Orgoglio “vallelunghese”!

Ciascuno di noi porterà con sè,dalla nascita alla morte,l’aria del luogo dove è nato.Quest’aria cercherà sempre di ritornare a respirare e se vive lontano dal proprio paese natio,lo farà attraverso i ricordi dell’infanzia,gli odori che ha respirato,il sapore dei cibi che ha mangiato.Tutto ciò si chiama IDENTITA’  e affonda le proprie RADICI nell’humus dove si è nati. Mai,dunque,perdere la propria IDENTITA’.Per fare ciò,bisogna stare attaccati,con qualsiasi modo lecito, alle proprie RADICI.Molta bibliografia scientifica ha provato che molti emigrati che hanno perso le loro RADICI,hanno subito danni gravi,nel tempo,alla loro salute psico-fisica.

Detto ciò,do seguito,con molto piacere,alla richiesta dell’amico e compagno di scuola(seppur per un anno)dell’Ingegnere Ferdinando D’Anna che lavora presso i Vigili del Fuoco di Torino,di rendere note nel mio blog,le tante cose utili e belle che i tanti vallelunghesi ,sparsi nel mondo, fanno ogni giorno e in silenzio.L’ingegnere D’Anna ha partecipato,a Coppito in Abruzzo, alle operazioni di soccorso pro terremotati,ricevendo,insieme ai suoi colleghi di lavoro,vari attestati di riconoscenza per il lavoro svolto. Tanti altri vallelunghesi onorano le loro origini,lavorando con dignità  e senso di responsabilità.Vallelunga,dunque,non solo mafia. Un ringraziamento sentito a Ferdinando per il lavoro svolto in favore dei terremotati d’Abruzzo,avendo sempre nel cuore,così come tutti noi,la nostra amata cittadina che ci ha dato i natali.

coppito per michele

Invito altri vallelunghesi che,per caso,”passassero” da questo blog,a segnalarmi,se lo vorranno,ciò che fanno in favore delle comunità dove vivono,in Italia o all’estero.

Cordiali saluti a tutti i vallelunghesi emigrati.

IL MAGICO GIARDINO.

Jm

Il romanzo «Il magico giardino» di Rosolino Jim Tatano è avvolto da un’atmosfera quasi surreale, come a ricercare un incanto dietro l’altro, in un susseguirsi di suggestioni, di profonde riflessioni sul significato della vita, sull’inevitabile ricerca del proprio essere, dell’autentica essenza che ogni essere umano ha dentro di sé.

La trama è decisamente raffinata e, pagina dopo pagina, alimenta un continuo fascino quasi a condurre il lettore nelle pieghe più nascoste d’una acuta osservazione del reale che sempre è contaminato dall’elemento magico e misterioso della dimensione che possiamo definire “invisibile”.

L’inizio è già avvolto da un’atmosfera irreale ed evanescente. Il protagonista, Arthur Goretti, in una notte tremenda, sotto un diluvio, un violento vento, tuoni e fulmini, si ritrova sul prato d’un giardino, quasi privo di coscienza e pervaso da un misterioso torpore.

Il maggiordomo di Elena Gadi, una donna dolce e compassionevole, lo trova in quello stato, lo aiuta a svegliarsi e lo porta in casa. Lei lo ospita, lo accudisce e poi il risveglio di Arthur che si rende conto di essere in un luogo sconosciuto anche se, dalla finestra della sua stanza, può vedere il fantastico giardino, teatro di quella fatidica notte terribile, che ora è pervaso da colorati e profumati fiori.

Tutto pare avere una nuova dimensione, una nuova luce. Ora, davanti a se stesso, si rende conto di essere un uomo caduto nell’abisso della solitudine, tra alcol e vizi, allontanatosi “dalla bellezza della vita” ed ormai ridotto ad uno spettro di se stesso. Nella sua mente il rimpianto “per ciò che era” e adesso un’infinita amarezza lo assale dopo tre notti d’agonia e vaneggiamenti.

Arthur è un artista, un pittore, che crea passando attraverso la sofferenza e sentendo sulla pelle ogni emozione, ogni lacerazione e dissidio della vita.

L’esistenza come una sfida continua che deve essere ingaggiata con coraggio, cercando di recuperare la capacità di sognare per rimanere veramente “vivi”.

E lo stesso autore de «Il magico giardino» che, ad un certo punto, scrive: “Tutto ciò che ci circonda, influenza le nostre emozioni, amplifica le sensazioni, le indirizza verso direzioni remote dell’essere”.

Ecco allora che ritrovarsi in un luogo fantastico dove si è desiderato stare può diventare una gioia e, allo stesso modo, se siamo limitati in un luogo desolante, una minima preoccupazione o un banale guaio possono diventare un atroce abisso.

L’arte curerà Arthur che ritornerà a dipingere ed Elena, la sua salvatrice, diventerà la sua modella, la sua Musa.

