Premio Legalità 2008 alla memoria di Mons.Cataldo Naro.

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Ricevo dall’amico Dott.Ino Cardinale e pubblico con grande piacere,per l’affetto che nutro nei confronti di Mons.Cataldo Naro e per la serietà dell’evento, il testo dell’intervento di Sua Ecc.Rev.ma Mons.Vincenzo Paglia tenuto alla manifestazione di consegna del premio “Obiettivo Legalità 2008”,alla memoria di Mons.Cataldo Naro,di venerata memoria. La manifestazione è stata organizzata,egregiamente, dall’Osservatorio Sviluppo e Legalità “La Franca” di Partinico diretto dal Dott.Giuseppe Di Trapani.

Cataldo Naro: un pastore per la Chiesa di oggi
Mons. Vincenzo PagliaVescovo di Terni

Sono passati poco più di due anni dalla scomparsa di Mons. Cataldo Naro, ed è bene che si moltiplichino le iniziative e le pubblicazioni per ricordarne la memoria. E mi pare particolarmente significativo legarla anche all’obiettivo della legalità. La personalità di don Naro emerge sempre più nella sua forza ispiratrice. Si può parlare di lui come storico, come intellettuale o organizzatore di cultura, come docente e come scrittore, come credente e come educatore oltre che ovviamente come pastore. Per parte mia vorrei fermarmi a offrire qualche cenno su don Aldo proprio in questa ultima prospettiva, ossia come pastore. E’ stato vescovo di Monreale per soli quattro anni, eppure la sua azione ha segnato non solo questa arcidiocesi, ma l’intera Sicilia e l’episcopato italiano. Nei quattro anni di episcopato ho potuto vederlo più volte, soprattutto durante i lavori del Consiglio Permanente della CEI, scambiandoci opinioni e riflessioni sulla missione della Chiesa e sui compiti del vescovo oggi.
Mi pare che don Aldo negli ultimi quattro anni abbia portato a maturazione quel ricco bagaglio che aveva accumulato nel corso della sua vita. La morte ce lo ha strappato ancora giovane. E’ morto da vescovo, e anche “perché” vescovo, come ha sottolineato Andrea Riccardi: “Il logorio del servizio pastorale, vissuto in modo appassionato – continua Riccardi che di Naro è stato amico ed estimatore -, ha avuto ragione del suo fisico infragilito. AI logorio normale della vita di un pastore si sono aggiunte le tensioni proprie della sua diocesi. Un certo senso di solitudine mitigato da una profonda confidenza con alcuni amici cui chiedeva consiglio. Aldo Naro non ha vissuto un senso di critica verso nessuno, ma ha avvertito il peso della sua vicenda”(Lo studio, 19-20). Ricordo anch’io un lungo colloquio con lui durante il Congresso Eucaristico di Bari nel quale mi raccontava le difficoltà quotidiane che doveva affrontare e le sofferenze, alcune molto acute, che gli procuravano i numerosi intralci sistematicamente e caparbiamente posti alla sua azione pastorale. Eppure, in questi quattro anni, don Aldo ha donato alla Chiesa un contributo di matura sapienza. Il suo insegnamento, le sue intuizioni, le sue analisi, le sue sollecitazioni continuano ad essere attuali non solo per la sua amata arcidiocesi ma anche per la stessa Chiesa italiana.
Queste mie brevi riflessione vogliono portare un modesto contributo per presentare don Aldo come “Pastore per la Chiesa di oggi”. Sappiamo tutti che non si è “pastori” sempre allo stesso modo e in qualsiasi tempo. Ogni generazione, ogni epoca storica, infatti, ha bisogno di pastori che sappiano comunicare alla propria generazione il Vangelo di sempre in maniera che possano comprenderlo, accoglierlo e amarlo. Se fosse lui oggi a parlarci di questo tema ci farebbe scorrere davanti agli occhi la molteplicità delle figure episcopali che si sono susseguite nel tempo e ci avrebbe accennato alle caratteristiche di un vescovo per questo tempo. In effetti, sia dagli scritti sia, soprattutto, dalla sua testimonianza possiamo