L’IRC:catechesi o cultura religiosa?

PPaulus

Premesso che ad un docente di religione non è proibito pensare,parlare e scrivere;premesso che anche in un contesto di Chiesa c’è spazio per la libertà di pensiero,di opinione e di parola;premesso che l’art. 21 della Costituzione Italiana garantisce la libertà di espressione ad ogni cittadino;premesso che il mio dire vuole essere un contributo costruttivo;premesso che se Qualcuno si dovesse permettere di minacciarmi,mobizzarmi,o tentare di mettere a tacere il mio libero dire, passerò,immediatamente,alle vie di fatto,con le querele giudiziarie,dirò quanto segue:

il bisogno di riflettere, oggi, sull’insegnamento religioso non solo in Italia è fortemente motivato dalla presenza di molteplici modalità di applicazione che impongono scelte giuridiche e di politica educativa che non sono senza conseguenze per legittimare la presenza e la forma dell’insegnamento della religione nella scuola. Infatti, la nuova idea di cittadinanza europea attualmente discussa deve essere pensata e tradotta in progetti e programmi politici e strategie educative.

     Sul versante del sistema pubblico di insegnamento il rapporto scuola-religione, regolato in parte per via pattizia (art. 9 Accordo 18 febbraio 1984 e connesso n. 5 Protocollo addizionale [legge 25 marzo 1985 n. 121] con i conseguenti d. p.r. 16 dicembre 1985 n. 751 e 23 giugno 1990 n. 202; art. 10 legge 21 febbraio 1984 n. 449; art. 10 legge 22 novembre 1988 n. 516; art. 9 legge 22 novembre 1988 n. 517 ; art. 11 legge 8 marzo 1989 n. 101) in parte per via unilaterale, si interroga, invece, su altri tipi di questioni, primo fra tutti il ruolo da riconoscere all’insegnamento religioso nel palinsesto generale dei programmi scolastici, in modo che sia compatibile con la libertà di coscienza dei genitori e allievi, come reclama la Carta costituzionale (artt. 2, 19, 21).

accanto ai temi classici che hanno e continuano a caratterizzare il sistema scolastico europeo, i fermenti multiculturali obbligano ormai a riflettere in maniera più articolata sulla laicità e libertà di coscienza, là dove il pluralismo dei simboli; i programmi scolastici; la organizzazione didattica e amministrativa delle scuole richiedono la predisposizione di nuove procedure e regole di gestione del sistema educativo-formativo.

Viene da porsi,sin da subito,una domanda: l’ora di religione nella scuola italiana è ancora  catechesi scolastica ? E interessante far notare come il DPR n. 503 del 14 giugno 1955 confermava l’ispirazione confessionale dei programmi generali della scuola elementare e il DPR n. 584 dell’li giugno 1958 l’orientamento religioso della scuola materna.

Nel 1963 nei programmi di religione che rispondevano all’istituzione della scuola media unica si legge che l’educazione religiosa «contribuirà in modo eminente all’armonico e completo sviluppo dell’alunno, presentandogli in termini la vita di fede e di grazia e guidandolo ad operare, nell’esistenza di ogni giorno, in vista di questo ideale soprannaturale». La prospettiva catechistica è stata confermata ancora dai programmi per la scuola media superiore del 1967, in tale contesto si afferma che l’insegnamento della religione deve essere orientamento alla formazione e alla maturazione cristiana dei giovani.

Anche ai meno attenti apparve, però, evidente come l’insegnamento concepito secondo una rigida visione catechistica cominciò a vacillare sin dai primi anni ‘70: il progressivo affermarsi della scolarizzazione di massa. il veloce modificarsi della società in senso pluralista, il tiepido affacciarsi del multiculturalismo, imposero un ripensamento di tale insegnamento.

Comincia, quindi ad emergere la necessità di individuare e di operare scelte che delineassero un nuovo rapporto scuola-religione.

Nel 1967 principia il lungo percorso di revisione dei Patti Lateranensi che si concluderà, come vedremo, nel 1984 con il “Nuovo Concordato”.

Il mondo cattolico non rimase immobile di fronte a tale situazione, ma avvertì, anche se con modalità diverse, la necessità e l’urgenza di delineare questi nuovi rapporti, e sulla spinta dell’imperativo all’aggiornamento, lanciato dal Vaticano Il e di fronte al veloce mutamento della società italiana comincia a dare alcuni segnali; è a tale riguardo interessante un documento della CEI del 2 febbraio 1970: Il rinnovamento della catechesi. Nel ponderoso documento pur rimanendo nell’ambito della catechesi e pur definendo gli insegnanti di religione «catechisti della scuola» si nota una nuova prospettiva per l’insegnamento della religione non più visto unicamente come trasmissione delle verità della fede ma inserito in un contesto più ampio e complesso, si legge nel testo: «La scuola fa parte propriamente delle strutture civili, in certa proporzione anche quando essa è organizzata dalle diocesi o da istituti religiosi, Interessa la catechesi nella misura in cui anche le umane istituzioni possono essere ordinate alla salvezza degli uomini e concorre alla edificazione del corpo di Cristo. Nella scuola, la catechesi deve caratterizzarsi in riferimento alle mete e ai metodi propri di una struttura scolastica moderna. La formazione integrale dell’uomo e del cittadino, mediante l’accesso alla cultura, è la preoccupazione fondamentale. L’educazione della coscienza religiosa si inserisce in questo contesto, come dovere e diritto della persona umana che aspira alla pina libertà e come doveroso servizio che la società rende a tutti. Nella scuola, il messaggio cristiano va presentato con serietà critica e con rispetto delle diverse situazioni spirituali degli alunni. Si devono curare il confronto con le diverse culture e il dialogo tra quanti onestamente cercano, in proporzione alle esigenze e alle capacità di ciascuno.» Si noti come nel documento si sottolinea l’importanza di inserire l’insegnamento della religione nella realtà della “scuola moderna” e come, pur nel sollecitare l’urgenza di attivarsi nella presentazione e trasmissione “critica” del messaggio cristiano si porti l’attenzione sul contesto pluralista nel quale questo messaggio è lanciato.

Nel 1971 un altro documento: una Nota dell’Ufficio catechistico nazionale, mette bene in luce come si stia aprendo una nuova fase e come la concezione dell’insegnamento della religione come “catechesi scolastica” abbia ormai fatto il suo tempo.

Si delinea una sensibilità nuova, più attenta alle ragioni proprie della scuola, emerge una visione “scolastica” della religione e dopo aver affermato che una scuola formativa non «può tralasciare di rendere agli alunni un servizio adeguato, per il risveglio, l’interpretazione e la maturazione del senso religioso» perché elemento irrinunciabile per lo sviluppo integrale e la formazione di tutto l’uomo, si afferma sull’insegnamento della religione: «Va detto, innanzitutto, che l’ambiente scolastico non può essere inteso come luogo di una piena esperienza cristiana, quale può essere, invece l’ambiente ecclesiale. E piuttosto il luogo, in cui i valori cristiani devono essere conosciuti e approfonditi, così che gli alunni siano capaci di fare una ricerca più piena, nei modi che riterranno opportuni. Questo vale sia per chi è alla ricerca di una scelta religiosa, sia per chi ha bisogno di verificare le scelte fatte. E chiaro, pertanto, che le finalità di un insegnamento riferito ai valori cristiani-cattolici non possono essere quelle di una pura trasmissione di sintesi dottrinali precostituite; come non possono essere quelle di un puro aggancio agli interessi occasionali e superficiali degli alunni.

Anche per fedeltà ai valori del cristianesimo e della religione in genere, oltre che per il rispetto alla posizioni spirituali di tutti e di ciascuno, gli educatori devono aprire i giovani al dialogo, alla libera espressione, in uno stile di viva responsabilità.»

 

Il superamento dell’insegnamento della religione come pura catechesi è quindi ormai linea comune della chiesa italiana, non solo auspicio di alcune avanguardie, questo è espresso in modo esplicito in un interessante documento del 1976; il documento, della Consulta nazionale della pastorale scolastica, è molto importante, in quanto redatto in funzione di uno dei momenti più significativi per la chiesa italiana degli anni ‘70 del secolo scorso, il Convegno su «Evangelizzazione e promozione umana». Il testo che riportiamo ci sembra estremamente chiaro:

 

«Sembra che il convegno … non debba lasciar cadere l’occasione per assumere una chiara presa di posizione in ordine alla doverosa presenza nella scuola pubblica di un insegnamento della religione, motivato a partire dalle finalità stesse di una scuola tendente alla formazione piena e integrale dell’alunno ed aperta alla lettura e interpretazione della realtà socio-culturale del nostro tempo, in cui il fatto religioso costituisce una componente operante e fondamentale. Naturalmente tale insegnamento di religione non potrà non tenere conto, da una parte, dell’ambiente in cui si svolge (e cioè della scuola di tutti, caratterizzata non solo dal pluralismo ideologico, ma soprattutto dalla connotazione critica della proposta educativo-culturale) e dall’altra, del doveroso rispetto sia della laicità della scuola che della libertà religiosa dell’alunno. Ciò comporta il superamento di un insegnamento della religione, inteso soltanto come vera e propria catechesi, obbligatoria per tutti, per aprirsi ad una concezione insieme più larga e più duttile di ricerca, di riflessione, di confronto e di educazione al (e del) senso religioso della persona, di enucleazione dei valori religiosi autentici, della loro originalità nei confronti di ogni altro valore, di fondazione critica del messaggio cristiano e della sua trascendenza nei confronti di ogni cultura, oltre che della sua capacità di rispondere agli interrogativi supremi dell’uomo (cf. Il rinnovamento della catechesi in Italia, nn. 154-155).