Rosolino Jim Tatano, ne «Il magico giardino», offre una serie continua di visioni affascinanti, sempre ponendo l’accento sul ruolo dominante dell’immaginazione, della fertile visione artistica, che diventano un rifugio, un’oasi mentale, unendosi e miscelandosi fino a rappresentare la salvezza per l’Uomo che si trova a vagare in un mondo instabile ed insicuro.

Nel gioco evanescente d’una narrazione che racconta la storia d’un uomo che è il simbolo del “viaggiatore” nell’anima, d’un uomo che ha camminato per molto tempo e in luoghi sconosciuti, l’autore recupera la concezione del sogno, dell’arte e della magia.

Tra un mondo metafisico dechirichiano e la “foresta incantata” pollockiana, quasi in preda ad una visione, ad una immane vertigine, le superfici si colorano delle manifestazioni della vita e di profonde riflessioni esistenziali: la coscienza e l’inconscio, la costante visione mistica, la concezione del tempo come l’arte del sogno.

La necessità vitale di una nuova luce che illumini il cammino, riproponendo nuovi colori della vita, mai dimenticando che è fondamentale “mettersi a lottare” per conquistare la magia della creazione.

 Massimiliano Del Duca

Jm2

Dio e Cesare a confronto….

Mogavero

L’intervento di Mons.Domenico Mogavero ,vescovo di Mazara del Vallo e presidente del Consiglio per gli affari giuridici della CEI,sulla vita “privata” del premier,ripropone,ancora una volta,la questione dei rapporti tra “Dio e Cesare”,ossia tra il potere spirituale e quello temporale. L’intervento di Mons.Mogavero, in un contesto di sana laicità dello Stato e di indipendenza e collaborazione tra i due poteri,sembra riecheggiare le parole scritte da Papa Gelasio,nel 496,all’imperatore Atanasio:

 « Due sono, Augusto Imperatore, quelle che reggono principalmente questo mondo: la sacra autorità dei vescovi e la potestà regale. Delle quali tanto più grave è la responsabilità dei sacerdoti in quanto devono rendere conto a Dio di tutti gli uomini, re compresi. »

« Se nell’ordine delle cose pubbliche i vescovi riconoscono la potestà che ti è stata data da Dio, e obbediscono alle tue leggi senza voler andare contro le tue decisioni nelle cose del mondo; con quale affetto devi tu obbedire a coloro che sono incaricati di dispensare i sacri misteri? ».

Di acqua sotto i ponti ne è passata,ma il rapporto tra i due poteri resta sempre vivo.Perchè?

Il perché lo descrive bene il sociologo Franco Garelli,che in una articolo apparso sulla Stampa nel dicembre del 2008 commentava la visita di Papa Benedetto XVI all’ambasciata italiana presso la Santa Sede dal titolo: Dio e Cesare, separati ma non troppo

“Colpa del grande gelo dell’economia mondiale e del maltempo che imperversa sulla penisola, la visita di sabato di Benedetto XVI all’ambasciata italiana presso la Santa Sede è stata derubricata da tutti i mass media a un incontro di routine, a un flash di agenzia ripreso solo nelle pagine interne dai più importanti quotidiani.Eppure, in tempi normali, l’evento sarebbe emerso in tutta la sua importanza, non tanto perché negli ultimi 60 anni solo tre Papi prima dell’attuale hanno con questa visita sottolineato le relazioni speciali che legano la Chiesa al popolo italiano; ma soprattutto per l’impegnativo, seppur breve, discorso pronunciato da papa Ratzinger nella circostanza sul ruolo della religione nella sfera pubblica.L’intento immediato del Pontefice era di confermare il clima positivo oggi esistente tra le due sponde del Tevere, al punto da auspicare che tale modello possa essere di esempio per altre nazioni e per le relazioni internazionali. Ma oltre a questo riconoscimento, egli ha richiamato la distinzione di fondo che dovrebbe governare i rapporti tra Stato e Chiesa e favorire le migliori condizioni per una presenza feconda della religione nella società. In fin dei conti, ha ricordato il Papa, si tratta di riproporre l’icona evangelica del «dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio».Come a dire che è nella fine della commistione tra potere temporale e potere spirituale, nello scioglimento dei legami fra «trono» e «altare», che entrambe le sfere (Stato e Chiesa, politica e religione) possono meglio operare per il bene comune. Ciò vale non soltanto per il nostro Paese o per l’Occidente; ma per tutte le aree del mondo in cui la confusione tra potere politico e sfera religiosa ancora oggi produce esiti nefasti.