scorgere alcune linee in questo senso. Andrea Riccardi ne coglie in maniera sintetica alcune. Scrive che Naro “è stato un tipico pastore della generazione di Giovanni Paolo II. Si riconosce l’impronta della pastoralità wojtyliana: vescovi colti, vescovi legati alla religione popolare, attenti alle ragioni del cuore, della fede, della spiritualità, vescovi del contatto simpatetico con la gente, convinti della rilevanza sociale del cristianesimo, ma non dominati da un orizzonte politico”(Lo studio 20). Noi possiamo aggiungere che è stato un vescovo legato alla Sicilia e, per la sua forza spirituale e culturale, ha saputo essere anche un vescovo dal respiro universale; sapeva scendere in profondità nelle vicende del popolo siciliano e cogliere nello stesso tempo i movimenti della storia e degli uomini; sapeva cogliere il senso spirituale profondo delle Scritture e lo declinava nell’oggi della storia. Don Aldo ha saputo superare quel divorzio tra teologia e vita, tra devozione e santità, tra pietà e studio, tra vita spirituale e vita pastorale, che resta ancora tra le questioni più spinose che la Chiesa deve affrontare. La sintesi che don Aldo ne ha fatto nella sua vita e nella sua azione pastorale lo pongono come uno dei vescovi che hanno saputo comprendere e parlare agli uomini di questo tempo.
Queste iniziali considerazioni vorrei declinarle all’interno della cornice evangelica di Marco quando narra l’istituzione dei Dodici. Scrive l’evangelista: “Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare”(Mc 3,14-15). Marco rileva due dimensioni che debbono caratterizzare la vita dei Dodici secondo l’intenzione di Gesù: stare con il Maestro e andare a predicare il Suo Vangelo. La prima dimensione, che suona come fondamento della seconda, riguarda il discepolato: il vescovo è anzitutto un discepolo che sta alla scuola del Maestro. La seconda dimensione, invece, riguarda la missione: non si è vescovi per se stessi ma per comunicare il Vangelo agli uomini perché trovino la via della salvezza.
Don Aldo, vivendo come vescovo queste due dimensioni, è divenuto uno dei pastori più significativi della Chiesa in Italia di questo decennio.
Gli anni vissuti da don Aldo prima di essere nominato vescovo potremmo definirli, sulla scia di Gesù, come quelli della sua Nazaret: anni segnati robustamente dalla “scuola” intesa in senso ampio, ossia come ascolto di Dio e degli uomini, come ricerca, come discernimento, come passione per la verità. I decenni prima dell’episcopato sono stati una vera e propria preparazione alla missione episcopale. Tra le non poche cose che si potrebbero elencare, mi fermo a due considerazioni. La prima relativa all’ascolto della parola di Dio e l’altra alla passione per una comprensione adeguata del mondo. Don Aldo ha vissuto profondamente queste due dimensioni, ma soprattutto ha saputo raccoglierle in una effettiva unità. Il legame indissolubile tra pietà e cultura fanno di don Aldo, un vescovo che parla ancora oggi.
Il primato della dimensione spirituale è il segreto da cui sgorga l’intera azione di don Aldo. E’ quello “stare con Gesù” che venne chiesto ai Dodici al momento della loro elezione. In questo rapporto con Gesù vi è la profonda radice del suo essere un uomo discreto, umile, non gridato, attento, pacato, vigile, umile. Legge con grande attenzione la pagina di Barsotti che sottolinea l’ingresso di Gesù nel mondo come uno che non vuole affermare se stesso, anzi si presenta come uno bisognoso di un battesimo di penitenza (La speranza 229). Il primato dell’incontro con il Maestro, il primato quindi dell’ascolto della sua Parola è la ragione della coscienza della propria pochezza e di quella umiltà che qualifica il cristiano. La fede cristiana, infatti, sottolinea don Aldo, è anzitutto un dono. Ricorda con gratitudine quanto ha ricevuto da ragazzo dalla parrocchia ove la preghiera aveva il suo posto: “Ho avuto la fortuna … di poter vivere in una parrocchia in cui si pregava (la meditazione al mattino, prima della messa: la preghiera era come un’arte) … Poi attraverso la parrocchia, il seminario. Lì i maestri mi hanno insegnato ad attingere alle sorgenti. E dopo essere stato ordinato prete, per me è stato fondamentale l’incontro con Divo Barsotti … Mi ha fatto ricomprendere, riorganizzare la mia esperienza cristiana”(La speranza, 92).
