca fu anche pittore. A questa leggenda si ricollega l’anatema del secondo concilio di Nicea, secondo cui ‘se qualcuno non ammette le narrazioni evangeliche fatte con stilo di pittore, sia scomunicato’. Dipingere il volto di Cristo, di Maria, dei santi è un altro modo di scrivere il Vangelo, e perciò di tramandarlo, di proclamarlo, di permetterne la lettura e, quindi, la meditazione e la conoscenza da parte dei fedeli. A Nicea, nel 787, il dogma incorpora la leggenda e le dà dignità dottrinale, include nel deposito della tradizione non solo la tradizione scritta e orale ma anche quella dipinta, non solo gli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento e i libri dei Padri della Chiesa ma anche le immagini che traducono in colori l’inchiostro degli scrittori sacri”.

Le opere d’arte scelte da Verdon per illustrare le letture della messa dell’anno A sono presenti in chiese e musei di tutto il mondo. Un buon numero si trovano in Italia e alcune di esse a Firenze, per cui un parroco fiorentino avrebbe buon gioco nell’uso di questo commentario.
Ma l’importante è il metodo, che vale per tutti. Il libro di Verdon educa a una lettura “artistica” dei testi biblici della liturgia. Restituisce a sacerdoti e fedeli i frutti di una “predicazione per immagini” sviluppatasi nella Chiesa per un millennio e mezzo e oggi a rischio di deperire.

Perché tra arte cristiana, teologia, liturgia, il nesso è inscindibile. Come la resurrezione e la croce sono al principio della composizione dei Vangeli e del Nuovo Testamento, e come la Pasqua è al principio dell’intero anno liturgico, così il Risorto e il Crocifisso sono al principio dell’arte cristiana.
Massimo Naro, nel presentare il libro di Verdon, ha detto d’aver capito la “principialità della resurrezione per l’arte cristiana” proprio osservando i mosaici della cattedrale di Monreale di cui suo fratello fu vescovo. E l’ha spiegato così:

“Me ne sono convinto da quando ho visto, al vertice dell’arco dirimpetto al grande catino absidale in cui campeggia il Cristo Pantocratore, la raffigurazione a mosaico del Mandylion, messo in simmetrica corrispondenza con il volto del Pantocratore, quasi a dire che lo splendido e glorioso Pantocratore è lo sviluppo di un ‘negativo’ del volto del Crocifisso.

“Il Mandylion, secondo antiche leggende risalenti ai secc. VIII e IX, fu un telo su cui rimase impresso il volto di Gesù, insanguinato dalle percosse inflittegli durante la sua passione.

“Secondo alcuni il Mandylion fu il fazzoletto che la Veronica gli passò sul viso lungo la strada del Calvario (cfr. Luca 23,27-28).

“Secondo altri fu il sudario trovato da Pietro dentro il sepolcro ormai vuoto, al mattino di Pasqua (cfr. Giovanni 20,7).

“In questo caso si sarebbe trattato di un’immagine di Gesù ‘non fatta da mani d’uomo’ ma per intervento divino: l’impronta sul sudario del volto del Crocifisso, che nella luce pasquale si rialza come il Risorto.

“Quest’immagine di luce è dunque, secondo la leggenda del Mandylion, la vera icona di Cristo, l’archetipo di ogni immagine e di ogni produzione artistica cristiana.

“In questa prospettiva, è la luce della resurrezione che rende raffigurabile il Crocifisso del Golgota e, in Lui, Dio stesso. Solo alla luce della resurrezione Colui che era stato violentemente privato di ogni sembianza umana rimane per sempre come la vera e unica immagine di Dio.

“È in questo senso che la resurrezione sta all’inizio dell’iconografia e dell’arte cristiane. Ogni produzione iconografica peculiarmente cristiana non può perciò prescindere dall’evento capitale che ha trasformato la creazione e ha redento la storia”.

