Il Natale in Sicilia.

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Il Natale in Sicilia è un evento di straordinaria importanza. Vissuto,nei secoli, nel suo genuino significato religioso,ossia l’incarnazione di Dio, ha dato vita nel tempo a tutta una serie di manifestazioni religiose,artistico-culturali,tradizioni popolari di cui ancora oggi rimangono segni evidenti.
A partire dalla novena in lingua siciliana scritta dal canonico monrealese Antonio Di Liberto,meglio conosciuto con lo pseudonimo di Binidittu Annuleru,dal titolo
U Viaggiu dulurusu di Maria Santissima e lu Patriarca San Giuseppi in Betlemmi.,
che da metà del 1700 si è diffusa in tutta l’isola ed ancora oggi viene cantata o nelle chiese o per le strade,nei giorni che preparano il Natale. O Giacomo D’Orsa, colto poeta di Piana dei Greci, vissuto tra il Seicento e il Settecento e autore di un altro importante componimento poetico natalizio, il Curteggiu di li Pastura a lu Santu Bambinu Gesù.
Ma la tradizione siciliana del natale ha creato,a partire sempre da metà ‘700 in seguito alle predicazioni itineranti dei vari ordini religiosi e sulla scia di quella napoletana,i presepi con i materiali propri dell’Isola. Da quelli raffinati e pregiati della tradizione trapanese in avorio e corallo, a quelli di Caltagirone in terra cotta colorata, da quelli palermitani creati con il favo d’api a quelli nisseni creati con il marmo. Inoltre sono stati usati,nel tempo,anche il legno, il vetro e la farina di grano per creare meravigliosi presepi.
Di antichissima tradizione è quello presente nella Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni che raffigura la natività con la tecnica del mosaico.
A ciò si aggiunga l’addobbo delle tante cappelle votive,sparse per le vie delle città e dei tanti comuni dell’isola, con gli agrumi di stagione:arance,mandarini,limoni,cedri.
Non mancano le rappresentazioni del presepe con la tecnica dell’Icona presente soprattutto nelle chiese di rito bizantino di Mezzojuso e Piana degli Albanesi.
Inoltre,la tradizione siciliana ha sviluppato tutta una serie di dolci propri del tempo natalizio a base di fichi secchi,mandorle e altre elementi coltivati nell’isola.
Una raccolta di tutto ciò è egregiamente riportato nel volume in oggetto che si compone di due parti:i testi scritti sono ad opera del prof.Antonino Buttitta e le meraviglioso foto del fotografo Melo Minnella.

Antonino Buttitta-Melo Minnella,Feste Sacre in Sicilia, Natale in Sicilia (Vol I),Promo Libri,2003.

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Il carretto siciliano.Di Giuseppe Capitò.

Chi arti strana ch’è lu carritteri,
passa la vita mmenzu li vadduna,
mmenzu li campi e mmenzu li stratuna,
espostu sugnu mmenzuli latruna.

 Trotta cavaddu, trotta cu primura,
nta n’ura l’àmu a fari sti muntati,
nta n’ura l’àmu a fari sti muntati,
àgghiunciri nPalermu a la citati

 

 

 

 

(Calogero Vara,di Vallelunga)

