Il cardinale e lo storico fanno apologia misericordiosa della promiscuità

ferrara

di Giuliano Ferrara

“La prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto”, dice eufemisticamente il cardinal Martini. E’ vero: i ragazzi e le ragazze, anzi ragazzini e ragazzine (e poi su su con l’età le cose cambiano ma non di molto) scopano come pare a loro, e piace (non sempre piace, per la verità). Martini ne desume che la chiesa non ha riconosciuto questa realtà, le si è messa contro, ha perso autorevolezza, e quindi dovrebbe chiedere scusa per l’enciclica Humanae vitae scritta da Paolo VI nel 1968, il testo che diede scandalo e mise il Papa in una situazione di tormentosa solitudine.
Per Martini la decisione se fare o no un figlio è un atto di responsabilità individuale, di “autodeterminazione”, per riprendere la parola fatale di cui abbiamo discusso a partire dalla abiura di Roberta de Monticelli; e dunque l’uso di scopare liberamente ma con il palloncino o la pillola di tutti i giorni o del giorno dopo, ed eventualmente un veniale aborto in caso di fallimento, è parte di un complesso culturale e psicologico diffuso, un orientamento di massa da convalidare rinnegando la parola degli ultimi tre papi. Bene.
In sostegno al cardinale arriva lo storico Adriano Prosperi. Prosperi fa sempre la stessa operazione. Se qualcuno afferma che l’aborto è divenuto un gesto moralmente indifferente, che trentacinque anni dopo la sentenza americana Roe vs. Wade e trent’anni dopo le legislazioni europee l’aborto non è più depenalizzato per sanare la piaga della clandestinità ma legittimato da una oscena cultura di morte che si incarna anche in politiche pubbliche eugenetiche in tutto il mondo, lo storico insigne ti spiega che nei secoli la chiesa e la medicina repressive obbligavano le donne a partorire e martoriavano il loro corpo. Segue lezione di progressismo morale e implicita rilegittimazione dell’aborto di massa indifferente, e del martirio subito nel presente, non ad opera della chiesa ma della cultura secolare, dal corpo delle donne.
Così per il sesso in generale. In appoggio a Martini, e contro Benedetto XVI, Prosperi racconta secoli di controllo dei preti sulla riproduzione, sul matrimonio, e bolla questa lunga e complicata storia come l’epoca in cui l’amore veniva domato o addomesticato per ragioni di potere sui corpi, sulle anime, sui patrimoni, di concerto tra chiesa e autorità civile. Il magistero tradizionale della chiesa era così oscurantista che si fondava, fino al Concilio Vaticano II, sulla scomparsa dell’amore umano dall’orizzonte della fede e della carità, quando il prete si intrufolava nella camera da letto dei coniugi. Segue lezione d’amore, richiesta di scuse alla chiesa, in sintonia con il cardinale, e condanna degli ultimi tre papati che non si accorgono della libera sessualità dei fedeli neanche quando raccolgono palloncini dopo le Giornate Mondiali della Gioventù a Torvergata o a Sidney.
Penso anche io che “la prossimità corporea delle persone prima del matrimonio è un fatto”, ci mancherebbe, ma non ne deduco che l’ultima istituzione capace di ragionare d’amore, cioè la chiesa con la sua dottrina cattolica e la cultura cristiana in generale, debba rinunciare alla propria esperienza e alla parola razionale per prosternarsi in un mea culpa di fronte alla libera libido moderna. Perché mai? Può essere, e lo dico da laico, lo dico accettando senza obblighi di coscienza e di fede la diagnosi e le indicazioni di Benedetto XVI e dei suoi predecessori, può essere che la “prossimità”, la promiscuità, il divorzio, l’aborto, l’infertilità generalizzata siano testimonianze straordinarie di amore moderno, ma può essere vero il contrario. Vogliamo continuarla questa discussione, o vogliamo chiuderla con le scuse oscurantiste della chiesa cattolica, con una bella abiura, e con il trionfo del secolarismo più invadente, ideologico e saccente?

Giuliano Ferrara
il foglio.it

7/10/2008

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2 Risposte

  1. caro michele
    mi puoi dare la data di questo articolo che lo voglio mettere sul mio blog
    grazie

  2. 7-10-2008

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