Il presente Lezionario Illustrato è dedicato all’Anno A del ciclo liturgico e vuole rinverdire questo storico rapporto tra parole ed immagini. L’autore commenta i testi biblici di tutte le domeniche di diversi tempi liturgici (Avvento, Natale, Quaresima, Triduo Pasquale, Pasqua e Tempo Ordinario) e le feste e solennità facendo precedere al testo scritto una tavola a colori che riproduce un’opera d’arte che diviene essa stessa commento ai testi. Inoltre, all’inizio di ogni tempo liturgico, viene proposta una introduzione che iuta il lettore a comprendere il mistero dell’anno liturgico.

Timothy Verdon, statunitense, è lo studioso di arte sacra più conosciuto nel nostro Paese. Sacerdote, vive da molti anni a Firenze. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Maria nell’arte europea (Electa, 2004), Vedere il mistero (Mondadori, 2003), Arte sacra in Italia (Mondadori, 2001). Per San Paolo ha pubblicato L’arte cristiana in Italia. Tre volumi (I. Origini e Medioevo, 2006; II. Rinascimento, 2006; III. Età Moderna, 2007).

La Bellezza nella Parola, Timothy Verdon, Euro 43,00

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Il SS.Crocifisso di Bisacquino-Monreale e “Bilici”.


A Bisacquino(Pa),ogni anno,il 3 di Maggio,viene portata in processione la spettacolare vara lignea del SS.Crocifisso,del peso di 32 quintali, è preceduta da 31 statue di santi,i quali escono dalle loro rispettive chiese e raggiungono la chiesa madre inchinandosi dinnanzi al ss.crocifisso.Tutte le vare vengono portate a spalla da giovani ragazze e ragazzi di Bisacquino.Un momento di grande fede e profonda devozione verso il Cristo crocifisso cui i bisacquinesi sono profondamente devoti.

Apre la processione la statua di san Michele con alla fine la vara del crocifisso al cui fianco stanno la madre e san Giuseppe.

Dal 1996,così come riportato in un bimestrale di cultura bisacquinese, non si è mai raggiunto il numero di 31 statue di santi.

Quella del ss.crocifisso è stata la festa principale di Bisacquino fino al 1904 anno in cui incominciò a prendere il sopravvento la festa della Madonna del Balzo.

La festa del SS.Crocifisso a Monreale risale alla fine del 1500. Infatti la prima data sicura dell’esistenza del Crocifisso presso la chiesa di San Salvatore è del 1575.L’effige è di scuola gaginiana

Fù l’arcivescovo Girolamo Venero(1620-1628) a dare grande impulso alla devozione al crocifisso.

Secondo una tradizione lo stesso arcivescovo,nel 1625,sarebbe stato guarito dalla peste, proprio il 3 di maggio ai piedi del crocifisso. La festa si caratterizza,a livello di pietà,per la famosa “scinnuta”(la discesa) del simulacro dalle scalinate della collegiata per essere deposto sulla vara.

Di questo momento di fede e di devozione ne fa una descrizione dettagliata il Pitrè nel suo libro “Feste Patronali nella Sicilia Occidentale”.

Momento culminante è la processione del simulacro per le vie della cittadina normanna,durante la quale avvengono le manifestazioni del bacio dei bambini,effettuato durante le fermate, e lo sfiorare con fazzoletti e con fiori il simulacro.

Fedeli provenienti dal territorio della diocesi, ma anche da Palermo e dai paesi limitrofi,fanno il “viaggio”,molti dei quali a piedi nudi,portando in mano dei grossi ceri accesi.

I confrati portano, come abitino votivo, un pantalone ed una camicia bianchi,cinti con una fascia rossa da dove pende una tovaglia arricchita da un ricamo con l’immagine di cristo e con la scritta “viva il ss.crocifisso”.

Da antica data i confrati,durante la processione,per invocare le grazie al “Patruzzu Amurusu”,così viene invocato il Cristo di Monreale, danno la cosiddetta “A Vuci” ossia un grido lanciato da uno dei confrati che ripete ,di volta in volta,le 12 invocazioni al ss.crocifisso e il gruppo risponde in coro:”Grazia Patruzzu Amurusu Grazia”.

