S.Giuseppe 2015.

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L’Arcivescovo di Aleppo(Siria) a Monreale.

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Arcidiocesi di Monreale

Ufficio Comunicazioni Sociali

L’ARCIVESCOVO DI ALEPPO (SIRIA) A MONREALE

RACCONTA LA SUA CHIESA PERSEGUITATA

Divina Liturgia nel Duomo con Russia Cristiana e

Incontro Interreligioso con il Rabbino Capo di Sicilia e l’Imam della grande moschea di Roma

Monreale 14.01.2015 – Al termine della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e nel mese della pace, due importanti momenti di riflessione e preghiera consentiranno di approfondire il tema della pace attraverso la testimonianza preziosa dell’Arcivescovo di Aleppo.

La Siria, infatti, è oggi una terra insanguinata, in cui i cristiani e altre minoranze religiose sono perseguitati a causa della loro fede dal fondamentalismo del sedicente Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria (ISIS).

Una tavola rotonda con l’arcivescovo di Aleppo, il rabbino capo di Sicilia e l’imam della grande moschea di Roma rifletterà sul tema: “Libertà religiosa, via per la pace”, che verrà preceduta dal gesto simbolico della piantumazione di un albero di ulivo, simbolo della pace.

Il 24 Gennaio alle 10.30 presso il palazzo Arcivescovile di Monreale, S.E. Mons. Jean-Clément Jeanbart, Arcivescovo greco-melkita di Aleppo, su invito di Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, darà una testimonianza della tragica situazione della sua Chiesa. Nel pomeriggio, alle 17.00, Mons. Jeanbart terrà una Lectio Magistralis: I Cristiani in Medio Oriente, per il conferimento del titolo di Accademico Ordinario dell’Accademia Teutonica Enrico VI di Hohenstaufen.
La giornata si chiuderà alle ore 20.00 in Cattedrale con un Concerto per Organo offerto dal Maestro Diego Cannizzaro per la Siria.

Domenica 25 Gennaio, l’Arcivescovo di Aleppo, alle 11.30, presiederà la Divina Liturgia in rito Bizantino-Slavo, nel Duomo di Monreale, con la partecipazione del coro dell’Associazione Russia Cristiana di Roma, del presidente Mons. Francesco Braschi e di Padre Rostislav Kolupaev, sacerdote Russo Cattolico di rito Bizantino.

Il pomeriggio del 25 Gennaio, alle 16.00, presso il giardino del Seminario verrà piantumato un albero d’ulivo, simbolo di pace, subito dopo al Palazzo Arcivescovile, si terrà una Tavola Rotonda Interreligiosa a cui siederanno oltre L’ARCIVESCOVO greco-melkita Mons. Jeanbart, anche il RABBINO capo del Centro Sefardico Siciliano, Prof. Stefano Di Mauro, Itzaak Ben Avraham e l’IMAM della grande moschea di Roma, Sami Salem.

L’incontro, promosso anche dall’Azione Cattolica Diocesana, servirà a riflettere sul tema: “Libertà religiosa, via per la Pace” che pur essendo stato organizzato già da tempo, pare rispondere alle domande e alle paure di questi giorni all’indomani delle stragi di Parigi e di Baga in Nigeria.

Il Direttore

Don Antonio Chimenti

L’attentato a Parigi…..

1

L’attentato di Parigi. L’editoriale di Massimo Introvigne sul “Mattino” di Napoli
L’Europa al buio con la testa sotto la sabbia
Massimo Introvigne (il Mattino, 8 gennaio2015)