Il carretto siciliano è diventato un pò il simbolo della Sicilia nel mondo. Forse per i suoi colori, che ricordano quelli del sole, forse perché ricordano quella attitudine, tutta siciliana, di attribuire molta importanza al proprio mezzo di trasporto… Ancora oggi possiamo incontrare delle semplici vetture motorizzate da piccolo trasporto, decorate ed abbellite proprio come dei carretti siciliani! Le motivazioni, che spinsero a creare il “carretto siciliano” sono quindi ancora vive in una parte della popolazione, perché esso fa parte della identità isolana. Il carretto siciliano è quindi associabile nell’immaginario collettivo alla Sicilia perché non ne esprime solamente un elemento di folklore, ma ne esemplifica un carattere.
Il carretto, è ricco di decorazioni …il legno di cui è fatto diventa mezzo espressivo attraverso i dipinti che ne invadono letteralmente la forma e che raccontano, quelle pagine di storia della Sicilia, rimaste più impresse nella memoria popolare e riportano spesso raffigurazioni sacre. Il legno in realtà era di diverse qualità in relazione al pezzo da realizzare: frassino, noce ed abete, na anche faggio ed olmo.
Oggi la costruzione dei carretti e l’esecuzione dei caratteristici dipinti è continuata con passione solo da pochi maestri “carradori” (carrozzieri), che hanno deciso di trasmettere alle future generazioni l’arte di costruire i carretti, insegnando in alcune scuole per far sì che questa forma d’arte non muoia con loro.
I tipi di carretto siciliano sono essenzialmente quattro e differiscono tra loro per alcuni particolari. Il tipo Palermitano; il tipo Trapanese con delle ruote più grandi, quello di Castevetrano e ed infine quello Catanese, di dimensioni generalmente più piccole. Il carretto si può definire un’opera d’arte collettiva, in quanto diverse figure contribuivano a realizzarlo. La costruzione e la scultura di alcuni pezzi del carro erano prerogativa dei mastri d’ascia – che potevano essere mastri d’ascia di opera grossa e di opera fina, ossia gli intagliatori-. Le parti in ferro, siano esse di carattere strutturale che ornamentale, erano pertinenza dei fabbri ferrai (‘u firraru). Infine la decorazione eseguita con dipinti era eseguita dai pittori di carretto. Da non trascurare l’apporto di coloro i quali erano preposti alla realizzazione di ricche bardature, come i finimenti ed i pennacchi, che conferiscono al carretto un arricchimento notevole sotto il punto di vista scenografico.
Strutturalmente esso è costituito da la “cassa”, dalle “ruote” e dal piano di carico, o fondo della cassa, formato da tavole di legno montate su dei travetti trasversali. Il piano era circondato da portelli, e  collegato alle “stanghe” che permettevano l’attacco con l’animale che lo trainava. Generalmente trainato da un mulo, poteva essere trainato anche da un asino o da un cavallo. Nella prima metà dell’800, fu avviato un programma che prevedeva la costruzione di strade, come quella denominata: Palermo-Messina Montagne, che giungeva fino a Catania. La dipintura del carretto, oltre ad avere una funzione apotropaica, era demandata anche a proteggere il legno di cui esso era costituito. Il pittore eseguiva le decorazioni stendendo dapprima una mano d’olio sul legno grezzo. Successivamente stendeva uno stucco realizzato a base di creta lipotone e olio di lino, sulle superfici piane e intagliate del carretto. In tal modo le parti erano preparate per essere dipinte e venivano colorate dapprima uniformemente di bianco, e poi di giallo. Il disegno pi veniva generalmente effettuato trasferendolo a ricalco dalla velina. La “figurazione del carretto avveniva con alcuni colori fondamentali: il bianco, il giallo il rosso il blu il verde ed infine il nero che veniva usato per definire i contorni, una volta definita la figurazione.

 

 Fin dall’antichità, il trasporto delle merci e delle persone avveniva per via mare mediante barche e per via di terra sul dorso di animali da soma o per mezzo di veicoli più o meno rudimentali. Il carro siciliano, come ogni altro strumento di lavoro, è strettamente legato alla storia economica e culturale dell’isola. Dalla caduta dell’impero romano a tutto il sec. XVII, il deterioramento e poi l’assenza di una rete viaria percorribile con veicoli a due ruote, limitava l’uso del carro, lasciando così ai “vurdumara”, mulattieri al servizio dei grandi proprietari terrieri, il compito del trasporto dei prodotti per lunghi tragitti, mentre per il trasporto di persone, per brevi tratti, si utilizzavano portantine e lettighe, trainate per mezzo di stanghe, da uomini o da muli e dal sec. XVII, le carrozze trainate da cavalli. La più antica forma di carro in Sicilia è lo “stràscinu” o stràula, un primitivo carro senza ruote, una specie di slitta, che ancora oggi viene adoperato per il trasporto dei covoni di grano nelle zone dell’interno dell’isola; ma la ruota era conosciuta fin dai tempi più antichi, come dimostrano i profondi solchi delle carraie classiche, esistenti ad Agrigento presso il tempio di Èrcole e che sono stati cantati da S. Quasimodo nella sua lirica “Strada di Agrigentum”. Dantofilo da Enna (II sec. a.c.) attraversò la Sicilia su bassi carri a quattro ruote, ” il carramattu ” ottocentesco, adoperato per trasportare mosti e vini in botte.