Questo primato spirituale lo sintetizzo con queste sue parole: “lasciarsi guardare da Cristo”. Don Aldo ci ricorda che se vogliamo “vedere” Gesù dobbiamo anzitutto lasciarci guardare da Lui, farci incontrare dal suo sguardo. Scrive: “E’ stato osservato giustamente che nei vangeli non si descrive mai il volto di Gesù, non si parla dei suoi tratti fisionomici, mentre invece si parla più volte e variamente dello sguardo di Gesù, uno sguardo che è, insieme, la parte più interiore del volto di Gesù ed anche l’aspetto più estroverso della sua persona, più mobile, quello che dice insieme il suo animo e il suo sentimento del momento, l’apertura accogliente o anche la riprovazione più ferma. E’ questo sguardo di Gesù che sembra essersi più impresso nei suoi interlocutori e che i racconti dei vangeli hanno cercato di fissare e di trasmettere alle successive generazioni cristiane”(La speranza, 231-232). I vangeli, possiamo aggiungere noi, ci fanno “vedere” direttamente il cuore di Gesù senza fermarci ai tratti fisici del volto. La lettura dei Vangeli nella preghiera ci fa incontrare Gesù risorto che ci parla ancora.
Don Aldo ha appreso questa maniera di leggere le Scritture da don Barsotti. Lo spiega bene nel volume che lui stesso ha curato sul modo di don Barsotti di leggere le Scritture. Era una novità accostarsi con questo spirito alle Scritture. Non di rado allora prevaleva una lettura intellettualistica o politica. Don Barsotti, legandosi con evidenza alla tradizione dei Padri, mostrava la ricchezza spirituale e pastorale della Lettura spirituale delle Scritture. E’ quanto è stato affermato nel recente Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio. In alcune pagine di don Aldo risuonano quasi alla lettera alcune parole sia di Benedetto XVI che di non pochi padri sinodali. La frequentazione delle Scritture porta a cogliere dentro le parole del testo il senso spirituale profondo che coinvolge direttamente chi le ascolta. Così don Aldo si è formato come pastore.
L’abitudine all’ascolto della Parola ha reso don Aldo ascoltatore attento anche della Chiesa a partire dalla sua storia che è il farsi storia della fede dei credenti. Egli ha potuto scorgere i riflessi della Parola nella molteplice e variegata vicenda umana. Per molti anni ha ascoltato, attraverso le sue ricerche, la vicenda, ricca e complessa, ma anche fragile e talora persino contraddittoria, della Chiesa. Senza abbandona l’indispensabile metodo scientifico, don Aldo ha scavato la storia con la passione del credente. Non mi dilungo su questo e riporto solo un cenno che ci fa cogliere la ragione della sua passione storica: era profondamente legata alla sua fede. Nella relazione di apertura ad un convegno degli archivisti ecclesiastici ricordava a tutti la cura che dovevano avere per le tracce del “transitus Domini”, del passaggio del Signore nella storia della Chiesa, perché nulla andasse perduto. Ma questo non per una semplice responsabilità umana, pur importante. Essi dovevano aver cura nello stesso tempo che queste tracce riuscissero a parlare, a dire appunto agli altri questa storia del passaggio del Signore. E la via da seguire era “la capacità di calarsi nel passato, di assumerlo nella propria comprensione