IL BAROCCO IN SICILIA….

Se si vuole oggi trovare un valido motivo per intraprendere un viaggio — virtuale e “a tavolino” — attraverso i molti rivoli del barocco siciliano, non ci si può più limitare a constatare l’indubbia qualità della sua architettura o a cogliere l’originalità e il virtuosismo dell’invenzione decorativa; ovvero, ancora, a percorrere un itinerario attraverso le città “capitali” o i principali temi urbani e architettonici — città, chiese, palazzi, ville — e le invenzioni spaziali e compositive o, più in generale, articolando la complessa materia secondo distinte fasi cronologiche. Questo nostro viaggio vuole infatti proporre un’altra “storia” che implicherà una riflessione sui modi e sui tempi del barocco in Sicilia ma che, soprattutto, tenderà a evidenziare gli specifici connotati che lo caratterizzano e lo distinguono da altri, paralleli, sviluppi regionali. Il barocco siciliano è stato definito da Giulio Carlo Argan «testimonianza di uno sforzo “moderno”: il più grandioso e il più audace, forse, che l’isola abbia mai prodotto». Questo giudizio, coniato soprattutto in ragione dei risultati offerti dalla ricostruzione della Val di Noto dopo il terremoto del 1693, riassume più in generale un’opinione diffusa che giustifica ogni nuovo interesse verso questa felice stagione dell’isola: per conservarne la memoria, attualizzandola e rendendola, così, parte integrante dei nostri tempi.

Barocco

 

 

 

MARTA GIUFFRÈ è professore ordinario di storia dell’architettura nella Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo; ha ricoperto la carica di Direttore del Dipartimento di Storia e Progetto nell’Architettura dal 1992 al 1995 e, per molti anni, quella di coordinatore del Dottorato di Ricerca in Storia dell’Architettura e Conservazione dei Beni Architettonici; ha coordinato gruppi di ricerca in ambito nazionale e internazionale. La sua attività scientifica si è rivolta con particolare attenzione all’analisi della città e dell’architettura nell’età moderna, pubblicando numerosi libri e saggi e privilegiando, nell’arco di interessi vasti per dimensione cronologica e geografica, l’attenzione verso i temi siciliani nei loro rapporti con altre aree, tra linguaggio internazionale e tradizione locale. Ha fondato nel 1998 la rivista “Lexicon. Storie e architettura in Sicilia

Tra i suoi contributi più recenti dedicati alla Sicilia, saggi sull’architettura pubblica e privata nell’età dell’illuminismo per Leo S. Olschki, e sull’architettura del Seicento e del Settecento per Electa.

 

MELO MINNELLA ha fotografato per anni il patrimonio artistico e culturale della sua Isola; ha pubblicato numerosi libri sulla Sicilia, sulla sua arte e sulla sua cucina. Le sue fotografie sono state pubblicate su riviste come Life, Mondo e Stern. Per Arsenale Editrice ha realizzato tutte le fotografie dei volumi Dimore di Sicilia e Sicilia. Storia e Arte.

Maria Giuffrè,Il Barocco in Sicilia,Arsenale Editore,2008,pp.186.

Per Vitalba:

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Il Natale in Sicilia.