La storia del carretto siciliano risale ai primi dell’ottocento, infatti, fino al ‘700, lo scarso sviluppo delle strade nell’isola aveva limitati i trasporti al dorso degli animali. Antonio Daneu (critico d’arte palermitano), in un suo saggio, osserva che i viaggiatori della Sicilia del ‘700 non hanno mai accennato al carretto siciliano perché il carretto siciliano non esisteva e non esisteva perché non c’erano le strade e tutti i commerci e i trasporti nell’isola avvenivano via mare. E’ solo nel 1778 che il Parlamento siciliano approvò uno speciale stanziamento di 24.000 scudi per la costruzione di strade in Sicilia. Il governo borbonico nel 1830 si preoccupò di aprire strade di grande comunicazione, le cosiddette “regie trazzere”, non tanto per motivi economici, quanto per ragioni militari. La prima di queste “regie tazzere” fu la” regia strada Palermo-Messina montagne” che passava per Enna (allora Castrogiovanni) e arrivava a Catania. Erano strade fatte da grossi sentieri a fondo naturale, con salite ripidissime e curve a gomito, soggette a frane e piene di fossi; fu per questi percorsi che fu creato il carretto siciliano, con ruote molto alte, per potere superare gli ostacoli delle “trazzere”.

La prima descrizione del carretto siciliano risale al 1833, nel resoconto del viaggio fatto in Sicilia dal letterato francese Jean Baptiste Gonzalve de Nervo (1840-1897) che rimase in Sicilia un mese per raccogliere materiale per il suo libro di viaggio. Egli è il primo viaggiatore che racconti di aver visto sulle strade siciliane dei carretti, le cui fiancate recavano l’immagine della Vergine o di qualche santo, derivata dalla pittura su vetro, molto popolare a quei tempi in Sicilia. Così dice: ” Specie di piccoli carri, montati su un asse di legno molto alto; sono quasi tutti dipinti in blu, con l’immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli delle fiancate e il loro cavallo coperto da una bardatura, ornata di placche di cuoio e di chiodi dorati”, porta sulla testa un pennacchio di colore giallo e rosso”. I colori giallo e rosso sono i colori della Sicilia.

Un’altra descrizione è quella del geografo francese Eliseo Reclus, venuto in Sicilia nel 1865 per osservare l’eruzione dell’Etna: “A Catania, i carretti e le carrettelle non sono come in Francia, semplici tavole messe insieme, ma sono anche lavori d’arte. La cassa del veicolo posa sopra un’asse di ferro lavorato, che si curva e si ritorce in graziosi arabeschi. Ciascuna delle pareti esteme del carretto è divisa in due scompartimenti che formano due quadri. Il giallo oro, il rosso vivo ed altri colori dominano in questi quadri. Per la maggior parte sono scene religiose, ora la storia di Gesù o quella di sua madre, ora quelle dei Patroni più venerati in Sicilia, come San Giovanni Battista, Santa Rosalia o Sant’Agata…..”.

Quando Guy de Maupassant, scrittore francese, nella Primavera del 1885, sbarcò a Palermo, la prima cosa che lo colpi fu proprio un carretto siciliano e lo definisce ” un rebus che cammina ” per il valore degli elementi decorativi. ” Tali carretti, piccole scatole quadrate, appollaiate molto in alto su ruote gialle, sono decorati con pitture semplici e curiose, che rappresentano fatti storici, avventure di ogni tipo, incontri di sovrani, ma prevalentemente le battaglie di Napoleone I e delle crociate; perfino i raggi delle ruote sono lavorati. Il cavallo che li trascina porta un pennacchio sulla testa e un altro a metà della schiena….Quei veicoli dipinti, buffi e diversi tra loro, percorrono le strade, attirano l’occhio e la mente e vanno in come dei rebus che viene sempre la voglia di risolvere”. Molti critici isolani hanno descritto il carretto siciliano, da G. Pitrè a G. Cocchiara, da Enzo Maganuco ad A. Buttitta.

http://www.palermoweb.com/cittadelsole/usiecost/storia.htm

Il carretto siciliano

nasce nella seconda metà circa del 1800, al fine di trasportare merci e oggetti non eccessivamente pesanti dalle campagne alle città, dalla costa all’entroterra della Sicilia.La diffusione di tale mezzo si ha con l’intensificarsi delle comunicazioni tra campagne e centri cittadini. Solo più tardi si comincia a dipingere il carretto, perchè ci si rende conto che è necessario proteggerlo dal sole e dalla pioggia sia durante i viaggi, sia quando viene lasciato fermo fuori casa.