per essere non solo in grado di dirlo, di assumerlo nella propria comprensione per essere in grado di dirlo, anche se questo può comportare un certo prezzo, un qualche doloroso impegno di rilettura”(La speranza 316). Don Naro aveva compreso l’importanza della “memoria storica”, perché attraverso di essa si poteva sostenere quella memoria collettiva che sostanzia il cattolicesimo di popolo. La passione storica, che lo ha accompagnato in gran parte della sua esistenza, lo ha plasmato come pastore permettendogli di comprendere la complessità delle vicende umane, allontanandolo da facili messianismi o da scontati pessimismi. La consuetudine della ricerca lo ha reso paziente e attento alla complessità della vita degli uomini.
L’amore per la Chiesa, per quella del passato, del presente e di domani, è stata preoccupazione costante di don Aldo. Davanti ai suoi occhi, assieme al volto di Cristo, vi era legata quella della Chiesa che egli amava e ammirava. Non a caso ha scritto ai fedeli della Chiesa di Monreale la seconda lettera pastorale intitolata “Amiamo la nostra Chiesa”. In essa scriveva: “Non si può amare la Chiesa senza ammirarla”(p. 19). E ripeteva quelle splendide parole di Romano Guardini : “Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale”. Guardini, e don Aldo con lui, si riferiva certo a quella straordinaria opera d’arte che è l’intera struttura architettonica, ma poi, Guardini e don Aldo assieme, con qualche comprensibile orgoglio, affermano: “La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro scialli sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano”. Ricordo l’ammirazione con cui mi fece leggere queste parole. Nella citata Lettera nota ancora: “Guardini scrive di aver ammirato la basilica e di essersi sentito attratto, nello stesso tempo, dal fascino del popolo che nella basilica pregava. Per la sua sensibilità di credente la bellezza del nostro duomo non era disgiungibile dalla bellezza del popolo orante. Anzi egli dice che la cosa più bella era il popolo”. Si capisce l’amore e la passione di Don Naro per quello che lui chiamerà il “cattolicesimo di popolo”. Il popolo credente raccolto assieme che guarda perché è guardato da Cristo, racchiude quella straordinaria passione religiosa e umana che negli anni di episcopato è esplosa in don Naro.
Sarebbe utile approfondire l’opera episcopale di don Naro nell’arcidiocesi di Monreale a partire dalle due lettere pastorali che mostrano una lungimiranza radicata nella storia della diocesi ma assieme proiettata verso il futuro. Faccio un solo cenno a partire da quel piccolo libretto da lui curato: “Preghiere”. Mi ha colpito la raccolta delle preghiere alle immagini di Maria sparse nel territorio dell’arcidiocesi da lui stesso composte: si tratta di una sorta di “mappa dei santuari mariani della nostra Chiesa locale”, che ha egli arricchito con preghiere per aiutare i fedeli a cogliere almeno un poco il mistero che li attendeva davanti alle diverse immagini di Maria. E’ singolare altresì la lunga litania dei santi della diocesi e le altre preghiere prese dalla tradizione cristiana: “Sono convinto – nota don Aldo – che farsi condurre dalla preghiera delle grandi figure di santità e dei grandi testimoni della fede, ed entrare, per questa via, nel loro rapporto con Dio e, in tal modo, partecipare alla stessa esperienza spirituale possa essere di grande e vero sostegno alla nostra preghiera”. La concezione della Chiesa che don Aldo vuole trasmettere è quella di un popolo grande che traversa la storia: tutti ne facciamo parte e di questa dobbiamo nutrirci.