Il 7gennaio 2015 si è spenta a Parigi una luce sull’Europa, e Dio solo sa quando mai sarà riaccesa. I terroristi – qualunque sia la congrega di tagliagole cui davvero appartengono – hanno mostrato di poter colpire non solo in Iraq o inSiria, non solo nei luoghi nomadi dove si viaggia in aereo o in metropolitana, ma di giorno, in una grande città, nella sede di un giornale, cioè in uno di quei luoghi che ci sembrava potessero godere di un qualche statuto di zona franca. Ma non esistono più zone franche: ogni luogo, ogni uomo, ogni donna è un obiettivo di questa guerra maledetta.
Sì, la luce si è spenta. Si è spenta sui sogni di Hollande,di Obama, dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, e anche dei nostri politici italiani di potersi permettere di non occuparsi dell’ISIS, del califfo, di al-Qa’ida che si riorganizza e che forse, a un anno dalla rottura con il Califfato, sta riannodando le fila di un grande cartello del Male che raduni tutti i terroristi dell’ultra-fondamentalismo islamico. Ci si illudeva in Francia, ci si illude anche da noi che, se non ci occupiamo dei terroristi, se non mandiamo neppure un soldato a combattere in Medio Oriente o a difendere i cristiani massacrati e crocefissi o le donne della minoranza yazida violentate e vendute come schiave – perché ogni soldato che torna a casa in una bara fa perdere voti al governo che lo ha mandato a combattere – i terroristi ci lasceranno in pace. Ma se noi non ci occupiamo dei terroristi, i terroristi si occupano di noi, e torna a casa in una bara chi è semplicemente andato a lavorare nel centro di una delle nostre capitali. Possiamo condannare, deprecare, firmare appelli, ma le chiacchiere stanno a zero e si combatte il terrorismo solo andandolo a estirpare nei suoi santuari, con gli stivali delle truppe sul terreno e non con la semplice propaganda o i droni di Obama. Altrimenti diamo ragione a Osama bin Laden, il quale sosteneva che tra chi non vuole rischiare di morire e chi ama la morte vince sempre il secondo – e il primo muore comunque.
Sì, la luce si è spenta. Si è spenta su chi non ha capito la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona e oltre Ratisbona, che non offendeva affatto l’Islam – chi ha risposto alla satira di «Charlie Hebdo» con gli omicidi è un miserabile farabutto, e tuttavia i discorsi di Papa Ratzinger e le vignette non sono sullo stesso piano – ma lo invitava a riannodare le fila di un dialogo fra fede e ragione partendo dalla sua stessa tradizione, senza rinnegarla ma nello stesso tempo senza rifiutare di vederne gli aspetti oscuri e problematici. Non hanno capito quella lezione i buonisti per cui tutti i musulmani sono amanti della pace, gentili e magari amici degli animali e dei fiori. Ma non l’hanno capita neanche i «cattivisti» che oggi se la prendono con Papa Francesco perché non hanno mai letto Papa Benedetto, il quale affermava anche, il 28 novembre 2006, che il dialogo con i musulmani «non può essere ridotto ad un extra opzionale: al contrario, esso è una necessità vitale, dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro».
Sì, la luce si è spenta. Si è spenta sui politicanti estremisti e sciacalli di tutte le risme, i quali sperano di lucrare su queste tragedie per fare i martiri con il sangue degli altri alla ricerca di un miserabile tornaconto elettorale, o per arruolare anche i poveri morti di Parigi in rese dei conti ecclesiastiche che oggi hanno di mira Papa Francesco, accusato di inventare un dialogo con l’islam che invece già Benedetto XVI definiva «non opzionale», cioè obbligatorio.
Mantenere i nervi saldi quando la luce si spegne è molto difficile. Ma chi sa vedere nel buio comprende che la «strategia Francesco» che Papa Bergoglio ha più volte proposto di fronte alle stragi dell’ISIS è l’unico modo ragionevole di rispondere a questa criminale follia. Non è delegando a qualche generale medio-orientale con gli stivali sporchi di sangue la repressione insieme dell’islam politico e dei diritti umani nel suo Paese, e non è strillando in piazza che tutti i musulmani sono terroristi che si disinnesca l’ultra-fondamentalismo assassino. Al contrario, lo si alimenta, e si spengono altre luci. Oriana Fallaci, poco prima di morire, aveva riferito che Benedetto XVI in un colloquio privato con lei aveva definito il dialogo con il mondo islamico «impossibile ma obbligatorio». In giornate come quella di oggi il dialogo sembra davvero impossibile. Ma è solo trovando interlocutori islamici disposti non a rinnegare la propria storia e la propria identità ma a cercare con fatica al loro interno le ragioni per condannare e isolare i terroristi che questi assassini potranno essere davvero sconfitti. È la strategia di Papa Francesco, era la vera strategia di Papa Benedetto. È la strategia più difficile. Ma non ce ne sono altre.
Benedetto XVI ama ricordare un proverbio della sua terra, la Baviera. Quando la luce si spegne si possono fare due cose: maledire l’oscurità, che non serve a nulla, o accendere una fiammella. Oggi ci sembra che anche la fiammella serva a poco. Ma se ognuno di noi accende la sua fiammella, alla fine tornerà la luce. Alla fine non avremo più paura del buio, e potrà perfino capitare che sia il buio ad avere paura di noi.