Il carretto è principalmente costituito da una piattaforma con due sole sponde, e due grandi ruote alle quali sono attaccate due aste che vengono poi legate all’animale da traino.

All’inizio del 1900 la manifattura del carretto siciliano diviene lavoro di squadra di 6 artigiani: il carradore, l’intagliatore, il tornitore, il fabbro, “u’ usciularu”, il pittore. Tutto ciò però dura poco… difatti, con l’uso sempre più diffuso dell’automobile, il carretto siciliano scompare quasi del tutto.

I nomi delle diverse parti del carretto derivano dai nomi (in dialetto siciliano) di alcune parti del corpo umano. Le parti che compongono il carretto siciliano vengono lavorate, perfezionate e assemblate in modo esclusivamente artigianale, e possono essere ricavate dai seguenti tipi di legno:
noce: per la corona, il mozzo delle ruote, le sponde ed i travetti;
frassino: per i pioli;
faggio: per le mensole e le stanche;
abete: per tutto il resto.

Il “classico” carretto siciliano è sempre dipinto con colori accesi come il giallo, il rosso, il verde, l’arancione, l’oro e l’argento, ed è decorato con disegni che possono rappresentare scene dalla tradizione dei Paladini di Francia, dalla storia in generale, dalla cronaca, dalla mitologia, caratteristiche figure siciliane, paesaggi e simboli della stessa Sicilia. Il quadrupede che traina il carretto è addobbato a festa, ornato di piume, pennacchi, frange rosse e gingilli dorati, campanacci argentati, corone, tessuti dai colori sgargianti.

Ora troviamo i carretti siciliani solo nei musei, nelle sfilate delle sagre paesane, nei negozi di souvenir, ed è sempre più raro poterne vedere uno originariamente artigianale, perché oggi sono veramente pochi i maestri artigiani che continuano questo lavoro, e lo fanno per un pubblico di nicchia. Qualche sponda adorna i salotti o le bancarelle delle feste. Il carretto siciliano, dunque, è semplicemente relegato ad una funzione decorativa, ma è comunque uno dei più significativi ed espliciti simboli della terra di Sicilia.

 

 

http://www.icarrettisiciliani.com/storia.html

I MERCATI STORICI DI PALERMO

Che Io scambio di merci sia quanto meno uno dei fattori essenziali del processo di civilizzazione, è provato da quanto accadde nell’area mesopotamica nel momento in cui nacquero le prime grandi concentrazioni urbane, per passare subito dopo al sorgere dei primi regni. Quello dei Sumeri prima degli altri e successivamente il Babilonese e l’Assiro. L’imporsi dell’agricoltura, come sistema produttivo primario, se da un lato determinò il progressivo passaggio dal nomadismo alla stanzialità, dall’altro rese infatti ineludibile l’esigenza della conservazione delle eccedenze produttive, da consumare nel corso dell’anno e nello stesso tempo da scambiare con beni e prodotti di altre aree. Da qui l’esigenza di collegamenti stradali tra un luogo e l’altro, cui si accompagnò di necessità la creazione sia all’interno delle prime città sia nei punti di raccordo viario, di spazi dove le merci venissero portate e barattate con altre oppure monetizzate. Tutto questo porta al sorgere dei mercati e nello stesso tempo alla nascita della equivalenza simbolica dei prodotti, la moneta, come pure dei soggetti impegnati nella intermediazione: mercanti, trasportatori, addetti a vario titolo a regolare e gestire le dinamiche commerciali. Col passare dei secoli la collocazione spaziale, le modalità dello scambio i contesti sono ovviamente cambiati, si sono sempre più specializzati e articolati in conseguenza del mutare dei processi produttivi e delle connesse stratificazioni sociali. Non è dunque questionabile la funzione dei mercati come snodi decisivi della storia dell’uomo. Basti pensare che non sono stati e non sono luoghi solo per l’esercizio della vita economica delle comunità interessate. Scambiare beni materiali significa anche scambiare beni immateriali: parole e idee, usi e costumi, quanto chiamiamo cultura.