Lo “stare con Gesù” non ha mai significato per don Aldo il cedimento ad un cristianesimo individualistico, privatistico o autoreferenziale. Per lui “stare con Gesù” significa immediatamente comunicarlo anche agli altri, quindi uscire per una urgenza che partiva dal di dentro, dal cuore, ma senza cedere al grido o al rumore assordante. Questa attitudine richiedeva, e lo richiede ancor più oggi, una pensosità nuova che coinvolga tutti gli ambiti della vita della Chiesa compreso quello pastorale. Don Aldo per questo parlava di “conversione” e “conversione missionaria”. Sostenne che era necessario superare la vecchia dizione di “conversione pastorale”, in uso negli anni Novanta, e preferire una duplice “conversione”: “missionaria” e “culturale”, due termini che delineano in maniera singolare la figura e l’opera di Don Naro. Non si tratta di una semplice questione di vocabolario. Don Naro lo spiega con singolare chiarezza quando deve presentare la Traccia di riflessione per Verona: ” … nei quaranta anni del dopo Concilio … si è cercato di superare la separazione tra coscienza cristiana e cultura moderna, favorendo un più stretto rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, praticando il discernimento comunitario e accogliendo le istanze del Progetto culturale orientato in senso cristiano in connessione con l’urgenza della nuova evangelizzazione”(La speranza 338). Don Naro coglie con acutezza che la “separazione tra coscienza cristiana e cultura moderna” resta la ferita ancora aperta nelle nostre comunità. E’ un problema che la Chiesa italiana ha avvertito con acuta sofferenza e in maniera larga e diffusa da almeno due secoli, e coi cui non ha mancato di confrontarsi con un impegno culturale e organizzativo non indifferente. Ma, rispetto al passato, continua don Naro, oggi è mutato il quadro culturale. Insomma, quel che oggi è mutato non è più solo e primariamente l’ordinata convivenza nella società, ma la stessa concezione dell’uomo.
La questione sociale si è evoluta e radicalizzata in quella antropologica. Continua: “E perciò il discorso pubblico della chiesa – che, giova ripeterlo, non è altra cosa dall’evangelizzazione -, prima centrato sulle questioni sociali, non può ora non interessarsi delle problematiche morali” (La speranza 41). Si tratta quindi di far prendere coscienza all’intera Chiesa, in tutte le sue articolazioni, che “il vangelo va ri-annunciato affinché ogni generazione lo ricomprenda e lo riviva, e lo faccia proprio”(La speranza 41). Ricordo la passione di don Aldo quando presentò all’assemblea generale dei vescovi italiani il noto documento “il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”. E fu in quella occasione che sviluppò con efficacia il tema della “conversione” missionaria delle parrocchie. Non solo ne parò ai vescovi; lui stesso, nelle due lettere pastorali citate, cercò di tradurne le indicazioni pastorali nella arcidiocesi di Monreale. Si era peraltro espresso in maniera decisa sul valore autorevole che quel testo doveva rappresentare per tutti i vescovi italiani, nonostante le situazioni diversificate che l’Italia manifesta.
Don Aldo non si è sottratto alle responsabilità pastorali anche verso la Sicilia, la sua terra che ha amato con straordinaria passione. Era un profondo conoscitore di questa terra e del suo popolo e pochi come lui sapevano coglierne lo spessore umano e spirituale. Avete fatto bene a legare a lui questo Premio Obiettivo Legalità”. Credo che dal cielo ne sia fiero. Le sue parole che avete ricordato nella pagina di presentazione della manifestazione sono di straordinaria efficacia: “La Chiesa ha a cuore la giustizia e il bene comune. Se in un territorio ci sono problemi di legalità, la Chiesa, nel suo compito educativo, non può non farsi carico di questi temi. Se si mettesse da parte, questo suo appartarsi o defilarsi sarebbe la spia di un grave problema ecclesiale”. Ma – e dobbiamo porvi attenzione – don Naro aggiunge una prospettiva