L’idea di una libera Chiesa in un libero Stato viene dunque riproposta con forza da papa Ratzinger, come una netta presa di distanza da un passato controverso che deve essere archiviato. Al di là dei compromessi e dei legami ambigui tra politica e religione che hanno caratterizzato la storia dell’Occidente, la Chiesa ammette che la struttura fondamentale del cristianesimo prevede la distinzione tra Stato e Chiesa, l’autonomia delle sfere temporali e spirituali, e che è in questa condizione che la religione ritrova le energie migliori per assolvere alla sua funzione specifica nel mondo. A detta del Papa, la Chiesa non solo riconosce e rispetta la distinzione tra Dio e Cesare, «ma la considera come un grande progresso per l’umanità».

La formula «Dio e Cesare separati» evocata da Ratzinger non si presta comunque a letture semplicistiche. Il brano evangelico richiamato dal Papa è da sempre un passo ostico per l’esegesi cristiana.

Nell’interpretazione oggi più accreditata ciò non significa che le due sfere (temporale e spirituale) siano del tutto indipendenti o senza gerarchie. Dietro l’indicazione di Gesù di «dare a Cesare ciò che è di Cesare» vi è non solo il rifiuto del cristianesimo di pretendere una giurisdizione sulla società secolare, da cui deriva l’accettazione delle leggi della città terrena; ma anche l’idea che la Chiesa non è l’insieme della società, quanto una comunità distinta e volontaria, preoccupata soprattutto di testimoniare e diffondere il messaggio cristiano nel mondo. Di qui il richiamo a «dare a Dio ciò che è di Dio», riconoscendo che questo è il compito prioritario per i credenti, chiamati ad accettare le «giuste» leggi della terra in cui vivono ma con uno sguardo rivolto al cielo. I cristiani, dunque, sono sospesi fra terra e cielo, ma il rispetto delle leggi di Cesare avviene solo a condizione di riconoscere il primato di Dio nel mondo.

Da questi accenni è evidente quanto il pensiero di Benedetto XVI sia affascinato dal modello degli Stati Uniti, da una terra di grande libertà religiosa, dove le religioni – come già aveva notato Tocqueville – hanno larga cittadinanza nella sfera pubblica e alimentano l’ethos della nazione. Diversamente da quanto accade in Europa, in quel contesto non si pretende di vivere «come se Dio non ci fosse»; ma l’accettazione della presenza delle Chiese e dei gruppi religiosi – pur separati dal potere politico – è un elemento fondante la vitalità della nazione.

Tornando a noi, è fin troppo ovvio che i principi esposti dal Papa possano ottenere largo consenso pure nel mondo laico, ma anche dare adito a critiche e riserve per il modo in cui trovano applicazione nella società. Molti riconoscono la grande funzione sociale e spirituale svolta dalla Chiesa cattolica in Italia e il suo impegno per il bene comune; ma in parallelo si chiedono se davvero in Italia vi sia quella situazione di piena distinzione tra Dio e Cesare evocata dal pensiero del Papa. Perché una Chiesa libera in un libero Stato dovrebbe aver bisogno di un’attenzione privilegiata da parte del potere politico? Non c’è il rischio che – al di là dei principi affermati – si produca un legame strisciante tra Stato e Chiesa che può condizionare quest’ultima nella sua missione?

Al di la del rischio,reale,paventato dal Garelli,nella parte finale dell’articolo,credo che l’intervento di Mons.Mogavero si ponga proprio sulla scia della distinzione dei poteri,e sul fatto che la Chiesa ha il compito di chiedere a “Cesare” di porre in essere un percorso di comportamenti etici che siano validi per i cittadini,siano essi credenti o no. (Il Webmaster)

 Il vescovo di Mazara, monsignor Mogavero, 
è divenuto il nemico del Premier. Queste le ragioni

 Non è un “persecutor” né l’attorney-general della Chiesa cattolica ma ha autorevolezza e ruolo per manifestare opinioni e giudizi in nome e per conto della Chiesa, da presidente del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei, la Conferenza Episcopale Italiana, cioè l’assemblea dei vescovi.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo siciliano di Mazara del Vallo, si è assunto un onere difficile, richiamare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, alla necessità di fare chiarezza sulle accuse che gli vengono mosse, smentirle portando prove convincenti.

 Mons. Mogavero rappresenta, dunque, la Chiesa che non tace ed esprime il suo disagio di fronte a ciò che definisce un decadimento dei costumi. Ciò che fa e dice il Premier, afferma il prelato, acquista rilevanza pubblica, la sfera privata del capo del Governo deve costituire un modello di comportamento per gli italiani.

 Le assicurazioni che il Premier ha affidato al settimanale “Chi”, osserva Mogavero, non sono sufficienti. “Se non ha niente da nascondere – ha dichiarato a Repubblica – il Premier risponda una volta per tutte alle accuse che gli sono state mosse, smentisca con le prove chi mette in dubbio la sua moralità, vada a dirlo in Parlamento, denunci alla magistratura i suoi presunti calunniatori. E aspetti fiducioso che la legge faccia il suo corso”.