da Elogio del mercato di Antonino Buttitta

Ballarò

Ballarò è il più grande mercato storico di Palermo e si trova all’Albergheria, uno dei quartieri in cui si trovò divisa la città che si espandeva fuori le mura della fortezza punico-romana, formando il rabad (borgo). Al cuore del mercato si accede da via San Mercurio in via Benedettini, o da corso Tukory superando l’antica Porta S. Agata, o infine da via Maqueda, lungo la via Università, passando per Casa Professa. Il mercato è concentrato in misura massiccia fra le due grandi piazze Ballarò e Carmine, ma si estende anche lungo la via Chiappara al Carmine, fino all’arco di Cutò.

L ‘origine del nome Albergheria è medievale: Albergaria Centurbi et Capicii, la contrada dove vennero insediati per ordine di Federico II i ribelli di Centuripe e Capizzi. La via Albergheria si innesta nel cuore di Ballarò, sede di fiera, presso piazza del Carmine, il più straordinario tra i mercati cittadini, che già nel nome rivela la sua tradizione araba: segel – ballareth, sede di fiera,che al tempo degli arabi ebbe luogo , nella parte meridionale del rabad e si sviluppava fuori le mura della fortezza punico — romana nell’odierna piazza Ballarò. Questa, prima di configurarsi come piazza, era in origine costituita da una strada stretta e tortuosa, successivamente allargata nel Quattrocento. Da quel momento il mercato si estese in lunghezza tra il monastero di Santa Chiara e il convento della Madonna del Carmine.

Altra ipotesi è quella che lega lo sviluppo del mercato al villaggio agricolo Bahara (nei pressi dell’odierna Baida), da cui provenivano i prodotti ortofrutticoli per la vendita (Hawqal). Il mercato è comunque di impianto saraceno, anche se la sistemazione dei luoghi è quattro — cinquecentesca. La configurazione attuale di via Ballarò risale infatti alla seconda metà del XV secolo. Nel Cinquecento anche la via Albergheria diviene un nuovo asse commerciale e assume tutte le caratteristiche delle platee rnagnae,lunghe strade mercantili, un po’ più larghe delle altre per consentire il passaggio dei carri, lungo le quali si allineavano botteghe e taverne.

Due mercati minori e complementari a quello di Ballarò, sorsero inoltre nel Seicento nel quartiere dell’Albergheria, oggi non più in uso: quello della piazzetta grande e quello della piazzetta dei Tedeschi, entrambi ricadenti lungo l’odierna via Porta di Castro, dove anticamente si trovava l’alveo del fiume Maltempo. Nelle aree adiacenti al mercato era fiorente un tempo la produzione dell’olio come ricorda la via Trappetazzo, così denominata per la presenza di un trappeto.

Sembra che in epoca remota si siano stabilite in questa contrada colonie di zingari o zigani, da cui il toponimo del vicolo degli Zingari, che va dalla via dei Benedettini alla piazzetta dello Zucchero. Costoro nel tempo si dedicarono al mestiere di chiodaioli, cioè di lavoratori del ferro, e in particolare di chiodi serrature e catene. Essi fondarono la propria congregazione e iniziarono la costruzione della chiesetta sotto il titolo di “Madonna che va in Egitto”.

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Borgo Vecchio

Il Borgo si sviluppa nella zona settentrionale della città, a ridosso del Politeama, estendendosi in lungo e largo fino al porto. Il mercato alimentare insiste prevalentemente lungo le vie Scinà, Principe di Scordia, Ximenes, piazzetta Nascè, dove sono presenti anche un buon numero di officine di riparazione. Presso i vicoli e i cortili interni sono localizzate invece la maggior parte di piccoli esercizi commerciali e aziende artigianali di tipo tradizionale (lavorazione del legno, del ferro).