Lo spazio dei Fratelli.

cop Sintesi&Proposte 65
Invito conf. confraternite

Un mese dedicato alla faccia delle donne.

Contro la sterilità imperante. Dopo anni di maschilizzazione liberal

Onan è la pietra di paragone dell’indignazione. Disperde il proprio seme in terra piuttosto che inseminare la donna. Musil è la pietrificazione del risentimento. Disperde il proprio seme in ogni donna perché non vuole più perdonare la terra («non potrei più guardare una donna allo stesso modo se sapessi che è stata inseminata da un altro uomo»). Sade è puro e semplice onanismo assistito. Il razionalismo, come diceva il vecchio Diderot alla vista delle passeggiatrici, del «sono le idee le mie puttane». Altra forma di dispersione del seme (oltre che di anestesia, o privazione dell’estasi) è, per esempio, il “savianesimo”. Il quale rinvia all’efebìa ateniese. Efebo, “recluta”, l’adolescente a cui era richiesta una esibizione pubblica di adesione agli ideali della polis. Nella attuale variante trombona italiana, la prova pubblica di efebìa è il reclutamento antimafia (vedi in proposito la recente messa alla scuola di giornalismo di Perugia cantata da Avatar Al Gore e dal Tristano di Gomorra di famosa e delicata peluria; o si veda il rito mediatico officiato intorno all’albero di Falcone profanato e orbato dai disegni dei bambini antimafia).
Diversamente da questo maschilismo imperante – questo maschilismo che si esprime nelle narrazioni giornalistiche e nell’intrattenimento televisivo come seme disperso, risentimento, efebìa – Tempi rimane persuaso che tutto (nell’economia come nello spettacolo) e tutti (anche i leader dei partiti e quelli di Chiesa) starebbero meglio (e di conseguenza anche noi persone in società) se vi fosse occasione di lasciarsi educare dal talento femminile. Che, come scrisse Cesare Pavese, «è un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso». Nasce di qui l’idea di dedicare un maggio alla “faccia delle donne”. Non un’evasione civettuola dalla cronaca cicisbea (per esempio, non può essere che anche il siparietto, pericoloso per l’Italia, tra Fini e Berlusconi, abbia radici maschiliste?), ma un diverso abitare la cronaca. Tant’è che l’idea ci è venuta dalla solida provocazione della nostra amica Susanna Tamaro. Che dopo averci fatto l’onore di una visita in redazione, si è esibita sul Corriere della Sera in un bel tuffo nel femminismo italiano d’antan, riguardato dall’autrice di Anima mundi come “fallimento” (diverso, e forse meritorio di un’altra crime scene investigation, il caso del femminismo virago che ha messo radici in Nordeuropa e Nordamerica). Non staremo qui a discutere le tesi di Susanna (per altro già dibattute dagli interventi della Comencini, Rodotà e Terragni). Ma partendo da lei, prendendo le mosse da una questione che sembrava perduta nelle rughe de “l’utero è mio”, riprenderemo in chiave di grimaldello, di lettura dell’attualità, l’intuizione secondo cui «la donna concilia l’uomo e se stessa col mondo» (Pavese). Per esempio: come si concilia (si concilia?) la donna con il “manipulitismo”, cioè con quella forma di violento onanismo che a fronte delle continue “perdite” del reale, persegue la purità cercando di imporre (alle donne, alla politica, alle imprese, al calcio, alla Chiesa, eccetera) sistemi sempre più pazzeschi – o come li chiamano loro, “perfetti” – di purificazione e abluzione?
Proveremo a sondare il lato femminile della cronaca e a fare un mese di giornale femminile. Nonché – e questo è il punto – proveremo a capire se è proprio questo il lato della vicenda umana che decide di personalità e società aperta o chiusa; di giustizia matrigna o misericordiosa; di bellezza chirurgica-preservativa o di “cara Beltà-freschezza più cara” (e dire che Leopardi era un “materialista”, e dire che Gerald Manley Hopkins era un gesuita!). Insomma, poiché il tratto essenziale del femminile sulla terra non è il fatto che la donna dia la vita (è infatti possibile, in un futuro, che si avveri quella tremenda e schifosa cosa prometeica che è la riproduzione per via completamente artificiale) ma è l’atteggiamento originale insito nel suo dare la vita e, soprattutto, insito nella vita stessa (perfino Eugenio Scalfari sarà stato quell’urlo in utero, poi lo stupore di cose fuori di sé, poi lo stupore di sé, insomma il bambino che domanda e non chiude mai la porta al mondo), cercheremo la biblica “costola dell’uomo”. Che come ha notato il grande storico Jacques Le Goff è tutt’altro che la prima affermazione di un maschilismo ancestrale. Ma è la prima parola di uguaglianza uomo-donna che sia risuonata nella storia. Parola di liberazione, precisa l’agnostico Le Goff, quando tutte, ma proprio tutte, le radici non giudeo-cristiane del mondo (compresa l’attuale, liberal, occidentale, Homo Sapiens New York Times, come ci spiega in questo numero Irene Vilar) erano state e restano saldamente maschiliste.