 “Non basta dirlo ai giornali patinati – continua Mons.Mogavero – come Chi e Vanity, più abituati a parlare di spettacoli e veline. Ormai sono mesi che importanti organi di informazione come Repubblica, Famiglia Cristiana, Avvenire – ma anche mass media stranieri – raccontano dei comportamenti del Premier, mettendo a dura prova non solo la coscienza dei cattolici, ma di tanta parte dell’opinione pubblica.

“È ormai tempo che Berlusconi faccia piena luce nelle sedi opportune a partire dal Parlamento, senza limitarsi ad attaccare chi lo accusa senza entrare nel merito del caso. Ormai non può più far finta di niente…”.

 Le gerarchie ecclesiastiche gli daranno credito se lo farà? Chiede Repubblica a Mons. Mogavero. Le conclusioni del prelato sono perentorie: “Dipende da quello che dirà e da come lo dirà. Per questo gli consiglio di abbassare i toni, di evitare di indicare modelli diseducativi come la corsa alla ricchezza, al successo, al potere, l’uso della donna. Noi pastori davanti a tutto questo siamo veramente preoccupati. Come lo è qualsiasi persona di buonsenso”.

 Nella storia d’Italia non era mai accaduto che la Cei chiamasse, di fatto, sul banco degli imputati a discolparsi difronte all’opinione pubblica ed al parlamento del suo operato, pubblico o privato, il capo del Governo.

 Monsignor Mogavero non esprime naturalmente il suo pensiero personale, date le sue responsabilità, ma quello della Chiesa cattolica italiana, che dopo una fase di estrema cautela e di conseguente silenzio, sollecitata dai fedeli, ha manifestato per intero il suo disagio.

La convinzione del Premier di “piacere agli italiani così com’è” non è stata digerita dai vescovi, destando perplessità anche fra coloro che esprimono fiducia ed apprezzamento per il capo del Governo o sono preoccupati che una eventuale incrinatura dei rapporti possa nuocere alla Chiesa, impegnata in una intensa attività sui temi etici e sui rapporti con lo Stato nelle questioni dell’istruzione. 

 Il Presidente del Consiglio ha liquidato, nel recente passato, le esternazioni di Avvenire e dello stesso Mogavero, come prese di posizione di alcuni parroci “caduti nella trappola delle calunnie” e delle denigrazioni. Una reazione che non è stata gradita dal vescovo di Mazara del Vallo, divenuto suo malgrado il “nemico” di Berlusconi. Nell’Isola e nella Chiesa italiana, di sicuro.

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/politica/61795/vescovo-mazara-mons-mogavero-divenuto-nemico-premier-queste-ragioni.htm

Qualcuno era Comunista……

T

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il Paradiso Terrestre.
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché «La Storia è dalla nostra parte!»
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Craxi non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
GIORGIO GABER e SANDRO LuPORINI,
Qualcuno era comunista
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Luca Telese,Qualcuno era Comunista.Dalla caduta del Muro alla fine del PCI:come i comunisti italiani sono diventati ex e post. Sperling eKupler,2009.

QUELLI CHE UNA VOLTA ERANO FASCISTI…….:

Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra. attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza infatti, sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere lo schiavo degli ebrei?”
Giorgio Bocca, 4 agosto 1942, “La Provincia Granda”

«Non si sarà mai dei dominatori se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Niente indulgenze, niente amorazzi. Il bianco comandi»
Indro Montanelli

“Ancora oggi è la stessa voce del Capo che ci guida e ci addita le mete da attingere. […] Oggi mentre sembra che Sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l’accento sull’elemento disuguaglianza, che il Fascismo ha posto come cardine della sua dottrina
Un Impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la “volontà di potenza” dello Stato nucleo, che poggia su due pilastri essenziali: il “popolo” quale elemento di costruzione sociale; la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata “volontà di potenza”

Eugenio Scalfari, luglio 1942, “Roma fascista”

DPR 122/09.Regolamento recante….

coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni e ulteriori comodità applicative in materia,ai sensi degli articoli 2 e 3 del Decreto-Legge 1 Settembre 2008,n.137,convertito,con modificazioni,dalla legge 30 ottobre 2008,n.169.

Testo:http://www.edscuola.it/archivio/norme/programmi/regvalutazione.pdf

Il quarto regolamento Gelmini, di coordinamento delle norme in materia di valutazione degli alunni, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (dpr 22 giugno 2009, n. 122).

A differenza degli altri regolamenti pubblicati, questo sulla valutazione ha già trovato applicazione in buona parte nel corso di questo anno scolastico appena terminato, in termini di valutazione espressa con voto in decimi anche nelle scuole del primo ciclo, di voto del comportamento nelle scuole secondarie di I e II grado, con possibili effetti, se negativo, di non ammissione all’esame o alla classe successiva.

L’applicazione completa del regolamento dal prossimo anno scolastico determinerà, comunque, alcuni effetti nuovi che non avevano avuto attuazione prima.