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Il Natale in Sicilia è un evento di straordinaria importanza. Vissuto,nei secoli, nel suo genuino significato religioso,ossia l’incarnazione di Dio, ha dato vita nel tempo a tutta una serie di manifestazioni religiose,artistico-culturali,tradizioni popolari di cui ancora oggi rimangono segni evidenti.
A partire dalla novena in lingua siciliana scritta dal canonico monrealese Antonio Di Liberto,meglio conosciuto con lo pseudonimo di Binidittu Annuleru,dal titolo
U Viaggiu dulurusu di Maria Santissima e lu Patriarca San Giuseppi in Betlemmi.,
che da metà del 1700 si è diffusa in tutta l’isola ed ancora oggi viene cantata o nelle chiese o per le strade,nei giorni che preparano il Natale. O Giacomo D’Orsa, colto poeta di Piana dei Greci, vissuto tra il Seicento e il Settecento e autore di un altro importante componimento poetico natalizio, il Curteggiu di li Pastura a lu Santu Bambinu Gesù.
Ma la tradizione siciliana del natale ha creato,a partire sempre da metà ‘700 in seguito alle predicazioni itineranti dei vari ordini religiosi e sulla scia di quella napoletana,i presepi con i materiali propri dell’Isola. Da quelli raffinati e pregiati della tradizione trapanese in avorio e corallo, a quelli di Caltagirone in terra cotta colorata, da quelli palermitani creati con il favo d’api a quelli nisseni creati con il marmo. Inoltre sono stati usati,nel tempo,anche il legno, il vetro e la farina di grano per creare meravigliosi presepi.
Di antichissima tradizione è quello presente nella Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni che raffigura la natività con la tecnica del mosaico.
A ciò si aggiunga l’addobbo delle tante cappelle votive,sparse per le vie delle città e dei tanti comuni dell’isola, con gli agrumi di stagione:arance,mandarini,limoni,cedri.
Non mancano le rappresentazioni del presepe con la tecnica dell’Icona presente soprattutto nelle chiese di rito bizantino di Mezzojuso e Piana degli Albanesi.
Inoltre,la tradizione siciliana ha sviluppato tutta una serie di dolci propri del tempo natalizio a base di fichi secchi,mandorle e altre elementi coltivati nell’isola.
Una raccolta di tutto ciò è egregiamente riportato nel volume in oggetto che si compone di due parti:i testi scritti sono ad opera del prof.Antonino Buttitta e le meraviglioso foto del fotografo Melo Minnella.

Antonino Buttitta-Melo Minnella,Feste Sacre in Sicilia, Natale in Sicilia (Vol I),Promo Libri,2003.

SICILIA SCONOSCIUTA,Itinerari Insoliti e Curiosi.Di Matteo Collura.

Foto di Melo Minnella.

Itinerario:Corleone-Tagliavia.

Nell’antico feudo Corleone

Corleone. cittadina scenograficamente circondata da torrioni rocciosi, è cuore (della vecchia ‘zona del feudo” quella compresa tra Corleone, Piana degli Albanesi e Godrano, in provincia di Palermo . Evidenti sono i segni lasciati in queste terre dalle lotte contadine e dal proliferare della mafia quando essa, prima di diventare holding internazionale, allungava i suoi minacciosi artigli sulle campagne e sugli allevamenti.

Corleone, tuttavia, fino a tempi recentissimi è rimasta una delle roccaforti mafiose più importanti dell’isola. Qui. in una masseria appena fuori paese, nella primavera del 2006 fu sorpreso e arrestato il capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano.

Una visita nella “zona del feudo” può servire a conoscere la Sicilia più interna e nierio turistica, quella il cui fascino è dovuto alla rude bellezza della natura e al perdurare delle più significati e tradizioni contadine.

Corleone e Tagliavia. con il suo santuario sperso nell’arida campagna del palermitano, sono le due tappe di questo itinerario, sessanta chilometri in tutto. Si parte da Palermo, imboccando la scorrimento-veloce per Agrigento; allo svincolo per Bolognetta ci si immette sulla statale per Marineo, superata la quale s’incontra il bivio Lupotto a sinistra si va a Godrano , quindi si costeggia il bosco della Ficuzza dominato dalla Rocca Busambra, dopo pochi chilometri, sulla destra appare il bivio per il Santuario di Tagliaia: una decina di chilometri oltre, ecco Corleone.

TAGLIAVIA.

Il territorio ci ricorda il giornalista e scrittore corleonese Nonuccio Anselrno corrisponde all’antico feudo di Rahalmia. che si trova descritto già in un decreto di Guglielmo II del 1182. Il santuario nacque molto più tardi, sul finire del XVIII secolo. Il feudo, che apparteneva alla Mensa arcivescovile di Monreale, fu dato in affitto a due fratelli, pastori mistrettesi di nome Lo Jacono. Racconta la leggenda che un giorno i garzoni (dei due pastori, nel rimuovere un cumulo di sassi, furono attratti da un masso squadrato rimasto sepolto per chissà quanto tempo. Con sorpresa, rivoltato il blocco di pietra. scoprirono che esso era servito a un ignoto pittore per dipingere un’immagine della Vergine del Rosario. Ci si avvide in seguito che quell’immagine era stata ispirata dal dipinto del pittore fiammingo Anton Van Dyck. conservato nell’oratorio dei Cavalieri di Malta a Palermo, dove ebbe sede la prima Compagnia del Rosario.

Il dipinto Van Dyck è del XVlI secolo e alla stessa epoca fa notare Anselmo risale la diffusione del culto mariano nel corleonese: per induzione, dunque, si arriva alla conclusione che anche l’opera pittorica di Tagliaia sia dello stesso periodo.