Decisamente aria nuova e che questo “nuovo” modo di concepire l’insegnamento della religione si stia diffondendo si evince anche dal moltiplicarsi dei dibattiti, spesso molto accesi, che si registrano in quegli anni; si deve inoltre rilevare il tentativo di cominciare un’analisi sistematica e “alta” sulla natura, sulla epistemologia della “disciplina” religione, ne sono testimonianza una serie di pubblicazioni, fra le quali ricordiamo i volumi Insegnare religione oggi i due volumi, il primo dedicato alla scuola primaria e il secondo alla secondaria, sono curati dall’istituto di Catechetica dell’Università Salesiana e sono, forse, il primo tentativo di offrire agli insegnanti di religione un

quadro di riferimento che permetteva di definire i termini del problema e le questioni nodali concernenti l’insegnamento religioso; offriva, inoltre, alcuni principi operativi per insegnare religione secondo la logica della scuola. Gli autori sottolineavano nella premessa ai volumi: «Il nostro studio vorrebbe offrire un contributo: … perché qualunque sarà la forma di presenza dell’insegnamento della religione (IR) nella scuola: facoltativo, opzionale, o integrato nell’area comune, esso continui a essere considerato in relazione con i compiti della scuola e cioè come IR, “approccio culturale” alla religione, e non come catechesi.»

In parte questa nuova riflessione è recepita anche dai libri di testo, alcuni autori, allontanandosi dalla impostazione tradizionale, di ferrea matrice catechistica, propongono nuovi percorsi e modalità differenti di approccio al religioso. Fra i molti ricordo un testo del 1976 che proponeva un interessante percorso pluridisciplinare; curato da Chiavacci e Listri il testo si presentava come un’antologia e proponeva un insegnamento della religione di alto livello culturale in dialogo con le altre discipline, si legge nella premessa:

«Sappiamo bene, per lunga esperienza, che oggi — fuori e dentro la scuola — affrontano le tematica religiosa un poco a caso, partendo dall’ultimo problema scottante di cui han sentito discutere. Così spesso le discussioni e lezioni di religione si trasformano in dibattiti estemporanei (e inevitabilmente superficiali) sui problemi cosiddetti di attualità. Il testo che presentiamo nasce invece dalla convinzione che una certa organicità e sistematicità è l’unico modo per collocare un problema nella giusta luce, e che è impossibile risolvere o approfondire un problema religioso di attualità fuori del quadro globale dell’annuncio cristiano.»

 Il Concordato del 1984, la nuova disciplina. La riforma legislativa conseguente ai Concordato del 1984 non ha posto termine alle molte discussioni in merito alla disciplina ma ha il pregio di proporre, in maniera definitiva, un “nuovo” insegnamento della religione cattolica che si pone, se pur in continuità con la vecchia “ora di religione”, non più come catechesi scolastica ma come approccio culturale al fenomeno religioso con riferimento specifico al suo inveramento nel cattolicesimo. Osserva Sergio Cicatelli: «Con l’Accordo del 1984 l’Ir è diventato Irc, sottolineando la sua specificità cattolica, ma abbandonando improprie intenzioni catechistiche e posizioni di primato nell’ordinamento scolastico. Da un lato, infatti, l”attuale Irc si inserisce nel “quadro delle finalità della scuola”; dall’altro, trova fondamento in una duplice ordine di motivazioni culturali e storiche: la Repubblica italiana dichiara, infatti, di riconoscere “il valore della cultura religiosa” e di tener conto del fatto che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano” (art.9.2)»2°

Il punto di partenza è, dunque, quello che possiamo definire, con un linguaggio improprio, il nuovo Concordato che fu firmato il 18 febbraio 1984 dall’allora premier del governo italiano Bettino Craxi e dal cardinale segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli. Osserva, sul nuovo Concordato, lo storico Maurilio Guasco: «ciò che non era riuscito negli anni precedenti alla Democrazia Cristiana, riusciva ora al leader del Partito Socialista, il partito che vanta la maggior tradizione anticlericale nella storia italiana, e che, a differenza del Partito Comunista, si era duramente opposto alla ricezione dei Patti Lateranensi nella Costituzione italiana. Da parte ecclesiastica, la presenza del segretario di Stato conferma la volontà del Vaticano di gestire ancora in proprio i rapporti con l’italia, e di non volerli delegare alla Conferenza Episcopale Italiana».

Si legge nel Protocollo addizionale: «1. In relazione all’art. I: Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.»22 Si afferma così l’autentica aconfessionalità e laicità dello Stato.

Il rapporto con le altre Chiese o Confessioni religiose, presenti sul territorio nazionale, non più considerate “culti ammessi” e quindi di fatto solo tollerate, sarà regolato da Intese, prima discutere e poi firmare, con lo Stato italiano che avrebbero delineato i loro diritti e doveri.

Ricordo che ad oggi sono già state firmate le intese con: la Tavole valdese, il 21 febbraio 1984 e il 25 gennaio 1996; con le Assemblee di Dio in Italia (AD!), il 29 dicembre 1996; con

l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, il 29 dicembre 1986 e il 6 novembre 1996; con l’Unione comunità ebraiche in Italia (UCEI), il 27 febbraio 1987 e il 6 novembre 1996; con l’Unione cristiana evangelica battista d’italia (UCEBO), il 29 marzo 1993; con la Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), il 20 aprile 1993; non sono ancora in vigore perché in attesa dell’emanazione della Legge di approvazione, l’intesa firmata il 20 marzo 2000 con Unione buddhista italiana (UBI).

 

Nell’ art. 9 dopo aver, al comma 1., garantito alla Chiesa cattolica, in conformità al principio della libertà della scuola e dell’insegnamento, scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione e sancito per queste il principio di parità, al comma 2. si mette a fuoco la questione dell’insegnamento della religione nelle scuole dello Stato, così recita: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado.

Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.»23

 

L’insegnamento delle religione cattolica è, quindi, previsto come insegnamento integrante dell’ordinamento scolastico, le ragioni della stabilità di tale insegnamento sono dettate, quindi, dal riconoscimento del valore della cultura religiosa in generale e dall’affermazione che lo storicizzarsi ditali valori nei principi nella religione cattolica è parte del patrimonio storico italiano.

Le finalità che assume l’insegnamento della religione cattolica come proprio non possono che essere quelle della scuola, cioè ricavabili dalla Costituzione e dalla legislazione scolastica; è, quindi, finalità primaria anche dell’insegnamento della religione cattolica promuovere lo sviluppo della piena formazione della personalità degli alunni.

In questa prospettiva, quindi, non è più la Chiesa che gestisce uno spazio autonomo nella scuola dello Stato ma è lo Stato, con il quale la Chiesa collabora, che chiede a quest’ultima di offrire un servizio, quello appunto dell’istruzione religiosa, a tutte le famiglie e agli alunni che ne fanno richiesta.

L’art. 9 del Concordato contiene quindi l’assicurazione che l’insegnamento della religione cattolica verrà impartito in tutte le scuole di ogni ordine e grado e che ciascun interessato, genitore o alunno per le superiori, ha il diritto di avvalersi o non avvalersi di tale insegnamento. Abbiamo quindi con la revisione concordataria del 1984 una trasformazione, si passa dal vecchio insegnamento obbligatorio con possibilità dell’esonero ad un insegnamento facoltativo del quale è possibile avvalersi o non avvalersi.

Dopo quanto detto sulla valenza generale della cultura religiosa e sull’importanza della cultura cattolica ciò può sembrare contraddittorio, di fatto non lo è se si tiene presente che l’insegnamento della religione cattolica è si inserito nelle finalità generali della scuola di Stato ma è confessionale, cioè insegnato, come si ribadisce nel Protocollo addizionale, in conformità alla dottrina delle Chiesa, che prepara i programmi, gli insegnanti e visiona i testi. Ne consegue che la nuova formula non è un semplice ribaltamento del vecchio sistema, cioè, mentre prima si sceglieva di non fare religione oggi si sceglie se fare religione. No la formula del nuovo Concordato è su questo punto assolutamente equilibrata: tutti devono scegliere, dichiarando la propria volontà se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica.

 Su la non facile questione della facoltatività si è acceso un lungo dibattito che ha coinvolto anche la Corte costituzionale; la massima istituzione ha sentenziato, mettendo fine alle polemiche, spesso pretestuose, che  l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo per gli alunni ma non è facoltativo per lo Stato che deve assicuralo, si legge nella sentenza n. 203 dell’il aprile 1989: «lo Stato è obbligato, in forza dell’accordo con la Santa Sede, ad assicurare l’Irc. Per gli studenti e per le loro famiglie esso è facoltativo: solo l’esercizio del diritto di avvalersene crea l’obbligo scolastico di frequentarlo» Ricordo, inoltre, che per garantire la piena libertà di coscienza ditale scelta la legge n. 281 del 18 giugno 1986 affermava che gli studenti delle scuole medie superiori all’atto dell’iscrìzione potevano esercitare personalmente il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica.

 

Detto ciò mi chiedo:che senso ha incentrare,per un intero anno,la formazione degli IDR sull’anno paolino? Forse che l’IRC a scuola è un corso monografico sulla straordinaria figura di Paolo? Inoltre,che senso ha titolare il convegno estivo:il docente di IR tra l’annuncio evangelico e la responsabilità educativa? Quale sarebbe il legame tra la responsabilità educativa,propria di ogni docente compreso l’idr, e l’annuncio evangelico? Cosa s’intende per “annuncio evangelico” nel contesto scuola? Infine,se è vero che il convegno è stato autorizzato dall’USR Sicilia perché non viene citato il numero di protocollo dell’autorizzazione? Perché nelle scuole non è arrivata la comunicazione della presunta autorizzazione?

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Sangue e diritto nella Chiesa.

Boni_zanotti

Un motivo conduttore percorre l’origine e l’evoluzione dell’ordinamento giuridico della Chiesa, fino a contribuire a comporne il profilo identitario, quello del sangue: il sangue versato nel sacrificio che fonda il cristianesimo; che si fa tabù e divieto nell’antropologia occidentale e nel diritto; che tornerà a pulsare in ogni uomo, secondo la profezia, nella gloria dell’ultimo giorno. Questi passaggi vengono riproposti nella loro coerenza normativa millenaria dalle pagine di questo libro. 
Sangue e diritto, dunque, ma non solo: qui la prospettiva giuridica si salda direttamente al retroterra storico e sociologico, ma soprattutto a quello liturgico e teologico che reggono le norme e le dotano di senso, conferendo ad esse quell’organicità tipica di ogni ordinamento a base religiosa, segnatamente di quello canonico. L’attenzione per questo tema non si attenua – come pure ci si potrebbe aspettare – in un tempo, il nostro, così segnato dalla secolarizzazione e, su altro versante, dalla virtualità: anzi proprio la tenuta della sua centralità, sottolineano gli autori, testimonia di quanto il sangue, con i suoi significati simbolici e le sue proiezioni giuridiche, significhi nell’economia del sacro, che ancora incide, e non secondariamente, sulla vicenda umana. 