http://www.tempi.it/editoriale/008950-un-mese-dedicato-alla-faccia-delle-donne-dopo-anni-di-maschilizzazione-liberal

IL GREMBIULE E LO SCETTRO.

Il grembiule e lo scettro, due simboli per indicare immediatamente due realtà complesse: la Chiesa e la politica. Il primo simbolo è relativo al servizio che la comunità cristiana presta in nome diGesù, che non è venuto per “essere servito ma per servire” (Mt 20,28). E qui la memoria di molti va all’insegnamento e alla testimonianza di don Tonino Bello, cui questo libro è dedicato. La Chiesa del grembiule – scriveva don Tonino nel 1988 – è certamente “l’immagine che meglio esprime la regalità della Chiesa, per la quale, come per Cristo, regnare significa servire”.E poi lo scettro. Ovvero il simbolo del potere. Non certo considerato in un’analisi storica e dottrinale, ma nella sua valenza quotidiana, cioè in riferimento a coloro che lo detengono, a coloro che hanno la responsabilità di provvedere, in varie forme e tempi, al bene comune, alla giustizia e alla pace della società.
Sul rapporto tra queste due realtà complesse si soffermano le pagine seguenti. Sono appunti di un viaggio di diversi anni che non hanno nessuna pretesa di esaustività, ma solo il carattere di una riflessione ad alta voce da condividere, criticare, arricchire e orientare meglio. Essi sono stati scritti insieme ai credenti con cui ho percorso itinerari di formazione all’impegno sociale e politico, ai tanti pastori e laici incontrati nelle nostre comunità, agli uomini e alle donne provenienti da altre culture o sensibilità religiose, agli amici con cui continuo a discutere di queste tematiche. In alcuni casi hanno ispirato articoli apparsi su giornali, in altri sono stati oggetto di discussione in incontri pubblici e personali. Mi auguro che – anche grazie a questa veste editoriale – possano essere utili a chi continua a camminare, con ingegno, passione e coraggio, verso la pienezza del Regno di giustizia e di pace.