Delle 12 invocazioni la 3 dice:”E che beddu stu crucifissu fa li grazie sempre e spissu”per continuare con la 6:”Grazia all’arma e u pirdunu ri piccati”,quindi la 9 diventa una richiesta di aiuto per i bisogni materiali:”Nostru Patri binirici a campagna” e la 12 è una invocazione in favore di chi soffre:”Binirici i malati”.

Tutte e 12 le invocazioni si concludono sempre con lo stesso ritornello:Grazia Patruzzu Amurusu! Grazia”.

Il crocifisso,il 3 di maggio,diventa,come scrive padre Basilio Randazzo <<il tutto di tutti>>cui chiedere innanzitutto la grazia :ossia la presenza amorosa e salvifica di Dio la cui massima potenza salvifica è il figlio morto in croce.

La festa del SS.Crocifisso,a Monreale,è preceduta, ancora oggi,dal rito della “Calata dei Veli”. E’ un rito penitenziale che si svolge durante i 5 venerdì di quaresima nella chiesa della collegiata. Sei grandi veli con su rappresentate alcune scene della passione vengono fatti cadere,uno dopo l’altro.

Questi sei grandi veli vengono collocati davanti al simulacro del crocifisso. Alla calata del sesto velo di colore nero, su cui sta scritto “EXPIRAVIT”,compare il crocifisso dinnanzi al quale tutti si prostrano implorando misericordia e perdono.

Il padre Basilo Randazzo ha scritto di una probabile “Eresia dell’etimasia”ossia:”il Cristo pantocratore,centralità originaria del culto monrealese, ha mediato nell’etimasia l’alternato culto al crocifisso,come ritrovo di contenuti e modalità assai vicini alla popolarità,essa stessa più idonea ai riflessi di comportamento esistenziale nel convergere il proprio culto al crocifisso”.

Ma la festa del crocifisso di Monreale non dice,secondo me,nessuna contrapposizione tra la cultura colta i cui componenti esprimerebbero una appartenenza elitaria al cristo pantocratore e una cultura popolare che esprimerebbe la sua devozione al crocifisso.

IL CROCIFISSO DI BILICI

“Bilici”è una contrada in aperta campagna,nell’entroterra siciliano,dove si trova un santuario dedicato al SS.Crocifisso.

Un giorno di molto tempo fa, un 3 maggio la duchessa Ferrandina Alvarez espose dentro la chiesetta del suo feudo di Castel Belice il Crocifisso ligneo regalatole dal padre guardiano Michelangelo La Placa, che lo aveva fatto scolpire nel 1638 da fra Innocenzo da Petralia dei Frati Minori. Questo si evince da quanto ha scritto il Sac. Luigi Irnmordino di Villalba (1).

Nel 1982 un poeta di Marianopoli, in maniera molto significativa, scriveva:

“…A nuantri ni lassau sti insegnamenti

nsemi a lu crucifissu di Bilici

Avi du o tricentanni ca li genti

vannu mpellegrinaggiu e su felici

lu tri di maiu d’ogni annu iamu

a lu so santuariu e lu ludamu …” (2).

Per alcuni sono passati 350, per altri 200 o 300 anni dall’inizio del pellegrinaggio, ma indipendentemente dalle discordanze storiche o da quanto dicono le leggende e la fantasia popolare, è un dato di fatto che ogni anno migliaia di fedeli (il 3 maggio 1995 sono stati oltre 7 mila) in un giorno feriale vengano qui, a piedi, da molti paesi della Sicilia, in particolare dalla provincia di Caltanissetta e di Palermo. Marianopoli, Villalba, Vallelunga, S. Caterina Vill.sa, S. Cataldo, Serradifalco, Resuttano, Alia, Gangi, Caltavuturo, Geraci, Petralia Sottana e Soprana, Mussomeli, Sutera, Valledolmo, Castellana Sicula, Caltanissetta e Bompietro sono i paesi da cui provengono la maggior parte dei pellegrini, anche se non manca qualcuno che viene da piu lontano, perfino da Catania.