INDICE 
Introduzione p. 7 

I. Il sangue di Cristo 13 
1. Sangue e diritto 13 
2. Il sangue di Cristo come superamento del sacrificio 
veterotestamentario e suggello della nuova alleanza 17 
3. Le controversie eucaristiche 22 
4. Fra Oriente e Occidente 27 
5. Il vino eucaristico 33 

II. «Ecclesia abhorret a sanguine» 71 
1. La Chiesa delle origini e il rifiuto della guerra 71 
2. I chierici, la violenza, le armi 76 
3. I fondamenti canonistici della giustificazione dell’‘effusio sanguinis’ cristiano e dello ‘ius gladii’ della Chiesa nelle urgenze della riforma gregoriana e della lotta per le investiture 80 
4. L’apporto dell’età classica in materia: in particolare chierici e ‘judicium sanguinis’. Sviluppi successivi e approdi contemporanei 85 
5. Inquisizione e braccio secolare 94 
6. Alcune proibizioni peculiari 105 
6.1. I chierici e la caccia 105 
6.2. I chierici e l’esercizio della medicina e della chirurgia 112 

III. I divieti basati sul vincolo del sangue 157 
1. Ostacoli al conferimento degli ordini sacri 157 
2. Impedimenti alla celebrazione del matrimonio 161 
3. Purezza del sangue e trasmissione della fede e dell’eresia 170

IV. Sangue e antropologia cristiana p. 205 
1. Sangue, sacrificio, penitenza e rinuncia 205 
2. Le prescrizioni alimentari nel cristianesimo 209 
2.1. Il divieto di mangiare sangue 209 
2.2. Il digiuno e l’astinenza dalla carne. Carne e pesce. Le disposizioni vigenti e il loro attuale significato 214
3. Il sangue della donna mestruata e della puerpera 224 
3.1. Il sorgere e il consolidarsi di un pregiudizio 224 
3.2. La donna e l’altare 231 
4. Sangue e luoghi sacri 237 
5. Le ‘liturgie del sangue’ 242 

V. Il sangue glorioso 299 
1. Sangue e resurrezione 299 
2. Il sangue dei martiri 308 
3. Sangue, reliquie e miracoli. Il culto del ‘Prezioso Sangue’ 314

Geraldina Boni insegna Storia del diritto canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna e Diritto canonico presso la sede di Ravenna della medesima Facoltà. Tra i suoi libri: «Gli archivi della Chiesa. Profili ecclesiastici» (Giappichelli, 2005), «Chiesa e povertà: una prospettiva giuridica» (Edizioni San Paolo, 2006), «Conoscere il diritto canonico» (con G. Dalla Torre, Edizioni Studium, 2006).

Andrea Zanotti insegna Diritto canonico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri: «Le manipolazioni genetiche e il diritto della Chiesa» (Giuffrè, 1990), «Rappresentanza e voto negli Istituti religiosi» (Giappichelli, 1997), «Il matrimonio canonico nell’età della tecnica» (Giappichelli, 2007).

G. Boni – A. Zanotti
Sangue e diritto nella Chiesa.
Contributo ad una lettura dell’Occidente cristiano 
pp.350, € 25,00
Il Mulino, Bologna, 2009

“DITTATURA DEL RELATIVISMO”: STORIA DI UNA FRASE CLAMOROSA.

di ANTONIO SOCCI

Viene dal cardinale Giuseppe Siri in una straordinaria intervista del 1970 dove preconizza la necessità per la Chiesa di guardare agli uomini della Chiesa dell’Est europeo…

 

C’è un’espressione – “dittatura del relativismo” – pronunciata dal cardinale Ratzinger il 18 aprile 2005, alla messa “pro eligendo romano pontefice”, che è passata alla storia e che entusiasmò anche laici come Giuliano Ferrara e Marcello Pera. Sintetizza il pensiero del cardinale bavarese sul momento che viviamo ed è anche il “programma” per il quale proprio lui fu scelto come nuovo papa.
Le sue parole suonavano così: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”.
Aggiungeva: “Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo”.Da lui viene “il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità”. L’espressione “dittatura del relativismo” ha un precedente clamoroso (chissà se Ratzinger lo conosceva e vi si è ispirato): fu coniata infatti dal cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, uno degli uomini più autorevoli della Chiesa da Pio XII a Giovanni Paolo II (nel 1975 fu l’autore di una memorabile “Nota per il clero” sul “progressismo” che fa letteralmente a pezzi il cattoprogressismo).

Siri – che è stato fra i papabili più quotati in ben quattro conclavi – nel 1970 dette una intervista a “Renovatio”, la rivista che aveva fondato, alla cui direzione aveva chiamato don Gianni Baget Bozzo (da lui stesso ordinato). Sarebbe interessante sapere se proprio don Gianni era l’intervistatore, certamente ha la paternità del titolo di quella straordinaria conversazione che fu “La dittatura dell’opinione” (nel testo del cardinale è chiamata anche dittatura del relativismo). Va detto, en passant, che testi del genere, insieme ai libri del cardinale, meriterebbero di essere ripubblicati, per la forza profetica e la profondità che hanno (ma l’editoria sembra orientata solo su teologi e cardinali “progressisti”).

Alcune perle da quell’intervista. “Gli uomini si ritengono liberi: è questa loro opinione, di essere liberi perché è scritto nei testi giuridici, il massimo momento e manifestazione della loro servitù. In realtà molti vivono sotto una dittatura: la dittatura dell’opinione”.

Spiega ancora Siri: “La prima e fondamentale dottrina del potere di questo mondo è l’affermazione: non c’è verità… La differenza principale tra ‘civitas mundi’ e ‘civitas Dei’ non sta sul contenuto, ma sull’esistenza della verità. Se non c’è nulla di vero, allora l’unico principio che conta è l’utile”.

La diagnosi del prelato prosegue: “Il dramma è che tanti non capiscono nulla del loro tempo. L’uomo è oppresso dalle potenze di questo mondo, dai loro miti. La Chiesa non è con il mondo: la Chiesa è con l’uomo, essa è la voce della libertà che nasce dallo Spirito Santo. La Chiesa non può essere là dove regnano le forme ciniche o quelle eversive e nichiliste dei padroni di questo mondo e di questo tempo…” Siri giudica “la cultura di massa asservita ad interessi ben precisi”, essa “rappresenta una selezione precisa di un’immagine d’uomo senza profondità perché senza spirito”. Uomo quindi “manipolabile da un efficace sistema di persuasori occulti”. Con la collaborazione di “quei teologi della cultura di massa che hanno lanciato lo slogan della morte di Dio con il medesimo tipo di diffusione di un prodotto commerciale”.

Esiste, anche in teologia, una tecnica per sostituire alla verità l’opinione? Siri la vede nell’ “attuale pubblicistica religiosa, letteraria, filosofica”. La “tecnica del relativismo” diventa molto efficace, spiega il prelato, specialmente “riducendo ogni questione dottrinale negli schemi di destra e di sinistra. Tutto si relativizza, tutto diviene questione di opinione e mezzo di potere”.

Più avanti aggiunge: “il relativismo è la condizione per la manipolazione dell’uomo”, per la “mitizzazione del suo comodo e della sua utilità: che è la via della sua servitù, della sua tristezza, della sua angoscia, della sua noia, della sua follia”. Ed è qui che insorge “il problema della salute mentale come un problema dell’uomo d’oggi” prodotto dal “disordine dello spirito” della cultura dominante. Che paradossalmente si presenta come “un’ideologia del benessere”.

Essa trasmette “un’immagine dell’uomo senza profondità e senza significato, dell’uomo senza spirito e senza Dio” ed “è diffusa oggi da una catena imponente di mezzi di diffusione del pensiero, che impongono con la forza del loro apparato la loro immagine del mondo come se fosse la realtà stessa… L’uomo viene così condotto alla disperazione, perché il piacere, colto giorno per giorno, svanisce giorno per giorno”.

In questa profetica intervista – datata 1970 – Siri considera già il problema ecologico in questa prospettiva spirituale: “Il potere delle tenebre conduce l’uomo alla morte… il deterioramento del pianeta, dell’aria, dell’acqua, conduce l’umanità al suicidio. Ma chi imporrà legge agli interessi, alla caccia del lucro?”.

Peraltro “la dittatura dell’opinione in cui viviamo si ripercuote anche nella vita ecclesiastica… Oggi, ogni teologo che passi per iconoclasta, liberatore, innovatore, è subito captato da un’editoria compiacente, che diffonde per tutti i canali dei mezzi di massa questo dissenso confortevole, questa iconoclastia per amor del comodo e del successo. Il divismo di teologi, di scrittori, di figure della protesta: ecco un dolore, una sofferenza per la Chiesa di oggi: coloro che denigrano il passato della Chiesa per affermare che è proprio dal rinnegamento di esso che la Chiesa riemergerà più autentica”.

Siri riconosce che “la presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia, perché questa volta non è la persecuzione esteriore a impugnarla, ma la perversione dall’interno. Più grave”. Parla perfino di “coloro che usano della loro funzione ecclesiastica per sovvertire la Chiesa”. Parla di abusi nella liturgia e dell’ideologia ecumenista. Afferma: “La cosa più urgente è restaurare nella Chiesa la distinzione tra verità ed errore”. Ma aggiunge: “ci sono tanti segni, che indicano che i demolitori della Chiesa hanno fatto il loro tempo”.