propria della Chiesa. Scrive che questa battaglia la Chiesa deve farIa “mettendo un di più: la Charitas, l’agape, cioè lo Spirito Santo, l’amore di Dio”. Questo di più è la forza dell’amore, è la forza dell’impegno per gli altri come Gesù ha fatto, è la forza del martirio, ossia di spendere la propria vita per il bene del prossimo. Questa prospettiva cristiana della lotta al male la sottolinea don Naro anche ricordando le parole di Giovanni Paolo II in Sicilia: “Tutti ricordiamo le parole che il Papa “gridò” nella Valle dei Templi … Nei confronti della mafia usò le parole antiche della tradizione cristiana: peccato, giudizio di Dio, pentimento. Parole antiche ma che fondavano un nuovo linguaggio nel “discorso” (fatto di parole e di gesti) che la Chiesa di Sicilia, sotto la guida del cardinale Pappalardo, aveva condotto lungo gli anni Settanta e Ottanta”(La speranza 47).
Molte altre cose si dovrebbero ricordare di Naro come pastore. La sua visione si è estesa dalla Sicilia all’Italia, all’Europa, ai grandi temi della convivenza, a quelli del dialogo, in particolare con l’Islam, alle nuove prospettive culturali, al confronto con il mondo moderno. Don Aldo ha sentito l’ansia per queste sfide ma il suo cuore di pastore non lo ha portato nei progetti di riforme ideali e teoriche, è restato radicato in quella visione di Chiesa di popolo che colpì anche Guardini a Monreale: “La cosa più bella era però il popolo”.
E’ questa la Chiesa che don Naro ha amato. Per questo popolo ha dedicato la sua vita e la sua opera. Ha cercato di aprire il cuore di questo popolo alla Parola di Dio, a comunicare lo spirito autentico della liturgia che porta all’incontro e alla comunione con il Risorto, ad esortarlo alla testimonianza nei propri ambienti di vita. Questo cattolicesimo popolare, che in Italia trova una sua peculiare realizzazione, è da sostenere. In tale orizzonte va riconosciuta la straordinaria rete della devozione a Maria e ai santi, un tesoro preziosissimo da rivitalizzare perché non ceda alla deriva di un devozionismo individualista. Con felice espressione diceva: dobbiamo passare “dalla devozione ai santi alla vocazione alla santità”. E’ una delle sfide più urgenti da raccogliere. Un esempio lo vede in don Pino Puglisi il cui martirio, seppure nato da una vicenda personale coraggiosa e sofferta, si radica nella ricca vita pastorale della Chiesa siciliana. Ricordando il lavoro pastorale di don Puglisi con i ragazzi e i giovani di Palermo, scrive: chi lo ha conosciuto ha visto la sua passione per raccogliere i giovani e liberarli dalla schiavitù del male facendo scoprire loro la bellezza della vocazione cristiana. Ne riporta queste parole: “costituiamo in Cristo un solo corpo e diventiamo una sola cosa in lui. Ovviamente ciascuno nella diversità dei doni ricevuti … Come in quel volto che c’è raffigurato a Monreale, ciascuno di noi è una tessera di questo grande mosaico … E quindi tutti noi dobbiamo capire qual è il posto che dobbiamo occupare perché questo volto acquisti la sua bellezza e sia, direi, attraente per tutta l’umanità”.
Don Naro, comprese che non bastava più la tradizionale azione pastorale, magari per raggiungere quei cristiani che sono “sulla soglia” per “spingerli ad entrare” (si leggeva così in qualche documento). La sfida si configurava oggi in maniera nuova: “Si tratta, più al fondo, di pensare se la Chiesa italiana – anche e specialmente in una società secolarizzata e in un quadro di moderno Stato laico – possa e debba conservare il carattere di Chiesa di popolo radicata in un diffuso e genuino senso di Dio e rivolta veramente a tutti, rifiutando ogni perfettismo spirituale e organizzativo ma senza rinunziare alla qualità evangelica e autenticamente spirituale della fede dei battezzati”(La speranza 163).