“Da centinaia di anni tutto questo continua ancora oggi ‑ diceva un pellegrino proveniente da Petralia ‑ questo ha qualche cosa di straordinario. Dio esiste. Probabilmente per molti intellettuali ciò e sconcertante” (3).

Che cosa spinge, ogni primavera, da 350 anni orrmai, gruppi di donne, uomini, giovani e bambini provenienti da lontano, in macchina o in pullman a salire infine a piedi (molti a piedi scalzi) sulla collina alla cui sommità è collocata la chiesetta dell’ex feudo di Castel Bilici?

Non sono pochi i pellegrini che partono all’alba da Resuttano o da Petralia per fare l’intero “viaggio” a piedi, senza l’uso di alcun mezzo.

E’ proprio questo fenomeno di religiosità popolare che sta analizzando il gruppo di studiosi guidato dal Prof. Roberto Cipriani, nell’indagine socioantropologica in corso, commissionata dal Centro Studi “A. Cammarata” di San Cataldo.

Lo studio, iniziato con una “ricerca di sfondo” e una “ricognizione sul territorio” nel maggio 1994, utilizza dal punto di vista metodologico oltre agli strumenti “abituali” dell’indagine sociologica, quali l’intervista e l’osservazione partecipante, anche la ripresa dei fenomeni analizzati tramite la fotografia e la videoregistrazione, strumenti certamente efficaci della “comunicazione sociale”.

Molti sono gli interrogativi che costituiscono alcune delle ipotesi della ricerca su “U Crucifissu di Bilici?:

‑ E possibile un “identikit” del pellegrino di Bilici?

‑ Qual è la fenomenologia della religiosita popolare e quali forme di devozione praticano i devoti di questo territorio?

‑ E’ mutato nel tempo il rapporto dei fedeli col Crocifisso?

‑ Il rapporto del fedele col Crocifisso è di tipo “personale” o è “mediato” dalla Chiesa?

‑ La tipologia dei fedeli‑pellegrini che si recano dal Crocifisso di Belici e diversa da quella che esiste in altri luoghi?

‑ In particolare, quanto il contesto culturale, agricolo e pastorale di questa vallata rende “unico” il pellegrino del “Bilici,>?

Senza avere alcuna pretesa di esaustivita, ci pare opportuno fare alcune considerazioni che scaturiscono da una prima osservazione realizzata il 3 maggio 1994 e dalle interviste condotte nel maggio 1995.

 

I PANI

Il “devoto” va dal Crocifisso per sciogliere un voto, chiedere una grazia. E’ un pellegrino che parla un linguaggio semplice e coerente e porta un ringraziamento altrettanto coerente e “concreto” per la grazia che ha ricevuto: una gamba, una testa, una figura umana, tutte fatte di “pane”, che viene deposto sul “banco del pane”, collocato all’interno della chiesa e che verrà distribuito a tutti i pellegrini. Questo è un uso molto diffuso in tutta la Sicilia e in particolare nelle zone interne, anche per molti altri santi: S. Antonio, S. Elisabetta, S. Lucia, S. Giuseppe. Probabilmente in altri tempi, in cui in queste zone la fame era una piaga endemica, il voto consisteva nel portare il pane per i poveri. Anche oggi, oltre a quello che viene portato dai pellegrini, vengono distribuite centinaia di chili di pane che ha preparato il comitato che gestisce la festa.

Molti portano la loro offerta in denaro, in forma molto personale e libera e questo avveniva anche in passato se ancora oggi parlano, probabilmente esagerando alquanto, delle “ceste” colme di denaro e dei litigi “a colpi di bastone” (3) tra i “partitari” che organizzavano la festa e poi dividevano i proventi.

Altri portano ex voto, nella piccola chiesa infatti sono visibili molti di questi (di cera, d’oro e d’argento), che i pellegrini hanno portato in tempi lontani, a giudicare dalle date ivi apposte.