E qui ha un’intuizione che è “profetica”: bisogna guardare agli uomini della Chiesa dell’Est, quella provata dalla persecuzione comunista: “Noi siamo in un tempo di prova e nei tempi di prova è più facile vedere la tenebra che la luce. Ma la luce è presente: la potenza stessa della tenebra è un mezzo di purificazione… Noi sappiamo che il Signore conduce le cose in bene… La nostra umana debolezza, l’isolamento, il senso di sconfitta apparirà cambiato dalla potenza di Dio, in segno della gloria della sua città…”.

Ecco la “profezia” di Siri: “Ho sempre notato che in genere gli errori teologici derivano da inquinamenti marxisti. È una storia lunga. Ma finora non ho trovato sulla mia strada uomini cosi puri nella fede come quelli che hanno esperimentato nella vita quella teoria. Sono stati vaccinati”.

Otto anni dopo il Conclave chiamerà al papato proprio un uomo dall’Est, che addirittura abbatterà il moloch dei sistemi comunisti con la forza di una testimonianza inerme. Siri diceva nel 1970: “Nel momento in cui tutto umanamente sembra perduto, allora è il tempo dello Spirito Santo: che conduce al nulla i potenti di questo mondo e trova vie impensate per mostrare agli uomini la divinità della Chiesa, della sua opera di santificazione e di santità”.

Così è stato.

 
 

 

 

L’Islam immaginato…..

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Negli ultimi anni l’Islam e i musulmani sono al centro del dibattito pubblico sia per gli episodi legati alla politica internazionale (terrorismo islamista, interventi militari in Afghanistan e Iraq, etc.), sia per il radicalizzarsi di alcune posizioni nel dibattito che investe i paesi occidentali di fronte alle sfide dell’integrazione culturale degli immigrati, molti dei quali provenienti da stati a maggioranza musulmana. Questo rilievo nel discorso pubblico si accompagna ad un diffuso e riconosciuto (almeno in sede scientifica) processo di distorsione dell’Islam, operato in particolar modo dai mezzi di comunicazione di massa. 
Il volume ricostruisce i meccanismi rappresentativi dell’Islam all’interno dello scenario mediale italiano, “triangolando” considerazioni generali di carattere teorico, elementi riportati nella letteratura scientifica italiana e internazionale, ed evidenze empiriche ricavate da un lungo percorso di ricerca intrapreso dall’autore. Questa sezione empirica, oltre ad indagare e quantificare la rappresentazione dell’Islam nei media italiani, ha permesso di isolare le principali forme stereotipe, analizzandole ed evidenziando quelle di maggior peso e di più lunga durata. Viene infine sottolineata la prevalente dimensione “visiva” degli stereotipi (spesso presente anche in assenza di distorsioni manifeste nello scritto o nel parlato) attraverso un’analisi delle icone con cui l’Islam e i musulmani sono “messi in scena”, immagini che creano e rinforzano le rappresentazioni stereotipe su questo complesso universo culturale. 

I MASS-MEDIA E L’ALTRO MUSULMANO: UN’INTRODUZIONE

1. L’islam oltre lo “scontro di civiltà” e nelle rappresentazioni dei media, p. 9
2. Immagini dell’islam. Un quadro sintetico delle questioni in campo, p. 16
3. Alcune note di prospettiva, p. 19
4. Islam politico e islam immigrato: due “metadiscorsi” nell’approccio all’islam, p 22

CAPITOLO PRIMO
LA MEDIAZIONE DELL’ALTRO AL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE

1. Vivere in un “altrove”. Immagini delle culture nell’orizzonte globale, p. 27
2. Categorizzare la realtà; pregiudizi, stereotipi e costruzione di senso, p. 35
3. Framing islam. I media e la “conoscenza” dell’Altro, p. 45

CAPITOLO SECONDO
RAPPRESENTARE L’ISLAM GLOCALE: DUE METADISCORSI NELL’APPROCCIO ALL’ISLAM 

1. Lo sguardo occidentale sull’islam, p. 51
2. Primo panorama. L’islam globale e l’islam politico, p. 64
3. Secondo panorama. L’islam vicino: l’altro e la diversità nello spazio occidentale, p. 78 

CAPITOLO TERZO
L’ALTRO E L’ORIENTALISMO

1. Conoscenza e potere nel rapporto tra occidente e islam. L’orientalismo, p. 89
2. L’eredità di Said, la polemica con Bernard Lewis e le critiche, p. 98
3. Stabilità e mutamento delle categorie dell’orientalismo, p. 104 

CAPITOLO QUARTO 
L’ISLAM NEI MEDIA ITALIANI. LA RICERCA ISLAM-MEDIA 

1. La ricerca islam-media: un quadro sintetico dell’indagine, p. 107
2. L’11 settembre come snodo della rappresentazione, p. 114
3. La con-giuntura “storica”: l’islam e gli eventi di attualità, p. 122
4.  L’agenda della rappresentazione televisiva: i temi, p. 126
5. La tematizzazione nei settimanali, p. 132  6. Il focus su fondamentalismo e terrorismo, p. 137

CAPITOLO QUINTO 
L’ALTRO SUGLI SCHERMI, UNA MAPPATURA DELLO SPAZIO DEGLI STEREOTIPI

1. Per una definizione di forma stereotipa nell’immagine dell’islam, p. 141
2. Forme stereotipe nelle rappresentazioni mediali dell’islam, p. 144
3. Una mappa degli stereotipi dell’altro musulmano, p. 145 

CAPITOLO SESTO
“VISUAL MUSLIM”: LA (PREVALENTE) DIMENSIONE VISIVA DELLO STEREOTIPO DELL’ISLAM

1. Immagini dell’islam nei media. Distorsioni e “iconografia”, p. 165
2. Ritratti di musulmani. La copertura fotografica dell’islam, p. 167
3. L’islam da copertina. Immagine e pregiudizio, p. 178

CONCLUSIONE

Frammenti della mediazione dell’Altro

Marco BrunoL’islam immaginato. Rappresentazioni e stereotipi nei media italiani 
pp.223, € 21,50,  Guerini e associati, Milano, 2008

“Guardatevi dagl’Idoli”.Lettura teologica del nostro tempo.

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di Felice Scalia

Qualche premessa

Il tema che mi è stato assegnato è la lettura teologica del nostro tempo. (…). In ogni caso non penso sia molto proficuo addentrarmi nella descrizione della situazione attuale. È sotto gli occhi di tutti. Siamo in uno stato di ingovernabile anarchia dove le armi e la prepotenza sembrano le uniche regole che governano il mondo. (…).

Colpa della globalizzazione, si dice, della “deregulation” economica, della “finanza creativa”, dell’avidità di gente spietata e potente. Faremo uso anche noi di questi parametri, ma forse dobbiamo chiederci, prima di tutto, qual è lo schema mentale che soggiace a chi provoca l’anarchia ed a chi la subisce. Se è vero che, sotto varie forme, il bellum omnium contra omnes percorre il pianeta, è plausibile che a dirigere i nostri rapporti interumani sia la percezione dell’altro come “nemico”.  L’altro come hostis potenziale, almeno. (…).

Non ci addentriamo ulteriormente in tali meandri. Questo è il mondo in cui viviamo. (…).

Ed ecco la domanda che ci riguarda: che lettura teologica fare di questa realtà? Stando ai fatti espliciti, che religione implicita qui si presuppone? Cioè: dando per scontato che la religione ha una sua ricaduta nel campo etico e comportamentale, quale religione effettiva sta alla base del nostro tempo? E ancora: se è vero che il mondo occidentale, responsabile dell’attuale ordinamento mondiale, è cristiano, di quale cristianesimo esso si nutre? (…).

La nostra tesi può essere così descritta: questo nostro mondo è radicalmente ateo, del tutto lontano dall’accoglienza della vita come dono di un Essere Supremo e benevolente. Se nutre atteggiamenti che una qualche antropologia potrebbe catalogare come “religiosi”, essi sono riferiti ad “idoli”, a divinità che un giorno furono dei “pagani”. Il cristianesimo si va spostando sempre più nella zona di un sistema di significati ufficiali, ma non reali, di valori formali non più condivisi e vissuti. Esso stesso ha dottrinalizzato l’evento (l’attesa e la costruzione del “regno”) organizzandosi come centro della verità su Dio, l’anima l’invisibile, l’interpretazione unica della morale naturale. Là dove il cristianesimo evangelico è vissuto, nascono dei martiri e degli esclusi. Dove invece si parla molto di Cristo ma svuotandone il messaggio, la religione cristiana acquista i caratteri di una “religione civile” in cui i valori del post-moderno (efficienza, forza, produttività, consumismo…) sono supportati da quelli religiosi. (…).

 Un’economia che governa il mondo

Il mondo intero è come sotto un unico sistema di governo universale. Neoliberismo, “pensiero unico”, globalizzazione costituiscono la nuova ideologia dopo la caduta del muro di Berlino. Sappiamo pure che questo sistema produce fame, miseria, disuguaglianze strutturali. 

Questo innegabile “fatto” può essere letto come un mero processo culturale. Dopo il tentativo socialista di fare uscire l’umanità dal capitalismo (con un costo spaventoso di vite umane), l’Occidente è ritornato al vecchio programma ottocentesco rifatto nuovo e radicalizzato. Il mercato dunque come inevitabile “sistema di pensiero”.

Ma c’è un’altra possibilità di lettura, ed è quella che qui ci interessa: il mercato come tradimento dell’identità cristiana, come sostituzione del vecchio monoteismo con uno nuovo, come apostasia collettiva dal Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù e dunque – più in generale – come abiura da ogni ricerca di interiorità, spiritualità, umanità integrale. Per dirla in termini biblici, il mercato come “unico pastore del popolo”.  Addirittura come finale scoperta dell’intima ed ultima verità della vita: siamo sotto il dominio ineliminabile delle “eterne leggi del mercato”. Il “mercato come idolo”, come nuova religione, come precomprensione effettiva di ogni scelta, quale che sia la religione ufficiale professata.

Noi ci muoveremo in quest’ultimo orizzonte. (…).