Le verità del Vangelo non fanno mai l’occhiolino

Quando incontri una verità di passaggio – scriveva George Bernanos nel suo Diario –guardala bene, in modo da poterla riconoscere, ma non aspettare che ti faccia l’occhiolino. Le verità del Vangelo non fanno mai l’occhiolino”[1]. È questo brano del famoso scrittore francese che mi ritorna spesso inmente quando sento parlare o leggo dei teo-con (credenti e conservatori in formato unico) a braccetto con i neo-con(conservatori di ultima produzione), del troppo insistere di alcuni cattolici in materia di aborto, di unioni civili, del ruolo della donna e della famiglia, della loro riscoperta e riproposta di tradizioni cristiane antiche, di Bush e del partito di Dio e via discorrendo.
Il Vangelo ha le sue verità. Per chi ne volesse una sintesi ragionata ed agile, in materia sociale, economica, culturale e politica, basta fare riferimento al recente Compendio[2].
Da che mondo è mondo il magistero ecclesialele approfondisce, ribadisce e propone secondo il suo proprio ministero. Da che mondo è mondo la Chiesa ha degli oppositori, alcuni corretti e altri scorretti; alcuni pacifici e altri violenti; alcuni rispettosi della diversità di opinioni e prassi, altri no; alcuni interessati a stabilire un dialogo per superare la trappola del clericalismo-anticlericalismo, altri no; alcuni disposti a collaborare con la Chiesa in vista del bene di tutto il corpo sociale, altri no.
È questo il problema? Sembra proprio di no. Il punto sembra essere un altro; cioè il riferimento a queste verità nella lotta politica, sia da parte di credenti di lunga data, sia da parte di convertiti dell’ultima ora o neofiti, come dir si voglia. E qui Bernanos c’entra a pieno titolo. Si ha molto spesso l’impressione che il riferimento alle verità evangeliche – indiscutibili e sovrane – sia un modo per strizzare l’occhio a qualcuno, singolo alleato o compagine istituzionale che sia.
Ma le verità evangeliche non strizzano l’occhio.Qualora lo facessero diventerebbero funzionali ad un progetto, ad un partito o schieramento politico, al potente di turno o a chissà chi. Il Vangelo è fine a se stesso, cioè al buon annuncio di un Dio che si incarna e salva coloro che a Lui aderiscono. E sì, le verità evangeliche non si usano, si servono. O, come direbbe un altro grandefrancese, Jacques Maritain,“ciò di cui noi abbiamo bisogno non è un insieme di verità che servono, ma piuttosto di una verità da servire”[3].
Nel servire la Verità, la tradizione della Chiesa insegna molte cose, sia in ordine ai contenuti, sia alle finalità e alle strategie, sia allo stile e alle valutazioni contingenti.
Annunciare e testimoniare il Vangelo in politica è arduo; non so dire se meno o più che altrove, ma certamente comporta una fatica intellettuale, emotiva e (anche) fisica di non poco conto. Lo sanno bene quei tanti cattolici impegnati in politica seriamente e coerentemente, che, pur non apparendo alla ribalta della cronaca, portano comunque un contributo notevole nel far crescere la città di Dio nella città umana.
Per fronteggiare questa fatica è necessario anche un metodo, elaborato dal magistero sociale e conosciuto come metodo del vedere-giudicare-agire[4]. Con esso singoli e comunità cercano, come scriveva Giovanni XXIII, di tradurre in termini di concretezza i principi e le direttive sociali, attraverso tre momenti: rilevazione delle situazioni; valutazione di esse nella luce di quei principi e di quelle direttive; ricerca e determinazione di quello che si può e si deve fare per tradurre quei principi e quelle direttive nelle situazioni, secondo modi e gradi che le stesse situazioni consentono o reclamano”[5].
Applicando questo metodo sempre e comunque, oggi giorno, a mio modesto avviso, vale la pena sottolineare alcuni atteggiamenti, indispensabili quando si vuole servire la verità e non servirsene. Essi sono: la libertà, il rispetto, il dialogo e la scaltrezza.

La libertà

Si dovrebbe dire una libertà da tutto e da tutti: “Cristo ci ha liberati – ammonisce l’Apostolo – perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1). E sono schiavitù, in politica come altrove, anche tutte le dipendenze e asservimenti su base economica e/o di potere. Quelle che il Papa definisce la brama esclusiva del profitto e dalla sete del potere. Esse sono da considerare come “azioni e atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo. […]. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l’espressione: ‘a qualsiasi prezzo’. In altre parole, siamo di fronte all’assolutizzazione di atteggiamenti umani con tutte le possibili conseguenze”[6]. Sono liberi i teo-con rispetto ai potentati economici che alcune volte finanziano iniziative cattoliche? Sono liberi quei politici che si ritrovano in schieramenti dove il peso economico e le vicende personali dei leader hanno una forte influenza? “Conosco il partito clericale – ancora la penna sferzante di Bernanos–. So quanto sia privo di coraggio e di onore. Non l’ho mai confuso con la Chiesa di Dio. La Chiesa ha la custodia del povero ed il partito clericale è sempre stato soltanto il sornione intermediario del cattivo ricco, l’agente più o meno inconsapevole, maindispensabile, di tutte le simonie”[7].

Il rispetto

Il cattolicesimo non è più né religione di Stato, né religione della maggioranza degli italiani. È una realtà difficile da accettare. Allora più che rimpiangere i tempi passati ci dovremmo interrogare sulle responsabilità personali ed ecclesiali che hanno portato alla scristianizzazione, sulle colpe e sulle mancate testimonianze della comunità cristiana – il Papa lo ha fatto solennemente il 12 marzo 2000 –Non è tempo di nuove crociate. È tempo di imparare ad essere minoranza in un mondo secolarizzato, contraddittorio, che presenta segni positivi e negativi, ed anche ambigui. È tempo di rispettare e accogliere, come dice il Concilio, “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloroche soffrono” perché “sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”[8]. Certo, in politica si devono prendere delle decisioni e queste possono essere immorali, secondo la fede cristiana, ma ciò non toglie il rispetto di chi la pensa diversamente in merito a questioni scottanti dal punto di vista morale, psicologico e sociale. Va anche detto che, nel momento in cui le scelte politiche sono contrarie a quanto ispirato dalla fede, il fedele impegnato è chiamato alla coerenza e ad esprimere la sua obiezione di coscienza. Tuttavia nulla di tutto ciò autorizza a nuove crociate e ad ergere steccati, che non giovano né alla comunità cristiana, né ai singoli fedeli, né alle istituzioni politiche e, quindi, al bene dell’intera collettività.

