Salmo 23, Il Signore è il mio pastore

Il Signore è il mio pastore: 

non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

Sal 23

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Lc 6,27-38 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro

«A voci che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano.

A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.

Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? An­che i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto.

Amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Lc 6,27-38

Rm 13,8-10: Amerai il prossimo tuo come te stesso

Fratelli, non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge.

Infatti il precetto: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare” e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: “Amerai il prossimo tuo come te stesso“. 

L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore.

Rm 13,8-10 

Bibbia e arte.I percorsi della cultura e della fede.(Maria Cecilia Visentin)

PREFAZIONE

Bibbia: dalla parola all’immagine

di Gianfranco Ravasi

Nietzsche era costretto a riconoscere che «per noi Abramo è più di ogni altra persona della storia greca o tedesca. Tra ciò che sentiamo alla lettura dei Salmi e ciò che proviamo alla lettura di Pindaro e Petrarca c’è la stessa differenza tra la patria e la terra straniera». E curioso notare che la Bibbia parte con un divieto ferreo destinato a bloccare l’arte figurativa di Israele: «Non ti farai immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra né dì ciò che è nelle acque sotto terra», recita il primo Comandamento (Es 20,4). Eppure la Parola biblica, coi suoi simboli, con la sua incandescenza, la sua poesia è stata il grande arsenale iconografico dell’Occidente, il «grande codice» della nostra cultura, «l’alfabeto colorato della speranza in cui hanno intinto i loro pennelli i pittori di tutti i tempi», come dichiarava Chagall. Per illustrare questo rapporto molto complesso e dai risultati sterminati, ricorriamo a una semplificazione delineando alcuni modelli attraverso i quali la Bibbia è stata filtrata dalla creazione artistica, letteraria, figurativa, musicale.

Un primo modello potrebbe essere definito come reinterpretativo o attualizzante: si assume il testo o il simbolo biblico e lo si rilegge e incarna all’interno di coordinate storico-culturali nuove e diverse. Pensiamo alla figura di Giobbe che dopo esser divenuta per secoli un’immagine del Cristo paziente nell’arte sacra, si trasforma in un segno personale nella Ripresa di Kierkegaard: in Giobbe il filosofo danese legge infatti la sua esperienza infranta di amore e il tentativo di recuperarla dal passato ad opera di Dio. Scriveva Kierkegaard: «lo non leggo Giobbe con gli occhi come si legge un altro libro, ma lo metto sul cuore. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima». E per stare allo stesso filosofo, pensiamo al sacrificio di Isacco (Genesi 22) così come è letto da lui in Timore e Tremore: il terribile e silenzioso cammino di tre giorni affrontato da Abramo verso il monte della prova diventa il paradigma di ogni itinerario di fede, segnato dalla luce e dalla tenebra, in cui il credente deve giungere fino alla spogliazione totale di tutti gli appoggi umani, compresi gli affetti e le relazioni fondamentali. L’esegeta Gerhard von Rad, in una sua opera intitolata Il sacrificio di Isacco, raccoglierà attorno al testo biblico, oltre a quelle di Kierkegaard, le reinterpretazioni attualizzate di Lutero, di Rembrandt e di Kolakowski, ma già la tradizione giudaica nella ‘aqedah, cioè nella «legatura» sacrificale di Isacco sull’altare del monte Moria, aveva visto il mistero della sofferenza del popolo ebraico e si era interrogata sul silenzio di Dio (in particolare in connessione con la tragica vicenda della shoah e delle persecuzioni naziste). Potremmo continuare a lungo nella documentazione di questo tipo di rilettura che domina nell’arte sacra, attenta a ricondurre eventi evangelici all’oggi della Chiesa: pensiamo alle raffigurazioni popolari, al folclore, che cercano di far rivivere la Passione di Cristo o altri momenti della sua esistenza all’interno della quotidianità.