 

LA TRAZZERA Dl MARIANOPOLI

Gli abitanti di Marianopoli sono certamente i maggiori frequentatori del santuario. Alla fine del sentiero che da Marianopoli porta al santuario e che diventa faticoso e ripido nell’ultimo tratto, arrivano numerosi, nella tarda mattinata, molti pellegrini, soprattutto giovani e a gruppi numerosi e disordinati. La visita al “Signuri di Bilici” spezza il ritmo quotidiano del tempo; anche chi abitualmente lavora interrompe per quel giorno la sua attivita, ma altri raggiungono amici e parenti piu tardi, “quando la mandria ritorna dal pascolo” come riferisce del proprio marito una giovane donna che arriva a piedi con un bimbo di appena quattro mesi in braccio.

Anche il pellegrinaggio organizzato nel maggio ’95, nel pomeriggio delLa vigilia dal parroco della chiesa madre di Marianopoli, ha percorso questo “antico sentiero”, che non è certamente agevole.

Per tutta la durata del percorso si recita, nel dialetto locale l’antico rosario alla Santa Croce “milli voti Gesù, Gesù, Gesù….” intercalato da canti.

Ancora lungo la stessa “trazzera”, così come vuole la tradizione, si usa raccogliere delle “pietruzze”, che poi saranno usate durante l’inverno per scongiurare pericoli e calamita naturali. Qualche giovane ricorda dei propri nonni che avevano di questi sassolini e li buttavano sul tetto della propria casa per proteggerla dai temporali.

Di quest’uso esistono due versioni: altri infatti riferiscono che i pellegrini partivano con tanti sassolini, tanti per indicare le decine del rosario della Santa Croce, che recitavano lungo il percorso e le andavano disseminando sulla strada mentre altri li raccoglievano e li portavano a casa, per utilizzarli nei momenti di maggior pericolo alle persone e alle cose.

Nel 1995 un’analoga processione di pellegrini provenienti da Villalba, insieme al loro parroco, si è snodata dal punto in cui ha fine la strada asfaltata e inizia il sentiero che arriva fino al santuario, dove si è congiunto con il gruppo di Marianopoli.

 

UNA FESTA DI PRIMAVERA

L’atmosfera è quella della festa campestre, della scampagnata primaverile. Moltissimi sono gli adulti, gli anziani, ma non mancano i giovani. Gruppi di studenti della vicina Marianopoli disertano le lezioni per salire su al santuario, dopo aver camminato per due ore. Passano tutta la mattinata in allegria. In particolare abbiamo incontrato e seguito un gruppo, piu volte nella mattinata, ora nello spiazzo antistante la chiesa, ora nel cortile interno, poi al “calvario”, all’altra estremita del colle.

Anche nel salone interno al cortile, in quel grande locale che è stato ora stalla e ora granaio, ci sono gruppi di persone che scherzano allegramente mentre consumano il loro “pranzo a sacco”. Sono soprattutto gruppi familiari molto numerosi, di “famiglie patriarcali” (suoceri, cognati, fratelli, figli, nipoti… 25 persone!), che si organizzano con macchine proprie.

La dimensione della festa campestre è certamente antica e infatti i più anziani ricordano e raccontano, con una certa reticenza, che molti anni fa, quando partivano in gruppi dai paesi, sui cavalli, ognuno con la propria famiglia, arrivavano uno o due giorni prima e la sera della vigilia, nel grande salone che ancora oggi si affaccia sul cortile, si creava un clima di allegria e di gioia. Si cantavano motivi popolari al suono di una fisarmonica e molti, soprattutto giovani, ballavano fino a tardi, aspettando il nascere del giorno della “Santa Croce”. Per alcune coppie giovani, sposate da qualche mese il “viaggio a Bilici” era atteso con trepidazione e costituiva, insieme al “viaggio” a Caltanissetta per le “vare” della settimana Santa, il “viaggio di nozze”. Per molti questa rimaneva la prima se non proprio l’unica esperienza di viaggio fuori dal proprio paese. Oggi l’uso dell’automobile, che permette di raggiungere il santuario in minor tempo, ha cambiato molto queste usanze; nessuno arriva più la vigilia né prima delle 7,30 del mattino del 3 maggio.