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[1] G. BERNANOS, Journal d’un curé de campagne, Plon, Paris, 1936; trad. it. Diario di un curato di campagna, Mondadori, Milano, 1965, p. 72.
[2] PONT. CONS. DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE,Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Città del Vaticano 2004; con un ricco indice per argomenti.
[3] J. MARITAIN, Distinguer pour unir ou Les degrés du savoir, Desclée de Brouwer, Paris, 1932-1959; trad. it. Distinguere per unire. I gradi del sapere,Morcelliana, Brescia, 1974. p 22.
[4] Si vedano CONC. ECUM.VATICANO II, Gaudium et Spes, Roma, 1965, n. 4; PAOLO VI,Octogesima adveniens, Roma, 1971, nn. 4 e 42.; CONGR. EDUCAZIONE CATT.,Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, Roma, 1988, nn. 7-10; GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo Rei Socialis, Roma, 1987, n. 1; GIOVANNI PAOLO II, Centesimus Annus, Roma, 1991, nn. 5, 43, 56-59.
[5] GIOVANNI XXIII, Mater etMagistra, Roma, 1961, n. 217.
[6] GIOVANNI PAOLO II,Sollicitudo rei socialis, Roma, 1987, n. 37.
[7] G. BERNANOS, Scandale de la vérité, Gallimard, Paris, 1939; trad. it. Scandalo della verità,Logos, Roma, 1980, p. 86.
[8] CONC. ECUM. VATICANO II,Gaudium et Spes, Roma, 1965, n. 4.

Introduzione

Il grembiule tra fughe e attivismi

Le verità del Vangelo non fanno mai l’occhiolino

Tangentopoli, legalità e credenti

Cara raccomandazione, cosa non farei per te

Per amore dei poveri non tacerò

Ripartendo dagli ultimi: No profit e dintorni

Dalla parte degli immigrati

Il Papa, la pace e i distinguo

Lo scettro al vaglio

Chiesa, Massoneria e doppie appartenenze

I privilegi e il potere dei segni

Il denaro nel cortile del tempio

Mass media e teste vuote

Voglia di Democrazia Cristiana

Cattolici in bilico tra destra, centro e sinistra

Drammi e dilemmi del voto

Il clero presso lo scettro

Don Tonino conclude

Rocco D’Ambrosio,Il Grembiule e lo Scettro,Ed.La Merdidiana.

Spagna:aborti con lo sconto!!!