 1. Il Mercato come “assoluto”

Che siamo in regime di mercato è perfino inutile ricordarlo. Qui però si vuole insistere su una caratteristica moderna: la sua assolutezza. Questa particolarità rende il regime di mercato una sorta di religione atea.

(…) La globalizzazione pone al suo vertice l’accumulo di Denaro, una sorta di “dio tra gli dei”. La sua presenza o assenza crea valore o disvalore in tutto ciò che costituisce la vita dell’uomo. L’uomo è se ha. L’uomo è niente se non ha niente. Il mercato e le sue leggi sono le uniche realtà che assicurano Denaro. Cioè denaro pregiato, “valore”: dollaro, euro, yen. Questi “valori” non conoscono il bene e il male, l’ingiusto ed il giusto. Solo la “quantità”, ed essa sola “giustifica”, rende “giusti” cioè veri uomini.

(…) Tale preminenza assoluta, cosa è se non esistenziale idolatria? Siamo in realtà di fronte ad una idolatria che prevede con lucido cinismo anche “sacrifici umani”, quasi di rito.

La globalizzazione ha la sua “etica”,  stabilita oltre due secoli fa da Adam Smith: ogni individuo sia implacabile nel suo egoismo – non badi al suo prossimo – la “mano invisibile” del mercato porterà prosperità a tutti.  Ha una sua “metafisica”: tutto è merce. (…).

Ha una sua ideologia: il neoliberismo del mercato globalizzato come sistema a cui tutti siamo soggetti ed a cui è impossibile sottrarci. Ha le sue vittime designate: al benessere della borsa si sacrificano milioni di persone, si gettano nella disperazione intere generazioni, si rende invivibile il pianeta, si distruggono specie animali e vegetali, interi popoli.  La globalizzazione ha perfino i suoi teologi.

(…) In questo contesto le grandi parole come onestà, libertà, pace, morale, gratuità, democrazia, diritto alla vita, sono sempre “cose che bisogna dire” in Tv e nei discorsi ufficiali. Parole che servono per mascherare la vera realtà. Parole a cui nessuna persona moderna e sensata deve credere.

Si badi al fatto che le grandi parole, le grandi promesse, i grandi valori siamo soliti sentirli in tempi di guerra, di terremoti, in un tempo di “menzogne” quasi obbligatorie, oppure in chiesa, dove tutto si consuma in un mezz’ora.

(…) Per noi la necessità di accesso e accumulo in esclusiva dei beni essenziali per il nostro benessere (dal petrolio al coltan, all’uranio…), l’acquisizione di vantaggi politici e militari, la sicurezza delle città come quella delle vie del commercio, la totale libertà di mercato, sono “assolute nostre necessità” che ci autorizzano – se necessario – a ridisegnare il mondo e a sterminare chi ci ostacola o non si piega ai nostri bisogni. Non ci vuole molto a concludere che la stiamo facendo da “dei”. Oppure che le nostre “assolute necessità” sono i nostri dei, i nostri idoli. Tanto cristianesimo oggi si ritiene “molto cattolico” perché difende il diritto a nascere dei nascituri ed il diritto alla cura estrema (fino all’accanimento?) anche dei morenti terminali. La cosa strana è che poi un tale cattolicesimo chiude un occhio sulla negazione del diritto di ogni uomo a mangiare, bere acqua potabile, curarsi, istruirsi, vivere in libertà e dignità. In situazioni simili è proprio difficile essere “testimoni del Dio vivente”. Perché è difficile “imboccare la via stretta che conduce alla vita”. Passeggiamo in carrozza “per la cruna dell’ago” e ci crediamo seguaci del Dio di Gesù. Duemila anni di cristianesimo non ci autorizzano a crederci al sicuro, radicati una volta per tutte nella fede in Dio. Il pericolo di un passaggio dalla vita alla morte, dal Dio vero agli idoli, è sempre di fronte a noi.

 2. Il posto del cristianesimo in questa assolutizzazione

Forse è doveroso chiederci che funzione ha avuto il cristianesimo nel sorgere e nell’affermarsi della centralità del denaro, del sistema mercatistico prima e globalizzato ora. Ci sarebbe anche da chiedersi che posto ha avuto nella concezione dell’“altro come nemico”.

(…) In particolare il cristianesimo doveva “evangelizzare la cultura” facendola diventare più umana, portandola ad un livello superiore di pienezza non solo per tutto l’uomo ma anche per “ogni uomo”. Doveva annunziare ad ogni nato di donna che “ogni uomo è tuo fratello, è te; non un nemico. Doveva far sentire la voce dei poveri, delle “forze lavoro” sfruttate in fabbrica e lasciate marcire ai bordi della strada quando non erano più in grado di arare un campo o di stare alla catena di montaggio. Doveva gridare l’intangibilità della vita e libertà dei figli di Dio quando si intraprese il turpe mercato degli schiavi. Doveva parlare di una giustizia che è oltre la legalità stabilita dai potenti. Doveva stare sempre con chi lotta per la propria liberazione. Non doveva mai parlare di “guerra giusta”.

Per quest’opera il cristianesimo aveva luce in abbondanza. Ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto sempre. Non lo ha fatto osservando la realtà alla radice. Non lo ha fatto abbastanza. Ha creduto di potere benedire eserciti che andavano a depredare popoli inermi, con la scusa dell’evangelizzazio-ne. Non si è allontanato da teorie sul “diritto delle nazioni al grande spazio”. Ha anche ostacolato quanti per stare col vangelo si distanziavano dai potentati del tempo. Ha chiuso la bocca di quanti parlavano in nome dei poveri, in nome di Dio. Il cristianesimo si è lasciato mondanizzare dalla cultura corrente invece che evangelizzarla. Si è assimilato al “mondo” (nel senso giovanneo), all’Impero, al “sistema”, finendo per trasformare il Dio della vita in un idolo, o, comunque, elevando – senza accorgersene – a dio supremo il denaro ed il potere, al cui servizio doveva porsi anche il Dio del Signore Nostro Gesù.

(…) A questo punto non è una domanda retorica chiedersi di che Dio stiamo parlando nelle nostre assemblee liturgiche, così perfette, così spettacolari, ma anche così spesso prive di carica di vita nuova nello Spirito. E non è neppure retorico chiederci perfino se è vero che esistono oggi atei e credenti. Forse siamo tutti idolatri, e quindi tutti “credenti”, perché qualche dio, comunque lo si chiami (mercato o razza, etnia o religione, benessere o rassegnazione alla miseria, soldi o prestigio, vendetta o giustizia) lo abbiamo tutti. O forse siamo tutti atei in Occidente perché anche i cristiani pare che abbiano rinunziato da tempo ad adorare il Padre del loro Signore Gesù e si sono rifugiati in qualche “assoluto di sostituzione”, in un dio che non esiste. (…).

Se Dio è il nostro Principio e il nostro Fine, l’alfa e l’o-mega; se con la parola Dio intendiamo Colui che è verità ultima, principio portante di ogni nostra scelta etica, “fondo della nostra anima” – per dirla con Meister Eckhart – termine ultimo del cammino di umanizzazione; se Cristo è colui alla cui luce soltanto vogliamo vivere e morire; allora forse dobbiamo dircelo che nulla è più urgente nella Chiesa oggi del rimuovere ogni dubbio sulla purezza di una nostra fede nel Dio di Gesù. Sono tante le cose interessanti e all’ordine del giorno nella Chiesa (…), ma la questione delle questioni è “quale Dio”. Sarebbe devastante che qualcuno potesse ritenerci monoteisti mentre siamo solo volenterosi e lieti idolatri. (…).

 3. Dalla sequela alla “svendita” di Gesù

Certo è impressionante che l’Occidente cristiano sia approdato al culto della ricchezza. Che ne ha fatto dell’inse-gnamento di Gesù che condiziona la felicità alla povertà? Di quell’insegnamento che mette la tenerezza al primo posto? L’opposizione che Gesù crea tra ricchezza e fede nel Padre, costituisce una definitiva lettura del nostro tempo: chi sta col denaro ha perso Dio. Una società qualsiasi (anche religiosa) che è centrata sul denaro – perfino per portare l’an-nunzio della povertà liberante – ha perso Dio.

L’evangelista Luca che ci ha donato la “buona notizia” della misericordia, della tenerezza e della compassione di Dio, ci ha dato anche l’insegnamento su quanto distrugge la tenerezza tra noi, su quanto elimina Dio dal nostro orizzonte: l’avidità della ricchezza.

È noto che Gesù conosce due nomi di Dio: “Abbà” e “Mammona”. Il primo appartiene al “Padre suo”, il secondo si erige come anti-dio che tende a distruggere ogni amore. Così egli mette in guardia contro “Mammona”.

Il termine “Mammona”, stando alla radice ebraica, significa “sicurezza”. Mammona dunque è il dio della certezze, delle sicurezze; il dio che fonda e dona, o presiede alla distribuzione di ciò su cui si può contare. Ora nel mondo la cosa su cui si può contare, ciò che dà sicurezza e infonde fiducia, ciò che dà splendore di potere, e dunque, ancora una volta, sicurezza, è fondamentalmente l’accumulo dei beni. Così il termine “Mammona”, significa ricchezza, accumulo dei beni, ostentazione di forza e di potere.

All’epoca di Gesù i rabbini distinguevano tra “Mammona di giustizia” e “Mammona di iniquità”. Noi oggi diremmo tra “ricchezza” onesta e ricchezza disonesta. Gesù dirà che Mammona è sempre di “iniquità”, sempre – alla lettera – “ingiusto”. (…).

La volontà di Dio è che l’uomo stia bene. Ma se questa è la volontà di Dio per l’uomo, se il benessere è positivo, lo deve essere per tutti. Il benessere diventa negativo quando appartiene soltanto ad una piccola parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza ne è priva. Comprendiamo ora perché la “ricchezza è ingiusta”, perché, in qualche maniera, chi accumula, immancabilmente sottrae agli altri.

E chi è ricco, che deve farne della ricchezza?

Gesù – al termine della parabola sull’amministratore infedele, Lc 16,1ss – propone di usare i beni che si possiedono per farsi degli “amici”. Quindi il denaro, la ricchezza, il benessere vanno usati per farsi degli amici, per creare rapporti d’amore, relazioni, legami di fraternità perché la vita superi ogni morte.