Motivazioni per l’assegnazione del premio

Mons. Cataldo Naro è stato un uomo ricco di umanità e d’intelletto, di pensiero e ampia cultura, dal sicuro carisma, lungimirante, è stato un sacerdote e un vescovo dalla moderna visione ecumenica e dal generoso impegno pastorale, di grande levatura spirituale, protagonista coraggioso ed esemplare in quel porre la Chiesa in prima linea contro ogni tipo di criminalità, e a sostegno di chi opera secondo principi etici, di civica convivenza o religiosi e spirituali lungo la via della legalità, per la crescita di un territorio ed è per questi motivi che è stato scelto per attribuirgli il premio dell'”osservatorio e legalità.

Hanno detto di lui:

“È stato un vero siciliano. Ha amato e conosciuto questa terra con sguardo di amore e al contempo con la lucidità dell’autentico studioso, storico e uomo di pensiero, oltre che figlio della Chiesa: perciò ne ha penetrato la vera ricchezza e i veri problemi…” (Card. Ruini).

“Favorito dalla sua vasta e profonda cultura e da una eccezionale capacità di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo e della sana ragione, conosceva come pochi le luci e le ombre della società siciliana, alla quale offriva il prezioso apporto per promuoverne le luci e per debellarne le ombre, soprattutto quelle più oscure della mafia, esortando al rispetto della legalità e alla giustizia sociale” (Card. De Giorgi).

Fu l’incontro con i genitori del giudice Rosario Livatino, ad Agrigento, e, in particolare, furono le parole da loro pronunziate descrivendo il figlio – “ha sempre vissuto da buon cristiano e sapeva che poteva morire in quel modo, ma ciononostante ha accettato con gioia la sua missione fino alla fine” – a far dire a Giovanni Paolo II “Rosario è stato un martire!” e, dopo, in quella stessa sera, alla Valle, a lanciare ai mafiosi il monito “Convertitevi! Verrà un giorno il giudizio di Dio!”.

Livatino come Don Puglisi: “Martiri della giustizia e indirettamente della fede”. Ed uno dei primi ad essere convinto della bontà di questo concetto allargato di martirio, espresso dal Papa, e della giustezza che i due meritassero il titolo, è il giovane sacerdote Cataldo Naro: “Parlare di martirio per coloro che hanno dato la vita per testimoniare la loro fedeltà a Cristo nel campo civile della resistenza alla mafia risponde a uno sviluppo coerente dell’esistenza cristiana e può essere motivato teologicamente in fedeltà alla tradizione cattolica”.

Un aggiornamento del concetto di martirio ai nostri tempi, che “…è il segno di un interesse sempre maggiore della Chiesa a queste tematiche. Lo stesso cardinale Salvatore Pappalardo mi ha detto che questa è la strada da seguire. Di fatto personaggi come Livatino sono martiri: avevano un ideale, quello di servire la giustizia nell’interesse di tutti e sono morti per difenderlo”. Ad affermarlo è sempre Don Cataldo Naro, lo stesso che, da Arcivescovo di Monreale e da incaricato del progetto culturale in preparazione del Convegno delle Chiese di Verona, dirà in una intervista, a proposito di “testimoni” di quel progetto, “…mi fa piacere che sia stato inserito anche il giudice Rosario Livatino ucciso dalla mafia. Era di Canicattì, un paese vicino a San Cataldo dove sono nato e ho trascorso gran parte della mia vita. Ho conosciuto la sua professoressa Ida Abate che molto mi ha parlato di lui. Ha saputo vivere la fedeltà al Signore nell’esercizio del compito di giudice non arretrando neanche di fronte al rischio della morte per mano mafiosa. Per la Chiesa siciliana è anche un richiamo a confrontarsi col fenomeno mafioso proprio sul terreno dell’esperienza credente dei suoi membri. Per la Chiesa siciliana è anche un richiamo a confrontarsi col fenomeno mafioso proprio sul terreno dell’esperienza credente dei suoi membri. C’è un’incompatibilità ineliminabile tra l’esperienza credente e l’appartenenza alla mafia. Il martirio di Livatino lo mostra con chiarezza. Per i cristiani siciliani è una lezione che non può essere ‘saltata’”.