C’è, però, un altro modello da individuare: esso elabora i dati biblici in modo sconcertante e per questo lo potremmo definire come degenerativo. Nella stessa storia della teologia e dell’esegesi si sono verificate spesso deviazioni e deformazioni interpretative. Il testo sacro si trasforma in un pretesto per parlare d’altro («allegoria») o persino per ribaltarne il senso originario. Così accade anche nella storia della cultura. Prendiamo ancora come emblema il libro di Giobbe. La tradizione, infatti, ignorando l’altissimo poema che costituisce la sostanza dell’opera, si è attestata quasi esclusivamente sul prologo e sull’epilogo (cc.1-2 e 42). Qui Giobbe appare solo come l’uomo paziente che supera la prova ed e alla fine ricompensato da Dio. In realtà il corpo centrale dell’opera presenta, invece, il dramma della fede posta di fronte al mistero di Dio e del male. L’approdo di una ricerca lacerata e acre è in quella professione di fede che sigilla realmente l’intero scritto: «Io ti conoscevo per sentito dire; ora i miei occhi ti vedono» (42,5).

L’arte cristiana, invece, sulla scia di un’interpretazione riduttiva già presente nel Nuovo Testamento (Gc 5,11) e nei Padri della Chiesa, si accontenterà di un Giobbe collocato sul letamaio, pronto a sopportare le più atroci sofferenze, l’ironia della moglie e la contestazione degli amici, in attesa della liberazione finale. Ma la «degenerazione» del significato autentico del libro biblico può essere ulteriormente illustrata all’ interno dell’enorme ripresa letteraria che la storia di Giobbe ha subìto (da Goethe a Dostojevskij, da Roth a Singer, da Bloch a Camus, da Morselli a Pomilio). Esemplare in questo senso è la Risposta a Giobbe di Carl Gustav .Jung (1952) in cui il celebre sofferente biblico si erge come simbolo della moralità e della responsabilità di fronte a un Dio del tutto libero da ogni etica. Cristo sarà colui che, provenendo da Dio ed entrando nell’umanità, riuscirà a imparare la lezione morale di Giobbe e a levarsi contro la durezza «immorale» e l’insondabilità del Padre celeste. Come è evidente, il testo biblico è ormai solo uno spunto sul quale si intessono nuove trame e nuovi significati e questo accade per molte figure bibliche: sempre per stare nell’ambito psicanalitico, si ricordi l’elaborazione della figura di Mosè e delle origini della religione ebraica compiuta da Sigmund Freud nei tre saggi sull’ Uomo Mosè e la religione monoteistica (1913). Tuttavia dobbiamo riconoscere che, se è già segno di fecondità e di forza dell’originale biblico anche la lettura deviata, una grandiosa testimonianza di potenza spirituale e culturale la Bibbia la offre quando essa è fatta trasparire in tutta la sua ricchezza simbolica e teologica. È per questo che vorremmo parlare di un terzo modello di tipo trasfigurativo.

L’arte riesce spesso a rendere visibili risonanze segrete del testo sacro, a far germogliare potenzialità che l’esegesi scientifica solo a fatica conquista e talora del tutto ignora. È ciò che il pittore Paul Klee affermava in senso generale quando nella sua Teoria della forma e della figurazione scriveva che «l’arte non ripete le cose visibili ma rende visibile ciò che spesso non lo è». Gaston Bachelard diceva di Chagall che nei suoi quadri «egli legge la Bibbia e subito i passi biblici diventano luce». In questo senso ci sembra particolarmente indicativa la grande musica del ‘600-700 che ha spesso superato le arti figurative nel divenire interprete della Bibbia (Carissimi, Monteverdi, Schùtz, Pachelbel, Bach, Vivaldi, Buxtehude, Telemann, Couperin, Charpentier, Haendel, Haydn, Mozart).