Chi sono questi “amici”, è facile dirlo. Tutti coloro che non sono nel benessere, e dunque che si trovano in stato di bisogno. “Procuratevi amici con i beni che avete”, significa: i capitali che avete, le somme che avete, non tratteneteli per voi, ma fateli circolare, fate in modo che il denaro porti vita, lavoro, speranza. Solo così vi farete degli amici, “Perché quand’essa (la ricchezza) verrà a mancare vi accolgano nelle dimore eterne”. (…).

 4. Siamo in un sistema sostanzialmente ateo

(…) È ragionevole pensare che un cristiano di fronte al sistema globalizzato avrebbe dovuto sentirsi a disagio, avrebbe dovuto intuire in un mondo di benessere per alcuni e di abiezione per moltitudini, qualcosa di estremamente avverso ai piani di Dio. Forse avremmo avuto lo stesso il capitalismo selvaggio dei nostri giorni, ma “non in nostro nome” e, tanto meno, in nome di Gesù. E invece siamo stati fedeli sudditi della globalizzazione, anzi volenterosi creatori.

Possiamo tranquillamente affermarlo: i cristiani, storicamente, non si sono sottratti per nulla al fascino di Mammona. Hanno optato per Abbà nelle preghiere ufficiali dentro gli edifici sacri, ma hanno finito per adorare Mammona nella vita di ogni giorno. Così hanno reso muto e sterile lo stesso Vangelo. Con ricadute inimmaginabili.

Le vicende del cristianesimo storico, a partire da oltre un millennio, sono quanto mai ambigue e conturbanti. Già nel IV secolo il Crocifisso diventa minaccia di morte per pagani ed ebrei. La religione di Stato impone le conversioni, e dall’alto dell’Impero piove il comando di trasformare la religione del Galileo crocifisso in elemento di novità e coesione per tutti i sudditi ed i cittadini romani. Il vangelo si trasforma in “religione civile” carica di onori, basiliche sontuose, possedimenti, forza. I cristiani volevano uscire dalle catacombe, e ne uscirono. Ma a quale prezzo? Cosa succede se il Crocifisso diventa un crocifissore e il Padre della vita un idolo di morte?

(…) A buoni conti, se il vangelo rimane ancora una fonte di valori ufficiali, i valori reali nella comune mentalità dei cristiani, sono ben altri, sono smaccatamente pagani.

Questa ideologizzazione di Dio, rischia di coinvolgere anche la Chiesa ed i suoi capi. Cosa significa quella corrente ecclesiocentrica che determina secoli di pratica, diciamo, pastorale? Come se Gesù fosse venuto a fondare la Chiesa e non ad annunziare il “regno di Dio”. E che vuol dire, per lunghi secoli, l’appellativo di “Alter Christus”, “Summus sacerdos” che il papa si attribuisce mentre pone sul suo capo il “triregno”? Il fenomeno della “papolatria” è così diffuso anche oggi da costringere “Civiltà Cattolica” a diversi editoriali in merito attorno al 1985. Tutto ciò appare con estrema chiarezza quando i papi si vestono d’oro come gli idoli, si ammantano di tessuti e pietre preziose, magari mentre parlano di “povertà” evangelica. Diventa anche idolo la “dottrina cristiana”, dove le consuetudini umane, anche in stridente contrasto col vangelo, vengono erette ad infallibili pronunciamenti di fede.

(…) Certamente il peggio avviene quando la Chiesa si scorge “potere” e crede che questo le si addica per motivi teologici. Allora passa di categoria, cambia orizzonte. Senza neppure volerlo si situa accanto alla logica di tutti i poteri laici o religiosi (o perfino malavitosi) che siano. (…).

È un miracolo che questo stravolgimento, anche se ufficializzato, non giunga mai a sovvertire la Chiesa ed a trasformarla in cenacolo dell’Anticristo. Il popolo di Dio continua a credere nell’utopia del Figlio di Dio, nel vangelo. Lo vive o lo incarna in modo spesso commovente. (…)

 3. Il Dio di Bush

Abbiamo notato all’inizio che forse la forma di cristianesimo più in sintonia con l’ideologia della globalizzazione e del mercato, è quella offerta da certe sette avventiste-millenariste che prosperano negli Stati Uniti. (…). Bush è un “ideologo”, non nel senso intellettuale della parola, ma in un senso molto più importante: per la capacità di personalizzare la metafora fondazionale degli USA, e perché si sintonizza con la massa di quanti “contano”. Del resto quello che Bush ha detto non solo è compatibile con il sistema ancora intatto, ma è precisamente l’espressione delle forze che hanno costruito il sistema. Per questo motivo è un errore credere che la sua ideologia su Dio e la religione civile scompariranno ora che il suo mito è tramontato.

L’impostazione della setta a cui aderisce Bush  è semplice: il dovere della lotta tra buoni e cattivi, tra bianco e nero. (…) Il merito dell’équipe di Bush, in un momento in cui, dopo la Guerra Fredda non vi era nessun nemico visibile che potesse far fronte agli Stati Uniti, il merito dunque è quello di aver trovato questo nemico in un elemento diffuso, il terrorismo, che permette di attuare, con questa scusa, in qualsiasi parte del mondo, nel nome di Dio, una guerra santa. Questo fu il regalo che ricevette l’amministrazione dall’11 settembre 2001.

Il Dio di Bush, è un Dio che abbandona le creature alla loro rovina, che guarda impassibile come, a causa delle leggi immutabili dell’economia, due terzi del mondo vive con meno di due dollari al giorno, che non sa compatire. È un Dio vincolato a una determinata teologia del potere.

 (…) Ci si chiede come mai si giunge a tanto da parte di uomini che hanno sempre in mano la Scrittura e si dicono cristiani. La storia è lunga. Possiamo ripetere che noi tutti siamo responsabili della perdita del Dio di Gesù.

Probabilmente in modo impercettibile, a partire dal secolo IV, il cristianesimo cominciò ad assumere come base della sua visione del mondo la filosofia greca e il pensiero giuridico del Diritto Romano, che pensano l’essere umano a partire dal potere. (…).

Il messaggio di Gesù, concepito a partire dalle prospettive delle vittime, e compreso dai primi cristiani come un messaggio per la liberazione di ogni tipo di schiavitù, si andò convertendo in un messaggio di potere, del Dio che castiga con la morte qualsiasi deviazione. Dio potrà essere concepito come un Dio di morte, che conduce Gesù verso la morte per espiare i peccati di tutti, invece di un Dio della vita e di un Gesù che si sottomette alla morte, contro la sua volontà, per liberarci dal potere di qualsiasi legge di morte. La salvezza non è concepita come liberazione, vita, speranza, ribellione a favore della vita, ma a partire da una teologia che parla di sacrificio, morte, peccato, colpa e castigo. A partire da una teologia, che parla il linguaggio di Mel Gibson nella pellicola La Passione o quello di Anselmo d’Aosta nella teoria satisfactoria.

(…) Il problema della fame e della sete di giustizia come problema di Dio, cioè, il problema della giustizia di Dio, è sostituito dal problema antropologico della colpa.

(…) Il Dio di Bush è un Dio che si esprime anche attraverso il castigo, che si mostra nella scena mondiale sotto l’aspetto dell’esercito americano e nella scena nazionale sotto l’aspetto della pena di morte. Nelle sue espressioni religiose sembra  l’immagine speculare in chiave occidentale di quel Dio pieno di rancori e vendicativo di Komeini. L’Amministrazione repubblicana di Bush ha giocato il ruolo di “sceriffo” del mondo. Ha preteso di dettare giustizia nella lotta tra il Bene ed il Male, considerandosi lo strumento del giusto castigo.

(…) Secondo la teologia di Bush, non è possibile nascondere la relazione tra guerra, politica, religione e natura umana. È il fondamentalismo. Se alla visione politica e strategica si aggiunge la concezione del “Popolo Eletto”, facilmente si giungerà alla giustificazione teologica della “guerra preventiva” o alla possibilità di progettare, per esempio, di attaccare il mondo arabo come un atto di omaggio a Dio. (…).

Si tratta di una interpretazione globale della storia nella quale i nemici del Popolo di Dio, quelli che hanno posto difficoltà nella costruzione dell’Israele della Promessa, sono pure nemici di Dio. La storia comporta il confronto continuo tra Yhwh e le forze del Male. Il male sarà vinto e il “serpente”, incarnazione di Satana, sarà annientato. (…).

 4. Uscire dall’Occidente? Un “Mondo altro” è possibile?

 (…) Credo che una domanda fondamentale dei cristiani di oggi, almeno di quelli “svegli” sia: “Che cosa dobbiamo all’uomo di oggi, che doveri abbiamo verso la storia, noi che crediamo di avere il privilegio di essere stati toccati dalla Grazia e risanati dal Maestro?”.

Alcune cose ci sembrano prioritarie.

– Renderci conto, con estrema lucidità, della situazione a cui ci ha condotto l’annacquamento del vangelo e l’avere trasformato la fede dei poveri nella religione dei vittoriosi crocifissori di popoli e nazioni.

– Delineare un nuovo modello di santità cristiana collettiva che ha come fulcro il rapporto coi beni della terra (e dunque col denaro ed il potere) e con i diseredati di tutti i Continenti, con gli impoveriti e gli schiavi vecchi e nuovi, con gli immigrati che cercano vita in questa nostra terra che ha disimparato la vita e l’amore. Abbiamo il dovere di riscoprire la “Chiesa dei poveri” che cammina con essi, che ad essi è mandata. E tutto ciò lasciando che gli innamorati dello splendore e del potere religioso se ne pascano a volontà. Anche in questo campo ha valore la massima “lascia che i morti seppelliscano i morti”.

– Restituire all’amore la sua centralità, credere nei fatti che Dio è Amore, che la persona vale sempre più delle cose. Anche la persona degli “esuberi”, dei clandestini, degli sconfitti.