Il primo comma dell’art. 6, relativamente alla valutazione degli studenti delle superiori, prevede che per l’ammissione all’esame di Stato, esattamente come già previsto e applicato quest’anno per l’esame di licenza, sia necessario conseguire la sufficienza in ciascuna disciplina, oltre, s’intende, anche nel comportamento.

Quest’anno, in attesa dell’entrata in vigore di questa drastica disposizione che non mancherà di provocare reazioni tra gli studenti, si è data applicazione, per la prima volta, alla disposizione meno severa, voluta dall’allora ministro Fioroni, che per l’ammissione all’esame di Stato fosse necessaria la media del sei.

Lo stesso articolo 6, al comma 3, conferma, inoltre, la disposizione, recentemente censurata dal Tar del Lazio, che riconosce pieno titolo ai docenti di religione cattolica di concorrere ala determinazione dei crediti scolastici.

La natura regolamentare di questa disposizione, oltre a comportare il riconoscimento del diritto alla pari dei docenti di RC, dovrebbe consentire che essa sia sottratta alla possibile censura del Tar, in quanto non trattasi di materia amministrativa.

L’immediata entrata in vigore del Regolamento potrebbe, addirittura, rendere inutile il ricorso al Consiglio di Stato del ministro Gelmini contro la sentenza n. 7076 del Tar Lazio.

Un’altra novità è contenuta nel comma 6 dell’art. 3 relativo agli esami di licenza al termine del primo ciclo. Per la determinazione del voto finale di esame – che già da quest’anno è stato espresso con voto in decimi anziché con giudizio (ottimo, distinto, ecc.) – viene calcolata la media aritmetica dei voti conseguiti in tutte le prove d’esame, scritte e orali, e nel giudizio di ammissione.

Verità e Libertà nell’Educazione Religiosa.

In questi giorni, che hanno visto l’ennesimo attacco all’IRC,all’ identità cattolica del popolo italiano e ad un mai dismesso antilcericalismo becero di stampo risorgimentale,ho preso tra le mani un “volumetto”,datato 1995,dal titolo:VERITA’ E LIBERTA’ NELL’EDUCAZIONE RELIGIOSA. A scriverlo, a suo tempo,un intellettuale nato,cresciuto e vivente nell’entroterra siciliana,il Prof.Luigi Di Franco,personalità di grande spessore culturale seppur poco conosciuta. L’autore,di cui mi onoro essere amico da molto tempo,già allora “profetizzava” la situazione attuale:ossia il tentativo,mai sopito, di mettere a tacere,una volta e per tutte,l’educazione religiosa,nella scuola pubblica,poichè essa è foriera di Verità e Libertà che aiutano l’uomo e l’alunno a raggiungere una pienezza di umanità. Meglio spingere le giovani generazioni a consumare spinelli,cannabis,cocaina,eroina ed alcolici di ogni genere….a vivere una vita affettivo-sessuale dissoluta,ma di Verità e Libertà meglio non parlarne. Meglio porre in essere una “educazione” nozionistica ed efficentista,ma non personalista!

Vi sottopongo la premessa al volume,leggendo la quale,spero,vi possiate rendere conto di quanto urgente sia ritornare a parlare della necessità della educazione religiosa nella scuola che trasmette verità e libertà.

L

di

Luigi Di Franco

L1

INTRODUZIONE

 

“SOCIETÀ COMPI ESSA”, “POSTMODERNO” “FORMA VIVENTE”

 

Oggi è diventato rischioso anche il solo parlare di ‘educazione’ e non è raro sentire parlare invece di “fine dell’educazione” e, quindi, di “fine della pedagogia” (1).

Da un lato c’è il rischio di ridurre ogni riflessione pedagogica ad un gioco verbale, dall’altro di lasciare sprovvisto di ogni indicazione di senso, nella duplice accezione di “direzione” e di “significato”, per la sua vita di oggi e di domani.

La nostra società “disordinata” mostra la crisi di ogni funzione educativa e in essa sembra venuto meno “ l‘incanto” kantiano del cielo stellato sopra di me e della legge morale in me. Da qualche decennio anche in Italia viviamo in una società “postmoderna” definita cioè dal fatto di venire “dopo” l’età moderna, di cui si denunciano i limiti e le illusioni, piuttosto che dalla fiducia in determinati valori o prospettive future.

Caratteristica delle società postmoderne è la tendenza allo sviluppo e alla crescita di un progetto, fondato più su una “visione del mondo” e della vita che su precise e fondate istanze morali.

Eppure resta vero, proprio in questo contesto, che nessuno dei moderni critici della religione e della morale religiosa ha dimostrato in maniera convincente e definitiva che la fede in Dio è soltanto una proiezione dell’uomo (Feuerbach), o è soltanto oppio del popolo (Marx), o sia soltanto un sentimento dei deboli (Nietzsche), oppure è solo una regressione allo stato infantile (Freud).