 

LA DEVOZIONE POPOLARE DEL CR0CIFISSO

Fino ad alcuni anni fa (forse l’89), probabilmente prima dell’ultimo restauro, come riferisce sompre qualche pellegrino, c’era l’abitudine di prendere una piccola parte del legno del Crocifisso e di mangiarla pensando che cio avesse un potere taumaturgico.

Oggi questo potere è stato trasferito alle ferite sanguinanti del Crocifisso, soprattutto quelle del costato, il cui sangue scorre per tutte le costole. Sono queste che i pellegrini vanno a baciare quando il Crocifisso e ancora in chiesa, sulla scala posta davanti all’immagine, proprio dietro l’altare. Alla fine della processione, in un clima di commozione generale, i fedeli baciano il Cristo da lontano e porgono i fazzoletti perche “asciughino” le ferite e poi li conservano come relique.

Un particolare significato “miracoloso” e “protettivo” viene attribuito anche al “nastro rosso” distribuito insieme all’immaginetta del Crocifisso. Molti lo legano alla croce di ferro che in epoca piu recente è stata posta sul Calvario, poco distante dalla chiesa in cui e posta la venerata immagine. Alcuni, soprattutto i giovani lo portano come un bracciale e lo conservano come un bene prezioso.

Marianopoli e Villalba sono certamente i paesi maggiormente coinvolti nel culto del Crocifisso di Bilici e si è instaurata una certa solidarietà, rafforzata anche dall’isolamento di questi due paesi rispetto agli altri, certamente meglio collegati da strade piu agevoli.

Anche le leggende sul Crocifisso hanno tre varianti che fanno riferimento a Petralia, Villalba e Marianopoli.

 

Nella religiosità popolare la devozione al Crocifisso, in particolare in questa zona interna della Sicilia è molto diffusa e sicuramente e legata alla predicazione dei gesuiti. Anche a Valledolmo, Resuttano, Bisacquino è molto radicata la devozione al Crocifisso e processioni e feste si svolgono in quei giorni, il 2 o il 4 di maggio in ogni caso in modo da non interferire col pellegrinaggio di Belice, che rimane il punto di riferimento e la festa piu sentita.

Queste stesse considerazioni valgono per i sancataldesi, i quali non solo sono molto numerosi il 3 maggio a Belice, ma hanno una forte devozione per il crocifisso espressa in varie forme e legate ad una lunge tradizione; un prezioso crocifisso in avorio dell’inizio del ‘700 è conservato nella chiesa madre di San Cataldo. “Veneratissimo” e anche il crocifisso di p. Rosario Pirrelli, la cui predicazione era incentrata sul Crocifisso “che portava sempre con sé”. Oggi le sue ossa sono deposte nella chiesa di S. Stefano in San Cataldo (4).

Anche nella vicina S. Caterina si svolge una festa al Crocifisso e sempre allo stesso sono dedicate le edicole nel paese, oggetto di devozione popolare per tutto il mese di maggio.

La fede nel Crocifisso percorre sentieri certamente diversi da quelladella scienza, ma la gente ha bisogno di credere che il soprannaturale sia presente nella vita quotidiana e che questa “presenza” sia benefica e porti salvezza: e infatti “Grazia, Signiruzzu!” è il grido fiducioso e accorato con cui i pellegrini continuano a rivolgersi al Cristo “miracoloso”.


 


Note

(1) Sac. Luigi Immordino, Il SS. Crocifisso venerato nell’ex feudo di Castel-Belice, Villalba, 1959, p. 15

(2) II brano è tratto dalla poesia di Mansueto Montagna pubblicata in: C. Montagna (a cura di), Il crocifisso e il Santuario di castel Belicii, Marianopoli, 1984.

(3) Queste notizie sono state ricavate dalle inerviste fatte ai pellegrini arrivati il 3 maggio del 1994 e 1995 ed altre raccolte nei giorni 1‑4 maggio nei paesi di maggiore provenienza dei pellegrini, soprattutto a Marianopoli, Villalba e S. Caterina Villarmosa.

(4) C. Naro, Momenti e figure della Chiesa nissena dell’otto e novecento, edizioni del Seminario, 1989, pp. 15-22.