Il quartiere si formò nel 1556 in seguito alla costruzione del nuovo porto e all’acquisto della tonnara di S.Giorgio da parte del Senato di Palermo. Era abitato da pescatori e marinai, che prima vivevano nel rione Kalsa, poi nel rione della Loggia, la frazione di S. Pietro. Successivamente il Presidente del Regno D. Carlo d’Aragona li spinse a stabilirsi nei pressi dell’antica chiesa di S. Lucia al Borgo, sorta fuori le mura urbane. In origine il Borgo si estendeva in quell’area compresa fra la porta S. Giorgio e la chiesa S. Lucia.

Sembra che il nome più antico del quartiere sia stato Barca, ma nel XV secolo il borgo era inteso col nome di Borgo Fornaja o Borgo S. Lucia. Il primo nome è da attribuire alla famiglia proprietaria cui si deve la costruzione della chiesa di S. Maria di Monserrato, mentre il nome di Borgo S. Lucia, che si è mantenuto più a lungo, era legato alla presenza della chiesa di S.Lucia dei padri conventuali di S.Francesco, sulla strada che dalla porta S.Giorgio conduceva al nuovo Molo.

Con la costruzione del nuovo porto, iniziata nel 1567, finalizzata a potenziare le risorse commerciali della città, il Borgo ricevette un vistoso impulso e sviluppo, legato in parte a fenomeni di immigrazione di artigiani e commercianti provenienti a altre zone della penisola. Al Borgo infatti si stabilì un

consistente numero di Lombardi che inizialmente detenevano il commercio del vino, olio, carbone e altri generi vari, successivamente accaparrandosi il monopolio del mercato del grano, sia come approvvigionamento che come esportazione. I più capaci magazzini del Caricatore di Palermo, ove veniva depositato il grano in eccesso, erano quelli dei quattro Venti o della Consolazione, costruiti, fra il 1664 e il 1703, sulla via del molo, poco oltre la chiesa di 5. Lucia.

Nel Seicento il Borgo assunse la fisionomia che avrebbe mantenuto fino alla fine del XVIII secolo, assumendo una chiara destinazione commerciale.

Negli ultimi tempi il mercato del Borgo ha assunto una diversa configurazione dettata dai nuovi stili di vita dell’ universo giovanile e che si accentua per lo più in tarda serata e nelle ore notturne per la presenza di numerosi luoghi di ritrovo, pub e taverne che divengono poli di attrazione.

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Capo

Il Capo, Caput Seralcadi, costituiva la parte superiore del quartiere degli Schiavoni (Harat-as-Saqalibah), estendendosi ad di là del corso d’acqua settentrionale, il Papireto. Esso faceva parte, secondo Ibn Hawqal, dei cinque quartieri costituenti il Borgo (rabad), sorto fuori le mura. I primi resoconti sono rappresentati dalle cronache di Ibn Giubair nel 1184 che riferiscono del Capo come di un quartiere abitato, dopo la conquista normanna, in prevalenza da musulmani che gestivano interamente i commerci. Già negli atti notarili del secolo XI si parla di vendita di case solarate da adibire a bottega, confinanti con la platea pubblica Seralcadi, più tardi definita platea magna, in virtù della sua vocazione commerciale (La Duca 1994: 63-68).

L ‘accesso principale del mercato è dato dalla trecentesca Porta Carini che, lungo la via omonima, introduce alla piazza Capo, nucleo centrale del mercato, biforcandosi tra la via Cappuccinelle e la via Beati Paoli. Lungo quest’ ultimo asse e tra le piazze Beati Paoli e Monte di Pietà si sviluppa in continuità rispetto al mercato alimentare, quello dei tessuti localizzato a Sant’Agostino, un tempo collegato naturalmente alla via Bandiera, prima del taglio della via Maqueda. La via S. Agostino- Bandiera nata proprio come strada commerciale, univa originariamente il grande mercato del Capo a quello della Bocceria, passando per la Bocceria Nova o della Carne e per il quartiere Conceria e raggiungeva infine il porto (La Duca, cit.: 78).