In crisi radicale è entrata, infatti, la società borghese moderna con la sua fiducia nella ragione e con la sua fede nel progresso.

“Postmoderno” è allora una chiave interpretativa che può comprendere in senso lato tutto ciò che distingue il nostro presente dalle esperienze della modernità ormai superata. Così le nuove modalità ristrutturanti del “postmoderno” se per un verso aprono nuovi orizzonti di crescita, di responsabilità, di speranza, per un altro verso, socialmente più inglobante, ci lasciano in balia dei condizionamenti sociali dominanti, specie attraverso i mass media, indirizzando verso un’omologazione consumistica e pragmatistica.

Non è che vengano negati i grandi principi, ma essi vengono relegati su uno sfondo poco rilevante per la realtà quotidiana, dove invece conta realmente solo ciò che si può manipolare. In questo contesto la religione ha un senso solo in quello scenario di cui parla Garelli (2) che è il mondo e l’uomo.

Si ha una specie di spaccatura dell’identità di ciascuno fra un “paladino” della fede, che con I. Calvino potremmo dire “inesistente”, il quale proclama grandi principi, civili-ecologici-religiosi, e un “barone rampante” dei bisogni, dei desideri e dei consumi, per nulla disposto a modificare il modello di vita praticato, pure del tutto incoerente rispetto ai principi professati.

Nelle “Post-Modernità” non vi è più spazio per una verità che vada oltre l’ambito del pragmatico e della metodologia scientifica.

Emerge solo un “pensiero debole” che si limita a spiegare o interpretare i linguaggi non più intesi come “struttura della ragione”, ed “espressione della verità” ma solo come accadimenti storicamente qualificati.

Se il pensiero moderno ci aveva espropriato delle coordinate spaziali del mondo, lasciandoci “senza casa”, il pensiero debole del postmoderno tende ad espropriare anche delle coordinate temporali, cioè di quella “casa” che è esperienza dell’uomo, intesa come storia, sia nel senso idealistico-hegeliano che in quello materialistico-marxiano.

Nel tempo postmoderno si spegne pure la fede nelle ideologie divenute anche scientificamente incredibili, da quando il sapere appare retto dalle esigenze dell’informatica che deludono ogni domanda di fondamento della conoscenza.

Viene meno l’ideologia del progresso ma solo in quanto sostituita dall’obiettivo della massima funzionalità. La complessità della società attuale cerca per sè una legittimazione solo “performatica”, basata cioè soltanto sull’efficienza, sul rapporto ottimale fra input e output. Così ogni referente “metanarrativo”, o “visione del mondo”, è reputato vano ed inutile e l’incredulità verso ogni legittimazione metanarrativa diventa la caratteristica della complessità di una società che liquida nella paradossale eliminazione di ogni funzione legittimante la condizione stessa dell’uomod’oggi, che nonostante un’enorme acquisizione di sapere conosce sempre meno se stesso.

Mentre le conoscenze tecniche si allargano diminuisce l’autonomia dell’uomo come individuo e la sua indipendenza di giudizio come persona.

L’uscita dalla modernità si annuncia come un abbandono di tutti i valori. “Dopo” Nietzsche, “dopo” la volontà di potenza, non è più possibile proporre valori:ogni valore si ridurrebbe infatti in quest’ottica a pura “volontà di potenza”. Ne deriva un crescente “sovraccarico funzionale” dell’individuo, per il quale la “complessità” circostante diventa sempre più simile, come ci dice Horkheimer, ad una “macchina che ha gettato a terra il conducente e corre cieca nello spazio”(3).

Eppure l’attuale stagione dell’uomo più che mai gravita intorno alla questione della sua autonomia e fondazione, al problema cioè di trovare un “centro d’unità” pur nel complesso articolarsi delle problematiche teoriche, pratiche ed operative.Da qui l’esigenza di inscrivere la ricerca pedagogica nel quadro aperto e non chiuso di una filosofia dell’educazione e di una teologia pedagogica che evidenziano nell’atto della “visione” la struttura teoretica fondamentale della conoscenza umana. L’uomo, infatti, è una “forma vivente”, li è possibile individuare il volto autentico ed integrale delle determinazioni essenziali della umana creatura. “Vivente forma d’essere, in quanto rappresenta la struttura della sua concreta esistenza. Vivente forma di valore, in quanto esprime come quest’ente dev’essere, per essere pienamente sè stesso e perciò conforme al proprio valore” (4).

Per questo il concetto di “Formazione” (Bildung) è irriducibile per chi voglia percorrere il processo educativo avendo sempre presente, proprio con via fenomenologica, l’atto vivente della conoscenza umana che è dinamica relazionalità ontologica dell’uomo all’essere.