Eccezionalmente chiare e prive di ogni ambiguità, queste sue parole!

Non sono facili da dimenticare i suoi interventi, le sue prese di posizione, mostrando chiaro che non si può comprendere profondamente e pienamente una realtà, senza che si desse un nome alla radice dei mali che l’affliggono.

Dalle parole da lui pronunziate a Corleone, il 3 Settembre 2006, anniversario del sacrifico del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa e della consorte – nel primo dei sette incontri sulla legalità tenutisi nell’ambito del Progetto “Nelle piazze dell’indipendenza con il camper dell’indipendenza” – allorquando assicurava l’attenzione con la quale la Chiesa segue il progressivo evolversi di una comunità cristiana di difficile lettura, che necessita di un forte sostegno morale e della costante testimonianza della Chiesa stessa.
Bene ha fatto la città di Corleone, l’anno scorso, ad intitolare la sala del centro internazionale di documentazione sulle mafie e del Movimento antimafia, Cidma, a Monsignor Cataldo Naro.

All’idea divenuta progetto “Santità e Legalità” – Per un discorso cristiano di resistenza alla mafia nel territorio della chiesa di Monreale”, portato avanti insieme al Consorzio Sviluppo e Legalità. Progetto, i cui intenti sono stati quelli di far conoscere alcune figure di santi, nati e vissuti in questo territorio e alcune figure di martiri di giustizia, nati e vissuti in questo stesso territorio e morti per mano mafiosa, come antidoto ad ogni forma di illegalità: tanto “i santi” quanto “i martiri di giustizia” si sono spesi per il bene delle comunità dove hanno vissuto, arrecando sollievo, aiuto, conforto tra la gente con cui sono vissuti e divenendo testimoni dei valori evangelici da tramandare, e producendo un miglioramento della vita sociale e della vita quotidiana delle nostre comunità, da tempo afflitte dal flagello della illegalità e della arroganza e violenza mafiosa.
La nostra, è terra di persone appartenenti alla società civile e personalità delle istituzioni che hanno versato il loro sangue per l’affermazione della legalità e della giustizia e del senso dello stato: Placido Rizzotto, Pasquale Almerico, sindaco di Camporeale (solo sette anni fa è stato riconosciuto dall’Assemblea regionale siciliana il suo inserimento nell’elenco dei caduti per “la libertà e la democrazia in Sicilia”) e il “nostro” Giuseppe La Franca, e il tenente colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il suo successore il capitano Mario D’Aleo, nonché (partinicese come il La Franca) il vice questore e capo della squadra mobile di Palermo Antonino Cassarà: figure nate o operanti, a vario titolo, in questo territorio, in favore dello stesso e tutti uccisi barbaramente dalla mafia, compiendo il loro dovere civico o istituzionale.

E non sono nemmeno da dimenticare gli altri strumenti privilegiati costantemente da Mons. Naro nella sua azione e nei suoi insegnamenti: la cultura e la comunicazione. Erano la sua vita. Con questi ha offerto prospettive culturali capaci di intercettare le domande dell’uomo del nostro tempo, comprese quelle che esprimono voglia di legalità e di riscatto della comunità civile di cui lui è stato interprete e guida.

Una iniziativa, la nostra, per ricordare di tener fede alla sua memoria. (Segreteria del Premio “Obiettivo legalità 2009 alla memoria di Mons. Cataldo Naro”)

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