Dopo la scoperta del “sacro” dipinto, a Tagliavia si gridò al miracolo, tanto più che nello stesso posto fu trovato un pozzo d’acqua ritenuta miracolosa: quest’acqua. data da bere agli armenti colpiti da un grave male, straordinariamente ne favorì l’immediata guarigione. Anche re Ferdinando II di Borbone, che dalla sua residenza di caccia iella Ficuzza di tanto in tanto si recava nella vicina Tagliavia, avrebbe sperimentato la miracolosità di quell’acqua: colpito da un oscuro male a un ginocchio. devotamente rivolgendosi alla Madonna bagnò la parte inferma con l’acqua del pozzo e guarì. Il re, per riconoscenza alla Madre santa, donò ai romiti raccoltisi attorno al santuario che nel frattempo si stava costruendo, oltre venti ettari di terreno concedendo anche un assegno annuo, il diritto a cento carri di legna da ardere ogni anno e numerose altre regalie.

I romiti si radunarono a Taglìavìa spontaneamente. Dapprima non ebbero regola ne abito e vissero in un paio di stanzette. Fu opera loro la prima chiesetta, oggi adibita a sacrestia del santuario. La foggia dei loro abito iniziale fu suggerita dallo stesso re Ferdinando II ma risultò essere troppo simile a quella dei cappuccini; per questo l’arcivescovo la sostituì con una tunica bianca stretta alla vita con una cinghia di cuoio, uno scapolare marrone, un mantello anch’esso marrone e un paio di scarponi indubbiamente più adatti dei francescani sandali alla dura vita (li quei religiosi, e ai lavori nei campi. Il nuovo edificio fu inaugurato il 1° maggio 1845. Ha facciata neoclassica, realizzata con la pietra della vicina rocca di Bavaria.

i romiti ormai se ne sono andati. Per un certo periodo, dopo la morte dell’ultimo frate-contadino, vi abitarono i benedettini.

Ora non ci sono più neanche loro.

Ogni anno per l’Ascensione, probabilmente in ricordo dell’inaugurazione della chiesa, Tagliavia è meta di scampagnate festìve per gli abitanti dei paesi vicini. La festa non è più sentita come negli anni passati. quando era tutto un accorrere di uomini, donne e bambini vestiti a festa e dei carretti. Tuttavia, ancor oggi, bandierine di cartone con l’immagine della Madonna, palloncini colorati e fumi di improvvisati barbecue ravvivano i dintorni del santuario, dopo la messa nella nuova chiesetta.

CORLEONE.

E un antico centro siculo e punico. Il primitivo insediamento probabilmente sorgeva sull’altipiano chiamato “la Vecchia”, che domina l’odierno abitato. Fu fortezza bizantina, poi cadde in mano agli arabi, cui si deve il nome di Kurliyun, dal quale deriva Corleone. Ruggero II ne fece un suo importane centro strategico; Federico II lo ripopolò ne! 1237 con una colonia lombarda. Di quest’innesto si ha ancor oggi traccia nella parlata dei corleonesi.

Il vecchio paese è dominato da due imponenti rocce, fortezze naturali sulle quali furono costruite una torre saracena e un

castello chiamato Sottano. Dai ruderi del castello e dalla torre saracena si gode uno splendido panorama. Da vedere: la chiesa di Sant’ Andrea, con la sua nuda facciata in pietra e gli indizi architettonici che ne rivelano il primitivo uso a moschea araba. prima che diventasse tempio cristiano nel XIII secolo purtroppo si possono ammirare soltanto gli esterni, essendo la chiesa chiusa ormai da tempo in attesa di restauri ; la settecentesca Chiesa Madre dedicata a san Martino nell’interno una statua della Madonna del Soccorso di scuola gaginesca e un rilievo marmoreo cinquecentesco raffigurante il battesimo di Gesù’; la chiesa di Sant’ Agostino nell’interno la veneratissima Madonna della Mazza ; la settecentesca chiesa dell’Addolorata.

Nel Museo Civico, di recente restaurato e ampliato, è esposta una pietra miliare romana recuperata quasi intatta.

Se avrete farne, oltre alle note specialità siciliane, i locali vi consiglieremo il pane cotto nei vecchi forni a legna, la ricotta e il pecorino prodotti dai pastori corleonesi.