Nell’uomo, percezione, azione e divenire, si attuano in una dinamica popolare: dall’esterno all’interno, dall’interno all’esterno. Questa vivente iniziativa dello spirito umano è il fattore portante della strutturazione (della forma vivente umana. Ed essendo questa dinamica “polare” – esterno/interno – un progredire e un superamento, si fa “polarità fra regno di natura e dimensione spirituale. Lo spirito in quanto tale trascende l’orizzonte della natura. In quanto persona, esso possiede sè stesso nella coscienza, nella libertà e nella azione” (5).

Lo spirito che è in sè e per sè esce “nella” e “con” la natura da sè per a sè ritornare, divenendo, così, intimo alla natura in una dinamica nuova: quella della libertà. Ecco perché “la forma vivente dell’uomo … trova il proprio ultimo fattore portante nell’iniziativa dello spirito: conoscenza, libertà e azione” (6). Il “valore” dell’uomo è espresso da quell’originalità irripetibile che è data nell’essenza indicata dal “nome”, sigillo dello spirito personale.

L’essenza dell’uomo “può essere nominata … poiché dal momento della sua fondazione e creazione,ontologicamente cioè, riceve un nome ed è chiamata.

Lo spirito è creato come singolo; in quanto tale, riceve il suo nome; da Dio” (7).

Ecco perché è da sottolineare l’importanza decisiva della “formazione” per il futuro di una civiltà dell’uomo che sia libero e realizzato nella vita dell’amore.

Ogni interpretazione non riduttiva dell’umano, né naturalistica né storicistica, non può non portare alla percezione dell’immagine integrale dell’essenza umana e della sua dimensione etico-religiosa. La riflessione su questo tema, svolta con e tramite un percorso meta-didattico, è l’oggetto del presente saggio.

Ciò oggi pare più che mai urgente per contribuire ad adeguare l’esperienza del fenomeno pedagogico alla “pienezza” di quella forma vivente che è nell’uomo di ogni tempo, la libertà.

Quando si considerano processi didattici e problematiche educative spesso ci si dimentica di colui che dovrebbe essere il vero protagonista nell’educazione: l’alunno e la sua formazione. Cioè la “forma” vivente che è la persona, ogni persona, che cerca di incontrare il mondo ed il suo senso.

Riflettere sul perché non si dia ai vari protagonisti del processo educativo e scolastico la possibilità di un credibile intervento che non vada oltre il mero contributo socio-politico è un segno di come senza una “veritativa fondazione” i vari curricula educativi siano destinati solo al “flatus vocis”.

L’educazione religiosa non è “indottrinamento ideologico”; infatti sia dallo studio delle fonti curricolari (antropologiche, epistemologiche, psicopedagogiche, sociali e teologiche), sia dallo studio degli obiettivi e delle finalità dell’educazione e sia dalle funzioni (dell’insegnamento di Religione si configura l’identità educativo-culturale dell’area curricolare di Religione. Questa perciò si qualifica in quanto fenomeno e patrimonio storico-culturale e soprattutto in quanto sistema metanarrativo esplicitante e formante universale “forma vivente” dell’uomo. Occorrono, allora, “percorsi di fondazione” per contribuire a far chiarezza sulla gestione dell’area educativa religiosa. In particolare occorre il coinvolgimento, oltre che di alunni e genitori, soprattutto degli educatori perché possano intervenire nella completa formazione dei propri educandi. Pertanto le pagine che seguono a costoro, in nodo particolare, sono dirette. E’ alla processualità educativa della persona ed ad una filosofia e teologia dell’educazione che la persona realizza nella riflessione, che si è inteso ancorare l’argomento del presente saggio.

La situazione dell’uomo mostra da un lato che ‘l’umanità è più di una struttura intellettuale: essa è una realtà personale, che invoca una connessione suprema, un ‘appartenenza suprema” (8).

Dall’altro il bisogno di verità che è nell’uomo non è una domanda ma una risposta, perché il chiamato è l’uomo, “Dio è in cerca dell’uomo, e la vita è una cosa che esige una risposta … L’essere dell’uomo è oggetto (Iella conoscenza e della sollecitudine divina” (9).

Ecco perché, prima ancora di ogni valutazione metodologica, dimensione religiosa e dimensione culturale non sono “alternative” ma anzi strettamente complementari” nel realizzarsi dell’educazione religiosa della persona.

La possibilità della fede in Dio anche nella cultura postmoderna ha il volto dell’autentico ruolo liberante per l’uomo. La fede si mostra così forte che orienta il futuro, che dilata la fiducia nella vita e nella solidarietà promuovendo lo sviluppo spirituale dell’uomo proprio perché esperienza di liberazione della persona nelle varie circostanze della sua vita.

La “visione del mondo” non sorge nell’uomo come autonoma e soggettiva posizione ma è già dinanzi al sè un orizzonte, un paesaggio e un contesto entro cui realizzarsi.

Educare religiosamente significa, allora, aiutare l’educando a scoprire quell’orizzonte e quella circostanza in cui la sua forma continuamente si realizza in pieno e per sempre.