– “Dobbiamo radicalizzare la ricerca della giustizia e della pace, della dignità umana e dell’uguaglianza nell’alterità, del vero progresso nell’ecologia profonda, bisogna impiantare la libertà nel cuore stesso dell’uguaglianza; oggi con una visione ed un’azione di dimensioni mondiali. È l’altra globalizzazione, quella che rivendicano i nostri pensatori, i nostri militanti, i nostri martiri, i nostri affamati”. Così Mons. Pedro Casaldáliga

(…) Non ci è facile uscire dalla presunzione che noi cristiani (soprattutto se ecclesiastici) sappiamo tutto, fin nei minimi particolari, su Dio, sugli uomini, sul destino umano, che dunque abbiamo il diritto e il dovere di ingabbiare la realtà negli schemi nostri, elaborati magari a fin di bene, ma senza quella umiltà che ci farebbe sempre attenti osservatori della Vita, quasi perpetuamente sulla soglia per ascoltare i gemiti dello Spirito nella realtà storica e nel cuore umano. (…) Siamo così feriti dagli “altri” che stentiamo a pensare che ci occorra svestire armature e deporre armi. Se qualcuno si chiede il perché di questa resistenza, rifletta sul fatto che l’interesse dell’etica cristiana è stato sempre per quello individuale, quasi mai per quello sociale. Il presunto diritto di proprietà, che la Chiesa ha sempre legato con la libertà personale, e per cui si è battuta lungo più di cento anni contro il comunismo, era fondato sull’“io” non sul “noi”. (…). 

Non ci è facile ripudiare un cammino che ha visto lo sviluppo dell’Occidente plasmato da due fattori congiunti: l’utilitarismo assoluto ed il senso religioso del dovere. (…). Detto in altri termini: la cultura corrente, quella nata dal ca-pitalismo e dall’utilitarismo etico, è stata accolta dai cristiani che, per così dire, si sono fatti evangelizzare da essa – lo abbiamo ricordato – invece di evangelizzarla in nome della dignità e dei diritti di ogni uomo. Così oggi non abbiamo la minima coscienza né della nostra ipocrisia né, tanto meno, della nostra apostasia. Quanto di orribile abbiamo prodotto e produciamo, la propaganda ce lo mostra come “naturale” ed ineluttabile.

(…) A chiare lettere: non ci è facile rinunziare a Mammona per scegliere Abbà, anzi – parola del Cristo – questo è “impossibile agli uomini, ma non a Dio”. Ed allora abbiamo bisogno di profezia.

Non è solo la Chiesa-istituzione, è la mentalità popolare dei battezzati ormai abbastanza idolatrica, ad impedirci di uscire da questa apostasia e da un sistema che attenta alla vita.

(…) La proposta di Gesù è nella fiducia tra le mani del Padre di cui siamo “figli amati”. Forse la profezia più difficile per il cristiano sta qui: nel dire e testimoniare che una uscita, un esodo dalla illusione, è possibile, una strada verso la vera sicurezza nell’abbandono di amore è in attesa della nostra conversione. Perché la radice del “regno” annunziato da Gesù è questa fiducia nel Padre e nei fratelli, nostri compagni di cammino e destino. Lo sappiamo bene che sembra assurda questa proposta agli occhi dell’uomo contemporaneo. E proprio in questo sta l’urgenza di un atteggiamento profetico nel cristiano e nella Chiesa: non solo dare fiducia e coraggio, non solo indicare l’abisso verso cui ci incamminiamo, ma testimoniare che “un altro mondo è possibile”, un “uomo altro”, una società più degna dei figli di Dio.

(…) Concludendo, una sorta di confessione. Forse qui siamo in troppi ad avere ferite appena rimarginate, a contare speranze deluse. Forse abbiamo visto che chi ci doveva appoggiare ci ha osteggiato, chi doveva incoraggiarci a predicare il Vangelo ci ha messo il bastone tra le ruote. Ma non siamo forse neppure in pochi a poter dire che tutte le volte che abbiamo camminato coi poveri – e dunque col “Povero” – tutte le volte che abbiamo osato avere parole di speranza, in quelle occasioni chi credevamo un “nemico” si è rivelato compagno di cammino e si è aperto ad una “speranza appena nata”. (…).

Oggi le nostre speranze sembrano sconfitte, siamo dei “perdenti” secondo gli uomini, ma chi sa, questo nucleo di “marginali” custodisce un segreto, un grumo splendido di fede, una ricetta di felicità, lanciata 2000 anni fa sul “monte delle beatitudini” dall’Amico della “gente di cattiva reputazione”, ed ancora intatta. Quella esperienza che ha riempito la nostra vita e le ha dato un senso indimenticabile, è l’unica leva da cui il mondo e la chiesa devono ripartire se vogliono essere custodi del futuro.

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«IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

fontana

 

La narrazione degli avvenimenti storici si configura di frequente come vera e propria falsificazione del passato, intesa ad accreditare determinate visioni del mondo e della società o anche a legittimare partiti e movimenti emersi vincitori nella lotta per la conquista del potere. Una inclinazione della storiografia, questa, che pur rintracciabile nell’antichità, s’è venuta accentuando nel corso dell’età moderna e contemporanea, in ordine soprattutto agli accadimenti del ventesimo secolo segnati dal protagonismo delle masse. In queste pagine Sandro Fontana ripercorre alcuni episodi della storia del Novecento, intenzionalmente distorti da una certa storiografia «militante» per immediate finalità ideologico-politiche. Si fa così luce sul mito della vittoria mutilata nel 1918 e sulla favola di Aldo Moro alleato dei comunisti; viene erosa se non demolita l’epopea della Rivoluzione d’Ottobre al pari della Resistenza tradita; dalle forze moderate; si ridimensiona la segreteria Berlinguer e si mostra l’assoluta banalità della sua cosiddetta «terza via»; si denuncia la congenita doppiezza del pacifismo e viene ricostruita nella sua realtà la strage di Marzabotto senza indulgere a strumentalizzazioni. Questo un compendio dei principali argomenti che intessono il libro. Ma, al di là di letture del passato parziali o non pienamente conformi a criteri di scientificità, nelle pagine di Fontana si sottolinea la responsabilità morale dello storico nei confronti della società in cui opera, contribuendo la storiografia in modo eminente a formare il senso comune di un Paese, a definire l’antropologia di un popoli orientandolo alle scelte per l’avvenire. Ne consegue che, come la moneta falsa progressivamente dissolve ogni ordine economico, allo stesso modo una storiografia intrisa di menzogne corrode i fondamenti etici della società consegnandola irrimediabilmente al conflitto e alla disunione. È infine da segnalare che, in appendice a ciascun capitolo, figura una bibliografia essenziale, utile a ulteriori approfondimenti dei temi trattati.  

 «IL SILENZIO SUI CRIMINI DEL COMUNISMO»

 Ciò che più colpisce gli studiosi che hanno esaminato con attenzione i regimi comunisti non è tanto l’entità e la mostruosità dei crimini commessi, quanto la vastità delle complicità e delle omertà che essi sono sempre riusciti a trovare nei Paesi occidentali. Eppure non era necessario attendere la caduta del Muro nel novembre 1989 per conoscere la tragica realtà dei Paesi sfortunati che avevano subito il comunismo, tante e tali erano le testimonianze rilasciate in Occidente non solo dai visitatori occasionali ma anche dai protagonisti di quei crimini. 
In un recente libro di Renzo Foa, che è stato anche direttore de l’Unità organo del Pci, vengono dedicate pagine illuminanti all’opera autobiografica di un alto esponente del comunismo sovietico Victor Kravchenko dal titolo Ho scelto la libertà, che venne pubblicato negli Usa nel 1946 e che fu tra i libri più venduti in America e nei Paesi dove venne tradotto. La testimonianza di Kravchenko era molto attenta e fedele non solo perché egli aveva scalato tutti i gradini della nomenklatura sovietica, dirigendo fabbriche e grandi complessi industriali, ma anche perché aveva vissuto sul terreno, in Ucraina, prima la collettivizzazione forzata delle terre, con la carestie nelle campagne, e poi le «grandi purghe». 

Egli cioè era stato uno dei grandi protagonisti d’una immane tragedia, che s’era conclusa con lo sterminio di oltre venti milioni di contadini. La sua fu una descrizione spietata e terribile delle carestie provocate artificialmente da Stalin per piegare con ogni mezzo la resistenza dei contadini, che per sopravvivere erano costretti a regredire nel cannibalismo, scrivendo testualmente: «Per impedire ai contadini disperati di mangiare il grano ancora verde, perché i colcos non finissero sotto cattive gestioni e per lottare contro i nemici della collettivizzazione, nei villaggi furono create speciali sezioni politiche, poste sotto l’autorità di uomini di fiducia del partito. Fu allora mobilitato un vero e proprio esercito di centomila uomini che era composto da militari, uomini della polizia segreta, studenti e funzionari considerati fedeli e risoluti, i quali vennero inviati nei territori sottomessi al collettivismo». Egli costatò che in quelle campagne desolate non si parlava altro che di carestia, di tifo endemico e di atti di cannibalismo. Kravchenko si accorse che le prigioni e le stazioni di polizia «rigurgitavano di contadini incarcerati per aver falciato i loro campi senza autorizzazione, per aver sabotato o rubato a danno dello Stato». Il primo giorno trovò un villaggio «immerso in un anomalo silenzio» e gli venne spiegato che «sono stati mangiati tutti i cani» e che, «se non vedete nessuno per strada, è perché la gente non cammina più, non ne ha più la forza». In quei giorni e mesi terribili i contadini ridotti a larve gli raccontarono che «ogni tanto un carro percorre il paese e raccoglie i cadaveri», che «abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, cani, topi, uccelli», che «domattina quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia: abbiamo mangiato anche quella» e «perfino il letame dei cavalli».
E tutto ciò perché, secondo il parere del potente segretario del partito comunista ucraino, «le autorità locali dovevano conoscere la vera potenza bolscevica: era perciò necessario schiacciare gli agenti dei kulaki ovunque avessero sollevato la testa e ottenere la consegna del grano a qualsiasi prezzo». L’ordine era: «Strappate il frumento a quella gente, dovunque sia nascosto, nelle stufe, sotto i letti, nelle cantine o nei nascondigli scavati nelle aie. Non abbiate paura di ricorrere a misure estreme». Al termine dell’operazione, durata un intero biennio, il segretario del partito comunista ucraino poteva affermare con fierezza: «L’anno appena finito ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo Paese. La collettivizzazione è costata milioni di vite, ma ora è saldamente radicata». Insomma, fin dal febbraio del 1946, quando cioè venne pubblicata l’autobiografia di Kravchenko, il mondo occidentale conosceva l’orrore dei regimi comunisti. Ma allora perché si è taciuto così a lungo? Perché nel frattempo, non sono stati denunciati e impediti altri crimini ed altri orrori? Perché, per conoscere la verità, abbiamo dovuto attendere il crollo del Muro?