Nel secolo XV il mercato del Capo si espande comprendendo anche i macelli confluiti tra le vie Candelai e la Discesa dei Giovenchi, in seguito alla ristrutturazione della Bocceria Grande (Vucciria) che venne trasformata in mercato ortofrutticolo. La nuova espansione commerciale destinata ai macelli

comprendeva il vicolo dei Giovenchi e la discesa delle Capre dove transitavano gli animali che venivano condotti al macello; il vicolo dei Sanguinazzai che prendeva il nome dall’attività di coloro che confezionavano i salsicciotti fatti con sangue animale; la piazzetta, il vicolo e il cortile dei Caldomai, così denominati per la presenza di venditori di interiora cotte di animali macellati, quarumara. Il vicolo delle Chianche indicava infine le botteghe dei macellai che lì trovavano la loro ubicazione e identificate dal ceppo d’albero (chianca) su cui veniva solitamente affettata la carne. Un altro macello “Ucciditore alla Guilla” era ubicato tra le chiese dei SS. Cosimo e Damiano e S. Giovanni alla Guilla. Secondo il Villabianca, sulla base degli Atti Senatoriali, esso era presente già dal 1553, probabilmente antecedente, e coevo allo stesso mercato del Capo, dove rimase anche dopo la creazione della Bocceria Nova. Sia 1’Ucciditore alla Guilla che la Bocceria Nova vennero aboliti nel 1837 quando i macelli vennero trasferiti nella località Ponte di Mare.

Di Giovanni, nell’opera seicentesca “Palermo restaurato”, cita la piazza del Capo come “abbondante di ogni sorte di frutti, per essere più propinqua ai giardini, e di pesci, per essere nella strada di Carini e Castellammare.”

Dai capitoli e Ordinazioni del 1761 si evince che il Capo si estendeva sin d’allora lungo la via Sant’Agostino, comprendendo anche via Porta Carini, via Cappuccinelle e via Beati Paoli.

Nel secolo successivo il mercato del Capo continuò la sua attività e da una guida della città del 1844 risulta che anche la vicina piazza S. Cosmo era adibita a mercato. Al termine delle due guerre, malgrado le distruzioni lungo la via Beati Paoli dovute ai bombardamenti, il mercato del Capo riprese in pieno il suo sviluppo (La Duca, cit.: 63-68).

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Vucciria

Il mercato della Vucciria ricade nel manda mento Castellammare e si estende da Piazza San Domenico fino al mare in prossimità del Castello. Il nucleo centrale del mercato è costituito dalla grande piazza Caracciolo dove un tempo, in epoca angioina, fiorì l’antica bocceria, il maggiore mercato destinato al macello e alla vendita della carne, da cui prende il nome. Nel secolo X1V il macello fu spostato nell’attuale mandamento del Monte di Pietà, tra la via Candelai e piazza S. Onofrio e si chiamò Bocceria Nova, mentre la Bocceria Grande (ex macellum magnum), o della Foglia, rimase alla Vucciria, ampliandosi nelle vicine vie e venne indicato, per distinguersi, con il nome di Bocceria Vecchia, dove si vendevano prevalentemente ortaggi, verdure e frutta. In seguito la Vucciria si unì al Garraffello, l’originario quartiere delle Logge, logia mercatorum, sorto per l’insediamento dei mercanti genovesi, pisani e catalani. Nel 1783 il vicerè Caracciolo l’abbellì con portici e botteghe in muratura e a lui venne dedicata la piazza centrale del mercato. Verso la metà del XIX secolo il mercato assunse l’attuale fisionomia comprendendo il quartiere della Loggia con la piazza della Bocceria (Caracciolo) o Mercato Vecchio, piazza della Fontanella o Mercato Nuovo, piazza del Garraffello e piazza dei Maccheronai. Dalla piazza centrale nominata Caracciolo ai tempi del viceré, si diparte una serie di strade, la cui toponomastica è legata alle antiche corporazioni di artigiani e piccoli commercianti: via dei Maccheronai,dove un tempo si concentravano i produttori di pasta fresca, via dei Pannieri, dei Coltellieri, dei Mezzani, dei Frangiai e dell’Argenteria. Dentro il mandamento è compreso anche l’ultimo tratto del Cassaro, verso il mare, chiamato morto perchè l’attività commerciale era meno intensa rispetto alla parte alta dove in origine si sviluppò

l’emporio musulmano (as-asimat).

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Testi e foto tratti da: Mercati storici siciliani,Assessorato ai beni culturali,ambientali e della pubblica istruzione della Regione Siciliana,a cura di Orietta Sorgi.