E’ lo spazio del significato il luogo della cultura religiosa e questo spazio si vede e si vive solo grazie ad un’educazione. Infatti “l’esistenza umana nel suo complesso non è strutturata in modo che in essa siano rapportate tra loro entità già complete nell’essere [.,..]. Gli uomini sono invece coinvolti nel divenire; sono quindi entità che permanentemente determinano se stesse” (10).

Solo corrispondendo alla chiamata e uscendo “fuori da sè” l’uomo forma se stesso nella verità e con la verità. Ed a questo l’educazione religiosa deve portare. Così tutta la storia biblica non esprime solo la misericordia di Dio ma anche il suo impegno a favore della creatura documentando l’interesse di Dio per l’uomo. E questi, “immagine di Dio”, è in grado di entrare in rapporto con il suo Creatore e con il mondo delle cose e degli uomini perché creatura capace di trascendere nella relazionalità il proprio io. Vocazione dell’uomo è vivere in relazione vitale con quella  “Forma” che oltrepassando la sua singola soggettività si dispiega nella molteplice realtà senza però mai coincidere con essa. Quando “la varietà ed il mutare delle opinioni sulla verità, l’adesione a differenti dottrine ed anche di apparenza contraddittoria invita all’incredulità” (11), ciò accade perché non siamo più in grado di entrare in rapporto con i significati veritativi della realtà.

Al contrario, “il presupposto minimo di ogni storia è che il soggetto di cui parlo possa essere compreso. Ebbene: non lo si può comprendere sino a che non si dispone di qualche dimensione di verità” (12).

Pertanto la consapevolezza della verità è il primo dato da cui partire. E in particolare come già ha indicato Ortega y Gasset “per gli antichi, realtà, essere, significava “cosa”; per i moderni, essere significava “interiorità, soggettività”; per noi essere significa “vivere” – per tanto è intima relazione con sè e cori le cose” (13). Per questo l’uomo può vivere la propria forma vivente solo incontrando quel mondo che comunica la forma vivente che è il “fondamento”. Indicare questa scoperta e vivere con certezza  questa decisione, che fa entrare nella sicura verità è il compito permanente dell’educazione religiosa.

 (1) H. GIESECKE, La fine dell’educazione, Anicia, Roma, 1990.

(2) Vedi F. GARELLI, La religione dello scenario, Il Mulino, Bologna, 1986.

(3)M. HORKEIMER. Eclisse della ragione, Einaudi, Torino, 1969, p.113.

(4) R. GUARDINI, Fondazione della teoria pedagogica, in, IDEM, Persona e

libertà. Saggi di fondazione della teoria pedagogica, La Scuola, Brescia, 1987. p. 69.

(5) IBIDEM, p. 71.

(6) IBIDEM, p. 71.

(7) IBIDEM, p. 72.

8) A. J. HESCHEL, Chi è L’uomo?, Rusconi, Milano, 1976, p. 103

(9) IBIDEM, pp. 104-105.

(10) R. GUARDINI, Fede – Religione – Esperienza. Saggi Teologici, Morcelliana, Brescia, 1984, p. 200

(11) J.ORTEGA Y GASSET,Que es filosofia? Ed.Revista de Occidente en Alianza Editorial Madrid,1993,p.15.

(12) IBIDEM, p. 21.

(13 )IBIDEM, p. 176.

Luigi Di Franco,Verità e Libertà nell’Educazione Religiosa,ed.Il Lunario,1995.

Una sentenza discutibile….

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La sentenza del TAR del Lazio ha suscitato notevole interesse, dibattiti e varie prese di posizione. Non tutte ci paiono aiutare a fare chiarezza: spesso gli interventi sono stati il pretesto per riaffermare questioni ideologiche che non fanno i conti con la realtà dei fatti: ci impressiona che si voglia continuamente fare riferimento alla Costituzione e alle leggi solo a senso unico, senza leggere le norme nella loro integralità. Per questo apprezziamo e pubblichiamo questo intervento di Stefano Spinelli, Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici, Sezione locale Forlì-Cesena e Cassazionista, Dottore di Ricerca in Diritto Costituzionale, perché aiuta a fare chiarezza. Nessuno vuole discutere le idee personali di alcuna persona, ma ci sembra doveroso, soprattutto per chi vuole applicare le leggi, che il senso delle stesse leggi non venga stravolto o manipolato.

P.S.: questa vicenda mi pare il banco di prova per la realizzazione di quella «democrazia sostanziale» che sola può garantire, in questo tempo di confusione e confronto, una convivenza civile libera e solidale. Siamo francamente stufi di tante professioni di «laicità» che si risolvono in statalismo di stampo ottocentesco. Suvvia, aggiorniamoci un po’, e impariamo a guardare alla realtà senza paraocchi ideologici! 

Vi invitiamo a leggere e a diffondere questo straordinario intervento

L’insegnante dimezzato

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 Tratto da: http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=15754