Certo, il Partito comunista sovietico disponeva, all’interno di ogni Paese occidentale, di numerosi partiti fedeli che venivano, come ha dimostrato Valerio Riva, non solo finanziati, ma anche collegati in organismi internazionali come il Comintern o il Cominform, e quindi trasformati in strumenti formidabili di propaganda e di difesa del mito sovietico. Tutto ciò è vero, ma secondo gli storici non è ancora sufficiente per spiegare la persistenza della menzogna. È necessario perciò esaminare almeno due cause che hanno operato nel lungo periodo.

La prima riguarda il famigerato processo sui crimini di guerra di Norimberga del 1945-’46, nel quale, come scrisse allora Piero Calamandrei, tutti gli imputati appartenevano alle nazioni sconfitte, mentre tutti i giudici vennero scelti tra i vincitori. E poiché la Russia di Stalin faceva parte di questi ultimi, venne operata una colossale amnistia nei confronti di tutti i suoi crimini, compreso lo sterminio di 4.500 ufficiali polacchi, cioè della futura classe dirigente della Polonia, a Katyn nel 1940.
La seconda causa va ricercata nella guerra fredda, durante la quale tra i due schieramenti contrapposti venne stabilita una sorta di turpe e reciproca omertà, per cui tutto ciò che, sul piano dei diritti umani, poteva compromettere la stabilità complessiva venne sistematicamente ignorato o rimosso per lunghi decenni.

A queste cause di lungo periodo vanno aggiunte cause specifiche che riguardano l’atteggiamento assunto nei vari Paesi, prima e dopo il conflitto mondiale, nei confronti del comunismo sovietico. Per esempio, quando negli Usa uscì la denuncia di Kravchenko, l’opinione pubblica del più grande Paese antagonista della Russia venne fortemente influenzata da un altro libro, Missione a Mosca, che divenne subito un best-seller e che era stato scritto da Joseph Davies, ambasciatore di Roosevelt in Unione Sovietica tra la fine del 1936 e il 1938, cioè nel periodo famigerato delle «grandi purghe» con cui Stalin, attraverso processi-farsa, veniva eliminando migliaia di oppositori interni. Davies credette ciecamente alla propaganda comunista e si schierò apertamente dalla parte di Stalin, che accusava gli avversari interni di collaborare con i servizi segreti tedeschi e giapponesi. In un suo rapporto inviato a Washington, l’ambasciatore americano scriveva infatti: «Debbo confessare che ero prevenuto contro l’attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L’unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subita con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma, giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l’esistenza di una estesa cospirazione a danno del governo sovietico». Giustamente Renzo Foa ha ricordato che, nel 1943, da Missione a Mosca venne anche ricavato un film, prodotto a Hollywood dalla Warner Bros, come omaggio diretto di Roosevelt all’alleato russo. Naturalmente anche nel film la vita quotidiana sovietica veniva descritta in maniera idilliaca.

Lo stesso discorso può essere fatto anche a proposito dell’Italia, dove s’era affermato, nel secolo scorso, dal 1921 al 1989, il più grande partito comunista occidentale. Qui la presenza di un intellettuale e di un martire del comunismo come Antonio Gramsci, aveva consentito a Togliatti di sviluppare una strategia avvolgente e penetrante in ogni settore e àmbito della società italiana senza mai venir meno alla tradizionale fedeltà nei confronti dell’Unione Sovietica: al punto che, quando nel 1989 è crollato l’impero sovietico, non sono stati tanto i comunisti italiani ad abbandonare l’Urss quanto quest’ultima, con la sua rovinosa caduta, ad abbandonarli, lasciandoli orfani e disperati. Di qui le reticenze, le amnesie, le titubanze che ancor oggi caratterizzano l’atteggiamento degli intellettuali e degli storici ex comunisti di fronte alla storia del comunismo e che impediscono di conoscere la verità non solo sulla settantennale dipendenza del Pci da Mosca, ma anche sulla stessa storia dell’Unione Sovietica. Non a caso in un convegno tenutosi a Milano dal 3 al 4 novembre 2003, dedicato al Comunismo nella storia del Novecento e organizzato dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dalla Regione Lombardia, tutti gli storici marxisti invitati – da Aldo Agosti a Francesco Barbagallo, da Sandro Bellassai a Luciano Canfora, da Anna Di Biagio a Renzo Martinelli, da Silvio Pons a Massimo L. Salvadori e Giuseppe Vacca – si sono con varie scuse rifiutati di partecipare. Intervenendo allo stesso convegno e partendo dall’osservatorio privilegiato dell’Archivio Centrale dello Stato, Aldo G. Ricci ha dimostrato come gli anni Novanta abbiano registrato, nonostante l’apertura degli archivi sovietici e italiani, un calo netto, rispetto al periodo precedente, di studi e tesi di laurea dedicati alla storia del Pci. Il fatto è che le varie ricerche storiche sul Pci e sull’Unione Sovietica, non avendo più il pubblico né le finalità agiografiche d’un tempo, quanto più appaiono criticamente approfondite, tanto più rischiano di essere politicamente dannose per la carriera presente e futura dei leader e degli storici postcomunisti. Di qui l’abbandono della ricerca storica da parte di tanti intellettuali di sinistra, i quali hanno finito col regredire al livello di quei teologi oscurantisti che, ai tempi di Galileo, si rifiutavano di guardare nel cannocchiale per non dover rinnegare i loro pregiudizi tolemaici.

Bibliografia essenziale

Sui crimini del comunismo nei Paesi dove ha conquistato il potere, si veda Il libro nero del comunismo (a cura di Stéphane Courtois), Mondadori, Milano 1998. Per i rapporti politici e finanziari tra l’Unione Sovietica e i partiti comunisti occidentali, si veda Valerio Riva, Oro di Mosca, Mondadori Milano 1999. Sulla letteratura dedicata in Occidente ai crimini comunisti, si veda Renzo Foa, In cattiva compagnia, Liberal, Roma 2007. Per conoscere la propaganda pacifista e antiamericana del Pci in Italia, si veda Andrea Guiso, La colomba e la spada, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per possedere una visione storica complessiva del comunismo sovietico e italiano del Novecento, si rinvia a Il comunismo nella storia del Novecento: il caso sovietico e quello italiano (a cura di Sandro Fontana), Marsilio, Venezia 2005.

IL BAROCCO IN SICILIA….

Se si vuole oggi trovare un valido motivo per intraprendere un viaggio — virtuale e “a tavolino” — attraverso i molti rivoli del barocco siciliano, non ci si può più limitare a constatare l’indubbia qualità della sua architettura o a cogliere l’originalità e il virtuosismo dell’invenzione decorativa; ovvero, ancora, a percorrere un itinerario attraverso le città “capitali” o i principali temi urbani e architettonici — città, chiese, palazzi, ville — e le invenzioni spaziali e compositive o, più in generale, articolando la complessa materia secondo distinte fasi cronologiche. Questo nostro viaggio vuole infatti proporre un’altra “storia” che implicherà una riflessione sui modi e sui tempi del barocco in Sicilia ma che, soprattutto, tenderà a evidenziare gli specifici connotati che lo caratterizzano e lo distinguono da altri, paralleli, sviluppi regionali. Il barocco siciliano è stato definito da Giulio Carlo Argan «testimonianza di uno sforzo “moderno”: il più grandioso e il più audace, forse, che l’isola abbia mai prodotto». Questo giudizio, coniato soprattutto in ragione dei risultati offerti dalla ricostruzione della Val di Noto dopo il terremoto del 1693, riassume più in generale un’opinione diffusa che giustifica ogni nuovo interesse verso questa felice stagione dell’isola: per conservarne la memoria, attualizzandola e rendendola, così, parte integrante dei nostri tempi.

Barocco

 

 

 

MARTA GIUFFRÈ è professore ordinario di storia dell’architettura nella Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo; ha ricoperto la carica di Direttore del Dipartimento di Storia e Progetto nell’Architettura dal 1992 al 1995 e, per molti anni, quella di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici; ha coordinato gruppi di ricerca in ambito nazionale e internazionale. La sua attività scientifica si è rivolta con particolare attenzione all’analisi della città e dell’architettura nell’età moderna, pubblicando numerosi libri e saggi e privilegiando, nell’arco di interessi vasti per dimensione cronologica e geografica, l’attenzione verso i temi siciliani nei loro rapporti con altre aree, tra linguaggio internazionale e tradizione locale. Ha fondato nel 1998 la rivista “Lexicon. Storie e architettura in Sicilia

Tra i suoi contributi più recenti dedicati alla Sicilia, saggi sull’architettura pubblica e privata nell’età dell’illuminismo per Leo S. Olschki, e sull’architettura del Seicento e del Settecento per Electa.

 

MELO MINNELLA ha fotografato per anni il patrimonio artistico e culturale della sua Isola; ha pubblicato numerosi libri sulla Sicilia, sulla sua arte e sulla sua cucina. Le sue fotografie sono state pubblicate su riviste come Life, Mondo e Stern. Per Arsenale Editrice ha realizzato tutte le fotografie dei volumi Dimore di Sicilia e Sicilia. Storia e Arte.

Maria Giuffrè,Il Barocco in Sicilia,Arsenale Editore,2008,pp.186.

Per Vitalba:

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