Si immagini solo cosa possa significare un oratorio come Jefte di Carissimi o il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi o la Passione secondo Matteo di Bach o, per venire ai nostri giorni, la Passione secondo Luca di Penderecki o i Chichester Psalms di Bernstein. Per avere un esempio specifico ed essenziale, basterebbe seguire la suprema rilettura che Mozart fa di un salmo letterariamente modesto, il brevissimo 117 (116), caro però a Israele perché proclamava le due

virtù fondamentali dell’alleanza che lega Dio al suo popolo , cioè la veritas et misericordia, come dice la versione latina della Volgata usata dal musicista, ovvero l’amore e la fedeltà, in una traduzione più vicina all’originale ebraico.

Ebbene,il Laudate Dominum in fa minore dei Vespri solenni di un Confessore K 339 di Mozart riesce a ricreare la carica teologica e spirituale, ebraica e cristiana del salmo come non saprebbe mai fare nessuna esegesi testuale diretta.

Dopo dieci battute d’orchestra si apre “una meravigliosa cantilena di un soprano solo. Nella forma strofica la melodia viene ripresa una seconda volta dal coro in un’atmosfera di ineffabile tenerezza ultraterrena. Dopo le due strofe, breve momento di immobilità e di gioia. E poi la voce soprano, nell’Amen finale si unisce al coro e lo domina dolcemente”(M. Vignal).

L’esegesi «artistica» sa travalicare il testo rivestendolo di bagliori inattesi, Il risultato “rasfigurativo”è proprio di tutte le grandi opere d’arte e di letteratura. Impossibile sarebbe dimostrarlo compiutamente perché il repertorio da consultare è vastissimo. Ci accontentiamo di un simbolo,quello del dito efficace di Dio, spesso celebrato dalla Bibbbia. Ebbene,tutta la storia, la missione, la figura e la grandezza del Battista sono racchiusi in quell’indice poderoso puntato verso il Crocifisso che Mathias Grunewald ha dipinto nell’ Altare di Isenheim del museo di Colmar. Tutto il mistero dell’atto creativo descritto nel libro della Genesi è nell’indice «imperativo» del Creatore michelangiolesco che sveglia all’essere l’indice assopito di Adamo. E tutta la rivoluzione che si crea nella vita del pubblicano Levi è nella citazione che Caravaggio fa di Michelangelo in quell’ indice che Cristo punta sul futuro apostolo Matteo, nella celebre tela di San Luigi dei Francesi a Roma.Proprio per questa sua fecondità artistica, è sconcertante il fatto che la Bibbia sia ancora sostanzialmente un libro assente dalla formazione culturale dell’italiano. Certo, la Bibbia è capitale per il credente per il quale essa è «lampada per i passi» nel cammino della vita, come dice il Salmo 119. Ma lo dev’essere anche per il «laico», cioè per l’agnostico, perché le Scritture – affermava Pascal – «hanno per ognuno passi adatti a consolare tutte le condizioni, ma anche passi adatti a inquietare tutte le condizioni». Un «laico» come Francesco De Sanctis confessava: «Mi meraviglio che nelle scuole dove si fanno leggere tante cose frivole, non sia penetrata un’antologia biblica, atta a tenere desto il sentimento religioso». E ai nostri giorni Umberto Eco si chiedeva:

«Perché i nostri ragazzi devono sapere tutto di Omero e nulla di Mosè?» Rimane, comunque, aperta per il credente un’altra dimensione. La Bibbia ci insegna a dire Dio non solo in modo vero e giusto ma anche in modo bello. La via pulchritudinis, cioè la via della bellezza – ammonisce Von Balthasar – conduce a Dio e l’arte procede proprio su quella strada. Una strada, purtroppo, poco praticata ai nostri giorni; eppure essa è «come la luce dell’alba che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18).

Plaudiamo cordialmente,allora,all’opera di Maria Cecilia Visentin che offre in queste pagine alcuni itinerari nell’ambito della poesia,della pittura,della musica,a coloro che cercano nella Bibbia il sale della sapienza,le ragioni del vivere e il destino ultimo dell’uomo.