Spagna, ora si offrono aborti con lo sconto

Quindici per cento di sconto su elettrodomestici, armadi a muro e aria condizionata; 20% su occhiali e lenti a contatto; 15% su manicure e pedicure e 20% per le interruzioni volontarie della gravidanza.
Sconti per abortire. Non è un macabro scherzo e neppure un errore. Nella lista dei servizi offerti da negozi e aziende private – convenzionati con la regione Andalusia – c’è anche l’aborto.
Una clinica di Almeria e un istituto di Siviglia offrono prezzi speciali per le ragazze che presenteranno il Carnet Joven: una “Carta Giovane” promossa dall’Istituto Andaluso della Gioventù, dipendente dal governo della regione.
«Usala per tutto», è lo slogan della tessera: apparentemente una fidelity card come tante altre in Europa (il modello è l’European Youth Card, recentemente estesa fino ai 30 anni). Ma in Andalusia sono andati ben oltre: nell’elenco dei servizi convenzion ati – accanto all’autoscuola, alle librerie e ai negozi di abbigliamento – ci sono anche le interruzioni volontarie di gravidanza.
La vicenda – denunciata dal quotidiano Abc – ha sollevato una valanga di polemiche in Spagna. La commercializzazione dell’aborto è esplicita. Gli sconti proposti da una clinica sivigliana, ad esempio, riguardano «visite e servizi diretti all’interruzione volontaria della gravidanza, ecografia, servizi di pianificazione familiare, visite ginecologiche, vasectomia» e altro.
I responsabili dell’istituto sivigliano non hanno smentito l’informazione, al contrario: fonti della clinica assicurano che esiste una regolare convenzione con la previdenza sociale e che è uno sconto come tanti altri, «come quelli che trova un ragazzo quando vuole andare al cinema, al teatro, o questo tipo di cose». Il 10% di riduzione viene applicato ai proprietari della Carta Giovane anche da alcune farmacie sui medicinali: s! econdo i l giornale Abc questo potrebbe riguardare pure la “pillola del giorno dopo”, che in Spagna può essere acquistata liberamente senza ricetta medica.
La polemica esplode in un momento critico: la riforma dell’aborto voluta dal governo di José Luis Rodríguez Zapatero – approvata dal Senato a febbraio – entrerà in vigore fra pochi mesi. La nuova legge – che liberalizza l’aborto fino alla 14esima settimana di gestazione – permette alle minorenni di 16 e 17 anni di interrompere la gravidanza senza l’autorizzazione dei genitori. «L’ideologia del signor Zapatero non prevede una politica della salute per la donna, bensì una politica commerciale per l’industria abortista» è la denuncia della dottoressa Gador Joya, portavoce della piattaforma pro-life Diritto di vivere (Dav). Gli sconti «non possono sorprendere nessuno. È perfettamente coerente con il process o di imposizione della legge abortista più radicale d’Europa».
Per il direttore della Fondazione Vita, Manuel Cruz, è un problema di «banalizzazione» dell’aborto: «È vergognoso che si accompagnino praticamente per mano le donne ad uccidere un innocente, sovvenzionando delle imprese private, invece di usare quei fondi per aiutare le madri e lottare contro la crisi». Cruz accusa il governo andaluso (guidato dal Partito socialista, come l’esecutivo centrale) di «spingere la donna verso l’aborto senza riflettere, come se fosse un gioco», promuovendo un’«irresponsabilità sessuale» che rischia di trasformare l’interruzione della gravidanza in un metodo contraccettivo in più.
Michela Coricelli
avvenire.it
10 Aprile 2010

Ci sono idee che possono trovare condivisioni o bocciature clamorose, perché dipendono dalla sensibilità personale, dalla cultura acquisita, dall’ambiente che si è frequentato, dall’esperienza o dal naturale disincanto di fronte agli uomini e alle cose.
Ci sono poi valori non negoziabili, ovvero capisaldi nella nostra esistenza quotidiana, fattori imprescindibili dal nostro essere e dal nostro operare perché parte integrante della nostra storia. Uno di questi valori è il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale.
Negare ciò è assurdo e inconcepibile. Negare che il diritto alla vita (dal concepimento alla morte naturale) sia un valore non negoziabile è un controsenso per chi la vita l’ha ricevuta.
Come può un uomo negare la vita ad un altro uomo? Può non accoglierlo, può stabilire di non curarsi di lui, magari perché e un diversamente abile, o perché non ha risorse per farlo, o perché è frutto di una violenza subita, o anche perché semplicemente necessita di tempo e amore che si sceglie di non dare.
Al di la dell’abito che si è deciso di indossare in società, del suo colore e della sua fattura, c’è una consistenza intrinseca all’uomo che non si può trascurare: anche lo spirito più libero e laico, prima o poi, deve fare i conti con se stesso.
Nel corso della passata campagna elettorale sono venute fuori posizioni ideali forti e coraggiose, che, se non hanno trovato immediato riscontro nell’elettorato (per la logica del ‘voto utile’? per posizioni ideologiche incancrenite?) hanno tuttavia smosso numerose coscienze e, soprattutto, hanno portato alla luce un numero incredibile di persone che ancora credono nel valore della vita, nella forza della famiglia, in una società più matura e consapevole.
Proponiamo in queste pagine i contributi più significativi che sono emersi sulla stampa negli ultimi due mesi. Vogliamo suscitare reazioni finalizzate ad un dibattito costruttivo con quanti avranno voglia di misurarsi con temi come questi.
L’auspicio è offrire al dibattito politico attuale temi forti a favore della persona. L’auspicio è che le fila di persone convinte che valga la pena di lottare per la vita, cresca in maniera esponenziale. L’auspicio è arrivare a far sentire la nostra voce nelle sedi competenti.
Giovanni Salizzoni